L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























domenica 29 novembre 2009

Schifani e il palazzo abitato dai boss

La mafia, Schifani e il verbale del 1993

Le firme di Renato Schifani e del costruttore Pietro Lo Sicco
Le firme di Renato Schifani e del costruttore Pietro Lo Sicco

Nell’anno delle stragi, il 1993, l’ex presidente del Senato, Renato Schifani, e il costruttore di fiducia dei terroristi di Cosa nostra stavano dalla stessa parte.

Lo rivela un verbale del Genio civile di Palermo. Il documento ci ricorda oggi che il 4 novembre di vent’anni fa, appena cinquanta giorni dopo l’omicidio di don Pino Puglisi e pochi mesi dopo gli attentati a Roma, Firenze e Milano, Schifani curava gli affari spericolati di un imprenditore: lo stesso costruttore che Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, allora imprendibili boss della mafia siciliana, consideravano così vicino da sceglierlo per l’acquisto di un appartamento-bunker dove trascorrere la latitanza. Un passato che ovviamente non appare nel curriculum ufficiale dell’attuale presidente dei senatori Pdl e stretto alleato di Silvio Berlusconi nel ricatto in corso contro il Parlamento.
Il 4 novembre 1993, il giorno in cui Renato Schifani e il costruttore Pietro Lo Sicco rivelano nero su bianco la loro collaborazione, non è un giorno come tutti gli altri. È anche il primo compleanno che la piccola Nadia Nencioni, morta con la sorellina di 50 giorni, i genitori e uno studente nella strage di via dei Georgofili a Firenze, non ha potuto festeggiare. Proprio quel giovedì Nadia avrebbe compiuto 9 anni.
Una coincidenza che rende ancor più stridente il ruolo della futura seconda carica della Repubblica, allora semplice avvocato d’affari. Perché quel giovedì, mentre l’Italia ancora piange le sue vittime e altri italiani rischiano la vita nelle indagini sui carnefici, Schifani e il palazzinaro di fiducia dei terroristi della mafia sono schierati dalla stessa parte. La loro collaborazione non è un incontro casuale. Ma prosegue almeno fino all’autunno 1996, come dimostra un ricorso in favore del costruttore Lo Sicco presentato al Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia da Schifani con i colleghi Nunzio Pinelli e Francesco Mormino. In quel periodo l’avvocato d’affari è già senatore. Viene eletto per la prima volta in Parlamento proprio nel ‘96, nel collegio siciliano di Corleone.
Negli anni successivi Pietro Lo Sicco, un ex benzinaio di Palermo che in poco tempo grazie alle sue conoscenze ai vertici della mafia si ritrova a gestire un impero immobiliare, verrà condannato per concorso esterno a Cosa nostra. E anche per corruzione di un assessore e concorso in truffa ai danni del Comune, per la costruzione di un gigantesco condominio di lusso a Palermo, in via del Bersagliere, vicino allo stadio della Favorita. Lo stesso palazzo dove tra le stragi del 1992 e del ‘93, proprio per la fiducia nei confronti di Lo Sicco, va a nascondersi per alcune settimane Giovanni Brusca, il boss che ha premuto il telecomando dell’attentato a Capaci. Anche Leoluca Bagarella, il capo dei capi dopo l’arresto di Totò Riina, si rivolge al cliente di Schifani per cercare casa. Bagarella, allora super ricercato, visita i nuovi appartamenti e rinuncia all’acquisto solo quando viene a sapere che lì ha già trovato rifugio Brusca. Ma i contatti del costruttore con i vertici di Cosa nostra non si fermano a Brusca e Bagarella.
Il verbale, da allora custodito nell’archivio del Genio civile siciliano, racconta che il 4 novembre ‘93 Lo Sicco, indicato come legale rappresentante della Lopedil costruzioni, la sua impresa, e Schifani, a sua volta indicato come legale della Lopedil, alle 11 del mattino in via del Bersagliere a Palermo incontrano i tecnici del Genio e del Comune per verificare le distanze perimetrali del palazzo da poco costruito. Lo Sicco in quel periodo è accusato di avere ottenuto la licenza edilizia dichiarandosi proprietario di particelle catastali che invece non sono mai state sue. E anche di avere cominciato la demolizione di un caseggiato non suo per far posto al condominio.
Questa volta non è la testimonianza di un pentito ma un documento a rivelare la collaborazione tra il futuro presidente del Senato e un personaggio strettamente in contatto e in affari con la mafia siciliana. Una collaborazione confermata sia da Schifani, sia da Lo Sicco. Al termine del sopralluogo, infatti, i due firmano il verbale. E la loro firma ben leggibile è oggi la prova di quel legame.
Del ruolo dell’attuale capogruppo dei senatori di Berlusconi nella spericolata storia del condominio, che ha ospitato Brusca proprio mentre l’Italia onesta sfregiata dalle stragi gli dava la caccia, parla anche il nipote del costruttore. “L’avvocato Schifani”, dice il collaboratore di giustizia Innocenzo Lo Sicco, testimone al processo per corruzione contro lo zio, davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Palermo, “ebbe a dire a me, io suo cliente, che aveva fatto tantissimo… ed era riuscito a salvare il palazzo facendolo entrare in sanatoria durante il governo Berlusconi”. E sempre riferendosi al futuro presidente del Senato, aggiunge: “Io ogni mattina lo andavo a prendere, quasi tutte le mattine lo andavo a prendere e lo accompagnavo all’Edilizia privata, dove lui metteva in atto il suo meraviglioso rapporto con l’assessore per cercare di tamponare la vicenda”.
Un meraviglioso rapporto che ha evitato la demolizione del palazzo ordinata dal Comune. La Corte di cassazione ritiene le dichiarazioni di Innocenzo Lo Sicco “intrinsecamente attendibili e confortate con idonei riscontri”. Mentre nel procedimento contro lo zio per concorso esterno in associazione mafiosa, ancora nel 2006 i giudici d’Appello sottolineano le precedenti frequentazioni del nipote-testimone “con esponenti mafiosi, in particolare i fratelli Graviano”. Cioè l’uomo che quasi ogni mattina accompagnava Schifani all’ufficio Edilizia privata del Comune di Palermo frequentava o aveva frequentato i mandanti delle stragi di Cosa nostra e dell’omicidio di don Pino Puglisi.
In qualunque Paese sinceramente democratico, è inimmaginabile pensare che un professionista che ha fatto così tanto per gli affari di un’organizzazione mafiosa e terroristica possa ricoprire per cinque anni la seconda carica dello Stato. E possa continuare a condizionare la politica nazionale, senza dare spiegazioni ai cittadini. Non escludendo però che tutto questo sia accaduto a sua insaputa, visto che la distrazione pare essere molto diffusa negli ultimi tempi tra alcuni parlamentari, lo scorso inverno quando era ancora presidente del Senato ho rivolto a Renato Schifani cinque domande. Eccole:
1. Come ha conosciuto il signor Lo Sicco?
2. Era al corrente dei contatti del signor Lo Sicco con esponenti di Cosa nostra?
3. Come valuta ora, come uomo e come politico, quella Sua esperienza professionale e il Suo apporto di conoscenza al signor Lo Sicco? Soprattutto nei confronti di quegli italiani che nel 1993 rischiavano la vita o hanno pagato con la vita il loro impegno contro la mafia.
4. Il collaboratore di giustizia, Innocenzo Lo Sicco, testimone al processo per corruzione contro lo zio (Cassazione registro generale 3309/2004 sentenza numero 1266 del 27 settembre 2004), La chiama in causa in merito alla Sua attività in favore di Pietro Lo Sicco all’interno del Comune di Palermo, affinché non venisse annullata la concessione ediliza numero 120 rilasciata all’imprenditore per la costruzione del condominio in via del Bersagliere. Che tipo di attività si trattava e come ha valutato le dichiarazioni del signor Innocenzo Lo Sicco?
5. Non ha mai pensato che la Sua assistenza al signor Pietro Lo Sicco abbia indirettamente favorito gli interessi della mafia?
Da allora non sono mai arrivate risposte. Se volete riproporre le domande, questo è l’indirizzo email istituzionale:  renato.schifani at senato.it
Il verbale del Genio civile
Il verbale del Genio civile

http://gatti.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/09/30/la-mafia-schifani-e-il-verbale-del-1993/


Schifani e il palazzo  abitato dai boss

Novembre 2009 



(di Marco Lillo, da "Il Fatto Quotidiano", 20 novembre 2009) C’è un palazzo a Palermo, vicino allo stadio della Favorita, che spiega meglio di un trattato la mafia e l'antimafia. I suoi nove piani sono un monumento alla prevaricazione dei forti sui deboli, dei corrotti sugli onesti. Sono stati costruiti in spregio a ogni norma con la complicità della politica, calpestando con la ruspa i diritti di due donne inermi. Ogni muro, ogni mattone, profuma di mafia. Chi ha eseguito i lavori e chi li ha diretti, chi ha fornito il calcestruzzo e chi ha fatto gli scavi, chi ha guadagnato vendendo gli appartamenti e talvolta anche chi li ha comprati, è legato da vincoli di sangue o di cosca con i padrini più blasonati di Palermo: Madonia, Bontate, Pullarà, Guastella, Lo Piccolo. Il capo dei lavori, Salvatore Savoca, è stato strangolato perché non voleva dividere il boccone di cemento con un clan più forte del suo: i Madonia. L'assessore che ha dato la licenza è stato condannato per le mazzette ricevute in cambio della concessione. Il costruttore Pietro Lo Sicco è stato condannato per mafia e corruzione ed è in galera. Il palazzo è stato confiscato e le vittime, Rosa e Savina Pilliu, hanno ricevuto in affitto dallo Stato l'appartamento nel quale dormiva Giovanni Brusca, l'uomo che ha schiacciato il telecomando della strage di Capaci.

Sembrerebbe una storia semplice nella quale è persino troppo facile scegliere da che parte stare. E invece la storia di Piazza Leoni dimostra che la vita è fatta di scelte, mai scontate. Questo palazzo incrocia il destino di due uomini famosi e distanti tra loro: Renato Schifani e Paolo Borsellino. Il primo (prima che le procure e i tribunali accertassero le responsabilità del costruttore corruttore e mafioso) ha messo a disposizione la sua scienza per sostenere il torto del più forte. Il secondo, nei giorni più duri della sua vita, ha trovato il tempo per ascoltare le ragioni dei deboli. Quel palazzo è ancora in piedi grazie anche ai consigli legali, ai ricorsi e alle richieste di sanatoria dello studio legale Schifani-Pinelli del quale il presidente del senato è stato partner con l'amico Nunzio Pinelli negli anni chiave di questa vicenda, prima di lasciare il posto al figlio Roberto. Mentre Schifani combatteva in Tribunale per Lo Sicco, il giudice Paolo Borsellino, trascorreva le ore più preziose della sua vita per ascoltare le signorine Pilliu.

Incroci del destino
E c’è una coincidenza che fa venire i brividi perché proprio da Piazza Leoni, dove allora sorgeva lo scheletro del palazzo abusivo, sarebbe partita al’alba del 19 luglio del 1992 la Fiat 126 imbottita con 90 chilogrammi di tritolo che ha ucciso il giudice istruttore. Le signorine Pilliu non lo sapevano ma quelli che si nascondevano dietro il costruttore che le minacciava stavano preparando le stragi. Chissà se Borsellino aveva intuito qualcosa di strano dietro quel palazzo. Una cosa è certa, se sei giorni prima di morire, 50 giorni dopo la morte di Falcone, un uomo come lui perdeva tempo a parlare con queste signorine doveva esserci una ragione. Forse allora, 17 anni dopo, vale la pena di riascoltare il racconto di Savina e Maria Rosa Pilliu.

Sorelle-coraggio
Queste due signorine di origine sarda possedevano due casupole all’interno di un filarino di ex fabbriche riadattate ad abitazione. Il padre era morto giovane ma le sorelle e la mamma, a costo di mille sacrifici, erano riuscite ad andare avanti grazie a un negozio di generi alimentari a due passi da piazza Leoni. Tutto scorreva liscio finché la mafia non mise gli occhi sul terreno accanto alle casette. “All’inizio si fece avanti Rosario Spatola”, raccontarono le sorelle quel giorno a Paolo Borsellino. Al giudice si accesero gli occhi. Spatola è stato uno degli uomini più ricchi della Sicilia, il costruttore della vecchia mafia di don Stefano Bontate, sterminata da Riina negli anni ottanta, l’amico del banchiere Michele Sindona, che aveva ospitato nella sua villa fuori Palermo. Nel settembre del 1979, Spatola si presenta nel negozio della famiglia Pilliu in via del Bersagliere e fa la sua proposta per comprare le casette. Ovviamente non voleva tenerle ma distruggerle. Per costruire un palazzo più grande sul suolo di fronte, eliminando le case e il problema delle distanze. L’idea era buona ma due settimane dopo, proprio per l’inchiesta nata dai contatti tra Sindona e la mafia, Spatola finisce in galera. Il terreno passa dopo un paio di giri a Gianni Lapis, consulente di Vito Ciancimino, per finire nel 1984 a un costruttore ignoto: Pietro Lo Sicco, un benzinaio legato al boss della mafia perdente, Stefano Bontate.

Più andavano avanti nel loro raccontopiù snocciolavano nomi e date con il loro eloquio antico, e più il giudice Borsellino si interessava alla loro vicenda. Spatola, Ciancimino, Lo Sicco. Anche il nome del costruttore probabilmente diceva qualcosa a Borsellino. Era stato arrestato da Giovanni Falcone, ma poi prosciolto. Lo Sicco era legatissimo a Stefano Bontate però quando il vecchio boss viene ucciso passa con i vincenti. Quando rileva il terreno cerca subito di comprare le casette di fronte per ampliare lo spazio e la cubatura. Con le buone o le cattive convince tutti a vendere. Nessuno osa dirgli di no. Tranne le sorelle Pilliu che non vogliono svendere. A questo punto succede l’incredibile: Lo Sicco dichiara al comune di avere anche le particelle catastali della mamma delle sorelle Pilliu. Ovviamente sotto c’è una mazzetta all’assessore all’urbanistica che frutta una licenza che prevede due cose connesse: la possibilità di costruire un palazzo con tre scale e sette piani (che poi diverranno nove) a condizione però che prima la società di Lo Sicco, Lopedil, abbatta le casette che però, piccolo particolare, non sono della Lopedil. Il 3 marzo del 1990 la società ottiene la concessione edilizia. Le Pilliu denunciano alla Prefettura e al Comune l’abuso ma non si muove nulla. Anzi si muovono le ruspe. La Lopedil tira su il palazzo e butta giù le casette. Le ruspe demoliscono quelle accanto e i piani superiori del fabbricato. Gli appartamenti delle Pilliu (che per fortuna dormono altrove) si ritrovano senza tetto: c’è solo il pavimento del piano superiore a difenderli dalle intemperie. Le sorelle chiamano i vigili urbani, la Polizia e i Carabinieri ma nessuno interviene. Il comandante dei vigil arriva sul luogo e sembra possa essere il salvatore delle sorelle ma dopo aver controllato le carte dice: “sono in regola e io posso fermare un automobilista senza patente non uno con una patente falsa”.

La minacciaLe signorine cercano di opporsi fisicamente ma Lo Sicco le minaccia e le offende dicendo a Rosa Pilliu: “Vattene da qui perchè se no ti dò un timpuruni. Senti a me, vai a vendere i tuoi pacchi di pasta al negozio che tra un po’ non potrai vendere più nemmeno quelli”. È in questa fase che le sorelle, disperate, chiedono aiuto a Borsellino. Si vedono l’ultima volta il 13 luglio, il magistrato le rinvia a due giorni dopo. Ma è il giorno di Santa Rosalia, le Pilliu non vogliono perdersi la festa alla “Santuzza” e chiedono di fissare un appuntamento più in là. Borsellino si impegna a richiamarle. Sei giorni dopo morirà in via D’Amelio.

TritoloIl giudice non poteva sapere che proprio gli uomini interessati a quel palazzo stavano preparando la sua uccisione e le stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano. Giovanni Brusca, il boss che ha spinto il pulsante del telecomando della strage di Capaci, l’uomo che ha ordinato ed eseguito un centinaio di omicidi, tra i quali quello del bambino Santino Di Matteo, colpevole solo di essere figlio di un pentito, ha raccontato: “Gli scavi a Piazza Leoni li ha fatti Pino Guastella (arrestato come capo mandamento Palermo centro nel 1998 Ndr). Poi io mi sono comprato un appartamento, tramite Santi Pullarà, che mi ha fatto fare un buon trattamento. Ci ho dormito pochi giorni però. Lo avevo fatto intestare a Gaspare Romano. Costui poi nel '95 fu scoperto dalla DIA che lo pedinava e mi sono fatto ridare i soldi indietro, perché a quel punto a me l'appartamento non serviva più. Siamo andati a vederlo con Leoluca Bagarella (il cognato di Riina che ha guidato la mafia durante la stagione delle stragi del 1993), io con una macchina e lui con un'altra, di sera. Più che altro per scegliere i piani e vedere gli appartamenti come erano combinati, perché ancora erano grezzi, in costruzione. Cioè dovevamo riuscire a capire come funzionavano, se c'era l’ascensore, se c'erano scale. Una cosa che io avevo chiesto, di particolare, se era possibile poter fare l'ascensore come come quello che avevo visto nella casa di Ignazio Salvo (uno dei cugini esattori di Salemi, legati alla Dc andreottiana e arrestati da Falcone) che io ho frequentato molto. Lui quando arrivava con la sua macchina, prendeva l'ascensore e con una chiavetta saliva fino all'attico. E quindi era un suo privilegio, e io chiesi questa cosa ma non era realizzabile perché il garage era per tutti, non solo ed esclusivamente per me”. Poi però i boss capirono che due latitanti per un palazzo era troppo. “Bagarella era interessato pure ed è venuto a vederlo con l'intenzione di comprare. Quella sera ci sono andato con Gioacchino La Barbera (altro autore della strage di Capaci, ndr). Lo abbiamo scelto sia io che Bagarella perché era un posto di élite a Palermo. Cioè Piazza Leoni, era un investimento. Poi io pensavo successivamente di farci la latitanza, ma questo era un problema mio”. Anche Gioacchino La Barbera, pentito dopo aver partecipato alla strage di Capaci conferma e aggiunge particolari: “Ho accompagnato varie volte sia Leoluca Bagarella che Giovanni Brusca a piazza Leoni. Brusca sul posto con una persona responsabile del cantiere stava cercando di fare modificare un appartamento per essere comunicante. Perché stava studiando un'intercapedine per trascorrere la latitanza e in caso di un sopralluogo delle forze dell'ordine riuscire a nascondere o a scappare”.

L’arsenale e gli inquiliniNel palazzo c’era anche un appartamento con un muro finto dietro il quale si nascondevano le armi del clan Madonia. Insomma le riunioni di condominio in quello stabile non devono essere una passeggiata. Nei piani alti abitano la figlia di Stefano Bontate, e hanno abitato entrambe le figlie del costruttore mafioso Pietro Lo Sicco. Nell’attico più grande e bello c’è una famiglia legata al defunto boss Stefano Bontate (detto il principe di Villagrazia) i Marsalone, il cui patriarca Giuseppe è morto ammazzato a fine anni ottanta. Tra quelli che ci hanno abitato, non mancano però anche i professionisti della “Palermo bene”. Al quinto piano c’è l’avvocato Antonino Garofalo, socio di Renato Schifani in una società fondata nel 1992 e mai attivata, la Gms. La casa è affitatta e se ne cura l’avvocato ma è intestata alla sua compagna russa. L’appartamento accanto a quello che fu di Brusca era occupato dallo studio di Salvatore Aragona, il medico amico di Totò Cuffaro e già condannato per avere fornito al boss di San Giuseppe Iato un alibi. Molte di queste persone, avevano stipulato con Pietro Lo Sicco un contratto preliminare di compravendita. Quando il 17 settembre del 1993 il Comune annulla la concessione edilizia e blocca tutto.

Cavilli e millimetriA questo punto entra in scena l’avvocato Renato Schifani. Insieme al suo collega di studio, Nunzio Pinelli, presenta ricorso al Tar. Pinelli va addirittura in tv con Lo Sicco a difendere il palazzo contro una coraggiosa giornalista, Valentina Errante, che aveva scoperto l’abuso. Schifani partecipa anche a un sopralluogo nel 1993 nel quale si accerta che “il distacco non deve essere inferiore a metri 12,75 e in effetti risulta pari a metri 7,75”. Ciononostante lo studio Schifani-Pinelli verga uno splendido ricorso alato. La tesi sostenuta è che la demolizione delle casette da parte di Lo Sicco “avrebbe solo anticipato gli esiti di un intervento di pubblica utilità, cui istituzionalmente era ed è tenuta l’Amministrazione Comunale”. In sostanza Lo Sicco è un benemerito che si è sostituito alle ruspe del comune. Se ha finto di essere proprietario ed è passato come un rullo sulle case altrui non lo ha fatto certo per vendere a clienti facoltosi e amici mafiosi bensì per ridare decoro alla zona. Meriterebbe quasi un premio. Incredibilmente il Tar il 23 gennaio del 1995 accoglie le tesi di Schifani e Pinelli e annulla la revoca della concessione, che così rivive. Le Pilliu sono distrutte. Lo Sicco esulta. Il Consiglio di Giustizia Aministrativa della Regione Sicilia, il Cga, però accoglie l’appello e, nonostante l’opposizione dell’avvocato Renato Schifani, annulla la concessioine. Per sempre. O almeno così dovrebbe essere.

La provvidenza di B.Perché il condono Berlusconi del 1994 prevedeva in un comma nascosto che, in caso di annullamento della concessione, si poteva presentare domanda di sanatoria anche dopo la scadenza dei termini. Non solo: per questa sanatoria straordinaria non c’era nemmeno il limite di cubatura abusiva di 750 metri. Una pacchia. La società Lopedil fa subito domanda di sanatoria. Succede però un imprevisto: il nipote di Pietro Lo Sicco, Innocenzo, pur non essendo stato mai nemmeno indagato, trova il coraggio di dividere la sua strada da quella della famiglia e racconta ai magistrati la storia dello zio e del palazzo di piazza Leoni. Innocenzo Lo Sicco, che oggi è un dirigente di un’associazione antiracket, lancia un paio di frecciate a Schifani durante un’udienza del processo nel 2000. Sulla concessione di piazza Leoni la sua deposizione è netta: “l’impresa di mio zio, la Lopedil, non era in possesso di tutti i titoli di proprietà del terreno ma comunque è riuscito ad ottenere la concessione grazie ai buoni uffici che mio zio intratteneva con personale dell’edilizia privata. Il progetto è stato approvato dalla commissione presieduta dall’onorevole Michele Raimondo, in assenza del titolo di proprietà. L’accordo di cui io ero a conoscenza era che l’assessore Raimondo faceva approvare il progetto e, al rilascio dell’autorizzazione il signor Lo Sicco avrebbe pagato una, non so se definirla una tangente o un riconoscimento all’assessore di 20-25 milioni di lire”. Grazie a queste dichiarazioni Pietro Lo Sicco è stato condannato per truffa e corruzione. Poi il nipote continua il suo racconto confermando quello delle Pilliu: “dopo che il signor Pietro Lo Sicco aveva la concessione ha cominciato i lavori di sbancamento e demolizione e ci furono reazioni da parte dei proprietari. Principalmente da parte delle signorine Pilliu e di un certo Onorato che, addirittura, mi ha quasi menato. Le reazioni ci sono state: intervento della forza pubblica, Carabinieri, 113, Polizia giudiziara, tutto c’è stato in quel periodo. Era un viavai di forza pubblica con i proprietari che facevano le loro giuste lamentele e che volevano bloccare la concesione e che si ritrovavano in questa situazione che non riuscivano a bloccare”. Come è finita? Chiedono i giudici a Innocenzo. “Io so quello che mi ha detto Renato Schifani. L'avvocato mi disse come è stato salvato l'edificio facendolo entrare in sanatoria. Schifani era il mio avvocato. Pietro Lo Sicco si rivolse a lui per la pratica del palazzo di Piazza Leoni perché sapeva dei buoni uffici che intratteneva Schifani con l'allora assessore Michele Raimondo e con l'allora dirigente Vicari. Schifani era una persona di massima competenza nelle pratiche edili, (....) aveva una conoscenza sia in termini professionali, sia in termini diretti personali con i personaggi dell'edilizia privata per il papà che ha lavorato tutta la vita all'interno dell'edilizia privata. Quindi è la persona adatta”. Schifani entra in politica a livello locale in Forza Italia e sarà senatore solo dal 1996. Ma Lo sicco spiega che l’opera di lobby dell’attuale presidente del senato avrebbe avuto un effetto “sulla concessione edilizia ottenuta l’avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il Governo Berlusconi perché fecero una sanatoria e lui è riuscito a farla pennellare in quello che era l'esigenza di questi edifici di Piazza Leoni. Quindi era soddisfattissimo e me lo diceva con orgoglio di essere riuscito a salvare questa vicenda. Perché lo diceva a me? Perché io avevo messo a conoscenza l'avvocato Schifani quando era iniziato il rapporto col signor Lo Sicco di qual era l'iter di quale era stata la prassi, di qual era la situazione di come si era venuta a creare il rilascio della concessione”.

L’inchiestaIl pm di Palermo Domenico Gozzo ha aperto un fascicolo generico, senza indagare Schifani, per le accuse di Lo Sicco. Ma ha ritenuto che non ci fosse nulla di rilevante. Nel procedimento penale non sono state considerate penalmente rilevanti nemmeno le parole di Innocenzo Lo Sicco sui costruttori Antonino Seidita e Giuseppe Cosenza. Questi due imprenditori, entrambi amici di Lo Sicco, entrambi considerati legati ai fratelli Graviano ed entrambi clienti dello studio Schifani-Pinelli, seconco Innocenzo Lo Sicco svolsero un ruolo nella vicenda. Cosenza sarebbe stato incaricato dall’assessore di chiedere a Seidita di chiedere a sua volta un rialzo della mazzetta: da 20 milioni di lire a un attico. Ma Pietro Lo Sicco non accettò e si fermò al versamento previsto nella prima offerta. Pietro Lo Sicco è stato condannato per la vicenda amministrativa a due anni e due mesi per corruzione, e truffa. Mentre per i suoi legami con la mafia è stato condannato a sette anni. Entrambe le sentenze sono passate in giudicato. Anche sul fronte amministrativo la vittoria delle sorelle Pilliu è definitiva. Nel novembre del 2002 anche il Tribunale civile di Palermo ha statuito che il palazzo non rispetta le distanze dalle casupole delle signorine e deve essere abbattuto. Per l’esattezza dovrebbero essere “tagliati” dalla costruzione otto metri e sei centimetri al piano terra e cinque metri e 81 centimetri ai piani superiori.

Ad personamSi attende l’Appello ma nella finanziaria del 2000 un emendamento del senatore Michele Centaro di Forza Italia ha introdotto una norma che sembra fatta su misura per sanare la situazione di piazza Leoni: l’amministratore giudiziario può chiedere la sanatoria del palazzo confiscato per mafia e vendere ai terzi che hanno comprato. “Ricordo che era un problema sentito anche dai magistrati”, dice Centaro. Sarà. Comunque la figlia di Bontate, come gli altri, potrebbe comprare. I terzi acquirenti sono difesi dall’avvocato Pinelli ma resta il problema delle distanze. Almeno per ora. Nel gennaio del 2005 sono crollate le casette delle Pilliu. Senza tetto, con l’acqua che entrava da tutte le parti, hanno ceduto. Un giudice ha pensato bene di aprire un processo. Non contro Lo Sicco. Ma contro le sorelle Pilliu, per crollo colposo.


http://livesicilia.it/2009/11/25/schifani-e-il-palazzo-abitato-dai-boss_32931/




*Licenza Edilizia Riso Rosaria 26 Novembre 09 Dionisi Vincenzo

26 MARZO 2013

23.11.2012
http://isoladellefemmineaddiopizzo5.blogspot.it/2012/11/isola-delle-femmine-il-ministro_23.html

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