L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























sabato 25 ottobre 2008

Trapani, la Gomorra di Cosa Nostra

Trapani, la Gomorra di Cosa Nostra


di: 

Nicola BiondoRino Giacalone


C’è una provincia in Italia dove lo Stato da sempre è Cosa Nostra. Dove per costruire il nuovo Palazzo di Giustizia ci sono voluti decenni. Dove anche i fidanzamenti e i matrimoni sono regolati dall’onorata società. Dove potrebbe anche non essere necessario leggere atti giudiziari, intercettazioni, relazioni della Commissione antimafia, saggi e articoli di stampa per farsi un’idea di cosa si intende per mafia. Basterebbe vedere il numero delle estorsioni denunciate per capire quante non lo saranno mai. Basterebbe contare gli sportelli bancari in tutta la provincia e vedere all’alba quanti ventenni affollano i pullman che salgono la penisola e arrivano fino in Germania, Svizzera, Belgio. Basterebbe sapere delle decine, centinaia di milioni di euro che ogni anno arrivano dalla Comunità europea e poi andare negli uffici di collocamento, nelle agenzie interinali, nei luoghi dove si affolla quel umanità dolente e rassegnata e capire che qui, nella gomorra di Cosa Nostra, tutto parla di mafia. Tutto è povertà che produce ricchezza che riproduce altra povertà. Sono quelle imprese taglieggiate che chiudono e scompaiono, quei ragazzi, quella massa di sfruttati, i veri latitanti, quelli che fuggono. 

Se da sempre Cosa Nostra ha saputo sintetizzare passato e futuro, tradizione e modernità, violenza ancestrale e bestiale imprenditoria, a Trapani e nella sua provincia questo accade da decenni, praticamente da sempre. Perché qui è nata l’associazione Cosa Nostra, qui ha costruito le sue “vocazioni”, da qui è partita per colonizzare gli States, qui si è sempre sentita al riparo, protetta, qui ha messo a punto militarmente, e in parte politicamente, l’attacco stragista di Milano, Firenze e Roma, qui ha fissato, dopo le intemperie giudiziarie della metà degli anni ’90, il suo zoccolo duro.

E’da qui, dalle meravigliose coste che vanno da Castellammare del Golfo fino a Mazara del Vallo, dai templi greci di Selinunte al teatro antico di Segesta, che sta nascendo la nuova mafia. Che contratta quando è ora di contrattare, che spara quando è ora di sparare, che vota bene quando è ora di votare bene. Sempre al passo con i tempi che cambiano.

Non è una questione di impunità: si può finire dentro, anche per sempre, e continuare a comandare, a dare la linea. Come Mariano Agate, come Andrea Mangiaracina. Che parlano, fanno segni ai parenti, mandano pizzini dal carcere. Ci sono ancora e si fanno sentire dall’ex-inferno del 41-bis. 
Ma la mafia trapanese è sopratutto una questione di numeri e di sangue. In tutta la provincia ci sono circa 100 arresti l’anno per associazione mafiosa; in proporzione agli abitanti è come se nella sola Palermo ce ne fossero oltre mille l’anno. Ed è lo stesso sangue da sempre quello che scorre nelle vene della classe dominante criminale a Trapani: Bonanno,Magaddino, Milazzo, Messina Denaro, Virga, Bastone, Mangiaracina, Agate… nonni, figli, fratelli, nipoti, cugini. E’ il tributo di sangue a Cosa Nostra, all’ideologia del potere e del dominio, sempre, a tutti i costi. Se ci nasci dentro sei segnato, se ne sei fuori, o entri o conviene lasciar perdere, cercare dignità altrove.

Cosa Nostra trapanese è un unicum che ha una doppia origine, storica e funzionale insieme.

Non è il progresso civile, con le sue storture e le sue vittorie, che permette di indagare il fenomeno criminale ma il suo contrario. E’ il fenomeno criminale che disegna sotto ogni aspetto i confini della storia civile e incivile di questa provincia; ne traccia il progresso economico, politico, sociale e antropologico. Le chiavi della storia del novecento a Trapani e nella sua provincia sono in mano a Cosa Nostra; gli affiliati sono insieme i protagonisti e i narratori. 
Se la capitale della mafia è stata, fino ai primi anni ’80, a Palermo e poi si trasferirà nelle campagne, tra i viddani di Riina, a Trapani il bastone del comando non è mai passato di mano. A guardare il curriculum di Francesco Messina Denaro e Vito Mangiaracina, dei Bonanno e degli Agate, si capisce che loro erano i corleonesi ante-litteram, prima che quei picciotti di paese facessero parlare il mondo. Perché se a Palermo e poi a Corleone ha trovato sede il governo di Cosa Nostra, a Trapani c’e, da sempre, il ministero degli Esteri dell’onorata società e, secondo alcuni, anche quello del Tesoro. E’ la storia di Cosa Nostra che racconta l’unicum trapanese. Lo ha sintetizzato bene l’ultima gola profonda di Cosa Nostra, Antonino Giuffré, una vita spesa accanto a Francesco Messina Denaro e Bernardo Provenzano: 

“Oggi la mafia per sopravvivere deve ritornare indietro e cercare di correre ai ripari, per non rifare gli errori che ha fatto perché la storia appositamente insegna questo, e iniziare. E niente di strano che sta iniziando daccapo dallo “zoccolo duro”, se si può dire, siciliano, che è Trapani che a sua volta gode di tanti altri appoggi”.

Per questo motivo, racconta il pentito, “si è deciso di ritornare alle origini”.
Ripartire dal passato. Come diceva Pino Lipari, mafioso e imprenditore nel cuore di Provenzano, al telefono nell’agosto del 2000: “il giocattolo si è rotto”. “E mettiamolo dritto sto giocattolo”- gli rispose l’interlocutore.

La nuova mafia, quella che Giuffré ha visto nascere dopo le stragi, dopo gli arresti dei boss, dopo le decine di pentiti, ha bisogno di “studiare” ripartendo dal passato, “perché non c'è cosa più pericolosa di un mafioso ignorante nel suo settore. Non parlo come cultura che dev'essere un universitario o laureato, ma nel suo settore specifico: mafia. Ragion per cui capendo questo e che lì c'è un buon laboratorio di preparazione, il discorso può essere perfettamente attuale e importante”. Perché “Trapani - racconta ancora Giuffré - compresa Castellammare, é una delle zone più forti. Ma non solo é più forte, é una delle zone più forti, anche più sana, diciamo, da un punto di vista che non ha ricevuto grosso modo ... da parte delle forze dell'ordine”. 

Qui è avvenuta la prima guerra di mafia, a Castellammare del Golfo, alla fine degli anni 20, utilizzando, in anticipo di qualche decennio, il metodo della “lupara bianca”; qui si è manifestato il primo “pentito” della storia dell’organizzazione, Melchiorre Allegra, detto Ione, un medico che esercitava nel paese di Castelvetrano, oggi feudo dei Messina Denaro, che raccontò, in presa diretta, i riti e i “tic” dell’onorata società. Morì nel suo letto, senza vendette, di morte naturale, permeato di un alone di intoccabilità.

Sempre da Castellamare si posero le basi per la nascita del primo network mafioso internazionale. A strutturarlo fu Giuseppe Bonanno, Joe Bananas, il sogno incarnato di rendere legale l’economia mafiosa, il primo e unico boss, se si eccettua Nick Gentile, a scrivere la sua autobiografia. Da qui si intravede la modernità di Cosa Nostra, la capacità di innestarsi nel tessuto sociale ed economico di un paese pur mantenendo intatta la “propria tradizione”. La ricchezza dei contatti con l’estero, Stati Uniti, Canada e Venezuela su tutti, ma anche Australia, Belgio, Svizzera, Francia, è stata ed è una delle chiavi del successo della mafia, di quella di Trapani in particolare. 
Antonino Giuffré ha raccontato perfettamente questa bidimensionalità di Cosa Nostra trapanese al FBI: “quel vincolo strettissimo che le prime potenti cosche del trapanese avevano con i picciotti di oltreoceano …è un vincolo di sangue che parte dalla Castellammare degli anni 20 e 30 e che ritorna indietro, alle sue radici in questi ultimi anni…” ( vedi box )

I boss trapanesi decisero, fin dagli anni 20, di sfruttare l’unica ricchezza della zona, l'emigrazione. Mandavano i picciotti all'estero e ne ricevevano i loro successi, in termini di conoscenze, traffici, amicizie. “Da Trapani partivano ma a Trapani ritornavano tante cose e persone importanti” dice sempre Giuffré. La camorra, in questo senso, ha fatto il percorso inverso – come ha raccontato Roberto Saviano – innervando affari e cosche all’estero non avendo però una tradizione forte alle spalle. Cerca affari e chi gli permette di farli ma non il potere.

L’immigrazione come risorsa criminale, base di un accordo che dura da oltre mezzo secolo. La centralità della mafia trapanese venne riconosciuta a partire proprio da questa sua particolare vocazione “internazionalistica” nel vertice dell’Hotel delle Palme di Palermo tenutosi alla fine dell’ottobre del 1957.
Per cinque giorni i boss siciliani e americani si confrontarono e misero in piedi la struttura di un organizzazione i cui confini sono rimasti gli stessi. Per cinque giorni il boss Joe Bonanno strinse mani, incontrò vecchi amici e ne conobbe di nuovi, lasciandosi andare a pranzi luculliani. Era ospite di un albergo storico: fu la residenza della famiglia inglese dei Whitaker, di Richard Wagner e dello scrittore Raymond Russel ma soprattutto, in epoca più recente, era stato il quartiere generale alleato dopo lo sbarco del '43, dove venne attuato il piano di utilizzo dei mafiosi in chiave anticomunista. Quel albergo simboleggiava il patto, secondo alcuni scellerato, per altri benedetto, che faceva di Cosa Nostra l’avamposto dell’occidente contro l’infedele comunismo, una sorta di Gladio criminale. 

La questura di Palermo sapeva perfettamente che lì si trovava il ghota della mafia, anzi della criminalità organizzata come veniva chiamata nei rapporti di polizia dell'epoca, ma rimase a guardare. Facevano parte della compagnia i cugini Galante, John Bonventre, Frank Garofano, Vito Vitale e Gaspare Magaddino arrivati dagli States con il padrino Bonanno. Alle Palme trovarono Giuseppe Genco Russo, che aveva da poco preso lo scettro da Calò Vizzini, Vincenzo Rimi, Cesare Manzella, Calcedonio Di Pisa e, secondo alcuni, il giovane Tommaso Buscetta. In quei giorni maturarono due scelte: quella di dar vita alla commissione regionale, l’esecutivo di Cosa Nostra, e stabilire le rotte della droga. Decisioni che sopravvivono ancora oggi.

Nella mappa della commercializzazione della droga e il riciclaggio degli hot money, i soldi sporchi, la mafia trapanese si ritagliò un posto d’onore. I primi trafficanti di eroina, le prime notizie di riciclaggio nell’edilizia e nell’acquisto di terre, il do ut des tra amministrazioni locali e mafiosi avviene da quel momento e in quella provincia, per prima. 

Tutto lì era più facile: il controllo era totale. Il monopolio si estendeva alla vita politica, con la presenza rassicurante di Bernardo Mattarella, incontrastato leader di una DC che sfiorava il 65%; un’economia debolissima che fu felice di arrendersi perché gia apparteneva alle famiglie del latifondo che a loro volta avevano come amministratori mafiosi doc, come don Ciccio Messina Denaro; un tessuto sociale disastrato da secoli di ignavia, soprusi e miseria che aveva finito con lo svuotare i paesi con l’emigrazione. Ed era monopolio non soltanto l’uso della forza e la rappresentanza politica ma anche la capacità di imporre tributi. Roba da Medioevo. A incarnarlo erano i cugini Salvo: imprenditori, banchieri, ma soprattutto esattori,ma non della mafia, anche se punciuti lo erano tutti e due, Nino e Ignazio, ma dello Stato. Dalle esattorie che gestivano traevano un dazio del 10%. 

Non serviva neanche la lupara ad imporre il dominio del neo-capitalismo mafioso della droga e degli appalti. I pochi, pochissimi omicidi, erano endogeni, regolavano conti interni all’organizzazione, fissavano la scalata dei vincenti. E soprattutto, in questo contesto, quei soldi furono una manna, non puzzavano, odoravano di buono, di cemento, asfalto e calce, di mosto e uva che finivano nelle grandi cantine appena costruite. 
Un calcolo per approssimazione è stato fatto dalla Guardia di Finanza alla metà degli anni ’90; secondo un rapporto oltre un terzo della droga arrivata in Italia, fin dagli anni ’50, è sbarcata sulle coste trapanesi. 






Non sorprende, allora, che la mafia trapanese è al centro della cupola perché è sempre stata associata nelle più importanti operazioni internazionali, legali e illegali, a partire dalla droga e dalle armi.
Sulla costa arrivavano i grandi carichi dall'estero, all'interno operavano le raffinerie di droga come quella di Alcamo scoperta il 30 maggio 1985. Leggendario rimane l'arrivo, nell’inverno del 1988, sulle costa tra Castellammare e S. Vito Lo Capo della nave Big John con oltre 600 kg di coca, un operazione rivelata dal pentito Joseph Cuffaro. Quel carico era il suggello al rapporto con il cartello di Medellin che avrebbe fornito in esclusiva a Cosa nostra la propria merce, pagata sia in contanti che in eroina, e che prevedeva l'accordo dei mafiosi del nord Europa per investire i proventi sudamericani nelle loro attività. 

A partire dal 1984 Cuffaro mise i locali della sua fabbrica di ventilatori per soffitti di Miami a disposizione della rete dedicata al traffico di cocaina organizzata dalla mafia.

L’obiettivo era quello di disfarsi di buona parte dell’eroina proveniente da Oriente, che in quel periodo aveva iniziato la sua parabola discendete sul mercato, senza però chiudere i vecchi rapporti con le organizzazioni siriane, turche e thailandesi; nello stesso tempo bisognava gareggiare con l’espansione dei nuovi cartelli del narcotraffico centro-americani, portoricani soprattutto, che invadevano il mercato statunitense e si apprestavano a farlo con quello europeo. Cosa Nostra avrebbe assunto direttamente ed in situazione di monopolio l'attività di importazione della cocaina dalla Colombia, tanto che i rappresentanti del cartello di Medellin si erano già impegnati a non utilizzare loro corrieri per l'esportazione in Italia.

Fino alla metà degli anni ’70 in Sicilia l’eroina arrivava già raffinata; dai laboratori della Turchia, della Siria, del Libano e da quelli del clan dei marsigliesi. Poi avvenne il salto di qualità e si diede vita ad una vera e propria scuola di mafia. Alcuni picciotti vennero mandati a fare degli stage all’estero e lì appresero il mestiere della raffinazione. Le famiglie più importanti avevano il loro chimico di fiducia: tra i più bravi ci sarà Francesco Marino Mannoia, che prima lavorerà per il capo della cupola Stefano Bontade, poi per i corleonesi. Gli stages venivano organizzati dalle famiglie di Cosa Nostra trapanese, quasi tutte originarie di Castellamare del Golfo.

Quella dei soldi della droga, del riciclaggio, era una fissazione di alcuni investigatori.
La pista dei soldi, veniva chiamata. Il ciauro, l’odore come si dice in Sicilia, era, ed è, fortissimo nelle coste e nelle campagne trapanesi. Veniva dai pescherecci di Mazara del Vallo, dalle navi che portavano calcestruzzo e pesce a Trapani e Castellamare imbottite di morfina base e coca e si propagava nelle campagne di Alcamo, della Valle del Belice, di Marsala, dove furono istallate almeno cinque raffinerie, tra gli orti e i vigneti.

Ciaccio Montalto, giudice istruttore a Trapani, Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo, il capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, Cesare Terranova e Gaetano Costa, procuratore della Repubblica, erano tra quelli che lo sentivano quell’odore. E, come ha scritto Carlo Lucarelli, anche per questo “erano già morti, non lo sapevano, ma erano già morti”. 
Non c’era bisogno dei corleonesi per avere i contatti buoni, né dei palermitani, definiti “scassapagghiari”, buoni a nulla e vanesi; perché le cosche di Trapani ai rapporti esteri ci hanno sempre tenuto e chi li vuole sfruttare deve bussare alla loro porta.
Ciaccio Montalto lo aveva capito bene. Nino Giuffré lo spiegherà venti anni dopo al procuratore Piero Grasso: “Trapani é un punto di incontro tra i Paesi arabi e l'America. Le posso tranquillamente dire che oltre Castellammare, oltre ai traffici normali, droga e tutto il resto, diciamo che é un punto dove si incontrano diverse componenti che girano attorno alla mafia. È un punto di incontro della massoneria. É un punto di incontro, in modo particolare intendo riferirmi a dei Servizi segreti deviati, cioè é un punto di incontro particolarmente ricco e particolarmente pericoloso principalmente per gli Stati Uniti, in modo particolare del mondo arabo".

Il reticolo degli affari con il medio-oriente, le Americhe e la Turchia era impressionante ed entrerà a far parte di alcune delle più importanti inchieste della magistratura: quella sul commercio di armi e droga compiuta da Carlo Palermo, il procedimento Pizza Connection avviato dal pool palermitano di Giovanni Falcone e infine quello sull’attentato a Papa Woytila istruito da Rosario Priore.

I misteri trapanesi sono legati a questi rapporti che Cosa Nostra intrattiene da decenni – come spiega Giuffré; rapporti che alcuni vorrebbero occulti e che invece sono solo riservati. Si manifestano in luoghi pronti ad accogliere chi ha amicizie e potere da portare in dono e da ricevere. E compongono una famigerata alleanza descritta in migliaia di atti giudiziari. La trimurti mafia-servizi segreti-massoneria. "C'era anche qualcosa che é andato oltre Cosa Nostra, un rapporto che é durato 40 anni e c'è stato qualche cosa che li ha legati all'inizio che poi sono andati sempre perfettamente d'accordo – racconta ancora Giuffré all’FBI per spiegare la potenza della mafia trapanese - Tutto questo amore, tra virgolette, che il Riina aveva per questa zona era appositamente che c'è qualche cosa di molto importante. Questo “qualcosa di molto importante”, appositamente, é Castellammare. Castellammare è stata anche una miniera di notizie, che poi arrivano tramite Cosa Nostra, anche a livello di Servizi segreti, cioè è stato tutto un punto, e lo é, strategico importantissimo…cioè hanno trovato rifugio, punto di incontro tutte le persone in ombra più importanti per un lunghissimo periodo, e a livello massonico e a livello di Servizi segreti. Cioè, sotto ci sono parecchie cose molto molto molto importanti e pericolose. Tranquillamente possiamo dire che é il punto strategico

Sembra un romanzo, uno di quei racconti che i sepolcri imbiancati del “garantismo” nostrano bollano come dietrologia. Quelli a cui Roberto Saviano – ancora lui – si riferisce quando si domanda dov’erano, questi soloni, quando la Gomorra nasceva e prosperava.

E allora bisognerebbe raccontarla questa favola dietrologica, le cui realtà, queste sì inconfutabili, rimangono le raffinerie di droga e gli sportelli bancari – 0,44 per ogni mille abitanti, una percentuale da paradiso fiscale dove affluiscono il 40% dei depositi di tutta l’isola – i comitati d’affari e le logge massoniche coperte, inaugurate dal gran maestro Licio Gelli, dove si incontravano mafiosi latitanti e a piede libero, politici ed imprenditori, uomini d’affari trapanesi e oscuri trafficanti bulgari e turchi. Questa realtà da spy story fatta di aeroporti militari abbandonati di giorno e affollati di notte, di basi di Gladio e comunità di recupero di tossicodipendenti come la Saman. Questa favola dietrologica che odora di paura e morte: quella di Ciaccio Montalto e del giudice Giacomelli, di Mauro Rostagno, di Barbara Asta e dei suoi due figli: tutti delitti dove se c’è il colpevole è la Cupola ma se si chiede il movente, la giustizia allarga le braccia e sembra dire, “che bisogno c’è di sapere il motivo, è la mafia”. 

Perché si può morire di mafia, come è morto l’agente di custodia Giuseppe Montalto, sparato in faccia davanti alla sua famiglia, e forse darsi pace, perché si conosce il motivo: avere intercettato un pizzino che passava da una mano ad un’altra nelle celle del 41 bis.

Ma rimane incredibile che ad oggi non si conoscano i moventi della strage di Pizzolungo contro Carlo Palermo, di quelle sventagliate di mitra contro Ciaccio Montalto che rimane lì, esanime dentro la sua macchina, per tutta la notte, in mezzo ad un paese che non fa nulla, che non chiama neanche un autoambulanza. Non si sa nulla di chi e soprattutto del perché qualcuno tende un agguato a Mauro Rostagno, fa allontanare una testimone che era con lui e poi lo fa secco. 

Si può morire come Boris Giuliano, mentre si beve un caffé dopo notti passate a studiare le matrici degli assegni, le valige di droga sequestrate all’aeroporto, eroina troppo pura per venire dal Medio-oriente, eroina che sapeva di Sicilia. Si può morire come l’agente Nino Agostino, di giorno un poliziotto come tanti, la notte inviato speciale nei paesi del trapanese a cercare i santuari intoccabili.
Si può morire come Antonella Bonomo, donna del capo mafia Vincenzo Milazzo. Torturata e strangolata, con un bambino in corpo, perché qualcuno aveva il sospetto che entrambi intrattenessero rapporti con un agente del Sisde. Oggi la Procura di Palermo ha identificato quel contatto e sospetta che i vertici del servizio civile sapessero in anticipo della strategia terroristica di Cosa Nostra perché proprio Milazzo l’avrebbe avversata e per questo fu anche lui eliminato ( vedi box ).

E si può decidere di morire, solo perché si è nati nel posto sbagliato, come Rita Atria, dalla parte sbagliata, in una famiglia di mafia, a Partanna: nonno, padre, fratello, tutti punciuti. Rita che aveva visto in Paolo Borsellino il padre, la famiglia che non aveva mai avuto, che non l’aveva mai protetta. E quando anche questa viene ridotta in cenere, decide che nulla ha più senso.

Segnali. Ce ne sono tanti a Trapani. Quelli che arrivano dalla mafia, dalle stanze affrescate dei palazzi nobiliari. 
Fatti che all'apparenza sono inspiegabili e che alla fine una spiegazione l'hanno sempre. Ci sono segnali che arrivano ogni giorno dalla gente comune, come una mano battuta sulla spalla o il solito intercalare che si usa per le strade quando ci si incontra, "tutto a posto?", "che si dice?", "non si dice niente". Già, non si deve dire niente. Un modo per rassicurarsi che fastidi in giro non ce ne sono e tutto può proseguire secondo il solito andazzo, la solita normalità della imperturbabilità. Arresti, scandali, condanne a Trapani non debbono far notizia, meglio che non siano conosciuti, se proprio devono avere diffusione bisogna scriverli sui giornali in modo tale che si capisca poco. 

Segnali. Uno lo si colse il 25 febbraio del 1998, giorno dei funerali di Calogero Minore, il boss trapanese deceduto di morte naturale. Fratello di Salvatore che ebbe sorte diversa e violenta, strangolato e sciolto nell'acido dai boss corleonesi nel novembre del 1982. Calogero, invece, è morto nel suo letto e senza che i processi in corso nei suoi confronti siano stati chiusi. E’ morto come un vero patriarca, senza carte macchiate, ma tutti sapevano chi era. Le esequie nella chiesa più importante della città, a pochi metri dalla sua casa, nella Basilica dell'Annunziata. Rione Borgo, regno dei Minore. Dentro la chiesa stracolma, fuori altra gente assiepata, negozi chiusi in segno di lutto. La deferenza della città mostrata al boss ed ai suoi parenti, oltre quello che poteva essere l'estremo ultimo saluto. Le presenze in quella Chiesa hanno reso percepibile in che modo e come la società trapanese in questi anni è cresciuta, all'ombra di un uomo di rispetto e rispettato sino all'ultimo, con un necrologio secondo una tradizione che continua ancora oggi come per un altro patriarca Francesco Messina Denaro. Caliddo Minore venne così ricordato sul quotidiano più letto della città, il Giornale di Sicilia: "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà, agli occhi degli stolti parve che morissero". Mai pensiero poteva essere così chiaro. Per Francesco Messina Denaro il figlio Matteo aveva pubblicato il suo commiato: “Beati i perseguitati, perché di essi sarà il regno dei cieli”. 

Segnali. Come quelli intercettati attraverso i telefoni “puliti” di chi protegge la latitanza del giovane don Matteo Messina Denaro e che raccontano quanto è amato e adorato, come una rockstar, come un dio: “«Lu putissi viriri, facitici sapiri che se vuole lo posso portare in giro con la moto, ci mettiamo i caschi, e ci fazzu pigghiari un pocu d’aria». Parole di Vito Signorello, professore di educazione fisica, calciatore dilettante. Perché Matteo Messina Denaro è latitante grazie alla cosiddetta «zona grigia» di Cosa Nostra: uomini ufficialmente estranei alle cosche, professionisti, perfettamente consapevoli di sostenere l’uomo più importante della cupola trapanese, e oggi non più solo di quella. «Se non ci fossero i pentiti noi saremmo imbattibili, i tempi sono brutti, ma a niatri un ponno fare nenti», dicevano i suoi complici che però ad uno ad uno sono caduti nella rete della polizia e dei carabinieri. Favoreggiatori scoperti ma puntualmente soppiantati, perché operano in un contesto culturale dove l’adoperarsi in favore di organizzazioni mafiose viene avvertito come comportamento dovuto e pagante. La sua ultima foto, quella con i rayban con lenti fumè, racconta di un boss il cui potere non deriva solo dalla violenza ma dall’essere tenutario di segreti sui quali ha strutturato un nuovo sistema di potere. Il modello messo in piedi da Messina Denaro con il placet di Provenzano è quello di infiltrare il tessuto economico e stabilire così canali diretti con l’amministrazione pubblica, la politica locale, le istituzioni. Questo è il nuovo volto, il vecchio sogno di legalizzare Cosa Nostra SPA attraverso le stanze che contano, perché il successo, come è noto, fa dimenticare tutto, ripulisce ogni cosa.

Questo modello è frutto della mediazione avvenuta durante il triennio ’92-’94, tra le stragi, la fine della prima repubblica e della guerra fredda, con l’avvento di nuovi partiti e il tramonto dei vecchi referenti. Le leadership di mafia sono strettamente legate ai grandi mutamenti. E don Matteo questo lo ha capito, in molti si sono affidati a lui, da una parte all’altra dell’oceano. 
Non per nulla secondo Giuffré “i rapporti internazionali vengono gestiti da Messina Denaro…Cosa Nostra non chiude le porte a nessuno, quando gli interessi convergono vengono fatte le alleanze…dovete considerare che nel momento in cui la mafia tratta, non è un’ associazione politica, tratta affari, tratta droga, tratta armi, ha nella mani tutte quelle cose illegali che passano dietro le quinte lì dove ci sono persone che sono state nei servizi segreti e alcuni di loro sono anche in contatto con frange estremiste e terroristiche…eco perché posso dire serenamente che vi sono relazioni tra la mafia e i terroristi del mondo arabo”. 

Il ministro degli esteri di Cosa nostra, dicono gli esperti. Ma davvero Matteo è il testimone di un passaggio d’epoca e ne conserva i segreti? Secondo i pentiti e gli investigatori il suo vero potere è nei segreti che porta con sé. Sarebbe lui il depositario “dell’archivio” di Riina: a Castelvetrano Messina Denaro conservava il tesoro di don Totò. All’interno di una gioielleria, dentro una cassaforte, si trovava un ascensore che portava ad un miniappartamento arredato di tutto punto dove Matteo trascorse il primo periodo di latitanza. Lì incontrava il capo dei capi Totò Riina. In quel caveau c’era anche quello che fu denominato il “tesoro di Riina”, gioielli e preziosi che l’incensurato gioielliere, Francesco Geraci, custodiva, ma anche qualcos’altro, forse un vero e proprio archivio. Geraci era anche intestatario di beni di «Totò u curtu» che ogni anno si premurava di fargli avere il rimborso delle tasse che il prestanome doveva pagare. Eccoli gli insospettabili che lavorano border-line, tra i salotti della buona borghesia e i grandi latitanti. Che appena arrestato si trova al centro di una di quelle storie tutte siciliane. Non bastava che sulla politica aleggiassero ombre e sospetti. Ci mancava pure che si scoprisse che i Messina Denaro fossero stati “campieri” di una delle famiglie siciliane più blasonate e ricche, la stirpe dei D’Alì imprenditori e proprietari di una banca. Il vecchio Francesco Messina Denaro fu per una vita fattore dei D’Alì, prima di passare la mano al figlio Matteo. Nel 1998 in Commissione Antimafia vennero esibiti i documenti che provano il pagamento a Matteo Messina Denaro, ufficialmente agricoltore, di 4 milioni ricevuti nel 1991 dall’Inps come indennità di disoccupazione: ad averli pagati era Pietro D’Alì, fratello di Antonio senatore di Forza Italia, ex sottosegretario agli Interni, e figura emergente del panorama politico nell’isola. 

Anche il fratello di Matteo Messina Denaro, Salvatore, ha lavorato per i D’Alì: è stato funzionario della Banca Sicula e poi, nel 1991, è passato alla Commerciale. Nel 1998 verrà arrestato per associazione mafiosa. 

Di storia in storia: Francesco Geraci, il famoso gioielliere di Castelvetrano feudo dei Messina Denaro, raccontò che “nel 1992 Matteo Messina Denaro mi chiese di acquistare dai D’Alì un terreno per 300 milioni da regalare a Riina. Si tratta della tenuta di Contrada Zangara, a Castelvetrano”. Le firme su quel contratto di compravendita sono quelle di Geraci e di Antonio D’Alì. “Io sono intervenuto solo al momento della firma - racconta Geraci - Dopo la stipula andai spesso alla Banca Sicula e mi feci restituire i 300 milioni”. Insomma una finta quel acquisto, solo per schermare i boss Riina e Messina Denaro.
Ma i D’Alì hanno sempre negato qualsiasi coinvolgimento. Francesco Messina Denaro fu assunto dal nonno di Antonio junior, l’ingegner Giacomo D’Alì, quando “si era ben lontani dall’evidenziarsi di fenomeni che rivelassero la instaurazione di un’economia criminale. Matteo Messina Denaro era “alle dipendenze come salariato agricolo, fino a quando non si scoprì chi fosse. Il passaggio della tenuta di Zangara dai D’Alì a Riina è “una vicenda svoltasi all’insaputa del venditore”.

I segreti di don Matteo sembrano davvero senza fondo. E’ lui che scatena le stragi a Roma, Firenze e Milano con l’obiettivo di porre nuove condizioni al potere politico e finanziario, in piena tangentopoli, per poi cercare ( e trovare, secondo alcune sentenze ) i nuovi referenti: prima con l’idea di creare un movimento simile alla Lega - Sicilia Libera - poi con l’aggancio di Rosario Naimo – rappresentate della cupola siciliana in nord-america “ che, racconta l’ex-fedelissimo di don Matteo, Vincenzo Sinacori, “poteva fare tantissimo perché Cosa Nostra americana ha i suoi agganci, nel senso che loro hanno uomini suoi nel governo, so soltanto che Rosario Naimo era il numero 1. 
Poi infine con Forza Italia secondo quanto hanno raccontato i pentiti al processo contro Marcello Dell’Utri, conclusosi in primo grado con la condanna dell’esponente politico. Sembra tutto chiaro ma non lo è. Cosa Nostra prima di muoversi e giocare le sue pedine si sarebbe consultata. Procedere alla corleonese non significa sparare e basta ma capire anche se qualcuno ha interesse a sparare. Lo scopo delle stragi era sempre quello di “cercare un contatto con qualche politico, con qualcuno delle Istituzioni che poteva venirci a dire qualcosa: 'perché non la smettete?”
Secondo Giuffré, “Dietro la morte dei due giudici, Falcone e Borsellino, c'è un movente, una causale internazionale che per una parte coinvolgerebbe i boss d'oltreoceano.. Cosa nostra in America è un gigante. Per le regole di Cosa nostra, quando un giudice palermitano arriva in America e indebolisce la mafia italoamericana con provvedimenti giudiziari, il capo della cupola della regione a cui appartiene il magistrato deve intervenire. Sto parlando di Totò Riina che in questa vicenda ha avuto delle responsabilità nei confronti degli americani e per questo ha dovuto cercare di neutralizzare gli attacchi che venivano rivolti ai boss degli Stati Uniti».

“I massoni vosiru ca si fici chistu - ha raccontato Giovan Battista Ferrante al processo Borsellino – “così disse Riina a Matteo Messina Denaro, perché se fosse stato solo per Riina le stragi non si sarebbero fatte”. Arduo da dimostrare che i corleonesi non volessero la mattanza ma qualcosa di vero c’è. E’ dimostrato, infatti, che tra Capaci e Via D’Amelio i boss di Castellamare del Golfo tenevano quotidiani contatti con sconosciuti interlocutori, in Germania, Stati Uniti, Malta e l’est europeo. E sempre con lo stesso telefono cellulare con cui i boss si intrattenevano con personaggi del sottobosco dei servizi segreti.

Amicizie utili che arrivano fino dall’altra parte della barricata.
Come Giorgio Riolo, maresciallo dei Carabinieri, esperto in intercettazioni, che ha ammesso: “Ho rivelato che una telecamera era stata piazzata dai CC a casa di un parente di Matteo Messina Denaro a Castelvetrano”.

Altri segnali. Perché il miglior mafioso non è quello che spara ma quello che evita di sparare. Come Francesco Pace che faceva il capo mafia, comandava la nuova cupola trapanese, quella fatta da imprenditori senza "coppole", senza bisogno di "punciuti" e "santini" che bruciano sul palmo delle mani. Era il boss e nel frattempo intascava dallo Stato una cospicua cifra per «ingiusta detenzione», dopo un arresto avvenuto nel ’94. 
Pace, 65 anni, imprenditore edile, ufficialmente pensionato, aveva un portafoglio oltremodo ricco; persona "rispettata", entrava nelle case che contavano, frequentava politici e amministratori. 
Nei suoi confronti gli atti di accusa di alcuni pentiti: uno di questi, raccontando dei suoi traffici legali e illegali disse che il don “punciutu” non lo era mai stato. E i giudici di appello di Palermo, distratti sul resto delle dichiarazioni, finirono con l’assolvere Ciccio Pace che tornato libero di muoversi la prima cosa che fece fu quella di presentare il conto allo Stato, per quella ingiusta detenzione. E ottenne “soddisfazione”, una notevole somma che tornò ad investire nei soliti affari. Per fagocitare, in particolare, una grossa impresa di calcestruzzi, seguendo un classico percorso, lo stesso che aveva fatto “ricco” il boss Vincenzo Virga. 
Ciccio Pace non era mafioso, diceva il pentito Francesco Milazzo, “ma cumannava assai”, perché a Trapani era l’uomo fidato dei mazaresi. 
Ciccio Pace proprio tramite i mazaresi ereditò un rapporto diretto con Matteo Messina Denaro. Capo mafia, don Ciccio, ci divenne un giorno in cui dalla latitanza Vincenzo Virga fece arrivare a chi di dovere un “pizzino”, del tutto simile a quelli trovati nel covo di Bernardo Provenzano. Dopo una serie di indicazioni, l’ultimo rigo era estremamente chiaro, nemmeno “criptato”. Si leggeva “tutte le imprese con Pace”. Era la ricompensa per cui aveva lavorato una vita, un po’ come dire amministratore delegato di Cosa Nostra SPA. Il primo atto di quell’investitura fu "bussare" alle porte dell'Assindustria e dei politici: c'era da togliere di mezzo un'azienda confiscata alla mafia, la Calcestruzzi Ericina, che dava fastidio al mercato, perchè da lì non potevano uscire fatture false e gonfiate, i lavoratori venivano pagati, non si faceva riciclaggio e soprattutto i prezzi erano quelli giusti. Il presidente degli imprenditori di allora, l'ing. Marzio Bresciani, si incontrò con l'allora prefetto di Trapani Fulvio Sodano proponendo un'offerta per la calcestruzzi Ericina. Ma le cose finirono male. Sodano dopo essersi informato con la squadra Mobile e con il vice questore Giuseppe Linares chiuse loro la porta: la Calcestruzzi Ericina non sarebbe mai stata più Cosa Nostra. Don Ciccio Pace, intercettato dalla polizia, diede un'anticipazione ai suoi sottoposti: tranquilli, Sodano sarebbe andato via, Linares pure. Salvo poi veder smentita quella promessa la mattina del 24 novembre del 2005 quando si trovò dinanzi Linares che lo arrestava.
Ma almeno uno dei desiderata dei boss si avverò: il prefetto Sodano venne silurato e con tanti ringraziamenti trasferito altrove dal governo Berlusconi. Sodano ha accusato l’ex sottosegretario trapanese Antonio D’Alì, questi ha risposto con una richiesta di risarcimento in sede civile. Ma ci sono magistrati che ancora oggi indagano su quanto accaduto. Su chi ha suonato le corde di quella decisione portata sul tavolo del Consiglio dei Ministri di Palazzo Chigi.

C’è voluto del tempo e lo si cominciò a scoprire solo dal 1993, perché le cose andavano in quel modo: Mazara era una delle “capitali” di Cosa Nostra, perché lì si intrecciavano gli uomini della mafia e della massoneria, i colletti bianchi e certi intrighi internazionali. Come il tentativo di far passare da qualche banca locale quel fiume di miliardi, mille e ottocento miliardi di vecchie lire, che dovevano servire ad acquistare un isolotto, Manuel, al largo di Malta dove realizzare un residence in mano ai mafiosi. E' un segreto svelato quello del legame forte che esiste in provincia di Trapani tra mafia ed imprenditoria. Cresciuto su quella realtà che viene riportata, da anni, in diversi atti dell'antimafia, in poche parole: "Trapani cassaforte di Cosa Nostra". 

Quando entrarono in vigore le nuove misure bancarie i boss e certi colletti bianchi per tempo erano riusciti a svuotare quelle casseforti, anche se qualche banchiere ha subito processi per bancarotta, come il marsalese Baldassarre Scimemi. Un rischio calcolato per quei capitali sporchi di sangue e droga che nel frattempo avevano preso altre direzioni.
Ma cosa c’è di tanto importante a Mazara del Vallo? C’era si Mariano Agate, uno dei più potenti mafiosi siciliani, il boss amico dei massoni e di potenti burocrati e professionisti siciliani, che riusciva a comandare anche da dentro le carceri nonostante il 41 bis. Ma c’erano anche Vito Mangiaracina e il figlio Andrea, imprenditori, mafiosi e trafficanti. E proprio Andrea, il giovane boss che ospitava Riina e stravedeva per Matteo Messina Denaro, è il primo e unico mafioso di cui si ha certezza che abbia incontrato l’allora ministro degli Esteri Giulio Andreotti, in un afoso pomeriggio siciliano del 1985. Ma a Mazara c’era anche un’altra persona in quegli anni: Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra che di quel paese aveva fatto la sua seconda patria dopo Corleone. Ecco perché i mazaresi erano, e sono, potenti. C’era Riina a proteggerli e a sostenerli. Ma anche ad inguaiarli. Quando il 14 settembre del 1992 venne compiuto a Mazara l'attentato al commissario Rino Germanà, dal quale il poliziotto riuscì miracolosamente a scampare, grazie all'incapacità di Leoluca Bagarella ad azionare il kalashinkof che teneva, scattarono le indagini. Una delle prime telefonate intercettate fu quella che permise di scoprire l'imminente organizzazione a Roma di una riunione, nello studio di un avvocato, Gaetano Buscemi, con politici, imprenditori siciliani e mazaresi, un narcotrafficante e un faccendiere maltese, Victor Balzan, per mettere in atto una maxi operazione di riciclaggio internazionale, l'acquisto, per l'appunto, di quello scoglio di Malta, l'isolotto di Manuel. 

Una storia vecchia quella di Trapani cassaforte di Cosa Nostra.

Un pentito di Castelvetrano, Vincenzo Calcara, ha raccontato che un giorno una ingente somma di denaro messa dentro una valigia, partì dalla Valle del Belice e finì in mano al capo dello Ior, il cardinale Paul Marcinkus. 

Non c’erano prove che sostenevano il racconto ma il giudice Priore che indagava sull’attentato al Papa volle vederci più chiaro in questa storia, trovando qualcosa che somigliava ad un racconto di Ken Follett, solo che qui non si parlava di Parigi o di Mosca o di guerra fredda, ma di droga e armi. In un vecchio rapporto di polizia si sosteneva che il killer turco Agca si era recato in provincia di Trapani, per pochi giorni, in compagnia di esponenti mafiosi. Altro che killer venuto dal freddo: Agca era un controllore, uno dei tanti, che si occupava di monitorare i traffici di droga e in quel periodo, tra gli anni ‘70 e ’80, come si visto, in Sicilia, a Trapani, arrivavano centinaia di chili di morfina base che poi veniva raffinata in loco. L’inchiesta di Priore trova molte conferme nelle indagini compiute da Carlo Palermo. E sul ruolo della massoneria trapanese e dei suoi affari con i mafiosi come evidenziato dalle procure di Palermo e Trapani. Al centro si trova la Kintex, una società che si occupava di intermediazioni di armi. Secondo la sentenza che assolve tre cittadini bulgari dall’accusa di far parte del complotto contro papa Woytila, la Kintex faceva contrabbando di droga, sigarette e armi in tutto il mediterraneo con appoggi statali in svariati paesi tra cui la Bulgaria e la Turchia e in pieno accordo con la mafia turca e organizzazioni eversive come i Lupi Grigi. Il sensale di questo accordo era il turco Bekir Celenk, il protettore di Alì Agca, accusato di aver fatto parte del complotto vaticano e mai estradato in Italia. La Kintex utilizzava per i suoi sbarchi in Sicilia una anonima ditta di trasporto di pesce che poi si scoprirà essere il terminale di operazioni di riciclaggio: la Stella d’Oriente di Mazara del Vallo. Manco a dirsi, i fondatori della Stella sono Salvatore Riina, Pino Mandatari, massone e mafioso, e Mariano Agate, il boss mazzarese iscritto alla loggia Scontrino. Tra i soci risultava anche don Ciccio Messina Denaro, padre di Matteo. Quando la pista bulgara per l’attentato al Papa franò, con una sentenza che assolveva tre cittadini bulgari, il Gran maestro della loggia Scontrino, Grimaudo, tirò un sospiro di sollievo e si congratulò personalmente con l’ambasciata della Bulgaria e con i tre ex-imputati mandando un telegramma. Misteri trapanesi… 


E’ abbastanza raccontare questi fatti, con nomi e date? Rileggere sentenze, atti investigativi, intercettazioni, per capire o almeno per evitare di non sapere che, malgrado tutto, stiamo discutendo di progresso, di sviluppo, di modi di vivere che posseggono terre e persone?

Matteo Messina Denaro, e con lui molti altri, travalica i confini del mafioso doc: è un uomo di successo perché come tale viene percepito. Essere mafioso, verrebbe voglia di dire, è “un incidente”, una casualità. 

Perché don Matteo è figlio di quei luoghi dove pochi, pochissimi, sono i tentativi di affrancamento, quasi nulle le alternative se un giovane magistrato ammette che “si ha spesso l’impressione che alcune parti dello Stato non siano dalla parte giusta”. Difficile raccontare che in una piccola provincia possa succedere tutto questo: la mafia è Palermo, Corleone, ma su Trapani regna il buio. Come fai a raccontare che da qui è partito l’attacco stragista in tutto il paese durato mesi? Come fai a dire che oltre un terzo della droga arrivata in Italia dagli anni ’50 ad oggi è passata da queste coste? Come si può raccontare l’incontro tra un ministro degli Esteri e un giovane mafioso che curava, in quel momento, la latitanza inarrestabile (?) di Salvatore Riina?

Come facciamo a raccontare tutta questa realtà? Verrebbe più facile se solo la si volesse vedere, ognuno con i propri occhi di persona. Perché a raccontarla – come si dice in Sicilia – “un ci si criri - non ci si può credere”.

http://www.archivio900.it/it/articoli/art.aspx?id=8224

http://nuovaisoladellefemmin.blogspot.com/2011/04/laffair-aliquo.html

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