L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























domenica 1 febbraio 2009

1984 29 OTTOBRE L'AVANTI PAG 22 BUSCETTA INTERROGATO COME TESTE A REBIBBIA 15 FEBBRAIO 1984 LA REPUBBLICA LA VENDETTA DEI CLAN ASSASSINATO A FREDDO FRATELLO DI UN PENTITO PALERMO 27 FEBBRAIO 1982 : MASSACRATO «ALL'ARIA» PIETRO MARCHESE BOSS UCCISO IN CARCERE A COLTELLATE IL MIO AMICO BORIS GIULIANO, UCCISO DALLA MAFIA

1984 29 OTTOBRE L'AVANTI PAG 22  Buscetta interrogato come teste a Rebibbia



La «commissione» decise l'omicidio di  Marchese 
Il boss pentito ha inchiodato alle sue responsabilità Michele Greco, che all'epoca era a capo del supremo organo della mafia

Per Tommaso Buscetta si è trattato di uno degli impegni meno problematici da quando ha deciso di mettersi a disposizione della giustizia italiana. «Don Masino» è rimasto tredici minuti soltanto davanti ai giudici della corte d'Assise di Palermo, in trasferta a Roma per raccogliere le dichiarazioni del «boss» mafioso.Non fosse stato per il gran numero di giornalisti e fotografi presenti alle sue spalle nell'aula bunker degli edifici giudiziari del carcere di Rebibbia, Buscetta avrebbe potuto dire di aver assolto oggi ad una semplice formalità.

Dell'uccisione di Pietro Marchese, assassinato il 25 febbraio di due anni fa nel carcere dell'Ucciardone nell'eterna lotta tra le cosche rivali, Buscetta ha potuto infatti dire ben poco. Ha confermato comunque che fu un delitto deciso dalla «commissione», l'organo mafioso più in alto di grado e composto dai «capo famiglia». Il delitto, naturalmente, aveva però il nulla osta di Michele Greco, capo della potente famiglia di Ciacuili e ritenuto, insieme con Filippo Marchese, cugino della vittima, il mandante dell'omicidio.

«So tutto questo ~ ha spiegato Tommaso Buscetta al presidente della corte Vincenzo Maurici - perché sono anch'io un uomo d'onore e come tale facevo parte dell'associazione». 

Tutto qui. Esattamente come aveva fatto pochi minuti prima, al momento dell'ingresso nell'aula, Tommaso Buscetta è tornato a ripararsi il volto con un paio di occhiali scuri e , scortato da due carabinieri, è rientrato nella sua cella di massima sicurezza.

Durante la breve deposizione fatta come teste, Buscetta ha risposto senza esitazioni ad alcune domande del pubblico ministero Domenico Signorino.

Elegantissimo, in un completo spezzato con giacca blu e pantaloni grigi, «Don Masino», 56 anni, ha detto che Pietro Marchese apparteneva alla stessa famiglia mafiosa dei Greco di Ciacuili capeggiata da don Michele. Sollecitato dal presidente della corte di «boss pentito» h a nuovamente ribadito che nessun delitto può avvenire nelle zone controllate dalia mafia senza il preventivo accordo dei capo famiglia che formano la «commissione». 

«Ogni tre «famiglie»  ha aggiunto Buscetta - dispongono di un loro rappresentante all'interno della commissione. E ' questo il capo mandamento delle tre famiglie territorialmente contigue. Non c ' è dubbio che l'uccisione di Marchese fu decisa dalla "commissione" nella quale era anche come capofamiglia Michele Greco».
La «caccia» a Pietro Marchese e al cognato Giovanniello Greco, sempre secondo la versione di Tommaso Buscetta, era nella logica della guerra di mafia che li vedeva come «traditori della loro "famiglia". Questo perchè essi si erano legati, erano anzi «intimi amici», ai capi della cosca avversaria, gente come Salvatore Inzerillo e Stefano Boutade.

E di Filippo Marchese, cosa sa «Don Masino»? Buscetta ha ricordato solo «era a capo della famiglia di corso dei Mille».
Si è parlato anche di un altro imputato «Pippo Cambino». Non sapevo - ha affermato Buscetta - che «Pippo» fosse un uomo d'onore, ma recentemente in carcere un amico mi ha detto che anche lui faceva e f a parte della famìglia «perdente» dei Bontade, o meglio era legato a Stefano Bontade perché solo il capo fu perdente e non il resto della famiglia che si è alleata con le cosche
vincenti tradendo il capo». Un'ultima battuta di Buscetta per dire di non aver mai conosciuto altri due imputati. 

Lo Presti e Lo Bocchiaro. La corte d'Assise rientrerà nel pomeriggio a Palermo. La deposizione dì Buscetta, anche lui trasferito subito dopo l'interrogatorio nel carcere di massima sicurezza a poca distanza da Roma, è stata fatta come audizione di
un teste a domicilio per motivi di sicurezza e all'udienza non erano presenti nè gli imputati nè i loro difensori.

15 febbraio 1984  La Repubblica  LA VENDETTA DEI CLAN ASSASSINATO A FREDDO FRATELLO DI UN PENTITO

PALERMO (g.c.) - La mafia lancia un messaggio minaccioso ed inquietante: alle rivelazioni dei "pentiti" comincia a rispondere col piombo, facendo ancora una volta "terra bruciata" attorno a personaggi che per motivi diversi non possono essere raggiunti direttamente dalla vendetta dei clan. Ieri sera è toccato a Mario Coniglio, 53 anni, fratello di Salvatore, uno dei mafiosi che da mesi collabora con la giustizia e che ha avuto un ruolo determinante nel processo contro gli assassini di Pietro Marchese. Coniglio è stato ucciso con tre colpi alla testa davanti a decine di persone in via Eugenio l' Emiro, nel rione Quattro Camere alla Zisa. E' stata un' azione fulminea: i killer sono arrivati a bordo di un vespone, erano in due e hanno sparato cinque colpi di pistola calibro 7,65 mirando alla testa. Mario Coniglio è caduto proprio davanti alla sua bancarella, privo di vita. L' allarme è scattato poco dopo le 17 ma i killer sono riusciti a far perdere agevolmente le loro tracce, lasciando però un segnale che non ammette dubbi: l' obiettivo è "Totuccio il traditore" e questa è la seconda esecuzione nel giro di tre giorni. Lunedì scorso gli assassini della mafia avevano bussato alla porta di Salvatore Anselmo, uno dei boss della Noce. E lo avevano fatto secco con tre colpi sparati da una Magnun 357, davanti agli occhi della moglie e dei figli. Anche Anselmo era legato a Salvatore Coniglio. Era stato lui infatti a introdurre il "pentito" nel giro della droga e probabilmente aveva pagato con la vita una scelta sbagliata. Con le sue confessioni infatti Coniglio aveva messo in difficoltà lo stesso Anselmo che era stato arrestato nel settembre scorso al termine di una vasta operazione di polizia condotta in diverse città italiane e conclusa con 53 mandati di cattura. le condizioni di salute di Anselmo (ma probabilmente un accenno di collaborazione con gli investigatori) avevano convinto i giudici a concedere gli arresti domiciliari un paio di settimane fa. Proprio in quei giorni Salvatore Coniglio (il figlio di quella che nel giro dei trafficanti viene chiamata "nonna eroina"), entrava nell' aula della Corte d' Assise di Palermo per testimoniare contro i tre killer di Pietro Marchese, il boss ucciso in carcere all' Ucciardone nel febbraio del 1982. I suoi ricordi, assieme a quelli di Vincenzo Sinagra e Tommaso Buscetta costituiscono l' asse portante dell' accusa contro Giuseppe Lo Bocchiaro, Gaetano Lo Presti e Giuseppe Gambino, considerati gli esecutori di una sentenza di morte decretata da Michele Greco e Filippo Marchese. Il pubblico ministero ha chiesto cinque condanne all' ergastolo e la sentenza è attesa fra pochi giorni. Ma prima del giudizio della Corte d' Assise è arrivata la vendetta della mafia.
dal nostro corrispondente

Palermo 27 febbraio 1982 : massacrato «all'aria» Pietro Marchese Boss ucciso in carcere a coltellate Ora è guerra anche all'Ucciardone Forse una atroce «punizione» dopo la clamorosa scoperta della grande centrale per la raffinazione dell'eroina Rotta la pace all'interno del vecchio istituto di pena - La vittima era uno dei killer che uccise Boris Giuliano?  

Dalla nostra redattone PALERMO — Ventinove coltellate che hanno chiuso un' epoca. L'esecuzione esemplare, nel carcere di Palermo, del boss di una banda férocissima (Pietro Marchese, 37 anni, presunto killer del vice questore Boris Giuliano), sembra sancire per sempre la fine di uno «statu quo» - durato 32 anni; dai tempi, cioè, del famoso caffè avvelenato a Pisciotta: adesso che la guerra di mafia ha fatto prepotentemente • irruzione fra le solide mura dell'Ucciardone, sono in molti — Investigatori e detenuti — a temere che proprio l'ex galera borbonica, zona tradizionalmente franca dai regolamenti di conti, divenga lo scenario inquietante di una nuova catena di sangue. E il clima è rimasto teso, nonostante la tempestiva Individuazione e il conseguente arresto, l'altra notte, del quattro • pugnalatori. Alcune guardie carcerarie sono consegnate negli alloggi. Si moltiplicano le richieste di trasferimento da parte dei reclusi. Giovedì, 9,30, all'ucciardone . 
E l'ora d'aria. Pietro Marchese, in compagnia di un amico rapinatore, Domenico Campora di 27 anni, sale le scale fra 11 secondo e 11 terzo plano " del * settimo «braccio» quello dei «giudicabili» e degli «appellanti». Tornano In cella, pochi minuti dopo la dettatura da parte di Marchese di un telegramma urgente (non si conosce ancora il testo) al suol legali. Un commando di killers li circonda. Non c'è scampo: i fendenti sono improvvisi e imprevisti per un «uomo di rispetto». Marchese sfigurato, spira in una pozza di sangue. Le lame riducono a mal partito pure Campora. In serata, per il suo ostinato mutismo, riceverà in corsia, all' ospedale civico, un ordine di cattura per favoreggiamento. • • Alle 11, un drappello di magistrati, poliziotti, carabinieri (coordinati personalmente dal procuratore capo della repubblica Vincenzo Paino), trova le armi del delitto. Nel cortile prospicente la sezione, teatro dell'agguato, salta fuori un sacchetto: contiene due coltelli «serramanico», appena lavati per cancellare ogni macchia di sangue. Poco dopo vengono rinvenute scarpe da tennis e una tuta da ginnastica, ancora Imbrattate. E In nottata, il commando acquista finalmente 1 volti di Pietro Cambino, 46 anni, macellaio, killer di professione, finito nelle mani della polizia, durante il blitz di Villagrazia (summit di mafia in corso, conflitto a fuoco, arresto di undici partecipanti, fuga di altri cinque, nell'ottobre scorso); Pietro Sorbi, detenuto per truffa e bancarotta, uomo del clan Bontate (oggi perdente, decimato, entrato per primo nel mirino della nuova mafia); Gaetano Lo Presti, 25 anni, presunto sicario del maresciallo dei carabinieri Vito - Jevolella («segugio» al quale non sfuggì il salto dalle rapine all'eroina di una banda di malavitosi); Giuseppe Lo Borchiaro, 32 anni, sospettato di aver ucciso Giovanni Riccobono (boss di Tommaso Natale, la • borgata agricola alle porte di Palermo che negli anni cinquanta fu resa tristemente famosa nel mondo per la sanguinosa faida fra i Riccobono e i Cracolici). Dei quattro, almeno tre 1 killers di professione. - Chi ha commissionato loro l'agguato? E chi era Pietro Marchese? «Hanno ucciso un ' uomo — commentavano alla Mobile — di enorme poten-, zlale criminale. E la riscossa* del "perdenti". Prima hanno consentito l'individuazione della raffineria della Borgata Sperone (droga per un valore di oltre 200 miliardi andata in fumo, primo e significativo scacco per i gruppi di mafia "emergenti" n.d.r.), adesso hanno portato morte all'Ucciardone, mirando molto in alto». Quanto? Varcata la soglia dell'Ucciardone nell'aprile del '79 per contrabbando di valuta che puzza di sequestri di persona, Pietro Marchese acquista maggiore notorietà mentre è già recluso. C'è chi lo riconosce nella voce che pochi giorni prima dell'agguato al capo della Mobile di Palermo annuncia al 113: «Giuliano morirà». Si Infittiscono le indagini sul suo conto. E tutte confermano le intuizioni del vice questore trucidato: Marchese, appare l'uomo simbolo di una gang di rapinatori che uccide, proprio perché coperta e collegata alle cosche dell'eroina. L'intera famiglia del Marchese meno di un mese fa, infatti, era alla sbarra Insieme a Leoluca Bagarella, capo dèi corleonesl, e alle «famiglie» di Altofonte, (sulle quali indagava il capo del carabinieri Emanuele Basile, anch'egli assassinato), per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Proprio per • prendere di petto un obiettivo cosi alto, hanno scelto uno scenario da manuale: nel '50, fra quelle stesse mura, veniva servito 11 famoso caffè alla stricnina a Gaspare Pisciotta, l'uomo che conosceva vita e morte del bandito Salvatore Giuliano, suo cugino; vino alla cicuta, un mese dopo, ad Angelo Russo, luogotenente di una delle tre «colonne» armate separatiste. Da allora, però, le cosche stabilirono un tacito compromesso: la «pax» mafiosa doveva regnare almeno all' interno dell'Ucciardone. Ora Un meccanismo sembra incepparsi. 

Saverio Lodato 


Il mio amico Boris Giuliano, ucciso dalla Mafia                               

Un   ricordo speciale del capo della mobile di Palermo assassinato il 21 luglio 1979

Luglio del 1979. Mi telefona da Palermo il vicequestore Giorgio Boris Giuliano. «Puoi spedirmi», mi chiede, «una copia di quella tua vecchia inchiesta sui cugini Salvo, gli esattori siciliani? L’avevo tra le mie carte, ma non riesco più a trovarla». «Certo», rispondo. Aggiungo incautamente: «Perché? Ci sono novità?». E lui: «Se anche ci fossero, credi che potrei raccontartele per telefono? Svegliati. Quando vieni a Palermo ne parliamo». Di che cosa si tratta? Dodici anni prima avevo pubblicato su l’Astrolabio un lungo articolo su Nino e Ignazio Salvo, i potenti esattori in odore di mafia che, con il voto favorevole dell’intera Assemblea regionale, lucravano un aggio del dieci per cento sulle tasse pagate dai cittadini siciliani. Nel 1970 Giuliano aveva indagato sul loro conto, sospettandoli, tra l’altro, di essere implicati nella scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. Se, a distanza di nove anni, riapriva le indagini sui due esattori e sul caso De Mauro, rapito e ucciso dalla mafia, secondo Giuliano, perché aveva scoperto l’origine mafiosa ( per conto terzi) del falso incidente d’aereo che aveva causato la morte del presidente dell’Eni, Enrico Mattei, qualcosa di nuovo doveva esserci. E c’era, anche se ci vorranno ancora cinque anni perché Giovanni Falcone provi l’appartenenza dei Salvo alla cosca mafiosa di Salemi e spicchi nei loro confronti un mandato di cattura. Ma Giuliano non proseguì le indagini sui due cugini. Il 21 luglio esce di casa ed entra nel bar d’angolo da solo, dopo avere ordinato all’autista e guardia del corpo di aspettarlo vicino alla macchina. Ordina un caffé e si accinge a berlo. E Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, uomo di punta di Cosa nostra e killer di provata esperienza, compare alle spalle del vicequestore e lo colpisce con una serie di colpi di pistola in rapida successione. I primi alle spalle e il colpo di grazia quando Giuliano è a terra. La mafia si è liberata di un pericoloso nemico.
Ma chi era Giuliano? Un mastino come Jack Petrosino, il poliziotto italo- americano ucciso anche lui dalla mafia settant’anni prima? Un’analogia soltanto apparente. Petrosino era un uomo rozzo e incolto, poliziotto per istinto, svelto di mano e di pistola come i suoi avversari della “Mano nera” americana. A naso, aveva capito che le radici dell’organizzazione mafiosa statunitense erano “made in Sicily”. Ed era venuto a Palermo, da solo, per indagare sul fenomeno. Ma l’iniziativa fu giudicata una sfida dai mafiosi del tempo. Appena sbarcato in città, nella popolosa piazza Marina, fu ucciso con un solo colpo di pistola sparato da mano esercitata.
“SACCO” DI PALERMO E NARCOTRAFFICO
Di tutt’altra pasta Giuliano. La mafia non è più quella del 1909 e lui non è, come Petrosino, uno sceriffo solitario. In diciassette anni di servizio a Palemo vede di tutto e indaga su tutto, dalla guerra a colpi di tritolo tra i clan di La Barbera e di Torretta alla strage di viale Lazio, dalla morte di Mattei alla scomparsa di Mauro De Mauro. Dall’insorgenza della mafia di Corleone, guidata da Liggio, Riina e Provengano, in marcia verso la conquista dell’intero territorio mafioso siciliano, all’alleanza tra i clan corleonesi e quelli catanesi. E, soprattutto, al traffico di droga. Quando Giuliano arriva in Sicilia, la mafia ha cominciato a trasferirsi dalla campagna in città. Non è più quella del feudo, dei mezzadri e delle lupare. È quella del “sacco di Palermo”, delle grandi speculazioni edilizie, dell’abbattimento delle splendide ville in barocco per la costruzione di anonimi e brutti caseggiati. E ha scoperto l’importanza e la convenienza del narcotraffico. Giuliano intuisce che il “clan dei marsigliesi” ha perso il monopolio in Europa della raffinazione dell’eroina e che le raffinerie della droga si sono trasferiti dalla costa azzurra al palermitano. Sequestra all’aeroporto di Punta Raisi due valigie con 500.000 dollari. E nello stesso tempo, a New York, i federali scoprono un ingente carico di eroina raffinata proveniente da Palermo. È la prova che la droga si raffina in Sicilia e dalla Sicilia si diffonde in Europa e negli Stati Uniti.
Quando Giuliano entra nella squadra mobile, i pentiti non ci sono ancora e delle famiglie mafiose si sa poco. Gli investigatori lavorano in condizioni precarie, senza un coordinamento efficace, affidati alle iniziative personali e alle soffiate di qualche confidente. Giuliano introduce tra i suoi collaboratori, che l’idolatrano ( ma lui minimizza, ridendo) il lavoro d’équipe. Assegna a ogni poliziotto compiti e responsabilità precise. Controlla capillarmente il territorio palermitano, opera una mappatura delle famiglie mafiose, crea un archivio che va sempre più colmandosi di preziose informazioni. Collega persone, avvenimenti, indizi. Si inchioda per ore al tavolo di lavoro, gira per Palermo e per l’Italia, va e viene dagli Usa e dal Canada, alla ricerca di collegamenti tra “Cosa nostra” siciliana e la mafia degli Stati Uniti. Collabora attivamente con i colleghi d’oltreoceano. Usa la penna e il cervello molto più della pistola che pure sa adoperare alla perfezione. In diciassette anni, passo dopo passo, arriva al centro del crocevia che collega pregiudicati e insospettabili, mafia, grandi affari interbancari, banche, droga, politica, potere. È un ‘ punto di non ritorno’. Lo sa ed è guardingo. Ma non basta. Al momento buono, il killer fa il suo lavoro con professionalità esemplare.
DA MESSINA A PALERMO
In quel maledetto 21 luglio le agenzie di stampa trasmettono con grande evidenza le prime notizie sull’omicidio. Le leggo sulla telescrivente della sala stampa della Camera dei deputati. E piango, perché Giuliano era uno dei miei più cari amici, dai tempi del liceo. Che sarebbe diventato un giorno un poliziotto famoso, nella Messina dei primi anni cinquanta del secolo scorso non lo si sospettava di certo.
Come non si sapeva di quel suo secondo nome, Boris, che lui allora teneva nascosto. Per noi, suoi coetanei e amici, era soltanto Giorgio, uno dei nostri, uno dei giovani che, tra una lezione all’Università e una sosta al bar, cercavano più o meno consapevolmente la propria strada. Giorgio era intelligente e ricchissimo di “humour”. Piccolo e scattante, era una delle punte più apprezzate della squadra universitaria di basket. Come facesse ad arrivare al canestro era un mistero. Ma ci arrivava, e spesso, con balzi incredibili che mandavano in visibilio i suoi fans. Ci vedevamo quasi ogni giorno, Poi, dopo la laurea, le nostre strade si divisero. E nel 1962, inaspettata, la notizia: a trent’anni suonati, Giorgio aveva vinto il concorso in polizia ed aveva chiesto di essere mandato a Palermo. Dopo un corso di specializzazione in America ( Fbi e Dea, l’ex Narcotic bureau, resteranno suoi punti di riferimento costanti), il neo- commissario si catapulta nel capoluogo siciliano con la stessa foga che manifestava sul campo di pallacanestro. Prima alla sezione omicidi, della quale diventa rapidamente il capo, e poi alla guida della squadra mobile con il grado di vicequestore.
IL POLIZIOTTO E IL GIORNALISTA
Rivedo Giorgio alla fine degli anni sessanta, quando l’Astrolabio mi spedisce in Sicilia per una serie di servizi sulla mafia. Naturalmente, è la prima persona che incontro. E che vedrò spesso nelle mie escursioni a Palermo. Grande cordialità e antichi ricordi. E poi passiamo al sodo. Lui fa subito una premessa: «Intendiamoci fin dall’inizio. Ci sono delle cose che non ti posso dire e che non ti dirò, neanche sotto tortura. Altre che ti dirò, ma che tu dovrai impegnarti a non scriverne. Se lo farai anche una sola volta, verrò a Roma a romperti la faccia e la nostra amicizia finirà lì. E altre ancora di cui potrai farne l’uso che vorrai nei tuoi articoli». Un patto rispettato in pieno dalle due parti. Ma il commissario non è cambiato. Non faresti una carriera più rapida e sicura in una sede diversa, magari a Roma? Un lampo di malizia negli occhi e poi: «Se si decide di fare il poliziotto, ci si deve mettere in testa di arrestare i delinquenti che a Palermo, certo, non mancano. A Domodossola mi sarei sentito un disoccupato». Semplice, vero? E per dimostrare l’assunto, proprio in quei giorni consegna alla magistratura un rapporto esplosivo sul traffico degli stupefacenti che prelude all’arresto di ventuno grossi nomi della mafia siculo- americana e a un processo da prima pagina. Sul banco degli imputati siedono John Bonventre, vicecapo della “famiglia” Bonanno, Frank Coppola ( detto “Frank tre dita”, perché le altre due della mano destra le aveva lasciate incastrate in una cassaforte che non riusciva ad aprire, anni prima a New York), Frank Garofano, il capomafia siciliano Giuseppe Genco Russo, Diego Plaja, Vincent Martinez, Sasà Vitaliti, Gioé Imperiale. Assenti, Joseph Bonanno, alias Joe Bananas, Magaddino, Santo Sorge e numerosi altri irreperibili, in Sicilia e in America. Sono udienze incredibili. Nessuno sa niente, nessuno ha fatto niente. Garofano, arrestato personalmente da Giuliano, cade dalle nuvole nel vedere l’ingente capitale in dollari e in lire custodite nella sua cassaforte a muro. «Ma chi ce li ha messi?», esclama. Vitaliti risponde al giudice che l’interroga su un lontano episodio: «Non so chi mi abbia sparato contro a New York nella notte di San Silvestro di trentuno anni fa. Era una notte di festa e io ero sulla porta del mio store. Forse qualcuno l’ha fatto per allegria». E nessuno, naturalmente, sa niente di droga.
Il processo si conclude, come avveniva allora in quasi tutti i processi per reati di mafia, con una lunga serie di assoluzioni per insufficienza di prove. Giorgio non è sorpreso, soltanto amareggiato. Ironizza: «I giudici che si occupano di mafia dovrebbero andare a prenderli in Alto Adige». Non era ancora la stagione dei maxiprocessi, delle condanne esemplari e del sacrificio di eroici servitori dello Stato come Chinnici, Terranova, Falcone e Borsellino. Intendeva dire che, inevitabilmente, i magistrati che vivevano in Sicilia, che avevano famiglia in Sicilia, erano i più esposti – se non a pressioni vere e proprie – a condizionamenti psicologici ai quali era molto difficile sfuggire. «E ora», aggiunge Giorgio, «andiamo a raccoglierli col cucchiaino». E’ buon profeta. Pochi giorni dopo, Gioé Imperiale, il “re delle pompe di benzina”, cade sotto il piombo di altri mafiosi. È il primo di una serie che negli anni successivi si allungherà in modo impressionante.
Fra gli episodi che Giuliano mi racconta, autorizzandomi a scriverne, ce ne é anche uno singolare, sintomatico del silenzio che cuce le bocche degli “uomini di rispetto”. Gli era stato chiesto di andare a interrogare in carcere il vecchio capo mafia Giuseppe Genco Russo per una vicenda tutto sommato banale: un grosso abigeato consumato nelle zone siciliane che Genco Russo conosceva bene. Non può dire di no, ma va all’Ucciardone a malincuore. Sa che non caverà un ragno dal buco. Appena si apre la porta della cella, il detenuto, quasi cieco per una cateratta, sa già chi è il suo visitatore. Non ha bisogno di guardarlo: «Buongiorno, commissario». E Giuliano: «Buongiorno, zù Peppi. Ci avissi a fari nu paru ‘ i dumanni supra a certi vacchi ( dovrei farle alcune domande su certe vacche)». La risposta è raggelante: «Vacchi? E chi ssu ‘ i vacchi? ( che cosa sono le vacche?)». Genco Russo nega l’esistenza della razza bovina. E a Giuliano non resta che salutare ed andarsene: «Grazie, zù Peppi e arrivederci».
Perché viene assassinato Giuliano? Non è una vendetta. Cosa nostra non si vendica, non uccide quando sa che l’omicidio produrrebbe un contraccolpo da parte dello Stato, tale da mettere in pericolo l’organizzazione mafiosa. Può sembrare paradossale, ma la mafia uccide per paura, paura dei danni che l’avversario le può arrecare, più gravi e irrimediabili di quelli che le ha inferto nel passato. Così, Falcone non viene ucciso per aver fatto parlare Buscetta e per l’organizzazione del maxiprocesso, ma per ciò che avrebbe potuto fare al ministero di Grazia e Giustizia e, più ancora, alla guisa della Direzione Antimafia. Così, Giuliano viene ucciso più per le sue intuizioni che per le sue azioni, perché, continuando a camminare sulla strada che aveva tracciato, sarebbe arrivato a impartire dure sconfitte alla mafia.
«LA PISTOLA? E CHE LA PORTO A FARE?»
Giorgio sapeva che la sua vita era in pericolo. I segnali erano chiari. E il 29 aprile era arrivato un avvertimento inequivocabile. Pietro Marchese, mafioso di tutto rispetto della “famiglia” di Ciaculli ( si saprà dopo chi era l’autore anonimo della minaccia), aveva telefonato in questura: «Uccideremo Giuliano». Il vicequestore non se ne curava. Nei primi anni non girava armato. «Ma tu», gli chiedo mentre passeggiamo lungo viale della Libertà, «non hai con te una pistola? ». Lui sorride: «E che la porto a fare? Se decidono di farmi fuori non farei in tempo ad estrarla». Poi l’avevano convinto a portarla. Non gli è servita. Se avesse avuto una piccola frazione di tempo, forse si sarebbe salvato. Non gli è stato data. Aveva ragione lui.
Quando arriva in questura la notizia dell’omicidio, l’intera squadra mobile si precipita sul posto. «È vero, è lui, è Giuliano». Gli agenti piangono, ma prendono subito una decisione. Formano un cordone intorno al bar. Impediscono ai giornalisti, ai fotografi, ai curiosi di avvicinarsi al corpo del vicequestore. Nessuno lo vedrà da morto. Nessuna fotografia sarà scattata sul cadavere. Giuliano dovrà essere ricordato vivo. Al suo funerale partecipa mezza Palermo.

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