La Storia della Psichiatria ma, soprattutto quella dell’approccio al Paziente Psichatrico ha presentato significative e radicali modificazioni nel tempo, particolarmente negli ultimi 50 anni nel corso dei quali si è assistito, pur con tempiste ed organizzazioni differenti da Provincia a Provincia, alla chiusura dei cosiddetti “manicomi”. Questi ultimi erano stati istituiti dalla Legge 36 del 1904 (Governo Giolitti), di cui l’Articolo 1  («Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi») ne sintetizzava scopi ed ambiti. Per noi residenti in Provincia di Torino il concetto di manicomio si collega immediatamente con l’immagine del Manicomio di Collegno, ubicato all’interno della nota Certosa di Collegno, oggi adibita ad altri usi, sanitari e non.
Su tale Istituzione (e su tale Istituto) molto è stato scritto, raccontato e detto, con interventi a metà tra il sanitario, lo scientifico, il sociale e (anche) la Medicina Narrativa. Un pezzo di storia che ci ha raccontato le conoscenze e le storture di alcuni aspetti della Medicina nei decenni scorsi ma che, ancora oggi, ci sottolinea le attuali carenze e ritardi nell’assistenza e cura ai Pazienti con Malattie Mentali.
La segnalazione di oggi è relativa alla pubblicazione di un Volume (Storia di un manicomio italiano. Dallo “spedale de’ pazzerelli” alla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Torino) che racconta quegli anni, edito da Franco Angeli e scritto dal dr. Giuseppe Luciano, medico specialista in Neuropatologia e psichiatria e in Neuropsichiatria infantile, che ha lavorato negli ospedali psichiatrici di Torino e nei servizi di salute mentale a essi alternativi dal 1965 al 1986, negli ultimi dieci anni in qualità di Primario. Ha ricoperto l’incarico di responsabile dell’Ufficio riforma psichiatrica della Regione Piemonte nel periodo 1979-1980.
Leggiamo dalla presentazione:  Il libro racconta, nel quadro della tormentata storia della psichiatria, alcune vicissitudini del trattamento delle persone residenti in provincia di Torino affette da disturbi mentali, durante il regno sabaudo e nei primi venticinque anni della repubblica italiana. Nel 1968 il movimento di contestazione giovanile aveva messo in discussione le istituzioni autoritarie e repressive della società, ospedali psichiatrici compresi, identificati tra le roccaforti erette a difesa degli interessi della classe dominante. Nel dicembre dello stesso anno gli studenti della facoltà di Architettura di Torino contestavano fortemente l’iniziativa della Provincia di costruire un nuovo ospedale psichiatrico. Chiedevano e ottenevano di prendere contatto con i reparti della succursale di Collegno del manicomio di Torino e dare così testimonianza delle condizioni disumane in cui vivevano le persone che vi erano internate. La ricerca esposta nel volume documenta come alcuni mesi dopo, nel fabbricato progettato da Talucchi come regio manicomio di Torino, sia stata attivata la prima comunità terapeutica. Un’iniziativa originale, soprattutto perché realizzata non già come operazione di vertice, ma grazie al sostegno dato dalla popolazione della città a due giovani psichiatri e a un gruppo di infermiere orientate a migliorare le condizioni di vita delle ricoverate, nonostante l’avversione dei sindacati aziendali. In questo contesto “diecine e diecine di malate, inaridite e incupite dalla lunga reclusione manicomiale, tornarono a sentire interesse per il mondo, a sorridere e a credere nel futuro. Nella quotidiana assemblea poterono liberamente esercitare il diritto di delirare e di esprimere la rabbia accumulata in tanti anni di ingiusta ospedalizzazione psichiatrica”. Quell’iniziativa ha dato l’avvio, con l'”organizzazione psichiatrica di settore”, alla travagliata liberazione di tanti cittadini italiani sottoposti a un regime di segregazione ingiusto e degradante e, in particolare, alla chiusura dell’istituto nato come regio manicomio di Torino, cinque anni prima della legge 13.05.78, che ha decretato l’abrogazione della normativa sui manicomi e gli alienati.
Il Volume sarà presentato in data  20 settembre, tra le 18 e le 19,30,  nella sala gioco del Circolo dei lettori di Torino, Via Bogino 9 All’evento interverranno, tra gli altri,  Annibale Crosignani, primario emerito del servizio psichiatrico delle Molinette e Guido Lazzarini , sociologo dell’Università di Torino e  Maria Teresa Martinengo, giornalista della Stampa.
Un complimento ed un Augurio all’Autore da me conosciuto da quasi 20 anni.

Storia di un manicomio italiano. Dallo "spedale de' pazzerelli" alla chiusura dell'ospedale psichiatrico di Torino
Il libro racconta, nel quadro della tormentata storia della psichiatria, alcune vicissitudini del trattamento delle persone residenti in provincia di Torino affette da disturbi mentali, durante il regno sabaudo e nei primi venticinque anni della repubblica italiana.
Nel 1968 il movimento di contestazione giovanile aveva messo in discussione le istituzioni autoritarie e repressive della società, ospedali psichiatrici compresi, identificati tra le roccaforti erette a difesa degli interessi della classe dominante. Nel dicembre dello stesso anno gli studenti della facoltà di Architettura di Torino contestavano fortemente l'iniziativa della Provincia di costruire un nuovo ospedale psichiatrico. Chiedevano e ottenevano di prendere contatto con i reparti della succursale di Collegno del manicomio di Torino e dare così testimonianza delle condizioni disumane in cui vivevano le persone che vi erano internate.
La ricerca esposta nel volume documenta come alcuni mesi dopo, nel fabbricato progettato da Talucchi come regio manicomio di Torino, sia stata attivata la prima comunità terapeutica. Un'iniziativa originale, soprattutto perché realizzata non già come operazione di vertice, ma grazie al sostegno dato dalla popolazione della città a due giovani psichiatri e a un gruppo di infermiere orientate a migliorare le condizioni di vita delle ricoverate, nonostante l'avversione dei sindacati aziendali. In questo contesto "diecine e diecine di malate, inaridite e incupite dalla lunga reclusione manicomiale, tornarono a sentire interesse per il mondo, a sorridere e a credere nel futuro. Nella quotidiana assemblea poterono liberamente esercitare il diritto di delirare e di esprimere la rabbia accumulata in tanti anni di ingiusta ospedalizzazione psichiatrica". Quell'iniziativa ha dato l'avvio, con l'"organizzazione psichiatrica di settore", alla travagliata liberazione di tanti cittadini italiani sottoposti a un regime di segregazione ingiusto e degradante e, in particolare, alla chiusura dell'istituto nato come regio manicomio di Torino, cinque anni prima della legge 13.05.78, che ha decretato l'abrogazione della normativa sui manicomi e gli alienati.

Giuseppe Luciano
, medico specialista in Neuropatologia e psichiatria e in Neuropsichiatria infantile, ha lavorato negli ospedali psichiatrici di Torino e nei servizi di salute mentale a essi alternativi dal 1965 al 1986, negli ultimi dieci anni in qualità di Primario. Ha ricoperto l'incarico di responsabile dell'Ufficio riforma psichiatrica della Regione Piemonte nel periodo 1979-1980.
INTRODUZIONE
Trattamento dei malati di mente nel Regno sabaudo, nel periodo dello "spedale de' pazzerelli" (1729-1834) e nei primi settanta anni del Regio manicomio di Torino (1834-1904)
(La condizione dei "pazzerelli" a Torino all'epoca in cui Vittorio Amedeo II diventa il primo sovrano del Regno sabaudo; Finalità, caratteristiche e percorso dello "spedale de' pazzerelli" di Torino; Lo stato della psichiatria dell'Ottocento nella ricerca e nell'organizzazione assistenziale; Quadro storico della nascita e del percorso del regio manicomio di Torino nei suoi primi settanta anni di attività (1834-1904); Criteri di riferimento di Giuseppe Maria Talucchi nell'impostazione architettonica data al Regio manicomio di Torino e la consulenza fornitagli da Giovanni Stefano Bonacossa; Nascita del manicomio di Collegno, istituto di ricovero per "maniaci" maschi; I più autorevoli successori di Bonacossa nella direzione del regio manicomio, nell'insegnamento della psichiatria presso l'Università di Torino e nella ricerca condotta con il laboratorio neuropatologico; Analisi dei fattori delle caratteristiche repressive del Regio manicomio di Torino; Sintesi del capitolo)
Legge n. 36 del 1904 su "disposizioni sui manicomi e gli alienati" e regolamento di esecuzione del 1909; Avvio delle riforme dello Stato sabaudo, della sanità e dell'assistenza, nel quadro storico del Regno d'Italia tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento; Contributo dell'opera di Camillo Golgi e di Santiago Ramon Y Cajal, di Jean-Martin Charcot, della scuola di Nancy, delle ricerche del giovane Sigmund Freud e degli studi di Durkheim allo sviluppo della neuropatologia e della psichiatria; Avvento della legge n. 36 del 1904, sui manicomi e gli alienati, emanata dal secondo governo Giolitti (1903-1905) e relativo regolamento di esecuzione del 1909 con R.D. n. 615; Valore e limiti della legge sui manicomi e gli alienati e quelli del regolamento di esecuzione; Ricaduta della legge sui manicomi e gli alienati sul manicomio di Torino e delle sue succursali; Sintesi del capitolo)


Il Manicomio di Torino nella prima metà del Novecento
(Introduzione al quadro storico e alla normativa sanitaria della prima metà del Novecento: dal periodo giolittiano alla caduta della monarchia sabauda e al secondo dopoguerra; Incontro della psichiatria della prima metà del Novecento con la psicoanalisi e le altre psicologie, con l'etologia e la fenomenologia tedesca; Tecniche terapeutiche innovative introdotte nella pratica clinica psichiatrica nella prima metà del Novecento: dall'insulinocomaterapia alla elettroshockterapia; Differenti modalità di interpretazione e applicazioni della legge sui manicomi e gli alienati e relativo regolamento di esecuzione nelle diverse Province italiane; Due esempi di differente interpretazione e applicazione della legge n. 36 e relativo regolamento di esecuzione: l'assistenza psichiatrica praticata dalla Provincia di Padova e quella praticata dalla Provincia di Torino; Sintesi del capitolo)
Stato della psichiatria nel quadro degli sviluppi legislativi e organizzativi della sanità italiana, dal secondo dopoguerra agli anni Cinquanta e Sessanta
(Introduzione storica al secondo dopoguerra e agli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento: le riforme della sanità e la normativa per l'elezione dei consigli regionali delle Regioni a statuto ordinario; Il dibattito internazionale sulla natura della psichiatria: dalla contestazione dei suoi orientamenti nosografici e psicodinamici al movimento dell'antipsichiatria; Lo stato della psichiatria nel campo della ricerca: la prospettiva del passaggio dalla neurobiologia cellulare alla neurobiologia molecolare della mente e le proposte innovative in ambito tecnico-organizzativo; Evoluzione del pensiero dominante sulla natura dei disturbi mentali e sulla funzione degli ospedali psichiatrici negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento: la posizione prevalente nelle associazioni degli psichiatri e delle forze politiche e sociali; Lo sviluppo della consapevolezza dell'opinione pubblica sulle condizioni di vita delle persone ricoverate nei manicomi: il ruolo degli organi di informazione; Valore e limiti della prima riforma della legge sui manicomi e gli alienati, approvata durante il terzo governo Moro: la legge Mariotti 18.03.1968 n. 431; Sintesi del capitolo)
Le strutture ospedaliere e ambulatoriali per i malati di mente in Provincia di Torino e lo stato dell'Ospedale psichiatrico nella seconda metà degli anni Sessanta
(Introduzione storica alla seconda metà degli anni Sessanta: l'avvento della contestazione giovanile; Attività ambulatoriali e ospedaliere svolte per l'assistenza delle persone affette da disturbi mentali, in aggiunta agli ospedali psichiatrici; L'Ospedale psichiatrico di Torino e le sue succursali nella seconda metà degli anni Sessanta; Caratteristiche specifiche dei singoli Reparti dell'Ospedale psichiatrico di Torino; Presentazione di alcune delle ricoverate del Reparto 5; Staff medico, suore caporeparto, personale di assistenza e dei servizi generali, impiegati e sindacati aziendali rispetto alle condizioni di vita delle persone internate; Sintesi del capitolo)
Vicende che portarono alla chiusura dell'Ospedale psichiatrico di Torino, nel 1973, cinque anni prima della legge abrogativa; Convegno del 13 dicembre 1968, promosso dagli studenti di medicina e architettura dell'Università di Torino sul tema: "È un crimine costruire un nuovo ospedale psichiatrico?"; Una lettera aperta di un gruppo di infermiere psichiatriche ai Quotidiani di Torino testimonia, all'inizio del 1969, che il fronte del personale innovatore si sta allargando con consapevolezza e determinazione; Nella primavera del 1969, il movimento studentesco, l'associazione per la lotta contro le malattie mentali e un variegato gruppo di cittadini ritornano in Ospedale psichiatrico; L'avvio della psichiatria di settore; L'organizzazione ospedaliera ed extraospedaliera del settore psichiatrico Torino Centro e degli altri settori; La figura e l'opera dei Presidenti degli OO.PP. che si sono succeduti dal 1968 al 1971; Il cammino della psichiatria di settore fino alla chiusura dell'Ospedale psichiatrico di Torino; Un'iniziativa e un impegno nel cinquantesimo anniversario della fondazione della prima comunità terapeutica, che ha dato l'avvio alla chiusura del Manicomio di Torino; Sintesi del capitolo).


La costituzione ufficiale del manicomio risale al 1728, anno in cui il re Vittorio Amedeo II ne affidò, con regie patenti, la gestione alla Confraternita del S. Sudario e della Vergine delle Grazie. La prima sede si trovava all'interno della città e divenne presto insufficiente. L'ubicazione successiva, cioè presso l'Istituto per le figlie dei militari, sempre gestito dalla Confraternita, provocava grandi lamentele per il disturbo che i ricoverati provocavano alle Figlie ospiti dell'Istituto. Nel 1827 venne quindi affidata all'architetto Talucchi la progettazione di una nuova sede in via Carlo Ignazio Giulio, sempre all'interno della città, per 600 pazienti, la quale fu inaugurata nel 1834 e abbandonata nel 1973.
Nel 1848 la direzione del Regio manicomio chiese l'istituzione di una cattedra universitaria per l'insegnamento della psichiatria (la prima in Italia), che fu affidata nel 1850 al prof. Bonacossa.
Già pochi anni dopo l'apertura del grande fabbricato di via Giulio, la struttura mostrava i suoi limiti di ricettività e la sua obsolescenza sotto il profilo medico-igienista. La saturazione degli spazi e, nel 1854, la previsione di epidemie di colera consigliarono quindi il trasferimento di buona parte dei degenti alla Certosa di Collegno, un grande complesso alle porte della città, la cui collocazione rendeva possibile la totale applicazione dei nuovi paradigmi manicomiali, essendo una costruzione di notevoli dimensioni situata in piena campagna, con estese aree verdi e colonie agricole in grado di offrire ai ricoverati la possibilità di lavorare.
Gli ampliamenti ottocenteschi e novecenteschi apportati al complesso monastico per adattarlo alla nuova funzione furono realizzati in base a precise tipologie che si sono mantenute inalterate fino ad oggi. All'ingegner Giovanni Battista Ferrante venne affidato il compito di elaborare un progetto per rendere possibile il riutilizzo dei fabbricati esistenti e lo sviluppo organico degli ampliamenti. Dal 1864 al 1900 furono realizzati i padiglioni "dispari" disposti a pettine lungo il lato destro (sud) del chiostro: nove edifici a pianta rettangolare allungata, disposti su due o tre piani fuori terra con il piano interrato a cantina. A partire dal 1893 furono realizzati, su progetto dell'ingegner Luigi Fenoglio, sulla base della stessa tipologia, cinque padiglioni "pari" disposti a pettine lungo il lato sinistro (nord) del chiostro. La struttura fu completata con una enorme lavanderia a vapore.
Da ultimo, a partire dal 1899, furono realizzati, prima i locali di servizio per i giardinieri e, successivamente, i laboratori di arte e mestieri, collocati a nord del complesso manicomiale. Il Manicomio di Collegno costituì, per i suoi tempi, un modello di architettura manicomiale, in quanto fu il primo in Italia a prevedere due file di padiglioni paralleli, a più piani, isolati tra loro, in modo da separare le diverse forme e gradi di malattie mentali.
Nonostante la Legge provinciale e comunale del 1865 trasferisse alla Provincia di Torino la cura degli alienati poveri, la gestione dell'assistenza psichiatrica fu affidata all'antica Confraternita della Sindone. Poco prima delle leggi crispine del 1890, che riordinarono il settore assistenziale, alla Confraternita fu sottratta la gestione dei manicomi: l'opera pia divenne un ente autonomo, svincolato dall'ordine religioso e controllato da una direzione amministrativa di nomina prefettizia, assumendo il nome di Regio manicomio di Torino. Questo assetto venne ulteriormente modificato nel 1909 con l'introduzione del diritto provinciale alla nomina della maggioranza dei consiglieri di amministrazione e rimase valido fino allo scioglimento dell'ente nel 1980.
Considerato l'incremento del numero dei ricoveri alla fine dell'Ottocento, la Provincia deliberò la costruzione di un nuovo ospedale psichiatrico nella borgata di Savonera a Collegno.
L'edificazione del ricovero di Savonera, progettato e realizzato dall'ufficio tecnico provinciale, prese il via nel 1910 per completarsi nel 1913. Una volta terminato, il complesso sarebbe stato adibito a ricovero per i malati cronici tranquilli, assai più simile a un gerontocomio che a un manicomio, come dimostra il fatto che il progetto originario della struttura non prevedesse né sbarre alle finestra né muro di cinta. La gestione del nuovo ospedale venne ancora una volta affidata all'opera pia: la Provincia non aveva sufficiente cultura ospedaliera e adeguato personale sanitario per riuscire a condurre il nuovo ospedale psichiatrico, così la Confraternita continuò a mantenere un ruolo dominante negli ospedali psichiatrici. Il ricovero di Savonera fu ben presto insufficiente ad accogliere anche solo i malati "tranquilli" e il numero di ricoverati continuava a crescere, così la Confraternita della Sindone fu obbligata a prendere decisioni contrarie alle idee della Provincia, inviando a Savonera solo donne, con una rigida divisione dei sessi e non rispettando la suddivisione tra malati acuti e tranquilli lungodegenti.
Nel 1914, per ovviare a questa situazione e all'eccessivo affollamento delle strutture ospedaliere, l'opera pia propose una sistemazione diversa dei malati con il trasferimento di tutti gli uomini a Collegno (circa 1500) e di tutte le donne a Torino e Savonera (anch'esse circa 1500), ma questa ridistribuzione non bastò a risolvere il problema del sovraffollamento e nel 1915 i rappresentanti dell'opera pia e della deputazione provinciale s'incontrarono per dibattere su questo tema. Ci fu un compromesso tra i due enti per cui alla Provincia fu richiesta l'edificazione di una nuova struttura manicomiale e all'opera pia veniva confermata la gestione della struttura e la garanzia che il nuovo complesso ospedaliero sarebbe stato costruito vicino a Collegno con una capienza adatta al futuro abbandono della sede di Torino.
I lavori di costruzione iniziati nel 1928 terminarono nel 1931 e portarono all'edificazione a Grugliasco di un fabbricato direttivo, due di degenza, della camera mortuaria e della cucina. Il nuovo complesso fu denominato "Istituto Interprovinciale Vittorio Emanuele III per infermi di mente in Grugliasco". "L'indicazione di interprovinciale nasceva dalla suddivisione tra la Provincia di Torino e quella di Aosta. L'ente torinese era proprietario del complesso per l'85,85% e quello valdostano per il rimanente 14,15%: in tali proporzioni erano state suddivise le spese e, ovviamente, il numero delle ricoverate. Anche in questo caso l'opera pia dei Regi ospedali psichiatrici di Torino ottenne la gestione dell'ospedale, come era successo per Savonera.
Tra il 1931 e il 1934 erano anche state realizzate dall'opera pia la Villa Regina Margherita, struttura nel complesso della Certosa di Collegno destinata a pensionanti, cioè alienati che pagavano una retta di tasca loro.
Fu usato il nome Villa per evocare una maggior apertura, rispetto a ospedale o manicomio, e suggerire una maggior idea di libertà, nonostante questi ricoveri fossero uguali agli altri manicomi, a parte per il trattamento relativo al cibo e all'alloggio in camere singole.
Negli anni Sessanta del Novecento presero il via i lavori per l'ampliamento dell'ospedale di Grugliasco e per riportare alla sua destinazione originaria il padiglione medico - pedagogico, denominato Villa Azzurra, una struttura per il ricovero di 150 tra bambini recuperabili e scolarizzabili e bambini e non scolarizzabili. Il reparto venne definito "aperto", basato cioè sul sistema open door, per quanto il meccanismo della gestione medica e infermieristica risultasse identico a quello degli altri settori del manicomio.
Nel 1966, spinta dal sovraffollamento della struttura di Torino, l'opera pia costruì un nuovo grande padiglione ospedaliero nel complesso della Certosa di Collegno, denominato Villa Rosa e destinato alle degenti anziane tranquille, che erano già ricoverate in manicomio ma non potevano lavorare e le cui famiglie non potevano provvedere alla loro assistenza.
Dal 1968 al 1970 si tentò ripetutamente di sciogliere l'opera pia, fino a quando, nel 1971, fu rinnovato il consiglio di amministrazione degli ospedali psichiatrici di Torino e nominato un nuovo presidente: a quel punto divenne chiaro che era venuta meno l'ipotesi di scioglimento dell'ente. Parallelamente, nel corso degli anni Settanta, i degenti erano diminuiti e si erano creati spostamenti di malati da un reparto all'altro. Nel 1973 venne chiusa la sede di via Giulio, che divenne proprietà del Comune nel 1975. Nel 1978 venne chiuso l'ospedale di Savonera e nel 1979 Villa Azzurra.
Il 31 dicembre del 1980 l'Opera pia Ospedali psichiatrici di Torino venne definitivamente sciolta e la competenza dei degenti di Grugliasco e Collegno passò all'Unità sanitaria locale 24 di Collegno, oggi Azienda sanitaria locale Torino 3.

David Cooper, il primo antipsichiatra


David Cooper utilizzò per primo il termine antipsichiatria o contropsichiatria per riferirsi a quel gruppo di intellettuali che constatavano gravi carenze teoriche e pratiche nella psichiatria


David Cooper è considerato uno dei fondatori del movimento chiamato antipsichiatria, insieme a Ronald Laing, Thomas Szasz e Michel Foucault. Questa corrente nacque negli anni sessanta e il suo principale obiettivo fu, ed è, denunciare le lacune, i problemi teorici e gli abusi nella pratica della psichiatria.
Lo stesso David Cooper studiò psichiatria. Lavorò in diversi ospedali psichiatrici a Londra ed entrò in contatto diretto con pazienti affetti da schizofrenia. A partire dalla sua esperienza e grazie all’influenza di altri pensatori, scrisse varie opere considerate centrali nel movimento antipsichiatrico.
“In realtà, ai bambini non viene insegnato come sopravvivere nella società, bensì come sottomettersi a essa.”
-David Cooper-
Fu proprio David Cooper il primo a utilizzare il termine antipsichiatria o contropsichiatria per riferirsi a quel gruppo di intellettuali che constatavano gravi carenze teoriche e pratiche nella psichiatria. A Cooper si devono vari postulati che mettono in discussione questa disciplina e che per il momento non sono stati invalidati.

La storia di David Cooper

David Cooper nacque a Città del Capo (Sudafrica) nel 1932, con cittadinanza britannica. Secondo le sue stesse parole, la sua famiglia era “comune”, per cui trascorse un’infanzia e un’adolescenza piuttosto tranquille. Cooper studiò musica, ma in seguito scoprì che la sua vera vocazione era la medicina. Quindi, si iscrisse alla facoltà di medicina e si laureò nel 1955.
In quell’epoca, il Sudafrica si trovava in pieno apartheid. Cooper, che era contrario alla segregazione, praticò la medicina curando la popolazione nera nelle strutture sanitarie a essa destinate. In seguito si trasferì a Londra, città in cui lavorò come psichiatra presso vari ospedali.

David Cooper si sposò con una donna francese, con la quale ebbe tre figli. In seguito, ebbe una relazione con Juliet Mitchell, leader del movimento femminista anglosassone. Anche lei era specialista in psicoanalisi lacaniana. Questa relazione ebbe una grande influenza su Cooper.

L’esperienza di Villa 21

David Cooper lavorò in un ospedale psichiatrico di Londra nel quale fu creato un celebre programma, nel reparto 21, che fu denominato Villa 21. Lì curò una grande quantità di pazienti schizofrenici e fu proprio questa pratica ad allontanarlo totalmente dalla psichiatria.
Cooper iniziò a mettere in discussione le teorie di Eugen Bleuler, principale ispiratore dei trattamenti psichiatrici in voga in quell’epoca. Promosse l’idea che la schizofrenia o “pazzia”, come viene genericamente chiamata, non è una malattia mentale, ma un’esperienza o un passaggio. In altre parole, si tratta di una specie di viaggio fuori dalla realtà, dal quale si può sempre ritornare.
David Cooper affermò che esistevano tre tipi di pazzia, che sono:
  • Demenza. Chiamava così la schizofrenia determinata dalle condizioni sociali disastrose in cui sono costrette a vivere alcune persone.
  • Viaggio interiore. Si riferisce al processo di rottura con le esperienze precedenti alienate e la nuova strutturazione di un progetto di vita personale.
  • Demenza sociale. Corrisponde a una risposta disorganizzata ad ambienti “malati”, come la famiglia, il lavoro, ecc. La pazzia sarebbe l’unica soluzione possibile.

L’antipsichiatria

David Cooper condusse degli esperimenti azzardati in Villa 21. Interruppe la cura a molti pazienti. Inoltre, permise agli internati di accumulare rifiuti e di relazionarsi a essi. Secondo lui, o andavano all’inferno o tornavano. Era un “passaggio all’azione”.
Cooper pensava che se fossero ritornati verso quelle zone primitive del loro essere, sarebbero guariti. Generò molte polemiche, ma allo stesso tempo dimostrò che la schizofrenia poteva essere curata, cosa considerata impossibile al tempo.
Da quel momento, David Cooper diventò un riferimento globale dell’antipsichiatria. Intraprese in tutto il mondo un intenso lavoro di difesa delle sue tesi. Fu affiancato da Ronald Laing e Herbert Marcuse. Successivamente si stabilì a Parigi, dove lavorò gomito a gomito con figure come Michel Foucault, Gilles Deleuze e Robert Castel a sostegno dei diritti umani, in diverse aree del campo medico e sociale.
Poco alla volta si trasformò in una specie di icona dei meno fortunati. Il suo aspetto cambiò radicalmente, e iniziò a esibire una folta barba e abiti esotici. Scandalizzava e affascinava insieme. Non abbandonò mai la sua determinazione nel voler rompere gli schemi del pensiero tradizionale. Morì a 55 anni, lasciando una traccia indelebile.

David Cooper

La grammatica del vivere

Feltrinelli, Milano 1976
Introduzione


Ho preso la decisione di scrivere un libro breve invece di uno lungo. Molte delle questioni che tratto meriterebbero di essere sviluppate, tuttavia preferisco lasciare che il lettore faccia da sé gran parte del lavoro — non per malanimo, ma per una giusta considerazione, una volta dato l'avvio, della necessità di riflettere a fondo sulle cose durante il lavoro rivoluzionario che si conduce sia su se stessi sia sull'intera società. Un lavoro rivoluzionario deve esser breve. Ci son fin troppi libri che dicono in cento pagine quello che si potrebbe dire in un paragrafo, con maggior profitto per tutti. A volte penso che il libretto di Sartre La Trascendenza dell'Io, di prima della guerra, sia per molti versi più importante dei monumentali L'Essere e il Nulla e La critica della ragione dialettica o dei voluminosi studi su Genet e Flaubert.

Dapprima volevo intitolare questo volume Il libro delle menzogne, cui avrei fatto seguire Il libro della verità. Senonché sentii una volta Neil Middleton — che mi ha sempre aiutato molto nella pubblicazione dei miei scritti — alludere alla politica come "grammatica del vivere" e decisi di usare questa sua frase. Tanto più che, dopo aver scoperto che Aleister Crowley aveva scritto un Libro delle menzogne, stavo per chiamare il mio semplicemente NO!.
Non scriverei mai un libro che abbia per scopo di compitare soluzioni, vorrei piuttosto dare degli spunti per una grammatica o per possibili serie di grammatiche di tale fattispecie che le "regole" siano un invito al lettore a infrangerle. L'obiettivo è di riuscire a formare delle strutture di esperienza progressivamente liberate.

Le grammatiche del vivere trattano dei modi di strutturare il rischio, in piena lucidità, in ogni situazione della vita. L'atteggiamento di non rischio è di obbedire all'imperativo alienante per ottenere nulla più se non la sicurezza suicida della propria convenienza personale. Il rischio è di responsabilizzarsi quando non rimangono altre scelte.
Il materiale di questo volume proviene prevalentemente da lavori di gruppo in azione con i miei compagni, e che hanno coinvolto sia l'attività cerebrale sia quella corporea. Alcuni contenuti li appresi nei seminari-dialoghi, altri in quel laboratorio del sogno e dell'amore che è il letto — una delle migliori università che conosca. Altri ancora durante varie esperienze personali di incarceramento.

Potrà sembrare ambizioso, a dir poco, il tentativo di eliminare "l'inconscio" e la nozione dell'io quando, paradossalmente, si fa ricorso al "linguaggio dell'io." Invece proprio il coup d'état dell'io, e in particolare dell'io inconscio pare a me del tutto ovvio in questa congiuntura storica, cosi come lo è voler sostituire concetti "economici" con concetti non-metrici. Mi pare del tutto ovvio per via del determinismo e della limitazione di responsabilità politica impliciti nell'uso corrente di quegli stessi concetti.

Ragion per cui siamo affatto responsabili dei nostri "atti inconsci" — ne dobbiamo rispondere alla società intera.
Ho dovuto usare il linguaggio in modi nuovi, per riuscire ad ampliare concetti psicanalitici e forme di prassi, ancorandoli fenomenologicamente invece di considerarli come angusti meccanismi. Per esempio "vita ri-vissuta" sussume una regressione psicanalitica di più ampia portata concettuale del "ritorno indietro." La tecnica dell'interpretazione è esaminata in rapporto a un modo differente d'essere con l'altro a cui darò il termine di "reagente" — che è legato al bisogno fondamentale in ognuno di avere un testimone. Esploro anche le nozioni psicanalitiche, come ad esempio la distinzione tra "dentro" e "fuori" e tra introiezione e proiezione, facendo un uso paradossale del linguaggio come indica il titolo dell'importante segmento o capitolo "Il dentro è il fuori." A volte, invece, la forma più appropriata di discorso sembra essere una sorta di poesia, eccetera eccetera. In luogo, poi, di formare capitoli regolari, ho deciso di lasciare che il materiale si ordinasse in segmenti naturali, il che, oltre ad essere più spontaneo, ha il vantaggio di permettere al lettore di immergersi nel libro più o meno in qualsiasi punto. Ho scelto uno stile che, paragonato al mio ultimo libro La morte della famiglia, non possa più venir descritto e criticato come "brillante ma incredibilmente caotico, assurdo, osceno, folle," ma meriti un'accoglienza più pacata e più consona al cambiamento di stile nella mia vita, dacché son ritornato a vivere nel terzo mondo e per lo più in Argentina (i primi venticinque anni della mia vita li trascorsi in Sudafrica).

La morte della famiglia fu soprattutto una ribellione contro i valori del "primo mondo"; spero ora, essendo emotivamente più calmo, di riuscire a condurre i miei attacchi più duramente. Confesso che vissi venticinque anni nel terzo mondo senza quasi riconoscerlo, e i sedici successivi nel "primo mondo" (soprattutto in Europa) senza ricordare quel che avevo a mala pena riconosciuto. Il mio disegno ora è di distruggere il linguaggio alienato usandolo contro se stesso — come il sesso fu inventato per distruggere l'amore sessuale, cosi il linguaggio fu inventato per distruggere la comunicazione, che a sua volta fu usata per distruggere la comunione. La strategia è di usare ciò che ci distrugge per distruggere ciò che ci distrugge, in modo da liberare specifiche zone di speranza.

Quando ritornai in Sudamerica per una seconda visita, mi occorsero parecchi mesi perché mi rendessi conto che mi trovavo nel terzo mondo e per scoprire il significato del motto "il terzo mondo innanzi tutto." Il mio scopo era di aiutare a costituirsi alcune comuni antipsichiatriche e un centro internazionale di insegnamento-apprendimento con sede nel terzo mondo, in modo che europei e nordamericani potessero venire qui non per insegnare ma per imparare. L'Argentina è un terreno favorevole a questo lento lavoro, innanzi tutto perché la sua tradizione psicanalitica (vedi Pichon-Rivière, Emilio Rodrigué, Marie Langer) alimenta la ribellione e genera gruppi dissidenti; poi perché i legami fra compagni sono più diffusi e portano a uscire più facilmente dal nucleo familiare che non nel "primo mondo"; in terzo luogo, perché dopo il Nordamerica, l'Argentina è forse il paese più psichiatrizzato al mondo, e là dove c'è molta psichiatria c'è anche molta antipsichiatria; infine, la fluidità della scena politica crea una buona fluidità individuale da utilizzare. Accenno a questi argomenti perché le esperienze che ebbi in Argentina hanno determinato gran parte del contenuto di questo libro.

Quando parlo qui di politica e di rivoluzione non ne estendo, come potrebbe sembrare, i concetti oltre l'uso che se ne dà comunemente; mi sforzo piuttosto di dar loro piena dimensionalità. La politica è connessa con l'uso del potere all'interno di o tra entità sociali — introduco qui una distinzione obliterabile tra lo stato sociale umano (di cose) e gli altri stati (di natura). Cosi facendo non mi allontano dal significato della parola greca politèia che significa sia cittadinanza sia la condizione di uno stato. Desidero sottolineare la distinzione "obliterabile" tra lo stato di natura umano, sociale, e gli altri stati, perché, per quanto ci sia una differenza qualitativa e non soltanto quantitativa, tutti fanno parte di un solo essere e quanto è al di là dell'essere umano, un al di là nel quale ci tuffiamo con un atto esperienzale di "obliterazione," è al di là di tutto quel Solo Essere — donde la morte dell'"unico e solo" Dio — e oltre il salto trascendente in quello che è al di là del dio cui ci hanno edotti.
Nella storia delle scienze naturali la dicotomia osservatore/osservato è rimasta per lo più assoluta. La scienza fìsica più recente ha dovuto riconoscere con evidente emozione che l'osservatore o il materiale osservante vengono modificati dall'atto dell'osservare. Nelle scienze umane la modificazione dell'osservatore per il fatto che osserva è constatata da tutti e la differenza qualitativa mette ora in luce che lo strumento per conoscere l'osservato, da parte dell'osservatore, non è null'altro che quella specifica modificazione dell'osservatore per il fatto che osserva. Non c'è alcun solipsismo né soggettivismo in questo caso, dato che l'osservatore può a sua volta essere ugualmente osservato da altri osservatori, venendo cosi mantenuto un plenum unitario d'essere in tutta la natura. Viene mantenuto, penso, per essere trasceso; ma prima di parlare di cosmopolitica (come se il parlarne avesse una qualsiasi rilevanza) dobbiamo considerare "il Politico" nel corso del mondano. Tutte le mistificazioni precedenti sul politico saranno state storicamente intelligibili, ma sono adesso inutili. Utili invece potranno essere alcune 'nuove contromistificazioni come parte di una terapia politica, ma cercherò di limitare al massimo quelle che mi accadrà di introdurre.
Se parte di una entità sociale subisce un cambiamento, parliamo di progresso (di riforma) o di reazione. Se si tenta di cambiare una intera entità sociale parliamo di rivoluzione o di controrivoluzione. Nel primo capitolo esamino cosa siano queste "entità" sociali.

A questo punto, desidero soltanto dare una giustificazione generale per questo libro. Se parlo dei porci della società, con ironia a volte sottile, a volte pesante, è perché non è mai pietoso mostrare pietà verso i nemici della pietà. Giustificarmi per il disordine di questo libro sarebbe ironico, dal momento che la mia speranza è che voi troviate questo disordine utilmente disordinante e non "soltanto" un disordine.

Mancandoci una nascita in disordine.
L'allegro orrore dell'ordine,
Nessuna disciplina liberatrice potrà mai vedere
o essere la luce di un nuovo giorno.

È per te che ho cercato di scrivere questo libro, se sei quella persona che pensa che tu sia la persona che anch'io penso che sei. Spero, quando leggerai le pagine che avrai scelto di leggere, o di sleggere o di non leggere, che finiremo per liberarci dalle posizioni di forza di lettore versus scrittore versus lettore. Lo scopo è di giungere al senso di un rapporto che sia invisibile, intangibile ma assolutamente non anonimo, un rapporto di emotiva separatezza. Spero di sollevare un numero di interrogativi che mi sono astenuto dal cercar di risolvere, lo dico senza cattiveria, ma spero pure che gli eventuali interrogativi che ti porrai siano tali che se farai attenzione al modo in cui te li poni, puoi incominciare a conoscerne la risposta. Ascoltare se stessi è pur sempre la pre-condizione per udire il messaggio di chiunque altro. Mentre scrivo cercherò di trovare una via per ascoltarti.
Dovunque tu sia o io sia è qui
Dovunque il qui sia
Ma dovunque sia il qui
Facciamo che non sia altrove.
I. L'atto politico
Gli imperialisti non diventeranno mai Buddha prima della loro distruzione.
                                                                           
 Presidente Mao Tse-tung

On se couche dans l'herbe et Von s'écoute [vivre,
De l'odeur du foin vert à loisir on s'énivre,
Et sans penser à rien on regarde les deux...
Hélas! une voix crie: "En voiture, messieurs"!'
(Ci si sdraia sull'erba e ci si ascolta vivere,
Dell'odore del fieno verde ci si inebria a piacere,
E senz'altro pensiero si contemplano i cieli...
Ahimé! Una voce grida: "Signori, in carrozza"!)
                                                                             Gérard de Nerval

Primo, e ciò che dico si riferisce particolarmente al titolo di questo capitolo, vorrei esprimere la mia opposizione assoluta alla forma convenzionale seguita nello scrivere libri. Questa forma, che sottintende la struttura a ruolo binario di scrittore versus lettore, è un tipo di violenza sociale che attraverso la sua non-mutualità e non-reciprocità porta inevitabilmente all'asservimento della mente sia del cosiddetto "scrittore" sia del cosiddetto "lettore." È un metodo di controllo sociale, un metodo di manipolazione micro-politica delle persone, che nella società di sfruttamento porta inevitabilmente a una falsa reciprocità. Una reciprocità di sfruttamento che rafforza il sistema che ci opprime tutti. La struttura a ruolo binario unidirezionale riproduce la stessa violenza di altre aree d'esperienza e di comportamento, ad esempio quelle tra terapeuta/terapeutizzato, analista/analizzato, torturatore/torturato, colonizzatore/colonizzato e cosi via.

Nella struttura insegnante/insegnato ad esempio, l'insegnante esteriorizza la sua capacità di apprendere negli allievi i quali, a loro volta, esteriorizzano la loro capacità d'insegnare nell'insegnante. Per cui ci si ritrova con una duplice assenza — attraverso una specie di magia nera didattica non c'è più nessuno che possa far qualcosa con un altro.

L'educazione borghese — e persino molti tra quelli che parlano di rivoluzione cadono di nuovo nel suo stile — è uno scadente numero d'illusionismo fatto in un baraccone elaboratamente inghirlandato. O forse, meglio, è un numero di non-illusionismo in cui un mago inesistente non riesce a cavare neppure un coniglio da un cappello, neppur questo esiste. In termini di algebra esistenziale, questa educazione è un infinito sommarsi di fatti il cui totale è una moltiplicazione seriale di negazioni. La minaccia fatta all'autoritarismo da chi si rivolta contro le forme imperanti dello sterile accademismo nelle "scienze umane " sta precisamente nel comprendere la nullità che caratterizza questo aspetto del sistema, una nullità che riflette la celata impotenza dell'intera struttura di stato. Una struttura che, se si estende la metafora della negazione, è basata soltanto sulla produzione alla fin fine controproducente di stomaci vuoti, di menti conformiste vuote, sullo svuotare di mitra e lo svuotare di bombe su Hanoi e cosi via. Persino parlare del potere borghese come di una tigre di carta è voler dare troppa solidità a un nulla impotente. La distruzione avviene quando si attribuisce servilmente al sistema una forza irreale. A questo punto bisogna scoprire il nostro potere che la loro educazione ci ha fatto perdere dentro di noi e fra di noi.

Proporrei dunque dei libri come dialoghi in cui quanto viene esposto nel libro divenga una creazione comune di noi tutti.
Analogamente, riguardo al rapporto insegnante/insegnato citerò me stesso nella trascrizione di un recente seminario-dialogo che tenni a Buenos Aires: "non c'è nessuna vera necessità, anche se possiamo avere una reazione condizionata dall'abitudine, a mantenere, poniamo, l'attuale disposizione dei banchi o la nostra posizione di fronte al microfono. La gamma di trasformazioni dello spazio fisico ed esistenziale può essere molto vasta. Per spazio esistenziale intendo uno spazio che non può essere misurato obiettivamente e che viene definito dalla natura della presenza di ogni persona che si trova qui fisicamente, giacché in un dato momento una persona può occupare uno spazio esistenziale zero, presentandosi come un'assenza, mentre in un altro momento può occupare quasi tutta la 'stanza,' con un'occupazione massiccia dell'interazione che opera tra noi. Inoltre alcuni fra noi possono avere gran dimestichezza con certi concetti che figurano nella nostra discussione come per esempio 'doppio legame conflittuale,' 'pseudomutualità,' mentre altri, meno adusi a questi concetti, possono esserlo invece di più ad altri; in tali casi qualcuno, non io necessariamente, beninteso, che abbia più familiarità con un certo concetto può spiegarlo a chi ne abbia meno. Naturalmente certuni qui avranno più 'esperienza' delle complessità di quel che una persona fa all'altra, esperienza che nasce non solo dagli anni trascorsi ad essere coinvolti nella comprensione di se stessi e di altri, ma anche — e questo può comportare un tempo cronologico molto più breve — tramite il rapido svilupparsi di una specie di epilessia, che nel senso etimologico originale greco significava 'impadronirsi'; un impadronirsi della semplice verità di una data complessità umana — una scelta libera, spontanea, contro ogni probabilità, di giungere a conoscere, con un unico gesto dello spirito.

Lasciamo da parte questa area che può sembrare forse un po' esoterica, c'è parecchia gente qui, ne son certo perché anch'io sono tra questi, che ha la sensazione di non sapere nulla e forse pensa anche che sapere di non sapere nulla possa essere un rifiuto [gioco di parole tra conoscenza e non-essere: knowing e no-ing] necessario (o negazione) di una certa presunzione implicita nel sapere." Noi gente ignorante e innocente siamo il ponte tra la gente che sa (sfortunatamente io sono considerato uno di questi) e gli ignoranti che esistono sparsi in tutto il mondo, la "massa della gente." Eventualmente le masse potranno scambiare parte della loro nobiltà, che è in realtà un'altra forma di Conoscenza, per parte del sapere dei conoscitori ufficiali.

Come vedo io la cosa, s'incomincia ad incontrarci qui come una certa collettività di persone, alcune che già si conoscono o che conoscono altri che si conoscono, ma fondamentalmente ognuno di noi non conosce ciascun altro. A questo punto, anche se non sono d'accordo con Jean-Paul Sartre su molte altre questioni, penso che la sua analisi dell'incontro e del non-incontro umano, nella Critica della ragione dialettica, semplifichi utilmente il corso prevedibile degli eventi tra noi. Partiamo come una collettività seriale, anonimi gli uni agli altri, come gente che fa la coda alla fermata dell'autobus. Poi, poco alla volta, ci distribuiamo, in termini di fusione o di non-fusione, in un gruppo o fuori di un gruppo. Dopo un certo numero di andirivieni, c'è da sperare che si giunga a formare un groupe sermenté come lo chiama Sartre; un gruppo in cui si faccia un giuramento, cioè una metafora concreta, che c'impegna a un certo attivismo.nel mondo, tendente a un certo obiettivo. Questo giungere è infatti l'inizio di un'attività che può e deve toccare molti altri al di là del cerchio limitato iniziale. L'illusione più grossa che dobbiamo eliminare è quella della nostra impotenza. Se ciascuno di noi parlasse con abbastanza impegno anche a una sola persona, questo impegno si ripercuoterebbe nella coscienza di dozzine, di centinaia, di migliaia d'altri, attraverso un contatto diretto e attraverso altri. Non abbiamo bisogno di esporre idee in libri, in film, alla televisione perché abbiamo qui ora un mezzo di comunicazione di massa già pronto. L'unico mezzo di comunicazione vero ed efficace non è nulla più e certamente nulla meno della massa stessa, la massa che noi siamo. Se non lo crediamo con sufficiente convinzione, cioè con coraggio pieno e incoraggiante, finiremo per sottometterci ai nostri porci padroni che mentono quando ci dicono che alla fine del viaggio, quando dovremo smontare dal carro bestiame a Campo Destinazione saremo castrati — cioè diventeremo idealmente conformisti del sistema. (Quando parlo di "sistema" non mi riferisco a un'astrazione "Il Sistema," ma piuttosto a una prassi sociale complessa in cui la gente "che ha sopportato, insieme," privata della facoltà di comprensione, sopporta ora di essere chi ha sopportato insieme e persuade altri a sopportare insieme con lei. L'epiteto "borghese" indica semplicemente il sistema autoritario di molte società post-feudali basate sulla pro­prietà privata, comprese quelle che vengono considerate come aventi fatto dei progressi verso il socialismo.)

La nostra sottomissione allora vorrà dire, come ha sempre voluto dire, che marceremo in fila ordinata verso le camere a gas che avremo noi stessi obbedientemente costruite per loro affinché vi ci asfissino i loro problemi. I loro problemi siamo noi. Certo, parlare di " loro " e di " noi " in termini semplicemente opposizionali piuttosto che dialettici — vedendo chiaramente l'interdipendenza e le collusioni di ciascuno con l'altro — può condurre a ulteriore violenza. Ma, se non riusciamo a distinguere differenze attuali, vere, di questo genere, la via verso una controviolenza rivoluzionaria diretta contro l'oppressore nazionale e di classe, contro l'ecocidio e la colonizzazione della mente, potrebbe diventare impossibile.

Consentire, in ogni momento, alle ingiunzioni a volte volgari a volte sottili del sistema borghese, con azioni specifiche e con lo stile stesso delle nostre vite è come appoggiare la mano dell'assassino armata di coltello tagliente alle nostre vene giugulari. È un modo lento di morire che minaccia di aver luogo sin troppo presto.
Sarebbe bene cercare di raggiungere ora un certo consenso su alcune questioni, come ad esempio: che cos'è filosofico? che cos'è ideologico? qual è la natura del politico? Come per la maggior parte delle definizioni intellettuali sarebbe poco serio perdere troppo tempo nel tentare di formulare definizioni a "tenuta stagna," autocapienti, a scapito di un buon esame dell'esperienza e dell'azione stesse; per il quale scopo abbiamo bisogno di una linea di condotta nel nostro modo di pensare che sia aperta non ossessiva e meno rigida.
In primo luogo, a mio parere, la filosofia, come tentativo totalistico per comprendere " tutto ciò che è " o come elaborazione sistematica di principi tendenti a tale comprensione, non è più impresa possibile o tanto meno desiderabile. Qualsiasi tentativo di filosofare in questa nostra epoca è per forza nato morto o se non lo fosse bisognerebbe farlo abortire terapeuticamente. 

D'altra parte la filosofia occidentale ha cercato a volte di abbracciare, anche se spesso unicamente per scartarlo, un campo d'esperienza chiamato mistico o spirituale (da non confondersi con la religione istituzionalizzata) che non osiamo ignorare. Lo "spirituale" denota una regione centrale d'esperienza che, a questo punto della storia, non bisogna più considerare discrepante rispetto all'impulso verso il cambiamento rivoluzionario, bensì come una componente esperienziale essenziale di quella volontà di cambiamento. Se la religione istituzionale è stata "l'oppio delle masse," lo spirituale può essere una droga che avrà un effetto del tutto opposto, piuttosto, l'autentica spiritualità sarà il cibo giusto per sostenere il giusto genere di azione rivoluzionaria. In questi ultimi dieci anni, mi pare, abbiamo avvertito sempre più chiaramente questo cambiamento. Non parlo di marxismo più marijuana o delle psichedelie socialiste ma, senza screditare questo tentativo nordamericano, parlo piuttosto degli atti ispirati del rivoluzionario appassionato e compassionevole che non possono ridursi a un condizionamento di classe o a una formazione politica teorica.

Procedendo, potremo forse metterci d'accordo sul significato de "l'ideologico" — preferisco intendere per "l'ideologico" "ciò che è ideologico" piuttosto di Ideologia (o se si vuole Politica o Filosofia) con la lettera maiuscola, dal momento che dobbiamo evitare d'imbatterci in astrazioni reificate, che sono pseudo-entità completamente irreali, meri sintomi di una specie di malattia del cervello non neurologica, da tempo endemica negli istituti accademici. "L'ideologico," dunque, come io lo vedo, si richiama a gruppi d'idee sufficientemente unificati per essere realmente efficaci nel mondo, i quali hanno come scopo di trasformare le entità sociali sia a livello microsociale (persone, gruppi di persone) sia a livello macrosociale (collettività, classi, nazioni) per il "meglio" o per il "peggio." Inoltre, questi gruppi di idee, che nascono dalla "coscienza-prassi" che si autodirige nel mondo (nel senso in cui Sartre vede coscienza e prassi come due facce della stessa medaglia), generano modi di coscienza-prassi che generano altri gruppi d'idee che generano altre coscienze-prassi e via di seguito.

Il politico, come ho detto nell'introduzione, è (o è lo studio de) l'uso del potere in un'entità sociale o tra entità sociali. Usare il potere è un'attività che coinvolge la disorganizzazione-riorganizzazione di una persona, di pezzetti di persone o di gruppi o di collettività verso una nuova meta che si è scelti. Se si inizia col micropolitico, la prima area in cui si entra è quella interpersonale, i nostri "dentro." Per quanto riguarda l'interpersonale è chiaro che dobbiamo includere il corpo che viviamo, affinché si giunga a riconoscere, anche l'ulcera gastrica per esempio, come atto politico. L'infarto del miocardio, infatti, è qualcosa che noi facciamo alla muscolatura del nostro cuore — come se "il nostro" cuore fosse proprietà che possediamo, proprietà che possiamo maneggiare, cosi come azioni negoziabili sul mercato interno dei trapianti. Cosi è pure della nostra memoria, dei nostri sogni, del nostro fantasma ("inconscio") e delle nostre fantasticherie ("conscie") o di qualsiasi cosa si voglia considerare come "vita interiore." Ritornerò sulla nozione di "dentro" e di "fuori" più avanti in questo libro quando considererò l'abolizione delle nozioni antiquate del "L'io " e la nozione di un "inconscio" libero da responsabilità.
Andando oltre il singolo, l'area successiva del micropolitico che si intreccia però con questa, è la sfera degli atti politico-familiari. La famiglia nucleare borghese (a cui, in questo contesto, mi riferirò d'ora in poi come alla "famiglia") è il dispositivo mediatizzante principale usato dalla classe dirigente capitalistica per condizionare l'individuo, attraverso una socializzazione primaria, perché si adegui a qualche complesso di ruolo adatto al sistema (cosi la famiglia genera un conflitto tra la realtà attiva di una persona e la passività condizionata del suo complesso di ruolo). 

È ovvio che questa classe dirigente è a sua volta fortemente condizionata da quella stessa istituzione — la famiglia — con la quale essa inizia la distruzione di coloro che opprime. Può accadere, s'intende, che le esperienze centrali più importanti abbiano luogo in seno alla famiglia; mi riferisco qui soltanto all'uso alienato della famiglia nella società borghese. Se siamo cosi condizionati dalla nostra formazione familiare, è fin troppo facile concludere che non siamo responsabili dei nostri atti, i quali provengono tutti da esperienze infantili represse. Nella società capitalistica la responsabilità è relegata a un'autorità sempre più remota che culmina nella follia completamente alienata e nefasta che è fascismo. Nelle versioni odierne del fascismo la follia è meno scoperta — ma solo di poco — di quel che non fosse nella Germania nazista. Qui il punto chiave è perdere il senso dell'essere agenti si che nessuno prova l'esperienza di fare qualcosa ad altri se non nei termini più assurdi e irrilevanti. È ovvio che da un ambito completamente disumanizzato non può nascere che ogni sorta d'inumanità.

Se ci si scosta dal modello di comportamento assegnato al complesso di ruolo, certe operazioni d'invalidamento vengono eseguite dagli agenti designati della società, la polizia, l'esercito, gli educatori, gli psichiatri o i semplici bravi cittadini, rispettabili, omicidi. Spesso questo avviene in stretta collusione con la propria famiglia, specie nel campo della psichiatria, dove i nostri cari scelgono di considerarci come matti e quindi come bisognosi di terapia (leggi, di più controllo), piuttosto che come empi, che è l'altra linea di condotta usuale della famiglia.

MENZOGNE.
L'area micropolitica successiva è quella del gruppo faccia-a-faccia o di confronto, che si estende oltre la famiglia sino a includere qualsiasi persona o gruppo di persone che s'incontri e si conosca direttamente o che si abbia la possibilità d'incontrare e di conoscere di persona. Questo gruppo presenta ovviamente importanti elementi ripetitivi dell'esperienza familiare di ciascuno dei suoi membri in modo che, per esempio, un membro può subire l'esperienza acquisita in precedenza da un altro membro in certi rapporti vissuti come infantili, o come materni o paterni, e cosi via. Nel gruppo psicanalitico diadico o polidiadico questo genere d'esperienza storicamente sbagliata si chiama transfert. In ogni caso il lavoro di gruppo deve implicare, almeno idealmente, l'eliminazione delle finzioni familiari illusorie, affinché le persone si confrontino come sono veramente in questo momento di realtà libera da storia. La storia personale è importante, ma importante solo in quanto il suo esistere è esistere per essere trascesa ora.

ALTRIMENTI - PIÙ' MENZOGNE ANCORA
Dopo il micropolitico, il macropolitico. È importante capire la transizione come esperienza, perché la polarizzazione delle nostre vite nel microo nel macropolitico, l'uno a spese dell'altro, è una delle tattiche principali (divide et impera) della colonizzazione della mente borghese. Ad esempio, in una università ci possono essere parecchi studenti molto attivi politicamente ma che, come accadde a Lenin nei confronti di Stalin, non vedono quel che avviene "sotto il loro naso" (alludo al fatale non riconoscimento personale di Stalin da parte di Lenin e quindi all'incipiente sviluppo della burocrazia assassina di Stalin, anche se poi Lenin fini, ma tardi, per esprimere dubbi gravissimi), mentre, d'altro canto, certi studenti possono sviluppare una percezione estremamente acuta delle complessità del loro comportamento e di quello altrui ma non riuscire a inserirsi in un attivismo di più ampio respiro. Non c'è nessuna contraddizione fondamentalmente antagonistica tra attivismo macropolitico e attivismo micropolitico, tra socialismo rivoluzionario, e liberazione mentale e sessuale. Sulla base di un riconoscimento di questa non-contraddittorietà, anzi di interdipendenza, l'unità d'azione diventa possibile.

Esaminiamo ora la fenomenologia della micromacro transizione, per brevità la mutazione ɯ. Il nocciolo dell'esperienza della micromacrotransizione è la mutazione ɯ, la mutazione che spazia dalla possibilità di lavorare direttamente un rapporto con un altro o con altri in una situazione d'incontro, a un'area di anonima organizzazione sociale dove qualcuno può anche conoscere qualche altro ma nessuno conosce tutti gli altri. Quest'ultimo stato di cose che emerge dalla mutazione è una collettività. Per parlare con più precisione si può dire che: nel microgruppo una persona A fa esperienza di un'altra persona B che fa esperienza di lui (A), e A fa esperienza di B che fa esperienza di A e ha esperienza di B che fa esperienza dell'esperienza di A che ha esperienza di B che fa esperienza di A, e cosi via. Le frecce rappresentano la direzione dell'esperienza



NICOLA GHEZZANI

Vicissitudini di R. D. Laing in Italia e altrove

Molte storie si ripetono, e in modo talvolta inquietante. Ciò dipende probabilmente dal fatto che i sistemi sociali e le ideologie che da essi derivano non accolgono mai con favore la novità, perché essa li squilibra. E così fanno ricadere il nuovo, l'innovazione, nel vecchio, creando accostamenti indebiti, allo scopo di squalificarlo. Di un bambino appena nato si dice: "Com'é carino! Somiglia tutto al nonno!" Se il bambino potesse capire, se la legherebbe al dito per tutta la vita una frase del genere: perché il nonno non é affatto carino, e lui, il piccolo, ce l'ha messa tutta per nascere più bello di lui!

Ma i sistemi sociali sono narcisisti e presuntuosi e agiscono così. Appiattiscono il nuovo sul vecchio; negano la forza vitale di ogni nuova idea e di ogni intenso e appassionato fermento creativo. Sono naturalmente conservatori.
In un’intervista a Bob Mullan dell'88, pubblicata per la prima volta nel '95 (a sei anni dalla morte), Ronald Laing dice: "...pensai che non mi avevano fatto certo un buon servizio editoriale favorendo il mio presunto collegamento con l'antipsichiatria. ...Molti giornalisti... non hanno pubblicato quello che avevo veramente detto, perché erano determinati a conservare questa storia dell'antipsichiatria e di un movimento antipsichiatrico che non é mai esistito nel senso che dicevano loro. Consideravano Cooper, oppure Cooper e Laing, i due profeti dell'antipsichiatria. Più e più volte avevo detto a Cooper: "David, é un enorme disastro mettere in giro questa espressione". Ma lui aveva un lato diabolico che lo portava a pensare che se lo meritavano... E questo a me non piaceva".
La storia - nota solo a pochi addetti ai lavori - é questa: il termine anti-psichiatria fu coniato dallo psichiatra sudafricano David Cooper, persona di un estremo radicalismo, che "politicizzò" in un senso molto duro e aggressivo la critica alla psichiatria tradizionale già presente nei testi dello psichiatra di origine scozzese Ronald Laing. In seguito i due nomi quello di Cooper e quello di Laing, vennero sempre più associati, come se le loro idee coincidessero punto per punto. In tal modo le teorie di Laing furono inglobate nella vecchia categoria del "radicalismo politico" - forse adatta al suo meno prudente collega -, e con ciò tacciate di "velleitarismo" psichiatrico e culturale.
Ciò, come é ovvio, rappresentò un notevole danno per Laing, il quale aveva formulato proposte teoriche di alta e sofisticata complessità. Queste non vennero mai realmente discusse perché collegate in modo arbitrario al nome dello scomodo collega. Sicché ancora oggi si parla di Laing come di un antipsichiatra - cosa che egli non fu mai -, non, come si dovrebbe, di uno psichiatra e ricercatore sociale che ha introdotto in psicoterapia il concetto di alienazione sociale e la necessità dello studio dei sistemi storici (non solo interpersonali) per la comprensione del funzionamento psichico e dei suoi disturbi.
Più correttamente, a proposito di Ronald Laing si dovrebbe parlare di Psichiatria Metapersonale (adoperando una locuzione anepetiana), o di Psichiatria Umanistica Esistenziale; o anche - secondo una locuzione da lui stesso coniata negli ultimi anni - di Psicoterapia Integrata.

Nonostante il grande contributo dato alla storia della psichiatria e della psicoterapia Laing non ebbe mai una cattedra universitaria.

2. Una trattazione a parte meriterebbe la vicenda delle "introduzioni" ai libri di Laing in Italia.
Spirito troppo libero per essere accettato dall'establishment psichiatrico anglosassone, dominato dal corporativismo medico e dall'imperialismo farmaceutico, Laing ha avuto la colpa, di fronte all'establishment intellettuale italiano, di non prendere una posizione politica "all'italiana", ossia nelle linee di una professione di fede partitica. Sicché, dopo aver preso botte "da destra" (dalla psichiatria "forte", quella delle università e dei centri di potere anglo-americani) ha preso poi botte anche "da sinistra" (soprattutto in Italia da parte di alcuni esponenti della "psichiatria alternativa", o "antipsichiatria"). Da questa parte egli é stato mal sopportato proprio per la sua ostinata ricerca di azione culturale prima che ideologica. Ne é prova il fatto che, mentre gli italiani non riuscivano a far emergere dalle pur ricche esperienze sociali relative alla famosa legge 180 nessun modello realmente "alternativo" di psichiatria, Laing studiava l'alienazione nei sistemi familiari, microsociali e microstorici molto prima che ciò divenisse una moda corrente anche da noi. E va detto - per inciso - che Laing compiva quest'azione praticamente da solo, non essendo né David Cooper né Aaron Esterson partners di statura intellettuale adeguata all'impresa. Gli italiani ebbero, invece, da un certo punto in poi, un governo nazionale che li sostenne con una legge.
E' Laing stesso a ricordarlo a Bob Mullan nell'intervista Mad to be Normal (in italiano Follia della normalità, RED edizioni, 1998): "Se gli italiani avessero deistituzionalizzato del tutto la cosa, credo che avrebbero fatto meglio. Kingsley Hall era una cosa che avevano messo in moto alcune persone senza nessuna disponibilità finanziaria, soltanto una casa abbandonata a nord di Londra. Basaglia aveva dietro di sé tutto il governo a sostenerlo... e invece niente. Eppure la partita non é finita" (p.202).
La differenza sostanziale fra la psichiatria alternativa italiana di quegli anni e la pratica lainghiana consistette in questo: l'interesse italiano fu, in modo preponderante, di carattere politico, strictu sensu. L'azione psichiatrica venne vissuta come una propaggine dell'ideologia comunista propria dei partiti nazionali di sinistra. Essa doveva pertanto inserirsi nel progetto politico della "lunga marcia verso le istituzioni" o - per chi non trovava il modo o il gusto di inserirsi - della contestazione radicale del "sistema". La ricchezza della vita intellettuale inerente l'analisi delle patologie della mente (ricchezza in senso lato antropologica, culturale) doveva pertanto cedere il passo al proclama politico, pena l'esser tacciata di intellettualismo borghese, cioè di "revisionismo".
Per contro, non solo Laing diede sempre maggior importanza all’elaborazione teorica e alla professione di critica intellettuale, ma la sua pozione politica fu inequivocabile proprio nello stigmatizzare il rischio della colonizzazione da parte della politica.
Dice ancora Laing:
"David Cooper era un comunista rivoluzionario ed era iscritto al South African Communist Party. Fu mandato ad addestrarsi come rivoluzionario professionista in Polonia, in Russia e in Cina. ...Al tempo di Cuba, David fu invitato ad andarvi e credo che conobbe Castro... Mi chiese se volevo andarci e io risposi 'No, grazie!'. ...Io non avevo nessun attaccamento sentimentale per nessuna delle due parti. Allora io non mi sarei sognato di accettare il suo invito, perché tutto era congegnato in modo troppo politico" (ibid. p. 216).
Al contrario, in Italia, molti degli antipsichiatri svolgevano politica attiva, occupando ruoli di rilievo nei partiti, nelle università e nelle case editrici. Tutti o quasi tutti finirono per lavorare nello stato.
Un interessante avvio di questa possibile "Storia delle introduzioni all'opera di Laing in Italia" potrebbe essere l'analisi del testo introduttivo all'edizione einaudiana di The divided Self. Scrive fra l'altro Letizia Jervis Comba (autrice del testo):
"Laing ... non ci dice ancora nulla dei rapporti di potere che sono stati esercitati attraverso i ruoli istituzionali della famiglia. ...La famiglia... non é struttura neutrale. Essa non può essere considerata malata tout court... Anche la famiglia si colloca in una struttura sociale determinata, in un contesto politico non generico...
"E ritroviamo infine, di contro alla scelta di Laing, la possibilità per lo psichiatra di riscattarsi non più (soltanto) sul terreno del rapporto personale bensì nel rapporto istituzionale e, ancor più, politico" (1969, p. 11).
Innanzi tutto, occorre premettere che era impossibile per Einaudi - la maggior casa editrice "di sinistra" dell'epoca - non pubblicare il libro di Laing The divided Self (licenziato poi col titolo, abbastanza fedele, di L'io diviso), e questo per due ragioni. Primo, perché era un testo-base della nuova psichiatria; secondo, perché nei soli paesi di lingua inglese aveva venduto — sino a quel momento, cioè nel 1969 - poco meno di mezzo milione di copie. Chi curava la collana psicologica e psichiatrica einaudiana - credo fosse Giovanni Jervis - non poteva non tenerne conto. Tuttavia, secondo una prassi poi diventata di moda, l'introduzione si trasformò in un processo.
Nel testo, Laing viene accusato di essere in sostanza un piccolo-borghese affetto dal vezzo narcisistico del '"tecnicismo": egli non si occupa di politica - dice la Jervis Comba - bensì di famiglie, e questo é detto col tono saccente di chi mostra di avere nelle mani una scienza di ordine superiore.
E' notizia comune che questa scienza superiore la psichiatria alternativa italiana - soprattutto a quell'epoca - era lontanissima dal produrla, poiché di fatto rimase confinata nell'ambito del "politico" in senso stretto, solo talvolta elevandosi al rango sociologico, senza mai tuttavia toccare in profondità lo specifico psicologico e psicoterapeutico, che avrebbe dovuto rappresentare per essa la preoccupazione principale.
Addirittura esilarante l'esito "politico" (appunto) dei "migliori": alcuni dei più severi critici di Laing non hanno dato mostra, in seguito, di provare alcun imbarazzo nel farsi cogliere mentre, con abile salto in lungo, passavano recisamente "dall'altra parte": Guattari, in Francia, nella cui clinica si autorizzava la pratica dell'elettroshock; lo stesso Giovanni Jervis in Italia che di recente ha pubblicato un libro sulla depressione in cui si dichiara che essa é malattia genetica e va curata - senza futili ubbie umanistiche o, peggio, umanitarie - con gli psicofarmaci (a quando, Professore, la legittimazione dell'ingegneria genetica?)
Alla Jervis Comba non difettò l'aperta mistificazione: non erano forse già stati pubblicati (in lingua inglese) negli stessi anni in cui redasse la sua introduzione i testi "metapsichiatrici" di Laing (Ragione e violenza, 1963, La politica dell'esperienza,1964, La politica della famiglia, 1969 ) nei quali egli rilanciava, ulteriormente arricchita, la possibilità di un'analisi dell'alienazione sociale nella mente individuale?
Cito a caso:
"La nostra é una società pluralistica in molti sensi. Ciascuno potrebbe appartenere ad un certo numero di gruppi, e questi gruppi potrebbero avere non solo tutt'altri appartenenti, ma addirittura diverse forme di unificazione.
"Ogni gruppo richiede una più o meno radicale trasformazione interiore della persona che vi entra a far parte. ...Non conosco alcuna teoria sull'individuo che riconosca pienamente ciò: vi é sempre la tentazione di partire da qualche nozione di una supposta personalità di base.... "La gente si trascina dietro da un contesto all'altro, spesso vistosamente contraddittori, non già un'unica serie di oggetti interiori, ma vari modi sociali di essere interiorizzati" (1964, p. 97-98).
"Siamo stati pure indotti a studiare quelle che si potrebbero definire modificazioni micro-storiche, che si estendono a numerose generazioni, nelle piccole reti sociali, specialmente nelle famiglie. Questo terreno é situato tra la biografia individuale e la storia su più vasta scala. E' un'area curiosamente trascurata da sociologi, antropologi e storici. "...Quanto più si studiano le famiglie nei particolari, tanto più evidente diventa il fatto che gli schemi sono disseminati attraverso le generazioni.
"...La famiglia é anche il co-dominio delle applicazioni introiettive provenienti dai domini esterni ad essa. Queste introiezioni familiari sono infine il dominio dal quale il neonato e il bambino vengono condizionati... Il bambino é il co-dominio finale comune, per così dire, in cui convergono e si trasformano tutte le introiezioni" (1969, pp. 56, 94, 128).
Difficile a quell'epoca essere più chiari e complessi di così. Nessuna ideologia della "famiglia schizofrenogena", ossia che la famiglia generi di per se stessa psicopatologia (l'attribuzione a Laing di questa ideologia é un'altra diffamazione che egli pubblicamente sconfessa proprio nel libro del 69, edizione italiana Einaudi pagina 23). Al contrario: studio dei contesti storici e sociali per campi sempre più estensivi nel tempo e nello spazio.
Non credo che la cultura psichiatrica (o antipsichiatrica) italiana dell'epoca avesse questo tipo di interessi, troppo presa com’era da una teoria del potere di stampo vetero-comunista, nella quale potenti e im-potenti, cattivi e buoni, apparivano divisi da una linea spartitoria chiara e distinta come in un fumetto di Tex Willer. Occorrerà attendere la Microfisica del potere di Michel Foucault (1971), pubblicata in Italia nel 1977 (Einaudi) per comprendere quanto Laing avesse ragione.
(Quanto all'onestà e alla complessità della teorizzazione in psichiatria e psicoterapia in Italia, altro discorso meritano gli anni recenti, che - liberati dall'incubo ideologico degli "anni di piombo" - vanno finalmente esprimendo un potenziale creativo anche nell'area tradizionalmente "alternativa".
La controprova che esistette una vera e propria diffamazione culturale a danno dello psichiatra di Glasgow é la pubblicazione, più tarda, di recensioni di elevato livello culturale e morale, che non nascondono l'apprezzamento e la lode nei confronti di Laing. Si vedano ad esempio la bella recensione di Leo Nahon a Nascita dell'esperienza, 1982, e quella ricca e direi quasi affettuosa di Stefano Mistura all'edizione Einaudi di Conversando con i miei bambini.)
Maggio 2003

Nei meandri oscuri della mente

Videogames. Esce per pc distribuito da Steam The Town of Light, dove il giocatore fa visita a un manicomio sulle tracce di una ragazza sedicente, internata nel 1938 e la segue fra ricordi e allucinazioni, abusi e violenze


Nel 1964 due psichiatri della clinica londinese Tavistock, Ronald D. Laing e Aaron Esterson danno alle stampe uno studio sulla schizofrenia femminile che sarà pubblicato in Italia nel 1970 da Einaudi col titolo Normalità e follia nella famiglia. Nel loro studio Laing ed Esterson presentano 11 casi di donne la cui condizione di disturbo psichico classificata come «schizofrenia», o – per usare un termine alternativo per questa condizione già individuato da Laing in una sua precedente opera – «io diviso», non è una patologia endogena, che scaturisce da difetti o problemi all’interno della persona colpita, ma al contrario deve essere vista come una risposta apparentemente aberrante alla condizione di stress sociale e specialmente familiare, una risposta di rottura alla contraddizione del meccanismo del «doppio legame» (formalmente ti lodo ma implicitamente ti condanno) già studiato da Gregory Bateson. In particolare la situazione di stress ed il meccanismo del doppio legame colpiscono l’elemento femminile più fragile all’interno del nucleo familiare, incrinando l’autostima e mandando in pezzi l’identità, che viene appunto vissuta come frammentata e contraddittoria. Un altro psichiatra inglese – anche se di origini sudafricane – David Cooper portò all’estrema conclusione tali premesse teorizzando la «morte della famiglia» e l’uccisione della figura interiorizzata dal padre come strumento di perpetuazione di un potere dispotico e maschile.
In questo scenario teorico è possibile collocare nientemeno che un nuovo videogioco: The Town Of Light, sviluppato dall’italiana LKA e distribuito per PC dalla piattaforma Steam e in corso di conversione per Xbox One. Per questo videogioco – che può essere considerato un «serious game» che non ha solo un valore di sperimentazione intellettuale, ma che approda anche all’esito commerciale con tanto di distribuzione internazionale – sono state condotte approfondite ricerche sia sulla struttura del vecchio manicomio dismesso ed abbandonato di Volterra, sia sulla documentazione relativa ai pazienti ed alle terapie in uso al suo interno. The Town Of Light porta il giocatore a fare una visita all’interno del manicomio sulle tracce di una ragazza sedicenne, internata nella struttura nel 1938: Renèe. Figlia di madre non sposata, Renèe inizia a dare segni di squilibrio tramite reazioni violente, linguaggio osceno ed inappropriato, denudandosi in pubblico. Una volta nel manicomio progressivamente la sua condizione degenera, anche per gli abusi sessuali a cui viene sottoposta da parte del personale, fino a sfociare in una condizione per cui le viene prescritta prima la terapia dell’elettroshock e poi quella della lobotomia. Il giocatore però sperimenta solo di riflesso le vicende di Renèe, perché il gioco gli fa invece indossare i panni di un’anonima visitatrice attuale del manicomio, che vaga tra i suoi recessi in rovina alla ricerca degli indizi della presenza della giovane del secolo precedente. Ma ben presto gli indizi si tramutano in ricordi, i ricordi in allucinazioni, il presente in passato. E il giocatore non sa più se sta guardando attraverso gli occhi dell’anonima visitatrice del 2016 o attraverso quelli della Renèe del ’38 sperimentando in questo modo una simulazione videoludica della frammentazione dell’identità che vive lo schizofrenico.
Da segnalare che l’assenza della figura paterna si trasforma nella storia nel videogioco nella creazione di un «rimosso» che ritorna in ogni figura maschile, che possiede sessualmente Renèe con la violenza o che la «punisce» per il suo essere «cattiva» con l’elettroshock prima e la lobotomia poi. L’unica figura, anche sessualmente, positiva è un’altra paziente, Amara, con cui Renèe costruisce un rapporto di amicizia e d’amore, rapporto non a caso sanzionato dal complesso psichiatrico con la violenta sottrazione dell’amica.
La realtà psichiatrica descritta nel gioco potrebbe sembrare una rappresentazione, per quanto accurata, di un passato oggi ampiamente superato. Eppure il meccanismo della famiglia come perpetuazione dei meccanismi del potere si vede in atto nelle difficoltà insuperate che ha affrontato la legge sulle unioni civili, si vede nel fenomeno della violenza sulle donne e del femminicidio in cui il maschio spodestato dalla propria centralità familiare da figure femminili sempre più consapevoli e meno fragili non trova altra via che quella della sopraffazione fisica. Eppure il meccanismo della malattia mentale non è meno rimosso per il solo fatto che ai muri dei manicomi si sono sostituite le barriere chimiche e farmacologiche.

Tutto ciò fa di The Town Of Light non solo un videogioco – per quanto sia un bel videogioco, angosciante e graficamente curato – ma anche un’occasione per discutere e riflettere, oggi, sulla malattia e sul disagio mentale.

Freud, Sigmund - Al di là del principio di piacere


Appunto di psicologia sull'idea centrale dell’opera: esiste nell'essere umano, e forse in ogni essere vivente, una spinta pulsionale verso la morte, o per meglio dire verso la non vita, la vita inorganica


Tra gli psicoanalisti che l’accolsero con entusiasmo vi fu probabilmente soltanto Melanie Klein, alla quale dobbiamo riconoscere il merito di aver dato vita, insieme ad Anna Freud, alla psicoanalisi infantile, che oggi può apparirci come una pratica consueta e consolidata, ma che negli anni Venti e Trenta del secolo scorso era da creare ex novo. L’idea centrale dell’opera è che esista nell'essere umano, e forse in ogni essere vivente, una spinta pulsionale verso la morte, o per meglio dire verso la non vita, la vita inorganica. Per difendersi da questa spinta autodistruttiva, il neonato deflette verso l’esterno la pulsione di morte, convertendo l'autodistruttività in distruttività; in breve trasforma il desiderio di morire in aggressività, nel desiderio di essere lui a distruggere. Al di là del principio di piacere è composto di sette brevi quanto ardui capitoli; i primi tre sono di natura empirica: in essi Freud raccoglie prove a favore della tesi che ha in animo di formulare; gli ultimi quattro sono, per una sua esplicita ammissione, di pura speculazione, e in essi viene delineato il tragico dualismo tra pulsione di vita e pulsione di morte. Esse vengono talora rappresentate come due potenti armate che si fronteggiano in attesa dello scontro finale; altre volte figurano, in brani davvero oscuri, come due pulsioni che in apparenza sono in conflitto ma che nella realtà perseguono la stessa meta tenebrosa.

Seconda teoria pulsionale



Dualismo tra pulsione di vita (Eros), che mira ad aumentare in senso individuale e in senso sociale la vita, e pulsione di morte (Thanatos) che punta viceversa alla distruzione e alla morte. Laddove la pulsione di vita non è limitata solo alla sessualità, ma a tutte le forme di piacere che possono derivare dal corpo.

Principio di piacere



Compare nel titolo dell’opera ed esprime la legge che organizza la vita dell’individuo quando, da neonato, fa il suo ingresso nel mondo. All'inizio, la vita del neonato è interamente dominata dal principio del piacere: a dominare è unicamente il bisogno irrevocabile di veder soddisfatto immediatamente, senza nessuna valutazione realistica, ogni desiderio. Col passare del tempo al principio del piacere, che peraltro non verrà mai meno, si affiancherà divenendo prevalente il principio di realtà, il cui funzionamento si può riassumere così: prima di agire in cerca della gratificazione del tuo desiderio, devi pensare, compiere un esame della realtà. Nell'opera in questione la domanda che si pone Freud è la seguente: non esiste per caso nell'essere vivente un principio ancora più originario del principio di piacere?

Pulsione di morte (Thanatos)



Il risultato a cui Freud arrivò è che questo principio esiste ed è la tendenza, insita in ogni pulsione, a evitare ogni stimolo, vale a dire, giacché proprio di questo si tratta, di regredire dallo stato di vita, nel quale l’individuo è costantemente alle prese con stimoli esterni e interni, a uno stato di non vita, a una condizione inorganica, come una pietra o un granello di sabbia, i quali non devono certo cimentarsi nella lotta per la sopravvivenza. In rapporto alla caratterizzazione freudiana del concetto di pulsione, la pulsione di morte appare decisamente incoerente, per due ragioni significative.

    Quale organo del nostro corpo, o di qualsiasi essere vivente, potrebbe costituire la sede, ossia la fonte della pulsione di morte? La risposta s’impone da sé: nessuno, assolutamente. Nei capitoli metafisici del suo lavoro, Freud ha interrogato in maniera anche assai approfondita la biologia dei suoi tempi in cerca di una risposta. Ma non ha trovato nessuna ancora di salvezza, se non nell'affermazione schopenhaueriana “la meta di ogni vita è la morte”.

Psicopatologia della vita quotidiana

Nel 1901 Freud scrive la "Psicopatologia della vita quotidiana", in cui parla per la prima volta degli errori non voluti, una sorta di manipolazione operata dalla coscienza, dimostrazione della plasticità della coscienza dell’io, indicata come punto centrale della propria teoria psicologica. Tale teoria comporta una serie di considerazioni di tipo etico, morale e metafisico (basti pensare al concetto di libero arbitrio e alle conseguenze che questo comporta a livello giuridico). Fino ad allora non era mai stato fatto alcun collegamento tra la psichiatria e la giustizia, ma, in questo periodo di grande sviluppo sociale, accadde che il segretario di mr. Pitt, primo ministro alla fine dell’800, venne ucciso a colpi di rivoltella da un tale che secondo i criteri di allora sarebbe stato condannato a morte; tuttavia, trattandosi di una persona delirante e allucinata, la Camera dei Pari emanò la "legge dei lunatici", in base alla quale quella persona non poteva essere considerata responsabile dell’omicidio.
Ma, in questo modo, affermando che l’Io "non è padrone in casa propria", ne deriva che noi non sempre siamo responsabili delle nostre azioni, condizione che sul piano etico comporta uno stato di ingovernabilità.
Oggi i teologi affermano che "l’Inferno è vuoto". Io, da psicoanalista, mi rendo conto che una persona fa certe cose perché non può farne a meno. E certamente anche il Padre Eterno, lo "psicoanalista degli psicoanalisti", si accorgerà che tutti quelli che fanno determinate cose le fanno perchè non possono farne a meno.
In questa bellissima citazione di Faust,
"ora l’aria è piena di fantasmi che nessuno sa più come evitarli."
questi versi cupi, oscuri, esprimono la sensazione di un’aria piena di fantasmi. Il sole è il sapere, il riferimento alla luna esprime al meglio il vissuto del Faust di Goethe, l’atmosfera è pervasa da questi fantasmi che sembrano alterare le cose. Faust si innamora perdutamente di Margherita, datagli dal demonio, e proprio per questo la sua storia non può che finire male, con il suicidio di Margherita nonostante il suo amore, poiché dietro c’è la presenza del demonio.
Nel primo capitolo della sua opera Freud tratta della dimenticanza dei nomi.
Nell’esempio da me scelto per l’analisi nel 1898 invano io mi ero sforzato di ricordare il nome di quel pittore che nel Duomo di Orvieto aveva creato i grandiosi affreschi del ciclo della fine del mondo. In luogo del nome cercato, Signorelli, mi venivano alla mente con insistenza due altri nomi di pittori, Botticelli e Boltraffio, che il mio giudizio, subito e decisamente, rifiutò come sbagliati.
Quando il nome esatto mi fu comunicato da altri, lo riconobbi immediatamente e senza esitazione. La ricerca degli influssi e delle vie associative per cui la riproduzione mnestica si fosse in tal modo spostata da Signorelli a Botticelli e Boltraffio, portò ai seguenti i risultati:
a) il motivo per la dimenticanza del nome Signorelli non va ricercato né in una particolarità di questo nome né in un carattere psicologico del contesto in cui figurava. Il nome dimenticato mi era altrettanto familiare quanto uno dei due nomi sostitutivi, Botticelli, e di gran lunga più familiare dell’altro, Boltraffio;
Boltraffio è un pittore del ‘500
Quasi tutto quello che sapevo di Boltraffio è che egli apparteneva alla scuola milanese. Il contesto poi in cui la dimenticanza del nome si era verificata, mi appare innocuo e non serve a illuminarmi: stavo facendo un viaggio in carrozza in compagnia di un estraneo, da Ragusa, in Dalmazia, a una località dell’Herzegovina; si era venuti a parlare di viaggi in Italia e domandai al mio compagno di viaggio se fosse mai stato a Orvieto a vedere i celebri affreschi di…
Nel dipinto in questione, Signorelli ha ritratto tutti i frati con la mano destra dentro il saio: Freud è stato per tale motivo bersaglio dell’ironia di molti.
La dimenticanza del nome si spiega soltanto ricordando l’argomento immediatamente precedente di quella conversazione e si manifesta come perturbazione del nuovo argomento ad opera del precedente. Poco prima di domandare al mio compagno di viaggio se fosse già stato ad Orvieto, avevo conversato con lui delle usanze dei Turchi che vivevano in Bosnia e Herzegovina. Avevo narrato quanto udito da un collega che faceva il medico tra quella gente, cioè che essa soleva mostrarsi fiduciosa del medico e rassegnata al proprio destino. Quando si deve loro annunciare che non vi è rimedio per il malato, ci si sente rispondere: "Herr [Signore], che ho da dire? Io so che se ci fosse salvezza tu la daresti!" in queste frasi cominciamo a trovare le parole e nomi Bosnia, Herzegovina, Herr, che è possibile inserire in una serie di associazioni fra Signorelli e Botticelli-Boltraffio.
Siamo nell’epoca dell’Impero austro-ungarico. Allora in Bosnia si parlava il serbo-bosniaco, mentre i medici studiavano tutti a Vienna, parlavano perciò in lingua tedesca. I bosniaci chiamavano comunque il medico "Herr", che in tedesco vuol dire "signore". Per un poliglotta come Freud si capisce come si sia verificato il collegamento "herr"-signore- Signorelli, e quello Herzegovina-Bosnia Herzegovina- Botticelli e Boltraffio. Si vede come l’inconscio operi pressoché costantemente, spesso con modalità difficili da intuire.
c) Presumo che la serie di idee sulle usanze dei Turchi della Bosnia ecc. abbia avuto la capacità di disturbare un pensiero successivo per il fatto ch’io le avevo sottratto la mia attenzione prima ancora di averla portata a termine. Mi ricordo infatti che volevo narrare un secondo aneddoto, che nella mia memoria si collegava strettamente al primo. Questi Turchi pongono il godimento erotico al di sopra di tutto, e in caso di disturbi sessuali si lasciano prendere da una disperazione che stranamente contrasta con la loro rassegnazione di fronte al pericolo della morte (pag.59).
Per un viennese di quell’epoca il sesso era bandito dalle conversazioni, mentre per i turchi la sessualità non era considerata tabù. Potevano rassegnarsi per qualsiasi cosa, ma non per il sesso.
Un paziente di quel mio collega gli aveva detto una volta: "Tu lo sai, Herr, quando non si può più far quello la vita non ha più valore." Rinunciai a menzionare questo tratto caratteristico perché non volevo toccare tale argomento nella conversazione con un estraneo. Ma fece di più:
Di sesso non si parla, e i desideri sono addirittura rimossi. La melanconia, la disperazione del turco di fronte ad un insuccesso sessuale, può essere considerata corrispondente all’abolizione del problema in un uomo occidentale colto: entrambi reagiscono in un modo anomalo.
Distrassi la mia attenzione anche dalla continuazione delle idee che si potevano connettere nella mia mente al tema "morte e sessualità". Io mi trovavo allora sotto l’impressione di una notizia ricevuta poche settimane prima durante un breve soggiorno a Trafoi
Trafoi, in Alto Adige- Boltraffio.
Un paziente, per il quale mi ero prodigato, si era tolto la vita a causa di un inguaribile disturbo sessuale. Io so con certezza che durante quel viaggio in Herzegovina questo triste evento e tutto quanto vi si connetteva non si era presentato alla mia memoria cosciente. Ma la concordanza fra Trafoi e Boltraffio mi costringe a supporre che questa reminiscenza sia diventata operante in me nonostante ne avessi di proposito distolta la mia attenzione.
d) Non posso più considerare la dimenticanza del nome Signorelli come fatto casuale. Devo riconoscere l’influenza di un motivo in tale processo. Erano motivi che mi spingevano a interrompermi nella comunicazione dei miei pensieri (sulle usanze dei Turchi ecc.) e che inoltre influivano su di me perché escludessi dalla mia coscienza i pensieri che vi si ricollegavano e che mi avrebbero condotto fino alla notizia ricevuta a Trafoi. Io dunque volevo dimenticare qualcosa, avevo rimosso qualcosa. Volevo invero dimenticare qualcosa che non era il nome del pittore di Orvieto; ma quell’altra cosa era riuscita a mettersi in collegamento associativo con questo nome, cosicché il mio atto di volontà fallì e io dimenticai una cosa contro volontà, mentre volevo dimenticare un’altra intenzionalmente.
Vedete la sostituzione: l’operazione arriva alla coscienza come dimenticanza di un trauma. Questo lavoro attuato da Freud è stato un lavoro di sostituzione per non ricordare il suo problema sessuale, che evidentemente cercava in qualche modo di nascondere ma senza riuscirvi appieno. Qui Freud procede in modo cauto, attento a non fare riferimenti alle defallances sessuali, all’impotenza, al suicidio…questioni che allora non erano ritenute tollerabili. In questo complesso ragionamento Freud dimostra come, con una serie di abolizioni e richiami dell’inconscio rispetto alla coscienza, si verifichi il ritorno del rimosso, la sessualità, che viene rimossa con Signorelli, ma ritorna con Boltraffio e Trafoi.
La riluttanza a ricordare mirava a un dato contenuto diverso. Il caso evidentemente sarebbe più semplice se la riluttanza e l’incapacità di ricordare si riferissero allo stesso contenuto. I nomi sostitutivi, inoltre, non mi appaiono più così pienamente ingiustificati come prima del chiarimento, richiamando, essi alla pia mente (a mo’ di compromesso) tanto ciò che io volevo dimenticare quanto ciò che volevo ricordare, e mi mostrano che la mia intenzione di dimenticare una data cosa né è interamente riuscita , né è interamente fallita. (pag.60)
Se la dimenticanza fosse stata totale avremmo avuto anedonia completa; se la dimenticanza non vi fosse stata avremmo invece avuto disperazione; qui c’è una via di mezzo, per cui la psiche agisce in modo creativo sostituendo Signorelli con Botticelli e con Boltraffio, un pittore che lui stesso conosceva poco. Ed il risultato di tale lavoro è questo stato intermedio di non completa abolizione né completa affermazione.
e) Colpisce molto il tipo di nesso che si è stabilito fra il nome cercato e l’argomento rimosso (morte e sessualità ecc., nel quale compaiono i nomi di Bosnia, Herzegovina, Trafoi). Lo schema qui riprodotto dal mio articolo del 1898 cerca di rappresentare questo nesso in modo evidente.
Il nome Signorelli vi appare scomposto in due parti. Le due ultime sillabe (-elli) ricorrono inalterate in uno dei due nomi sostitutivi, le prime due sillaberanno acquistato, mediante la traduzione di Signor in Herr, molteplici e svariate relazioni coi nomi contenuti nell’argomento rimosso, ma sono così andate perdute per la riproduzione [cosciente]. La sostituzione è avvenuta come se vi fosse operato uno spostamento entro i nomi collegati di "Herzegovina e Bosnia", senza riguardo al senso né alla delimitazione acustica delle sillabe. I nomi insomma sono stati trattati in questo processo in maniera analoga agli ideogrammi di una frase da trasformarsi in rebus.
L’inconscio ci riporta alla modalità di procedere tipica dei rebus.
Per esempio: "risotto al sugo", ri-sotto al su-go, ri sta sotto mentre al sta su.
Di tutto questo processo, che in luogo del nome Signorelli ha creato per tali vie i nomi sostitutivi, nulla è penetrato nella coscienza. A prima vista, tra l’argomento contenente il nome di Signorelli e l’argomento rimosso che lo precedeva nel tempo, pare non si possa scoprire una relazione che vada al di là del ripetersi di sillabe (o meglio, di successioni di lettere uguali). (pag.61)
A questo punto Freud parla della dimenticanza dei nomi, procedendo per spostamento, della dimenticanza di parole straniere, lapsus ad uso di persone mitteleuropee, colte (che oggi non esistono più!!).
Oggi sarebbe come dimenticare il nome del centrocampista della Nazionale…
L’estate scorsa rinnovai -anche stavolta in viaggio di vacanza- la conoscenza di un giovane di formazione accademica, il quale, come presto mi accorsi, conosceva alcune mie pubblicazioni di psicologia. Eravamo venuti a discorrere, non ricordo più come, della posizione sociale (pag.63)
Non si sa chi sia, ma certamente si trattava di uno studente universitario.
della razza alla quale noi due apparteniamo.
Erano entrambi ebrei.
Ed egli ambizioso, si diffondeva in espressioni di rammarico per il fatto che la sua generazione era destinata ad atrofizzarsi, così si era espresso, non potendo sviluppare i suoi talenti né soddisfare i suoi bisogni.
Andrà a finire a Dachau, ma non lo sapeva ancora...
Egli chiuse la sua perorazione calda e appassionata col noto verso di Virgilio in cui l’infelice Didone affida ai posteri la sua vendetta contro Enea: "Exoriare…", o meglio dire voleva chiudere così, poiché non riuscì a ricostruire la citazione e cercò di coprire mediante trasposizione di parole una evidente lacuna della sua memoria: "Exoriar(e) ex nostris ossibus ultor".
Adirata con l’amato Enea, in procinto di partire per fondare Roma, Didone dice: "Maledetto te ne vai, verrà un giorno uno che te la fa pagare". Si riferisce alla profezia riguardante le guerre puniche. "Exoriare ex nostris ossibus ultor", uscirò fuori.
Infine disse seccato: "La prego, non mi guardi con quella espressione ironica, come se il mio imbarazzo la divertisse, e mi aiuti piuttosto. In quel verso manca qualcosa. (pag.63)
Manca qualcosa , è un esametro che non funziona.
Come è dunque il verso completo? "Volentieri", risposi,
Freud sicuramente conosce a memoria tutto Virgilio…
E citai correttemente "Exoriar(e) aliquis nostris ex ossibus ultor"
E’ un bellissimo esametro...
"Ma che stupidaggine, dimenticare una parola così. Del resto pare che secondo Lei non si dimentichi nulla senza motivo. Sarei proprio curioso di sapere come mai io abbia potuto dimenticare questo pronome indefinito aliquis." Accettai prontamente la sfida, sperando in un contributo alla mia collezione. Dissi dunque:
Tutti possiedono l’inconscio che rimuove, sia le persone normale che quelle "patologiche". La psicoanalisi compie il tentativo di collegare il normale al patologico, sostenendo che "la patologia dei matti c’è dentro in tutti noi".
- Lo potremo sapere senz’altro. La devo soltanto pregare di comunicarmi sinceramente e non criticamente tutto quanto le viene in mente fissando la Sua attenzione sulla parola dimenticata, ma senza una determinata intenzione.
- Va bene, ecco che mi viene in mente una cosa ridicola, dividere la parola in due pezzi, così: "a" e "liquis".
- Che intende dire con questo?
- Saprei.
- Che altro le viene in mente?
- Ecco, la continuazione è questa: reliquie, liquidazione, fluidità, fluido. Lei forse ha già capito?
- No, tutt’altro. Ma continui.
- Io penso — proseguì ridendo sarcasticamente- a Sinonimo da Trento, del quale ho visto le reliquie in una chiesa di Trento circa due anni fa. Penso all’accusa sanguinosa che proprio adesso di nuovo si sta elevando contro gli Ebrei, e allo scritto di Kleinpani che in tutte quelle presunte vittime ravvisa incarnazioni o nuove edizioni, per così dire, del Redentore.
- Questo che le viene in mente non è del tutto senza connessione con l’argomento sul quale c’intrattenevamo prima che Lei dimenticasse la parola latina. (pag.65)
- Esatto. Penso inoltre a un articolo di un giornale italiano che ho letto recentemente. Mi pare che il titolo fosse:"Quale sant’ Agostino dice alle donne". E di questo cosa se ne fa?
- Aspetto.
- E adesso viene qualcosa che certamente non ha connessione alcuna col nostro argomento. Favorisca astenersi da qualsiasi critica e …
- Lo so ; lo so. Mi ricordo di un magnifico vecchio signore che ho incontrato in viaggio la settimana scorsa. Un vero originale. Aveva l’aspetto di un grande uccello rapace. Il suo nome, se le interessa, è Benedetto.
- Perlomeno abbiamo una serie di Santi e Padri della Chiesa: san Sinonimo, sant’ Agostino, san Benedetto. Un padre della chiesa si chiamava, credo, Origine. Tre di questi nomi del resto anche nomi di persona , come Paolo nel cognome Kleipaul.
- Adesso mi viene in mente san Gennaro e il miracolo del suo sangue; mi pare che così si continui meccanicamente.
- Lasci stare; san Gennaro e sant’Agostino hanno entrambi a che fare col calendario [gennaio e agosto].
Freud comincia a suggerire la storia del calendario, gennaio, "associare il sangue al vin son dolori".
Non vuole ricordarmi il miracolo del sangue?
- Ma Lei lo conoscerà certamente! In una chiesa di Napoli si conserva in una fiala il sangue di san Gennaro, che in una determinata festività per miracolo ridiventa liquido. Il popolo attribuisce valore enorme a questo miracolo e si eccita molto se tarda a verificarsi, come accadde una volta durante un’occupazione francese. Il generale occupante (o mi sbaglio? Che fosse Garibaldi?) prese da parte il reverendo, e mostrandogli con gesto molto significativo i soldati allineati sulla piazza, gli fece intendere che sperava che il miracolo si sarebbe compiuto molto presto. E infatti si compì.
Il reverendo aveva paura, il generale occupante gli aveva fatto capire "o fa il miracolo del sangue o sparo…". Questa era la mentalità dell’800…
- Ebbene? Avanti, perché si ferma?
- Adesso per la verità mi è venuta in mente una cosa… troppo intima, però, per essere comunicata… del resto non vedo alcuna connessione e alcuna necessità di raccontarla.
- Alla connessione ci penso io. Non posso costringerla a raccontare cose che le sono sgradevoli; ma allora non mi chieda di spiegarle come sia giunto a dimenticare la parola aliquis.
- Davvero? Crede? Dunque, ho improvvisamente pensato a una signora dalla quale facilmente potrei ricevere una notizia che sarebbe assai sgradevole per entrambi. (pag.66)
Aveva tutto l’interesse per capire questa "liquificazione", il sangue fluido che diventa mestruazioni, Simonino da Trento, il bambino ucciso, la forzatura con i fucili per farlo liquefare, l’idea dell’aborto… Aspetta questa notizia, la liquefazione del sangue.
- Che non ha avuto le mestruazioni?
- Come ha potuto indovinarlo?
- Non è difficile, ormai. Lei stesso mi ha preparato abbastanza. Pensi un po’ ai santi del calendario, alla liquefazione del sangue in un giorno determinato, al tumulto quando il fatto non si verifica, alla chiara minaccia che il miracolo deve avvenire, altrimenti… Lei si è servito magnificamente del miracolo di san Gennaro per alludere ai periodi della donna.
- Senza essere consapevole. E lei crede davvero che per questa ansiosa attesa io non abbia saputo riprodurre la paroletta aliquis?
- A me sembra fuori dubbio. Si ricordi dunque della Sua scomposizione i a-liquis e delle associazioni: reliquie, liquidazione, fluidità. E’ proprio necessario che io introduca nella connessione anche san Sinonimo, che le venne in mente dopo le reliquie e che fu sacrificato bambino?
- E’ meglio che non lo faccia. Spero che Lei non prenda sul serio questi pensieri, posto che io li abbia veramente avuti. In compenso le confesserò che la signora è italiana, in compagnia della quale ho visitato anche Napoli. Ma tutto questo non può esser un puro caso?
- Lascio giudicare a Lei se può spiegare tutte queste connessioni ricorrendo al caso. Io le posso dire, comunque, che tutti i fatti analoghi, se vorrai analizzarli, la porteranno a "casi fortuiti" altrettanto strani.
A questo punto abbiamo il discorso della dimenticanza di frasi di brani poetici famosissimi.
Un giovane collega che conversando con me espresse l’ipotesi che la dimenticanza di poesie nella madrelingua potesse essere motivata in modo simile alla dimenticanza di singoli elementi di una successione di parole straniere, si offerse anche come soggetto di esperimento. Gli chiesi con quale poesia volesse fare la prova ed egli scelse "Die Braut von Korinth [La sposa di Corinto], poesia [di Goethe] che prediligeva e di cui gli pareva di sapere a memoria almeno qualche strofa. All’inizio della riproduzione si imbatté in una incertezza abbastanza curiosa: "Dev’essere: ‘Da Corinto recandosi ad Atene’, - mi domandò, - oppure ‘A Corinto recandosi ad Atene’ ?" Anch’io esitai per un momento, finché ridendo osservai che il titolo della poesia, La sposa di Corinto, non poteva lasciare adito a dubbi sulla strada presa dal giovane protagonista. La riproduzione della prima strofa poi andò liscia o perlomeno senza sbagli notevoli. Detta la prima riga della seconda strofa, il mio collega parve cercare le parole e dopo breve indugio proseguì a recitare:
Aber wird er auch willkommen scheinen,
Jetzt, wo jeder Tag was Neues bringt?
Denn er ist noch heide mit den Seinen
Und sie sind Christen und — getauft.
[Ma sarà davvero il benvenuto
Adesso che ogni giorno c’è qualcosa di nuovo?
Infatti egli è ancora pagano, come i suoi,
E quelli sono cristiani e battezzati.]
Gia al principio della strofa la mia attenzione era stata attratta da qualcosa di non familiare; dopo l’ultimo verso ci trovammo d’accordo nel giudicare che doveva esserci stata una qualche deformazione. Ma siccome non riuscimmo a correggerla, andammo di premura allo scaffale a consultare il volume delle poesie di Goethe, e trovammo con nostra sorpresa che il secondo verso della strofa aveva una dizione completamente diversa ed era stato per così dire estirpato dalla memoria del mio collega, e sostituito da qualcosa di apparentemente estraneo. Il testo corretto suona come segue:
Aber wird er auch willkommen scheinen,
Wenn er teuer nicht die Gunst erkauft?
[Ma sarà davvero il benvenuto,
Senza pagar caro per tale favore?]
Erkauft fa rima fa rima con getauft (battezzati), (pag.69)
Erkauft fa rima con getauft. Erkauft significa pagare, "pagare per tale favore", "gatauft" significa battezzare.
E mi stupì che la costellazione: pagani cristiani e battezzati, lo avesse così poco aiutato nella ricostruzione del testo.
"Sa spiegarsi — chiesi al mio collega — perché nella poesia che credeva di conoscere tanto bene, Lei abbia decisamente eliminato quel verso, e ha un’idea da quale contesto ha potuto trarre il sostituto?" Era in grado di dare una spiegazione, benché evidentemente non lo facesse volentieri. "la frase ‘Adesso che ogni giorno c’è qualcosa di nuovo’ mi sembra conosciuta; devo avere adoperato poco fa queste parole parlando della mia pratica professionale che, come Lei sa, attualmente segna un progresso che mi soddisfa molto. Ma come si inserisce questa frase in quel punto? Io saprei un nesso. La riga ‘Senza pagar caro per tale favore’ evidentemente non mi è gradita, e ciò si ricollega a una richiesta di matrimonio che fu respinta una prima volta e che ora penso di ripetere in considerazione della mia situazione materiale molto migliorata. Non posso dirle di più, ma certamente non può essermi gradito, nel caso che adesso fossi accettato, pensare che tanto la prima quanto la seconda volta l’esito si dipeso da una sorta di calcolo."
Mi sembrò convincente anche senza bisogno di conoscere i particolari. Ma domandai ancor: "Come è giunto a mescolare sé stesso e i suoi affari privati col testo della Sposa di Corinto? Ci sono forse nel suo caso differenze confessionali come quelle che hanno importanza nella poesia?"
(Keint ein Glaube neu
Wird oftLieb’ und Treu
Wie ein boses Unkraut ausgerauft)
[Quando l’amore germoglia una fede nuova,
Spesso l’amore e la fedeltà
Si strappano dal cuore come erbacce]
Non avendo indovinato, ma curiosamente questa domanda esplicita bastò a rendere tutt’a un tratto chiaroveggente il mio interlocutore, che poté così fornirmi come risposta un elemento rimasto fin qui certamente nascosto anche a lui stesso. Dandomi un’occhiata che esprimeva tormento e dispetto, borbottò fra sé un brano successivo della stessa poesia:
Siech sie genau
Morgen ist sie grau
[Guardala bene!
Domani sarà grigia.]
(pag.70)
Guarda la fidanzata e pensa, l’inconscio ha paura perché la connessione di è certo con la madre. Dicono tutti: "prima di sposare una donna, guarda bene la suocera, perché poi tua moglie diventerà uguale a lei!".
E aggiunse brevemente: " E’ un po’ più anziana di me." Per non aumentare la sua pena, troncai la mia inchiesta. Il chiarimento ottenuto mi parve sufficiente. Ma era ben sorprendente che il tentativo di appurare la ragione di un innocuo mancamento di memoria dovesse toccare faccende private così lontane, intime e investite d’affetto penoso. (pag.71)
Qui il problema era: "guardala bene, domani sarà grigia…".
Voglio qui citare con le parole dell’autore un altro esempio di dimenticanza di un gruppo di parole di una nota poesia, riferito da C. G. Jung.
"Un signore vuole recitare la nota poesia che inizia: ‘ Un pino sta solitario…’. Nel verso ‘ Ha sonno…’ s’incaglia, avendo dimenticato completamente le parole con ‘ bianca coltre’. (pag.72)
Questo è Jung. Quando Jung si accorgeva che a Freud piaceva una determinata cosa, aveva spesso da ridire, ed in tutta la sua analisi lui stesso lo conferma: "Ma a quell’uomo piaceva che gli dicessi certe cose e io gliele dicevo, contento lui contenti tutti!!".
Concludiamo qui il discorso sulla dimenticanza.
8. Per via un po’ diversa l’autoriferimento produce dimenticanza di un nome nel seguente caso comunicato da Ferenczi, e la cui analisi appare istruttiva soprattutto per il chiarimento dei ricordi sostitutivi (come Botticelli-Boltraffio rispetto a Signorelli).
Una signora, che ha orecchiato qualcosa di psicoanalisi, non riesce a rammentare il nome dello psichiatra Jung.
Al riguardo, le vengono in mente: Kl. (nome di una persona), Wilde, Nietzsche, Hauptmann.
Io non le dico il nome e la invito ad associare liberamente con ciascuno di questi nomi.
Kl. La fa pensare subito alla signora Kl., che è una persona affettata e manierosa, ma che porta molto bene la sua età. ‘Essa non invecchia.’ A proposito di Wilde e Nietzsche le viene in mente il concetto sommario di ‘malattia mentale’. Poi dice in tono ironico: ‘Voi freudiani tanto farete per trovare le cause delle malattie mentali che diventerete malati voi stessi’. Poi ‘Non posso soffrire Wilde e Nietzsche. Non li capisco. Mi dicono che erano ambedue omosessuali; Wilde ha avuto rapporti con giovani.’ (Pur avendo in questa frase già pronunciato, benché in ungherese, il nome cercato, non se ne accorge.)
A proposito di Hauptmann, le viene in mente Halbe, poi Jugend, e soltanto ora, dopo che ho attirato la sua attenzione sulla parola Jugend, ella sa di avere cercato il nome Jung.
A dire il vero questa signora, che ha perduto il marito all’età di 39 anni e non ha prospettive di rimaritarsi, ha sufficienti motivi per evitare qualunque cosa che le ricordi la giovinezza o l’età. Colpiscono l’associazione puramente contenutistica delle idee di copertura con il nome cercato, e l’assenza di associazioni foniche.
Dimenticanza dei nomi, delle poesie, delle parole straniere… Freud giunge alla conclusione che in tutti esiste un substrato che altera le cose, che ci cambia la realtà , la modifica. Noi crediamo che una cosa accada in un certo modo per un determinato motivo, ma in realtà avviene per un altro. Noi abbiamo tutta una serie di validi motivi per dimenticare, aggiungere, sostituire.
Successivamente a questo lavoro preliminare, Freud arriverà al caso Dora, e poi alla teoria sessuale. Adesso tenta di spiegare che in ciascuno vi è una istanza profonda, che ‘cambia le carte in tavola’.
Il caso Dora è una narrazione simile alle novelle di Checov, l’autore al cui stile Freud si avvicina di più, molto differente da quello di T. Mann, le cui frasi sono brevi e veloci.
Si vede la fatica e nello stesso tempo la leggerezza con cui Freud tratta questo argomento, assai difficile per le conoscenze di allora, ma anche per quelle di adesso. La teoria sessuale è un punto fondamentale perché porta la sessualità al centro dell’ attività psichica umana. Questo coglieva la gente di allora culturalmente impreparata, si imponeva in maniera rivoluzionaria.
Nella prima parte del quarto volume Freud avverte il bisogno di fare una aggiunta alla sua interpretazione dei sogni (uscita nel 1899, datato 1900!), rendendosi conto della rivoluzione psichica e culturale che la sua teoria avrebbe comportato. Egli aveva colto il punto centrale, che la via dei sogni è fondamentale, ma aveva colto anche il pericolo cui si rischiava di andare incontro nel trattare dei sogni, rischioso perché sfuggenti, potendo scivolare facilmente nel generico e sconfinare nella religione. Ma Freud riuscì a non fare questo. Nell’interpretazione dei sogni egli sentiva la necessità di confermare questa dinamica tra elementi inconsci ed elementi consci che si verifica di continuo nella vita quotidiana, e di confermarla al di là della patologia. Questo libro va al di là della sua espressione immediata, esprime il bisogno di Freud di confermare questo gioco dinamico tra inconscio e conscio.
A questo proposito faccio una premessa fondamentale, che è l’uso del termine ‘psicodinamico’.
Il termine psicodinamico nel linguaggio comune della psichiatria è utilizzato come alternativa al termine psicoanalitico. Non è corretto.
La psicoanalisi ha almeno tre momenti, che si definiscono strutturale, topico e dinamico.
Il momento strutturale è quello in cui si parla di conscio e inconscio, queste sono le uniche realtà psicologiche della psicoanalisi; il fatto che esistano conscio ed inconscio non è una teoria, ma un dato di fatto. Il resto è metapsicologia, è teoria. Quando parliamo di Io, Es, SuperIo, non è corretto dire che in un uomo ci sono tre elementi, l’Io, l’Es ed il SuperIo, questa è piuttosto una metafora scientifica che applichiamo a questa realtà. Quando parliamo di conscio e inconscio, non facciamo riferimento ad una struttura topica né ad un luogo, ma viene espresso semplicemente il concetto di conscio e inconscio, un attributo quindi e non un sostantivo. Un contenuto può essere conscio e inconscio. Non esiste invece un’ area del conscio e dell’inconscio. Esiste un’ attribuzione che si fa ad un contenuto, e questo è l’elemento strutturale.
L’ aspetto topico è quello che divide la psiche in Io, Es e SuperIo, è una sovrapposizione metaforica per dire che nella psiche esistono certe istanze, certi movimenti, ecc.
L’aspetto dinamico riguarda il gioco delle forze e delle controforze.
La psicoanalisi in origine era un’ analisi positiva ed economica, secondo la concezione della scienza di allora, secondo la quale esistevano forze che tendevano verso qualcosa e controforze che per qualche altro motivo impedivano questo movimento. Ne derivava una risultante di forze, ed in base a questo processo Freud parla di ‘lavoro del sogno’. Il lavoro in fisica è forza per spostamento, e per questo Freud parla di sublimazione, il passaggio di stato saltando lo stato intermedio; è questo l’aspetto dinamico.
In psicoanalisi si hanno quindi questi tre aspetti, dinamico, strutturale e topico.
Oggi la psicoanalisi, che è sempre meno economico- positiva, un po’ come tutte le scienze, e sempre più cognitivistica, avrebbe difficoltà a definirsi psicodinamica, perché la dinamica è quella di un liquido che preme su una parete, la parete è una controforza, che può resistere a questo liquido...
Continuando a parlare delle dimenticanze di nomi, Freud riporta una ‘gustosa’ scenetta raccontatagli da Ferenczi, sulle dimenticanze dei nomi nome di città italiane. Allora, nell’800, non tutte le persone colte potevano fare il giro dell’Italia! I pochi che avevano tale possibilità facevano il giro dell’Italia per due motivi piuttosto contraddittori, per disprezzare gli italiani e per apprezzare l’arte. Non avendo peraltro tutti i torti, in un’ epoca in cui, partendo da Genova per andare a La Spezia, la probabilità di essere assaliti dai banditi era molto elevata, cosa che né in Germania, né in Inghilterra, né in Francia normalmente accadeva.
Ecco cosa racconta Ferenczi.
Oggi mi trovavo presso una famiglia amica; si venne a parlare delle città dell’Alta Italia. Qualcuno dice che in queste città ancora si riconosce l’influsso austriaco. Se ne citano alcune; anch’io ne voglio nominare una ma il suo nome non mi viene in mente anche se so di avervi trascorso due giorni molto gradevoli, il che non si accorda bene con la teoria di Freud sulla dimenticanza.
Ferenczi si chiede: "Ci sono stato bene, perché mai me ne sono dimenticato il nome?". E’ un’ingenuità, a dire la verità...
Invece del nome di città cercato mi si affacciano le seguenti associazioni: Capua, Brescia, Il leone di Brescia.
"Mi vedo davanti questo ‘leone’ realisticamente come statua di marmo, ma mi accorgo subito che assomiglia non tanto al leone del monumento alla liberazione, che si trova a Brescia e che ho visto soltanto in immagine, quanto piuttosto a quell’altro leone marmoreo da me veduto nel monumento in memoria delle guardie svizzere cadute alle Tuileries che si trova a Lucerna, e di cui ho una riproduzione in miniatura sullo scaffale dei miei libri. Infine riesco a ricordare il nome cercato: è Verona.
"So anche immediatamente chi porta colpa di questa amnesia. Non è altri che un’ex cameriera della famiglia presso la quale mi trovo in visita. Si chiamava Veronica, in ungherese Verona, e mi era antipaticissima a causa della su fisionomia ripugnante, la sua voce roca e stridula e la sua urtante confidenzialità (alla quale si riteneva autorizzata in virtù dei suoi molti anni di servizio presso la famiglia). Anche il modo dispotico con cui a suo tempo trattava i bambini di casa mi era insopportabile. Ed ora sapevo anche che cosa significassero le parole sostitutive.
Con Capua associo immediatamente ‘caput mortuum’; molto spesso paragonavo la testa di Veronica e un teschio. La parola ungherese Kapzsi (avido di danaro) forniva certamente un’altra determinazione per lo spostamento. Naturalmente trovo anche le vie associative più dirette che collegano fra di loro Capua e Verona in quanto concetti geografici e parole italiane di uguale cadenza.
Lo stesso vale per Brescia; ma anche qui si trovano intricate vie secondarie del nesso ideativo.
La mia antipatia era a suo tempo così violenta da farmi apparire Veronica addirittura rivoltante, ed espressi più volte la mia sorpresa che essa potesse tuttavia avere una sua vita erotica e potesse essere amata. ‘Baciarla - dicevo — deve muovere il vomito. (pag.80)
Notate il sistema graduale nell’ interpretazione, il criterio di avvicinamento graduale: Veronica, Veronica ripugnante, la vita sessuale di Veronica, ma vi è comunque qualcuno che vuole insinuare Veronica, e così via...
Ciò non toglie che essa era certamente da lungo tempo in connessione con l’idea della guardie svizzere cadute.
Almeno qui da noi in Ungheria si usa nominare spesso Brescia non in connessione con il leone ma con un altro animale feroce. Il nome più odiato in questo paese come anche in Alta Italia è quello del generale Haynau, chiamato la ‘iena di Brescia’. Dall’odiato despota Haynau vi è quindi un filo conduttore che, attraverso Brescia, conduce alla città di Verona. (pag.81)
Haynau fu un generale che spense la rivolta di Brescia, ed anche la rivolta di Budapest, era uno specialista, una sorta di ‘castratore’...
Un altro filo conduttore, attraverso l’idea dell’animale dalla voce roca che s’aggira attorno alla tombe (che concorre a far affiorare il monumento in memoria dei morti), va a teschio e alle spiacevoli corde vocali di Veronica, dal mio inconscio insultata così gravemente e che a suo tempo infieriva in questa casa in modo quasi altrettanto dispotico del generale austriaco nelle lotte per la libertà degli ungheresi e degli italiani.
A Lucerna si riconnette il pensiero di quell’estate che Veronica passò coi suoi padroni al Lago dei Quattro Cantoni, nelle vicinanze di Lucerna; alle guardi svizzere, il ricordo di quando essa riusciva a tiranneggiare non solo i bambini ma anche i membri adulti della famiglia, compiacendosi di fare la parte della Grade-Dame [vecchia governante].
Noto espressamente che la mia antipatia — conscia — per Veronica fa parte delle cose da gran tempo superate. Veronica nel frattempo è cambiata molto vantaggiosamente tanto nell’aspetto quanto nelle maniere e, nelle rare occasioni che ho, posso incontrarmi con lei con sincera affabilità. Il mio inconscio, come al solito, conserva le impressioni con maggiore tenacia; è ‘retrospettivo’ e ‘vendicativo’.
Le Tuileries sono un’allusione a una seconda persona, una signora francese piuttosto anziana che effettivamente faceva da guardia in molte occasioni alle donne di casa e che dai piccoli e dai grandi veniva stimata e, un pochino, anche temuta. Fui suo èlevè [allievo] di conversazione francese per un certo tempo. A proposito della parola èlevè, mi viene ancora in mente che quando fui in visita presso il cognato del mio odierno anfitrione, nella Boemia settentrionale, trovai molto divertente che la popolazione rurale del luogo chiamasse Lowen [leoni] gli allievi della locale Accademia forestale. Può darsi che anche questo ricordo comico sia intervenuto nello spostamento dalla iena al leone.(pag82)
In questa dimenticanza di nomi di città italiani abbiamo due momenti.
Il primo da Veronica a Verona, che contiene inoltre un aspetto sadico rilevante, perché il generale Haynau procurò oltre 1000 morti facendo bombardare la piazza centrale di Budapest dove si era adunata una ampia folla per festeggiare una bandiera. Questo nome era connesso angosciosamente alla sessualità e alla repressione.
L’altro aspetto riguarda i ricordi di copertura.
Riporto qui un mio personale episodio di psicopatologia della vita quotidiana, che comporta un elemento somatico. Puccini è un ‘diabolico essere’ che evidentemente con l’ingegno è riuscito a trovare determinate lunghezze d’onda adatte a stimolare, con la musica, certe parti del cervello, portando facilmente a piangere anche chi come me non piange mai!…
La trama di Madame Butterfly, è in un certo senso piuttosto banale, concludendosi con il trionfo dell’amore. Io ero a teatro con mia moglie, che stava alla mia destra. Lacrimavo, e mi seccava molto che scoprisse questa mia debolezza. E quelle poche lacrime che avevo scendevano proprio dall’occhio destro. All’intervallo ho quindi cambiato posto, ma a questo punto ho iniziato a lacrimare dall’occhio sinistro! Chiaramente questa lacrimazione era in qualche modo un messaggio. Questo è un esempio di passaggio diretto al somatico, saltando la mente.
I ricordi di copertura sono molto importanti, soprattutto in ambito psicoterapico, perché sono i ricordi di cui noi ci fidiamo. Noi non possiamo fidarci totalmente della nostra sensorialità: la mente è così plastica che non possiamo pensare di conoscere pienamente la realtà, noi crediamo di vedere cose che non ci sono e crediamo di non vedere cose che ci sono. Questo accade perchè i ricordi vengono elaborati, cambiati e sostituiti. Vengono cambiatele carte in tavola, ad un ricordo ne viene sostituito un altro.
Ricordo ancora molto bene che quando facevo prima elementare sono entrato in classe e la maestra era dietro la cattedra, con la gonna alzata e un paio di mutande nere, ma questo è impossibile!!. E’ possibile invece che abbia visto una cosa simile in casa, avendo due sorelle di 10 e di 13 anni e una mamma giovane. Ho fatto dunque una sostituzione, una dislocazione. Si capisce l’importanza di questo meccanismo nell’ambito della terapia psicoanalitica, in cui si cerca di scavare e trovare cosa si nasconda sotto a quei ricordi che la memoria ha poi costruito nel tempo.
Quante volte un ‘sentito dire’ diventa memoria!? quante volte noi non riusciamo a distinguere quello che ci hanno raccontato da quello che realmente ricordiamo!? Noi ne siamo convinti, ma in realtà si tratta di qualcosa di sostituito e cambiato. La maggior parte dei nostri ricordi infantili sono proprio di questo tipo.
Un uomo di ventiquattro anni ha conservato la seguente immagine del suo quinto anno di vita. E’ seduto nel giardino di una villa su un seggiolino accanto alla zia che si sforza di insegnarli le lettere dell’alfabeto. La distinzione fra ‘m’ e ‘n’ gli riesce difficile ed egli prega la zia di dirgli come si fa a riconoscere quale sia l’una e quale l’altra. La zia gli fa notare che la ‘m’ ha tutto un pezzo, ha un’asta in più della ‘n’. Non vi fu occasione di contestare la fedeltà di questo ricordo d’infanzia, che però acquistò la sua importanza soltanto in seguito, quando si dimostrò atto ad assumere la rappresentanza simbolica di un’altra curiosità del maschietto. Infatti, come allora egli volle conoscere la differenza fra ‘m’ e ‘n’, così più tardi si sforzava di apprendere la differenza tra ragazzi e ragazze, e sarebbe certamente stato contento di avere come maestra proprio quella zia. Scoprì anche, allora che la differenza era analoga, che anche il maschio ha tutto un pezzo in più della femmina, e che quando lo apprese, ridestò il ricordo della corrispondente curiosità infantile. (pag.97)
Qui c’è il discorso del pezzo in più e del pezzo in meno, riferito alla gambetta in più della m rispetto alla n, e del maschio rispetto alla femmina.
Un altro esempio di un fatto rievocato dalla fanciullezza. Un uomo gravemente inibito nella sua vita amorosa, ora più che quarantenne, è il primogenito di nove fratelli. Alla nascita dell’ultimo egli aveva quindici anni, ma ora sostiene ostinatamente che non si era mai accorto della gravidanza della madre. Sotto la pressione della mia incredulità, gli si affaccia il ricordo di avere visto una volta, all’età di undici o dodici anni, la madre che davanti allo specchio si slacciava in fretta la gonna. E aggiunge spontaneamente che era venuta a casa dalla strada, colta da doglie improvvise. Questo slacciarsi (Aufbbinden) la gonna è, però, un ricordo di copertura per il parto (Entbindung)". Incontreremo ancora in altri casi l’uso di questi "ponti verbali". (pag.98)
Nella lingua tedesca ‘bind’ significa nascondere e ‘ding’ significa tirare fuori. Si ha quindi anche questo gioco linguistico che in italiano invece viene a mancare.
Passiamo ora ai cosiddetti lapsus verbali, quegli errori che Freud individuerà come un desiderio di verità. I ‘lapsus freudiani’ indicano gli errori verbali, di linguaggio. Freud fa alcune annotazioni a riguardo. I lapsus sono stati molto studiati dal fondatore della psicologia sperimentale, Wundt, lo psicologo per eccellenza dell’800. Freud cerca di contrastare le implicite annotazioni critiche mosse da questa scuola. Mentre prima si parlava di nomi e di poesie, qui si parla di errori di lingua, di scambio di una parola con un’altra.
Questi sottendono un bisogno di verità: quando si fa un lapsus è perchè si vuole dire qualcosa, in genere la verità; la verità significa ciò che si pensava.
Laddove il materiale linguistico ordinario dei nostri discorsi nella madrelingua sembra al riparo della dimenticanza, il suo uso soggiace con frequenza molto maggiore a un altro disturbo noto come "lapsus verbale". Questo lapsus, osservato nell’uomo normale, fa l’impressione di uno stadio preliminare delle cosiddette "parafasie" che intervengono in condizioni patologiche. Mi trovo qui eccezionalmente in grado di poter apprezzare un lavoro anteriore. (pag.100)
Vedete qui la precisione di Freud: ‘una volta tanto qualcuno aveva scritto una cosa prima di me, ma ha capito solo una minima parte’…
Nel 1895 Meringer e Mayer pubblicarono uno studio sui "lapsus verbali e di lettura", ma i loro punti di vista sono ben lontani dai miei. Uno degli autori, ed è quello che nel testo si fa portavoce, è difatti glottologo e fu spinto dall’interesse linguistico a ricercare le regole che presiedono ai lapsus commessi nel parlare
Questo grande linguista, divenne psicoanalista quando iniziò a studiare sul piano linguistico questi lapsus, accorgendosi dell’ingenuità delle sue deduzioni, in realtà le soluzioni erano più globali. Ma qual è la differenza tra la soluzione linguistica e quella proposta da Freud? Quella linguistica proviene dall’interno, come elemento interiore e parcellare, quella di Freud riguarda la totalità, il lapsus riguarda tutto il complesso della personalità.
Egli sperava di poter dedurre da tali regole l’esistenza di un certo meccanismo intellettuale nel quale i suoni di una parola, di una frase, e anche delle parole fra di loro, sono collegati e interconnessi in maniera particolarissima.
Gli autori raggruppano gli esempi da essi raccolti di lapsus verbali anzitutto secondo punti di vista meramente descrittivi, classificandoli in scambi (per esempio "la Milo di Venere" anziché "la Venere di Milo"); presonanze o anticipazioni (per esempio "mi sentivo il pesso..petto oppresso"); risonanze e posposizioni
La soluzione esterna, l’analogia di suono, di fonetica, l’analogia semantica, pesso — petto… qui è chiaramente coinvolto l’inconscio!. L’inconscio opera in questo modo, tendendo a nascondere i significati. Questa è la teoria interna al linguaggio, mentre la teoria freudiana è una teoria esterna al linguaggio. Il lapsus freudiano è un lapsus emotivo, il lapsus del linguista è un lapsus interno alla struttura del linguaggio.
Per esempio "vi invito a ‘ruttare’ alla salute del nostro capo", invece di ‘brindare’; contaminazioni (per esempio quando per dire "fa l’ostinato") (pag 102)
In tedesco ruttare e brindare sono due parole simili per suono, aufzustossen e anzustossen. In tedesco un lapsus di questo tipo si può fare facilmente. Sarebbe assai improbabile farlo nella nostra lingua...
Si combinano i due modi di dire tedeschi aventi questo significato e cioè: "er setz sich einen Kopf auf" e "er stellt sich auf di eden Hinterbeine", dando origine alla nuova frase "er setzt sich auf den Hinterkopf" [si siede sulla testa posteriore]; sostituzioni (per esempio "ripongo i preparati nella cassetta delle lettere (Briefkasten)’, anzichè nella ‘cassetta di incubazione (Brutkasten)’
Freud evidenzia il problema del lapsus linguistico e di come le teorie elaborate fino ad allora fossero teorie interne alla struttura del linguaggio.
Vediamo ora come procede Freud nel costituire la teoria psicoanaltica.
Egli cita una divulgazione di Wundt, ‘La psicologia legata al popolo’. Veniva considerata letteratura del popolo quella prodotta poco tempo prima di Dostoevskij. Era stata introdotta da Goethe con il "Dolore del giovane Werther" e "Le affinità elettive", opere scritte in modo molto diverso da quello cui si era soliti, appositamente per il popolo. Ed in seguito Dostoevskij, Tolstoij, la letteratura francese…, tanto è vero che queste opere venivano pubblicate a puntate nei giornali (ad es. Delitto e castigo).
In questi fenomeni e in altri affini non mancano mai secondo Wundt certi influssi psichici. Ne fa parte anzitutto, come condizione positiva, il flusso non inibito delle associazioni fonetiche e verbali stimolate dai suoni pronunciati. Gli si affianca, come fattore negativo, la perdita o l’allentamento degli effetti inibitori della volontà su questo corso, e dell’attenzione, anche qui attiva in quanto funzione della volontà (pag.107)
Secondo Wundt attenzione, volontà e percezione costituivano la psicologia. Freud qui afferma "anche Wundt la pensava come me, soltanto che lui usava una terminologia diversa: ‘diminuisce la volontà, diminuisce l’attenzione , c’è un certo meccanismo per cui subentra qualche cosa dal di fuori’. Wundt non aveva colto la dinamica tra realtà interna ed esterna, i movimenti tra dentro e fuori.
Che quel gioco dell’associazione si manifesti mediante l’anticipazione di un suono successivo o la riproduzione di un suono precedente, o l’inserimento fra altri suoni di un suono abitualmente usato, o infine mediante parole interamente diverse che stiano in relazione associativa con i suoni parlati e agiscano su quest’ultimi, si tratta sempre e soltanto di diversità di orientamento, e se mai di campo d’azione delle associazioni in gioco, ma non di diversità nella loro generale natura. In molti casi inoltre può essere dubbio a quale forma sia da ascrivere un dato disturbo o se non si debba, con maggiore ragione, secondo il principio della complicanza delle cause, risalire a una coincidenza di più motivi.
Wundt non si discostava molto da Freud nella sua concezione sulla coincidenza di più motivi, sulla concomitanza di diverse cause. Qui ci si allontana sempre più dalla struttura positiva ed economica della psicologia di allora, per entrare in questa concezione più antropica e più letteraria.
Qui di seguito abbiamo un lapsus ‘sinistro’, di quelli che pesano, che fanno sì che alcune persone vengano considerate ‘portagrane’, poichè hanno talmente tanta aggressività pronta ad uscire che gli altri se ne accorgono subito, e quando questo avviene augurano subito del male a qualcuno…
Il seguente esempio di lapsus verbale illumina come al lampo di magnesio uno dei dolorosi conflitti che sono retaggio del medico. Un uomo verosimilmente colpito da una malattia fatale, la cui diagnosi però non è ancora certa, è venuto a Vienna per attendere qui la soluzione del suo caso, e ha pregato un amico di gioventù, ora divenuto medico di fama, di prenderlo in cura: il medico infine accetta di farlo, ma non senza riluttanza. Il malato dovrà soggiornare in una casa di cura e il medico propone il sanatorio "Hera". "Ma quella è una clinica specializzata (una maternità)", obietta il malato. "Oh no! — ribadisce infervorato il medico. — Nella ‘Hera’ si esequiescono…volevo dire si eseguono cure di qualunque genere!" Egli poi si difende accanitamente contro l’interpretazione del suo lapsus verbale. "Non crederai che io nutra impulsi ostili contro di te?" Un quarto d’ora dopo il medico dice alla signora con cui sta uscendo e che si era assunta la cura del malato: "Non posso trovare nulla e non posso ancora crederci. Ma se dovesse essere così, sarei del parere di dargli una buona dose di morfina e poi sarà pace". Risulta che l’amico gli aveva posto come condizione di accorciargli le sofferenze con un farmaco non appena fosse accertata l’impossibilità della guarigione. Il medico dunque, effettivamente, aveva assunto il compito di curare le esequie dell’amico. (pag 120)
‘Esequiescono’ è un termine che riporta a eseguono, eseguiscono.
Freud cita Brantome, un tipo strano che, alla fine del ‘500, ha scritto 3 volumi intitolati ‘Vies des dames galantes’. Credo che questo sia il libro più pornografico che si conosca nella storia, ancorchè raffinatissimo nel linguaggio. Brantome è un soldato, un ex-comandante, che ad un certo punto si è messo a riposo, recandosi a corte, dove ne succedevano di tutti i colori. Le corti vanno da Francesco I fino a Luigi XVI. Su Luigi XVI è stato scritto un libro, ‘Sull’educazione di Luigi XVI’, costituito dal diario del medico di Luigi XVI stesso, che narrava dell’educazione impartita al re, che veniva spesso frustato, viveva isolato in un castello, aveva diverse mamme, -la sua vera era Maria dei Medici- , che chiamava ‘10000 mamme’. Quando suo padre Enrico IV fu ucciso, lui divenne re ancora giovanissimo, e rimase in carica fino a 18 anni. Quando arrivò a 18 anni, il potere era tenuto da un certo Concili, un sinistro individuo, un mestatore, insieme a Maria dei Medici, che era la reggente.
Quando compì 18 anni, mentre stava giocando a biliardo, fece chiamare il capo delle guardie, e gli disse di arrestare Concili, il capo del governo. Il capo delle guardie rimase sorpreso e, girato dall’altra parte, fece ‘spallucce’. Fece in seguito una strage con un agguato e di nascosto uccise tutti.
In questo caso Brantome raconta quello che succedeva allora alla corte di Francia, narrando cose straordinarie.
Ma cominciamo con il lapsus del professore:
Aggiungo un altro caso di lapsus verbale facilmente interpretabile. "Il professore si sforza, nella lezione di anatomia, di spiegare la cavità nasale che, com’è noto, costituisce un capitolo difficilissimo della splancnologia. Alla sua domanda se gli ascoltatori abbiano capito la spiegazione, tutti in coro rispondono di si. Allora il professore, che è noto per la sua presunzione, osserva: ‘Non lo credo, perché le persone che capiscono la cavità nasale si possono contare su un dito, pardon, sulle dita di una mano, anche in una metropoli come Vienna che ha milioni di abitanti. (pag 122)
Brantome , che visse dal 1527 al 1614, descrive una dama molto bella che, mentre parlava con un gran signore del corso degli affari della guerra, durante la guerra civile, disse:
J’ay ouy dire que le roy a fait ropre tous les c…de ce pays la. Elle vouloit dire les ponts .
C deriva dal latino culus, il re oltre ai ponti rompeva anche ‘les c’. Si trattava di Francesco I .
Pensez que, venant de coucher d’avec son mary, ou songeant à son amant, elle avoit encor cenom frais en la bouche ; et le gentilhomme s’en eschauffa en amours d’elle pour ce mot (pag 123)
Questa donna veniva dal letto del marito, ma pensava all’amante. Poi compare un’altra dama più bella di lei
"Une autre dam que j’ai cogneue, entretenant une autre grand’dame plus qu’elle, et luy louant et exaltant ses beautez, elle luy dit après : ‘Non, madame, ce que je vous en dis, ce n’est point pour vous adultère’ ; voulant dire adulater, comme elle le rhabilla ainsi : pensez qu’elle songeoit à adultère.
‘stava pensando a commettere adulterio’.
Freud accosta Wundt a Brantome, indicando come quest’ultimo abbia una visione molto più profonda del primo.
A questo punto vengono riportati questi lapsus di grandezza e di sostituzione paterna
"In primo ginnasio mi toccò (per la prima volta nella mia vita) di recitare una poesia in pubblico (cioè davanti a tutta la classe). Ero ben preparato e fui costernato di essere disturbato subito all’inizio da uno scoppio d’ilarità generale. Il professore poi mi spiegò questa strana accoglienza. Io infatti avevo bensì detto giusto il titolo della poesia, ‘Da lontano’, come autore però non nominai il vero poeta bensì…me stesso. Il nome del poeta è Sàndor Petöfi. Anch’io mi chiamo Sàndor (Alessandro) e ciò favorì lo scambio; ma la causa vera di esso stava certamente nel fatto che io allora nei miei segreti desideri m’identificavo con il festeggiato poeta-eroe. Anche coscientemente io nutrivo per lui un amore e una stima che confinavo con l’adorazione. Naturalmente dietro a questo atto mancato sta anche tutto il fastidioso complesso dell’ambizione."
Un’identificazione consimile mediante scambio di nome mi fu riferita da un giovane medico che timido e deferente si era presentato al celebre Virchow come Dottor Virchow." Il professore si volse a lui sorpreso e domandò: "Ah, anche Lei si chiama Virchow?". Io non so come il giovane ambizioso abbia giustificato il suo lapsus; se abbia trovato la cattivante scusa di essersi sentito sparire dalla sua mente, o se abbia avuto il coraggio di ammettere che sperava di diventare anche lui un grand’uomo come Virchow, e che quindi il signor professore non doveva trattarlo dall’alto in basso. Uno dei due pensieri, o forse ambedue contemporaneamente, potrebbero avere provocato la confusione del giovanotto nel  presentarsi.


Il Profeta di Gibran Khalil Gibran è un libro che offre senza dubbi profonde riflessioni. È una raccolta di 26 “sermoni” relativi ai vari aspetti della vita quotidiana, questo testo è stato a ragione definito un "breviario per laici".

Il profeta Almustafa sta per lasciare la terra ove ha vissuto dodici anni in contemplazione: come saluto commosso al popolo accorso per la sua partenza offre i frutti delle sue meditazioni.
I discorsi, impregnati di un altissimo senso religioso, punto di arrivo di una sintesi tra il Dio-Parola dei Vangeli e la tradizione mistica orientale, insegnano che la felicità, mèta di ogni cuore, è la capacità di cogliere il soffio dell'Assoluto nei gesti quotidiani. Raramente si incontrano passi cosi frementi e delicati nei quali la serenità e il silenzio dell'anima si fanno parola per rivelare l'Infinito nel finito: Dio è nello sguardo di chi dona, nel vento che gioca con i bambini, nel canto e nella danza.
Per Gibran coltivare la presenza dello spirito divino dentro di sé vuol dire ad esempio cogliere l'unità di gioia e dolore: le cose che ci fanno gioire sono le stesse che ci provocano dolore; ognuno di questi due sentimenti arriva sempre tenendo l'altro per mano.

Il Profeta di Gibran Khalil Gibran


INDICE

https://www.riflessioni.it/breviario-laici/figli.htm


I Figli


E una donna che aveva al seno un bambino disse: Parlaci dei Figli.
Ed egli disse:

I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé.
Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro,
E benché stiano con voi non vi appartengono.


Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
Perché essi hanno i propri pensieri.
Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime,
Perché le loro anime abitano nella casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno.
Potete sforzarvi d'essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi.
Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con il giorno già trascorso.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito, e con la Sua forza vi tende affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.
Fatevi tendere con gioia dalla mano dell'Arciere;
Perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l'arco che sta saldo.



STORIA DI UN MANICOMIO ITALIANO,LUCIANO GIUSEPPE,TAG,DONNA,SANITÀ, COLLEGNO,PSICHIATRIA,PAZIENTE,CROSIGNANI ANNIBALE,VILLA CRISTINA,BASAGLIA FRANCO,FREUD SIGMUND,COOPER DAVID,LAING RONALD,CIRCOLO DEI LETTORI,SCHIAVI SILVANA,ALIENAZIONI  MENTALI,CERTOSA DI COLLEGNO,NEUROPATOLOGIA,NEUROPSICHIATRIA INFANTILE, MOLINETTE,LAZZARIBI GUIDO,MARTINENGO MARIA TERESA,TORINO,OSPEDALE PSICHIATRICO DELLE DONNE  VIA GIULIO TORINO,OSPEDALE PSICHIATRICO FEMMINILE VIA GIULIO TORINO,VILLA ROSA,SAVONERA,OPERA PUA OSPEDALI PSCHIATRICI TORINO,VILLA AZZURRA,ANTIPSICHIATRIA,FREUD SIGMUND,AL DI LA' DEL PRINCIPIO DI PIACERE,PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA,MUSATTI CESARE, CURAR I NEVROTICI CON LA PROPRIA AUTOANALISI,COOPER DAVID,LA GRAMMATICA DEL VIVERE,IL LINGUAGGIO DELLA FOLLIA,LA MORTE DELLA FAMIGLIA,CONTROPSICHIATRIA,ROLANG LAING,THOMAS SASZ, FOUCAULT MICHEL, LONDRA, CITTÀ  DEL CAPO, SUDAFRICA,VILLA 31,SCHIZOFRENIA,PAZZIA,MARCUSE HERBERT,L'UOMO A UNA DIMENSIONE,GILES DELEUZE,CASTEL ROBERT,NORMAN O BROWN,LA VITA CONTRO LA MORTE,HELLER HERICH,LO SPRITO DISEREDATO,BRUNO BETTLHEIM,IL PREZZO DELLA VITA,PAUL WATZLAWICK,LA REALTA' INVENTATA,IL LINGUAGGIO DEL CAMBIAMENTO,IL CODINO DEL BARONE DI MUNCHHAUSEN,MERINI ALDA,LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO,,DUBLIN ALFRED, BERLIN ALEXANDERPLATZ,KAFFKA FRANZO, IL PROCESSO,REDFLIELD JAMES,LA PROFEZIA DI CELESTIMO,SPARKS NICHOLAS, LE PAROLE CHE NON TI HPO DETTO,BAMBAREIN SERGIO, FRATELLO MARE,IL DELFINO,BOLL HEINRICH, RACCONTI UMORISTICI E SATIRICI,FLAUBERT GUSTAV,BOUVARD E PECUCHET,KUNDERA MILAN,LA VITA E' ALTROVE,GIBRAN KAHLIL,IL PROFETA, I SEGRETI DEL CUORE, JEAN BAUDRILLARD, LA SCOMPARSA DELLA REALTA',LA SOCIETA' DEI CONSUMI I SUOI MITI LE SUE STRUTTURE, BARTHES ROLAND,SEMIOLOGIA,ROLLE ENRICO,ALBERONI FRANCESCO,BANANA YOSHIMOTO