
la mia memoria

“Non correggete i giudizi su di me anche se ingiusti o in malafede”
La Lettera 22 con cui fu scritta è qui, nello studio della casa dove Leonardo Sciascia morì vent'anni fa. Sulla scrivania, civette diventate amuleto di famiglia, monete antiche e un calendario da tavolo fermo al 20 novembre 1989, l’ultimo giorno di vita dello scrittore. «Non abbiamo più voluto toccare la data», racconta la figlia Anna Maria, tormentando tre le mani la lettera-testamento che il padre lasciò in tre copie a lei, alla primogenita Laura e alla moglie. Due fogli dattiloscritti, datati 24 maggio 1989, di cui nessuno in famiglia ha mai voluto parlare. Forse per il divieto, che proprio questo scritto contiene, di pubblicare lettere private, o forse per pudore. Adesso il tempo per lei è maturo, il tempo di ripercorrere quelle righe, di rifletterci su, di fare i conti con un padre «che è stato il più grande amore della mia vita, che la sera prima di morire mi disse: “Non doveva andare così”».
Ecco allora l’incipit di quel testamento, davanti al quale la fotografia di Pirandello - compagna inseparabile di Sciascia - sembra quasi sorridere, tanto esplicitamente pirandelliana è la sua ispirazione. «Nella condizione di vita apparente di questi tempi - scrive lo scrittore - sempre più mi è venuta la paura - lontana, infantile, ma anche letteraria - della morte apparente. Prego dunque familiari e amici che la mia morte venga accertata al di là di ogni dubbio, magari arrivando a quel che la legge chiama vilipendio di cadavere». Non a caso si attesero due giorni prima dei funerali, proprio per rispondere al suo terrore - che quasi fa a pugni con il suo illuminismo - di essere sepolto vivo, quella paura riferita da Matteo Collura nel suo Maestro di Regalpetra.
Poi le disposizioni sulla sepoltura, di marmo bianco, semplice, nel cimitero di Racalmuto, con l’epitaffio. «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta» che tante interpretazioni ha suscitato. «Una frase - dice Anna Maria - che per me è sempre stata chiara. C’è l’auspicio di guardare il mondo da qualche altra parte, c’è la fede di mio padre, fede intensa, anche se nutrita di dubbio. Non vennero preti, qui, quando stava per morire, ma non credo davvero che ce ne fosse bisogno. Mi ricordo di una volta, quando mio figlio Fabrizio era piccolo e non sapeva dire il Padre Nostro, lui si arrabbiò moltissimo».
E infine il testamento spirituale, il divieto di difendere la sua memoria, «di correggere giudizi o interpretazioni che riguardano la mia vita e i miei scritti, per quanto ingiusti o di malafede possano essere». Volontà che spiega i tanti silenzi della famiglia in questi vent’anni, silenzi mantenuti a dispetto delle polemiche periodiche sui professionisti dell’antimafia o sulle posizioni sul terrorismo. Sciascia scrive la lettera sei mesi prima di morire, «ma ancora coltivava la speranza di farcela, e non aveva perso il suo spirito: quando era in ospedale, ai medici che gli chiedevano se ci fossero state malattie tra i suoi avi, rispondeva che erano morti tutti di vecchiaia, e non era vero», racconta la figlia mostrando la collezione di sigilli lasciati in eredità a suo figlio, Fabrizio Catalano, oggi direttore di quel teatro di Racalmuto per la cui salvezza Sciascia combatté. L’altro, Vito, sta per dare alle stampe il suo primo libro.
Ricorda la fine: «L’ultima sera aveva detto che voleva stare solo, ma io l’ho contraddetto e gli sono stata accanto. Il giorno prima i miei figli erano entrati nella sua stanza, litigavano per stabilire chi fosse il più grande tra Edgar Allan Poe, sempre amato da Fabrizio, e Robert Louis Stevenson, il favorito di Vito, e volevano che il nonno dicesse la parola definitiva. Lui se l’era cavata salomonicamente, dicendo che nel loro genere erano grandi tutti e due. Poi, il 20, fu lui a dire a mia madre che stava morendo, come sempre sapeva che cosa sarebbe successo». Quello sguardo, lucido, quasi profetico, che nella lettera-testamento in qualche modo rivendica, quando scrive: «Alla distanza, i miei allarmi, le mie constatazioni e contestazioni, suoneranno sempre più di verità. Di questa piccola immortalità - nel senso che andrà, anche se di poco, al di là della mia morte - sono certo».
Lei ha appena dato alle stampe, per Avagliano, un libro che si chiama Sciascia Pirandello, il gioco dei padri in cui attraverso il racconto delle donne di famiglia dello scrittore agrigentino parla di sé. «Mi sono immedesimata in Antonietta, ho rivisto in me il suo senso di inadeguatezza, il suo complesso di inferiorità nei confronti della letteratura, il suo sentirsi avulsa dal mondo. Ho imparato a studiare da grande, ma dopo le medie non volevo neanche andare più a scuola, e mio padre mi assecondava pure. Lui in fondo era un uomo all'antica, professava la parità femminile nei suoi scritti ma con noi era severo. Da uomo di paese, temeva il giudizio della gente, e guai se mia madre metteva una scollatura o se io indossavo la minigonna. Quando si sposò mia sorella Laura, lui che non spargeva mai una lacrima pianse come una fontana». Adesso è lei che ha gli occhi lucidi: «Sono passati vent'anni, ma la sua assenza mi fa ancora stare male».
Giampilieri: il mistero del milione di euro stanziato e sparito nel nulla

RETROSCENA. La Finanziaria 2006 aveva previsto fondi per «opere di mitigazione rischio idrogeologico nel centro abitato».
Denaro pubblico sparito nel buio. L’interrogazione del deputato del Pd Giuseppe Berretta chiede chiarimenti al governo.
Tre anni addietro era stato stanziato un milione di euro – poco, ma meglio di niente – per fronteggiare almeno in parte il già notissimo, tanto precario, assetto idrogeologico di Giampilieri, la frazione di Messina sconvolta da piogge e frane.
Questi soldi sono poi letteralmente spariti: quindi, un mese e mezzo fa, ecco la tragedia, con la semidistruzione del piccolo borgo e con più di trenta morti, alcuni dei quali non saranno più trovati.
È una storia scandalosa che spiega il disastro e consente di risalire ai responsabili politici e amministrativi di quanto è accaduto.
Ecco perché si chiede, si pretende un’inchiesta sul come e il perché dell’accaduto. Cerchiamo dunque di ricostruire questa storia sulla base di dati inediti forniti dal deputato del Pd Giuseppe Berretta e da altri suoi colleghi in un’interrogazione rivolta al presidente del Consiglio («faremo tutto il necessario, troveremo tutte le responsabilità») e per la quale è richiesta la risposta scritta, nero su bianco, perché non ci siano equivoci neanche sulle parole.
Questa storia comincia con l’approvazione della Finanziaria 2006. All’articolo 2, commi 92 e 93, si prevedevano risorse per opere infrastrutturali e per interventi a tutela dell’ambiente e della difesa del suolo, risorse «destinate, per il 70 per cento, a interventi nella regione Sicilia ».
La parte più rilevante dei finanziamenti era (e resta, purtroppo) destinata alla faraonica impresa del Ponte sullo Stretto, ma per gli interventi di difesa del suolo alla Sicilia venivano assegnati 106 milioni e 50mila euro.
Tutto a posto? No, una volta fissato il quantum, bisognava decidere il dove: la destinazione cioè dei fondi attraverso una loro distribuzione possibilmente non a pioggia.
È quel che fa l’assessore regionale pro-tempore al Territorio e all’ambiente stendendo (e trasmettendo al parallelo ministero) un primo elenco di opere comprese nella nota del 29 ottobre 2008. Sono così già passati due anni dall’impegno delle somme in Finanziaria.
Questo elenco comprendeva diversi interventi anche e proprio nella provincia di Messina, e anche e proprio per Giampilieri veniva previsto lo stanziamento di un milione di euro per «opere di mitigazione rischio idrogeologico nel centro abitato».
Nel giro di un mese l’elenco viene rimaneggiato, torna dal ministero all’assessorato, poi è ritrasmesso al primo, infine il 19 novembre ecco la riformulazione degli interventi sulla base, assolutamente scontata, di legittime proteste ma anche di pressioni clientelari. Per fortuna in questo bailamme è confermato l’intervento per Giampilieri.
A questo punto comincia il mistero o, meglio, matura lo scandalo della letterale sparizione dei soldi per Giampilieri. Al decreto di assegnazione è allegata tutta una serie di tabelle. La prima è la tabella-chiave: elenca i progetti e assegna i relativi stanziamenti.
Ora, sebbene nella premessa del decreto sia scritto chiaro e tondo che è «acquisita con la Regione Sicilia l’intesa degli interventi da comprendere nel programma », tutto viene stravolto: per alcuni progetti gli stanziamenti sono diminuiti, anche sensibilmente; per altri progetti i finanziamenti sono miracolosamente aumentati; alcuni progetti spuntano ex novo, del tutto imprevisti e men che mai accennati nelle trattative preliminari Stato-Regione.
E l’intervento per Giampilieri e il milione destinato al paese della prossima tragedia? Sparito. Risultato di opere di risanamento, anzi di “mitigazione del rischio”, a Giampilieri non s’è visto nulla sino all’inevitabile disastro.
Salvo poi, ora, promettere quel che era dovuto già dalla Finanziaria 2006. Ma oggi bisogna che, ciascuno per la propria parte (la ministra siciliana dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il governo regionale siciliano, più qualche decina di direttori generali di ministeri e di assessorati), rispondano – il presidente del Consiglio dovrebbe farlo per tutti costoro, tanto più dopo le sue demagogiche promesse post frana – ad alcune domande: quali sono stati i criteri utilizzati e le priorità seguite per individuare le aree su cui intervenire e la conseguente destinazione dei finanziamenti?
Perché, senza alcuna motivazione scritta, è stato escluso in extremis l’intervento per Giampilieri?
Morale: oltre il caso in sé, che ha comunque un intollerabile spessore di gravità, questa storia ha un valore emblematico eccezionale.
Non è tollerabile che nei meandri ministeriali un decreto sia stravolto nei contenuti operativi e nelle scelte degli obiettivi senza che nessuno ne paghi le conseguenze.
Siamo alla traduzione dalla teoria mafiosa alla pratica politica della più colpevole complicità: “niente vitti, niente sacciu, niente dissi”. Traduce così anche il Cavaliere? Vedremo dalla risposta. Se mai verrà.
Giorgio Frasca PolaraTerranews
http://www.messinaitalia.it/2009/11/giampilieri-il-mistero-del-milione-di-euro-stanziato-e-sparito-nel-nulla/
Cronache suine
3 Novembre 2009
di Massimo Gramellini
Commentavo con tre amici di sinistra la telefonata in cui Berlusconi avverte il governatore del Lazio di un filmato che lo riguarda, dopo averne avuto notizia dai dirigenti della Mondadori ai quali era stato proposto. Il primo amico, tendenza D’Alema, ha detto: stavolta Silvio si è comportato da signore, poteva rovinarlo e invece lo ha risparmiato. Il secondo, tendenza Veltroni: è il presidente del Consiglio, avrebbe dovuto avvertire la polizia. Tesi discutibile, perché presuppone che Berlusconi fosse a conoscenza non solo del video, ma anche del ricatto. Era naturalmente questa l’opinione del terzo amico, tendenza Di Pietro: per lui il premier è all’origine di tutti i mali dell’umanità dai tempi del Diluvio Universale «perché non poteva non sapere». Ma neppure il più ossessivo dei berluscallergici mi ha opposto la semplice osservazione che mi sono sentito fare al telefono da un collega inglese che vota per i conservatori: «Come potete accettare che un primo ministro riceva e usi, anche a fin di bene, informazioni ottenute in virtù del suo ruolo di editore?».
E’ l’ultima, lampante esplicazione del conflitto di interessi. Ma così lampante che nessuno di noi ci ha fatto caso. Provate a pensarci un attimo. I carabinieri ricattatori filmano Marrazzo e provano a vendere il video a un giornale del presidente del Consiglio. Non importa che il presidente del Consiglio abbia evitato di infierire. Resta il fatto che, grazie al suo ruolo di tycoon mediatico, gli era stata offerta la possibilità di distruggere un avversario politico. E pensare che molti fingono ancora di non capire quale differenza passa, ai fini delle regole democratiche, fra il possesso di una fabbrica di frigoriferi e il controllo di una che produce rotocalchi e programmi televisivi.
Ma questo totale disinteresse per i conflitti di interesse rivela anche qualcos’altro. Assuefazione. Ogni cosa, a furia di esserci, finisce per sembrare inesorabile. Mancanza di senso dello Stato, e lo si è appena visto proprio con Marrazzo: tutti scandalizzati dalle sue frequentazioni e non perché si recava agli incontri con l’auto di servizio. Rivela soprattutto disprezzo per le istituzioni. Viene il dubbio che gli italiani sappiano benissimo quali rischi si corrano a consegnare il governo nelle mani di un imprenditore di quel calibro e di quel ramo. Ma è tale il loro disprezzo per i politici di professione che ritengono meno grave truccare il gioco della democrazia che riaffidare le redini della Repubblica allo schema classico, in base al quale il mondo dei media e degli affari condiziona la politica attraverso le lobby, ma non si sostituisce a essa per esercitare direttamente il potere. E un editore, quando riceve un video compromettente, decide in base alle sue valutazioni di editore, non di presidente del Consiglio.
Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo
di Barbara Spinelli* - 25 ottobre 2009
Sono anni che ci domandiamo come tutto ciò sia potuto accadere: il senso della legge che si sfibra, lo Stato che suscita timore o disprezzo perché s’accomoda con l’illegalità e rinuncia al controllo del territorio, che non interviene prima delle catastrofi ma solo ai funerali.
E la democrazia che si perverte, divenendo qualcosa di prevaricatore: come un diritto divino che si dà all’Unto delle urne. Il diritto a giocare con le leggi come il dittatore-Charlot gioca con il mappamondo: a considerare legittimo quello che è illegale, illegittimo quello che è legale, dunque a sovvertire categorie, istituzioni, leggi che nella Repubblica sono ferme, durevoli, non legate alla durata effimera delle maggioranze e legislature. Sono considerati illegittimi i poteri legali di controllo sul governo, perché non eletti direttamente dal popolo; è considerata illegittima la separazione tra i vari poteri dello Stato, perché controbilanciandosi a vicenda minacciano di fare quel che ogni costituzione liberale prescrive: frenare l’abuso della forza cui tende ogni potere che non trovi davanti a sé un limite.
Sono anni che ci interroghiamo su questo male che non viene estirpato – la mafia, la mafia che senza la politica non vivrebbe – e che prolifera nelle condizioni che ho descritto: in particolare ci interroghiamo sulla lunga storia italiana di trattative fra una parte dello Stato e la malavita, con poteri più o meno occulti che mediano fra due potenze facendone due entità paragonabili, dotate di diritti analoghi e di analoga forza d’influenza. Anche per il potere della malavita, non solo per il potere legale, dovrebbero a questo punto valere le parole di Montesquieu : "Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti [...]. Perché non si possa abusare del potere occorre che [...] il potere arresti il potere".
Forse però è venuto il momento di dire quello che sappiamo, e non solo di formulare domande su noi stessi e sul nostro paese. Di dire, come fece Pasolini il 14 novembre del 1974 a proposito delle trame eversive e dei golpe tentati in Italia, che in realtà:
Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo, anche se spesso non abbiamo tutte le prove e tutti gli indizi. Sappiamo che le trattative sono esistite, e si sono prolungate (secondo pentiti che hanno parlato) almeno fino al 2004. Sappiano che viviamo ancor oggi – con le leggi che rendono difficoltosa la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale e altre misure che ostacolano la rintracciabilità dell’evasione – sotto l’ombra di un patto. Sappiamo il dolore e la morte che mafia, camorra, ‘ndrangheta hanno provocato lungo i decenni. Sappiamo il sacco di Palermo, e di tante città, sobborghi: sacco che continua. Sappiamo che l’Italia si va sgretolando davanti ai nostri occhi come fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta, anziché di mattoni e di buon cemento non fornito dalla mafia - sì, noi l’abbiamo accettato, noi che eleggiamo chi ha il potere di favorire o frenare il potere della malavita. Sappiamo che basta leggere le sentenze, oltre che le inchieste di giornalisti coraggiosi – anche le sentenze che assolvono gli imputati per mancanza di prove o, peggio, per prescrizione – per conoscere le responsabilità di uomini politici e amministratori che, per essersi lungamente compromessi con la malavita organizzata, per aver conquistato e mantenuto il potere con il suo ausilio, non dovrebbero essere chiamati coi nomi, nobili, di rappresentanti del popolo o di statisti.
Tutte queste cose, come avviene nei paesi che son vissuti o vivono sotto il giogo di un potere totalitario, le sappiamo grazie a persone che hanno deciso di parlare, di denunciare, di testimoniare, e non solo di parlare ma di rimboccarsi le maniche e cominciare a costruire un’Italia diversa: tra i primi voi dell’associazione LIBERA, e i giudici che hanno indagato su mafia e politica sapendo che avrebbero pagato con la vita, e uomini come Roberto Saviano, e giornalisti che esplorano le terre di mafia come Anna Politkovskaja esplorava, ben sapendo di essere mortalmente minacciata, gli orrori e le torture della guerra russa contro i ceceni.
Sono i medici dell’Italia, siete i medici dell’Italia. Ma medici che osservano un giuramento di Ippocrate speciale, di tipo nuovo: resta il dettato che comanda l’azione riparatrice, risanatrice. Nella sostanza, l’obbligo di non nuocere, di astenersi da ogni offesa e danno volontario, di “entrare nelle case per il sollievo dei malati”. Ma cade il comandamento del segreto, vincolante in Ippocrate. Il giuramento che comanda: “Tutto ciò ch'io vedrò e ascolterò nell'esercizio della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con gli uomini, e che non dev'essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta”.
Il paragrafo del giuramento cade, perché troppo contiguo – nella nostra attività medica – alla complicità, al delitto di omertà: questa parola che offende e storpia la radice da cui viene e che rimanda all’umiltà, all’umirtà. La vera umiltà consiste nel riscrivere il giuramento, nel trasformare il silenzio in parola, nel far letteralmente parlare le pietre o meglio il cemento, le terre e i mari inquinati, poiché è denunciando il male che il male vien conosciuto e che la guarigione può iniziare. Non c’è azione senza parola che circola liberamente e non c’è guarigione senza infrazione del segreto. Per questo l’informazione indipendente è così importante, in Italia: spesso lamentiamo un’opinione pubblica indifferente, ma prima di esser aiutata a divenire civica, responsabile, nel paesino più piccolo come nella grande città, l’opinione deve essere bene informata: con parole semplici, non specialiste, con esempi concreti, con un linguaggio che non presupponga, nell’interlocutore, la conoscenza di difficili dossier. I medici di cui ho parlato – medici dell’Italia e delle sue parole e della sua natura malate – combattono proprio contro questo silenzio, che protegge i mafiosi, copre gli oscuri patteggiamenti fra Stato e mafia, e lascia senza protezione le loro vittime. I medici dicono, denunciano pubblicamente, danno alle cose un nome, e su questa base agiscono.
Senza di voi, sarebbe davvero difficile parlare senza vergogna dell’Italia, per chi vive fuori di essa. Tanto più difficile quando quasi tutti i suoi politici e tanti giornalisti esitano perfino a pronunciare la parola – Italia – e s’ostinano a usare il termine “questo paese”, con un certo sprezzo. La guarigione comincia anche con l’abbandono di vocaboli così elusivi. Smettiamo di dire a ogni passo “questo paese” invece di: Italia. Quando dico questo paese prendo distanza da esso, mi sento meno responsabile. Non servo il suo Stato ma me ne servo, facendolo coincidere con “quel paese lì”, che se ne sta lontano da me.
C’è un modo invece di servire lo Stato che chiamerei paradossale: si serve lo Stato, pur sapendo che esso è pervertito, che nella nostra storia c’è stato più volte un doppio Stato. Uomini come Falcone, Borsellino, il giudice Chinnici, Don Giuseppe Puglisi, Don Giuseppe Diana, e i tanti uomini delle scorte avevano questa fedeltà paradossale allo Stato. Uomini così sono come esuli, come De Gaulle che lasciò la Francia quando essa fu invasa dalle truppe di Hitler e dall’esilio londinese disse: la Francia non coincide sempre con la geografia. Quel che rappresento è “una certa idea della Francia”, che ha radici nella terra ma innanzitutto nella mente di chi decide, esiliato, di entrare in resistenza attiva e sperare in un mutamento.
La riconquista del territorio e della legalità è come la speranza, anch’essa sempre paradossale. Prende il via da una perdita del territorio, dalla consapevolezza che se lo Stato non ha più presa su di esso, ciascuno di noi perde la terra ferma e pulita sotto i piedi. E quando dico territorio perduto dico le case che franano non appena s’alza la tempesta, i terremoti che uccidono più che in altre nazioni, l’abitare che diventa ingrato, aleatorio, brutto, perché la costruzione delle case avviene in fretta, con cemento finto, fatto di sabbia più che di ferro, procurato da mafia e camorra. Come nella lettera di Paolo ai Romani, è da una situazione di debolezza che si parte, altrimenti non ci sarebbe nemmeno bisogno di sperare: “Ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza”.
Ecco, per ora speriamo quel che non ancora vediamo: speriamo in una cultura della legalità, in una politica del territorio restituito a chi vuole abitarlo nella decenza. Per ora abbiamo una certa idea dell’Italia e della legalità e della lotta alla mafia. Ma se sappiamo quel che accade in Italia da tanto tempo, pur non avendo tutte le prove, già metà del cammino è percorsa e il nostro agire diventa non solo necessario ma anche possibile. Anche questo Paolo lo spiega molto bene, quando elenca le tappe che si percorrono sulla via della speranza. Prima vengono le afflizioni, la conoscenza del dolore di cui sono intessute le cose sperate. Le afflizioni producono la pazienza, e questa a sua volta genera la virtù provata, la messa alla prova attraverso l’azione. Sul suolo dell’esperienza e della virtù provata, infine, nasce la speranza e a questo punto la prospettiva cambia e il cammino si fa chiaro. Allora sappiamo una cosa in più, preziosa: non si comincia con lo sperare, per poi agire. Si comincia con la messa alla prova attraverso l’azione, e solo dalla messa alla prova nascono la speranza, la sete di trovare l’insperato, l’anticipazione attiva – già qui, ora – di un futuro possibile.
Ha detto una volta Giancarlo Caselli una cosa per me non dimenticabile: “Se essi sono morti (parlava di Falcone, di Borsellino) è perché noi tutti non siamo stati vivi: non abbiamo vigilato, non ci siamo scandalizzati dell'ingiustizia; non lo abbiamo fatto, non lo abbiamo fatto abbastanza, nelle professioni, nella vita civile, in quella politica, religiosa”. Per questo corriamo il rischio, sempre, di disimparare perfino la speranza. Di disimparare l’arte che Nando Dalla Chiesa ha spiegato così bene, in questi Stati Generali dell’antimafia: l’arte che consiste nel rispondere allo sfondamento avversario con il presidio, l’accerchiamento, e il contrattacco.
*Testo dell'intervento di Barbara Spinelli letto dall'autrice a Contromafie 2009
Allons enfants de la Patrie
Riemergo carico di ottimismo dalla pagina di «Le Monde» dedicata alle reazioni dei lettori al caso Due Sarkozy. Il figlio del Presidente, studente universitario poco più che ventenne, era stato inopinatamente candidato alla guida di un’importante società statale, ma la sollevazione dell’opinione pubblica, capeggiata dagli stessi elettori di Sarkò, ha bloccato il sopruso sul nascere. Nonostante il signor Carlabruni, con uno di quei sofismi in cui eccellono i politici, avesse cercato di ribaltare il senso degli eventi, considerando un’ingiustizia non che il suo pargolo ottenesse una carica per la quale non aveva né titoli né competenze, ma che non potesse concorrervi perché figlio del Capo dello Stato.
La Francia profonda conserva una pancia monarchica ed egualitaria. Ama eleggere un re, ma poi vigila sui suoi comportamenti, fino a ergersi a contrappeso dell’autorità suprema, quando essa tende a ricostituire quell’Ancien Régime di privilegi, nepotismi, caste e prebende che i francesi si scrollano continuamente di dosso da oltre duecento anni. Ci sono riusciti anche stavolta. E in coda a una settimana italiana che alimenta la tentazione di lasciar perdere, tanto tutti i politici rubano, tutti fanno sesso spericolato, tutti raccomandano tutti e nessuno ha il senso dell’istituzione che rappresenta, i lettori di «Le Monde» spediscono un messaggio di speranza. Indignarsi contro il Potere serve ancora. Perché, scrive uno di loro, «essere eletti dal popolo non dà dei diritti, ma dei doveri».
Allons enfants de la Patrie
I vice del vice
Facciamoci riconoscere/2
Grande grande grande
I miserabili
Csm a orologeria
La democrazia delle rockstar
Mai dire Maya
Grazie
Borghesia che fu
LA PIETÀ NON È UGUALE PER TUTTI
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/10/04/la-pieta-non-uguale-per-tutti.html
Sono Lontani i morti di Messina
7 ottobre 2009
FRANCESCO LA LICATA
Sarà l’impressione di un siciliano malpensante ma quest’ultima tragedia, l’annunciata e non scongiurata frana messinese, ci sembra la conferma più evidente del profondo solco che si sta scavando fra le due Italie («il Nord operoso il Sud cialtrone»), complice una politica che - per stare in piedi - molto concede alle discutibili pulsioni umane.
E così, senza che nessuno se ne vergogni, siamo arrivati a cinque giorni dal «fatto» senza neppure sapere quante sono effettivamente le vittime uccise dal fango. I responsabili dell’emergenza, gli stessi dei quali abbiamo avuto modo di ammirare rapidità ed efficienza in occasione del tragico terremoto abruzzese, ogni giorno si fanno schermo dell’ambiguità del termine «dispersi», l’unico che consenta di evitare la semplice ammissione che i morti sono più numerosi di quelli accertati.
Non parliamo, poi, dei soccorsi. Le cronache e i servizi dei telegiornali, seppure attenti a non cedere allo «sfascismo», hanno consegnato al Paese la semplice verità che queste vittime meridionali sono un po’ diverse dalle altre.
I giornali ci hanno detto che i volontari «scavavano con le mani». E perché? Verrebbe da chiedersi. La risposta si può trovarla nelle stesse immagini del dopo tragedia: abiti accatastati alla meglio e distribuiti senza il rispetto di priorità, per il semplice fatto che tutto sembrava affidato all’improvvisazione. «Qualcosa da mangiare, qualche genere di prima necessità è arrivato», ammetteva un ragazzo dal volto esausto e senza nessuna «etichetta» organizzativa. Poi abbiamo appreso che il numero più alto di salvataggi è stato compiuto da un anonimo giovane, incredibilmente terrone, che - vinto dalla fatica - è andato a morire in mezzo a quella tempesta di fango annunciata poche ore prima come «allarme meteo». Pochi ricordano che si chiamava Simone Neri, nessuna autorità lo ha proposto per una medaglia al valore, lo commemorano solo gli abitanti di Facebook. È proprio vero che neppure i morti sono uguali e la Livella è soltanto utopia del grande artista. D’altra parte basta prestare orecchio ad alcuni commenti, adesso che l’emozione è ancora più fredda, per verificare come la sciagura siciliana si appresti ad essere relegata al posto che «merita»: «Sono cose loro, se le risolvessero senza alcuna pretesa di poter usufruire delle risorse del Paese». Esattamente come per le mafie, i mali del Meridione vengono liquidati come fossero soltanto «scelte» dei cittadini di quelle latitudini.
«Perché Messina non scalda i cuori», spiegava ieri il commento di Libero che non aveva in prima altri titoli sull’alluvione in Sicilia. Il Paese ha assistito a quella tragedia, è la spiegazione, pressappoco «nel modo in cui apprende di una catastrofe nel Terzo Mondo». Una «lontananza» motivata dall’ineluttabilità del male in un territorio dove le cose non cambieranno mai. Ma dove porta il ragionamento? Ovviamente all’unico argomento che sembra muovere il mondo: i soldi. Ognuno faccia fronte ai propri guasti, con le proprie risorse, senza che il Nord debba pagare i guasti del Sud. E se i poveri morti di Messina non scaldano i cuori, non c’è da meravigliarsi che tutta la macchina della solidarietà - di solito esaltante, come abbiamo visto in Abruzzo - in Sicilia si sia mossa fuori sincronia.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6464&ID_sezione=&sezione=
Italia una società bloccata
| IRENE TINAGLI | |
| Cosa spinge le persone a studiare, lavorare e impegnarsi ogni giorno per fare sempre un po’ di più? È la speranza di poter garantire a se stessi e ai propri figli un futuro migliore. Una speranza che si realizza quando in un Paese esiste mobilità sociale. È questa prospettiva di crescita personale che fa muovere un Paese, che stimola le persone a imparare, a produrre e a creare ricchezza, non l’obiettivo della pensione o quello di ridurre il debito pubblico. Eppure, noi ci preoccupiamo solo delle pensioni e di escamotage contabili per far tornare i conti. Legittimo, anche questo è necessario. Ma abbiamo smesso di preoccuparci di ciò che davvero contribuisce alla costruzione del futuro, di quello che i cittadini sperano, sognano, temono. Abbiamo dismesso le loro paure, bollandole come «psicologiche», irrilevanti. Così facendo abbiamo commesso due gravi errori. Primo, abbiamo dimenticato quello che ormai tutti gli economisti sanno: che sono proprio le percezioni e i fattori psicologici che alla fine determinano le scelte e i comportamenti economici delle persone. Se le persone sono convinte che qualsiasi cosa facciano sarà inutile ai fini della loro crescita personale, smetteranno di investire in se stesse, di impegnarsi nello studio o nel lavoro che fanno. | |
Secondo, abbiamo rinunciato ad analizzare e capire la realtà in cui vive il Paese. Il sentire delle persone non nasce dal nulla, nasce da esperienze concrete e dalle dinamiche sociali ed economiche. È importante cogliere questi fenomeni con tempismo per adottare politiche e interventi adeguati. Un’analisi approfondita di queste dinamiche mostra che l’Italia è in effetti un Paese bloccato e che il rallentamento della mobilità sociale non è una percezione infondata. È invece legato a problemi reali del nostro sistema economico e sociale che si sono acutizzati nel tempo. Negli ultimi anni in Italia sono aumentate le diseguaglianze, e la povertà si è diffusa tra i giovani e le famiglie con i bambini piccoli, tanto che oggi l’Italia è il Paese europeo con il più alto tasso di bambini a rischio di povertà. Non solo, ma l’Italia è anche uno dei Paesi in cui è più difficile uscire dal disagio. Questi sono tutti elementi che rendono la nostra società sempre più rigida e difficile da «scalare». Una società in cui la famiglia di origine è sempre più determinante nell’accesso alle opportunità e nella probabilità di successo delle nuove generazioni. Abbiamo uno dei tassi di «ereditarietà» della ricchezza più alti d’Europa: i dati sull’elasticità dei redditi tra padri e figli ci dicono che in Italia circa il 50% del differenziale di ricchezza dei genitori si trasmette ai figli, un dato altissimo se confrontato con altri Paesi europei in cui si aggira attorno al 20%.
Cosa significa questo? Significa che i figli dei ricchi tendono a restare ricchi e i figli dei poveri tendono a restare poveri. Non solo, ma è sempre più difficile per i ragazzi nati in famiglie umili avere la possibilità o la forza di riscattarsi. In Italia la probabilità che un giovane con padre non diplomato si laurei è solo del 10%, contro oltre il 40% dell’Inghilterra e il 35% della Francia, per fare un esempio. Questo ci dice che milioni di giovani in Italia stanno gettando la spugna. La situazione è particolarmente allarmante perché non esiste in Italia nessun piano o misura che si proponga di affrontare il problema in modo strategico e sistematico. Ed è proprio questo quello che più di ogni altra cosa ci distingue rispetto ad altri Paesi. Infatti, l’irrigidimento della società è un problema che non riguarda solo noi ma che, in vario grado e misura, caratterizza anche altri Paesi industrializzati come Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. Tuttavia in questi Paesi esiste una consapevolezza maggiore verso questi temi, che ha portato all’adozione di misure strutturali volte a recuperare dinamismo e restituire opportunità a ceti sempre più esclusi. Una strategia che in Italia manca completamente.
Ma quali sono le politiche attivabili per riattivare la mobilità sociale di un Paese? Da un lato politiche sociali efficaci per garantire a cittadini di ogni provenienza sociale pari accesso alle opportunità di crescita, dall’altro un sistema economico in grado di riconoscere i meriti e dare modo a chi è bravo di far carriera. I Paesi che stanno cercando di recuperare mobilità sociale intervengono in queste direzioni, soprattutto in quella su cui sono più carenti. Per esempio Inghilterra e Stati Uniti, che tradizionalmente hanno privilegiato i meccanismi meritocratici di mercato, stanno investendo pesantemente in politiche sociali per restituire ai ceti più deboli opportunità di crescere e migliorarsi. L’Italia invece è debole su entrambi i fronti. Ha un sistema economico ancora molto ingessato da protezioni di vario genere, e una spesa sociale dominata per il 60% dalle pensioni che non lascia spazio per lo sviluppo dei bambini, per i giovani, e per tutti quei servizi che aiutano le giovani famiglie a conciliare lavoro e carriera e a crescere. Possiamo continuare ad ignorare il problema e ad evitare le necessarie riforme ed investimenti, ma dobbiamo allora essere pronti a subirne le conseguenze. Conseguenze che sono visibili già oggi, ma che saranno ancora più gravi tra qualche anno. Perché se i dieci milioni di bambini e ragazzi che ci sono oggi in Italia non avranno l’opportunità o la motivazione di studiare, impegnarsi e migliorarsi, non riusciranno ad avere le competenze necessarie per competere su un mercato del lavoro sempre più agguerrito e globalizzato. E se non saranno competitivi loro, non lo sarà nemmeno l’Italia.
Irene Tinagli, docente di Economia delle Imprese presso l’Università di Madrid, illustrerà oggi alle 15,30 il primo rapporto sulla mobilità sociale alla presentazione pubblica della fondazione «Italia Futura», che si svolgerà a Palazzo Colonna, a Roma.
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SIMONE E MARTIN I FIGLI DEI PARA UCCISI A KABUL'
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IL LUTTO SCORREVOLE
La rappresentazione del dolore più intenso ha mostrato due Italie diverse: quella ufficiale ha riempito le chiese, l'altra era distratta dalla sua quotidianitàGli anziani ricordano che durante i funerali del Grande Torino l'Italia intera si arrese al dolore. Saracinesche abbassate e lutto al braccio, da Bolzano a Palermo. Un senso di sgomento collettivo, immortalato in pagine stupende da Indro Montanelli, che raccontò una partita di calcio giocata in piazza San Marco dai ragazzini veneziani: si passavano il pallone evocando i nomi dei caduti. Il lutto allora era il Lutto.
Scavava nelle persone e restava aggrappato per sempre ai fili della memoria. Ma ancora negli anni Settanta la morte di un Papa o una strage terrorista provocavano le stesse reazioni solenni. La tv di Stato dettava la linea, abolendo di colpo i programmi di svago per trasmettere musica classica, mentre le sale da ballo spegnevano le luci e il silenzio regnava assoluto nelle piazze e dentro gli stadi. Era tale la convinzione che il lutto dovesse avere quel genere di struttura tragica che il giorno in cui a Dallas venne assassinato Kennedy i giornali italiani si rifiutarono di pubblicare gli articoli dei loro inviati, che testimoniavano invece il disinteresse dell’America profonda per lo storico evento, surclassato dal campionato di baseball.
Poi il lutto ha incominciato a cambiare anche qui. È successo quando le immagini hanno preso il posto delle parole e le emozioni quello dei sentimenti. Le immagini e le emozioni sono potenti, ma brevi e superficiali. Come certi temporali estivi che sconquassano il suolo ed evaporano in fretta, senza penetrare in profondità e lasciando la terra più arida e assetata di prima. Nessun evento recente, a parte le Due Torri, è apparso abbastanza memorabile da coinvolgere intensamente una comunità intera. Nessun evento, nemmeno la morte di sei soldati a Kabul. La rappresentazione del dolore che è andata in scena ieri ci ha mostrato due Italie. Quella ufficiale, raccolta lungo il corteo delle bare, nella basilica di san Paolo e nelle tante chiese italiane, come la Gran Madre di Torino, che alla stessa ora si sono riempite di militari. E l’Italia dei telespettatori, la nostra Italia, che ha continuato a lavorare e vivere come sempre. Dove le uniche serrande abbassate erano quelle dei negozi chiusi per turno e molte scuole non avevano neppure la bandiera a mezz’asta. Tutti abbiamo dato un’occhiata ai telegiornali, alla ricerca di un pretesto per commuoverci, purché fosse un pretesto in grado di farci sentire meno bellicosi e più buoni. Lo abbiamo trovato in due bambini. Uno di due anni, l’innocenza assoluta, che indica la bara del papà quasi fosse un gioco. E l’altro di sette, l’infanzia resa adulta dal dolore, che corre sotto l’altare della chiesa per accarezzare il legno che racchiude le spoglie di suo padre. Ci siamo commossi, innaffiando il fazzoletto come il nostro premier in prima fila: stavolta ci ha rappresentati proprio tutti. Abbiamo pianto, ci siamo soffiati il naso. Poi abbiamo chiesto in cucina cosa c’era per secondo. È normale, funziona così ed è persino sciocco scandalizzarsi di questa incapacità cronica di stare dentro le situazioni per più di un attimo. La stessa incapacità che portava la conduttrice di un telegiornale a decantare con occhio umido gli eroi di Kabul e, girato il foglietto, ad assumere un'espressione da maliarda per svelarci l’ultimo gossip post mortem su Lady Diana e l'ex presidente Valéry Giscard d’Estaing.
Il simbolo plastico del cambiamento rimane l’uso dell’applauso. Fu inventato per sottolineare un'approvazione, mentre oggi si direbbe che la sua funzione principale consista nel coprire i baratri aperti dal silenzio, questa brutta bestia che ci induce a pensare, quindi fa paura e va rimossa come la morte. Le persone che fuori dalla basilica applaudivano le bare erano convinte in buona fede di esprimere solidarietà. In realtà stavano scacciando il dolore che passava dinanzi ai loro occhi, temendone il contagio. Ci avete fatto caso che i familiari delle vittime, gli unici a soffrire davvero, non applaudono mai?
Eppure sarebbe stucchevole rimpiangere il bel lutto che fu. Ogni epoca ha le sue rappresentazioni. La nostra ha espulso il sacro e con esso i riti comunitari che gli davano un’aura di credibilità. Si pattina leggeri sulla superficie, affastellando emozioni e mescolando ricordi: fra sei mesi non sapremo più se la tragedia di Kabul è accaduta prima o dopo quella di Nassiriya. D’altronde tutti si rammentano in modo vivido il Vietnam, pure chi non c’era, mentre delle due guerre irachene resta una macedonia di sensazioni in qualche angolo della testa. Proviamo di tutto, ma dimentichiamo anche tutto. Persino la nostra bandiera. Per onorare i caduti, il Pd del Lazio ha stampato un manifesto nero con striscia rossa, bianca e verde: i colori dell'Ungheria.
22.9.2009
Massimo Gramellini
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