L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























mercoledì 12 novembre 2008

1995 2 AGOSTO ERA NASCOSTA VICINO A TORINO LA DISCARICA TOSSICA DELLA MAFIA L' AUTOGOL DI CONTRADA TALPE FANNO FALLIRE DECINE DI ARRESTI

ERA NASCOSTA VICINO A TORINO LA DISCARICA TOSSICA DELLA MAFIA


PALERMO - Un pentito di mafia e le indagini della polizia hanno evitato nel novembre del ' 94 una catastrofe che avrebbe potuto provocare centinaia di morti. Migliaia di contenitori con rifiuti tossico-nocivi scaricati abusivamente in una cava, stavano per inquinare le falde acquifere del comune del Montanaro, in provincia di Torino. Erano i giorni dell' alluvione che colpì numerosi paesi del Piemonte e gli investigatori individuarono la cava grazie ad un' intercettazione telefonica sull' utenza di un uomo di Cosa nostra, Pietro Di Falco, 47 anni, che era il tramite delle cosche con alcune società per lo smaltimento di rifiuti nocivi. Un business di centinaia di miliardi gestito da Cosa nostra. Di Falco ed altre sei persone, titolari di imprese di autotrasporti e smaltimento di rifiuti nel nord Italia, sono finiti in galera con la pesante accusa di associazione mafiosa e violazione della legge sullo smaltimento dei rifiuti tossico-nocivi. I titolari delle imprese arrestate sono Camillo Meoli, 46 anni e Tiziana Svizzero, di 29, entrambi di Bergamo, Vincenzo Falduto, di 44, di Reggio Calabria, Giovanni Alberto Gammicchia, di 28, Piercarlo Borra, di 57 e Felice Prestianni, di 54 di Torino. Secondo l' accusa l' organizzazione avrebbe smaltito rifiuti tossico-nocivi raccolti in tutto il territorio nazionale ed anche all' estero, occultandoli illegalmente in cave sparse nella penisola. E ieri nella conferenza stampa il procuratore Giancarlo Caselli, l' aggiunto Luigi Croce ed il sostituto Antonino Napoli, che hanno coordinato l' inchiesta del servizio centrale operativo della polizia, hanno sottolineato il provvidenziale intervento degli investigatori a Montanaro che hanno evitato "l' avvelenamento della popolazione del circondario che si sarebbe certamente verificata a causa della vicina presenza di un corso d' acqua". Una grande quantità di contenitori con rifiuti tossico-nocivi erano stati infatti nascosti nella cava di Montanaro di proprietà di Piercarlo Borra, e rischiavano di inquinare le falde acquifere a causa dell' alluvione che nel ' 94 interessò quella zona. I contenitori con i rifiuti erano stati individuati dagli inquirenti attraverso intercettazioni telefoniche sull' utenza di Di Falco il quale al suo interlocutore esprimeva il timore che una eventuale frana provocata dall' alluvione, avrebbe potuto far finire nel fiume i velenosissimi bidoni. Per non compromettere le indagini gli investigatori fecero appararire come casuale l' individuazione dei rifiuti tossici nella cava di Montanaro. Fu infatti una pattuglia della polizia stradale a segnalare ai Vigili del Fuoco e alle autorità sanitarie della zona l' esistenza della cava. I rifiuti furono subito rimossi. E pochi giorni dopo il sindaco del paese emise un' ordinanza con cui vietava nel modo più categorico di utilizzare per qualsiasi uso l' acqua proveniente dalla zona sottoposta a verifiche. L' inchiesta prese l' avvio dopo le dichiarazioni di Pietro Scavuzzo, un pentito di mafia del Trapanese, che ai magistrati della procura di Palermo riferì che Cosa nostra era interessata al business dello smaltimento dei rifiuti tossico-nocivi e che Di Falco era l' uomo di riferimento della mafia. Gli inquirenti hanno anche accertato che Di Falco riuscì ad organizzare una manifestazione di protesta di ambientalisti contro il comune di Capalbio che aveva concesso legalmente un' autorizzazione ad una ditta "concorrente" per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.
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https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/08/02/era-nascosta-vicino-torino-la-discarica-tossica.html?ref=search 

L' AUTOGOL DI CONTRADA


PADOVA - La storia di un' anfora trafugata da un capomafia di Trapani, Francesco Messina Denaro, stimata alla presenza di un uomo che il pentito Pietro Scavuzzo dice essere Bruno Contrada e finita poi nel salotto di un vicequestore "in mano" alle cosche, Michele Messineo. Alla quindicesima udienza del processo all' ex 007 del Sisde, la difesa incassa il primo vero colpo, un brutto autogol firmato proprio da Bruno Contrada. Che, al termine dell' udienza, fa una dichiarazione spontanea per dire che "non ha mai conosciuto Scavuzzo e che gli elementi e le indicazioni forniti dal pentito sul luogo dove sarebbe avvenuto l' incontro sono elementi certi che si tratta degli uffici del Sisde di Palermo". Uffici impenetrabili e completamente diversi da quelli descritti da Scavuzzo, osserva Contrada nel tentativo di dimostrare che il testimone dice il falso. Ma le parole di Contrada lasciano a bocca aperta i pubblici ministeri: Scavuzzo, infatti, non ha mai detto che l' incontro avvenne negli uffici del Sisde. Trentotto anni, curatore in Svizzera degli interessi miliardari delle cosche del Trapanese, Pietro Scavuzzo, ha detto di avere incontrato Contrada insieme ad altri uomini d' onore senza sapere chi fosse. E' la fine dell' 89 quando Scavuzzo, allora latitante, viene incaricato di portare a termine un lavoro per il capomandamento Francesco Messina Denaro: trovare qualcuno in grado di valutare un' anfora antica. Durante uno dei suoi frequenti viaggi in Svizzera, Scavuzzo si mette in contatto con un esperto d' arte. Nel gennaio del 91 il "tecnico svizzero" arriva a Punta Raisi e viene accompagnato da un gruppo di mafiosi in un palazzo di via Roma. Pietro Scavuzzo, da buon uomo d' onore non fa domande. Non sa dove vanno, né perché. Ricorda però di essere salito al secondo, terzo piano, di aver suonato ad un videocitofono, ricorda una donna, forse una cameriera di 50-55 anni che aprì la porta guidandoli verso un salotto con l' ingresso ad arco, offrendo loro il caffé. E ricorda l' ingresso, dopo circa 45 minuti, di un uomo con i capelli brizzolati che si sarebbe appartato a parlare con Calogero Musso. Qualche mese dopo seppe dal suo capofamiglia Salvatore Tamburello che l' anfora faceva bella mostra di sé nel salotto del vicequestore Messineo, "uomo a disposizione" nella questura di Trapani. "E a Messineo chi glielo ha detto dell' anfora?", chiese Scavuzzo. "Glielo ha detto quell' uomo da cui siete andati, il dottor Contrada", rispose Tamburello. E Scavuzzo: "E chi è Contrada?". "Un uomo dello Stato", fu la risposta. Un uomo dello Stato che poi Scavuzzo riconobbe in tivù quando Contrada fu arrestato. Ieri ad avere indotto l' imputato ad "andare oltre" nella sua autodifesa è un sopralluogo effettuato dal pentito alcuni mesi fa insieme a due carabinieri. Condotto in via Roma a Palermo, Pietro Scavuzzo riconobbe nel palazzo al numero 459 quello in cui si recò nel gennaio del ' 91. Il pentito, portato all' ottavo piano, credette di riconoscere in una porta con videocitofono quella dell' appartamento in cui entrò. Dietro quella porta, all' ottavo piano, ci sono gli uffici del Sisde. Ma l' appartamento di cui parla Scavuzzo ha poco in comune con gli uffici dei "servizi" a Palermo. Ora si sta verificando l' ipotesi che l' incontro sia avvenuto in un appartamento "coperto", a disposizione di Contrada nello stesso palazzo.
di ALESSANDRA ZINITI 27 MAGGIO 1994 

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/05/27/autogol-di-contrada.html?ref=search



TALPE FANNO FALLIRE DECINE DI ARRESTI



TRAPANI - Qualche ora prima che scattasse la più grossa operazione di mafia nel Trapanese, i boss parlavano tranquillamente al telefono. Erano stati intercettati dai carabinieri, ma quando i militari hanno fatto irruzione nelle loro case, molti erano già fuggiti. Sull' operazione "Petrof" che ieri notte ha portato in carcere 54 tra boss e picciotti della provincia di Trapani, c' è qualche ombra, il "sospetto" che qualche talpa abbia avvertito all' ultimo momento il numero uno di Cosa Nostra a Trapani, un insospettabile gioielliere, Vincenzo Virga, ed altri boss che hanno fatto perdere le loro tracce. Tra i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che dal luglio scorso in gran segreto hanno raccolto le dichiarazioni di un importante pentito di mafia, c' è "disappunto" per la fuga di una ventina di mafiosi, tanto da indurre il procuratore aggiunto di Palermo Luigi Croce, durante la conferenza stampa, a dire che "Cosa Nostra gode di una buona protezione anche nel Trapanese". L' operazione "Petrof", così chiamata dal nome proprio del pentito Pietro Scavuzzo, ha però consentito agli inquirenti di avere un organigramma quasi "inedito" di Cosa Nostra a Trapani e nella sua provincia. Una dettagliata mappa delle "famiglie", con nomi di incensurati ed insospettabili che per anni hanno avuto il controllo totale sulle attività illecite nel Trapanese. Scavuzzo ai giudici Consiglio, De Francisci, Ingroia, Napoli e Pistorelli, coordinati dal procuratore aggiunto Luigi Croce, ha raccontato tutto quello che sapeva sugli uomini d' onore del Trapanese. Tra questi anche l' ex sindaco del Pri ed ex presidente dell' Associazione armatori di Mazara del Vallo, Ignazio Giacalone (anche lui uccel di bosco) e l' ex assessore repubblicano, Vincenzo Calafato. Giacalone, hanno detto i pentiti (oltre Scavuzzo hanno dato un contributo anche Rosario Spatola, Bartolomeo Addolorato e Vincenzo Calcara), "era stato un capo-elettore" dell' ex ministro del Pri Aristide Gunnella, ed il clan mafioso di Mazara del Vallo "è stato in vario modo agevolato da alcuni consiglieri comunali appartenenti a diversi partiti politici, nonché da alcuni sindaci dello stesso comune". Calafato, hanno detto invece i pentiti, "è un uomo con forti agganci politici preposto da Cosa Nostra a mantenere stabili rapporti con gli ambienti politici regionali". Sia il ruolo del gioielliere Virga che quello dell' ex sindaco Giacalone e l' ex assessore Calafato, secondo il pentito che li ha conosciuti personalmente, era di primo piano.


 


f v 26 MARZO 199

MAFIA. DECAPITATA LA FAMIGLIA MAFIOSA DI BORGETTO E PARTINICO. SCOPERTO “FILO DIRETTO” CON NEW YORK 21 GENNAIO 2009

 I Carabinieri del Gruppo di Monreale hanno eseguito 16 ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip presso il Tribunale di Palermo su richiesta della Dda nei confronti di altrettante persone ritenute appartenenti a Cosa nostra. L’indagine di fatto azzera il mandamento di Partinico e Borgetto, negli ultimi anni al centro di una vera e propria faida tra famiglie mafiose rivali che ha causato diversi morti. L’indagine, denominata ‘Chartago’ riguarda la guerra fra cosche mafiose esplosa negli ultimi anni tra Partinico e Borgetto, dopo l’arresto dei fratelli Vitale, provocando sette morti e un tentato omicidio. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia e riguardano indagati accusati di essere affiliati a Cosa nostra. L’indagine, secondo gli investigatori, avrebbe di fatto azzerato il mandamento mafioso di Partinico e Borgetto, due paesi alle porte del capoluogo siciliano, dove negli ultimi anni si e’ registrata una vera e propria faida tra le cosche mafiose rivali. Sono stati ricostruiti minuziosamente i retroscena e movente dei delitti. All’operazione hanno partecipato circa cinquecento carabinieri. Le indagini si sono svolte con la collaborazione dell’Fbi. Pare che ci sia un collegamento tra le famiglie mafiose di Partinico e Borgetto e quelle di New York. “L’area di Partinico è strategica – spiega il comandante provinciale dei carabinieri di Palermo, il colonnello Teo Luzi – perché costituisce la cerniera tra la mafia trapanese di Matteo Messina Denaro e le cosche palermitane”. L’indagine ha messo in luce le dinamiche mafiose di un’area della provincia palermitana da sempre nota come “far west” anche in ambienti criminali a causa dell’autonomia che le locali consorterie mafiose hanno sempre cercato di salvaguardare. Importanti nelle indagini:  i rapporti con le famiglie mafiose statunitensi e la collaborazione con l’F.B.I.;  la faida tra due cordate criminali con lo scopo di acquisire il controllo del mandamento di Partinico e della famiglia di Borgetto;  il ruolo del latitante Domenico Raccuglia (anch’egli destinatario di un provvedimento restrittivo);  l’importanza strategica di tale territorio per l’intera organizzazione cosa nostra. L’attività investigativa, durata oltre 2 anni, ha permesso di ricostruire le dinamiche mafiose conseguenti all’arresto dei noti VITALE alias FARDAZZA di Partinico e, soprattutto, è stata finalizzata a azzerare la capacità operativa di una delle famiglie mafiose più violente negli ultimi anni, quella di Borgetto, e menomare fortemente lo storico mandamento di Partinico, molto importante per l’intera Cosa Nostra sia per la sua collocazione geografica a cavallo delle province di Trapani, Agrigento e Palermo sia per i complessi fenomeni criminosi che lo caratterizzano. L’operazione, che rappresenta un ennesimo duro colpo a Cosa Nostra già ridimensionata dopo l’operazione dei Carabinieri “Perseo”, ha impegnato oltre 200 uomini del Gruppo Carabinieri di Monreale, supportati da unità aeree e cinofile. I militari hanno operato in un territorio notoriamente ostile e di difficile penetrazione da parte delle forze dell’ordine, solo sfiorato dall’operazione “Perseo” che non aveva infatti interessato l’area occidentale della provincia palermitana. CHARTAGO ricostruisce il tessuto criminale mafioso dell’area così come venutosi a determinare dopo l’operazione dei Carabinieri del Gruppo di Monreale “Terra Bruciata” (di cui proprio in questi giorni si sta celebrando il processo di appello) che, nel 2005, aveva azzerato i vertici della consorteria mafiosa guidata dai fratelli Vito e Leonardo VITALE, da sempre legati all’ala stragista dei corleonesi di Totò RIINA. A seguito di tale operazione, con l’avallo di Bernardo PROVENZANO, la reggenza dello storico mandamento fu affidata a Maurizio LO IACONO, figlio dell’ergastolano Francesco, legatissimo al boss di Corleone. Quest’ultimo vedeva in tale operazione un’opportunità per imporre al vivace mandamento di Partinico (definito far west negli stessi circuiti criminali) la sua politica della sommersione. LO IACONO iniziò a esercitare le funzioni intorno al giugno del 2005 trovando quasi subito l’avversione da parte sia dalle giovani leve criminali che di uno degli storici capi locali, NANIA Antonino e del figlio Francesco soprattutto nel contesto del controllo delle attività criminose più redditizie: il racket e la gestione degli appalti. Per questi motivi, la reggenza di LO IACONO durò solo pochi mesi, ovvero fino all’ottobre del 2005, quando due killer, a bordo di un ciclomotore, lo assassinarono nei pressi della sua abitazione. In ordine a tale omicidio ci si interrogò anche all’interno di Cosa Nostra tanto che Bernardo PROVENZANO chiese con un pizzino a LO PICCOLO se fosse a conoscenza di ulteriori elementi. Era il primo segnale dell’insofferenza che covava all’interno del mandamento di Partinico ed il primo atto di una vera e propria guerra interna che avrebbe, in poco tempo, causato altri fatti di sangue. Da tale data vengono lentamente alla luce due cordate che aspirano alla conquista della leadership del mandamento: una capeggiata da NANIA-GIAMBRONE e l’altra diretta da CORRAO-SALTO. Nella scalata al potere le due cordate non esitarono a appoggiarsi rispettivamente ai LO PICCOLO, in quel momento in forte espansione nell’area, e RACCUGLIA Domenico che, già in passato, era stato molto vicino ai Fardazza. In tal modo, un conflitto dai contorni territorialmente ben circoscritti, rischiò di divenire il casus belli nell’ambito della contrapposizione tra i due latitanti atteso che LO PICCOLO si stava espandendo per curare i suoi interessi (come è dimostrato anche dl suo arresto a Giardinello) sfruttando il tentativo di scalata alla locale consorteria mafiosa da parte degli scontenti NANIA-GIAMBRONE mentre il potere costituitoformato da CORRAO-SALTO tentava di difendersi con la supervisione di RACCUGLIA Domenico. La morte di LO IACONO Maurizio fu dunque un colpo durissimo per CORRAO Salvatore e, in generale, per i “fardazza”, spodestati della sin qui riconosciuta leadership di cui si impossessò LUNETTO Gaetano. Ciò, nonostante l’arresto di quest’ultimo nel 2006, fu un segnale per tutti gli addetti ai lavori che chi stava gestendo le fila del mandamento era in quel momento NANIA Antonino (odierno arrestato), in contrapposizione ai “VITALE”. NANIA Antonino, rimasto l’unico personaggio in libertà che godeva di un grosso carisma criminale, al fine di poter gestite un territorio difficilissimo, si affidò a diversi soggetti tutti fedelissimi al figlio NANIA Francesco, all’epoca latitante. Era una nuova generazione di mafiosi, tutti giovanissimi e desiderosi di mettersi in evidenza, che grazie all’appoggio dello “Zu Nino” (così gli indagati chiamavano NANIA Antonino) erano cresciuti velocemente, costruendo un solido impero economico fondato proprio sulla gestione degli appalti edili e sugli illeciti introiti derivanti dal racket dell’estorsione. Tra i più fidati collaboratori del boss, infatti, figuravano Giuseppe LO BAIDO, Antonino GIAMBRONE e FRISELLA Antonino. Ma la nuova consorteria criminale, intenzionata a gestire il mandamento senza intromissioni della vecchia guardia, non aveva fatto i conti con la sete di vendetta che intanto andava maturando sia tra i boss “veterani” detenuti (quali CORRAO Salvatore e SALTO Nicolò), sia tra i “picciotti” che ormai si vedevano tagliati fuori da ogni provento dell’organizzazione criminale. Il “boss meccanico” CORRAO Salvatore, nei colloqui in carcere monitorati dai Carabinieri del Gruppo di Monreale, spesso discuteva con il nipote MUSSO Santo, utilizzando un linguaggio criptico e mutuato dalla professione che esercitava, sulla assoluta necessità di “risistemare questa nuova officina” (ndr, nuova consorteria), ritenuta non idonea a curare le esigenze e gli interessi degli affiliati, soprattutto alla luce della dimostrata inettitudine da parte di GIAMBRONE Antonino (gommista e meccanico), a cui NANIA aveva affidato la gestione della famiglia di Borgetto. Nel corso degli stessi colloqui, spesso MUSSO Santo rincarava la dose, confermando allo zio che GIAMBRONE Antonino aveva un atteggiamento del tutto irriverente e forniva “gomme scadute” (ndr, taglieggiava) a chiunque, anche a coloro che da sempre erano definiti come “protetti” dalla famiglia mafiosa del paese. In questo contesto, le lamentele ed i propositi di morte non risparmiavano nemmeno NANIA Antonino e LO BAIDO Giuseppe, al quale CORRAO Salvatore prometteva di “rifare le sponde del camion”. Più esplicito e più determinato, nel senso, si è sempre rivelato SALTO Nicolò, anch’egli intercettato in carcere dai militari dell’Arma e arrestato nuovamente nell’operazione di stanotte insieme ai figli Antonio e Alessandro. Nel corso dei colloqui captati, infatti, il boss, fatto oggetto il 18 ottobre del 2008 di un tentativo di omicidio perpetrato presso la propria abitazione in Borgetto, si lamentava apertamente del fatto che la famiglia mafiosa reggente non faceva arrivare i soldi in carcere ed alle famiglie dei detenuti, così come avrebbe invece imposto l’obbligo codificato nel “decalogo” di “cosa nostra”. Invero, proprio i suoi figli lo rendevano continuamente edotto delle nefandezze combinate dai nuovi vertici mafiosi, che addirittura erano arrivati a chiedere la “messa a posto” al datore di lavoro di uno di loro. In questo clima di grande “incertezza mafiosa”, CORRAO Salvatore, conscio del suo piano strategico di riconquista della leadership del mandamento mafioso di Partinico e nell’attesa della scarcerazione di alcuni suoi fedelissimi tra cui SALTO Nicolò per poter iniziare una controffensiva idonea ad annientare la famiglia rivale, ordinò al nipote MUSSO Santo di fidarsi solo ed esclusivamente del boss latitante RACCUGLIA Domenico, da lui più volte indicato quale unico referente per il territorio di Partinico e Borgetto, l’uomo che, seppur latitante, avrebbe dovuto “rifare l’officina”. Pertanto, nei primi mesi del 2007 iniziano i preparativi per la controffensiva. A febbraio viene scarcerato SALTO Nicolò e già a maggio sparisce FRISELLA Antonino, braccio destro di GIAMBRONE Antonino. Nei mesi successivi la cordata vengono eliminati i maggiori collaboratori di NANIA Antonino. Nel luglio del 2007 fu assassinato LO BAIDO Giuseppe, nei pressi della propria autovettura ed è da tale data che la fazione di CORRAO-SALTO riacquista il controllo della locale consorteria. La fazione avversa, al contrario, continua a subire colpi devastanti quali l’omicidio nel novembre del 2007 di GIAMBRONE Antonino, crivellato di colpi mentre si trovava all’interno della propria officina meccanica e quello, nel febbraio del 2008, nella centralissima piazza Santa Caterina di Partinico e nonostante un disperato tentativo di fuga, dei fratelli Giuseppe e Gianpaolo RIINA, che con lo stesso GIAMBRONE Antonino si stavano occupando di alcuni lavori edili nel partinicese. La fazione capeggiata da NANIA-GIAMBRONE fu ulteriormente indebolita dall’arresto dei LO PICCOLO avvenuto nel novembre del 2007 e dall’arresto prima di GIAMBRONE Giuseppe (Ottobre 2007) effettuato dai Carabinieri di Partinico e poi del latitante NANIA Francesco, effettuato dai Carabinieri della Compagnia di Partinico (Maggio 2008) in stretta collaborazione con l’FBI. Le indagini, infatti, dimostrarono che, seppur latitante negli U.S.A., NANIA Francesco influiva in modo determinante nelle scelte strategiche della locale consorteria criminale, attraverso puntuali direttive esecutive che lo stesso boss impartiva ai suoi uomini più fidati, utilizzati come tramite – per la gestione degli “affari di famiglia” con il padre Antonino. Durante l’attività investigativa, infatti, furono riscontrati numerosissimi viaggi negli Stati Uniti sia da parte di LO BAIDO Giuseppe che da parte di GIAMBRONE Antonino: proprio grazie a questi movimenti, seguiti passo dopo passo dai Carabinieri e dall’F.B.I., si è giunti alla cattura sia di NANIA Francesco che del proprio più fedele alleato GIAMBRONE Giuseppe, ormai sentitosi in pericolo nel proprio paese e rifugiatosi da latitante negli U.S.A.. Gli uomini di CORRAO Salvatore e SALTO Nicolò, abilmente coordinati dai due boss attraverso MUSSO Santo e sempre con il placet del latitante di Altofonte, erano inoltre efficacemente organizzati in armi e pronti a scatenare una vera e propria guerra di mafia pur di riconquistare il proprio mandamento. In tale ottica, infatti, le attività tecniche installate dai Carabinieri nelle auto degli affiliati consentivano di captare, nell’ottobre del 2006, le conversazioni tra i fratelli BACARELLA Gaspare e Giuseppe e LA PUMA Salvatore, che sottendevano la preparazione di un imminente agguato teso ad eliminare GIAMBRONE Antonino. Durante le stesse conversazioni emergevano i dettagli del piano criminoso: i tre, infatti, avevano studiato i movimenti e le abitudini del rivale, si erano procurati le armi necessarie e, insofferenti, aspettavano solo il via libera ad agire, che sarebbe giunto, come acquisito nel corso delle investigazioni, dopo la scarcerazione di SALTO Nicolò. Tanta era la determinazione e la ferocia criminale della descritta “ala militare” che, per essere sicuri del buon esito dell’operazione, gli stessi addirittura si esercitavano a sparare nelle campagne tra le contrade Mirto e Romitello di Borgetto, facendo oggetto della loro azione di fuoco i cani randagi. Per assicurarsi un’ulteriore copertura a garanzia della propria impunità, inoltre, gli stessi si erano procurati anche un’autovettura rubata con la quale agire indisturbati: proprio quando tutto sembrava pronto, ed anche i Carabinieri avevano adottato tutte le contromisure per impedire l’evento criminoso, un imprevisto mandò all’aria il piano. BACARELLA Gaspare, infatti, avrebbe dovuto agire nella settimana in cui MUSSO Santo, BACARELLA Giuseppe e altri soggetti a loro vicini si erano recati negli U.S.A. per partecipare al battesimo di un loro parente. Invero, l’assenza degli uomini più fidati di CORRAO Salvatore, a loro parere avrebbe dovuto garantire loro un alibi perfetto ed indirizzare le indagini degli inquirenti verso altri fronti.  L’imprevisto fu che su quello stesso volo diretto a New York s’imbarcò anche GIAMBRONE Antonino, richiamato con urgenza negli U.S.A. da NANIA Francesco che forse aveva avuto le prime avvisaglie di quanto stava per accadere. Il progetto saltò e, ritornato dopo una quindicina di giorni dall’America, GIAMBRONE Antonino sembrò molto ridimensionato nei propositi e nella gestione del mandamento: era stato posato. Nel frattempo era rientrato in Italia anche lo zio GIAMBRONE Giuseppe che prese in mano la gestione della famiglia – estromettendo l’incapace nipote – attendendo alle proprie mansioni con atteggiamento più accondiscendente ed accorto, tentando così il riavvicinamento alla fazione rappresentata da CORRAO Salvatore e SALTO Nicolò, nel frattempo uscito dal carcere per effetto dell’indulto. In realtà fu dimostrato, ancora una volta, che “cosa nostra” non dimentica i tradimenti: a distanza di un anno dal primo progetto omicidiario e solo dopo cinque giorni dall’arresto dello zio – condannato a 9 anni per associazione mafiosa – GIAMBRONE Antonino cadde sotto i colpi di un killer che fece irruzione nella sua officina. La strada era ormai spianata per garantire la piena leadership del boss latitante RACCUGLIA Domenico sul mandamento mafioso di Partinico e Borgetto, organizzato secondo le direttive impartite da CORRAO Salvatore dal carcere e gestito attraverso la piena collaborazione da parte dei suoi fedelissimi tra i quali risultano spiccare le figure criminali di D’ARRIGO Andrea, SALTO Nicolò, MUSSO Santo e D’AMICO Francesco. D’ARRIGO Andrea, soprannominato “l’acquarolo” e più volte indicato durante i colloqui in carcere da CORRAO Salvatore con il gesto dello scuotimento ripetuto di un bicchiere colmo d’acqua, era il factotumdi SALTO Nicolò, a cui faceva da autista e portaordini. Inoltre, il suo link con il latitante di Altofonte lo metteva in una posizione di grande considerazione all’interno della famiglia mafiosa di Borgetto, atteso che tutte le decisioni più delicate afferenti gli “affari” del sodalizio passavano anche attraverso la sua persona, ritenuta in grado sia di riferirne i contenuti che di riportarne fedelmente le disposizioni. Un altro personaggio di spicco coinvolto nell’inchiesta e tratto in arresto nel corso dell’odierna operazione è D’AMICO Francesco alias “Joe l’americano”, titolare della cava di estrazione di inerti denominata “American Rock” di Montelepre. Il D’AMICO, affiliato alla famiglia mafiosa di Borgetto, rappresentava l’ala imprenditoriale del mandamento e, proprio partendo da tale attività d’impresa, le indagini sono riuscite ad acclarare gli strettissimi rapporti intercorrenti tra lui e RACCUGLIA Domenico. D’AMICO Francesco, infatti, fu al centro di una travagliata vicenda che lo portò a cedere la gestione della cava “American Rock”, prima in parte e poi in toto, ad imprenditori gravitanti nell’orbita della fazione capeggiata dalle famiglie “NANIA” e “GIAMBRONE”. Questo fu un dei momenti più delicati della crisi interna del mandamento di Partinico, che divenne terreno di scontro tra gli interessi economici insistenti in capo ai boss latitanti posti ai vertici di “cosa nostra”. Da un lato, infatti, la famiglia “NANIA – GIAMBRONE”, nella conquista della leadership del mandamento partinicese, aveva mirato ad acquisire l’attività estrattiva del D’AMICO per ampliare le proprie capacità di infiltrazione nella gestione degli appalti edili, chiedendo l’appoggio, al fine di riuscire nel proprio intento, a Salvatore LO PICCOLO ed alle famiglie mafiose palermitane allo stesso vicine. Da l’altra parte, invece, D’AMICO Francesco, da sempre vicino al latitante di Altofonte, curava con la sua attività gli interessi di quest’ultimo. La particolare e mirata attività tecnica ha poi consentito di svelare che D’AMICO Francesco, in un ultimo tentativo di riuscire a mantenere la titolarità della cava, cercò di incontrare Salvatore LO PICCOLO per giungere ad un accordo di transizione, senza riuscirvi, tanto che l’attività fu rilevata dalla famiglia GALATI di Carini. La faida che negli ultimi 2 anni aveva sconvolto il mandamento di Partinico e Borgetto sembrava essersi conclusa a favore della fazione capeggiata da CORRAO Salvatore e SALTO Nicolò, come testimoniato dal fatto che il danaro necessario per il sostentamento dei detenuti ed il mantenimento dei familiari dei sodali cominciava ad essere assicurato – con continuità – dalle fiorenti attività illecite appannaggio esclusivo della gestione “vincente”. A riprova del ritrovato flusso economico, i Carabinieri della Compagnia di Partinico, alcuni mesi fa, fermarono nel corso di un posto di controllo SALTO Antonio, figlio minore del boss di Borgetto, trovandolo in possesso di 70.000,00 euro in contanti e di un “pizzino” con la lista degli imprenditori taglieggiati. Il mandamento mafioso colpito stanotte era infatti temuto da tutte le altre famiglie palermitane proprio per l’incertezza gestionale che vi regnava e per l’effervescenza criminale più volte dimostrata dai propri affiliati. Basti pensare al recentissimo tentato omicidio in pregiudizio di SALTO Nicolò (18 ottobre 2008) che fa ipotizzare nuovi scenari. Ma è possibile ricordare anche il provvedimento di fermo a seguito dell’indagine convenzionalmente denominata “Perseo” da cui si evince che i mafiosi palermitani temevano che “i borgettani” volessero far espandere il predominio del boss trapanese Matteo MESSINA DENARO fino ai confini della città di Palermo, se non oltre. Gli uomini d’onore, ben consci della violenza esprimibile dal sodalizio mafioso di Borgetto, temevano che potesse scoppiare una nuova e sicuramente cruenta guerra di mafia, con conseguenze difficilmente prevedibili e, pertanto, pericolose sia per gli stessi affiliati che per la gestione economica degli “affari”. 

Arresto Impastato, i pentiti: "Sul suo nome nessuno discuteva"

L'imprenditore sessantatreenne, arrestato lunedì a Cinisi dalla Dia, avrebbe goduto di sponsor del calibro di Salvatore Lo Piccolo e Bernardo Provenzano. Tanto che il suo cemento finiva dappertutto e senza opposizione da parte di nessuno

PALERMO. Dove c’è cemento, lo ha detto più volte anche il procuratore Francesco Messineo, c’è quasi sempre l’ombra di Cosa nostra. E dove c’era un appalto e un po’ di calcestruzzo da versare, c’era una sola impresa e un solo nome su cui nessuno osava discutere: quello di Andrea Impastato, sessantatreenne di Cinisi arrestato lunedì dalla Dia con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. L’imprenditore avrebbe goduto di sponsor del calibro di Salvatore Lo Piccolo e Bernardo Provenzano. Tanto che il suo cemento — secondo i pm Francesco Del Bene e Gaetano Paci, che ne hanno chiesto l’arresto — sarebbe finito pure nel mega appalto del passante ferroviario.


Ma quello di Impastato non è assolutamente un nome inedito. Di lui, poco meno di dieci anni fa, aveva parlato pure il pentito Michele Seidita, esponente di spicco del mandamento di Partinico e uomo di fiducia dei Vitale: «Ricordo in particolare — mise a verbale il 28 novembre 2002 — le discussioni in merito alla costruzione del porto di Balestrate: Salvatore Imperiale (un imprenditore di Partinico ritenuto vicino ai Vitale, ndr) per tale appalto contattò un tale Lipari di Palermo per raccomandare l’aggiudicazione a favore della ditta di D’Arrigo, nipote dell’altro D’Arrigo di Borgetto, ricordo che per tale appalto ebbi un incontro con il latitante Salvatore Lo Piccolo, che a sua volta mi raccomandava per lavori la ditta di Andrea Impastato, proprietario di una cava di Carini». Ascoltato il 20 ottobre 2009, Seidita confermò tutto: «(...) un anno prima del mio arresto, avvenuto nel 2000, avevo incontrato Salvatore Lo Piccolo all’hotel Paradiso di Cinisi. L’incontro era stato procurato da Gaspare Di Maggio. In quel periodo ero il reggente del mandamento di Partinico. Al predetto incontro ero andato con Salvatore Imperiale (...). Si era anche parlato del porto di Balestrate (...) e avevo già ricevuto una segnalazione da Ignazio Melodia, responsabile del mandamento di Alcamo, per inserire un imprenditore di sua fiducia (...). Lo Piccolo mi aveva chiesto di inserire Impastato».


Al collaboratore Gaspare Pulizzi è toccato invece decrittare una lettera inviata da Gaspare Di Maggio ai Lo Piccolo: «(...) Con l’espressione “Il sig. Impastato X Cinisi non ha mandato niente” Gaspare Di Maggio si lamentava che Impastato non aveva mandato nulla per dei lavori di asfalto su strade eseguiti a Cinisi. (...) Nel 2006, Impastato in un’unica soluzione, aveva dato 10-12 mila euro a mio compare Nino Pipitone».
Sono quattro i pentiti che ricordano almeno un aneddoto legato Impastato. Tra questi c’è pure Francesco Briguglio: «Impastato — ha detto il 13 ottobre 2009 — ha un impianto di calcestruzzo in zona Carini (...). Verso il 2006... parlando con Nino Pipitone io e Di Maggio siamo entrati in merito a questo discorso: “Ma Impastato viene, fa lavori, non si degna magari ri riri stiamo andando a Cinisi a fare un lavoro”. E allora lui ci dice: “Faciti un segnale anche per tenerlo un pochettino...”». In sostanza i boss volevano capire da chi era «portato» l’imprenditore, ma fu lo stesso Lo Piccolo a sciogliere ogni dubbio: «(...) Non è che prende una posizione — ha continuato Briguglio — a dire “No, si n’avi a ghiri fuora perché non si fa così!”». No, Lo Piccolo dice: «“E vabbè.. faccillu fare assieme!” Cioè da questo io deduco che (...) il rispetto era portato a chi lo portava... e cioè cercava di accomodare sempre picchì d’altronde... confermo quello che ho detto in merito al fatto che campava proprio Provenzano».

Il 13 ottobre 2009 tocca a Francesco Franzese: «Ho avuto rapporti con l’impianto di calcestruzzo degli Impastato — ha spiegato — in occasione di un lavoro edilizio che avevo effettuato a Villagrazia di Carini, su un terreno che avevo acquistato dall’ingegnere Salvatore Mandarano. Il lavoro era stato effettuato con la società di Giuseppe Ferrante. Avevo chiesto a Nino Di Maggio, cognato di Vincenzo Pipitone, dove avrei potuto rifornirmi di calcestruzzo. Lui mi aveva consigliato Alessandro Gusmano (...). Ma Lo Piccolo mi aveva detto di prendere il cemento dagli Impastato, con i quali avrebbe parlato lui».



http://gds.it/2011/06/01/arresto-impastato-i-pentiti-sul-suo-nome-nessuno-discuteva--160313_193430/   



MAFIA. DECAPITATA LA FAMIGLIA MAFIOSA DI BORGETTO E PARTINICO. SCOPERTO “FILO DIRETTO” CON NEW YORK
21 GENNAIO 2009 
I Carabinieri del Gruppo di Monreale hanno eseguito 16 ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip presso il Tribunale di Palermo su richiesta della Dda nei confronti di altrettante persone ritenute appartenenti a Cosa nostra. L’indagine di fatto azzera il mandamento di Partinico e Borgetto, negli ultimi anni al centro di una vera e propria faida tra famiglie mafiose rivali che ha causato diversi morti.
L’indagine, denominata ‘Chartago’ riguarda la guerra fra cosche mafiose esplosa negli ultimi anni tra Partinico e Borgetto, dopo l’arresto dei fratelli Vitale, provocando sette morti e un tentato omicidio. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia e riguardano indagati accusati di essere affiliati a Cosa nostra. L’indagine, secondo gli investigatori, avrebbe di fatto azzerato il mandamento mafioso di Partinico e Borgetto, due paesi alle porte del capoluogo siciliano, dove negli ultimi anni si e’ registrata una vera e propria faida tra le cosche mafiose rivali. Sono stati ricostruiti minuziosamente i retroscena e movente dei delitti. All’operazione hanno partecipato circa cinquecento carabinieri. Le indagini si sono svolte con la collaborazione dell’Fbi. Pare che ci sia un collegamento tra le famiglie mafiose di Partinico e Borgetto e quelle di New York. “L’area di Partinico è strategica – spiega il comandante provinciale dei carabinieri di Palermo, il colonnello Teo Luzi – perché costituisce la cerniera tra la mafia trapanese di Matteo Messina Denaro e le cosche palermitane”.
L’indagine ha messo in luce le dinamiche mafiose di un’area della provincia palermitana da sempre nota come “far west” anche in ambienti criminali a causa dell’autonomia che le locali consorterie mafiose hanno sempre cercato di salvaguardare. Importanti nelle indagini:
§  i rapporti con le famiglie mafiose statunitensi e la collaborazione con l’F.B.I.;
§  la faida tra due cordate criminali con lo scopo di acquisire il controllo del mandamento di Partinico e della famiglia di Borgetto;
§  il ruolo del latitante Domenico Raccuglia (anch’egli destinatario di un provvedimento restrittivo);
§  l’importanza strategica di tale territorio per l’intera organizzazione cosa nostra.                                         L’attività investigativa, durata oltre 2 anni, ha permesso di ricostruire le dinamiche mafiose conseguenti all’arresto dei noti VITALE alias FARDAZZA di Partinico e, soprattutto, è stata finalizzata a azzerare la capacità operativa di una delle famiglie mafiose più violente negli ultimi anni, quella di Borgetto, e menomare fortemente lo storico mandamento di Partinico, molto importante per l’intera Cosa Nostra sia per la sua collocazione geografica a cavallo delle province di Trapani, Agrigento e Palermo sia per i complessi fenomeni criminosi che lo caratterizzano. L’operazione, che rappresenta un ennesimo duro colpo a Cosa Nostra già ridimensionata dopo l’operazione dei Carabinieri “Perseo”, ha impegnato oltre 200 uomini del Gruppo Carabinieri di Monreale, supportati da unità aeree e cinofile. I militari hanno operato in un territorio notoriamente ostile e di difficile penetrazione da parte delle forze dell’ordine, solo sfiorato dall’operazione “Perseo” che non aveva infatti interessato l’area occidentale della provincia palermitana. CHARTAGO ricostruisce il tessuto criminale mafioso dell’area così come venutosi a determinare dopo l’operazione dei Carabinieri del Gruppo di Monreale “Terra Bruciata” (di cui proprio in questi giorni si sta celebrando il processo di appello) che, nel 2005, aveva azzerato i vertici della consorteria mafiosa guidata dai fratelli Vito e Leonardo VITALE, da sempre legati all’ala stragista dei corleonesi di Totò RIINA. A seguito di tale operazione, con l’avallo di Bernardo PROVENZANO, la reggenza dello storico mandamento fu affidata a Maurizio LO IACONO, figlio dell’ergastolano Francesco, legatissimo al boss di Corleone. Quest’ultimo vedeva in tale operazione un’opportunità per imporre al vivace mandamento di Partinico (definito far west negli stessi circuiti criminali) la sua politica della sommersione. LO IACONO iniziò a esercitare le funzioni intorno al giugno del 2005 trovando quasi subito l’avversione da parte sia dalle giovani leve criminali che di uno degli storici capi locali, NANIA Antonino e del figlio Francesco soprattutto nel contesto del controllo delle attività criminose più redditizie: il racket e la gestione degli appalti. Per questi motivi, la reggenza di LO IACONO durò solo pochi mesi, ovvero fino all’ottobre del 2005, quando due killer, a bordo di un ciclomotore, lo assassinarono nei pressi della sua abitazione. In ordine a tale omicidio ci si interrogò anche all’interno di Cosa Nostra tanto che Bernardo PROVENZANO chiese con un pizzino a LO PICCOLO se fosse a conoscenza di ulteriori elementi. Era il primo segnale dell’insofferenza che covava all’interno del mandamento di Partinico ed il primo atto di una vera e propria guerra interna che avrebbe, in poco tempo, causato altri fatti di sangue. Da tale data vengono lentamente alla luce due cordate che aspirano alla conquista della leadership del mandamento: una capeggiata da NANIA-GIAMBRONE e l’altra diretta da CORRAO-SALTO. Nella scalata al potere le due cordate non esitarono a appoggiarsi rispettivamente ai LO PICCOLO, in quel momento in forte espansione nell’area, e RACCUGLIA Domenico che, già in passato, era stato molto vicino ai Fardazza. In tal modo, un conflitto dai contorni territorialmente ben circoscritti, rischiò di divenire il casus belli nell’ambito della contrapposizione tra i due latitanti atteso che LO PICCOLO si stava espandendo per curare i suoi interessi (come è dimostrato anche dl suo arresto a Giardinello) sfruttando il tentativo di scalata alla locale consorteria mafiosa da parte degli scontenti NANIA-GIAMBRONE mentre il potere costituitoformato da CORRAO-SALTO tentava di difendersi con la supervisione di RACCUGLIA Domenico. La morte di LO IACONO Maurizio fu dunque un colpo durissimo per CORRAO Salvatore e, in generale, per i “fardazza”, spodestati della sin qui riconosciuta leadership di cui si impossessò LUNETTO Gaetano. Ciò, nonostante l’arresto di quest’ultimo nel 2006, fu un segnale per tutti gli addetti ai lavori che chi stava gestendo le fila del mandamento era in quel momento NANIA Antonino (odierno arrestato), in contrapposizione ai “VITALE”. NANIA Antonino, rimasto l’unico personaggio in libertà che godeva di un grosso carisma criminale, al fine di poter gestite un territorio difficilissimo, si affidò a diversi soggetti tutti fedelissimi al figlio NANIA Francesco, all’epoca latitante. Era una nuova generazione di mafiosi, tutti giovanissimi e desiderosi di mettersi in evidenza, che grazie all’appoggio dello “Zu Nino” (così gli indagati chiamavano NANIA Antonino) erano cresciuti velocemente, costruendo un solido impero economico fondato proprio sulla gestione degli appalti edili e sugli illeciti introiti derivanti dal racket dell’estorsione. Tra i più fidati collaboratori del boss, infatti, figuravano Giuseppe LO BAIDO, Antonino GIAMBRONE e FRISELLA Antonino. Ma la nuova consorteria criminale, intenzionata a gestire il mandamento senza intromissioni della vecchia guardia, non aveva fatto i conti con la sete di vendetta che intanto andava maturando sia tra i boss “veterani” detenuti (quali CORRAO Salvatore e SALTO Nicolò), sia tra i “picciotti” che ormai si vedevano tagliati fuori da ogni provento dell’organizzazione criminale. Il “boss meccanico” CORRAO Salvatore, nei colloqui in carcere monitorati dai Carabinieri del Gruppo di Monreale, spesso discuteva con il nipote MUSSO Santo, utilizzando un linguaggio criptico e mutuato dalla professione che esercitava, sulla assoluta necessità di “risistemare questa nuova officina” (ndr, nuova consorteria), ritenuta non idonea a curare le esigenze e gli interessi degli affiliati, soprattutto alla luce della dimostrata inettitudine da parte di GIAMBRONE Antonino (gommista e meccanico), a cui NANIA aveva affidato la gestione della famiglia di Borgetto. Nel corso degli stessi colloqui, spesso MUSSO Santo rincarava la dose, confermando allo zio che GIAMBRONE Antonino aveva un atteggiamento del tutto irriverente e forniva “gomme scadute” (ndr, taglieggiava) a chiunque, anche a coloro che da sempre erano definiti come “protetti” dalla famiglia mafiosa del paese. In questo contesto, le lamentele ed i propositi di morte non risparmiavano nemmeno NANIA Antonino e LO BAIDO Giuseppe, al quale CORRAO Salvatore prometteva di “rifare le sponde del camion”. Più esplicito e più determinato, nel senso, si è sempre rivelato SALTO Nicolò, anch’egli intercettato in carcere dai militari dell’Arma e arrestato nuovamente nell’operazione di stanotte insieme ai figli Antonio e Alessandro. Nel corso dei colloqui captati, infatti, il boss, fatto oggetto il 18 ottobre del 2008 di un tentativo di omicidio perpetrato presso la propria abitazione in Borgetto, si lamentava apertamente del fatto che la famiglia mafiosa reggente non faceva arrivare i soldi in carcere ed alle famiglie dei detenuti, così come avrebbe invece imposto l’obbligo codificato nel “decalogo” di “cosa nostra”. Invero, proprio i suoi figli lo rendevano continuamente edotto delle nefandezze combinate dai nuovi vertici mafiosi, che addirittura erano arrivati a chiedere la “messa a posto” al datore di lavoro di uno di loro. In questo clima di grande “incertezza mafiosa”, CORRAO Salvatore, conscio del suo piano strategico di riconquista della leadership del mandamento mafioso di Partinico e nell’attesa della scarcerazione di alcuni suoi fedelissimi tra cui SALTO Nicolò per poter iniziare una controffensiva idonea ad annientare la famiglia rivale, ordinò al nipote MUSSO Santo di fidarsi solo ed esclusivamente del boss latitante RACCUGLIA Domenico, da lui più volte indicato quale unico referente per il territorio di Partinico e Borgetto, l’uomo che, seppur latitante, avrebbe dovuto “rifare l’officina”. Pertanto, nei primi mesi del 2007 iniziano i preparativi per la controffensiva. A febbraio viene scarcerato SALTO Nicolò e già a maggio sparisce FRISELLA Antonino, braccio destro di GIAMBRONE Antonino. Nei mesi successivi la cordata vengono eliminati i maggiori collaboratori di NANIA Antonino. Nel luglio del 2007 fu assassinato LO BAIDO Giuseppe, nei pressi della propria autovettura ed è da tale data che la fazione di CORRAO-SALTO riacquista il controllo della locale consorteria. La fazione avversa, al contrario, continua a subire colpi devastanti quali l’omicidio nel novembre del 2007 di GIAMBRONE Antonino, crivellato di colpi mentre si trovava all’interno della propria officina meccanica e quello, nel febbraio del 2008, nella centralissima piazza Santa Caterina di Partinico e nonostante un disperato tentativo di fuga, dei fratelli Giuseppe e Gianpaolo RIINA, che con lo stesso GIAMBRONE Antonino si stavano occupando di alcuni lavori edili nel partinicese. La fazione capeggiata da NANIA-GIAMBRONE fu ulteriormente indebolita dall’arresto dei LO PICCOLO avvenuto nel novembre del 2007 e dall’arresto prima di GIAMBRONE Giuseppe (Ottobre 2007) effettuato dai Carabinieri di Partinico e poi del latitante NANIA Francesco, effettuato dai Carabinieri della Compagnia di Partinico (Maggio 2008) in stretta collaborazione con l’FBI. Le indagini, infatti, dimostrarono che, seppur latitante negli U.S.A., NANIA Francesco influiva in modo determinante nelle scelte strategiche della locale consorteria criminale, attraverso puntuali direttive esecutive che lo stesso boss impartiva ai suoi uomini più fidati, utilizzati come tramite – per la gestione degli “affari di famiglia” con il padre Antonino. Durante l’attività investigativa, infatti, furono riscontrati numerosissimi viaggi negli Stati Uniti sia da parte di LO BAIDO Giuseppe che da parte di GIAMBRONE Antonino: proprio grazie a questi movimenti, seguiti passo dopo passo dai Carabinieri e dall’F.B.I., si è giunti alla cattura sia di NANIA Francesco che del proprio più fedele alleato GIAMBRONE Giuseppe, ormai sentitosi in pericolo nel proprio paese e rifugiatosi da latitante negli U.S.A.. Gli uomini di CORRAO Salvatore e SALTO Nicolò, abilmente coordinati dai due boss attraverso MUSSO Santo e sempre con il placet del latitante di Altofonte, erano inoltre efficacemente organizzati in armi e pronti a scatenare una vera e propria guerra di mafia pur di riconquistare il proprio mandamento. In tale ottica, infatti, le attività tecniche installate dai Carabinieri nelle auto degli affiliati consentivano di captare, nell’ottobre del 2006, le conversazioni tra i fratelli BACARELLA Gaspare e Giuseppe e LA PUMA Salvatore, che sottendevano la preparazione di un imminente agguato teso ad eliminare GIAMBRONE Antonino. Durante le stesse conversazioni emergevano i dettagli del piano criminoso: i tre, infatti, avevano studiato i movimenti e le abitudini del rivale, si erano procurati le armi necessarie e, insofferenti, aspettavano solo il via libera ad agire, che sarebbe giunto, come acquisito nel corso delle investigazioni, dopo la scarcerazione di SALTO Nicolò. Tanta era la determinazione e la ferocia criminale della descritta “ala militare” che, per essere sicuri del buon esito dell’operazione, gli stessi addirittura si esercitavano a sparare nelle campagne tra le contrade Mirto e Romitello di Borgetto, facendo oggetto della loro azione di fuoco i cani randagi. Per assicurarsi un’ulteriore copertura a garanzia della propria impunità, inoltre, gli stessi si erano procurati anche un’autovettura rubata con la quale agire indisturbati: proprio quando tutto sembrava pronto, ed anche i Carabinieri avevano adottato tutte le contromisure per impedire l’evento criminoso, un imprevisto mandò all’aria il piano. BACARELLA Gaspare, infatti, avrebbe dovuto agire nella settimana in cui MUSSO Santo, BACARELLA Giuseppe e altri soggetti a loro vicini si erano recati negli U.S.A. per partecipare al battesimo di un loro parente. Invero, l’assenza degli uomini più fidati di CORRAO Salvatore, a loro parere avrebbe dovuto garantire loro un alibi perfetto ed indirizzare le indagini degli inquirenti verso altri fronti.
§  L’imprevisto fu che su quello stesso volo diretto a New York s’imbarcò anche GIAMBRONE Antonino, richiamato con urgenza negli U.S.A. da NANIA Francesco che forse aveva avuto le prime avvisaglie di quanto stava per accadere.
Il progetto saltò e, ritornato dopo una quindicina di giorni dall’America, GIAMBRONE Antonino sembrò molto ridimensionato nei propositi e nella gestione del mandamento: era stato posato.
Nel frattempo era rientrato in Italia anche lo zio GIAMBRONE Giuseppe che prese in mano la gestione della famiglia – estromettendo l’incapace nipote – attendendo alle proprie mansioni con atteggiamento più accondiscendente ed accorto, tentando così il riavvicinamento alla fazione rappresentata da CORRAO Salvatore e SALTO Nicolò, nel frattempo uscito dal carcere per effetto dell’indulto.
In realtà fu dimostrato, ancora una volta, che “cosa nostra” non dimentica i tradimenti: a distanza di un anno dal primo progetto omicidiario e solo dopo cinque giorni dall’arresto dello zio – condannato a 9 anni per associazione mafiosa – GIAMBRONE Antonino cadde sotto i colpi di un killer che fece irruzione nella sua officina.
La strada era ormai spianata per garantire la piena leadership del boss latitante RACCUGLIA Domenico sul mandamento mafioso di Partinico e Borgetto, organizzato secondo le direttive impartite da CORRAO Salvatore dal carcere e gestito attraverso la piena collaborazione da parte dei suoi fedelissimi tra i quali risultano spiccare le figure criminali di D’ARRIGO Andrea, SALTO Nicolò, MUSSO Santo e D’AMICO Francesco.
D’ARRIGO Andrea, soprannominato “l’acquarolo” e più volte indicato durante i colloqui in carcere da CORRAO Salvatore con il gesto dello scuotimento ripetuto di un bicchiere colmo d’acqua, era il factotumdi SALTO Nicolò, a cui faceva da autista e portaordini. Inoltre, il suo link con il latitante di Altofonte lo metteva in una posizione di grande considerazione all’interno della famiglia mafiosa di Borgetto, atteso che tutte le decisioni più delicate afferenti gli “affari” del sodalizio passavano anche attraverso la sua persona, ritenuta in grado sia di riferirne i contenuti che di riportarne fedelmente le disposizioni.
Un altro personaggio di spicco coinvolto nell’inchiesta e tratto in arresto nel corso dell’odierna operazione è D’AMICO Francesco alias “Joe l’americano”, titolare della cava di estrazione di inerti denominata “American Rock” di Montelepre. Il D’AMICO, affiliato alla famiglia mafiosa di Borgetto, rappresentava l’ala imprenditoriale del mandamento e, proprio partendo da tale attività d’impresa, le indagini sono riuscite ad acclarare gli strettissimi rapporti intercorrenti tra lui e RACCUGLIA Domenico.
D’AMICO Francesco, infatti, fu al centro di una travagliata vicenda che lo portò a cedere la gestione della cava “American Rock”, prima in parte e poi in toto, ad imprenditori gravitanti nell’orbita della fazione capeggiata dalle famiglie “NANIA” e “GIAMBRONE”.
Questo fu un dei momenti più delicati della crisi interna del mandamento di Partinico, che divenne terreno di scontro tra gli interessi economici insistenti in capo ai boss latitanti posti ai vertici di “cosa nostra”.
Da un lato, infatti, la famiglia “NANIA – GIAMBRONE”, nella conquista della leadership del mandamento partinicese, aveva mirato ad acquisire l’attività estrattiva del D’AMICO per ampliare le proprie capacità di infiltrazione nella gestione degli appalti edili, chiedendo l’appoggio, al fine di riuscire nel proprio intento, a Salvatore LO PICCOLO ed alle famiglie mafiose palermitane allo stesso vicine.
Da l’altra parte, invece, D’AMICO Francesco, da sempre vicino al latitante di Altofonte, curava con la sua attività gli interessi di quest’ultimo.
La particolare e mirata attività tecnica ha poi consentito di svelare che D’AMICO Francesco, in un ultimo tentativo di riuscire a mantenere la titolarità della cava, cercò di incontrare Salvatore LO PICCOLO per giungere ad un accordo di transizione, senza riuscirvi, tanto che l’attività fu rilevata dalla famiglia GALATI di Carini.
La faida che negli ultimi 2 anni aveva sconvolto il mandamento di Partinico e Borgetto sembrava essersi conclusa a favore della fazione capeggiata da CORRAO Salvatore e SALTO Nicolò, come testimoniato dal fatto che il danaro necessario per il sostentamento dei detenuti ed il mantenimento dei familiari dei sodali cominciava ad essere assicurato – con continuità – dalle fiorenti attività illecite appannaggio esclusivo della gestione “vincente”. A riprova del ritrovato flusso economico, i Carabinieri della Compagnia di Partinico, alcuni mesi fa, fermarono nel corso di un posto di controllo SALTO Antonio, figlio minore del boss di Borgetto, trovandolo in possesso di 70.000,00 euro in contanti e di un “pizzino” con la lista degli imprenditori taglieggiati.
Il mandamento mafioso colpito stanotte era infatti temuto da tutte le altre famiglie palermitane proprio per l’incertezza gestionale che vi regnava e per l’effervescenza criminale più volte dimostrata dai propri affiliati.
Basti pensare al recentissimo tentato omicidio in pregiudizio di SALTO Nicolò (18 ottobre 2008) che fa ipotizzare nuovi scenari.
Ma è possibile ricordare anche il provvedimento di fermo a seguito dell’indagine convenzionalmente denominata “Perseo” da cui si evince che i mafiosi palermitani temevano che “i borgettani” volessero far espandere il predominio del boss trapanese Matteo MESSINA DENARO fino ai confini della città di Palermo, se non oltre. Gli uomini d’onore, ben consci della violenza esprimibile dal sodalizio mafioso di Borgetto, temevano che potesse scoppiare una nuova e sicuramente cruenta guerra di mafia, con conseguenze difficilmente prevedibili e, pertanto, pericolose sia per gli stessi affiliati che per la gestione economica degli “affari”.



 


http://palermo.blogsicilia.it/mafia-s... Ammonta a un milione e mezzo di euro il patrimonio sequestrato dai carabinieri ad Andrea D'Arrigo, 72 anni, coinvolto nell'operazione antimafia "Carthago" che nel gennaio del 2009 aveva portato all'arresto di 16 persone appartenenti al mandamento di Partinico. Per quell'indagine, D'Arrigo era stato condannato a 6 anni in primo grado per associazione mafiosa ma era stato poi assolto in appello per non aver commesso il fatto. Servizio di Salvatore Calafiore


AUTORIZZAZIONE AL SINDACO A PROCEDERE ALLA STIPULA DELL'ACCORDO CON L'A.T.I. SIS SpA - GEODATA SINTAGMA











http://www.livesicilia.it/2011/06/17/la-corsa-al-potere-allombra-di-giuffre/









 
 





http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-bc36d360-aed8-4059-8cb9-93d501f43ffc.html

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/02/22/mafia-sigilli-al-tesoro-di-provenzano.html

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/02/22/provenzano-un-tesoro-da-150-milioni.html



http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/01/18/imprenditore-ricattato.html
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BOLOGNA STEFANO, CONTRADA BRUNO,D'ARRIGO ANDREA, EDIL FORESTALE SICULASOMECORICUPATI, G.S.M. GRANULATI S.R.L,   RETE FOGNARIA VIA DEI SARACENI, MIRTO SAS, PARRA STEFANO, SCAVUZZO PIETRO, SICURAD, TAG,

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