L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























sabato 27 giugno 2009

pertini sandro


pertini sandro





Lo arrestano la prima volta, come si è detto, il 22 maggio del 1925 per avere distribuito, cin­que giorni avanti, il 17, a Stella, verso le 10, appena sceso dall' autocorriera da Savona, copie di quello che il maresciallo capo dei carabinieri di Stella, Salvato­re Pellegrini, che insieme al bri­gadiere Pietro Pes del commissariato di Pubblica Sicurézza di Savona ha eseguito il fermo, ' chiama «0 qui imito manifesto».
Come continua il verbale di ar­restò: «Altre copie del medesimo stampato erano state spedite per posta a Stella, a quella società cattolica che, appena ricevute,
dicesi averle subito bruciate».
Gli perquisiscono la casa, tro­vando ili camera da letto altre 14 copie piegate, pronte per essere spedite, è cento copie sul tavolo. Pertini non nega la propria
attività, e nemmeno la sua fede politica. Ancora secondo il ver­bale citato: «Il Pertini Alessandro(...) ha liberamente confer­mato la sua attiva é infrenabile propaganda contro l'attuale go­verno. ^i è un tesserato del Partito socialista unitario, ed ha ammesso di avere distribuito le copie del manifesto in tutto il circondario di Savona e ih parte in quello di Imperia, parte a ma­no propria ed altre mediante pli­chi spediti alle società ex com­battenti e a quelle cattoliche».
Perché ai cattolici? «Perché non si trattava di convincere i miei compagni di partito, ma co­loro che ancora non avevano preso posizione, e tuttavia tale, enorme udienza avevano nella coscienza degli italiani». Una so­la cosa Pertini non vorrà dire: dove abbia stampato il manifesto.
Lo rinchiudono nelle carceri di Savona dove il 23, alle cinque di pomeriggio, Pertini viene in­terrogato dal sostituto procura­tore del re Emesto Buia. Anche in questa occasione non ha diffi­coltà ad ammettere di avere di­stribuito «il foglio stampato a mie spese, e per opera di una ti­pografia che non intendo nomi­nare, fuori Savona. Il manifesto ha la veste di un giornale, dopo il titolò generale di
 Sotto il bar­baro dominio fascista, reca una serie di articoli tutti in qualche modo collegati  al delitto Mat­teotti.

IL processo, è il primo di una lunga serie; non interrompe l'at­tività antifascista di Pertini. E' la notte fra il 9 e il 10 giugno 192S, mentre mancano poche ore al primo anniversario dell'assassi­nio di Matteotti. Fingendo di ar­rivare da Genova con l'ultimo treno, Pertini esce dalla stazione di Savona con un pacco sotto il braccio, avviandosi verso l'anti­ca fortezza dove, come ricorda una lapide, è stato detenuto Mazzini. Lo attendono alcuni giovani comunisti, mandati dai foro segretario. Aglietto. L'idea è quella di appendere una corona con la scritta: «Gloria a Giacomo Matteotti», su nastro rosso, sotto alla lapide di Mazzini. E' in arri­vo ima squadra di camicie nere, se ne sentono i passi. Pertini e gli altri si rifugiano dietro una sie­pe, dalla quale escono appena la squadra è passata. E' Pertini che appende la corona. L'indomani gli operai dell'Uva, che è situata nei paraggi della fortezza, nel re­carsi al lavoro possono scegliere  la corona e leggere la scritta pri­ma che verso le 11 di mattina venga rimossa dalla polizia.

Su Pertini ricade la rabbia dei gerarchi, fra cui un certo Isola che spadroneggia a Savona. Po­chi giorni dopo mentre si reca al­lo studio viene aggredito e percosso da un gruppo di fascisti.
Le aggressioni saranno cinque o sei, Pertini non ricorda bene. Più volte viene medicato all'ospedale di Savona dove, secondo l'u­so, lo accompagnano gli stessi
aggressori. Le bastonature av­vengono in pubblico, ma la poli­zia non interviene. E' Pertini al contrario che viene accusato di provocazione per essere uscito dì casa, il 1° maggio di un anno dopo, con la cravatta rossa ai collo., La polizia interverrà sol­tanto nell'estate del 1926 dopo una sessione particolarmente dura  che obbliga Pertini a passa­re la notte in ospedale. Fermano uno dei responsabili: un operaio disoccupato che si è venduto per fame ai fascisti. Pertini rifiuta di sporgere querela- contro di lui.
Quanto al commissario che ne ha ordinato l’arresto, pagherà il suo zelò con il trasferimento in .Sardegna.  

La drammatica estate del '78 Sono in molti a sapere quello che Pertini vorrebbe: essere no­minato senatore a vita, come de! resto è toccato a un altro presi­dente della Camera, Giovanni Leone, prima dì essere chiamato al Quirinale. Ottantadue anni non sono-pochi, anche se lui li porta splendidamente; l'uomo del resto ha talmente meritato dalla repubblica da avere bene il diritto di evitare le fatiche di una campagna elettorale a venire.

Cosi, nell'attesa di un seggio va­cante al Senato, dove potrebbe raggiungere 0 vecchio Nenni, Pertini conduce a Roma la vita di sempre: le prime teatrali, le vi­site alle gallerìe d'arte, le serate trascorse nella pace di casa, con la moglie Carla, qualche intervi­sta. Ma è il 1978, l'anno dram­matico della repubblica, a ripor­tarlo, come si direbbe, in attività di servizio.

Il 1978 ha visto il rapimento e la morte di Aldo Moro, che malgrado le ansie, le paure, il gusto dell'attesa («Doveva», ricorderà Nenni che gli era stato vice-presidente del Consiglio, «mettersi d'accordo prima con se stesso poi con me, quindi con i suoi amici di partito, infine di nuovo con se stesso, e il tutto diventava estenuante»), poteva egualmen­te essere considerato uno dei maggiori uomini di Stato, di par­tito e di potere nella storia della repubblica, indubbiamente un personaggio di grande superiorità intellettuale. Craxi e SIGNORILE tengono a Torino il loro congresso del partito, il partito del garofano rosso, che si pronun­cia per l'alternativa, non ancora per l'alternativa socialista, ma già in chiave di dubbio circa la politica di compromesso stori­co, cioè di dialogò fra cattolici e comunisti.

Muoiono due papi, in questo straordinario 1978: Paolo dopo un lungo pontificato, e Giovanni Paolo I, il papa dal sor­riso mite, dopo un brevissimo quest'ultimo, per lasciar posto alla prepotente figura di un pontefice venuto dal freddo, U papa polacco dal nome ancora difficile da pronunciare. Un pa­pa che si chiama Karol Wojtyla.

E ancora: se ne va in anticipo Giovanni Leone, per difendersi meglio, come dice lui, dalle ac­cuse che  vengono  rivolte,  una volta ridiventato in privato cit­tadino,  
pater familias  adesso è in esilio alle Ruhge, la villa lun­go là Cassia, fuori Roma, con la moglie, coi figli e, aggiunge, con  tanta amarezza nell’animo.-

Si apre cosi dal 15 giugno all'8 luglio uno dei più lunghi  periodi di vacanza presidenziale della repubblica, anche se Fanfanì, che regge l'incarico nella sua ve­ste di presidente del Senato, cioè di secondo cittadino dello Stato, non perde occasione per mo­strarsi in pubblico, probabil­mente per far sapere che qual­cuno adatto a trasferirsi per sette anni al Quirinale c'è, esiste, è questo stesso Fanfanì, che fra 1'altro ha promesso alla moglie Maria Pia, di farne la  first lady della repubblica.

In questa estate del 1978 Per­tini ha poco meno di 82 anni e si proclama «più giovane dei gio­vani»; allorché per la prima vol­ta il suo nome entra nella rosa dei candidati per il Quirinale si affretta a ricordare: «Mia madre è morta a novantun anni, ma a causa di una caduta. Un mio fra­tello è arrivato a novantaquattro anni, e una mia sorella a novantatre. Appartengo ad una famiglia longeva    e, consentitemelo lucidissima».

Giolitti, che  agli inizi ap­pare come il candidato con maggiori probabilità dì successo, in una intervista telefonica a Lietta Tomabuoni, dar Bruxelles, ribatte che le candidature  degli anziani  sono «un fenomeno italiano, che qui suscita grande sorpresa.

I ministri europei sono stupiti nel vedere affiorare i nomi di uomini  i cui equivalenti, nei loro paesi, sono sorpassati da alme­no due generazioni politiche: è come se fossero ancora personalità di primo piano Bidault in Francia, Ehrard in Germania.

Questa nostra miracolosa longe­vità politica comporta una ten­denza a coltivare memorie de­gne, ma lontane dal presente, a ripiegarsi sul passato». Pertini quando vuole sa avere la battura pronta. Così l'indomani fa il giro dei giornali questa replica che gli viene attribuita: «L'identikit del presidente della repubblica è che deve essere alto, giovane, bello e senza pipa». E ancora: «Forse Giolitti non ricorda di avere avuto un nonno che è stato presidente del Consiglio a ottant'anni».
E' stato Craxi a voler forzare i tempi, sollecitando, anzi preten­dendo, per l'alta carica un socia­lista, e soprattutto Giolitti che fin dagli inizi è il candidato ii numero
uno del partito. La DC senza Mo­ro non ha saputo rispondere  di no, anche perché l'eventuale ri­tiro dei socialisti dalla maggio­ranza di governo vorrebbe dire o una crisi, irrimediabile, e probabilmente le elezioni anticipa­te. o l'ammettere come ufficiale e dichiarato quel compromesso storico che al momento rimane ancora strisciante e segreto. Co­sì prende corpo la rosa dei papabili socialisti che alle prime bat­tute comprende Norberto Bob­bio, un laico, Giolitti e De Marti­no, ai quali si aggiungono in se­guito Massimo Severo Giannini, Giuliano Vassalli e Sandro Perti­ni. Mentre i partiti si studiano, si incomincia con dei candidati di bandiera, Nenni per i socialisti, Amendola per i commisti, Gonella per la De. «Trent'anni do­po», commenta Amendola, «sia­mo sempre noi».

La mattina del 7 luglio Giolitti è praticamente già al Quirinale: ci stanno i comunisti, anche se un poco a malincuore perché Giolitti con tutto il rispetto che
lo circonda, è pur sempre un transfuga del partito, dopo i fatti d'Ungheria; ci stanno i democri­stiani che hanno spedito Piccoli  al Raphael, l'albergo dove risiede, qui a Roma, il segretario so­cialista Craxi, per dire che su Giolitti ci si può mettere d'accor­do, n giorno prima, il 6, Pertini è ritornato un ultima volta alla ri­balta per recitare la formalità degli addii. B' andato dagli elet­tori socialisti, ha fatto chiamare fuori Signorile, e gli ha conse­gnato un pezzo di carta; «E' la mia rinuncia alla candidatura.

Volevo che tu la leggessi prima di consegnarla ai giornalisti. Co­si vi tolgo dall'imbarazzo». Ma sono i colpì dì coda dei veti in­ crociati, la vecchia ruggine che divide La Malfa dai socialisti, à far crollare, contro le previsioni, la candidatura di Giolitti. E' in tal modo che Pertini ritorna a galla.

L'assemblea dei parlamenta­ri De si riunisce nella notte a piazza del Gesù, decidendo, con 251 voti favorevoli, 48 contrari, 27 astenuti, e un centinaio di assenti, di votare Pertini. Nella se­rata del 7 un suggerimento di­screto è arrivato a piazza del Ge­sù anche da via delle Botteghe  Oscure: Il nome di Pertini, dico­no i comunisti, è il solo modo per . uscire senza traumi dall'impasse.
 Dello stesso parere è Oddo Biasini, che funge da vicario di La Malfa. Sabatò 8 luglio, alle  12,58 secondo i Cronisti parla­mentari. alle 13 secondo l'orologio della Camera, Sandro Pertini viene eletto al sedicesimo scruti­nio con una votazione senza pre­cedenti: 832 consensi su WS vo­tanti. Domandano a Craxi, se non si senta sconfitto, lui che aveva puntato su Giolitti e Craxi, da grande politico: «Sconfitte dì tale genere vorrei conoscerne una al giomo».

RAFFAELLO UBOLDI

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1 commento:

UN CRISCI MANCU ERBA ha detto...

amministratori che ricopritr caricke al comune di isiola non spendete denari per consigli su cosa fare tanto cè un esperto L'ANIMATORE di questo blob e va dato merito di essere preparato ma PORTA SFIGA A TUTTI E DOVE SI METTE UN CRISCI MANCU ERBA