L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























venerdì 5 dicembre 2008

AMIANTO A ISOLA DELLE FEMMINE CHE FARE?


AMIANTO A ISOLA DELLE FEMMINE CHE FARE ?
Caricato da isolapulita

Isola delle Femmine e il “Problema Amianto”.
L’AMIANTO, responsabile delle patologie asbesto-correlate e dei mesoteliomi pleurici, è fuorilegge dal 1992 eppure lo si ritrova sempre più spesso per strada, tra la gente.
Il tumore causato dalle fibre di amianto ha un periodo di incubazione che dura anche 35-40 anni.
Un decreto del 1994 ha affidato alle Regioni il censimento dell’amianto ma ad oggi il gravissimo problema resta irrisolto.
Per una corretta bonifica di luoghi e manufatti contenenti amianto occorre rivolgersi a ditte abilitate alla rimozione, i cui elenchi sono consultabili presso l’ARPA.
C’è però un piccolo dettaglio da considerare ….. smaltire amianto costa troppo sulle già esigue casse delle famiglie ed allora la cosa migliore da fare resta quello di abbandonarlo per strada, magari dove esistono discariche abusive a cielo aperto e dove per caso si ritrovano a giocare, inconsapevoli, innocenti bambini.
Basta aggirarsi per le periferie di Isola delle Femmine per trovare lungo la costa o nei pressi di qualche cassonetto immancabili manufatti in cattivo stato di conservazione contenenti fibre d’amianto che con facilità si liberano nell’aria e capitano così per caso nei polmoni della gente ignara del pericolo.
Chi si ritrova purtroppo a detenere manufatti contenenti amianto, vive il problema in maniera drammatica, considerati gli elevati costi inerenti l’intervento di rimozione, motivo predominante dell’abbandono di cisterne, tettoie e coperture in eternit per strada.
L’amianto lo si ritrova dappertutto, tra gli immancabili cumuli di rifiuti che arricchiscono indecorosi scenari delle nostre periferie, ma non solo, lungo le coste rocciose del nostro territorio.
Di tutto ciò se ne occuperanno, oltre al Comitato Isola Pulita, i componenti del circolo “Liberamente Isola”, promotori del problema e che ringrazio personalmente per avere richiesto la mia collaborazione e dell'intero Comitato, che a sua volta in precedenza ha affrontato varie volte la tematica.


Perché la Regione Sicilia non delega il Comune di Isola delle Femmine a gestire il “problema amianto” assegnandogli, per tale adempimento, le risorse necessarie?
Chi meglio del Comune può procedere alla “mappatura” dell’amianto esistente sul territorio?
Perché le istituzioni non si accollano i costi relativi allo smaltimento dell’amianto derivante dalle civili abitazioni senza oneri aggiuntivi per le famiglie?
Occorre prendere coscienza che il “problema AMIANTO” è un problema sociale, non causato e dunque non voluto dal singolo cittadino che se ne trova in possesso e che per ovvi motivi finisce anche per divenirne schiavo e che, non potendo affrontare la spesa per lo smaltimento, ritiene legittimo disfarsene illegalmente abbandonandolo per strada.
Per evitare illeciti comportamenti di chi è costretto a disfarsi dell’amianto e che non riesce a seguire le indicazioni di legge il Comune, la Provincia, la Regione e la ASL
devono esaminare l’opportunità di venire incontro ai cittadini accollandosi le spese di smaltimento.
Chi, purtroppo, detiene manufatti in amianto è vittima involontaria di un problema, calato dall’alto, che non potrà essere risolto senza l’intervento delle istituzioni che hanno l’obbligo di trovare una soluzione al “problema amianto”, emergenza sociale che investe l’intera comunità.
Ne guadagnerebbe il decoro della città di Isola delle Femmine e la salute dei cittadini.
Il Consigliere del Comitato Isola Pulita, Fabio Solina.

ISPEL CENTRO OPERATIVO SANITARIO PER L'AMIANTO REGIONE SICILIA

c/o: Registro Tumori Azienda Ospedaliera "Civile M. P. Arezzo"

Indirizzo: Via Dante 109 - 97011

Ragusa Telefono:0932 600053 - 545 Fax0932 682169

c/o:Dipartimento Osservatorio Epidemiologico Assessorato Sanità Regione Sicilia Indirizzo:

Via M. Vaccaro 5 - 90145 Palermo

Telefono:091 7079312 - 283 - 236 Fax:0917079300

Responsabile:Rosario Tumino Vicario: Carmela Nicita

Personale: Antonio Mira Salvatore Scondotto Gabriella Dardanoni Monica Di Giorgi

Email:

rtumino@tin.it

nicita.rg@tiscali.it

Salvatore.Scondotto@doesicilia.it

Gabriella.Dardanoni@doesicilia.it

Monica.digiorgi@doesicilia.it

Materiale: Scheda informativa regionale (dati ISTAT)

http://www.ispesl.it/renam/Cor.asp#sicilia



Il mesotelioma pleurico è un tumore maligno causato dall’amianto.
Non esiste un soglia di rischio, quindi anche una quantità minima di amianto, respirata nel tempo, può causare il tumore.
Due persone, che hanno contratto questo tumore, molto raro, hanno lavorato nel grattacielo della RAI di via Cernaia 33 a Torino.
Il palazzo, sede del centro direzionale della RAI, viene tristemente definito il “grattacielo all’amianto” (La Stampa di Torino del 4 gennaio 2007).
Due tumori da amianto tra i lavoratori del grattacielo... diranno che è un caso?

Ieri, a Torino vi é stata la prima sentenza di condanna per la morte di un lavoratore che nel 1964 lavorò alla coibentazione all'amianto del grattacielo della Rai torinese, in viale Cernaia. Sei mesi con la condizionale all'imprenditore Santino Barbotto Beraud, imputato di "omicidio colposo" per il decesso, dovuto secondo l'accusa ad una eccessiva esposizione all' amianto sul luogo di lavoro, dell'ex dipendente Leonardino Terlengo. L'operaio si ammalò di tumore alla pleura e morì nel giugno del ' 92. Secondo l'accusa in azienda non furono rispettate tutte le misure di sicurezza e di prevenzione delle malattie causate dall'amianto. Guariniello ha definito la sentenza "molto importante perché riconosce il principio che già 30 anni fa era nota la pericolosità dell'amianto e che il datore di lavoro aveva l'obbligo di informarsi".

Amianto a Isola delle Femmine! Che fare?
Caricato da isolapulita


L’amianto è indiscutibilmente il principale fattore eziologico del MM. Fino ad oggi, il ruolo dell’SV40 non è mai stato confermato da dati epidemiologici. Dal 1994 più di 50 laboratori indipendenti in vari paesi del mondo hanno riportato la presenza di SV40 in campioni di MM e dato conferme sul ruolo dello stesso nella patogenesi del MM. Alcuni degli autori del presente lavoro sono stati i primi in Europa a riscontrare DNA virale nei MM. La misura (o quantificazione) di una associazione rappresenta un passo importante nell’investigazione sul rapporto patogenetico di un fattore con una malattia. L’O.R. rappresenta una buona stima del rischio relativo e quindi dell’associazione fra i fattori causali o concausali ed un tumore negli studi caso-controllo, soprattutto quando si tratta di una malattia particolarmente rara.
Il presente lavoro per la prima volta ha permesso di valutare l’apporto eziologico di SV40 come cofattore dell’amianto. I risultati della nostra ricerca suggeriscono che l’SV40 non abbia un ruolo causale diretto nella patogenesi del MM, bensì svolga un ruolo di fattore concausale in grado di rafforzare notevolmente il rischio di sviluppare un MM tra i soggetti che abbiano avuto un’esposizione ad amianto. Molti aspetti della presente ricerca, a partire dalla numerosità del campione studiato, permettono di considerare i dati dello studio solo come preliminari. Ciò non toglie valore ed importanza ai risultati ottenuti e richiama la necessità di approfondire lo ricerca sull’interazione tra SV40 ed amianto.

Amianto pericoloso

Molte sostanze di origine lavorativa sono riconosciute essere carcinogeni polmonari, anche se sono meno rilevanti del tabacco, dal punto di vista epidemiologico. Gli agenti eziologici chiamati in causa in questo caso sono di tipo fisico e chimico. Gli agenti fisici sono rappresentati dalle radiazioni assorbite dai minatori di fluorspato e di uranio, e dal radon e dai suoi prodotti di decadimento presenti nell’ambiente. Gli agenti chimici si distinguono in organici e inorganici. I primi comprendono le miscele di composti aromatici policiclici derivanti dalla combustione incompleta dei materiali organici. A rischio risultano, pertanto, i lavoratori del catrame, delle ferrovie e delle raffinerie, gli autisti di camion e autobus, i vigili urbani. Queste sostanze chimiche hanno la prerogativa di permanere a lungo nei polmoni per la loro stabilità e per la loro difficile eliminazione. Tra i composti inorganici al primo posto troviamo l’amianto. Una delle fibre di questo minerale naturale, il crisotile, costituisce oltre il 90% dell’amianto usato nella fabbricazione di materiale isolante, nella produzione di freni e frizioni, nei prodotti dell’edilizia, nelle plastiche e vernici come sostanza inerte. Il primo caso di tumore polmonare associato a esposizione ad amianto risale al 1935 e il primo studio epidemiologico che ha definitivamente dimostrato la correlazione è stato pubblicato nel 1955.

Tra gli altri minerali citati, anche se con minor frequenza: l’arsenico, il cromo, il nickel ed il cadmio.

Meglio la campagna Il fattore ambientale è tuttora oggetto di studio, anche se allo stato attuale almeno 10 idrocarburi aromatici presenti nell’atmosfera si sono dimostrati cancerogeni nell’animale. Il tasso di alcune di queste sostanze è presente nell’aria delle grandi città con differenze tra i mesi estivi e quelli invernali a causa dell’influenza del riscaldamento domestico. Gli idrocarburi sono contenuti nelle fuliggini, prodotte dalla combustione incompleta di oli e fumi di scappamento di motori a scoppio.

Queste sostanze chimiche hanno la prerogativa di permanere a lungo nei polmoni per la loro stabilità e per la loro difficile eliminazione.

Secondo alcuni studi l’incidenza delle neoplasie polmonari sarebbe 2-3 volte superiore nelle zone urbane rispetto a quelle rurali, ma i dati in questo senso non sono univoci.

Marco Malagutti

http://www.dica33.it/argomenti/oncologia/polmoni/polmoni1.asp

L'amianto rappresenta un pericolo per la salute a causa delle fibre di cui è costituito e che possono essere presenti in ambienti di lavoro e di vita e inalate.Il rilascio di fibre nell'ambiente può avvenire o in occasione di una loro manipolazione/lavorazione o spontaneamente, come nel caso di materiali friabili, usurati o sottoposti a vibrazioni, correnti d'aria, urti, ecc.

L'esposizione a fibre di amianto è associata a malattie dell'apparato respiratorio (asbestosi, carcinoma polmonare) e delle membrane sierose, principalmente la pleura (mesoteliomi).

Esse insorgono dopo molti anni dall'esposizione: da 10 - 15 per l'asbestosi ad anche 20 - 40 per il carcinoma polmonare ed il mesotelioma.L'asbestosi è una patologia cronica, ed è quella che per prima è stata correlata all'inalazione di amianto.

Essa consiste in una fibrosi con ispessimento ed indurimento del tessuto polmonare con conseguente difficile scambio di ossigeno tra aria inspirata e sangue. Si manifesta per esposizioni medio-alte ed è, quindi, tipicamente una malattia professionale che, attualmente, è sempre più rara.

Il carcinoma polmonare si verifica anche per esposizioni a basse dosi.

Questa grave malattia è causata anche da: fumo di sigarette, cromo, nichel, materiali radioattivi, altri inquinanti ambientali (idrocarburi aromatici di provenienza industriale, derivati del catrame, gas di scarico dei motori).

Il fumo di sigarette potenzia enormemente l'effetto cancerogeno dell'amianto e quindi aumenta fortemente la probabilità di contrarre tale malattia.

Il mesotelioma è un tumore raro, della membrana di rivestimento del polmone (pleura) o dell'intestino (peritoneo), che è fortemente associato alla esposizione a fibre di amianto anche per basse dosi. Sono state descritte, inoltre, patologie al tratto gastrointestinale e alla laringe per le quali l'associazione con l'asbesto è più debole e resta da stabilire in via definitiva una sicura dipendenza.

Le esposizioni negli ambienti di vita, in generale, sono di molto inferiori a quelle professionali, pur tuttavia non sono da sottovalutare perchè l'effetto neoplastico non ha teoricamente valori di soglia.

http://www.regione.emilia-romagna.it/amianto/le_sue.htm


Amianto assassino. Le vittime della Sacelit di San Filippo del Mela (ME)La scorsa settimana è morto l'83° ex operaio della dismessa fabbrica d'amianto

La scorsa settimana, è morto a 68 anni Giuseppe Mannello, ex operaio della Sacelit, (inaugurata nel 1958 su iniziativa della Italcementi, una multinazionale di Bergamo della famiglia Pesenti) la dismessa società di San Filippo del Mela, nel messinese, che trattava l'amianto per produrre vasche in eternit. Con il decesso di Mannello salgono a 83 i morti per ''Abestosi pleurica'' correlata all'amianto, tutti dipendenti della società. All'operaio, nel lontano 1990, a soli 52 anni i medici dell'Univerità di Bari avevano diagnosticato un'asbestosi pleurica e polmonare con grave compromissione dello stato generale e ipoacusia bilaterale. Secondo quanto denunciato dal presidente del ''Comitato ex esposti amianto'', Salvatore Nania, anch'egli ex dipendente della Sacelit, ''nonostante si continuino a registrare questi decessi fra gli ex dipendenti della Sacelit, le autorità preposte ai controlli non hanno preso in seria considerazione la presenza dell'amianto sul territorio''.

Blu Notte Amianto: le morti silenziose


Cosa c'entra una trasmissione che parla di misteri, condotta da un giallista, col tema dell'amianto?C'entra eccome: perche parliamo di un killer, reponsabile di più di 2000 morti in Italia.
Morti silenziose, perchè le persone morte sono state uccide senza possibilità di scampo. Perchè colpite dal
Mesotelioma, o dalla Asbestosi.

E il killer si chiama
amianto: la Lana della Salamandra, come la chiamavano i greci.
Un anno, 15 mesi e dopo atroci sofferenze la morte.
Cosa avevano fatto queste persone, per meritarsi queste sofferenze: erano lavoratori di fabbriche dove si produceva o si usava l'amianto.

Come la
Eternit di Casale, dove lavorava Mario Pavesi. Morto nel 1983, dopo 20 di lavoro a respirare polvere di amianto.Come i lavoratori nei cantieri di Monfalcone, a Bagnoli, a Piolo vicino Siracusa ...Una strage silenziosa: perchè per anni tutti sapevano (anche i lavoratori) ma nessuno ne parlava fuori dall'azienda. Nessuna inchiesta, nessuna inchiesta giornalistica.
I lavoratori morivano, morivano le mogli, i figli e tutte le persne che hanno respirato l'aria pestilenziale di Casale, pompata fuori dai ventilatori.

Eppure della tossicità dell'amianto esistevano studi sin dagli anni 70; la Germania nazista aveva classificato l'amianto come sostanza pericolosa.

La Eternit si limitò, al crescere delle morti in azienda a cambiare tipo di produzione: da quella a secco a quella in umido.Nei bolletini dell'azienda scriveva
"ricordatevi che il fumo uccide".
Ai lavoratori che chiedevano di essere spostati in altri reparti, dopo aver passato anni a repirare amianto, i dirigenti rispondevano "se lei è repoccupato tanto alla salute, sa dov'è la porta".



Ecco, questo è stato l'atteggiamento della Eternit, in merito a questa strage.
Finchè non è iniziata, a Casale, la
battaglia contro l'amianto: portata avanti da due sindacalisti (Bruno Pesce e Nicola Pondrano), un giornalista, Gianpiero Rossi e una dottoressa, Daniela Degiovanni. Una oncologa, che iniziò a mettere assieme i casi, le malattie segnalate, per trovare delle correlazioni.

Era il 1978. Iniziano gli scioperi, i sit-in e le prime cause civili contro la Eternit.
Nel 1981 inizia il processo, intentato da 80 lavoratori messi in prepensionamento dall'azienda senza l'accordo dei lavoratori.
Nel 1987 arriva la sentenza di Cassazione che riconosce i danni dell'esposizione all'amananto. Non si parla più di malattia professionale, come si intendeva fino ad allora.
Intanto nel 1986 l'azienda a Casale chiude, il ramo italiano dell'azienda decide il fallimento; il ramo francese dell'azienda sceglie di rilevarla, ma viene stoppato dal sindaco della città: che emana il divieto di prooduzione di amianto.

Si crea la prima associazione vittime, che intenta causa per 1700 morti: il processo arriva alla sentenza di primo grado del 06/1993.
In primo grado i dirigenti della Eternit vengono condannati per omicidio colposo.
In appello vengono riconosciute le attenuanti: molte delle morti vanno in prescrizione, eccetto il caso di Evasio Coppo "
il palombaro". Voleva vedere il figlio crescere: non ci riuscirà, perchè muore a 60 anni.

Il caso del signor Coppo arriva in
Cassazione nel 1997, che conferma la condanna dei dirigenti Eternit. Condanna che sancisce una situazione sotto gli occhi di tutti: negli anni 90, le statistiche raccolte dal sindacato parlano di 40-45 persone morte ogni anno per Mesotelioma.

Nel frattempo è arrivata la legge
257 del 1992, che proibisce la produzione di amianto e impegna lo smantellamento e bonifica delle strutture che contengono amianto.

Si crea un
comitato che riunisce le vertenze dei lavoratori che hanno subito l'esposizione all'amianto: nel 2004 gli avvocati che rappresentano le parti civili presentano al tribunale di Torino, al procuratore Guariniello, carte e studi raccolti.

Le colpe non sono ascrivibili ai dirigenti italiani, ma questa inchiesta investe anche dirigenti esteri:
Stephan Schmidheiny, il fratello Tomas (assistito da Carlo Malinconico, segretario generale di Palazzo Chigi nel precedente governo Prodi) e il loro socio belga, barone Louis De Cartier de Marchienne.
Quando si farà (se si farà), sarà un maxi processo su cui ci sarà molto da dire.
Per il momento, per tutti i lavoratori che entravano nella Eternit di Casale nella speranza di cambiare vita, e che invece hanno perso la vita, per i loro familiari, per i figli, rimane solo la magra consolazione del fatto che oggi l'amianto è diventato un fatto di cronaca di cui parlano i giornali.
Forse, anche quando si terrà il maxi processo contro dirigenti che cosideravano le morti per amianto un rischio di impresa sostenibile, le morti per amianto non saranno più morti silenziose.


Ricordiamo i numeri:


2960 morti per amianto in Italia (solo quelli censiti, eslusi i casi finiti in prescrizione)


800 morti per Mesotelioma solo a Casale.

Grazie però all'
indulto votato dal Parlamento il 29 luglio 2006, gli imprenditori imputati hanno rifiutato di risarcire le ultime vittime (come invece avevano fatto fino a quel momento) in quanto ben consapevoli di non rischiare più di finire in carcere grazie allo sconto di pena.



Amianto killer - Interrogazione del consigliere provinciale Gullo
Scritto da Domenico Pantaleo
martedì 10 luglio 2007
L’amianto killer non finisce di creare allarme tra le cittadine della provincia, dove gli abitanti, visti i problemi creati nel corso degli anni, continuano ad essere presi dal panico.
Il capogruppo della “Margherita” alla provincia regionale, Luigi Gullo(nella foto), con una interrogazione al presidente della Provincia, all’assessore all’ambiente e al presidente del consiglio provinciale, ha chiesto chiarimenti circa l’attività svolta dall’Ente per quel che riguarda il cemento-amianto (eternit), sul territorio provinciale.
Il massimo esponente di DL a Palazzo dei Leoni nella sua interrogazione ai vertici della provincia regionale ricorda che “che tra i compiti della provincia regionale di Messina in materia ambientale vi è l’attività di controllo sulle operazioni di smaltimento e recupero del cemento-amianto, e che la pericolosità del cemento-amianto è dovuta alla possibile liberazione di fibre di amianto, che se inalate anche in minima quantità possono causare l’insorgere di tumori polmonari, quale il mesotelioma pleurico.
In considerazione di ciò il consigliere Gullo chiede di conoscere “il numero delle autorizzazioni allo smonto e manutenzione di cemento-amianto rilasciate dall’ASL che sono state trasmesse per gli adempimenti di istituto ai competenti uffici della Provincia; il numero dei controlli effettuati su tali operazioni di smonto e manutenzione di cemento-amianto dagli uffici della Provincia e il loro sintetico esito”.
Gullo, inoltre, ricorda “che sarebbe auspicabile una azione di sensibilizzazione della comunità provinciale”. La Provincia in passato si era già mostrata sensibile al problema amianto.
Qualche anno fa la CISL organizzò nel salone degli Specchi a Palazzo dei Leoni, un importante convegno per denunciare l’utilizzo di “fibra assassina” nella copertura di numerosissimi impianti industriali della provincia adibiti alla lavorazione di laterizi.
Nel mese di febbraio scorso anche il WWF, insieme all’Associazione Italiana Medici Ambiente, denunciarono il silenzio delle istituzioni; “nonostante i morti della Sacelit di San Filippo del Mela, ed i continui allarmi per le segnalazioni di coperture con la fibra assassina, la legge è ampiamente disattesa”.
Caso eclatante, scrisse allora il WWF, il palazzetto dello sport di Patti che giace nel più completo abbandono!

http://www.pattionline.it/index.php?option=com_content&task=view&id=349&Itemid=135

Morti d'amianto: sequestrata la Sacelit di San Filippo del Mela (Me)

La procura di Barcellona Pozzo di Gotto ha sequestrato, dopo 14 anni di dismissione, lo stabilimento della Sacelit, l'azienda di S.Filippo del Mela, nel Messinese, in cui 119 operai si sono ammalati di patologie derivanti dal contatto con l'amianto. Settantasette sono deceduti.


La Sacelit è nota a tutti "la fabbrica della morte". Lo stabilimento di San Filippo del Mela sorge a pochi chilometri da Milazzo dove hanno pure sede una raffineria di olio combustibile e una negacentrale elettrica, venne inaugurata nel 1958 su iniziativa della Italcementi, una multinazionale di Bergamo della famiglia Pesenti. E produceva materiale per l'edilizia e l'idraulica: tutto in amianto-cemento.


Nello stabilimento di San Filippo del Mela hanno lavorato, nel corso del tempo, 212 persone. Gli ex operai morti per malattie direttamente collegabili all'amianto sono già 77 (il primo caso risale al 1978). Mentre sono 119 quelli a cui l'Inail ha riconosciuto la malattia professionale. Altri sei hanno però già avviato le pratiche per ottenere una rendita. Restano 10 persone: gli unici ex operai della Sacelit che, fino a oggi, l'amianto ha risparmiato.


Già nel 1976 la facoltà di medicina del Lavoro della università di Bari, a seguito di un controllo effettuato sui dipendenti della Sacelit siciliana, ne individuò dodici già affetti da patologie polmonari. La fabbrica entrò in crisi produttiva nel 1983 quando furono avviati i primi licenziamenti. La chiusura definitiva dello stabilimento avviene però solo nel luglio del 1993, a un anno dalla legge che vieta la produzione e la commercializzazione dell'amianto in Italia.


Nel 2003 la procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo contro quattro dirigenti dell'azienda. Lo stabilimento, mai bonificato e dismesso nel 1993, ha ospitato inspiegabilmente, sino ad ora, il deposito di generi alimentari di un'azienda, con numerosi punti vendita a Messina e provincia.


Redazione Terrelibere.org


Le patologie legate all'amianto


La respirazione di fibre di asbesto (ed anche l'ingestione, anche se la questione è ancora controversa), può determinare malattie diverse, tutte comunque caratterizzate da un lungo intervallo di tempo fra l'inizio dell'esposizione e la comparsa della malattia. Questo intervallo, chiamato "tempo di latenza", è in genere di decenni. Il rischi per la salute è direttamente legato alla quantità ed al tipo di fibre inalate, alla loro stabilità chimica, ed ad una predisposizione personale a sviluppare la malattia.


Le malattie principali che possono essere provocate dall'asbesto sono:



  • asbestosi;

  • mesotelioma;

  • carcinomi polmonari;

  • tumori del tratto gastro-intestinale, della laringe e di altre sedi

Asbestosi
È una malattia respiratoria cronica legata alle proprietà delle fibre di asbesto di provocare una cicatrizzazione (fibrosi) del tessuto polmonare; ne conseguono irrigidimento e perdita della capacità funzionale. Le fibre di asbesto penetrano con l'aria attraverso la bocca ed il naso, procedendo poi lungo la faringe, la laringe, la trachea e i bronchi fino ad arrivare agli alveoli polmonari. Qui l'aria giunge a stretto contatto con il sangue e, attraverso una sottilissima membrana, cede ossigeno e assorbe anidride carbonica. La superficie totale di scambio è molto estesa e può essere alterata dall'inalazione di polveri non inerti, fra cui la silice e l'asbesto.
Le vie respiratorie possono ostacolare la penetrazione di particelle che abbiano un diametro maggiore di cinque millesimi di millimetro, in quanto sono dotate di ciglia sottilissime e capaci di una continua produzione di muco: le particelle vengono così bloccate e poi, con movimenti regolari o con colpi di tosse, espulse.
Molti studi hanno dimostrato che la pericolosità delle fibre di asbesto è legata al diametro molto piccolo e a una lunghezza superiore a cinque millesimi di millimetro. È stato dimostrato che una parte dell'asbesto che viene respirato non riesce ad essere espulsa e resta negli alveoli dove provoca una irritazione (alveolite): sembra che questo sia il primo passo per l'instaurarsi di lesioni cicatriziali e quindi di una vera e propria asbestosi. La quantità di asbesto che resta intrappolata nei polmoni è legata alla quantità totale di asbesto inalato, e dunque all'intensità e alla durata dell'esposizione: l'asbestosi è pertanto una malattia in cui esiste una stretta relazione fra "dose" di asbesto inalata e "risposta" dell'organismo, quindi tipica di una esposizione professionale.
La crocidolite ha una pericolosità maggiore degli altri tipi di asbesto, forse per la maggiore rigidità delle sue fibre e dunque per motivi aerodinamici, o forse per le sue caratteristiche ultramicroscopiche, essendo ogni fibra costituita da un elevatissimo numero di microfibrille. I sintomi dell'asbestosi sono simili a quelli delle altre malattie respiratorie croniche: l'affanno, prima da sforzo e poi anche a riposo, la tosse, che spesso è di tipo secco, la debolezza dovuta alla riduzione della quantità di ossigeno che dagli alveoli passa al sangue.


La diagnosi si basa innanzitutto sui sintomi riferiti dal lavoratore, sull'auscultazione del torace, che può mettere in evidenza rumori patologici alle basi polmonari, sugli accertamenti radiografici, che possono mostrare la presenza di opacità irregolari, e sulle prove di funzionalità respiratoria, con cui si rileva un deficit di tipo restrittivo.


La malattia insorge dopo un periodo di latenza di molti anni e inizia in modo graduale. Il decorso della malattia è molto variabile e, in tempi più o meno lunghi, porta ad un aggravamento dei disturbi respiratori, accompagnato da un ingrandimento e da una maggiore diffusione delle opacità radiologiche, e da un progressivo aumento del deficit funzionale. Nel corso degli anni si può giungere a quadri di insufficienza respiratoria gravissimmi e infine mortali. La malattia può inoltre essere complicata da infezioni, da germi comuni o tubercolari; inoltre in polmoni asbestotici, è più facile l'insorgenza anche di tumori polmonari e mesoteliomi pleurici.


Non esiste una terapia specifica per l'asbestosi e non è possibile pertanto una guarigione delle lesioni polmonari: la terapia è essenzialmente mirata a ostacolare le complicanze infettive e a migliorare, nei limiti del possibile, le capacità respiratorie.


Mesotelioma
È un tumore maligno che può colpire le membrane sierose di rivestimento dei polmoni (pleura) e degli organi addominali (peritoneo).
I mesoteliomi sono quasi inesistenti nella popolazione non esposta ad asbesto, ma rappresentano il 15% dei tumori che colpiscono persone affette da asbestosi: l'individuazione di mesoteliomi deve pertanto sempre far sospettare un'esposizione ad asbesto.


Sono stati descritti casi di mesotelioma in persone residenti intorno a miniere di asbesto o nelle città sede di insediamenti industriali con lavorazioni dell'amianto, in familiari venuti in contatto con le polveri accumulatesi sulle tute di lavoratori direttamente esposti.
L'esistenza di mesoteliomi nei residenti e nei familiari mostra che possono essere pericolose anche esposizioni a basse concentrazioni di asbesto. In genere il tempo di latenza (ovvero il tempo che intercorre tra l'esposizione ad amianto e la comparsa della malattia) è dell'ordine di decenni e può anche superare i 40 anni dall'inizio dell'esposizione.


I sintomi del mesotelioma sono legati ad una compressione dei visceri che sono a contatto con la massa tumorale; per lo più il primo segno nelle forme toraciche è costituito da un versamento pleurico, spesso emorragico, con rapide recidive, con affanno, tosse stizzosa e comparsa insistente di alcune linee di febbre.
La diagnosi si basa essenzialmente sulla presenza dei sintomi e esami radiografici. In tutti i casi sospetti l'indagine viene approfondita con altri esami strumentali, fra cui la T.A.C. e con esami istologici al microscopio di prelievi bioptici (pleuroscopia). In ogni caso la diagnosi differenziale fra tumore polmonare diffuso alla pleura e mesotelioma è spesso difficoltosa.


Il decorso dei mesoteliomi è quasi sempre molto rapido, accompagnato da un progressivo deterioramento delle condizioni generali. Sono possibili diffusioni del tumore ad altre sedi (metastasi) per il passaggio delle cellule tumorali nel circolo ematico o linfatico.
La sopravvivenza è in genere inferiore a un anno dalla scopera del tumore, e specialmente in soggetti giovani può limitarsi a soli sei mesi. A oggi non sono state individuate terapie efficaci. Carcinoma polmonare
Il carcinoma polmonare è in generale il tumore maligno più frequente. Come per l'asbestosi anche per i carcinomi polmonari è stata riscontrata una stretta relazione con la quantità totale di asbesto inalata e con l'abitudine al fumo di tabacco. Il rischio di contrarre questo tumore nei non fumatori non esposti ad asbesto è risultato di 11 su 100.000 persone l'anno; nei non fumatori esposti ad asbesto è risultato circa 5 volte superiore; nei fumatori che non sono esposti ad asbesto è circa 10 volte superiore, ed è addirittura oltre 50 volte superiore nei fumatori che sono anche esposti ad asbesto. L'eliminazione almeno del fumo è quindi in grado di contribuire a ridurre la probabilità di contrarre tumori polmonari anche in lavoratori che sono stati esposti ad asbesto.


I sintomi possono essere molto diversi e per lo più, tosse con catarro, affanno, dimagrimento, compromissione grave delle condizioni generali.
La diagnosi è principalmente radiografica e può essere completata dall'esame microscopico dell'espettorato e da altri accertamenti strumentali.
Il decorso è caratterizzato da un progressivo deterioramento delle condizioni di salute e della possibilità di ulteriori disturbi legati a localizzazioni metastatiche in altri organi. Per alcuni tumori più piccoli e in fase iniziale si può tentare un'asportazione chirurgica radicale, ma i risultati sono spesso insoddisfacenti. Anche l'efficacia di trattamenti farmacoloogici e radianti è purtroppo, a tutt'oggi, molto relativa.
Tumori del tratto gastro-intestinale, della laringe e di altre sedi
Numerosi studi hanno mostrato che la mortalità per tumori in genere è più alta neii lavoratori esposti a polveri libere di asbesto che nella popolazione generale, e in particolare sembrano più frequenti i tumori del tratto gastro-intestinale e della laringe. L'aumento della frequenza per queste malattie è comunque molto inferiore rispetto a quello descritto per i tumori polmonari ed è a tutt'oggi oggetto di studi per una migliore comprensione dei meccanismi che lo determinano.


Anche per questi tumori i disturbi sono rappresentati da compromissione dello stato generale di salute, da disturbi della funzione stessa degli organi colpiti e da segni di compressione degli organi adiacenti. Altri disturbi possono dipendere da localizzazioni metastatiche.


Il decorso è progressivo: molte forme iniziali possono essere aggredite chirurgicamente ed eventualmente si possono praticare terapie radianti o farmacologiche.




San Filippo del Mela (Me): la Sacelit, fabbrica killer, risarcisce le famiglie degli operai morti. La fabbrica della morte, la nuova Sacelit, (inaugurata nel 1958 su iniziativa della Italcementi, una multinazionale di Bergamo della famiglia Pesenti) la società che gestiva la fabbrica di eternit di San Filippo del Mela risarcirà le famiglie dei cento operai morti a causa di intossicazione da amianto. Dopo lunghi anni di controversie giudiziarie finalmente sono state definite le vertenze. Sia per gli ex dipendenti che per i familiari a cui è stata riscontrata da parte della Ausl 5 di Messina la asbestosi, i legali in rappresentanza dei lavoratori hanno chiuso tutte le vertenze in atto. L’azienda pagherà complessivamente sette milioni di euro.
Già dal 1994 la vicenda riguardante l’esposizione alle fibre di amianto per gli ex dipendenti della Sacelit di San Filippo del mela, era stata posta all’attenzione generale. La battaglia legale era nata con l’elaborazione dei presupposti che avevano dato inizio a numerosi ricorsi legali, molti dei quali riconosciuti dai giudici del tribunale di Milazzo, Barcellona dalla Corte di appello di Messina e dalla Cassazione. Per i quasi cento dipendenti deceduti a causa di mesotelioma pleurico, carcinoma polmonare, asbestosi pleuro polmonare o insuffienza respiratori, si è applicato lo stesso accordo.
04 / 06 / 2008
http://www.ecodisicilia.com/san-filippo-del-mela-me-la-sacelit-fabbrica-killer-risarcisce-le-famiglie-degli-operai-morti.htm


Cassazione: amianto in azienda? Condanne più facili per le aziende

La Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione (Sent. n. 42128/2008) ha stabilito che debbono essere sanzionate pesantemente le aziende che espongono i propri lavoratori all'amianto. Più in particolare, gli Ermellini hanno precisato che il datore di lavoro rischia una condanna per i decessi e per le malattie contratte dai propri lavoratori e ciò anche se questi, molti anni prima, avevano lavorato per brevi periodi in fabbriche a rischi amianto e anche se la presenza delle sostanze nocive viene accertata nei pressi della sua abitazione. Nel caso di specie, la Corte ha evidenziato che “il tema del ruolo acceleratore dell’esposizione protratta all’amianto e della sua conseguente rilevanza causale, connessa all’abbreviazione della latenza ed alla anticipazione dell’evento letale, è venuto in evidenza ripetutamente nella giurisprudenza di merito. Al riguardo è pure reiteratamente intervenuta questa Corte suprema, chiamata a valutare la correttezza metodologica dell’utilizzazione delle discusse enunciazioni scientifiche in ordine all’effetto acceleratore della latenza, determinato dalla protratta esposizione”.

(Data: 03/12/2008 1.00.00 - Autore: Cristina Matricardi)

Mariella Megna - Cittadini contro l'amianto della provincia di Cremona
Fulvio Aurora - Associazione Esposti Amianto

Renato Zanoli, Coordinatore di Medicina Democratica di Torino 3384054068

http://cittadinicontroamianto.blogspot.com/


Amianto:...( seconda parte)
Scritto da lz
Wednesday 31 March 2004
da panorama.it
SCANDALI: UNA CHERNOBYL SICILIANA
La fabbrica della mortedi Antonio Rossitto5/3/2004
Già nel 1976 la Sacelit sa quindi che 16 dipendenti soffrono diasbestosi, la malattia dell'amianto. Già nel '76 sa che chi entra acontatto con il materiale è a rischio. Oggi, a meno di 30 anni daquelle visite, di quei 16 lavoratori ne sono rimasti in vita soloquattro. Giovanni Saporita e Franco La Spada sono due dei superstiti.«Quelli di Bari» racconta il primo «mi avevano detto che con la miamalattia mi dovevo fare cambiare di posto. Ma fino all'ultimo giornodi lavoro sono rimasto sempre lì: a fare la manutenzione deiserbatoi». A La Spada è capitato lo stesso: «Ero il capomacchina e capomacchina sono rimasto». Sapevano, quindi? Il tribunale diBarcellona Pozzo di Gotto è convinto di sì: conoscevano i rischi operlomeno dovevano conoscerli. Lo confermano le 18 sentenze che hannoobbligato la Nuova Sacelit a risarcire altrettanti ex operai per il«danno biologico subito». Tutti ripagati con una somma che varia da50a 190 mila euro. Solo una richiesta è stata rifiutata: praticamenteiltribunale ha sempre ritenuto colpevole la società. Le motivazioni delle sentenze non lasciano dubbi: «Le argomentazioni difensive (della Sacelit, ndr) inerenti le scarse conoscenze scientifiche sulla pericolosità dell'amianto» non possono essere accolte. «L'associazione amianto-mesotelioma è stata unanimemente riconosciuta già dal 1965» e «già dal 1943 il legislatore dimostra diconoscere l'asbestosi come malattia fondata sulla correlazione conlavorazioni d'amianto».
L'azienda ha inoltre «inequivocabilmente»violato le «norme dirette a prevenire gli infortuni e le malattie sul lavoro».
Infine, conclude il tribunale, la società non ha mai «messo a conoscenza i lavoratori sui rischi specifici cui erano esposti».
Nessun dubbio, quindi: la Sacelit ha violato le leggi.
Ma la procura della Repubblica di Barcellona è andata oltre. Sulla morte di due lavoratori, il sostituto procuratore Olindo Canali, un anno fa, ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo. Indagati, i quattrodirigenti che, negli anni, hanno guidato lo stabilimento di San Filippo del Mela. Oggi, di quell'inferno, restano solo morte e malattia.
Francesco Saraò adesso è un vecchietto di 79 anni che parlaa fatica e indossa sempre un cappello nero a tese larghe. È rimasto alla Sacelit dal 1961 al 1984: produceva tubi idraulici. Gli avevano diagnosticato l'asbestosi già nel 1967. Oggi vive tutto il giorno con l'ossigeno. Di mattina si scarrozza per tutta la casa una bombola portatile collegata alle narici con dei tubicini; di sera usa un ventilatore polmonare attaccato a una maschera che gli copre interamente il viso.
«Avevo due passatempi: la caccia e la campagna» si lamenta.
«Da 20 anni, a stento posso uscire per una passeggiata».Giovanni Foti, invece, era un carrellista. È bassino e rotondo, con i capelli grigi tirati all'indietro e le mani grosse scorticate da annidi lavoro.
Ha 64 anni ma ne dimostra dieci di più.
«Vado avanti solocon gli spray. La sera mi sento soffocare. Devo alzarmi per prendere aria. Che vita è questa?».
Il tribunale, nel 2002, gli ha assegnato 150 mila euro di risarcimento.
«Ma che me ne devo fare dei soldi? Chi me la restituisce la salute?».
C'è pure la storia che raccontaDomenico Mancuso. Davanti alla scrivania dell'ufficetto nella sua autofficina mostra una foto: il padre e la madre che sorridono.Santo Mancuso, ex addetto alle produzioni, scomparso nel 1998 per insufficienza polmonare.
Qualche giorno dopo il funerale, anche la moglie ha cominciato a stare male:
«Le mancava l'aria, era semprestanca e affaticata» racconta il figlio.
«A Milano i medici non sapevano come dirmelo: soffriva della stessa malattia di mio padre».
Per anni aveva respirato amianto pure lei. Non era mai entrata nello stabilimento, ma le era bastato buttarsi al collo del coniuge quando rientrava a casa dal lavoro, scuotere i vestiti e la tuta con ancoraaddosso quelle maledette fibre prima di metterla in lavatrice.
Giuseppa Vasalli è morta due anni fa, a 67 anni. La causa del decesso sul suo certificato di morte è uguale a quella del marito: insufficienza respiratoria.
«È stato l'amianto» dice DomenicoMancuso.
«Tutti i medici ci hanno detto la stessa cosa: è stato quel maledetto amianto».
(Ha collaborato William Castro) TRAGEDIA INFINITA Storia di un bollettino di guerra
A Milazzo e dintorni, quando ne parlano, lasciano perdere glie ufemismi: la Sacelit è per tutti
«la fabbrica della morte».
Lostabilimento di San Filippo del Mela, a pochi chilometri dalla città famosa per la raffineria e gli imbarcaderi che portano alle isole Eolie, viene inaugurato nel lontano 1958. Si produce materiale perl'edilizia e l'idraulica: tutto in amianto-cemento.
Il primo caso di morte per tumore è del 1978.
Qualche anno dopo comincia la crisia ziendale: i primi prepensionamenti sono del 1983.
Nel giro di qualche anno resta appena una cinquantina di dipendenti.
La chiusura definitiva dello stabilimento avviene però solo nel luglio del 1993, a un anno dalla legge che vieta la produzione e la commercializzazione dell'amianto in Italia.
Nello stabilimento di San Filippo del Mela hanno lavorato, nel corso del tempo, 212 persone. Gli ex operai morti per malattie direttamente collegabili all'amianto sono già 77.
Mentre sono 119 quelli a cuil'Inail ha riconosciuto la malattia professionale.
Altri sei hanno però già avviato le pratiche per ottenere una rendita.
Restano 10 persone: gli unici ex operai della Sacelit che, fino a oggi, l'amianto ha risparmiato. Dopo gli ultimi due decessi, nel 2003 la procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto ha aperto un'inchiesta peromicidio colposo contro quattro dirigenti dell'azienda.

IL CASO DI VOLLA Morte in polvere di Antonio Rossitto12/3/2004

Vittorio Cimmino, 58 anni, aiutante tornitore alla Sacelit mostra la radiografia dei suoi polmoni malati. Gli ex operai di un'azienda in Campania accusano: 55 di noi su 227 sono stati uccisi dall'amianto. Panorama ha letto una perizia della procura di Napoli che ricostruisce una tragedia annunciata. Individuando responsabilità precise. Basta che dopo pranzo spunti un pallido sole. Un lieve tepore e loro arrivano alla spicciolata: qualcuno a piedi, altri a bordo dis gangherate utilitarie. Ogni pomeriggio si ritrovano lì dove si erano lasciati il giorno prima: davanti a una cartoleria della periferia di Volla, a pochi chilometri da Napoli. Hanno mani grosse e facce scavate. Siedono su un gradone di cemento a godersi il sole, oppure prendono a passeggiare avanti e indietro con le mani raccolte dietro la schiena. Non discutono di calcio e non commentano ogni passaggio di una bellezza locale. Parlano di una tragedia. Anzi di molte tragedie provocate dall'amianto. Parlano della Sacelit: la fabbrica in cui hanno lavorato una vita. Lo stabilimento, adesso diventato una fabbrica di mattoni, è alle loro spalle. Fra i capannoni sbuffa dicontinuo una nuvola di fumo bianco.Tra gli ex operai i discorsi ormai si ripetono come una nenia:
«Ve lo ricordate Sciusciù? Ve lo ricordate com'era diventato secco? Non ha manco capito di cosa è morto».
Ricordano anche la data esatta: il 25giugno 1993. Quel giorno Scognamillo Gennaro, classe '42, detto Sciusciù, ex addetto al reparto manutenzione tubi, viene fulminato a 51 anni da un mesotelioma pleurico, il tumore causato dall'amianto. Da quel momento è cominciata la conta dei morti. Dieci anni dopo,sono già arrivati a 55. Tra carcinoma polmonare, mesotelioma e asbestosi,dei 227 dipendenti che lavoravano in fabbrica nel 1990, ne hanno contati 55.

«Ma probabilmente i decessi sono molti di più» dice laconico Giacomo Montanino, l'ex assistente al carico che continua ad aggiornare l'elenco dei sopravvissuti.
«In realtà, in totale, dipendenti ne sono passati più di 400. Ma di molti non abbiamo avutopiù notizie. Reperire i dati è stato impossibile».
La Sacelit di Volla è nata nel 1964: ha prodotto materiale perl'idraulica e l'edilizia in cemento-amianto fino al 1992. Michele Sarnataro, 61 anni, fu uno dei primi assunti come operaio generico: «Negli anni Sessanta trattavamo l'amianto come fosse fieno. Lo lavoravamo con i forconi, lo sminuzzavamo con le mani. Senza chenessuno c'avesse detto mai niente». «Don Pietro» non gli fa nemmeno finire la frase: Paolo Antonio Sammarco, 55 anni, si alza dal gradone facendo leva sulla spalla di un ex collega. È alto e massiccio, ma simuove con difficoltà.
«Quando le fibre si incastravano nell'imbuto che le portava all'impasto, mi facevano scendere per frantumarle a mano.Là sotto non si poteva neanche respirare. Io l'ho detto al capofabbrica, ma lui mi ha trattato come un cane minacciando di licenziarmi. Ecco come lavoravamo». Adesso «Don Pietro» ha l'asbestosi: respira a fatica. Dai medici non ci va più: ha paura.Come Sarnataro: «Spesso ho dolore ai polmoni, ma controlli non me ne faccio. Ho visto crepare metà dei miei colleghi». Si batte una manosul petto: «Non lo voglio sapere lo schifo che c'ho qua dentro. La notte, se ci penso, non posso dormire».Ma c'è chi non può far finta di non sapere. Luca Cacace, 62 anni, era un tornitore di manicotti. Un tipo smilzo e sciupato, con la coppola blu sempre in testa. L'Inail gli ha riconosciuto l'asbestosi nel1979. «Senza le pillole e gli spray non mi potrei nemmeno alzare dal letto.Quando cammino mi manca l'aria. Se parlo per più di due minuti, poi devo prendere fiato per cinque». Si fa avanti Vittorio Cimmino: sventola sotto il naso di tutti i suoi certificati dell'Inail. Anche lui malato. Pensa al fratello Vincenzo, ex operaio della Sacelit pure lui, morto di asbestosi, e gli sale il sangue alla testa. «Lo hanno assunto come invalido perché era zoppo. Doveva fare i lavori leggeri,ma ha sempre sgobbato come un mulo: prima alla disintegrazione, poi come tagliatore aggiunto, alla fine addirittura al carico e scarico.Gli ultimi tempi, tra i guai al piede e quelli ai polmoni, sembrava un zombi. Ma il pane lo doveva portare a casa: così lui continuava a faticare e loro se ne infischiavano».Hanno la rabbia degli sconfitti gli ex dipendenti della Sacelit:«Eravamo povera gente, figli di contadini, il migliore di noi aveva la quinta elementare: non abbiamo capito niente fino a quando non è morto Sciusciù. E loro se ne sono approfittati». Ancora una volta, al di là delle drammatiche testimonianze raccolte da Panorama, la domanda è: si potevano evitare morti e malattie?
Le condizioni in cui hanno lavorato per anni gli operai emergono dai documenti ufficiali: una perizia dicirca dieci anni fa su 15 casi affidata a Massimo Menegozzo, docentedi Medicina del lavoro all'università di Napoli. Panorama ne è entrato in possesso. L'incarico gli venne affidato dal sostituto procuratore di Napoli, Maria Cristina Ribera, che indagava sul rischio amianto nella Sacelit.
SICILIA, SI RIPARTE GRAZIE A PANORAMA Parla Olindo Canali, il magistrato che indaga sul caso Sacelit«Si tratta di materiale molto interessante»: Olindo Canali, sostituto procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto, non si lascia sfuggire altro. Ma dopo aver letto l'articolo di Panorama sulla Sacelit di SanFilippo del Mela ha chiesto di acquisire parte della documentazione pubblicata. Canali, infatti, è il titolare dell'inchiesta per omicidio colposo avviata contro quattro dirigenti dell'azienda siciliana. E quelle carte che il pm ha chiesto di vedere proverebbero che la società sapeva dei danni provocati dall'amianto già trent'anni fa:sono i resoconti di alcune visite mediche inviate dall'Istituto di medicina del lavoro di Bari alla direzione dell'azienda: già nel1976,16 dipendenti erano malati di asbestosi.
Che cosa cambia adesso?
Questi nuovi elementi potrebbero avere un ruolo importante per il futuro del procedimento. Resta un fatto: quando si parla di amianto, le cose si complicano.
Perché? I problemi sono due.
Il primo è stabilire il nesso di causalità: dimostrare che le omissioni degli amministratori non potevano cheportare a quel risultato, cioè alle morti.
Il secondo è la prevedibilità dell'evento: provare che gli imputati dovevano opotevano immaginare le conseguenze delle loro azioni. Ma le famiglie delle vittime sono centinaia. Anche per me è un problema di coscienza: da cittadino vicende delgenere mi inquietano, ma quando rimetto la toga devo constatare le difficoltà. Per il senso comune trovare i colpevoli è facile, per un magistrato no. Tutti i processi penali sull'amianto sono quindi destinati a finire nel nulla? Penso proprio di no. La verità va cercata comunque. Ma il diritto ha delle ragioni che la ragione comune non accetta. La sentenza sul Petrolchimico di Marghera lo ha insegnato a tutti. Menegozzo, nella sua relazione del 14 dicembre 1993, scrive: «La dimostrazione che nello stabilimento si sono determinate nel passato e nel presente condizioni di rischio significativo per esposizione adasbesto è data da una serie di documenti». Si tratta dei resoconti di quattro sopralluoghi. Il primo è del '75. Quell'anno l'Istituto di medicina del lavoro dell'università di Bari rileva valori di amianto«generalmente superiori all'attuale normativa» con punte di sei fibre per centimetro cubo: tre volte il valore limite indicato all'epoca dalla Società italiana di medicina del lavoro. Nel 1986 la Medicina del lavoro dell'Università Cattolica di Roma conclude così la sua indagine ambientale: c'è stato «un peggioramento delle condizioni di rischio relativo alla lavorazione della preparazione miscela e finissaggio». La Nuova Sacelit, società del gruppo Italcementi, precisa: «Il coinvolgimento dei due istituti è stato promosso dall'azienda, con un accordo con il sindacato, nel 1974». «Grazie all'intesa», continua l'azienda «è stata ridotta di 40 volte la percentuale di fibre presente nell'ambiente di lavoro».Ma torniamo ai controlli che costituiscono uno degli architravi della perizia di Menegozzo. Nel 1989, l'Usl 27 di Pomigliano d'Arco scopre«una serie diffusa di infrazioni», tra cui «i sistemi di aspirazione localizzata presenti solo in alcune postazioni», «carenze di ordine manutentivo» e fibre che ostruivano l'impianto di aspirazione.L'azienda sanitaria chiosa: «Concentrazioni superiori ai limiti consigliati dalla letteratura in materia». L'ultima informativa è dell'ispettorato del lavoro di Napoli nel 1992: «Carenti condizioni di pulizia», «indumenti di lavoro protettivi inadeguati», «inidonee maschere di protezione», «mancata informativa sul rischio ai lavoratori». Interpellata da Panorama, la Nuova Sacelit si èriservata di «fare ulteriori approfondimenti non appena avrà a disposizione la documentazione usata per l'inchiesta». Mentre rispetto all'articolo pubblicato la scorsa settimana sullo stabilimento di San Filippo del Mela Giampiero Pesenti, numero uno del gruppo, ha dichiarato: «Il testo contiene, in alcune sue parti, affermazioni non corrispondenti al vero».La perizia, tuttavia, usa toni perentori sul comportamento della società. Parla anche dei medici di fabbrica: i cosiddetti «medici esperti». Sono loro quelli che dovrebbero prevenire il rischio di malattie fra gli operai e certificare tempestivamente la malattia professionale. «Questo non si è mai realizzato nei casi da noi periziati» sostiene Menegozzo. Gli interventi dei medici esperti sono stati infatti «intempestivi e non appropriati, con la conseguenza di prolungare le esposizioni nocive al rischio di asbesto conconseguente aggravamento del grado di inabilità derivato». Qualche esempio. A Carmine Castiello l'asbestosi viene certificata dall'Inail nel 1977: il medico della Sacelit la riconosce otto anni dopo. Giovanni Espositoha atteso nove anni. Pasquale Rea, più o meno otto. E via discorrendo.C'è dell'altro: per 11 dei 15 lavoratori malati, i dottori della fabbrica «non hanno mai espresso un giudizio di inidoneità all'esposizione d'amianto». Gli operai cioè, sempre secondoMenegozzo,hanno continuato a lavorare in mansioni che comportavano gravi rischi per la loro salute. Qualche limite all'esposizione arrivò solo a partire dal 1990: misura considerata però dal perito «oggettivamente intempestiva».Giudizi molto chiari: una base solida per l'avvio dell'inchiesta penale. Ma nel 1994 la perizia scompare. Quell'anno il procedimentoviene trasferito da Napoli alla neocostituita procura di Nola. Menegozzo racconta: «Il suo smarrimento è ormai ufficiale». Il pm Maria Cristina Ribera conferma: «Io l'ho inviato. Poi non so che cosa sia successo». Morale: si comincia daccapo. Adesso una nuova indagine sulla Sacelit è in mano al sostituto procuratore di Nola, Giuseppe Cimarotta. Tutto è partito dalla denuncia del 2000 di tre vedove dell'amianto. Maria Immacolata Costabile è una di queste. Ha 60 anni,era sposata con Francesco Scognamiglio, ex operaio morto per l'asbestosi nel 1994. «Incontrai la vedova Dansica al cimitero: le tombe dei nostri mariti sono vicine» racconta. «Io le ho domandato:"Ma è possibile che non possiamo avere giustizia?". Così abbiamo deciso di dare tutte le carte ai magistrati». Se lo ricorda come fosse ieri il suo Francesco. «Di notte non riusciva a respirare. Così prendevamo due sedie a sdraio e due coperte e andavamo a dormire nel parco. Negli ultimi anni lo facevamo almeno due volte la settimana.Pure d'inverno. Solo all'aria aperta riusciva ad addormenarsi. Da lì si vedeva pure la Sacelit: stavamo là a guardare la fabbrica che lo stava uccidendo».
CALTANISSETTA, AVVIATI DUE PROCESSI
Per fare luce sulle morti sospette, costituito un nucleo speciale Morti bianche, morti da amianto: c'è un elenco interminabile di«prognosi infauste», a Caltanissetta, provincia ad alto rischio ecologico anche per la presenza del Petrolchimico di Gela. Ci sonotante lacrime versate dai familiari di quelle decine di operai che, soprattutto nelle industrie di San Cataldo, hanno avuto per anni la disgrazia di lavorare l'amianto.La procura del capoluogo ha così istituito un Gruppo ambiente che inpoco tempo ha istruito due processi. Quello Amianto 1 è a carico degli ex dirigenti della Silca-Simac di San Cataldo, accusati di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose. Imputati sono Attilio Pilato,Beniamino Maira, Alberto Malavasi, Carmela Rita Pilato e Giuseppe Abbate. Parte civile sono i familiari di otto dipendenti scomparsi ealtri che si sono ammalati di asbestosi e tumori. Nel processo ècoinvolto anche l'Inail, tecnicamente «responsabile civile» ma ancheparte civile contro gli imputati: l'istituto è tenuto ad accertarel'esistenza della malattia professionale e normalmente anticipa gliindennizzi ai lavoratori. Per rivalersi contro i datori di lavoro, siè però costituito parte civile.Il secondo rinvio a giudizio è stato disposto contro gli amministratori della Soilam Gfm, altra ditta di San Cataldo: è legato alla morte di un operaio, causata, secondo l'accusa, dalla polvere diamianto. Altri nove dipendenti accusano gravi lesioni polmonari. Imputati i fratelli imprenditori Salvatore e Giuseppe Marcerò e il figlio di quest'ultimo, Santo. Secondo il pm Filoni, non sono state rispettate le leggi in materia di tutela e sicurezza del personale. E solo quando sono stati denunciati i primi casi di malattie, l'azienda è corsa ai ripari.

Riccardo Arena

http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.com/


La fabbrica della morte
La Sacelit è per tutti "la fabbrica della morte".

Lo stabilimento di San Filippo del Mela, a pochi chilometri dalla città famosa per la raffineria e gli imbarcaderi che portano alle isole Eolie, viene inaugurato nel lontano 1958. Si produce materiale per l'edilizia e l'idraulica: tutto in amianto-cemento. Il primo caso di morte per tumore è del 1978.

Qualche anno dopo comincia la crisi aziendale: i primi prepensionamenti sono del 1983. Nel giro di qualche anno resta appena una cinquantina di dipendenti. La chiusura definitiva dello stabilimento avviene però solo nel luglio del 1993, a un anno dalla legge che vieta la produzione e la commercializzazione dell'amianto in Italia. Nello stabilimento di San Filippo del Mela hanno lavorato, nel corso del tempo, 212 persone.

Gli ex operai morti per malattie direttamente collegabili all'amianto sono già 77. Mentre sono 119 quelli a cui l'Inail ha riconosciuto la malattia professionale. Altri sei hanno però già avviato le pratiche per ottenere una rendita. Restano 10 persone: gli unici ex operai della Sacelit che, fino a oggi, l'amianto ha risparmiato. Dopo gli ultimi due decessi, nel 2003 la procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo contro quattro dirigenti dell'azienda.

FIBRA CHE NON LASCIA SCAMPO La parola amianto deriva dal greco asbestos.

Significa inestinguibile, indistruttibile. Proprio per questa sua resistenza il materiale (che ricorda il cotone) è stato impiegato in Italia dal dopoguerra. Ci si è costruito di tutto: dalle ormai famose coperture in Eternit alle piastre isolanti per i ferri da stiro, dagli schermi cinematografici alle carrozze ferroviarie.

Le malattie collegate all'inalazione della fibra killer sono tre: l'asbestosi, che riduce le capacità polmonari e può portare anche alla morte; il mesotelioma, un tumore che può colpire il rivestimento dei polmoni (pleura) e degli organi addominali (peritoneo); il carcinoma polmonare, forma di cancro molto diffusa.

Comunque, nonostante queste correlazioni fossero note da tempo, l'estrazione, l'importazione e la produzione continuano fino al 1992, anno in cui la legge 257 mette al bando l'amianto. La norma, però, è stata attuata solo in parte. Se dal 1994 è cessato il commercio, stessa efficacia non hanno avuto le attività di bonifica.

Nel 2000 la commissione parlamentare d'inchiesta sul circolo dei rifiuti ha confermato: su tutto il territorio nazionale ci sono 23 milioni di tonnellate d'amianto. Rimangono ancora ad altissimo rischio: gli abitanti di case inquinate dalle fibre, i familiari degli ex lavoratori esposti e le case accanto ai numerosi siti dove si aspetta lo smaltimento. Ogni anno muoiono per l'amianto tra le 4 mila e le 5 mila persone.

Il tempo di latenza delle malattie è molto lungo: dai 20 ai 50 anni. Per questo, il picco della mortalità è atteso nel 2010. Gli epidemiologi hanno già fatto il conto finale: nei prossimi vent'anni, nei sei paesi europei più importanti, 250 mila persone moriranno solo per mesotelioma.

(http://www.panorama.it/)
14/5/2007

E' morto anche l'Ing. Durazzi, ultimo direttore dell'ex stabilimento Sacelit


CARLO MONTANARIPRESIDENTE ASSOCIAZIONE LOTTA ALL’AMIANTO (A.L.A.)VIA DELLE ROSE, 760019 SENIGALLIA (AN)TEL. 071 – 659611 347 - 9562658
Alla c.a.ORGANI DI INFORMAZIONE LOCALI


OGGETTO: E’ MORTO ANCHE L’ING. DURAZZI, ULTIMO DIRETTORE DELL’EX STABILIMENTO SACELIT

L’associazione per la lotta all’amianto si unisce al dolore della famiglia Durazzi per la morte dell’ing. Sergio Durazzi, ultimo direttore dell’ex stabilimento Sacelit di Senigallia, avvenuta mercoledì 27 giugno alle ore 8. Anche Sergio Durazzi, 72 anni, rappresenta quasi certamente l’ennesima vittima dell’amianto, quell’amianto killer che nel corso degli anni ha ucciso decine e decine di operai e dipendenti degli ex stabilimenti Sacelit ed Italcementi.La morte dell’ing. Sergio Durazzi lascia un grande vuoto per una figura carismatica che dopo una fase di tirocinio a Senigallia, ha ricoperto nella sua carriera incarichi di prestigio presso gli stabilimenti di San Filippo del Mela (in provincia di Messina) di Volla (in provincia di Napoli) ed ancora a Senigallia. Proprio alla Sacelit di Senigallia, Sergio Durazzi ha lavorato come direttore dello stabilimento sino al 1983, anno in cui venne cessata la produzione dell’amianto a Senigallia. Dopo la chiusura di Senigallia, l’ing. Durazzi chiuse la propria carriera professionale prima della pensione presso la sede centrale di Bergamo. L’ing. Durazzi è stato un uomo che evitava i privilegi (preferiva non usare l’auto aziendale che gli mettevano a disposizione) ed era molto legato alla famiglia.

Ha sempre assistito l’anziana madre, ancora oggi vivente a 95 anni, fino a quando la malattia non lo ha colpito. E’ stato un ottimo atleta ottenendo fin da giovani risultati importanti a livello calcistico. I funerali verranno officiati giovedì 28 giugno alle ore 15.30 presso la chiesa di Santa Maria della Neve di Senigallia.


IN FEDE Carlo Montanari Senigallia, 27 giugno 2007

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Amianto: Chiuse indagini per morti Fincantieri
14 dicembre 2008Trieste. La Procura Generale della Repubblica di Trieste ha chiuso le indagini preliminari ... ... relative alla morte di 21 persone collegata - secondo l'accusa - all'uso di amianto, fra il 1965 e il 1985, negli stabilimenti di Monfalcone (Gorizia) della Fincantieri (all'epoca Italcantieri). Per altri 21 decessi, anch'essi collegati - per l'accusa - all'uso di amianto, le indagini stanno per essere concluse. Nelle inchieste sono indagati 14 dirigenti della Italcantieri nei riguardi dei quali la Procura Generale ha ipotizzato il reato di concorso in omicidio colposo plurimo. Per loro - hanno anticipato oggi i quotidiani La Repubblica e Il Piccolo - la Procura Generale è pronta a chiedere il rinvio a giudizio. "Non abbiamo ritenuto sussistere gli elementi per ipotizzare il reato di omicidio volontario, come è stato invece fatto nel caso della Thyssen", ha detto stamani, interpellato dall'ANSA, il Procuratore Generale di Trieste,
Beniamino Deidda, che nello scorso giugno ha avocato le inchieste sulle morti per amianto. Fino a quel momento le indagini erano state condotte dalla Procura della Repubblica di Gorizia, ma i ritardi accumulati dalle centinaia e centinaia d'inchieste (nessuna delle quali giunta a sentenza) avevano suscitato proteste e reazioni da parte dei familiari delle vittime, dei sindacati e di varie forze politiche. L'accelerazione sul piano giudiziario è venuta dopo un incontro riservato che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha avuto a Trieste, il 28 marzo scorso, con lo stesso Deidda e con il Presidente della Corte di Appello del capoluogo giuliano, Carlo Dapelo. Lo scorso 2 aprile vi è stata la prima conclusione di un processo per amianto alla Fincantieri di Monfalcone: l'ex direttore degli stabilimenti Manlio Filippi, di 85 anni, è stato condannato a un anno di reclusione (pena sospesa) per omicidio colposo dal giudice monocratico di
Gorizia, Caterina Brindisi, per la morte della dipendente di una ditta di pulizie che lavorava nei 'cantieri'. Lo stesso giudice ha assolto (per insussistenza del fatto) altri dirigenti della Italcantieri (fra i quali Corrado Antonini, tuttora presidente del gruppo navalmeccanico) rinviati a giudizio per lesioni personali. Nel corso degli anni, nei 'cantieri' di Monfalcone l'amianto é stato usato per coibentare le navi e, per un certo periodo, tale operazione è stata fatta 'a spruzzo' sulle pareti delle imbarcazioni. Per l'accusa, l'uso di amianto (vietato in Italia dal 1992) avveniva senza le necessarie misure di sicurezza e prevenzione. ANSA

di Corrado Barbacini

Quindici dirigenti, che si sono avvicendati dal '65 all'85 al cantiere di Monfalcone, sono formalmente sotto accusa: omicidio colposo plurimo: sono ritenuti responsabili di 42 morti per amianto. È la prima volta che accade in Friuli Venezia Giulia.
Per vent'anni, dal 1965 all'85 - secondo la procura generale di Trieste - non hanno fatto nulla per evitare che la strage provocata dall'amianto si compiesse nei cantieri di Monfalcone. Come dirigenti e manager hanno, di volta in volta, davanti alle vedove o ai figli orfani, di fronte alla morte di centinaia di operai, parlato di inevitabile fatalità e si sono riparati dietro a leggi e consuetudini, avvicinando sempre di più l'impunità verso la prescrizione.

Ma lo Stato non si è arreso davanti alle morti bianche: Beniamino Deidda, il procuratore generale che appena quattro mesi fa aveva avocato a sè le inchieste sulla strage dell'amianto ferme per anni al Tribunale di Gorizia, ce l'ha fatta. È riuscito a chiudere le indagini grazie all'aiuto di un pool di tecnici dell'Azienda sanitaria di Trieste che ha definito «formidabili». Con lui ha lavorato il sostituto procuratore di Pordenone, Fedrico Facchin, distaccato in questo periodo a Trieste.
L'avviso di chiusura delle indagini è stato depositato in cancelleria e in questi giorni gli ufficiali giudiziari lo stanno notificando ai dirigenti, ormai anziani, ma anche alle famiglie dei 42 operai uccisi dall'asbesto che forse mai avrebbero sperato. La norma vuole che entro una ventina di giorni i difensori potranno presentare istanze o memorie alla procura. Poi, scattato questo termine, la parola passerà al Gip con la richiesta di rinvio a giudizio.

«Abbiamo fatto un'indagine approfondita», spiega il procuratore generale Deidda. Poi aggiunge: «Abbiamo ascoltato un'umanità provata che aveva bisogno di giustizia. Si è scavato nelle viscere della Fincantieri come mai era accaduto prima e ora si è fatto capire a questa gente che non è sola». Dice ancora: «Per anni le persone sono morte senza sapere il perché. Si sono incontrati ai funerali degli amici uccisi tutti dalla stessa malattia».

In questi quattro mesi sono stati convocati negli uffici della procura generale di Trieste dirigenti e manager del cantiere di Monfalcone. E intanto sono stati acquisiti nella sede dalla Fincantieri una copiosa serie di documenti. In dettaglio, gli ordini di acquisto dove potrebbe nascondersi l'acquisizione dell'amianto con date e quantità precise. E poi i fascicoli personali di operai che hanno lavorato tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta all'allora Italcantieri. L'amianto, secondo le testimonianze raccolte, è stato usato sulle unità militari più a lungo che su quelle civili: c'è chi parla anche degli inizi degli Anni Novanta. Perchè la legge che pone il divieto assoluto dell'impiego di amianto è del 1992. Tutti i dati sono stati incrociati e sono emerse le vicende drammatiche di tante e tante inspiegabili morti bianche.
L'indagine, che ha subìto una grande accelerazione grazie all'interessamento del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, ha coinvolto almeno settecento persone: duecento sono già state uccise dal mesotelioma pleurico e dal carcinoma al polmone, altre 500 si stanno curando. Ma a Trieste sono concentrati alcune decine di fascicoli ritenuti i più a rischio, appunto 42 casi, mentre gli altri sono rimasti in gestione alla Procura di Gorizia, competente per territorio su Monfalcone. Questa Procura da fine settembre è stata affidata a Caterina Ajello: ha preso il posto dell'ex procuratore Carmine Laudisio che aveva lasciato l'incarico in base alle nuove norme che hanno dichiarato decaduti i capi degli uffici rimasti in carica per più di otto anni.

Il 24 gennaio all'inaugurazione dell'Anno giudiziario il presidente della Corte d'Appello Carlo Dapelo aveva lanciato l'allarme. «Sono stato a Gorizia assieme al procuratore generale Beniamino Deidda e abbiano verificato la situazione. Novecento procedimenti penali collegati al fenomeno delle morti per amianto sono in attesa di una definizione. Solo limitati casi sono stati esauriti. L'organico è del tutto insufficiente. Ma Roma non ha risposto alle sollecitazioni anche perché il Friuli Venezia Giulia non gode di un trattamento privilegiato all'interno del Ministero. Non si capisce cosa deve accadere perché l'organico del Tribunale di Gorizia sia adeguato alle necessità create dall'emergenza amianto». Poi l'inchiesta era stata avocata dalla procura generale. «Abbiamo fatto in quattro mesi quello che non si è fatto in tanti anni», ha detto il procuratore Deidda.
(14 dicembre 2008)


Novecento morti, che nel 2012 saranno mille e nel 2016 millecento. Ne partono al ritmo di venticinque all'anno, dall'inizio degli anni Settanta, e le previsioni fino al 2020 sono catastrofiche. Forse la più orrenda strage aziendale italiana. Certamente la più sottovalutata.

Ma il peggio non è l'enormità del numero. È l'enormità del tradimento. L'imbroglio consumato nei confronti di uomini che hanno fatto il vanto dell'Italia, uomini segnati da un patriottismo aziendale unico. Dalmati, friulani, sloveni del Carso, goriziani, triestini e istriani. Cinquantamila in un secolo, dei cantieri e dell'indotto. Ondate di gente che arrivava ai cancelli in treno, a piedi, in bicicletta. Un'epopea. Il cantiere ha varato quasi mille navi, e la nave non è un'automobile: è un oggetto irripetibile, il riassunto di un'arte. Gli uomini che l'hanno fatta ne seguono per la vita le rotte sul mappamondo. La mostrano con orgoglio a figli e nipoti, la raccontano per lasciare un segno di sé. "I malati venivano da noi con la foto delle navi fatte da loro" racconta Valentino Patussi, dell'Ufficio medicina del lavoro di Trieste, incaricato delle indagini dalla Procura.

Monfalcone non è Genova né Castellammare. È nata tutta dai cantieri. Prima del 1908 era solo acque salmastre e zanzare; poi, con capitale austriaco, è nata la città. Una "company town" a pieno titolo. Totale la sua simbiosi col cantiere; e totale, di conseguenza, il suo strazio e il disincanto di oggi. Ma poi c'è anche l'enormità del silenzio. Quello di un'azienda, una provincia, una regione che rimuove i morti, li ignora persino nelle celebrazioni del centenario mentre l'allarme serpeggia ovunque, anche su Internet, con terribili richieste dagli operai di mezza Italia.

La sottovalutazione e il mancato allarme durano dagli anni Sessanta e sono continuati anche dopo la bonifica degli impianti, mentre gli operai del cantiere e delle ditte in appalto entravano in agonia senza sapere perché, muti di fronte a quella parola, "mesotelioma", che li inchiodava dopo decenni di salute apparente. Oggi si sa che qualcuno sapeva; era stato informato che l'amianto è una bestia che non perdona e il mesotelioma, quando lo scopri, ti ammazza in sei mesi. I polmoni ti strangolano come una garrota e la diagnosi precoce serve solo ad avvelenarti il tempo che resta. In caso di amianto il miglior referto è semplicemente sapere più tardi possibile.

E così gli uomini che hanno "vissuto di cantiere" sono morti senza copertura Inail, senza assistenza legale, senza interesse della politica e persino della giustizia che per dodici anni ha ricevuto denunce di morti sospette senza chiudere fino ad ora nessun processo. Per questo la Procura generale ha rotto gli indugi e svolto un'indagine-lampo unica in Italia.

C'è voluto un giudice perché il Friuli-Venezia Giulia sapesse di questa tragedia, e per far capire che non affrontare l'emergenza significava semplicemente non governare. Non si poteva più ignorare che a Monfalcone e Trieste gli esposti al rischio sono diecimila, per l'effetto congiunto del porto e dei cantieri. A livello regionale, il top in Italia.

Ma se i morti sono un esercito, per i vivi è in atto un micidiale conto alla rovescia. Un gioco dove la paura distrugge prima della malattia; una roulette russa in cui ci si conosce tutti e alla fine ci si incontra ai funerali. È perfido l'amianto. In greco vuol dire "il candido", e in una straziante poesia Massimo Carlotto lo descrive come neve che incanta i bambini. La mamma sbatteva la tuta del papà per toglierne la polvere a fine lavoro, i fiocchi volavano come a Natale e la pestilenza entrava nei familiari. Ma amianto vuol dire anche "l'incorruttibile", perché non si consuma mai. Tu muori, il corpo si dissolve, e le fibre restano lì per sempre. Qui accade in concentrazioni mostruose, quasi come nella miniera di Barangero in Piemonte, dove si consumò la prima strage. Ma sì, dicono amaramente i superstiti, il cimitero è solo una discarica autorizzata di amianto. Ora che si è scavato nella Fincantieri come mai in passato, l'azienda -
inchiodata da prove inconfutabili - parla di depenalizzare il reato e compensare le famiglie con un fondo nazionale. Come dire: il costo è di tutti e la colpa di nessuno. Un classico finale all'italiana.
Ma chi ha sofferto non ci sta. "Altro che malattia sociale!", quasi piange Rita Nardi, vedova di Gualtiero, morto alla vigilia di natale del '98 dopo mesi da incubo. "Questi li hanno ammazzati come conigli per un tozzo di pane".

(14 dicembre 2008)

di Paolo Rumiz
Rita Nardi, 63 anni, friulana, vedova di Gualtiero, operaio dei cantieri di Monfalcone ucciso dal mesotelioma da amianto, guida appassionatamente l'associazione degli esposti all'amianto della città. Una testimonianza dura, per la quale non servono commenti.
Quando è morto suo marito, signora?«Alla vigilia di natale di dieci anni fa, dopo un'agonia tremenda».
E quando si è accorto di essere ammalato?«Il 14 ottobre del '94, cinque giorni dopo essere andato in pensione, con trentacinque anni di lavoro. Aveva 52 anni. Aveva cominciato da ragazzo.. Una volta in cantiere si entrava giovanissimi».
Era attaccato al suo lavoro?«Tantissimo. Tutte le grandi navi degli anni Ottanta erano passate per le sue mani».
Chi vi ha dato la diagnosi?«Per un po' abbiamo brancolato nel buio. Nessuno ci diceva la cosa giusta. Poi siamo stati all'ospedale di Udine, gli hanno dato un'occhiata e subito gli hanno chiesto: ‘ma lei dove lavorava?' Io mi sono sentita gelare. Ho capito che la malattia veniva dal cantiere, e dunque era una cosa grave».
Poi è arrivata la conferma?
«Sì. Gli hanno fatto una biopsia e il mesotelioma è venuto fuori subito. Per noi sono cominciati quattro anni infernali».
Lui sapeva del pericolo?«Sapeva? Era terrorizzato... Aveva visto morire tanti compagni. Sapeva di essere esposto alla stessa malattia, ma si sa, uno crede sempre di essere risparmiato. Ma la vita non risparmia nessuno. Con l'amianto non c'è speranza».
Anni terribili.
«Chi ha assistito a quel tipo di morte, chi vede quanta fatica, quanto dolore bisogna pagare per andarsene in pace, vive il resto della vita in un altro modo. Morire così, per un toco de pan... Non c'è consolazione. Creda».
Chi vi ha aiutato?«Ho incontrato tanta bella gente solidale, ma le istituzioni erano assenti, eravamo soli e senza aiuti. Non sapevamo dove sbattere la testa»..
Quando ha pensato di battersi contro questa piaga?«Durante la malattia di Gualtiero. Leggevo, cercavo di capire. Mi rifiutavo di pensare che tutto questo fosse dovuto a incuria. Lo guardavo soffrire e pensavo: quando non ci sarai più, mi batterò per te, per la dignità della tua memoria».
Poi lui è morto.
«Sì, e allora sono andata all'ospedale San Polo di Monfalcone e ho scoperto che c'era una stanzetta con su scritto: associazione esposti all'amianto. Sono entrata e ho detto: come è possibile, qua si muore e non succede niente...»
Che risposta ha avuto?«Poveracci, erano quattro gatti e nessuno dava loro una mano. Non avevano santi in paradiso, figurarsi se avevano soldi per buoni avvocati».
E allora?«Allora ho cominciato a muovermi da sola. Conoscevo un solo politico, Antonaz, che è delle nostre parti. Gli ho scritto, e mi ha dato i primi consigli».
Come si è formato il gruppo?«I morti e i malati erano sicuramente tantissimi, ma non potevamo avere in nomi per via dei vincoli della privacy. Così ci siamo mossi per conto nostro, andando casa per casa, talvolta affrontando bruschi rifiuti».
E ce l'avete fatta.
«Se volemo podemo... Ho imparato che bisogna credere e battersi. La fine di mio marito mi dava una forza incredibile, e di fronte a quella memoria non c'era ostacolo che tenesse».
Qualcuno si è messo di mezzo?«Non importava, non andavamo avanti lo stesso. Stando attenti alle notizie, ai necrologi, ai racconti. Così è nata la nostra forza».
Come avete sbloccato la sordità del potere?
«Incontri, comunicati, dichiarazioni, interviste, denunce per omicidio colposo, e alla fine vistosi sit-in. Lentamente la gente ha smesso di rimuovere. Si sa, quando si tratta di malattie, nessuno ci pensa volentieri».
Ora le cose si sono messe in moto sul serio.
«Importante è stato l'intervento del presidente Napolitano. Quando è venuto in regione abbiamo chiesto un incontro e lui ce l'ha dato. Gli abbiamo detto che la giustizia tardava troppo e lui deve avere dato qualche lavata di capo alla persona giusta».
E la Procura regionale?«Ah questo Deidda è un grand'uomo. Ci ha ascoltato con pazienza, e soprattutto con rispetto. In pochi mesi il suo gruppo d'indagine ha fatto un lavoro incredibile. Non si sono fermati di fronte a niente».
E i politici?
«Sono andati a rimorchio. Invece dovevano essere loro a tirare fuori questa cosa, a non lasciarci soli di fronte a questa tragedia. Qui la gente è morta per vent'anni senza sapere perché. E' solo dall'inizio degli anni Novanta che qualcuno ci ha messo in allarme».
E la Fincantieri?«Ho letto sul Piccolo che l'amministratore delegato parla del mesotelioma come malattia sociale. Questo è davvero un Paese dei campanelli. C'è una responsabilità tremenda; questa non è roba che possa passare in cavalleria».
Omicidio?«Cos'altro vuole che sia! Altro che malattia sociale! I li ga copai tuti come conigli per quattro lire».
E a Trieste?«Anche a Trieste, che tragedia. Col porto... con tutti i sacchi di amianto in polvere che quei disgraziati hanno portato sulle spalle... Sacchi di carta che si spaccavano sempre».
E nel resto d'Italia?«La gente non sa nulla... Pensi che mi hanno dovuto invitare me, che quasi non ho studiato, per parlare agli operai della Breda in Lombardia... Ero tesissima. Dio che crimine, che cosa disumana lasciare sola sta gente».
Ha speranza?
«Sì. Questa inchiesta cambierà tutto anche nel resto d'Italia».

(14 dicembre 2008)

Cittadini contro l'amianto della provincia di Cremona
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4 commenti:

Gabriele ha detto...

Ho appena finito di vedere la cerimonia di insediamento del Presidente Obama, ho ascoltato il suo discorso di insediamento, ebbene mi ha entusiasmato.
Ha entusiasmato la sua capacità di entusiasmare, la sua capacità di saper entusiasmare, la sua capacità di responsabilizzare, la sua capacità di coinvolgere e di colpire al cuore ed ai sentimenti di milioni di persone. C’è veramente da essere invidiosi!
Mi chiedo può succedere solo in America una simile “rivoluzione”?
Vi prego seguitemi per un attimo!
Sedetevi!
Chiudete gli occhi!
Immaginate per un attimo!
Stefano Bologna trasformato in un piccolo Obama, oppure un Portobello o se volete un Cutino e perché no un Riso Napoleone (anche se è bianco di pelle). No neanche se pensate a un Cataldo o un Rubino.
Che tristezza non aver un OBAMA di Isola delle Femmine!
A questo punto torno al mio televisore e continuo a sognare di essere in America.
Gabriele

Vassallo Giovanni ha detto...

Il Sindaco di Isola delle Femmine il Consiglio Comunale e la Italcementi

Ritengo che le conclusioni del Consiglio Comunale sulla vicenda della ordinanza sul divieto di transito, degli autocarri carichi di pet-coke destinati allo stabilimento della Italcementi, per le vie cittadine di Isola delle Femmine, evidenzino come il Sindaco non voglia assumersi alcuna responsabilità di azione tendente a contrastare l’azione inquinante della Italcementi.
L’impressione che ne ho ricavato che il Sindaco di Isola delle Femmine sia rimasto in una posizione attendista , con il preciso intento di influire sulle decisioni del Consiglio Comunale e non assumersi alcuna responsabilità che peraltro la legge gli affida.
Ma il sindaco di Isola delle Femmine si rende conto che l’azienda a cui è destinato il pet-coke risulta essere classificata dal ministero tra le aziende insalubri di prima classe: di questa categoria fanno parte le attività che devono essere tenute lontano dai centri abitati,
mentre a Isola delle Femmine?
L’Italcementi è inserita in una zona ad alta protezione ambientale, una sottoposta a vincoli paesaggistici e soprattutto nei pressi di una area residenziale a pochi metri dalla piazza di Isola delle Femmine.
Già lo scorso anno il sindaco di Isola delle Femmine intervenendo all’assemblea dell’unione dei comuni aveva riferito che l’ARPA gli aveva comunicato dei dati da dove risultava una situazione ambientale preoccupante.
La stessa ARPA nel mese di ottobre dello scorso aveva comunicato i risultati delle analisi effettuate su polvere di petcoke da dove di evince la presenza di circa 7gr di cromo esavalente, gli esperti riferiscono che a fronte di queti dati va effettuata immediatamente un’azione di bonifica con conseguente “evacuazione”
Comprensibile la preoccupazione che le elezioni amministrative a Isola delle Femmine sono vicine e quindi non bisogna scontentare nessuno.
Però non potete scherzare con la nostra salute e non potete certamente continuare a non assumervi le responsabilità che la legge vi affida.
Vassallo Giovanni

stefano ha detto...

NON SONO CREDIBILI NON VOTIAMOLI

Il professore Portobello ama ripetersi

La battaglia a parole per intestarsi l’iniziatriva di intitolare una piazza al Papa scomparso vedi confrontarsi il Sindaco Portobello con il suo gruppo Isola per Tutti e dall’altra il gruppo Insieme con a capo il Consigliere Rubino.

Tante parole Tante delibere e poi! Nulla di fatto! Non se parla più.

Alla memoria di Mariolina consigliere comunale per il gruppo a cui appartiene il Sindaco Portobello, la consigliera Cutino, pubblicamente in seduta del Consiglio Comunale, propone di intitolare a Mariolina una via o forse una piazza o forse…..
L’intero Consiglio Comunale condivide l’iniziativa.

Tante Parole Tante delibere e poi! Nulla di fatto! Non se ne parla più.

IL professore Portobello Sindaco del nostro paese al sopraggiungere delle notizie sul disastro aereo dove perse la vita il nostro concittadino Domenico Riso ebbe a dichiarare :

''A lui intitoleremo una strada o un premio culturale''
e ancora "
"Valuterò - ha aggiunto Portobello - con il Consiglio comunale quale sia il modo migliore per onorarne il ricordo. Penso all'intitolazione di una strada o ad un premio culturale, anche perché Domenico era una persona molto colta".

Tante parole tante promesse e poi! Nulla! Non se ne parla più.

E’ proprio vero! Passata la festa, gabbatu lu santu

Parole Parole Parole

Non VOTIAMOLI!

Stefano

Bartolo ha detto...

Non è mia abitudine comprare la rivista Cronaca Vera. Per ammazzare la noia e in attesa che il mio dentista mi torchiasse incappo in questa rivista dove si parla di Isola delle Femmine della Calliope e delle possibili elargizioni in termini di alloggi a figli di ex amministratori, per essersi prestati come facilitatori delle pratiche edilizie. Mi sorge spontanea la domanda “ma sono gli stessi amministratori consiglieri sindaci assessori che da oltre 20 anni sono presenti nella pubblica amministrazione di Isola? Sono gli stessi amministratori sindaci assessori consiglieri che si stanno preparando alle prossime elezioni per “rinnovare” l’amministrazione? Mi chiedo perché i cittadini di Isola delle Femmine non trovano il coraggio di prenderli a calci.
Come dice Grillo?
Voi avete lanciate un appello, in ossequio alle leggi vigenti, impedire di candidarsi a chi vanta parentele con elementi mafiosi o chi è in odore di mafia. Impedire le candidature a tutte le persone che non riescono a dimostrare i loro improvvisi o ingiustificabili guadagni. Impedire di candidarsi a chi ha conflitto di interessi per la presenza di parenti o ditte che prestano la loro opera al Comune di Isola delle Femmine.
Già l’onorevole Di Pietro dell’Italia dei Valori dove milita l’onorevole Orlando oltre che l’ex sindaco di Isola Bologna, ha presentato una proposta di legge sulla materia di mafia elezioni e incandidabilità.
Un po’ di coerenza fa bene alla salute.
Bartolo Insalaco