L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























giovedì 16 luglio 2009

Mafia Carini Capaci Isola delle Femmine e dintorni

Comuni sciolti per mafia 25 09 09
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Stangata al clan Lo Piccolo in cella boss e insospettabili


Repubblica — 26 gennaio 2007 pagina 2 sezione: PALERMO


Per un paio di mucche e una decina di forme di caciocavallo rubate da una masseria di Torretta, nel 2003 stava scoppiando una vera e propria guerra di mafia tra i "pezzi da novanta" di Palermo, Carini e Torretta. Una guerra che fu scongiurata grazie all' intervento del numero due di Cosa nostra, il latitante Salvatore Lo Piccolo, definito dai boss «la testa dell' acqua», e forse anche di Bernardo Provenzano, che chiamavano «l' alto dei cieli». è stato ascoltando questa e altre conversazioni che un ex vice capo della Mobile e la moglie, funzionario della sezione Misure di prevenzione della questura, hanno fatto partire l' inchiesta denominata "Occidente" che ieri si è conclusa con una retata della squadra mobile. Quarantasei le persone arrestate o raggiunte in carcere da un' ordinanza di custodia cautelare: boss, picciotti, imprenditori che gestivano piccoli e grandi affari in una vasta zona del Palermitano, dalla borgata di San Lorenzo fino a Carini. Nell' inchiesta seguita da vicino dal questore Giuseppe Caruso, che in questi mesi ha inanellato una serie di colpi contro la criminalità organizzata a cominciare dall' arresto di Provenzano, è finito anche un insospettabile ragioniere commercialista, Girolamo La Porta, 59 anni, che aiutava le cosche a riciclare le grandi somme provenienti dalle attività illegali. Il suo studio di Partanna Mondello è stato perquisito da cima a fondo, e tra le carte gli investigatori hanno trovato tracce del riciclaggio e degli affari conclusi anche al Tribunale fallimentare, dove amici degli amici segnalavano e forse anche truccavano le vendite di aziende, terreni e fabbricati che finivano poi a prezzi stracciati nelle mani dei boss. Indagato anche il boss latitante Vito Roberto Palazzolo, da anni in Sudafrica. Le imprese fino a ieri "pulite" operavano nei settori dell' edilizia e dei trasporti: nel mirino sono finiti esercizi commerciali di alimentari e di elettronica assieme a depositi bancari e beni immobili, tra i quali un vasto appezzamento di terreno sul quale è in costruzione un complesso turistico-alberghiero. Un patrimonio, quello finora individuato, che è stato sequestrato dalla polizia. Ma accanto all' attività imprenditoriale, c' erano anche le estorsioni ai danni di imprenditori estranei a Cosa nostra, alcuni dei quali hanno costruito quella piccola città che sta sorgendo a Villagrazia di Carini, in prossimità dell' autostrada per Punta Raisi. Le indagini della squadra mobile, coordinate dal procuratore aggiunto della Dda Alfredo Morvillo e dai sostituti Annamaria Picozzi, Domenico Gozzo e Gaetano Paci, hanno mostrato che alcuni imprenditori, arrestati nel blitz, assumevano fittiziamente la titolarità di beni e attività, in realtà di proprietà di mafiosi. In alcuni casi gli imprenditori avevano costituito con i boss vere e proprie società di fatto. Tra gli arrestati vecchi cognomi mafiosi, come quelli dei Gallina, degli Sparacio, dei Bruno, dei Pipitone, dei Biondo e dei Biondino ma anche incensurati o personaggi con preecedenti di piccolo spessore, come Angelo Conigliaro, l' anziano che si è rivelato un vero boss. Seguendo la pista della guerra di mafia che stava per scoppiare tra le cosche per una serie di furti di mucche e caciocavalli, intercettata in diretta dagli investigatori, si è scoperto che la "pace" e le successive riunioni per decidere la spartizione degli affari avevano come scenario due ristoranti: "La locanda di San Giorgio", nei pressi della stazione ferroviaria di Carini, e il "Vecchio Mulino", a Torretta. Addirittura, per stare più tranquilli e senza essere disturbati da orecchie e occhi indiscreti, il giorno della "pace" fu requisito il ristorante "Vecchio Mulino", dove una trentina di boss si riunirono per sotterrare l' ascia di guerra. «Scene da vecchia mafia americana - racconta un investigatore che ha partecipato alle indagini - summit con tanto di boss che giungevano sul posto a bordo di automobili guidate da autisti personali che poi controllavano la zona circostante. - FRANCESCO VIVIANO

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/01/26/stangata-al-clan-lo-piccolo-in-cella.html

Un esercito di imprenditori prima vittime e poi complici

Repubblica — 26 gennaio 2007 pagina 2 sezione: PALERMO


Il tesoro di Salvatore Lo Piccolo, il padrino più potente della città, ricercato da 23 anni, era custodito da una schiera di insospettabili imprenditori, che erano prestanome e riciclatori. Eppure, un tempo pagavano anche loro il pizzo. «Ritenendo di poter lavorare meglio si sono trasformati da vittime in carnefici»: così i pm Domenico Gozzo, Gaetano Paci e Annamaria Picozzi hanno voluto introdurre le mille pagine dell' atto d' accusa. Quegli imprenditori si sono prestati a costituire società di fatto con i mafiosi, «finendo persino per commettere estorsioni ai danni dei loro colleghi», spiegano i magistrati. Le cimici della squadra mobile hanno svelato molti segreti. Poi approfonditi dalla sezione Misure di prevenzione della questura, diretta da Sara Fascina. Il tesoro era in 26 società, che operavano soprattutto nel settore edile. Con i conti bancari e gli immobili il sequestro ammonta a 16 milioni di euro. L' imprenditore Lorenzo Altadonna era il più attivo: i mafiosi di Carini gli avevano messo in mano moltissimi soldi per la realizzazione di un complesso turistico a Villagrazia, in contrada Predicatore. Il terreno di 160 mila metri quadrati risultava già disponibile, il progetto era pronto, soldi sarebbero arrivati anche da «Roberto l' africano». Secondo le indagini si tratta di Vito Roberto Palazzolo, il manager latitante in Sudafrica. Altadonna non aveva problemi a gestire grandi e piccoli investimenti, a disposizione aveva la ditta sua e della moglie, Pierina Fiorello. Poi, ancora, l' Azzurra costruzioni, la Edil Carini e la Pcn srl. Tutte sequestrate. L' ultima idea di Altadonna era di comprare capannoni alle aste fallimentari. Naturalmente con i soldi di Lo Piccolo. Francesco Sparacio era specializzato nei trasporti. Era il vettore di riferimento dei supermercati Sisa. Adesso anche la sua ditta verrà gestita da un amministratore giudiziario, perché i magistrati hanno il sospetto che fosse un altro investimento del clan. Il padrino più autorevole, Vincenzo Pipitone, credeva molto nel settore. Entrava e usciva dalla Tnt come fosse di casa: «Vieni da me», gli diceva Gioacchino Sapienza, anche se non era il titolare dell' azienda. Ma Sapienza era una vera autorità con le sue quattro società. Però i padrini del mandamento di Lo Piccolo continuavano a preferire la tradizione: ecco perché erano stati reclutati altri prestanome per l' edilizia. Saverio Privitera aveva messo a disposizione la Oirevas costruzioni. Giovanni Cataldo aveva messo sul piatto degli investimenti mafiosi due società. Secondo la ricostruzione della Procura, sarebbe stato ricompensato a dovere. Ma da qualche tempo, ormai, i mafiosi avevano cominciato a sentire puzza di indagini. E avevano diversificato gli investimenti per ripulire i capitali. Le indagini della polizia e le verifiche del nucleo speciale di polizia valutaria della Finanza hanno evidenziato un giro strano e vorticoso di transazioni fra società che si occupano di elettronica e informatica. Il gruppo di imprenditori che le gestivano sarebbero stati a completa disposizione della "famiglia" di Carini. Anche loro insospettabili: Giorgio Iaquinoto, con la Giellei Electro trading, che ha sedi a Castelvetrano, Ragusa e Marsala; Vincenzo Curulli, intestatario di due ditte; Michele Cardinale, con la Roma electro service. A Palermo i prestanome non sono mai mancati. Andrea Bruno, in carcere per mafia, faceva gestire la sua Salumeria Doc, in via Caduti sul lavoro, a Davide Pedalino, anche lui finito in manette per questa e un' altra intestazione fittizia (alcune quote della trattoria Quattro fari di viale Regione Siciliana 2645). Pure l' imprenditore Giuseppe Gelsomino sarebbe stato manager occulto dei mafiosi: per questo gli sono stati sequestrati il Giardino della frutta di via Aquileia e il centro Wind di viale Lazio. Le manette sono scattate per altri tre prestanome: Antonietta, Giorgio e Giuseppe Cuccia. I boss gli avrebbero affidato alcuni magazzini in viale Regione. s. p.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/01/26/un-esercito-di-imprenditori-prima-vittime-poi.html

Un milione di euro per il grand hotel la Regione rischiò di finanziare i boss

Repubblica — 31 gennaio 2007 pagina 4 sezione: PALERMO

di cronaca) salvo palazzolo L' identikit del sicario di Tommaso Natale diventato influente imprenditore guida le ricerche della squadra mobile diretta da Piero Angeloni. Ma non è soltanto un volto che gli investigatori stanno cercando. In Procura i sostituti Domenico Gozzo, Gaetano Paci e l' aggiunto Alfredo Morvillo provano a ricostruire cosa sia diventato oggi Salvatore Lo Piccolo. Ed è una corsa contro il tempo. Perché di tempo ne è stato sprecato già tanto: fino al 1999 nessuno cercava Lo Piccolo. E lui passeggiava per Palermo senza problemi. Poi le prime parole del pentito Isidoro Cracolici misero in guardia: «è già diventato potentissimo». Ma l' antimafia ha avuto sempre mezzi limitati, si sa, e prima di Lo Piccolo è passata sempre qualche altra priorità. Adesso l' ultimo blitz ordinato dalla Procura, quello che nei giorni scorsi ha portato in carcere 46 persone, apre uno spaccato preoccupante sulla mafia che resta dopo Bernardo Provenzano. Mafia degli affari e delle insospettabili complicità. Il mandamento guidato da Salvatore Lo Piccolo poteva contare su un brillante imprenditore, Lorenzo Altadonna, una vera celebrità a Carini per i suoi investimenti nel settore dei supermercati. Aveva un volto talmente pulito che non ebbe grossi problemi a ottenere un contributo da parte dell' assessorato regionale al Turismo, nell' ambito del Por Sicilia 2000-2006. Con quei soldi, il manager fidato dei boss progettava di realizzare un sontuoso albergo in contrada Predicatore, a Villagrazia di Carini. Il terreno di 160 mila metri quadrati era stato già acquistato, con i soldi di tanti investitori occulti, niente altro che una cordata di boss. La pratica, intestata alla moglie di Altadonna, Pierina Fiorello, era andata avanti senza problemi nei palazzi della Regione. Il decreto di finanziamento porta la data del 5 marzo 2004, la Corte dei conti aveva regolarmente registrato, il successivo 28 aprile. Importo: un milione 21.956 euro. I mafiosi gioivano: «Lui ha in tasca due miliardi», diceva uno dei boss intercettati dalla sezione Criminalità organizzata della squadra mobile. Accaddero cose strane nei giorni seguenti. I mafiosi cominciarono a essere più attenti al telefono. E i complici si insospettirono. Fino a quando il boss di Carini, Vincenzo Pipitone, sbottò: «Il Signore ci deve dare la fortuna di venderlo, quel terreno». I boss del clan Lo Piccolo sapevano di essere intercettati? Il 3 marzo 2006, in tutta fretta, la signora Fiorello inviò una lettera all' assessorato al Turismo: comunicava ufficialmente di voler rinunciare al finanziamento. Una dichiarazione che fu pubblicata sulla Gazzetta ufficiale. Intanto telecamere e microspie della polizia continuavano a riprendere tutti i movimenti degli insospettabili manager diventati improvvisamente prudenti. Altadonna è finito in manette nel blitz di sei giorni fa. Salvatore Lo Piccolo resta ricercato, così come il figlio Sandro, a 30 anni già condannato all' ergastolo e latitante pure lui. I pentiti dicono che Salvatore detto ' u vascu, il saggio, si muove con una discreta scorta a Palermo. E fa quattro o più tappe prima di raggiungere destinazione. Come «l' adorato zio», Bernardo Provenzano. Come lui, comunica gli ordini tramite pizzini dal tono ispirato: «Queste poche righe per chiederti una cortesia», scriveva al suo rappresentante a Carini, che leggeva e non sospettava di essere intercettato. – SALVO PALAZZOLO

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/01/31/un-milione-di-euro-per-il-grand.html


PALERMO - VENERDÌ 15 DICEMBRE 2006 - GAZZETTA N. 57

Vista la nota del 3 marzo 2006, con la quale la sig.ra Fiorello Pierina, nella qualità di legale rappresentante della ditta Fiorello Pierina, con sede a Carini - prog. n. 4677, ha comunicato la propria formale rinuncia al contributo in c/capitale di _ 1.021.956,00 concesso con decreto n. 233/S3Tur del 5 marzo 2004 (cod. 1999.IT. 16.1.PO.011/4.19a)12.2.6/0396) registrato alla Corte dei conti il 28 aprile 2004, reg. 1, fg. 208;

http://www.gurs.regione.sicilia.it/Indicep1.htm

Posizione n 12

Progetto n 004677
Fiorello Pierina

Carini
Alberghi 4 stelle

Totale indicatori 1,79608088

Investimenti agevolabili 2.882.350,00

Contributo concesso 1.021.956,00

http://www.gurs.regione.sicilia.it/Indicep1.htm

Con decreto n. 2408 del 15 dicembre 1999 dell'Assessore per la cooperazione, il commercio, l'artigianato e la pesca, è stato concesso, ai sensi e per gli effetti dell'art. 27 della legge n. 426/71 e dell'art. 48 del decreto ministeriale n. 375 del 4 agosto 1988, nulla osta regionale in favore della ditta Fiorello Pierina, per l'apertura di una struttura commerciale per la vendita dei prodotti di cui alla tabella merceologica VIII, di complessivi mq. 1.601,97 sita nel comune di Carini (PA), contrada Foresta - zona A.S.I.(2000.2.106)

http://www.gurs.regione.sicilia.it/Indicep1.htm


LEGGE REGIONALE N. 32/2000, ARTT. 76, 77 E 78 - GRADUATORIA PAGINA 79


Posizione 384

Progetto 455

Fiorello Pierina Carini Carini

Settore Attività : Case ed appartamenti per vacanze

Agevolazioni Concedibili:

Mutuo Ventennale 2.839.000,00

Mutuo decennale 396.000,00

Contratto capitale 1.617.977,00

Punteggio Graduatoria 74,75

http://www.gurs.regione.sicilia.it/Indicep1.htm

LEGGE REGIONALE N. 32/2000, ARTT. 76, 77 E 78 - GRADUATORIA

Pag 66 della gazzetta


Posizione 38

Progetto 148

Solemar s.r.l.

Albergo 4 stelle

Nuovo Impianto

Agevolazioni Concedibili:

Mutuo ventennale 4.171.000,00

Mutuo decennale 2.926.000,00

Contratto capitale 5.323.405,00

Punteggio graduatoria 146,15

Agevolazioni Concesse

Mutuo ventennale 4.171.000,00

http://www.gurs.regione.sicilia.it/Indicep1.htm



Cosa nostra Spa giovedì 08 febbraio 2007

Imprenditori che si fanno finanziare dalla mafia. O che taglieggiano per ingraziarsi i boss. L'inchiesta di Palermo. di Leo Sisti


C'erano una volta i boss mafiosi che tenevano distinti i ruoli: tu, imprenditore, paghi il pizzo e noi ti assicuriamo protezione e tranquillità. Così per decenni. Poi, di recente, il salto di qualità. I ruoli si intersecano, si confondono. È la politica dello scambio. Alcuni uomini d'affari, in genere costruttori, associano alla propria impresa personaggi di Cosa nostra, si fanno da loro finanziare nuove iniziative e sveltiscono le pratiche per ottenere concessioni edilizie. Qualcuno si spinge più in là: pretende egli stesso da altri il pagamento del pizzo. Diventando così complice della mafia. Forse, di essere arrestato, giovedì 25 gennaio, Lorenzo Altadonna, imprenditore di Carini se l'aspettava. Ammanettato e finito, insieme ad altri 44, nella rete che ha inferto un duro colpo al clan di Salvatore Lo Piccolo, latitante da 23 anni, uno dei successori di Bernardo Provenzano, nonché leader del mandamento di San Lorenzo (giurisdizione, oltre che sulla parte nordoccidentale di Palermo, anche su Carini, Capaci e altri comuni). Troppo in là si era spinto Altadonna, 44 anni. Voleva crescere, allargarsi, all'ombra di Cosa nostra, per realizzare un bel complesso alberghiero, in un'area di 160 mila metri quadrati, a Villagrazia di Carini, con tanto di regolare licenza edilizia. Solo che i soldi per il progetto glieli avevano anticipati due mafiosi della zona, Angelo Gallina e Vincenzo Pipitone, quest'ultimo responsabile della famiglia di Carini. Il quale ha ben chiari alcuni concetti. Una vera filosofia della nuova impresa mafiosa: gli investimenti devono avere il loro ritorno e le decisioni devono essere prese collegialmente, come avviene nei consigli di amministrazione delle società per azioni. Certo, con linguaggio un po' grossolano: "Noi ci uniamo, dobbiamo fare una pecora, un vitello, un albero di limoni. Ci uniamo, ci assumiamo la responsabilità tutti quanti che se qualcosa va male siamo tutti responsabili.". Uniti in tutto.

Specialmente quando Altadonna, temendo di essere entrato nel mirino della Squadra mobile di Palermo, vorrebbe vendere quei 160 mila metri quadrati. Pipitone è esplicito: "Quello che Lorenzo vuole fare delle sue cose è padrone. Ma lì, con noi è tutto un altro, deve prendere 800 milioni (di lire, ndr) e me li deve dare". Traduzione: con la cessione di quei terreni, la somma ricavata, appunto 800 milioni, deve rientrare nell'organizzazione mafiosa. E se scoppiano all'interno del gruppo di Carini questioni di denaro, Vincenzo Pipitone mette in guardia: "Roberto non lo vuole toccato, a Lorenzo". Roberto chi? Nelle intercettazioni viene nominato come "l'africano". Gli investigatori scrivono il suo nome. È Vito Roberto Palazzolo, condannato nell'estate del 2006 per reati di mafia, grande riciclatore di soldi sporchi, da anni latitante in Sudafrica. E "l'africano" sembra "interessato al terreno dei 160 mila metri quadrati". Basta sfogliare le quasi mille pagine dell'"operazione Occidente", firmata dai pm di Palermo Domenico Gozzo, Gaetano Paci e Anna Maria Picozzi, per capire fino a che punto si muove la nuova "onorata società". Perché Lorenzo Altadonna non rappresenta l'unico esempio di imprenditore prestanome della mafia emerso in un raid che ha prodotto oltre agli arresti anche sequestri di beni e patrimoni per decine di milioni di euro. Ce ne sono altri, come Gioacchino Sapienza, anche lui di Carini, titolare formale della Cdr, una ditta di distribuzione di merci collegata alla Tnt, colosso del settore, ma in realtà di proprietà di Giovan Battista Pipitone, fratello di Vincenzo. Quando mai uno subisce un rapina di un Tir pieno di elettrodomestici e riesce a recuperarlo in brevissimo tempo? È Vincenzo Pipitone a vantarsene: "In due ore ho trovato la merce, il magazzino dov'era, il camion, tutte cose, in due ore precise!! A San Cipirrello la roba era. Mancano dieci televisori solo". E che dire dell'attività svolta con la Edilpomice, ditta di materiali edili di Andrea e Antonio Cusimano, cugino, da parte della moglie, di Salvatore Lo Piccolo? Ecco un malcapitato costruttore, Salvatore Amato, consegnare il suo pizzo a un mafioso come Francesco Di Blasi in cambio di acquisti, inesistenti, presso la Edilpomice. Il quale Di Blasi conta poi i quattrini dell'estorsione insieme ad Antonio Cusimano. Ma ci sono casi più emblematici. I magistrati parlano di imprenditori che, "pur di lavorare, si trasformano da vittime in carnefici", taglieggiando i propri colleghi e guadagnandosi così "la benevolenza di Cosa nostra nell'assegnazione di subappalti".(da L'Espresso - 08-02-07) Espressonews.it

http://www.espressonews.it/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=20


CARINI. GLI IMPRENDITORI ALTADONNA E BORRUSO IN MANETTE PER MAFIA

Lorenzo Altadonna, imprenditore di 46 anni ritenuto vicino alla famiglia mafiosa di Carini è stato arrestato dalla polizia in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. L'uomo è stato infatti condannato a 12 anni di carcere, in primo grado, per concorso esterno in associazione mafiosa, nel contesto del processo sull'operazione denominata "Occidente". Altadonna venne scarcerato dopo l'arresto nel marzo 2007 poiché il tribunale del riesame dichiarò nulla l'ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa il 23 gennaio. Ieri, dopo la condanna in primo grado, le porte del carcere si sono riaperte per l'imprenditore di Carini.



http://www.italiainformazioni.com/giornale/cronacaregionale/57538/mafia-torna-carcere-lorenzo-altadonna-limprenditore-carini-condannato-anni.htm



PROCESSO OCCIDENTE. IMPRENDITORE DEPONE IN AULA CONTRO FAMIGLIA MAFIOSA DI CARINI

8 gennaio 2009

Un imprenditore titolare di un’azienda a Carini ha deposto ieri in tribunale nell’ambito del processo Occidente. Marcello Trapani, 60 anni, ha risposto ai magistrati raccontando di avere pagato il pizzo dal 1997 al 2005. In un’aula piena di imputati, con il boss Salvatore Lo Piccolo collegato in videoconferenza dal carcere di Milano-Opera, Trapani ha parlato in particolare della posizione di una delle 24 persone coinvolte nell’inchiesta giudiziaria che ha sgominato i vertici della famiglia mafiosa di Carini, l’imprenditore Lorenzo Altadonna. Marcello Trapani ha raccontato di avere incontrato Altadonna nel 2003 in un villino sulla statale 113 a Carini, assieme a Vincenzo Pipitone e che quest’ultimo cercò di imporglielo per alcuni lavori che l’imprenditore doveva eseguire in un proprio capannone. “Pipitone – ha detto il teste – era molto cordiale in apparenza, e mi disse di conoscere molto bene le abitudini e i miei sposatamenti e della mia famiglia. Quindi non ho avanzato obiezioni, anche se avevo già preso accordi con un’altra ditta. Poi, furono gli stessi Pipitone e Altadonna a rinunciare – ha proseguito Marcello Trapani – quando scoprirono che i lavori ammontavano a circa 800 mila euro e non a 3 milioni e mezzo di euro come pensavano. Vincenzo Pipitone si ripresentò nel 2005 – ha concluso Trapani – quando misi in vendita un terreno, stavolta in veste di sensale di un possibile acquirente, ma l’affare non venne concluso neppure in quel caso.” Pipitone è considerato il boss di Carini. Di lui, in aula ha parlato anche il capitano Aniello Schettino, comandante dei carabinieri della compagnia di Carini che ha condotto le indagini. Secondo i pm Gaetano Paci e Anna Maria Picozzi che rappresentano l’accusa assieme a Domenico Gozzo, le testimonianze confermano il rapporto che lega il carinese Lorenzo Altadonna ai Pipitone. Il costruttore, però, ha sempre respinto le accuse. Marcello Trapani ha riferito che le prime pressioni gli arrivarono nel 1997: cera sparsa per terra, un vetro rotto in un camion, una bottiglia di liquido infiammabile…..decise allora di rivolgersi al sensale che lo aveva aiutato ad insediarsi a Carini, Ciccio Di Blasi di Pallavicino. Questi, pure coinvolto nell’operazione Occidente, gli disse che per stare tranquillo doveva pagare alle famiglie mafiose un milione delle vecchie lire, cifra che Di Blasi evidenziò di avere ottenuto, con una sorta di intercessione, rispetto alla richiesta iniziale. Trapani, quindi, per far cessare le intimidazioni cominciò a pagare il pizzo allo stesso Di Blasi che nel 2003 lo condusse in quel villino di Carini dove conobbe Vincenzo Pipitone e Lorenzo Altadonna. Infine nel 2006 – ha raccontato il teste in aula – si presentò un’altro signore che mi chiese se ero al corrente di dover pagare per la costruzine di un’altro capannone. Ma quei lavori non mi riguardavano. Quel signore – secondo gli inquirenti – era Antonino Pipitone, nipote di Vincenzo, pure lui coinvolto nell’operazione Occidente.

http://www2.glauco.it/antimafia/osservatorio/emeroteca/dati/2007-01/26/20070126gdsa.pdf

http://www.db.messinaantiusura.it/antimafia/osservatorio/emeroteca/dati/2009-01/08/20090108gdsa.pdf


07/05/2009

Maxisequestro a Palermo. Dall’Informatica agli immobili, ai trasporti: la ragnatela degli interessi della cosca di Carini

Immagine tratta da www.salviamoitalia.net


Un ex cuoco affiliato <<in prova>> svela gli imprenditori prestanome


Angelo La Manna lavorava in un locale di mafiosi: ha fornito la mappa degli affari


Figlio di un personaggio appar­tenente alla cosca della Noce, La Manna viveva a Carini ed era vicino ad Angelo Antonio Pipitone, ritenuto il capofamiglia.


Articolo tratto dal Giornale di Sicilia di Giovedì 07.05.2009 pag.4


di Leopoldo Gargano


PALERMO. L'ex cuoco ha indicato gli imprenditori che riciclano il de naro di Cosa nostra e poi sono venuti gli altri pentiti. Dall'informatica, alle villette, ai trasporti, una ragnatela di prestanome controllata secondo l'accusa dalla cosca di Carini, alleata di ferro del clan Lo Piccolo.


Angelo La Manna, 36 anni, ex impiegato di un ristorante di Carini, (anche questo gestito da un ma fioso) ha fornito per primo la mappa degli affari.


IL BOSS GLI DISSE: ORA SE SBAGLI SEI MORTO. COLLABORA DAL 2005


Figlio di un personaggio ritenuto affiliato al la cosca della Noce, La Manna abitava a Carini ed era molto vi cino al presunto capofamiglia, Angelo Antonino Pipitone, det to zu Ninu, nel cui locale lavora va in cucina. Venne affiliato «in prova» durante una cena al Johnny Walker, storico locale al lo svincolo autostradale del pae se e zu Ninu gli disse: «Adesso se sbagli sei morto».


Dalla fine del 2005 anni collabora con la giustizia e le sue dichiarazioni sono state utilizzate dalla Guar­dia di finanza e dalla sezione mi­sure di prevenzione del tribuna­le (presidente Cesare Vincenti, giudici Emilio Alparone, Fabio Licata, Guglielmo Nicastro e Daniela Vascellaro) per aprire la cassaforte della cosca. Conte­neva un tesoro da 300 milioni di euro, tra imprese, negozi e con­ti correnti.


Il pentito ha fatto il nome di Giorgio Iaquinoto, 54 anni, al quale per l'accusa è ri­conducibile un'azienda seque­strata la «Giellei electro trading srl» che opera nel settore infor­matico. Secondo La Manna, Iaquinoto «è persona che mette­va nei negozi i soldi di Cosa no­stra». L'imprenditore è sotto processo per riciclaggio aggra­vato, la Procura ha chiesto per lui una condanna a 6 anni.

Altro imprenditore tirato in ballo da La Manna è Vincenzo Curulli, 50 anni, titolare della «Ellei Trasporti».

È legato al pre­sunto boss di Torretta Nino Di Maggio, secondo il collaborato­re, e si sarebbe prestato a far gi­rare denaro della famiglia di Ca­rini in alcuni conti correnti che gestisce. Anche lui sotto proces­so, l'accusa ha chiesto 6 anni di reclusione.

Secondo il collaboratore è un prestanome di Nino Pipitone.

Vicino a Pipitone, sempre secondo le accuse di La Manna, anche il costruttore Lorenzo Altadonna che stava per realizzare nei pressi di Villagrazia di Ca­rini un albergo di lusso e diverse palazzine. Sotto processo per concorso esterno e riciclaggio aggravato, l'accusa ha chiesto per lui 11 anni carcere.

La Manna ha fatto il nome di un altro imprenditore edile che sarebbe stato egato a filo dop-pio con Cosa nostra: Giovanni Cataldo.

La sua è una storia tragica. Si è suicidato in cella nel febbraio dello scorso anno, dopo un anno di reclusione

Era ritenuto dagli inquirenti il costruttore di fiducia dei boss, colui che investiva nel mattone i soldi della cosca. Non ha fatto in tempo a difendersi da queste accuse, si è ucciso dopo l'arre­sto e il sequestro della sua ditta che aveva sede sulla strada pro­vinciale.

Sul suo conto aveva detto: «Cataldo lavora investendo i sol­di di Nino Pipitone.Tutte le co­struzioni di complessi di villini a Carini sono di Pipitone. Lo so­no, in particolare, le costruzio­ni effettuate da Giovanni Catal­do, che utilizza il denaro della famiglia di Carini e di Pipitone in particolare».

Edilizia, traspor­ti e commercio, secondo l'accu­sa, sono sotto il controllo delle cosche. Per i magistrati della Dda, la zona di Carini, dove nel più recente passato sono state avviate lottizzazioni e costruzio­ni di centinaia di villette, ha rap­presentato per le «famiglie» una grande fonte di reddito.

Un discorso a parte merita Angelo Gallina, 66 anni, detto zu Ancilu o Angelo di Cola nato a Carini e con parenti negli Stati Uniti.

Che non lo hanno agevo­lato. Proprio un suo cugino americano, Giovanni Gallina, protetto da agenti Fbi, lo ha in­dicato come «uno degli adepti - scrivono i giudici della sezione misure di prevenzione - della fa­miglia di Villagrazia di Carini».

Solo che non faceva parte del gruppo vincente, quello cioè dei Pipitone, bensì del clan avverso, che faceva capo a Batti­stone Passalacqua e appunto dei Gallina.

Un attrito sorto pro­prio per la gestione di appalti e messe a posto, che rischiava di degenerare in una guerra aper­ta. Per evitarla Salvatore Lo Pic­colo convocò un summit pacifi­catore ed i rancori vennero mes­si da parte. E si tornò a parlare di affari. Tanto che Gallina, se­condo l'accusa, proprio assie­me a Vincenzo e Giovan Batti­sta Pipitone avrebbe trasferito a Lorenzo Altadonna denaro e altri beni. A zu Ancilu, i giudici hanno sequestrato un'impresa edile individuale.

E poi c'è Gioacchino Sapien­za, solo a lui è stato bloccato un patrimonio da 110 milioni: quattro aziende, diciotto immo­bili (tra i quali un lido balneare a Capaci) e diverse fuoriserie.

Di lui ha parlato il collaborato­re Gaspare Pulizzi.

«Faceva trasporto di merci, io ci ho lavorato per tanti anni - ha detto -, Sapienza è compare di Nino Pipitone e ha cresimato un figlio a Giovanni Pipitone, dal quale aveva affittato un ca­pannone Tnt. La discoteca Mo­vida (che non è stata sequestra­ta ndr di Villagrazia di Carini è pure sua - ha detto Pulizzi - ma in realtà solo a metà. L'altro cin­quanta per cento apparteneva a Giovanni e Enzo Pipitone, Ni­no Di Maggio e Salvatore Lo Pic­colo».

Leopoldo Gargano

http://latuavocelibera.myblog.it/archive/2009/05/07/maxisequestro-a-palermo-dall-informatica-agli-immobili-ai-tr.html


Mafia, torna in carcere Lorenzo Altadonna L'imprenditore di Carini condannato a 12 anni

10 Luglio 2009


Agenti della Polizia di Stato della sezione “Catturandi” della Squadra Mobile di Palermo hanno arrestato Lorenzo Altadonna, 46anni, imprenditore di Carini. L’uomo è finito in manette a seguiro di una Ordinanza di Custodia Cautelare in carcere, emessa l’8 luglio scorso, dalla terza Sezione Penale del Tribunale di Palermo. L’emissione del provvedimento è scaturita dalla condanna a 12 anni di carcere, inflittagli in primo grado dall’Autorità Giudiziaria, per concorso esterno in associazione mafiosa, nel contesto del processo sull’operazione denominata “Occidente”. Arrestato il 25 gennaio del 2007, quando la Polizia di Stato inferse un duro colpo agli interessi economici del clan Lo Piccolo, dando un nome ed un volto ai capi ed ai vertici operativi delle famiglie mafiose Carini, comprese nel mandamento di San Lorenzo – Tommaso Natale e guidato dall’allora superlatitante Salvatore Lo Piccolo. L’inchiesta servì a ricostruire l’ organigramma e la struttura interna dei sodalizi criminosi e a fare luce su numerose estorsioni nell’area di influenza dell’organizzazione criminale i cui proventi venivano destinati all’arricchimento degli esponenti di cosa nostra ed al sostentamento delle famiglie dei mafiosi detenuti. Attraverso la documentazione di riunioni di mafia, furono acquisiti importanti elementi investigativi sui rapporti d’affari dei mafiosi con imprenditori compiacenti o complici, accertando gli interessi delle famiglie del mandamento di San Lorenzo nel settore dei lavori edili e delle imprese commerciali. Tra questi c’era anche l’imprenditore Lorenzo Altadonna, ritenuto vicino alla famiglia mafiosa di Carini. Il 5 marzo del 2007 Altadonna fu scarcerato poiché il Tribunale del Riesame dichiarò nulla l’Ordinanza di Custodia Cautelare in Carcere emessa nei suoi confronti due mesi prima. Ieri, a seguito della condanna inflittagli in primo grado, per l’imprenditore di Carini si sono riaperti i cancelli del carcere.

Mafia, torna in cella Lorenzo Altadonna

«Imprenditore vicino ai Lo Piccolo» Dopo la condanna, arriva l'arresto

Tratto dal Giornale di Sicilia Sabato 11 Luglio 2009

di Vincenzo Marannano

Torna in cella Lorenzo Altadonna, di Carini, coinvolto nel 2007 nell'operazione Occidente

LA SCORSA SETTIMANA HA AVUTO INFLITTI 12 ANNI PER MAFIA

A una settimana dalla senten­za, gli agenti della squadra mobile hanno arrestato un imprenditore ritenuto vicino ai Lo Piccolo e in particolare alla famiglia mafiosa di Carini Appena una settimana fa ha assistito in aula, da uomo libe­ro, alla lettura della sentenza. Dodici anni di carcere, uno in più rispetto alla richiesta del pm Gaetano Paci. L'accusa: avere messo la propria impresa a di­sposizione di Cosa nostra, e in particolare di Salvatore e San­dro Lo Piccolo e della loro longa manus nel territorio di Carini, ovvero il boss Vincenzo Pipito­ne.

Ieri per l'imprenditore Lo­renzo Altadonna, 46 anni, arre­stato nell'operazione «Occiden­te» e scarcerato poco dopo, so­no scattate di nuovo le manette. Gli agenti della sezione catturan­di della squadra mobile lo han­no raggiunto a casa, notificando­gli l'ordine di custodia cautelare emesso dalla terza sezione pena­le del tribunale.

Altadonna fu arrestato il 25 gennaio del 2007. Era l'operazio­ne Occidente, la retata con la quale la polizia diede un duro colpo al clan Lo Piccolo, dando un nome ed un volto ai capi ed ai vertici operativi delle famiglie mafiose di San Lorenzo, Partan­na Mondello e Carini, ricompre­se nel mandamento di San Lo­renzo-Tommaso Natale. Quella stessa operazione decretò l'ini­zio della fine della lunga latitan­za del «barone» di San Lorenzo e del figlio Sandro, arrestati il 5 no­vembre 2007 grazie a una serie di dritte fornite dal pentito Fran­cesco Franzese. Negli ultimi due anni e mezzo gli investigatori - con l'aiuto di numerosi collabo­ratori che intanto hanno deciso di voltare le spalle a Cosa nostra - hanno ricostruito l'organi­gramma e la struttura interna di famiglie e mandamenti, hanno fatto luce su numerose estorsio­ni, dando un nome e un cogno­me a decine di vittime. «Attraver­so la documentazione rinvenu­ta nel covo di Giardinello il gior­no dell'arresto dei Lo Piccolo - spiegano dalla questura-, furo­no acquisiti importanti elemen­ti investigativi sui rapporti d'affa­ri dei mafiosi con imprenditori compiacenti o complici, accer­tando gli interessi delle famiglie del mandamento di San Loren­zo nel settore dei lavori edili e delle imprese commerciali».

Tra questi proprio l'imprendi­tore Altadonna, ritenuto vicino alla famiglia mafiosa di Carini. Il 5 marzo 2007 Altadonna fu scar­cerato poiché il Tribunale del Riesame dichiarò nulla l'ordi­nanza di custodia cautelare in carcere. Esattamente due anni dopo, l'imprenditore -che non ha perso una sola udienza del processo a suo carico - venne accusato in aula da un collega, interrogato come vittima del rac­ket. «Lo incontrai in un villino nei pressi di Carini, assieme a Vincenzo Pipitone - disse l'im­prenditore - e quest'ultimo cer­cò di impormelo per alcuni lavo­ri che Trapani doveva eseguire in un proprio capannone». Per i pubblici ministeri Gaetano Paci e Annamaria Picozzî, che rappre­sentano l'accusa assieme al col­lega Domenico Gozzo, (poi tra­sferito a Caltanissetta) la testi­monianza confermò il rapporto che legherebbe il carinese Alta­donna ai Pipitone. Giovedì, a se­guito della condanna in primo grado, per l'imprenditore si so­no riaperte le porte del carcere.

http://latuavocelibera.myblog.it/archive/2009/07/12/mafia-torna-in-cella-lorenzo-altadonna.html

L' ottico prestanome del padrino Repubblica — 11 luglio 2009 pagina 8 sezione: PALERMO

L' OTTICA di via Aurispa non è di Giovanni Borruso, l' imprenditore titolare di una catena di negozi, ma di Mario Martello, noto mafioso di San Giuseppe Jato, ergastolano e detenuto per una raffica di reati, dall' omicidio all' associazione mafiosa, dal sequestro di persona alla detenzione di armi. Così almeno sostengono gli investigatori della Dia che ieri, su ordine di custodia chiesto dalla Dda e firmato dal gip Piergiorgio Morosini, hanno posto agli arresti domiciliari Giovanni Borruso, 50 anni, accusandolo di intestazione fittizia di beni e hanno sequestrato il negozio il cui valore commerciale è stimato in 400 mila euro. L' imprenditore non è indicato come "uomo d' onore" ma, secondo il procuratore aggiunto Antonio Ingroia ed il sostituto Francesco Del Bene titolari delle indagini, «orbita nell' area delle persone vicine o contigue a Cosa nostra», e ha parentele che contano nell' organizzazione mafiosa che lo considera personaggio affidabile di cui servirsi per mettere al riparo le attività economiche. Borruso è infatti parente di Pietro Senapa, nome storico della famiglia mafiosa di Corso dei Mille, e cognato del latitante mafioso Antonino Lauricella detto "Scintilluni". Ma secondo l' accusa Borruso avrebbe gestito il denaro di Mario Martello, finito in carcere nel ' 93 per l' omicidio di Francesco Baio, ucciso a San Giuseppe Jato il 10 marzo del 1984: omicidio in cui sarebbero stati coinvolti anche Bernardo Brusca, Balduccio Di Maggio, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Gli investigatori hanno sequestrato ed esaminato la corrispondenza tra i due, in cui il detenuto rimproverava al socio prestanome di avere accresciuto il passivo e minimizzato l' attivo del negozio. L' operazione scaturisce dall' inchiesta della direzione investigativa antimafia nei confronti della famiglia mafiosa di Altofonte che ha già portato all' arresto di Giovanni Francesco Vassallo, 58 anni, e Nicola Alessio Pitti, 36 anni, per mafia e al sequestro di beni per quattro milioni di euro, nel febbraio 2008. In carcere è tornato invece un altro imprenditore condannato a 12 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Agenti della sezione Catturandi della squadra mobile hanno arrestato Lorenzo Altadonna, 46 anni, in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare emessa dalla terza sezione del tribunale. Altadonna, ritenuto vicino alla famiglia mafiosa di Carini, venne scarcerato dopo l' arresto nel marzo 2007 poiché il tribunale del riesame dichiarò nulla l' ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa il 23 gennaio. Ma ieri, dopo la condanna in primo grado, le porte del carcere si sono riaperte per l' imprenditore di Carini. - ALESSANDRA ZINITI

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/07/11/ottico-prestanome-del-padrino.html


http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.com/2009/05/indagini-di-mafia.html


http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.com/2009/01/lipermercato-e-la-mafia-condanne_21.html


http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.com/2009/01/la-mafia-si-riappropria-dei-beni.html

http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.com/2008/02/dove-c-l-ora-c-lassalto-alla-territorio.html

http://www.comunicati-stampa.net/com/cs-24310/

http://www.wikio.it/article/41235867#news41235867

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