L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























lunedì 25 febbraio 2008

Claudio Gatti INCHIESTA / Le scommesse legali nel mirino della criminalità



INCHIESTA / Le scommesse legali nel mirino della criminalità

di Claudio Gatti
Gennaio2008
 
Gli interessi delle cosche
Il bando del 2006

Che gioco d'azzardo e scommesse clandestine siano terreno d'azione della criminalità organizzata lo si sa da tempo. L'anno scorso, in un suo documento di denuncia intitolato «Sos impresa», la Confesercenti ha calcolato che quei due settori generano, per i sodalizi criminali, 2,5 miliardi di euro di fatturato annuo.

Nessuno si è perciò sorpreso più di tanto quando dagli archivi segreti di Salvatore Lo Piccolo, l'erede di Provenzano arrestato il 5 novembre scorso, si è scoperto che soltanto dalle scommesse clandestine il boss incassava dai 140mila ai 200mila euro a settimana. La novità è piuttosto emersa da un pizzino sequestrato, dal quale è risultato che Lo Piccolo era anche interessato al controllo di sale Bingo. Insomma, oltre il gioco illegale, puntava a controllare quello riconosciuto e governato dallo Stato.

Sul fronte delle scommesse, l'attenzione di tutti è rimasta finora sempre concentrata sulle attività clandestine, ma un'inchiesta de «Il Sole 24 Ore» porta a concludere che è bene guardare al settore legale nato per contrastare la rete di raccolta abusiva. In particolare, ai risultati del bando di gara svolto a fine dicembre 2006, con il quale l'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato ha quasi decuplicato i punti di accettazione per le scommesse ippiche e non, passati da 1.500 a 14mila.

Lacune normative

L'obiettivo di quel bando era far emergere dalla clandestinità un business da miliardi di euro l'anno (e parallelamente rimpinguare le casse dell'erario.) Esattamente come era successo con le sale Bingo. «Le persone che scommettono sono numerose, meglio lasciarle giocare alla luce del sole, e del fisco, piuttosto che renderle involontari strumenti del riciclaggio in bische clandestine» aveva scritto il senatore Franco Debenedetti nel 2001 spiegando il suo voto a favore del provvedimento che regolamentava il Bingo. Argomentazione applicabile anche alle scommesse.

Il problema è che il settore ha una vulnerabilità normativa che permette a chiunque di puntare anonimamente decine di migliaia di euro ogni giorno per poi incassarne più o meno altrettanti. Puliti e dichiarabili. Nonostante Governo e Parlamento siano stati impegnati per mesi nello studio e nella stesura del testo del decreto legislativo con cui il 16 novembre scorso il nostro Paese ha formalmente recepito la terza direttiva europea sulle misure di prevenzione dell'uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio, il settore delle scommesse in sala è infatti rimasto immune da qualsiasi obbligo di sorveglianza.

A rischio quasi 4 miliardi

Pur avendo imposto regole più stringenti e allargato il ventaglio dei settori interessati a categorie professionali quali i notai e i commercialisti, il decreto approvato il 16 novembre scorso dal Consiglio dei ministri non ha cambiato la normativa che governa le scommesse in sala. Gli scontrini rimangono anonimi e al portatore. L'unico limite è il tetto di vincita di 10mila euro. Ma non c'è niente che vieti ai giocatori di frazionare puntate e vincite in più scontrini, distribuiti su una o più agenzie. Il risultato è che, di fatto, le sale scommesse sono escluse dalle norme antiriciclaggio e possano essere usate per "lavare" centinaia di migliaia di euro al giorno senza che scommettitori o esercenti trasgrediscano alcuna norma (l'esercente ha l'obbligo di segnalare il gioco sospetto, ma la legge non specifica il significato del termine «sospetto»).

Una svista? «Su una questione come questa, con oltre 3,5 miliardi di euro in ballo, non possono esserci sviste. Si può solo condividere o meno le preoccupazioni sul rischio di riciclaggio» sostiene Fabrizio D'Aloia, presidente di Microgame Spa, principale provider di gioco online (che invece è nominativo e sotto obbligo di tracciabilità).

«Il Sole 24 Ore» ha effettivamente accertato che non c'è stata alcuna svista. Al contrario, i membri di due commissioni parlamentari alle quali era delegata la responsabilità di sviscerare il problema hanno ricevuto, in tre modalità e due occasioni, diverse segnalazioni tanto specifiche quanto allarmanti sul rischio di lasciare una falla normativa da miliardi di euro in un settore storicamente infiltrato dalla criminalità organizzata (il tema sarà al centro della seconda puntata della nostra inchiesta, che verrà pubblicata domani).

«Che le sale scommesse siano oggi la più grande lavanderia di denaro alla luce del sole, tra chi opera nel settore del gioco è un segreto di Pulcinella. Tutti sanno che è il miglior sistema per riciclare soldi sporchi senza correre praticamente alcun rischio» dice un imprenditore del settore che ha partecipato alla gara dei Monopoli di Stato sui punti scommesse e chiede l'anonimato.

«Poiché nelle sale scommesse il gioco è anonimo e al portatore, il rischio di riciclaggio di proventi illeciti è altissimo» conferma D'Aloia. La vulnerabilità normativa consiste proprio nella garanzia di anonimato offerta dalle sale scommesse. E con il bando del 2006, oltre al numero di agenzie si è moltiplicato anche il rischio che gli stessi gestori e non più solo i clienti siano collusi, o peggio organici a formazioni criminali. Il che vanifica l'unica argomentazione spendibile contro la regolamentazione del settore, e cioè che tale metodo di movimentazione del denaro sarebbe troppo dispersivo perché le cifre giocate con una singola scommessa sono relativamente basse. Quando si va a guardare il volume di talune agenzie si scoprono infatti cifre di tutto rispetto.

«Tutte le attività finanziarie, anche quelle di rilievo minore, sono sottoposte a vigilanza. Eccetto la rete dei punti di vendita a terra delle scommesse. Il che non può che renderla estremamente appetibile a chi ha interesse ad attività di riciclaggio» insiste l'avvocato Fernando Petrivelli, presidente di Sistel, l'associazione di categoria degli imprenditori del gioco telematico.

Un escamotage conveniente

Quello delle sale scommesse potrebbe essere non solo il metodo più sicuro per ripulire denaro sporco. Ma anche il più economico. «Il costo del riciclaggio del denaro varia, ma in media si stima intorno al 30%» spiega Donato Masciandaro, ordinario di regolamentazione finanziaria alla Bocconi, uno dei più attenti studiosi del fenomeno e membro della commissione istituita dal ministero dell'Economia il 3 aprile scorso, con il compito di procedere alla stesura di un testo unico delle disposizioni legislative antiriciclaggio.

Riciclare attraverso le scommesse può costare meno della metà della media. Ci sono infatti programmi di software che permettono a chi gioca di quantificare le cifre da scommettere sulle partite di calcio distribuendole tra 1, X e 2, in modo tale da non perdere più del 12% della cifra totale. E se a riciclare fosse lo stesso esercente che gestisce il punto vendita, il costo si ridurrebbe a un decimo di quello medio. «Essendo le quote stabilite dallo stesso gestore, si può tranquillamente fare in modo di vincere tanto quanto si gioca» spiega D'Aloia. A quel punto l'unico costo sarebbe dato dal 3% di tassazione sul volume giocato nelle scommesse singole.

«Già si sapeva di organizzazioni criminali interessate a biglietti o schedine vincenti. Nel 2003, a Locri, alcuni affiliati di un clan della 'ndrangheta contattarono il titolare di un biglietto vincente del superenalotto per convincerlo a farsi corrispondere la somma vinta, pari a oltre otto milioni di euro, in cambio dello scontrino al fine di riciclare proventi del narcotraffico» ci dice un magistrato della direzione antimafia a cui abbiamo descritto il fenomeno. «Con le sale scommesse si fa però un enorme salto qualitativo. E quantitativo, essendo ormai le sale distribuite capillarmente su tutto il territorio nazionale».

È ovviamente impossibile stimare quanto dei circa 3,7 miliardi di euro giocati ogni anno entri nel circuito delle sale scommesse a scopi di "lavanderia". «Come addetto ai lavori credo di avere il polso della situazione e mi sento di dire che la percentuale di denaro immesso per riciclare non è irrilevante. Se fosse anche solo il 10%, si parlerebbe di 370 milioni all'anno, ma secondo me è più del 10%» ci dice l'imprenditore anonimo. Forse è allarmismo. Ma quale altra attività finanziaria ha un giro d'affari in contanti di questa portata senza obblighi di tracciabilità? «Non mi risulta che in Italia ve ne sia alcuna» risponde il professor Masciandaro.

La ricca gara dei Monopoli

Una cosa è certa: alla gara per le agenzie scommesse non ippiche tenuta nel dicembre 2006 dai Monopoli di Stato hanno concorso soggetti che pur di aggiudicarsi un punto vendita erano pronti a pagare cifre inimmaginabili. «Sono arrivate offerte con cifre sproporzionate» conferma Fabio Felici, uno dei maggiori esperti del settore, direttore di Agicos, l'agenzia giornalistica specializzata nel settore del gioco.

«Il Sole 24 Ore» ha chiesto all'imprenditore che ha partecipato alla gara dei Monopoli di condurre un'analisi tecnica delle offerte più alte. Applicando la griglia parametrica da lui sviluppata per la gara, che prendeva in considerazione sia aspetti territoriali, quali il numero di abitanti o la loro propensione al gioco, che valutazioni sullo sviluppo del settore, l'imprenditore ha concluso che alcune offerte in città come Lecce, Palermo, Catania e Napoli o in piccoli comuni di quelle province erano prive di senso economico. «Con quei numeri e in quelle dislocazioni» conclude l'imprenditore, «la griglia parametrica dimostra che è impossibile rientrare con l'investimento».






« La bufala e la mozzarella

Le Borse e il timing »

La mafia digitale

Le mafie sanno prevedere i mercati e sfruttare le tecnologie assai meglio di tanti operatori legittimi. E spesso vivono proprio dell’ostinazione a proibire e a tentare di controllare (e monopolizzare). Mettete il caso del videopoker e delle scommesse digitali e on line. Un business enorme che contiene in se’ tutte le devianze del Simulmondo, compresa la facilita’ di riciclare il denaro sporco. Questa profonda e documentata inchiesta del Sole 24 Ore puo’ essere uno spunto ottimo per parlarne assieme. E per raccontare storie di persone travolte da questi vizi che possono sembrare assurdi, e che invece rovinano uomini e famiglie. Voi cosa ne pensate?

www.sole24ore.com

Claudio Gatti

«Il controllo del gioco clandestino e delle scommesse legali». Così sono intitolate le ultime pagine del provvedimento di fermo della Procura di Palermo dell’inchiesta Old Bridge, che nel gennaio scorso ha messo in luce i nuovi collegamenti tra Cosa Nostra e le famiglie mafiose italoamericane. Secondo gli inquirenti, a coordinare l’attività era Maurizio Di Fede, che è stato accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso assieme a Salvatore Lo Piccolo, l’erede di Provenzano arrestato nel novembre scorso.

Ecco che cosa si legge su di lui nell’ordinanza: «Se da un lato Maurizio Di Fede, con la partecipazione attiva dei suoi sodali, coordinava in prima persona il giro d’affari proveniente dalle “macchinette” video-poker, dall’altro le risultanze investigative permettevano di appurare l’interesse, e di conseguenza l’infiltrazione, della cosca mafiosa in quel mercato nuovo e in rapidissima espansione derivato dalla legalizzazione delle scommesse sportive. In tale settore l’organizzazione criminale, ravvedendo grandi margini di profitto direttamente conseguenti alla crescente e rapida diffusione di centri scommesse del tutto legali, interveniva proponendosi, in forma occulta, come socio alla pari di coloro i quali gestivano legalmente i punti scommesse ».
 
LE INDAGINI SU BETTING 2000


La procura ha identificato due punti scommesse controllati da Di Fede- un bar e un’edicola di Palermo – che operavano grazie alle licenze della stessa società di Napoli, la Betting 2000. E non è stata ritenuta una coincidenza. «Sintomatico appariva in tal senso il fatto che entrambi i punti di scommesse su cui gravava l’ingerenza di Maurizio Di Fede fossero affiliati alla medesima agenzia di accettazione di scommesse», hanno scritto i pm. Altrettanto sintomatico era il fatto che il mafioso avesse accesso ai server della Betting 2000 e poteva quindi verificare personalmente il volume delle giocate e di conseguenza degli incassi di quei punti scommesse.

Betting 2000 era apparso per la prima volta in un articolo del Sole 24 Ore che annunciava gli aggiudicatari dei punti di raccolta scommesse del bando indetto a fine 2006 dall’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato (Aams). La società napoletana si era aggiudicata ben 57 tra sale e corner (gli angoli di raccolta in esercizi commerciali non dedicati interamente alle scommesse). A colpire tutti gli addetti ai lavori era stata soprattutto la sua offerta per un corner in un paesino del Palermitano, Misilmeri. Pur di ottenere quella concessione aveva pagato 237mila euro, cifra assolutamente spropositata e del tutto diseconomica.

Lo stesso vale per la politica commerciale condotta dalla Betting sul fronte delle scommesse telematiche, che nell’aprile 2007 portò la società napoletana a superare il tetto dei 3.600 punti di vendita. In quel mese la raccolta arrivò a oltre dieci milioni di euro e Betting divenne il maggiore concessionario di scommesse sportive telematiche in Italia.

La procura distrettuale antimafia che indaga su Betting 2000 sta cercando di accertare da dove siano arrivati i capitali. Da quel che risulta al Sole 24 Ore, gli investigatori stanno verificando se la società napoletana sia o meno un punto di collegamento tra la criminalità organizzata siciliana e quella campana.

L’OMBRA DELLA CAMORRA

Da visure camerali sulla proprietà di Betting 2000 risulta che fino all’anno scorso la società è stata di proprietà di una dozzina di membri della stessa famiglia napoletana, quella dei Grasso. Con loro, nella compagine azionaria, c’è da anni anche un commercialista napoletano, Antonio Luciano, che risulta detenere lo 0,08 per cento. Una partecipazione pressocché simbolica. Quasi di presenza.
 
L’anno scorso i signori Grasso hanno venduto parte delle quote di Betting 2000 che possedevano come persone fisiche a un veicolo da loro controllato, la Meth Srl, di cui è secondo maggior azionista Renato Grasso, un membro della famiglia il cui nome non è mai apparso direttamente in Betting 2000, società che in quanto concessionaria dei Monopoli deve essere al di sopra di ogni sospetto mafioso.

Secondo fonti nel settore delle scommesse sportive, l’amministratore delegato di Betting 2000 Tullio Grasso rappresenta il volto pubblico della famiglia oltre che dell’azienda. Ma in realtà sarebbe proprio suo fratello Renato il deus ex machina dell’intera operazione. Non a caso viene chiamato da molti ‘o mast, che in napoletano vuol dire il capo.

A differenza degli altri familiari, Renato Grasso non è incensurato. Il 21 settembre 1993 fu condannato in via definitiva a 4 anni e 9 mesi di reclusione per «estorsione continuata aggravata in concorso». Ma ancora più significativa è l’altra sentenza che lo riguarda, anch’essa confermata in Cassazione e quindi definitiva, datata 13 ottobre 1995. In questo caso si parla di 5 anni e 6 mesi di reclusione per «associazione camorristica pluriaggravata »e collaborazione con«un’organizzazione criminosa dedita alle estorsioni, lo spaccio di stupefacenti, l’organizzazione e la gestione del gioco del lotto clandestino e dei giochi d’azzardo in genere».In particolare, Grasso fu riconosciuto colpevole di imporre con mezzi estorsivi l’utilizzo di videogiochi da lui noleggiati.

Grasso non è l’unico camorrista con cui il commercialista Antonio Luciano, altrimenti noto come Antonello, avrebbe avuto rapporti professionali. Da un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Napoli risulta che Luciano è stato commercialista di una decina di società riconducibili a Vincenzo Maresca, personaggio che la Dda ha presentato come «responsabile della struttura tecnicogestionale delle macchinette di videopoker » per il clan dei Casalesi in un processo oggi a dibattimento presso il tribunale di Santa Maria di Capua Vetere.

Ad aiutarci nella ricostruzione di questo legame è la richiesta di applicazione di misura cautelare avanzata contro Mario Iovine e suo cognato Alfonso Schiavone, del clan dei Casalesi, quello di Francesco Schiavone, detto “Sandokan” e di Stefano Reccia (camorrista al quale è stato sequestrato un punto internet operante su licenza di Betting 2000).

Altro personaggio-chiave è Vincenzo Maresca, accusato di essere «responsabile della struttura tecnico-gestionale delle macchinette » – si legge nel documento della Dda – e di curarne «la materiale installazione e il ciclico conteggio dei proventi presso i vari esercizi».

«Maresca Vincenzo, utilizzando una struttura collaudata, negli anni 1998-1999, ha operato, pressoché in regime di monopolio, sul territorio di Marcianise relativamente all’installazione di videopoker. Maresca, benché titolare di ditta individuale operante nel settore dei videogiochi, non è risultato mai esserne, ufficialmente, il noleggiatore…

È evidente, quindi, che Maresca Vincenzo disponga di una pletora di piccole ditte individuali a cui ricorre quando se ne appalesa la necessità. Sintomatico,in tal senso,appare l’esito degli accertamenti che sono stati esperiti presso lo studio del commercialista dott. Luciano Antonello con studio in Napoli alla via Francesco Giordani nr. 42. Quivi infatti si accertava che il citato professionista cura la contabilità delle 9 sottoelencate ditte individuali operanti nel settore noleggio videogiochi… Non appare azzardato ipotizzare che gran parte di tali ditte individuali facciano capo al Maresca ».

RAMIFICAZIONI SOCIETARIE

Contattato telefonicamente dal Sole 24 Ore, Luciano ha confermato di aver gestito la contabilità delle ditte citate dalla Procura di Napoli ma ha negato di conoscere Maresca: «Personalmente non lo conosco… Si sa come si svolge il lavoro di commercialista: io tenevo solo la contabilità». Sul suo attuale socio in Betting 2000, Renato Grasso, Luciano aggiunge: «È ormai stato riabilitato. Tant’è che è stato indagato varie altre volte ed è stato sempre assolto».

Ma dalle carte rinvenute dal Sole 24 Ore emerge poi un’altra,forse ancor più significativa, sorpresa. Viene dal nome di una partecipata di Betting 2000: la Sgai Srl. Altro azionista di Sgai è Pellegrino Mastella, primogenito dell’ex ministro della Giustizia. Contattato telefonicamente dal Sole 24 Ore, Pellegrino Mastella ha minimizzato: «Un gruppo di amici mi aveva proposto questo investimento qualche anno fa, e io ho preso una quota di partecipazione dell’1%…io non sapevo neanche da chi è composta la compagine sociale (di Sgai)… ma adesso che lo so, provvederò subito ad uscire».

Ma nella compagine sociale di Sgai ci sono anche gli zii materni, Carlo e Italico Lonardo, fratelli di Sandra Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania. Il maggior azionista di Sgai è invece Giampiero Pilla, socio di Italico Lonardo in tre altre società del settore giochi.

Il Sole 24 Ore è inoltre in grado di rivelare che Italico Lonardo e il suo socio Giampiero Pilla sono oggetto di indagine da parte della Squadra Mobile di Palermo assieme a personaggi affiliati a un’importante cosca di Palermo, quella di Passo di Rigano. Si tratta di un’indagine avviata su indicazioni fornite da un collaboratore di giustizia che ha confessato di aver lavorato nel settore del gioco.
Tra le varie persone indagate in quella vicenda c’è anche Giuseppe Abbagnato, un palermitano con alle spalle varie condanne in via definitiva per ricettazione, associazione a delinquere, truffa ed esercizio abusivo di gioco d’azzardo. Il suo nome emerge anche in un’altra indagine, questa volta della procura antimafia di Lecce, perché Abbagnato è sospettato di aver partecipato a una cordata che ha sponsorizzato indirettamente la Primal, una società catanese che ha partecipato al bando per le sale scommesse indetto dai Monopoli nel 2006.

La storia della Primal è stata al centro della prima puntata dell’inchiesta del Sole 24 Ore sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore del gioco (pubblicata il 15 gennaio scorso).

RISPUNTA PRIMAL

In quell’articolo avevamo rivelato che al bando di gara dell’Aams riguardante 14mila concessioni per punti di raccolta scommesse avevano partecipato soggetti che, come Betting 2000, avevano offerto cifre inaudite. A presentare cinque delle 14 offerte più alte in assoluto era stata la Primal. Che, spendendo quasi 8 milioni e mezzo di euro, si era aggiudicata 24 sale e 71 corner.

La Primal appartiene da anni a Michele Spina, di San Giovanni la Punta, in provincia di Catania, e a sua moglie Donata Genoveffa Ferrara. Ma fino al dicembre 1999 il partner di Spina era stato suo zio, Sebastiano Scuto, noto nella zona come «il re dei supermercati e dei centri commerciali». Il signor Scuto è oggi sotto processo per associazione mafiosa ed estorsione ed è stato accusato da un pentito di fare “da cassaforte” dei Laudani, cosca alleata dei Santapaola.

Per partecipare al bando dei Monopoli del 2006, Spina aveva apparentemente creato una cordata informale che, dall’indagine di Lecce,sembrerebbe includere una trentina di altre persone. Tra queste, oltre appunto ad Abbagnato, su ammissione dello stesso Spina al Sole 24 Ore, c’era anche Saverio De Lorenzis, il cui fratello Salvatore ha ricevuto una condanna in primo grado, confermata in appello e pendente in Cassazione per affiliazione alla Sacra Corona Unita.

Quell’articolo aveva provocato l’irritata risposta di Michele Spina. In una nota diffusa alla stampa, Spina aveva sottolineato «la moralità e la solidità finanziaria della società che rappresento e la sua totale estraneità alle ipotesi riportate nell’articolo ». Spina aveva concluso dicendo che «fare imprenditoria in Sicilia non significa essere mafiosi ». La nota aveva però sorvolato su alcuni dettagli significativi. Dall’inchiesta della procura di Lecce risulta infatti che, oltre a De Lorenzis e Abbagnato, la cordata includeva anche Antonino e Andrea D’Emanuele, il cui obiettivo era quello di usare la Primal per entrare nel business del gioco con la D&D Servizi Globali Srl, società tra loro spartita al 50 per cento.

Possibile che Spina non sapesse chi erano? Difficile, perché a Catania quello dei D’Emanuele non è cognome che passa inosservato. Natale D’Emanuele, capofamiglia e padre di Antonino e Andrea, è infatti il cugino di primo grado di Nitto Santapaola. E soltanto nell’ottobre scorso, Natale e Andrea D’Emanuele sono stati arrestati nell’ambito di un blitz antimafia contro il clan dei Santapaola, la cosiddetta “Operazione Arcangelo”. In quell’occasione la Direzione investigativa antimafia ha posto i sigilli a due società di onoranze funebri controllate da Andrea D’Emanuele.

A far parte della cordata della Primal era infine anche la signora Daniela Botta. Di Palermo. E attraverso di lei, si arriva dritti dritti a Cosa Nostra. In che modo? Lo spiega il decreto di fermo e sequestro preventivo depositato nel gennaio scorso dai pm di Palermo che riguarda un’altra cosca legata all’erede di Bernardo Provenzano, Salvatore Lo Piccolo. Il decreto in questione spiega il coinvolgimento di questa cosca nel business del gioco clandestino e di quello legale attraverso il loro uomo di fiducia: Giovanni Botta, fratello di Daniela.

Partendo dalle testimonianze dei due pentiti, gli inquirenti hanno appurato che Botta era riuscito a trovare un canale per ottenere le licenze per punti scommesse da lui poi intestate alla sorella: «Botta Daniela, nata a Palermo il 26.12.1969, sorella di Botta Giovanni, è titolare della licenza per gestire un puntodi gioco sportivo per la commercializzazione di giochi pubblici, sito in Palermo, Piazza Tommaso Natale nr.108. Analoga licenza è stata rilasciata a Botta Daniela per il punto di gioco ubicato in Palermo, Viale Della Resurrezione nr.11, all’interno quindi del cosiddetto “Villaggio Ruffini”. In entrambi i casi l’autorizzazione alla commercializzazione dei giochi pubblici è stata rilasciata dalla Primal Srl».
 
 
Le Borse e il timing »
 
Mafia e sale bingo, i particolari dalle intercettazioni


Giovedì 26 Maggio 2011 15:57

C’erano pratiche che procedevano lente o venivano bocciate, negli uffici dell’agenzia regionale dei Monopoli di Stato. Altre invece, quelle sollecitate dai prestanome dei boss, procedevano veloci. E’ un vero e proprio sistema di corruzione quello scoperto ieri dalla Dia di Palermo che ha arrestato 10 persone tra il capoluogo, Giardinello e Borgetto. Per aprire una rivendita di tabacchi oppure evitare i controlli nelle sale bingo, bastava offrire una cena in un ristorante lussuoso o un viaggio o addirittura pagare delle prostitute per soddisfare i piaceri dei funzionari corrotti e solo così la pratiche andavano a buon fine. I 'regalini' in carne ed ossa si intende, venivano recapitati in via Colonna a Rotta a Palermo, almeno così fu per il direttore dei Monopoli Nicola Andreozzi. Il pregiudicato mafioso Corradino Lo Piccolo, vicino al clan Vitale di Partinico, aveva organizzato un incontro molto particolare, diciamo pure piccante, per il capo e per il suo funzionario più fedele, Giovanni Polizzi, che nel suo paese Giardinello, ricopriva pure la carica di assessore all’urbanistica. In dono due escort trapanesi. Ed il regalo serviva per ottenere in tempi brevi il via libera all’apertura di una rivendita di tabacchi in un lido di Balestrate: a gestire l’attività sarebbe stata la moglie dell’imprenditore Francesco Paolo Cataldo, ritenuto dagli investigatori molto vicino a Lo Piccolo. Era il 25 maggio 2009. La pratica rischiò di essere bocciata perchè una delle due escort non si era presentata all’appuntamento. Ma ci pensò la collega a rimediare: 'io faccio per dieci' disse la escort al telefono, parlando con Polizzi. E dopo aver consumato, ecco che magicamente la pratica per la rivendita di tabacchi fu approvata dopo pochi giorni, così dicono le indagini. Ma il direttore dei Monopoli, Andreozzi, insoddisfatto, pretese un altro regalo: un fine settimana a città del mare, il villaggio turistico di Terrasini, per lui e la sua famiglia. Insomma i funzionari dei Monopoli si scambiavano favori trasversali. Dall’inchiesta è emerso inoltre che Giovanni Polizzi chiese un aiutino pure per aprire un punto Snai a Borgetto. Per non parlare poi dei posti di lavoro che riusciva ad ottenere… l’ex assessore di Giardinello infatti, fece assumere diversa gente nelle varie sale bingo della Sicilia. Tra queste, come si legge nell’ordinanza anche una ragazza di Montelepre che Polizzi avrebbe raccomandato al titolare della sala bingo Las Vegas di Palermo. E proprio con lei avrebbe avuto una relazione sentimentale, poi interrotta bruscamente dalla giovane non appena ottenne il posto di lavoro. Polizzi, probabilmente sentendosi usato, chiese all’amico del Las Vegas di licenziare la sua protetta monteleprina. Ma Giovanni Polizzi, non aiutava solo le ragazze con la quale intratteneva relazioni sentimentali, chiese infatti dei favori anche per l’ex marito di una sua amante… Dalle intercettazioni emerge infatti che richiese ed ottenne da Antonino Pirri, finito anche lui in manette ieri, l’ assunzione dell’uomo e la collocazione di alcune slot machine. Il potere di Polizzi però non si limitava a Palermo e provincia, infatti riuscì a fare assume una donna anche in una sala bingo di Ragusa. Insomma denaro e favori caratterizzano l’operazione della DIA che ieri ha portato dietro le sbarre 10 persone. Le intercettazioni poi, soprattutto quelle che riguardano gli incontri e le telefonate tra Polizzi, Andreozzi e le escort sono a tratti disgustose e perciò preferiamo non proporvele!.

(fonte Teleoccidente)
 
Escort, cene e viaggi in cambio di favori. Maxi operazione della Dia:  in manette anche direttori dei Monopoli di Stato
 
E' in corso, dalle prime luci dell'alba, una vasta operazione della Direzione Investigativa Antimafia, che ha portato all'arresto, in varie citta' d'Italia, di numerose persone per corruzione aggravata. Sono in corso perquisizioni e sequestri.
Escort particolarmente avvenenti, cene e viaggi, il tutto in cambio di favori, per alcuni dirigenti e funzionari dell'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato arrestati questa mattina dalla Dia di Palermo per corruzione aggravata. In carcere anche l'ex direttore dell'Agenzia, oggi responsabile delle sedi della Campania e della Sardegna. Gli arresti sono stati eseguiti in varie citta' d'Italia. Sono ancora in corso perquisizioni e sequestri.
Per facilitare le concessioni e le licenze per centri scommesse e sale giochi, Cosa nostra si sarebbe rivolta ad alcuni funzionari compiacenti dell'Agenzia dei Monopoli siciliani che, in cambio di soldi, escort e viaggi, e altri 'benefit' ancora, avrebbero accelerato le pratiche. E' quanto emerge dall'operazione condotta all'alba di oggi dalla direzione investigativa antimafia che ha arrestato dieci persone tra cui l'ex direttore dell'Agenzia dei Monopoli, attualmente direttore della sede campana e sarda, ma anche il suo vice e un assessore comunale del palermitano, dipendente dell'Agenzia. Secondo quanto emerso dall'inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia, alcuni prestanome di boss mafiosi si rivolgevano ai funzionari in cambio di soldi. Da qui l'accusa per tutti di corruzione aggravata dall'associazione mafiosa.
In carcere sono finiti: Nicola Andreozzi, ex direttore della sede siciliana dell'Agenzia dei Monopoli di Stato e attualmente direttore delle sedi di Campania e Sardegna, il vicedirettore della sede siciliana, Salvatore Magno, un dipendente, Giovanni Polizzi, che e' anche assessore comunale all'Urbanistica di Giardinello, piccolo comune del palermitano. In carcere anche Maria Franca Simula, funzionaria della Direzione nazionale dei Monopoli, che nel 2003 fu insignita dell'onorificienza di Cavaliere della Repubblica.
Secondo gli investigatori della Dia un ruolo importante l'avrebbe svolto l'imprenditore Michele Spina, ritenuto uno dei corruttori dei funzionari dei Monopoli. Spina, che e' titolare di una societa' catanese, la Primal, si e' aggiudicato negli ultimi anni 24 sale giochi e 71 punti Snai. Arresti domiciliari per Francesco Casarubea, ex amministratore della sala bingo 'Las Vegas' di Palermo confiscata nel 2008 perche' ritenuta vicino a cosa nostra.
Domiciliari per Francesco Perret, Antonino Pirri, Francesco Paolo Capaldo e Charles Maenza. Sono in corso ancora le perquisizioni nelle abitazioni dei funzionari arrestati. Le mazzette variavano da poche migliaia a 40-50mila euro canalizzati su conti correnti 'ombra'.

http://www.siciliainformazioni.com/giornale/cronaca/125399/maxi-operazione-della-arresti-tutta-italia.htm









































































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