L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























giovedì 4 dicembre 2008

Crollo del MuMa, parla l’unico condannato:



Crollo del MuMa, parla l’unico condannato:
«In quel materiale, qualcosa non andava»
03 dicembre 2008| Elisabetta Vassallo

Il calcestruzzo utilizzato per realizzare il Museo del Mare era stato fornito dalla Calcestruzzi spa, che fa parte del gruppo Italcementi: società indagate per frode in commercio dai magistrati della procura antimafia di Caltanisetta. Dall’inchiesta aperta ormai quasi un anno fa dai pubblici ministeri della Dda la Calcestruzzi spa avrebbe fornito materiale scadente a varie imprese italiane impegnate in realizzazioni pubbliche.


Tutto ciò emerge cinque anni dopo il crollo del Galata, il Museo del Mare allora in costruzione, sotto le cui macerie perse la vita l’operaio albanese Albert Kolgjeja. E affiora poche settimane dopo la sentenza di condanna di uno dei progettisti del museo, l’ingegner Andrea Pepe, ritenuto dal tribunale il solo responsabile dell’accaduto.


La perizia della pubblica accusa - l’unica presa in considerazione dal giudice, che non ha ritenuto di disporne una propria - indica come causa del crollo l’utilizzo di pioli in acciaio non sufficientemente lunghi e resistenti per collegare le colonne della struttura alle solette in cemento armato. Il calcestruzzo quindi, secondo quanto è emerso durante il processo di primo grado, sarebbe stato a norma. Vicenda conclusa? Nonsotto tutti i punti di vista.



Andando a rileggere alcuni brani della stessa perizia firmata dagli ingegneri Lamberto Panfoli ed Ermanno Maggiorelli il calcestruzzo utilizzato per armare il secondo piano della struttura, proprio quello che è successivamente crollato, era molto meno resistente rispetto a quello richiesto. L’impresa costruttrice aveva ordinato infatti a due società legate al gruppo Italcementi, di cui una proprio la Calcestruzzi, una fornitura di materiale la cui resistenza fosse di trecento chilogrammi per centimetro quadrato.


Dagli accertamenti predisposti dai periti sulle macerie del crollo è invece emerso che il calcestruzzo utilizzato per armare il primo piano della struttura aveva una resistenza di duecentocinquanta chilogrammi per centimetro quadrato e quello utilizzato per armare il secondo piano (quello venuto giù come un castello di carte) era invece di duecento: aveva quindi una resistenza di un terzo più bassa rispetto a quella richiesta. Un dato al quale, secondo l’unico condannato in primo grado, non è mai stata data l’importanza che forse poteva avere. Come mai?


«In effetti l’argomento cemento è stato archiviato molto in fretta - spiega l’ingegner Andrea Pepe, direttore dei lavori del Museo del Mare e progettista di una sua parte – ma in realtà a noi addetti ai lavori, studiando il materiale crollato, sono venuti molti dubbi. Quel calcestruzzo, secondo le nostre ricostruzioni, aveva qualcosa che non andava.


Anche osservando con attenzione le fotografie che sono state scattate alle macerie, si vede che le barre di acciaio della struttura erano “pulite”, del tutto staccate dal cemento, mentre avrebbero dovuto essere “incollate” ad esso. Lo dimostra anche il fatto che i solai di cemento che sono crollati erano divisi in due: il che significa che le due gettate di calcestruzzo non si erano mai solidificate tra loro, restando così molto meno resistenti di quello che avrebbero dovuto».


Prosegue ancora Andrea Pepe: «In edilizia è determinante che i solai siano monolitici: quello crollato invece era spaccato in due. Per quale motivo non è mai stato accertato. L’impressione era che in quel calcestruzzo ci fosse qualche strano adittivo che non lo aveva fatto amalgamare come avrebbe dovuto. Se il tribunale avesse predisposto una sua perizia, forse sarebbe stato possibile fare chiarezza».


Su questo nuovo scenario si giocherà, con tutta probabilità, il processo di appello. Anche se la perizia di primo grado, quella voluta dalla Procura, ha sì riscontrato una minor resistenza del dichiarato del calcestruzzo utilizzato, ma ha poi spiegato che quell’«insufficienza» non poteva essere una concausa del crollo. Contattato dal Secolo XIX, l’ingegner Panfoli ha commentato seccamente: «Se abbiamo scritto quelle cose, vuol dire che ne eravamo convinti».




 

Nessun commento: