L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























martedì 17 novembre 2009

Dal business dei Greco alle inchieste degli anni '90

Dal business dei Greco alle inchieste degli anni '90

alessandra ziniti «Sono veramente meravigliato, signor presidente. Per oltre 40 anni la mia famiglia ha fornito acqua a Palermo, soprattutto nel dopoguerra quando la città era assetata. Mi sarei aspettato di essere ringraziato, invece mi ritrovo sul banco degli imputati».Dieci anni fa, davanti ai giudici del tribunale di Palermo, Michele Greco si proponeva come il benefattore, come colui che per anni aveva contribuito a risolvere i gravi problemi dell'emergenza idrica, «mettendo a disposizione» l'acqua sottratta alle viscere della città dalle decine di pozzi disseminati nelle campagne di Ciaculli, Croceverde Giardini, in una parola nei feudi dei boss. Bene pubblico, naturalmente, che - in barba a qualsiasi legge - era diventato di uso privato tanto da consentire a Cosa nostra di gestire, per anni e con la complicità degli amministratori dell'epoca, un business da decine di miliardi con affari d'oro anche per una lunga catena di intermediari, a partire dal racket delle autobotti che, ogni giorno, trasportavano l'acqua nelle cisterne dei condomini. Il primo a mettere le mani sull'acqua dei padrini fu, nel 1983, l'allora alto commissario per la lotta alla mafia Emanuele De Francesco. Partì da lui la denuncia che sette anni dopo portò sul banco degli imputati una sessantina di proprietari di pozzi (quasi tutti affiliati a Cosa nostra), dirigenti e funzionari dell'Amap e del Genio Civile. C'erano Michele e Salvatore Greco, i re incontrastati di Ciaculli nonché, allora, ai vertici della Cupola. C'erano i boss Ignazio Motisi e Salvatore Teresi e le mogli di Salvatore e Giovanni Prestifilippo. E ancora l'ex presidente dell'Amap Vincenzo Zanghì, cugino di Vito Ciancimino, il repubblicano Antonio Aricò, presidente dell'Eas, il direttore Eugenio Volpes, il vicedirettore Giuseppe Miceli, il dirigente Nicola Graffagnini, ex segretario provinciale della Dc, e Camillo Bellomo, ex segretario provinciale del Psdi. Tutti accusati, a vario titolo, di peculato e furto aggravato. Quel processo poi finì in una bolla di sapone, con l'assoluzione di tutti gli imputati per alcuni reati e l'amnistia per altri. Ma le cifre del business scoperto dal prefetto De Francesco danno ancora oggi l'idea di quel che si cela dentro i pozzi d'acqua trivellati selvaggiamente nelle periferie di Palermo e che tanta responsabilità hanno - secondo autorevoli studi geologici - nell'impoverimento della falda acquifera della città. Nel 1983, quando il prefetto De Francesco requisì quei pozzi, l'Amap acquistava dai proprietari ben mille litri di acqua al secondo. Non a caso, dal pretorio della corte d'assise di Caltanissetta che stava celebrando il processo per la strage Chinnici, Michele Greco rivelò di «avanzare» dall'Amap circa due miliardi, nonostante una legge del 1976 vietasse ai privati il possesso di pozzi d'acqua per uso potabile. L'inchiesta, condotta dall'allora sostituto procuratore Guido Lo Forte e poi sfociata nei rinvii a giudizio firmati dai giudici istruttori Giacomo Conte e Giuseppe Di Lello, accertò che il business gestito da Cosa nostra andava avanti almeno dal 1976. Secondo una stima dei magistrati, per almeno sette anni, i pozzi abusivi gestiti dai mafiosi avrebbero fornito più di un terzo del fabbisogno idrico di Palermo con un costo, a carico dell'ente pubblico, di quasi nove miliardi. Danno erariale a parte, uno studio condotto dall'Università di Palermo accertò gravi danni ambientali e un forte depauperamento delle risorse idriche della città. Ma se il processo non portò ad alcuna condanna, l'inchiesta ebbe comunque il merito di aver sollevato il coperchio di un pentolone in ebollizione e di avere segnato un punto di non ritorno. Nel 1988, buona parte di quei pozzi venne sequestrata ed affidata alla gestione dell'Amap. E, quattro anni dopo, fu l'allora sindaco democristiano Domenico Lo Vasco ad inaugurare la stagione delle requisizioni dei pozzi privati in momenti di particolare siccità. Alla vigilia dell'estate del 1988, quattro di quei pozzi che avevano fornito acqua «salatissima» (in termini di prezzo) al Comune di Palermo cominciarono a pompare, gratis, cento litri al secondo. I loro nomi erano, naturalmente, quelli dei loro proprietari: il "Greco II" di fondo Carrubbella a Ciaculli, il "Greco III" di fondo Castelluccio, il "Teresi I" di fondo Parisi a Bonagia, il "Sirena" a Croce Verde Giardini. Cosa nostra si preparava all'addio ai pozzi, sancito ufficialmente, solo quattro mesi fa, dall'affidamento al Comune di Palermo, da parte del ministero delle finanze, del pozzo "Greco I", confiscato ai boss di Ciaculli. Dalla mattina del 18 novembre scorso, l'acqua dei mafiosi scorre nella rete idrica della città.
ALESSANDRA ZINITI


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