L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























lunedì 26 gennaio 2009

IL TRIBUNALE LA BERTOLINO RESTA CHIUSA

Il Tribunale La Bertolino resta chiusa
Caricato da isolapulita


La sezione distaccata di Partinico Tribunale di palermo Ha detto si alla chiusura delel Distilleria bertolino di partinico. dopo che la normativa europea che trasformava le vinacce esauste da rifiuti in sottoprodotti da lavorazioni, baypassando il decreto ronchi ha prevalso il buon senso del giudice flaccovio che non ha poturo fare a meno di rigettare le istanze dei difensori della bertolino

Sono quindi falliti i tentativi per la riapertura della distilleria. Questa sentenza riapre scenari confortanti per la salute dei cittadini minacciati dall'inquinamento della distilleria. soddisfazione delle associazioni ambientaliste e del comitato cittadino di difesa della salute pubblica

Comunicato stampa: “La distilleria Bertolino non riapre”

I compagni e le compagne del Partito della Rifondazione Comunista di Partinico esprimono la propria soddisfazione per la decisione presa in data odierna dal giudice del tribunale di Palermo, sezione staccata di Partinico, che respinge l’istanza di dissequestro della distilleria Bertolino avanzata dalla titolare in seguito al recente cambiamento del quadro normativo che regola lo smaltimento dei rifiuti industriali . Tale esito giudiziario conferma che il timore che l’attività della distilleria fosse dannosa per l’ambiente e la salute dei cittadini non era infondato e dimostra la validità delle forme di lotta e di protesta dei cittadini che hanno sempre visto accanto a sé, spesso nella veste di promotore, il nostro partito. Ci auguriamo che tale decisione, che sostanzialmente conferma il quadro accusatorio che ha portato al sequestro degli impianti della distilleria, possa condurre ad una soluzione definitiva del problema, nel rispetto sia del diritto d’impresa sia del diritto primario alla salute.


Partinico 23 genaio 2008


Il Partito della Rifondazione Comunista circolo “Peppino Impastato” di Partinico

http://prcpartinico.wordpress.com/2009/01/23/comunicato-stampa-la-distilleria-bertolino-non-riapre/


Tribunale di Palermo

Sezione Distaccata di Partinico


Proc. pen. n. 92/05 R.G.T. – n. 12706/03 r.g.n.r.



Memoria della parte civile per l’udienza del 23.01.2009


Questione di legittimità costituzionale


dell’art. 2-bis del D.L. n. 171 2008, introdotto dalla L. n. 205/2008



Per l’associazione “Legambiente Onlus”, con sede in Roma nella via Salaria n. 403, ente morale riconosciuto con Decreto del Ministero dell’Ambiente 20.02.1987, C.F. in via sostitutiva e surrogatoria dell’Ente Provincia Regionale di Palermo, rappresentata e difesa dall’Avv. Nicola Giudice del Foro di Palermo, giusta nomina e procura speciale in atti, nonché dall’Avv. Francesco Tafarella sostituto processuale, parte civile costituita nel procedimento penale n. 92/05 R.G.T. a carico di:


1) Antonina Bertolino, nata a Salemi (TP) il 20.04.1943;


2) Maria Giovanna Gulino, nata a Palermo il 12.02.1972;


imputate dei reati loro contestati e riportati nel decreto di citazione a giudizio relativo al procedimento penale indicato in epigrafe.


* * *


Nella seduta del 22 dicembre 2008 il Senato della Repubblica ha approvato, in via definitiva, la legge n. 205/2008 (di conversione del Decreto legge n. 171/2008 sul rilancio competitivo del settore agroalimentare, ddl 1175-B), pubblicata in G.U. il 30.12.2008 ed entrata in vigore il giorno successivo per espressa previsione normativa.


In sede di conversione del citato Decreto legge, è stato introdotto l’art. 2-bis, che così statuisce:


1. Le vinacce vergini nonché le vinacce esauste ed i loro componenti, bucce, vinaccioli e raspi, derivanti dai processi di vinificazione e di distillazione, che subiscono esclusivamente trattamenti di tipo meccanico fisico, compreso il lavaggio con acqua o l’essiccazione, destinati alla combustione nel medesimo ciclo produttivo sono da considerare sottoprodotti soggetti alla disciplina di cui alla sezione 4 della parte II dell’allegato X alla parte quinta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.


2. È sottoprodotto della distillazione anche il biogas derivante da processi anaerobici di depurazione delle borlande della distillazione destinato alla combustione nel medesimo ciclo produttivo, ai sensi della sezione 6 della parte II dell’allegato X alla parte quinta del citato decreto legislativo n. 152 del 2006.


* * *


Osservazioni preliminari sull’art. 2-bis del D.L. n. 171/2008 e sulla nozione di “rifiuto”.


Tale disposizione normativa (art. 2-bis del D.L. n. 171/2008), ad avviso della difesa di parte civile, modifica indebitamente - in senso restrittivo - la nozione di rifiuto, sia per come è precisata dallo stesso art. 183 del D. Lgs. n. 152/2006, sia – ciò che più conta – per come è delineata dal diritto comunitario (Direttiva 2008/98/Ce già in vigore, ed ancor prima: Direttive comunitarie 75/442/CEE, modificata dalla Direttiva 91/156/CEE, nonché Direttiva n. 2006/12/Ce).


*


Ed invero, già la Suprema Corte ha recentemente statuito il principio per cui:


la sussistenza delle condizioni indicate dall’articolo 183 D. Lgs. n.152/2006 per la qualificazione di sottoprodotto deve essere contestuale per cui, in mancanza di una sola di esse, il residuo deve considerarsi un rifiuto” (Cass. Pen., Sez. III, 19 dicembre 2008, n. 47085).


Non a caso il Giudice di legittimità, in analoga fattispecie (la sansa esausta), ha puntualizzato che, se è vero che nella parte seconda, sezione quarta, dell’Allegato X del D. Lgs. n. 152 del 2006 (Caratteristiche delle biomasse combustibili e relative condizioni di riutilizzo) alla lettera f) si fa effettivamente riferimento alla sansa di oliva disoleata, tuttavia, “allorquando necessiti per il riutilizzo della sansa una trasformazione preliminare si deve escludere che la stessa possa rientrare nel concetto di sottoprodotto sia alla luce della nozione individuata dalla Corte di Giustizia Europea nella vigenza della pregressa normativa, sia anche in relazione al D. Lgs. n. 152 del 2006 che, oltre ad avere abrogato la L. n. 138 del 2002, art. 14, nel fornire all’art. 183, lettera p) la nozione di sottoprodotto, ribadisce la necessità che per l’impiego non si rendano necessarie operazioni preliminari ed, inoltre, che l’utilizzazione del sottoprodotto debba essere certa e non eventuale” (Cass. Pen., Sez. III, 28 febbraio 2007, n. 13754).


*


Segnatamente, ciò che appare all’evidenza illegittimo è il fatto di aver escluso determinate sostanze dalla nozione di rifiuto, definendole tout court “sottoprodotti”, nonostante le stesse sostanze siano sottoposte a trattamenti preliminari di vario tipo (in particolare: chimico-fisici e termici, non esclusivamente meccanici) per essere poi destinate alla combustione (ancorché nel medesimo ciclo produttivo).


Infatti, in virtù dell’intervenuta novella non sarebbero più qualificabili rifiuti le vinacce esauste ed i loro componenti (bucce, vinaccioli e raspi), nonché il biogas derivante da processi anaerobici di depurazione delle borlande della distillazione, sebbene:


1. le vinacce esauste e i loro componenti siano sottoposti a trattamenti di “lavaggio” (rectius: lisciviazione) e di “essiccazione”, che si caratterizzano, per l’appunto, quali processi prettamente chimico-fisici (l’uno di solubilizzazione funzionale all’estrazione del soluto zuccherino, l’altro financo termico);


2. la produzione di biogas è successiva ad una fase preliminare di digestione anaerobica (di natura chimico-fisica) dei rifiuti a matrice organica (borlande, fanghi di depurazione e rifiuti liquidi) provenienti dall’attività di distillazione delle vinacce vergini e del vino[1].


*


Orbene, con riferimento alla nozione di rifiuto di origine comunitaria (che produce peculiari effetti sull’ordinamento interno, su cui si tornerà infra), si osserva che, in linea generale, la Corte Europea di Giustizia, nell’interpretare le Direttive in materia, ha costantemente statuito che:


1. la nozione di rifiuto comprende qualsiasi sostanza di cui un soggetto intenda disfarsi;


2. il verbo disfarsi deve essere interpretato alla luce della finalità delle direttive sui rifiuti e cioè la tutela della salute umana e dell’ambiente, nonché alla luce del Trattato CE (art. 174, n. 2) secondo il quale la politica della Comunità in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela ed è fondata, in particolare, sui principi della precauzione e dell’azione preventiva[2], con la conseguenza che la nozione di rifiuto non può essere interpretata in senso restrittivo;


3. in ogni caso, l’effettiva esistenza di un rifiuto (e quindi l’intenzione di disfarsi di una sostanza) va accertata alla luce di tutte le circostanze che precedono e accompagnano le operazioni di riutilizzo, recupero o smaltimento, da accertare caso per caso, tenendo conto della finalità delle citate Direttive e in modo da non pregiudicarne l’efficacia.


*


Ciò posto, la stessa Corte Europea[3] ha indicato i seguenti criteri per ritenere, in concreto, una determinata sostanza “rifiuto”:


1. possono essere considerati concreti indizi dell’esistenza di un rifiuto il fatto che il detentore di una sostanza di scarto la usi come combustibile e che tali sostanze vengano comunemente considerate rifiuti;


2. ulteriore indizio dell’esistenza di un rifiuto è la circostanza che una sostanza utilizzata come combustibile sia il residuo di un processo di produzione di un’altra sostanza;


3. la nozione di rifiuto può includere sia le sostanze e oggetti suscettibili di riutilizzazione economica, sia le sostanze e oggetti suscettibili di riutilizzo come combustibile in modo compatibile con le esigenze di tutela ambientale e senza trasformazioni radicali. Sostanze di cui ci si disfa possono essere ricuperate come combustibile in modo compatibile con le esigenze di tutela ambientale e senza trasformazioni radicali pur continuando ad essere qualificate come rifiuti;


4. per comune esperienza, sempre secondo il consolidato orientamento della Corte di Giustizia, un rifiuto è ciò che viene prodotto accidentalmente nel corso della lavorazione di un materiale o di un oggetto e che non è il risultato cui il processo di fabbricazione mira direttamente (è difficile sostenere che le distillerie mirino a produrre direttamente vinacce esauste. È noto, invece, che l’obiettivo principale di tali aziende è produrre alcoli o spiriti dalle vinacce vergini, dal vino e dalla feccia);


5. è pur vero, e da qui si passa al nocciolo della questione, che a tale interpretazione potrebbe essere opposto l’argomento che un bene, un materiale o una materia prima che deriva da un processo di fabbricazione o di estrazione, che non è principalmente destinato a produrlo, può costituire non tanto un residuo, quanto un sottoprodotto, del quale l’impresa non ha intenzione di disfarsi, ma che essa intende sfruttare o commercializzare a condizioni per lei favorevoli, in un processo successivo, senza operare trasformazioni preliminari;


6. tuttavia - è sempre la Corte di Giustizia ad affermarlo - tenuto conto dell’obbligo di interpretare in maniera estensiva la nozione di rifiuto per limitare gli inconvenienti o i danni dovuti alla loro natura, occorre circoscrivere tale argomentazione, relativa ai sottoprodotti, alle situazioni in cui il riutilizzo di un bene, di un materiale o di una materia prima non sia solo eventuale, ma certo, senza trasformazione preliminare, e nel corso del processo di produzione (si ribadisce che, nel caso oggetto del presente procedimento penale, nella produzione di biogas dai rifiuti liquidi organici della Distilleria vi è un processo preliminare di digestione anaerobica, così come le vinacce esauste e le buccette, nella operazione di recupero/smaltimento tramite combustione, sono preventivamente termo-trattate in un enorme essiccatore, con la conseguente vaporizzazione in atmosfera dei liquidi putrescenti (i.e. borlande) di cui sono impregnate, oltre al fatto che la produzione di energia dai materiali di scarto non ha diretta connessione con il principale processo produttivo della distilleria che è funzionale alla produzione di alcool);


7. infine, una normativa nazionale che adotti una definizione della nozione di rifiuto che esclude le sostanze e gli oggetti suscettibili di riutilizzazione economica (come pare avvenga oggi in Italia) non è compatibile con la Direttiva 75/442, nella sua versione originale, e con le Direttive successive che si ispirano ai medesimi principi.


*


Del resto non è un caso che il D.M. 05.02.1998 (significativamente rubricato “Individuazione dei rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero”) indicasse espressamente le vinacce e fecce esauste come rifiuti, dettando, all’Allegato 2, Suballegato 1, le norme tecniche per l’utilizzazione dei rifiuti non pericolosi come combustibili o come altro mezzo per produrre energia.


Tanto vero, che il C.G.A. aveva così chiaramente stabilito:


le vinacce residuate dalla vinificazione sono da ricondurre alla categoria dei rifiuti non pericolosi ex d.m. 5 febbraio 1998, e non sono scarti vegetali di cui al d.P.C.M. 8 marzo 2002, in quanto la prima disciplina si pone in rapporto di specialità con quest’ultima e il procedimento di lavorazione non consiste in una mera trasformazione meccanica …


… sembra in particolare condivisibile l’assunto di parte appellante secondo cui la estrazione di un soluto (nel caso specifico, sostanze zuccherine e vari composti organici ed inorganici idrosolubili) con un solvente (acqua) non può essere ricondotto ad un mero processo meccanico, ma implica elementi di trasformazione chimico fisica” (Cons. Giust. Amm. Sicilia, Sez. Giurisd., 21 gennaio 2008, n. 2, Assess. Reg. Territorio e Ambiente c. Distilleria Trapas s.r.l.).


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Osservazioni in punto di fatto.


Ciò posto, si osserva in punto di fatto che nel presente procedimento penale il consulente del P.M., Prof. Mauro Sanna (Dirigente dell’ARPA Lazio, Chimico e docente presso l’Università “La Sapienza” di Roma), escusso in dibattimento, ha asseverato le conclusioni della sua consulenza, ribadendo - nel caso concreto - ai sensi della normativa comunitaria ed interna (vigente sino a pochi giorni addietro) la natura di rifiuti degli scarti di lavorazione della Distilleria Bertolino di Partinico, gestiti sia tramite l’impianto di digestione anaerobica che tratta tutti i rifiuti liquidi e semiliquidi a matrice organica (tra cui le borlande di distillazione) prodotti dalla Distilleria per recuperare il biogas, sia tramite il recupero e lo smaltimento delle vinacce esauste (e i loro componenti), essiccate e combuste in assenza dei doverosi controlli ed autorizzazioni.


Parimenti, i periti nominati dal Tribunale - la Prof.ssa Donatella Termini e il Dott. Francesco Guagliardo - hanno confermato la natura di rifiuti degli scarti di lavorazione sopra indicati, nonché dello stesso biogas, riscontrando perfettamente le conclusioni cui è pervenuto il Prof. Sanna, ed escludendo espressamente la possibilità di poter qualificare tali residui come “sottoprodotti” perché non ricorrono - nel caso di specie - tutte le condizioni previste dall’art. 183, lett. p), del D. Lgs. n. 152/2006 e dal Diritto Comunitario (cfr.si conclusioni della Relazione peritale in atti).


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Nella fattispecie in rilievo nel presente procedimento penale, dunque, alla luce della normativa interna e comunitaria vigente fino al momento dell’entrata in vigore dell’art. 2-bis cit., per le vinacce esauste (e i loro componenti) essiccate prima di essere combuste all’interno della Distilleria Bertolino S.p.A., nonché per il biogas prodotto dal processo anaerobico delle borlande (per essere poi recuperato/smaltito come combustibile), doveva essere certamente applicata la normativa interna sui rifiuti (già D. Lgs. n. 22/1997, ed oggi D. Lgs. n. 152/2006).


*


L’art. 2-bis cit., invece, ha escluso sostanzialmente a priori i citati scarti di lavorazione dell’attività di distillazione del vino e delle vinacce dalla nozione di rifiuti, definendoli indebitamente sottoprodotti, pur nel caso in cui le vinacce esauste e i loro componenti siano sottoposti a molteplici trattamenti preliminari (lavaggio e/o essiccazione, che peraltro non sono trattamenti esclusivamente meccanici come emerge dalla Relazione peritale in atti) e financo se destinati alla combustione (per il recupero/smaltimento).


Analoghe considerazioni vanno svolte per il biogas derivante da processi di indubbia matrice chimico-fisica (i.e. trattamento anaerobico delle borlande e dei rifiuti liquidi della Distilleria descritti analiticamente nella Consulenza del Prof. Sanna).


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Sulla manifesta violazione del diritto comunitario e degli artt. 11 e 117 Costituzione.


Sennonché, devesi ribadire che, secondo la definizione comunitaria di rifiuto, trasfusa (peraltro solo in parte: cfr. Corte Cost., Ord. n. 458/2006) nello stesso art. 183 del D. Lgs. n. 152 del 2006, un residuo di produzione o di consumo di cui il detentore abbia deciso o abbia l’obbligo di “disfarsi” costituisce sempre rifiuto, secondo i principi ermeneutici sopra richiamati.


È quindi innegabile che, sotto questo profilo, l’art. 2-bis cit. restringe indebitamente la nozione comunitaria di rifiuto, giacché per la norma nazionale i residui in questione diventano semplici sottoprodotti in assenza di tutti i presupposti previsti dal diritto comunitario e (paradossalmente) dallo stesso diritto interno (ex art. 183, lett. p, del D. Lgs. n. 152/2006[4]).


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Di tali vizi, peraltro, il Legislatore era perfettamente a conoscenza come si evince dalla Relazione del Servizio Studi - Dipartimento Affari Comunitari - Ufficio Rapporti con l’Unione Europea della Camera dei Deputati, resa con “Nota per la compatibilità comunitaria” n. 4 del 9.12.2008 (pubblicata su http://documenti.camera.it/Leg16/dossier/Testi/NOTST004.htm).


In tale atto, propedeutico all’adozione della norma in odierno sospetto di illegittimità costituzionale (art. 2-bis del D.L. n. 1717/2008), si rassegnavano le seguenti conclusioni:


Quanto all’articolo 2-bis, che include nella nozione di sottoprodotto le vinacce e il biogas derivante dalle borlande della distillazione, sottraendoli alla disciplina sui rifiuti, va osservato che la nuova normativa comunitaria (art. 5 della direttiva 2008/98/CE, che entrerà in vigore il 12 dicembre 2008 e dovrà essere recepita entro il 12 dicembre 2010) prevede che una sostanza derivante da un processo di produzione il cui scopo primario non è la produzione di tale articolo può non essere considerata rifiuto, ma sottoprodotto se sono soddisfatte le seguenti condizioni:


Ø se è certo che la sostanza sarà ulteriormente utilizzata;


Ø se la sostanza può essere utilizzata direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;


Ø se la sostanza è prodotta come parte integrante di un processo di produzione;


Ø se l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza soddisfa tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e non determina impatti complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana.


Pertanto, ai fini dell’attribuzione della qualifica di sottoprodotti alle vinacce esauste e loro componenti, bucce, vinaccioli e raspi nonché al biogas derivante da processi anaerobici di depurazione delle borlande della distillazione, potrebbe risultare opportuno un ulteriore approfondimento in ordine al pieno rispetto dei criteri sopra indicati.” (Relazione del Servizio Studi - Dipartimento Affari Comunitari - Ufficio Rapporti con l’Unione Europea della Camera dei Deputati, cit.).


Sennonché, di tali osservazioni il Legislatore non ha tenuto minimamente conto in sede di approvazione del testo di legge più volte citato.


*


Concludendo sul punto, l’art. 2-bis cit. ha introdotto un’indebita deroga alla definizione comunitaria di rifiuto, violando così gli artt. 11 e 117 Cost., laddove ha identificato i citati scarti di lavorazione delle distilleria come sottoprodotti, pur in presenza di plurimi trattamenti preliminari (e non esclusivamente meccanici) antecedenti il loro utilizzo come combustibili, in aperta contraddizione, peraltro, con lo stesso art. 183, lett. p), del D. Lgs. n. 152/2006.


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Sulla manifesta violazione dell’art. 3 della Costituzione per evidente irragionevolezza della scelta legislativa.


Ulteriore profilo di illegittimità costituzionale della disposizione in questione appare la evidente violazione dell’art. 3 della Costituzione, per essere stata la scelta del Legislatore del tutto irragionevole ed ingiustificata, soprattutto alla luce della stessa definizione di sottoprodotto contenuta nell’art. 183, lett. p), del D. Lgs. n. 152/2006.


Infatti, come già rilevato, l’art. 183, lett. p) del D. Lgs. n. 152/2006, prevede che: “sono sottoprodotti le sostanze ed i materiali dei quali il produttore non intende disfarsi ai sensi dell’articolo 183, comma 1, lettera a), che soddisfino tutti i seguenti criteri, requisiti e condizioni: 1) siano originati da un processo non direttamente destinato alla loro produzione; 2) il loro impiego sia certo, sin dalla fase della produzione, integrale e avvenga direttamente nel corso del processo di produzione o di utilizzazione preventivamente individuato e definito; 3) soddisfino requisiti merceologici e di qualità ambientale idonei a garantire che il loro impiego non dia luogo ad emissioni e ad impatti ambientali qualitativamente e quantitativamente diversi da quelli autorizzati per l’impianto dove sono destinati ad essere utilizzati; 4) non debbano essere sottoposti a trattamenti preventivi o a trasformazioni preliminari per soddisfare i requisiti merceologici e di qualità ambientale di cui al punto 3), ma posseggano tali requisiti sin dalla fase della produzione; 5) abbiano un valore economico di mercato”.


Orbene, come evidenziato nella Relazione peritale disposta dal Tribunale, gli scarti di lavorazione della Distilleria Bertolino - oggetto della novella in contestazione (quando mancava l’ultima udienza destinata alla discussione della difesa delle imputate) - non possono rientrare nella nozione di sottoprodotto, perché per ciascuno difetta, di volta in volta, almeno una delle citate condizioni (cfr.si, per un quadro riassuntivo, le seguenti Tabelle della Relazione Peritale in atti: Tab. 2.2. a pagg. 33 e 34; Tab. 3.1. a pagg. 39 e 40; Tab. 4.1 e 4.2 a pagg. 42 e 43).


Di contro, con l’improvvido intervento legislativo censurato, i citati scarti, pur non potendo essere classificati come sottoprodotti ex art. 183, lett. p), lo diverrebbero, ope legis, ex art. 2-bis cit., in assenza di qualsivoglia elemento che giustifichi tale indebita deroga (così come del tutto ingiustificata, del resto, è la deroga che si è cercato di introdurre per la sansa esausta; cfr. Cass. Pen., n. 13754/2007).


Siffatta manifesta irragionevolezza integra parimenti un autonomo e concorrente vizio di legittimità costituzionale della disposizione in argomento, per palese violazione dell’art. 3 della Costituzione.


Sul punto si osserva che, se è vero che la “discrezionalità” del legislatore rappresenta un argine al giudizio di costituzionalità, è però anche vero che tale argine può essere superato, per giurisprudenza costante della Consulta, nelle ipotesi in cui le scelte operate a livello politico ridondino in vizi di legittimità del prodotto legislativo (come nel caso di specie).


Invero, il giudizio di costituzionalità può incidere sulla discrezionalità legislativa allorché il suo esercizio abbia avuto esiti censurabili come “irragionevoli” (ex pluribus sentenze nn. 7/2005, 220/2005).


Alla “corrispondenza ai canoni di coerenza e di ragionevolezza” ha fatto richiamo l’ordinanza n. 452/2005.


Ed una definizione ancor più analitica è stata fornita dalla sentenza n. 325/2005, secondo cui sono sindacabili in sede di giudizio di legittimità costituzionale le “scelte normative palesemente arbitrarie o radicalmente ingiustificate, ovvero contrastanti in modo manifesto con il canone della ragionevolezza, che si traducono in un uso distorto della discrezionalità”.


Orbene, rispetto alla questione in argomento appare evidente che la disposizione de qua ha escluso gli scarti di lavorazione delle distillerie dal rispetto della normativa sui rifiuti senza alcuna valida e convincente motivazione, laddove, anzi, l’iter e le modalità di approvazione del testo in commento suscitano inquietudine in uno Stato di diritto.


* * *


Sulla possibilità (necessità) di sollevare la questione di legittimità costituzionale (Cass. Pen., Sez. III, n. 1414/2005).


Preliminarmente, bisogna rilevare che l’art. 2-bis è stato introdotto con legge approvata del Parlamento, sicché sussiste il presupposto previsto dall’art. 134 Cost..


Tanto premesso, seguendo la condivisibile ed approfondita ratio decidendi di Cassazione Penale, Sez. III, n. 1414/2005 - su questione di identico profilo - appare opportuno rilevare, preliminarmente, che l’art. 2-bis del D.L. n. 171/2008 non sembra direttamente disapplicabile dal giudice nazionale, pur essendo incontestabile, alla luce dei superiori principi, che la norma modifichi in senso restrittivo la nozione di rifiuto di cui all’art. 183 del D. Lgs. n. 151/2006 ed è, in ogni caso, incompatibile con la nozione di rifiuto stabilita dalla normativa comunitaria più volte richiamata.


Al riguardo, si ritiene che lo strumento giuridico per rimediare a tale vulnus arrecato dal citato art. 2-bis al diritto comunitario sia il ricorso alla Corte Costituzionale, risultando nella fattispecie l’evidente contrasto con gli artt. 11 e 117 Cost. (per i termini della questione vd.si infra).


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Invero, sulla scorta della esaustiva e convincente (per coerenza logica e rigore giuridico) motivazione di Cass. Pen., Sez. III, n. 1414/2005 cit., di seguito richiamata pressoché integralmente, è da dire che, alcune pronunce minoritarie della Suprema Corte hanno sostenuto la possibilità della immediata disapplicazione della norma nazionale, in forza della prevalenza e immediata applicabilità del diritto comunitario (Cass. Pen., Sez. III, n. 2125 del 17 gennaio 2003, Ferretti, rv. 223291; Cass. Pen., Sez. III, n. 14762 del 09 aprile 2002, Amadori, rv. 221573; Cass. Pen., Sez. III, n. 17656 del 15 aprile 2003, Gonzales e altro, rv. 224716).


Sennonché, seguendo un altro orientamento, che appare prevalente, si deve sostenere che l’art. 2-bis cit. è vincolante per il giudice italiano giacché le direttive comunitarie sui rifiuti non sono autoapplicative (self- executing) in quanto necessitano di un atto di recepimento da parte dello Stato nazionale (Cass. Pen., Sez. III, n. 4052 del 29 gennaio 2003, Passerotti, rv. 223532; Cass. Pen., Sez. III, n. 4051 del 29 gennaio 2003, Ronco, rv. 223604; Cass. Pen., Sez. III, n. 9057 del 26 febbraio 2003, Costa, rv. 224172; Cass. Pen., Sez. III, n. 13114 del 24 marzo 2003, Mortellaro, rv. 224721; Cass. Pen., Sez. III, n. 32235 del 31 luglio 2003, Agogliati e altri, rv. 226156; Cass. Pen., Sez. III, n. 38567 del 19 ottobre 2003, De Fronzo, rv. 226574).


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Le sopra citate sentenze Ferretti e Amadori (espressione dell’orientamento giurisprudenziale minoritario), stilate dallo stesso relatore, hanno, da un lato, riconosciuto che la direttiva 75/442/CEE, come modificata dalla direttiva 91/156/CEE, non ha efficacia diretta nell’ordinamento nazionale – così come deve ritenersi, a fortiori, per la recente Direttiva 2008/98/CE, che è entrata in vigore il 12 dicembre 2008 e che dovrà essere recepita entro il 12 dicembre 2010 – ma, dall’altro lato, sostengono ugualmente la diretta applicabilità della nozione comunitaria di rifiuti in base al fatto che essa è stata richiamata dal regolamento comunitario n. 259/1993, il quale ultimo ha indubbiamente carattere self-executing.


Tuttavia, tale singolare argomento, benché condiviso da qualche autore, non può accettarsi.


Invero, il Reg. CEE dell’1 febbraio 1993 n. 259/1993, “relativo alla sorveglianza e al controllo delle spedizioni di rifiuti all’interno della Comunità Europea, nonché in entrata e in uscita dal suo territorio”, all’art. 2, lett. a) stabilisce che “ai sensi del presente regolamento” si intendono per rifiuti “i rifiuti quali definiti nell’art. 1 lettera a) della direttiva 75/442/CEE”.


Orbene, è sufficiente osservare come la norma del regolamento - che come tale è direttamente applicabile nell’ordinamento italiano - recepisca la nozione di rifiuto definita dalla direttiva 75/442/CEE soltanto ai fini della specifica materia disciplinata dal regolamento, ovverosia limitatamente alle spedizioni di rifiuti, che a scopo di sorveglianza devono essere previamente notificate e munite di un documento di accompagnamento.


Questa nozione “regolamentare”, quindi, non è direttamente applicabile per tutte le attività di gestione dei rifiuti elencate nel D. Lgs. n. 22 del 1997 e poi nel D. Lgs. n. 152/2006, che sono ben diverse dall’attività di spedizione: e cioè raccolta, trasporto, recupero e smaltimento.


Anche una risalente sentenza della Corte di Giustizia ha avuto modo di stabilire che la nozione “regolamentare” di rifiuti “che è stata istituita al fine di garantire che i sistemi nazionali di sorveglianza e controllo delle spedizioni di rifiuti rispettino criteri minimi, si applica direttamente anche alle spedizioni di rifiuti all’interno di qualsiasi Stato membro”; ma non ha affatto esteso la diretta applicabilità della nozione alle altre tradizionali attività di gestione o all’attività di abbandono, comunque diverse dalla spedizione (CGCE, Sez. VI, 25 giugno 1997, Tombesi e altri).


Non si può quindi parlare a tale riguardo di una novazione della fonte del diritto comunitario (da direttiva a regolamento) in senso generale e illimitato.


Ed ancora, come è stato opportunamente sottolineato in dottrina, l’argomento da una parte non è stato mai considerato dalla stessa Corte lussemburghese, che, chiamata più volte a interpretare in via pregiudiziale la nozione comunitaria di rifiuto, ha sempre focalizzato il suo esame solo sulla direttiva 75/442, come modificata dalla direttiva 91/156; dall’altra non è stato utilizzato neppure dalla Commissione UE.


In conclusione, si tratta di argomento che appare ormai abbandonato sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza, le quali non mettono più in discussione la inapplicabilità diretta della nozione comunitaria di rifiuto (al di fuori della materia delle spedizioni disciplinata dal menzionato regolamento).


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L’orientamento giurisprudenziale minoritario, poi, pur dando per scontato il carattere non autoapplicativo della direttiva 75/444/CEE, modificata dalla direttiva 91/156/CEE, giunge ugualmente a ritenere non applicare la norma di diritto interno, in base all’argomento che, in ossequio al principio della prevalenza del diritto comunitario - sia originario, sia derivato - il giudice nazionale deve comunque dare applicazione alle sentenze della Corte di Giustizia Europea, che a più riprese hanno offerto una precisa e costante interpretazione della nozione comunitaria di rifiuto (sulla nozione comunitaria di rifiuto ex pluribus: CGCE n. 457/2004, Niselli cit.)


Ma anche questo argomento, apparentemente convincente, non appare condivisibile.


A rigore, infatti, la pronuncia della Corte di Giustizia che precisa o integra il significato di una norma comunitaria ha la stessa efficacia di quest’ultima, sicché la pronuncia è direttamente ed immediatamente efficace nell’ordinamento nazionale se e in quanto lo sia anche la norma interpretata.


In tal senso è l’insegnamento costante della Corte Costituzionale.


Basti ricordare la sentenza 11 luglio 1989 n. 389 in cui la Consulta, trattando del principio di applicazione diretta di norme comunitarie immediatamente efficaci nel diritto interno, ha avuto modo di precisare che “quando questo principio viene riferito ad una norma comunitaria avente effetti diretti (...) non v’è dubbio che la precisazione o l’integrazione del significato normativo compiute attraverso una sentenza dichiarativa della Corte di Giustizia abbiano la stessa immediata efficacia delle disposizioni interpretate”.


Invero, nei casi in cui la Corte di Giustizia Europea ha interpretato il significato di una norma comunitaria direttamente efficace in modo tale che una norma del diritto nazionale risulti incompatibile con essa, il giudice nazionale non deve più applicare la norma interna per la definizione dalla controversia al suo esame (senza poter sollevare questione di costituzionalità: vd.si Corte Cost. n. 94/1995).


Nei casi invece in cui la Corte lussemburghese ha interpretato una norma comunitaria priva di efficacia diretta, in modo tale che una norma interna risulti incompatibile con la prima, il giudice italiano non ha altra scelta che applicare la norma interna o sollevare sulla stessa l’eccezione di illegittimità costituzionale per violazione degli obblighi dello Stato italiano di conformarsi al diritto comunitario, consacrati negli artt. 11 e 117 Cost. (è implicitamente in tal senso anche la sentenza n. 85/2002 Corte Cost.).


Più di recente, un’altra pronuncia di legittimità, seguendo il principio indicato dalla Corte costituzionale con sentenza n. 190/2000, ha correttamente sostenuto la necessità per il giudice italiano di interpretare la normativa nazionale in termini tali che essa non risulti in contrasto con la normativa comunitaria (Cass. Sez. III, n. 746 del 1 giungo 2005, Colli) per garantire il c.d. “effetto utile”.


La fattispecie dedotta nel presente processo, però, sembra esulare da ogni possibile interpretazione adeguatrice stante il chiaro (e letterale) tenore dell’art. 2-bis cit., nonostante le vinacce esauste (raspi e buccette) e il biogas recuperati e smaltiti in Distilleria non rispondano a tutti i requisiti previsti dalla normativa comunitaria ed interna (art. 183, lett. p, D. Lgs. n. 152/2006) per essere classificati come sottoprodotti, come è emerso chiaramente dalla perizia disposta dal Tribunale.


Alla luce del diritto comunitario, come interpretato dalla Corte di Giustizia Europea, nella fattispecie per cui è processo non possono classificarsi come “sottoprodotti” le vinacce esauste (e i loro componenti) e il biogas, ma sono invece veri e propri rifiuti che il produttore recupera e/o smaltisce.


La difficoltà nell’individuare un’interpretazione adeguatrice conforme al diritto comunitario (ed interno) nasce dal fatto che l’art. 2-bis cit. ha espressamente classificato come sottoprodotti non solo le vinacce esauste (ed i loro componenti) che subiscono esclusivamente trattamenti di tipo meccanico fisico (come sembrerebbe dalla lettura del primo inciso della disposizione normativa), ma ha definito sottoprodotti anche le vinacce esauste sottoposte a “lavaggio con acqua” (locuzione peraltro tecnicamente scorretta, posto che trattasi di processo di “lisciviazione”) e/o ad essiccazione (che, inoltre, è anche un’operazione di ricondizionamento preliminare tipica dei rifiuti, come esattamente contestato nel capo di imputazione), ed anche se destinate alla combustione (ancorché nel medesimo ciclo produttivo).


Parimenti, dicasi per il biogas derivante da processi anaerobici di depurazione delle borlande della distillazione.


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Del resto, come sopra riferito, il CGA così si era espresso sul caso di altra distilleria siciliana avente il medesimo ciclo produttivo della Distilleria Bertolino per ciò che viene in rilievo:


La lavorazione prevede processi che non appaiono meramente meccanici, comportando lavaggi con acqua per la vinaccia semifermentata (vinellazione) e la disalcolazione a vapore per quella fermentata. Dopo lo stoccaggio la vinaccia viene essiccata, con la separazione dei vinaccioli, dei raspi e delle buccette. Ed anche tale attività sembra comportare una trasformazione non meramente meccanica del prodotto.” (C.G.A. n. 2/2008 cit.).


Di contro, per la norma nazionale di cui si discute le vinacce esauste e il biogas resterebbero esclusi dalla nozione di rifiuto, e non vi potrebbero rientrare in forza di una interpretazione adeguatrice, per quanto sopra illustrato, rimanendo perciò sottratti alla disciplina sui rifiuti, in palese contrasto col diritto comunitario.


Di talché, l’unico rimedio possibile per rimediare al vulnus perpetrato da una legge nazionale contro una direttiva comunitaria non direttamente applicabile è, pertanto, il ricorso al Giudice delle leggi [cfr. Cass. Pen., Sez. III., n. 1414/2005 cit.[5]; per una fattispecie specifica (relativa all’esclusione della ceneri di pirite dalla normativa sui rifiuti ad opera dell’art. 183, lett. n, quarto periodo del D.L.vo 152/2006, poi abrogato) cfr. Ord. Trib. di Venezia, Sez. Dist. di Dolo, Ord. 20 settembre 2006, pubblicata su http://www.lexambiente.it/article-print-2447.html[6]).


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Sulla non manifesta infondatezza della questione.


Tanto premesso, la non manifesta infondatezza della questione risulta dalle considerazioni svolte in precedenza, secondo le quali la disposizione normativa denunciata è incompatibile (nei limiti anzidetti) con il diritto comunitario e per conseguenza lede gli obblighi costituzionali di adeguamento all’ordinamento comunitario stesso violando palesemente gli artt. 11 e 117 della Costituzione.


Invero, la norma in questione, escludendo dalla categoria dei rifiuti i citati residui di produzione, si pone in insanabile contrasto con la nozione di rifiuti stabilita dalla direttiva comunitaria 75/442/CE, e successive modificazioni, nonché dalla stessa Direttiva 2008/98/Ce.


Ed ancora, come rilevato, la disposizione in questione, appare in contrasto con l’art. 3 della Costituzione, per essere stata la scelta del Legislatore del tutto irragionevole ed ingiustificata, soprattutto alla luce della stessa definizione di sottoprodotto contenuta nell’art. 183, lett. p, del D. Lgs. n. 152/2006.


Nel caso di specie, quindi, si chiede che il Tribunale sollevi la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2-bis del D.L. 171/2008, convertito in L. n. 205/2008, perché in contrasto:


a) con l’art. 11 Cost., laddove questo stabilisce che lo Stato italiano deve osservare la limitazione di sovranità derivante dalla sua partecipazione a ordinamenti internazionali, quale quello della Comunità Europea;


b) nonché, ancor più esplicitamente, con il novellato art. 117 Cost. che, nel suo primo comma, impone allo Stato di esercitare la sua potestà legislativa nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario;


c) ed in ultimo, per manifesta irragionevolezza della disposizione in argomento, alla luce dell’art. 183, lett. p), del D. Lgs. n. 152/2006, con palese violazione dell’art. 3 della Costituzione, non sussistendo alcuna plausibile ragione per la quale tali scarti debbano essere considerati sottoprodotti (non ricorrendo tutte le condizioni previste dall’art. 183, lett. p), cit.) anziché rifiuti.


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L’ipotizzato vulnus comunitario e costituzionale appare tanto più grave in quanto il legislatore nazionale è stato più volte condannato per la violazione del diritto comunitario in subjecta materia (da ultimo Corte di Giustizia, Sez. VIII, sentenza del 22 dicembre 2008, emessa lo stesso giorno dell’approvazione della norma di sospetta incostituzionalità).


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Sulla rilevanza della questione.


Dalle considerazioni precedenti risulta altresì evidente la rilevanza della questione, atteso che l’attuale processo non può essere definito prescindendo dall’applicabilità del denunciato art. 2-bis cit. e, quindi, dalla risoluzione della relativa eccezione di illegittimità costituzionale.


Invero, le imputate nel presente procedimento penale devono rispondere delle seguenti ipotesi delittuose:


a) art. 51 D.L.vo 22/1997 per avere, ciascuno nella qualità sopra indicata effettuato nello stabilimento industriale della BERTOLINO S.p.a. sito in Partinico viale dei Platani snc esercente attività di distillazione attraverso la lavorazione stagionale di fecce, vinacce e vino, operazioni di gestione di sostanze costituenti rifiuto – in particolare operazioni di recupero e di riutilizzo vietate dalla normativa – in mancanza delle prescritte autorizzazioni previste dal medesimo decreto compiendo, tra le altre, le seguenti operazioni:


· Operazioni R13 di messa in riserva di differenti tipologie di rifiuti:


- Messa in riserva del tartrato grezzo.


- Messa in riserva delle ceneri di combustione delle buccette


- Messa in riserva di borlande.


- Messa in riserva di residui da destinare al compostaggio.


· Operazione R1 utilizzazione principale come combustibile o come altro mezzo per produrre energia delle seguenti tipologie di rifiuti:


- Produzione di biogas mediante digestione anaerobica di reflui e residui della distillazione acque di lavaggio, torbide da impianto di sedimentazione e flottazione miscela areata del depuratore biologico.


- Combustione di buccette e raspi per il recupero della energia termica contenuta nei fumi prodotti;


- Combustione di buccetta per recuperare l’energia mediante produzione di vapore.


· Operazione D14 ricondizionamento preliminare:


- Essicazione della buccetta.


- Operazione D1: Deposito sul suolo;


- Discarica di residui di vinaccia realizzata nell’area adiacente il depuratore.


b) art. 24 D.P.R. 203/1988 per avere, ciascuno nella qualità sopra indicata in relazione allo stabilimento industriale della BERTOLINO S.p.a. sito in Partinico viale dei Platani snc esercente attività di distillazione, attivato un impianto di digestione anaerobica, qualificato ai sensi dell’articolo 216 del T.U. delle Leggi Sanitarie come industria insalubre di prima classe (voce 64 del D.M. 5.9.1994) per i vapori nocivi e le polveri che può emettere ed il pericolo di incendio (circolare Ministero Sanità del 23.9.1971), in mancanza della autorizzazione prescritta dal medesimo decreto.


c) artt.25, comma 2, e 26 D.P.R. 203/1988 per avere omesso, ciascuno nella qualità sopra indicata in relazione allo stabilimento industriale della BERTOLINO S.p.a. sito in Partinico viale dei Platani snc esercente attività di distillazione, di rispettare, con riferimento al funzionamento delle caldaie denominate “MARCHESI” e “GIROLA” presenti nel medesimo impianto, la prescrizione di utilizzare le predette caldaie solo in presenza di rilevatore di emissioni di continuo; rilevatore di cui non si riscontrava la presenza, prima, ed il funzionamento, poi;


d) art. 674 c.p. perché, ciascuno nella qualità sopra indicata in relazione allo stabilimento industriale della BERTOLINO S.p.a. sito in Partinico viale dei Platani snc esercente attività di distillazione, con le condotte sopra indicate ed anche omettendo di approntare sistemi di convogliamento delle emissioni diffuse prodotte dai bacini asserviti all’impianto di digestione anaerobica e dai depositi a ciclo aperto di vinacce e di fecce [sia antecedenti alla lavorazione che dopo la stessa e dunque delle parti residue] ed ancora non espletando le fasi di ricevimento, stoccaggio, selezione della frazione organica e produzione di biogas in ambiente chiuso, come prescritto dal D.M. 5 febbraio 1998, provocavano emissioni di gas, fumi ed odori dirette ad offendere e molestare le persone in un luogo di pubblico transito;


Tutti fatti commessi in Partinico (PA), accertati in data successiva al settembre 2003 e fino al 23 marzo 2005 (data dell’esecuzione del sequestro preventivo di parte dell’impianto produttivo);


e) art. 51 D.L.vo 22/1997 per avere, ciascuno nella qualità sopra indicata in relazione allo stabilimento industriale della BERTOLINO S.p.a. sito in Partinico viale dei Platani snc esercente attività di distillazione, detenuto i fanghi esausti provenienti dal biogas e parte dei fanghi prodotti dall’impianto di depurazione delle acque reflue, in deposito temporaneo; per un quantitativo superiore ai 20 mc previsti dall’art. 6 comma 3 del Decreto Ronchi, e per avere effettuato la messa in riserva R13 della vinaccia esausta (già sottoposta a processo di vinellazione con produzione di miscela idroalcolica) per quantitativi superiori a quelli consentiti (600mc) costituendo, così, una discarica di rifiuti speciali non pericolosi senza le autorizzazioni prescritte dall’art. 28 del medesimo D.L.vo 22/1997;


Accertato in Partinico il 15.11.2002”.


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L’intervenuta novella normativa comporterebbe, dunque, come diretta conseguenza, l’insussistenza di buona parte delle condotte contestate alle imputate [con riferimento quantomeno al capo a) della rubrica], nonché la possibilità di restituire alle stesse quelle parti dell’insediamento produttivo che sono state sottoposte a sequestro preventivo perché, in assenza delle necessarie autorizzazioni previste in materia di rifiuti (dal D. Lgs. n. 22/1997 e, poi, dal Lgs. n. 152/2006), consentivano la perpetrazione delle pericolose condotte illecite contestate.


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Sul sindacato di costituzionalità delle norme penali di favore.


Se invece la norma fosse dichiarata costituzionalmente illegittima e quindi inapplicabile al caso di specie, al Giudice a quo si aprirebbe la possibilità di ritenere sussistente la penale responsabilità delle imputate, sotto tutti i profili contestati dal Pubblico Ministero, con evidenti ripercussioni sul trattamento sanzionatorio, sul vincolo cautelare cui è sottoposta parte degli impianti industriali e sul risarcimento dei danni richiesti dalle parti civili.


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In tale ipotesi, invero, la sentenza di accoglimento della Corte Costituzionale avrebbe un effetto in malam partem.


Emerge qui il noto problema del sindacato di costituzionalità sulle norme penali di favore, cioè delle norme che, per determinati soggetti o ipotesi, abrogano o modificano in senso favorevole al reo precedenti disposizioni incriminatrici.


Tale appare indubbiamente la norma dell’art. 2-bis cit., giacché essa si configura come disposizione extrapenale integratrice della fattispecie penale di cui al D. Lgs. n. 22 del 1997, art. 51 (oggi art. 256 del D. Lgs. n. 152/2006), che, “restringendo” l’ampiezza dell’oggetto materiale del reato (i rifiuti), finisce per derogare o abrogare parzialmente, ovvero modificare in senso favorevole alle imputate, la precedente norma incriminatrice.


Com’è noto, in passato, muovendo dalla considerazione che l’eventuale accoglimento della eccezione di illegittimità costituzionale della norma penale più favorevole non potrebbe influire sull’esito del giudizio a quo per il principio di irretroattività di cui all’art. 25 Cost., comma 2, e all’art. 2 c.p., comma 1, si è tratta la conclusione che le eccezioni di incostituzionalità delle norme penali di favore sono “tipicamente” irrilevanti, con la conseguenza che dette norme restano sottratte al controllo costituzionale.


Peraltro, a confutazione di tale assunto, occorre precisare che nel caso di specie il fatto contestato è stato commesso sino al 23 marzo 2005, cioè sotto il vigore della norma incriminatrice di cui al D. Lgs. n. 22 del 1997, art. 51 (a cui è succeduto - senza che i fatti perdessero il carattere di illiceità penale - l’art. 256 del D. Lgs. n. 152/2006), e nonostante l’entrata in vigore del D.L. n. 138 del 2002, art. 14, che, escludendo alcune categorie di rifiuti, ha ridotto l’area del penalmente illecito, in contrasto col diritto comunitario.


Invero, anche sotto la vigenza del citato art. 14 del D.L. n. 138/2002 (che ha parimenti indebitamente ristretto la “nozione” di rifiuto) le condotte contestate alle imputate rimanevano penalmente rilevanti, così come con l’introduzione dell’art. 256 del D. Lgs. n. 152/2006 (che, come detto, ha sostituito l’art. 51 del D. Lgs. n. 22/1997).


Di talché, sotto tale profilo si apprezza vieppiù la lesione ai principi costituzionali sopra indicati, in punto di non manifesta infondatezza della presente questione.


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Orbene, è doveroso osservare che in un caso siffatto, se la Corte dichiarasse costituzionalmente illegittima la norma più favorevole, la conferma della responsabilità delle imputate in base alle norma più sfavorevole di cui al citato art. 51 D. Lgs. n. 22/1997 (e oggi dell’art. 256 D. Lgs. n. 152/2006):


a) non violerebbe il principio di irretroattività di cui al secondo comma dell’art. 25 Cost., posto che la norma dell’art. 51 era entrata in vigore prima del fatto contestato (ed è stata poi sostanzialmente riprodotta dal richiamato art. 256 D. Lgs. n. 152/2006 per quanto di rilievo nel presente giudizio);


b) non violerebbe neppure il principio di retroattività dell’abolitio criminis di cui all’art. 2 c.p., comma 2, giacché la norma dell’art. 2-bis cit., entrata in vigore dopo il fatto, con l’effetto di depenalizzare talune condotte attraverso l’esclusione dalla nozione di rifiuto di alcune sostanze, non potrebbe essere applicata proprio in quanto resa inefficace dalla pronuncia di illegittimità costituzionale: in altri termini, la retroattività della norma parzialmente depenalizzatrice non potrebbe operare per la caducazione della norma stessa dall’ordinamento.


Questa conclusione è indubbiamente in linea con la nota sentenza n. 51/1985 della Consulta, che ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’ultimo comma dell’art. 2 c.p., nella parte in cui prevedeva la retroattività ai fatti pregressi della norma penale favorevole contenuta in un decreto legge non convertito, per contrasto con l’art. 77 Cost., ult. comma, (secondo cui i decreti legge non convertiti perdono efficacia sin dall’inizio).


Esaminando il problema se il principio di irretroattività della norma penale sfavorevole fosse d’ostacolo al risultato normativo derivante dalla pronuncia di illegittimità costituzionale, la Corte ha precisato che detto principio sarebbe applicabile soltanto per i fatti “concomitanti”, commessi cioè sotto il vigore del decreto legge non convertito, ma non per i fatti “pregressi”, commessi cioè prima che il decreto legge entrasse in vigore.


Anche nel presente processo il fatto è “pregresso” e non già “concomitante” rispetto al periodo di vigenza della norma (extra)penale di favore sopravvenuta.


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Comunque, il problema appare risolto dalla sentenza delle Corte Costituzionale n. 148/1983, che ha argomentato la rilevanza e l’ammissibilità delle questioni di illegittimità costituzionale sulle norme penali di favore in base al duplice argomento secondo cui l’accoglimento della questione:


a) verrebbe comunque a incidere sulle formule di proscioglimento o sui dispositivi della sentenza penale e si rifletterebbe sullo schema argomentativo della relativa motivazione;


b) avrebbe comunque un “effetto di sistema” la cui valutazione spetta ai giudici comuni e non al giudice costituzionale. E ciò perché, senza vanificare la garanzia dell’art. 25 Cost., anche le norme penali di favore devono sottostare al sindacato di costituzionalità, “a pena di istituire zone franche del tutto impreviste dalla Costituzione, all’interno delle quali la legislazione ordinaria diverrebbe incontrollabile” (per i principi rilevanti esattamente nella peculiare fattispecie in rilievo, cfr.si Corte Cost., n. 394/2006[7]).


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Questo approdo ermeneutico non è scalfito dalle numerose statuizioni della Consulta che hanno ribadito l’inammissibilità delle sentenze additive contra reum per rispetto dell’art. 25 Cost., comma 2, stante la strutturale diversità delle due ipotesi.


Infatti, quando è dedotta la questione di costituzionalità di una norma penale di favore, la sentenza di accoglimento ha carattere ablativo della deroga oggettiva o soggettiva introdotta, con l’effetto di ripristinare la piena portata normativa di una norma incriminatrice preesistente.


Al contrario, la sentenza additiva di accoglimento (che dichiara incostituzionale la norma sospettata “nella parte in cui non prevede” etc…) ha l’effetto di creare ex nova una norma incriminatrice o di ampliare la portata di una fattispecie penale esistente, usurpando in entrambi i casi una prerogativa spettante alla discrezionalità del legislatore (diverso sembra il caso della sentenza n. 440/1995, in cui, con un meccanismo di tipo ablatorio, il Giudice delle leggi, in forza del principio di uguaglianza, ha esteso il reato di bestemmia della divinità anche a tutela delle religioni non cattoliche, creando così una nuova figura di reato, che però non era applicabile al fatto contestato nel processo a quo).


Per diversa ragione l’approdo della sentenza n. 148/1983 non appare intaccato neppure dalla recente sent. n. 161/2004 Corte Cost., la quale ha escluso la possibilità di estendere l’ambito di applicazione della norma incriminatrice di cui all’art. 2621 c.c. (false comunicazioni sociali), come sostituito dal D. Lgs. 11 aprile 2002, n. 61, art. 1 attraverso la rimozione delle soglie minime di punibilità ivi previste. Qui infatti la Corte ha escluso la possibilità di ampliare o aggravare la figura di un reato già esistente attraverso la “demolizione” delle soglie di punibilità, sul rilievo che queste soglie integrano requisiti essenziali di tipicità del fatto ovvero condizioni di punibilità, e cioè sono comunque “un elemento che "delimita" l’area d’intervento della sanzione prevista dalla norma incriminatrice, e non già "sottrae" determinati fatti all’ambito di applicazione di altra norma, più generale”.


Tale essendo la ratio decidendi, essa non può essere applicata ai casi - come quello presente - in cui la norma denunciata per incostituzionalità è una norma penale di favore, la quale “sottrae” determinate ipotesi (nel caso specifico, la gestione dei residui di produzione utilizzati come combustibili previo trattamento preliminare in assenza di autorizzazione) a una norma incriminatrice generale (art. 51 del D. Lgs. 22/1997 e oggi art. 256 del D. Lgs. n. 152/2006).


In altri termini, facendo cadere per incostituzionalità l’art. 2-bis cit. si ripristinerebbe la portata originaria di una norma incriminatrice già presente nell’ordinamento, che l’art. 2-bis cit. aveva parzialmente ed indebitamente derogato.


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Per vero, analogo problema si è presentato alla Corte di Giustizia Europea, chiamata a interpretare la nozione comunitaria di rifiuto dal giudice del processo Niselli, posto che la sua ricostruzione ermeneutica poteva avere effetti tali da entrare in rotta di collisione con il principio di legalità e irretroattività dei reati e delle pene, che è ritenuto parte integrante anche del diritto comunitario.


Al riguardo la sentenza Niselli, premesso che “una direttiva non può avere l’effetto, di per sé e indipendentemente da una norma giuridica di uno Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o di aggravare la responsabilità penale di coloro che agiscono in violazione delle sue disposizioni”, preso atto che il fatto contestato all’imputato era stato commesso sotto il vigore delle disposizioni incriminatrici di cui al D. Lgs n. 22 del 1997, e prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 138 del 2002, art. 14, ha concluso che non vi era “motivo di esaminare le conseguenze che potrebbero discendere dal principio di legalità delle pene per l’applicazione della direttiva 75/442” (parr. 29 e 30).


Non occorre qui sottolineare l’analogia fattuale tra il caso Niselli e il caso presente riguardo al rapporto tra tempus commissi delicti e successione delle leggi penali nel tempo.


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Diverso è il caso affrontato più di recente dalla stessa Corte Europea, Grande Sezione, chiamata a risolvere in via pregiudiziale la questione se il trattamento sanzionatorio più favorevole previsto dai novellati artt. 2621 (false comunicazioni sociali) e 2622 (false comunicazioni sociali in danno dei soci o dei creditori) c.c. fosse o meno adeguato in relazione all’art. 6 della prima direttiva comunitaria sul diritto societario (sentenza 3 maggio 2005, Cause riunite C-387/02, C- 391/02 e C-403/02, Berlusconi e altri).


La sentenza ha osservato che il principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite fa parte integrante delle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri e dei principi generali del diritto comunitario (parr. 68 e 69); e ha concluso che “la prima direttiva sul diritto societario non può essere invocata in quanto tale dalle autorità di uno Stato membro nei confronti di imputati nell’ambito di procedimenti penali, poichè una direttiva non può avere come effetto, di per sè e indipendentemente da una legge interna di uno Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o aggravare la responsabilità penale degli imputati” (par. 78 e dispositivo).


Basti rilevare in proposito che, nel caso esaminato dalla Corte Europea, né gli originari artt. 2621 e 2622 c.c., che prevedevano un trattamento sanzionatorio più severo, e sotto la vigenza dei quali erano stati commessi i reati contestati, né i nuovi artt. 2621 e 2622 c.c., che hanno introdotto un trattamento penale più mite, costituiscono attuazione di direttive comunitarie; sicché si comprende l’affermazione secondo cui una direttiva comunitaria, per se stessa e senza la mediazione di leggi nazionali di attuazione, non possa determinare o aggravare una responsabilità penale nella soggetta materia.


Mentre nel caso della disciplina sui rifiuti, la direttiva comunitaria è stata trasposta nell’ordinamento nazionale attraverso il D. Lgs. n. 22 del 1997 (oggi D. Lgs. n. 152/2006), che ha previsto in aggiunta un sistema sanzionatorio a presidio della disciplina stessa, sicché né la previsione della responsabilità penale, né la sua limitazione derivano direttamente dalla direttiva comunitaria.


Nella presente vicenda processuale, quindi, non può farsi ricorso al principio statuito nella suddetta sentenza comunitaria del 3 maggio 2005, proprio perché presupposto di questo principio è la mancanza di norme nazionali attuative della direttiva comunitaria.


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Per tutte queste ragioni non sembra dubitabile la rilevanza della dedotta questione.


A conforto di questa tesi, peraltro, militano le numerose sentenze della Corte Costituzionale, che, proprio in materia di rifiuti, hanno dichiarato la illegittimità costituzionale di varie leggi regionali che avevano depenalizzato lo stoccaggio provvisorio non espressamente autorizzato di rifiuti tossici e nocivi (Corte Cost. sentt. nn. 306/1992; 437/1992; 194/1993) o l’accumulo temporaneo di rifiuti tossici e nocivi (Corte Cost. sent. n. 213/1991), o che avevano escluso dagli impianti di smaltimento di rifiuti gli impianti di depurazione per conto terzi di rifiuti liquidi, così esonerando la loro gestione dall’obbligo di autorizzazione (Corte Cost. sent. n. 173/1998).


La caducazione delle norme legislative regionali per contrasto con fonti normative gerarchicamente superiori, costituzionali e comunitarie, appare perfettamente sovrapponibile alla richiesta caducazione dell’art. 2-bis del D.L. n. 171/2008, e produrrebbe gli stessi effetti sul trattamento penale delle imputate nell’ambito del processo pendente.


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In via alternativa, istanza di questione pregiudiziale innanzi alla Corte di Giustizia Europea e successiva (eventuale) questione di legittimità costituzionale.


In ogni caso, attesa la recente Direttiva 2008/98/CE, entrata in vigore il 12 dicembre 2008 (e che dovrà essere recepita entro il 12 dicembre 2010), il Tribunale potrebbe anche sollevare la questione pregiudiziale innanzi alla Corte Europea di Giustizia, ai sensi dell’art. 234 del Trattato CE, per ottenere una sentenza che interpreti la nozione di rifiuto in base alla “nuova” Direttiva e, successivamente, nel caso in cui la Corte Europea si esprima con un’interpretazione che induca (il Tribunale) ad evidenziare un contrasto della disposizione de qua con la nozione comunitaria di rifiuto, sollevare la questione innanzi al Giudice delle leggi, posto che, comunque, la Corte Europea, per quanto detto, non può “caducare” le norme interne in contrasto col diritto comunitario.


L’opportunità di una siffatta scelta potrebbe emergere (esclusivamente) per la circostanza che la Direttiva 2008/98/CE introduce un concetto, quello della “normale pratica industriale”, proprio con riferimento ai sottoprodotti, altrimenti non presente nelle precedenti Direttive.


Sul punto, appare invero improbabile che il concetto di “normale pratica industriale” possa scardinare i principi costantemente affermati negli anni dalla Corte Europea in materia di sottoprodotti sopra richiamati (cfr.si sul punto la Relazione peritale in atti, Tab. 4.2. pag. 43), tenuto conto dell’obbligo di interpretare in maniera estensiva la nozione di rifiuto per limitare gli inconvenienti o i danni dovuti alla loro natura, sicché occorre circoscrivere la nozione di sottoprodotti, alle situazioni in cui il riutilizzo di un bene, di un materiale o di una materia prima non sia solo eventuale, ma certo, senza trasformazione preliminare, e nel corso del processo di produzione (cfr. CGCE n. 457/2004, Niselli; CGCE n. C-235/02, Saetti e altri, ordinanza del 15 gennaio 2004; CGCE n. C-114/01, AvestaPolarit Chrome Oy, sentenza dell’11 settembre 2003; CGCE n. C-9/00, Palin Granit, sentenza del 18 aprile 2002; CGCE nn. C-418/97 e C-419/97, Arco e altri, proc. riuniti, sentenza del 15 giugno 2000; CGCE nn. C-304/94, C-330/94, C-342/94 e C-224/95, Tombesi e altri, proc. riuniti, sentenza del 25 giugno 1997).


Tuttavia, l’opportunità di una siffatta scelta (di sollevare la questione pregiudiziale alla Corte Europea di Giustizia) non può che essere rimessa al prudente apprezzamento del Tribunale.


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In ogni caso, si deve ribadire che le sentenze emesse dalla Corte Europea in via pregiudiziale, ai sensi dell’art. 234 (ex art. 177) del Trattato CE, si limitano ad interpretare la norma del diritto comunitario che definisce la nozione di rifiuto, fornendo così al giudice nazionale solo elementi di valutazione atti a consentirgli di pronunciarsi su un’eventuale incompatibilità tra la norma interna e il diritto comunitario.


In siffatta procedura rimane esclusa la (diversa) possibilità che la Corte interpreti (direttamente) la norma nazionale denunciata come lesiva degli obblighi comunitari, perché tale diversa procedura è disciplinata dall’art. 226 del Trattato (ex art. 169) in esito alla procedura di infrazione attivata dalla Commissione (e non già su istanza del giudice a quo).


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Tali diversi poteri della Corte di Giustizia nell’ambito delle diverse procedure sono chiaramente enunciati dalla stessa Corte, che ha avuto modo di chiarire il principio secondo cui essa “non può, ai sensi dell’art. 177 ora art. 234 del Trattato, statuire sulla validità di una norma di diritto interno con riguardo al diritto comunitario, come le sarebbe consentito fare nell’ambito di un ricorso ex art. 169 (ora art. 226) del trattato CE”; peraltro “essa è tuttavia competente a fornire al giudice nazionale tutti gli elementi di interpretazione, che rientrano nel diritto comunitario, atti a consentirgli di pronunciarsi su tale compatibilità” (sentenza Tombesi cit. del 25 giungo 1997, par. 36).


Si può quindi concludere sul punto, rilevando che il Tribunale, nel presente processo, potrebbe richiedere alla Corte Europea non già un’interpretazione dell’art. 2-bis del D.L. n. 171/2008, ma solo una definizione di rifiuto nascente dalla recente Direttiva 2008/98/CE, con particolare riferimento alla nozione di sottoprodotto e del concetto di “normale pratica industriale”, chiarendo se questa ricomprende i trattamenti preliminari (ed in caso di risposta positiva quali) oppure no.


Ottenuta tale interpretazione, il Tribunale dovrà poi autonomamente valutare la compatibilità del diritto interno col comunitario e, se ritiene incompatibile la disposizione normativa di diritto interno (art. 2-bis cit.) col diritto comunitario, dovrà comunque sollevare, come già detto, la questione di legittimità costituzionale per violazione degli artt. (3,) 11 e 117 Cost., al fine di ottenere la “caducazione” della norma illegittima dall’ordinamento.


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Di talché, alla luce di quanto sopra esposto, si chiede


Voglia l’Ill.mo Tribunale di Palermo


Sez. Dist. di Partinico


- In via principale, ritenere e dichiarare rilevante e non manifestamente infondata, nei termini e per le motivazioni sopra esposti, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2-bis del D.L. n. 171/2008, per contrasto con gli artt. 3, 11 e 117 della Costituzione e, per l’effetto, sollevare il giudizio di legittimità costituzionale adottando i provvedimenti consequenziali.


- In via alternativa e subordinata, sollevare la questione pregiudiziale ai sensi dell’art. 234 (ex art. 177) del Trattato CE, nei termini e per le motivazioni sopra esposti e, all’esito, ritenere e dichiarare rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2-bis del D.L. n. 171/2008, per contrasto con gli artt. 3, 11 e 117 della Costituzione e, per l’effetto, sollevare il giudizio di legittimità costituzionale adottando i provvedimenti consequenziali.


- In ogni caso, sospendere il giudizio in corso, astenendosi dall’adottare qualsivoglia ulteriore provvedimento (sia di merito che cautelare) nel procedimento penale indicato in epigrafe nelle more che sia decisa la sollevata questione di legittimità costituzionale e/o pregiudiziale innanzi alla Corte Europea di Giustizia (attesa la natura chiaramente pregiudiziale delle stesse), dichiarando altresì sospeso il corso della prescrizione ex art. 159, comma 1, n. 2 c.p..


Partinico, addì


Avv. Nicola Giudice



Avv. Francesco Tafarella








[1] Con ciò contraddicendo la stessa previsione della Sezione 6 della parte II dell’allegato X alla parte quinta del citato D. Lgs. n. 152 del 2006 per cui: “Il biogas deve provenire dalla fermentazione anaerobica metanogenica di sostanze organiche non costituite da rifiuti. In particolare non deve essere prodotto da discariche, fanghi, liquami e altri rifiuti a matrice organica”.



[2] il principio di precauzione costituisce un principio generale del diritto comunitario” in virtù del quale “le autorità competenti sono obbligate ad adottare provvedimenti appropriati al fine di prevenire taluni rischi potenziali per la sanità pubblica, per la sicurezza e per l’ambiente, facendo prevalere le esigenze connesse alla protezione di tali interessi sugli interessi economici.” (Trib. I Grado Comunità Europee, 26 novembre 2002).



[3] Vedasi tra le innumerevoli: CGCE n. 457/2004, Niselli; CGCE n. C-235/02, Saetti e altri, ordinanza del 15 gennaio 2004; CGCE n. C-114/01, AvestaPolarit Chrome Oy, sentenza dell’11 settembre 2003; CGCE n. C-9/00, Palin Granit, sentenza del 18 aprile 2002; CGCE nn. C-418/97 e C-419/97, Arco e altri, proc. riuniti, sentenza del 15 giugno 2000; CGCE nn. C-304/94, C-330/94, C-342/94 e C-224/95, Tombesi e altri, proc. riuniti, sentenza del 25 giugno 1997.



[4] L’art. 183, lett. p) del D. Lgs. n. 152/2006 prevede che: “sono sottoprodotti le sostanze ed i materiali dei quali il produttore non intende disfarsi ai sensi dell’articolo 183, comma 1, lettera a), che soddisfino tutti i seguenti criteri, requisiti e condizioni: 1) siano originati da un processo non direttamente destinato alla loro produzione; 2) il loro impiego sia certo, sin dalla fase della produzione, integrale e avvenga direttamente nel corso del processo di produzione o di utilizzazione preventivamente individuato e definito; 3) soddisfino requisiti merceologici e di qualità ambientale idonei a garantire che il loro impiego non dia luogo ad emissioni e ad impatti ambientali qualitativamente e quantitativamente diversi da quelli autorizzati per l’impianto dove sono destinati ad essere utilizzati; 4) non debbano essere sottoposti a trattamenti preventivi o a trasformazioni preliminari per soddisfare i requisiti merceologici e di qualità ambientale di cui al punto 3), ma posseggano tali requisiti sin dalla fase della produzione; 5) abbiano un valore economico di mercato”.



[5] A seguito della questione sollevata da Cass. Pen. n. 1414/2005 cit, la Corte Costituzionale, con Ordinanza n. 458/2006, preso atto che nelle more del giudizio di legittimità costituzionale era entrato in vigore il D. Lgs. n. 152/2006 che aveva abrogato espressamente la disposizione in contestazione (art. 14 D.L. 138/2002) introducendo all’art. 183, comma 1, lettera n), una nuova definizione di «sottoprodotto», ha restituito gli atti alla Corte rimettente, ai fini di una nuova valutazione circa la rilevanza e la non manifesta infondatezza della questione sollevata, alla luce dello ius superveniens.



[6] Parimenti, a seguito della questione sollevata dal Trib. di Venezia, Sez. Dist. di Dolo con Ord. del 20.09.2006 cit., la Corte Costituzionale, con Ordinanza n. 83/2008, ha ordinato la restituzione degli atti al giudice a quo, poiché, successivamente all’ordinanza di rimessione, è stato ridefinito, con la nuova disposizione contenuta nel D. Lgs. 16 gennaio 2008 n. 4, il significato di sottoprodotto ed eliminato il riferimento particolare alle ceneri di pirite, trasformandosi così nella sostanza il quadro normativo sul punto specifico oggetto della proposta q.l.c..



[7]Il principio di legalità non preclude lo scrutinio di costituzionalità, anche "in malam partem", delle c.d. norme penali di favore, e cioè delle norme che stabiliscano, per determinati soggetti o ipotesi, un trattamento penalistico più favorevole di quello che risulterebbe dall'applicazione di norme generali o comuni, per l’ineludibile esigenza di evitare la creazione di "zone franche" dell’ordinamento, sottratte al controllo di costituzionalità” (Corte Cost., n. 394/2006 cit.).


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