L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























domenica 21 febbraio 2010

INDIPENDENTISMO, SEPARATISMO, AUTONOMISMO. LA SICILIA È DIVENTATA NAZIONE. ITALIANA, PERÒ. ECCO LE RAGIONI

INDIPENDENTISMO, SEPARATISMO, AUTONOMISMO. LA SICILIA È DIVENTATA NAZIONE. ITALIANA, PERÒ. ECCO LE RAGIONI

Jerome FERRANTE, founder of the State of Sicily
Jerome Ferrante, ex sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, palermitano, elesse come sede diplomatica del governo siciliano in esilio l’Hotel Etna di sua proprietà, sul boulevard Voltaire 14, al cospetto della stazione Saint Charles di Marsiglia. Sulla vistosa targa, all’ingresso dello stabile, scrisse: «Statu di Sicilia — Libbiru Governu Siciliano — Consiglio d’Europa».
L’eisodio provocò sorrisi e qualche sfottò, ma anche compiacimento ed attenzione. La Sicilia come comunità di destino o come comunità di carattere si rivela nel bisogno di una identità ed insieme nel suo rifiuto. Una contraddizione, solo una delle tante. Eppure il Vespro e il separatismo sono i riferimenti costanti della sicilianità al pari del gallismo brancatiano e del gattopardismo. Vicende di segno diverso ma assimilabili nel bisogno inespresso di identità.
La patria siciliana si può cogliere attraverso una lettura obliqua della sua storia o una dimensione immaginaria.
Mariano Vinciguerra lavorò decenni per dimostrare che «la Sicilia fu sempre isola e mai giunta all’Italia». E il catechismo sicilianista, attribuito a Michele Amari, rende merito a Dio «che stenda la Sicilia d’ogni intorni i mari per segnarla da tutta altra terra». L’insularismo è uno stato d’animo che sospinge verso l’interno e costruisce fatalità esteriori per spiegare la storia.
Ma a fare l’identità siciliana non sono solo i siciliani, anzi.
Viollet Le Due, accademico di Francia, sostenne un secolo fa con convinzione che «finché ci sarà un siciliano in Sicilia, egli non abdicherà mai alla sua antica nazionalità». E Carlo Marx, suo contemporaneo, scriveva sul Daily Tribune di New York che «nessuna terra e nessun popolo hanno lottato così instancabilmente per la loro emancipazione come la Sicilia e i siciliani».
Nel corso della storia il «sentirsi popolo e nazione» dei siciliani ha guadagnato alcuni favori, ma ha anche raccolto avversioni irriducibili: questa aspirazione – come defibnirla altrimenti? – è stata duramente criticata, negata o semplicemente ignorata.
Massimo Fini, concludendo la sua inchiesta sul separatismo siciliano, scrive che «per metà dei siciliani, il sicilianismo e l’idea di nazione esistono e vanno difesi, per l’altra metà tutto questo non è che il segno di un intollerabile provincialismo». E si chiede, pertanto, se queste nostalgie di una Sicilia nazione non siano altro, come pretende lo scettico Principe di Salina, «dei sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che attrae solo perché è morto».
Lo storico siciliano Rosario Romeo nega che la sua terra possa meritare ancora oggi l’appellativo di nazione («lo è stata, ma non esiste più»). Marcello Cimino, autore di «Fine di una nazione», data la scomparsa della nazionalità siciliana negli anni cinquanta, quando l’isola assiste impotente al suo declino, alla subordinazione coloniale del suo territorio, e diviene la pattumiera del Paese a causa delle industrie peltrolchimiche.
Massimo Ganci, altro storico siciliano, autore de «La Sicilia Nazione», giudica al contrario che la nazione siciliana è una realtà, «perché il popolo siciliano ha vinto la sola battaglia che meritasse di essere combattuta, quella della cultura, riuscendo a conservare la propria identità attraverso i millenni, nonostante il giogo di molte dominazioni». Opinione questa, che ha avuto insospettabili precedenti. Antonio Gramsci, fra gli altri, riconobbe per esempio i caratteri differenziali assai profondi della Sicilia rispetto al Mezzogiorno e il Memorandum del 1896 della Federazione socialista di Palermo al Commissario governativo descrisse una Sicilia «mai disgregata e confusa con alcun altro paese».
Ma l’episodio più recente di questa diversità di opinioni è forse il governo di Silvio Milazzo del 1958, che al Nord è ricordato come la testimonianza esemplare dell’intrallazzo politico per via della alleanza fra destra e sinistra, mentre in Sicilia molti, come l’onorevole Ludovico Corrao, lo considerano «un sussulto della permanente aspirazione del popolo siciliano all’indipendenza».
La questione siciliana si snoda nel racconto di viaggiatori e storici come un rosario di contraddittorie osservazioni. La Sicilia di Alcibiade è una terra di nessuno, le città brulicanti di uomini e razze diverse, senza patria né armi di difesa, preoccupati di procurarsi a spese dell’erario ciò che ritengono utile al fine di stabilire la loro dimora, ove necessario. La Sicilia di Tucidide è abitata da un popolo amante delle como­dità più che del bene pubblico; la Sicilia del Duca di Ossuna, nel 1616, è un regno che rifiuta Dio e Sua Maestà e quella di Martorana «un luogo in cui né le Crociate, né le leggi, né le ideologie hanno mai trovato terreno favorevole a causa del fatto che si passa con facilità dall’una all’altra religione».
Il popolo siciliano di Edmondo De Amicis è «debole, mutevole nella volontà, facile egualmente all’entusiasmo ed allo scetticismo, eroico nei suoi impeti generosi, eppure capace di ferire a morte i suoi governanti di fine ingegno». Il popolo siciliano di Tornasi di Lampedusa crede di avere un passato imperiale che gli dia diritto a funerali sontuosi.
Il Vespro del siciliano Elio Vittorini racconta «un popolo inarticolato che dal primo suddito non barone all’ultimo servo di barone» legato all’idea monarchica, perché tenendolo unito «entro la sedentaria continuità feriale, separato da tutto il resto dei popoli e degli uomini, sembra addirittura proteggerlo».
L’indipendentismo, il separatismo, l’autonomismo, il partito siciliano, la nostalgia della patria siciliana, che spesso nascono e muoiono sulle pagine della volubile informazione quotidiana, vengono giudicati con severità: un modo furbo per rivendicare prebende e privilegi, uno strumento ingegnoso per vivere fuori dalle regole dello Stato, un comodo alibi per quanti considerano l’isola una fastidiosa appendice estranea alla vita della nazione italiana.
Oggi i siciliani non hanno amor di patria siciliana. Considerano anacronistico l’indipendentismo, una pagina lontana di storia il separatismo, e guardano con sospetto l’autonomismo.
Le ragioni? Sono sotto gli occhi di tutti. La specialità è stata un’occasione perduta. Finora.
http://archivio.siciliainformazioni.com/politica/indipendentismo-separatismo-autonomismo-la-sicilia-e-diventata-nazione-italiana-pero-ecco-le-ragioni/
FRANCE, Marseille: Jerome FERRANTE, founder of the State of Sicily
 
(c) Ferdinando Scianna/Magnum Photos


Jerom Ferrante nella primavera del 1978 arrivò nel mio ufficio parigino  dell’“Europeo” un plico bizzarro. 

Istoriato di colorati  francobolli  e timbri del  Libbiru guvernu di Sicilia.

Il valore dei francobolli  era espresso in tarì,  antica moneta siciliana  che soltanto avevo sentito nominare  in certe filastrocche  della mia infanzia.

Ivu a la fera accattari cuttuni, mi ci mannò lu me patruni, mi ci mannò  u tri tarì, unu, rui e tri.

Me lo rigiravo in mano, quel plico, divertito e curioso. Che  a mia insaputa ci fosse stata in sicilia una guerra di indipendenza sfociata in un Libbiru guvernu?

Il contenuto non era meno stupefacente. Fotocopie su fotocopie di documenti, petizioni alla Cee, all’Onu, ai governi di  mezza Europa, riproduzioni di progetti di aeroporti internazionali a Palermo, Licata, Catania, libelli storico-politici sulle  prevaricazioni e rapine subite dalla sicilia per mano di Garibaldi, dei governi monarchici e repubblicani. Riproduzioni di  tarìcartacei e di tarìin oro, moneta ufficiale. Resoconti sulle  infinite ricchezze dell’isola, dal petrolio all’oro. Il tutto in una  lingua squinternata e ibrida, franco-siculo-italiana. Ogni documento firmato da Jerom Ferrante, portavoce e responsabile del Libbiru guvernu di sicilia in esilio a Marsiglia. Un meraviglioso delirio che non poteva non farmi venire il desiderio di  incontrare il pirotecnico Jerom. Andai a Marsiglia. 
Arrivai  la  mattina  presto.  La  monumentale  e  coloniale  scalinata della stazione Saint-Charles cominciava a popolarsi dell’eterogenea umanità di questa molto mediterranea città  di mare. Lì di fronte, al 14 di boulevard Voltaire, dalla bianca terrazza di un piccolo ristorante sentii zampillare le note  scintillanti dell’inno dei Puritanidi Vincenzo Bellini: Suoni la 
tromba, e intrepido…

Un uomo corpulento, sui sessant’anni, dal volto mite, la  barba di tre giorni, con l’aiuto di un bastone issava su un ferro  una colorata bandiera che subito si mise a sventolare nell’aria  del mattino. È la bandiera blu verde e bianca con al centro le  tre gambe della Trinacria, il sole e la testa del leone. L’uomo  scatta sull’attenti e saluta la bandiera con le tre dita della mano  destra aperte: Viva la sicilia libbira e indipindenti!

Jerom Ferrante rientra per togliere dal grammofono il disco rigato dai troppi passaggi. La sede del Libbiru statu di  sicilia in esilio e il ristorante Etna Mungibeddu che la ospita  sono aperti. 

Un’insegna  e  uno  stemma  indicano  la  doppia  funzione  dell’edificio, così che a Marsiglia si trova l’unica sede diplomatica d’Europa dove è possibile ordinare un piatto di pasta con  le sarde o le melanzane ripiene.

Questa surreale cerimonia dell’alzabandiera si ripeteva tutte  le  mattine  ormai  da  molti  anni,  da quando  Jerom  si  era  persuaso che il Consiglio d’Europa lo aveva autorizzato, con  il  protocollo  numero  6507/64  del  dicembre  1974,  ad  aprire  una rappresentanza di quel libero governo siciliano di cui lui  si era nominato portavoce. Il ristorante era vuoto. In un angolo, seduto davanti a un lercio tavolino, Jerom Ferrante. Dietro di lui un accatastamento di oggetti da rigattiere siciliano, bandiere con la Trinacria, carrettini multicolori, marranzani,  piccole ceramiche, manifesti che inneggiavano al Libbiru guvernu, carte geografiche dell’isola, pietre dell’Etna. 

All’origine del suo gentile, innocuo, appassionato delirio  c’era quel cornuto del prefetto Mori, mandato dal fascio a perseguitare i galantuomini. Diciottenne, Jerome scappò dal suo  villaggio, Isola delle Femmine, vicino a Palermo, assieme a  uno zio e a sessanta patrioti capitanati da Guido Fortini, figlio  di don Carlo Fortini, grande capo della lotta per l’indipendenza siciliana, per sfuggire alle persecuzioni e cercare in Francia  rifugio e armi per l’insurrezione che avrebbe liberato l’isola 
dall’occupazione coloniale degli italici e evitato la guerra.

Da allora erano passati quarantadue anni, ma Jerom Ferrante, detto Mommo – Al municipio avevano scritto Gerolamo, ma mio padre mi chiamava Girolmo, alla francese; per  questo mi firmo Jerom –, non aveva mai rinunciato alla sua  missione redentrice e rivoluzionaria. Un profluvio di appelli  su carta intestata del Libbiru statu cominciarono a partire dal  ristorante all’indirizzo di tutti i capi di stato e di ogni istituzione mondiale riconosciuta. 

Aveva persino scritto un libro il portavoce, Sicile droit d’un  peuple, nel quale illustrava a popoli e governi le ragioni storiche della santa battaglia e il programma rivoluzionario che sarebbe stato applicato allo scoppio dell’inevitabile insurrezione  che avrebbe restituito alla sicilia bella la sua libertà. saputo che ero giornalista, e per giunta siciliano, Jerom si  alzò e mi abbracciò con trasporto, commosso. Un paesano,  un fratello. Cominciò a parlarmi in un dialetto palermitano  imbastardito, francesizzato. 

La Sicilia,  mi  spiegò  Girolmo,  è  sempre  stata  un  paese  francofono, per questo i francesi ci appoggiano. In che senso  francofono?, chiesi. Don Jerom si infervorò: “Ma dalla nostra  stessa lingua si capisce. Come diciamo noi per dire che uno è vestito trasandato? A sanfasò, diciamo, francese spiccicato,  sans façon. E quando si chiama la contradanza che cosa grida  chi la dirige? Dames et chevaliers, un passu n’arrier. E che cosa c’è  dipinto sui laterali dei nostri belli carretti siciliani? La storia  dei paladini di Francia c’è dipinta, certo non la storia degli  italici. I siciliani hanno accolto Garibaldi perché era francese. 

Per questo lo fecero presidente della sicilia, se no a calci in  culo l’avrebbero cacciato. Tanto è vero che quando a Bronte  gli presentarono la bandiera italiana i contadini si ribellarono. 

Che cos’è questa pezza da piedi? noi vogliamo la nostra bella  bandiera siciliana, la bandiera di Archimede e di Federico ii,  blu  come  il  Mediterraneo,  verde  come  i  giardini  e  le  vigne  della Conca d’oro, bianca come la spuma del mare orientale,  col sole a leone cocente e la Trinacria, una gamba per Messina, una per Catania e la terza per Paliermu. Allora arrivò  nino Bixio e li scannò tutti i contadini di Bronte, questa è  stata l’abilità di quel bel pezzo di eroe. Quando Garibaldi lo  seppe si spaventò tanto che gli si scatenò una diarrea, ma una  diarrea, che finì solo quando finalmente passò dall’altra parte  dello stretto”.

Allora, don Jerom, dopo la rivoluzione verrà abolito l’italiano, in sicilia parleremo soltanto siciliano. “Ma quando mai!  non ci siamo capiti proprio. Loro lo hanno chiamato italiano,  ma in realtà è la lingua che è stata inventata dalla scuola poetica siciliana dove la studiò lo stesso Alighieri d’Etna.” 

Alighieri d’Etna? 

“E certo! D’Etna, Dante… la stessa cosa è! Poi lui, partendo dalla Sicilia, disse Vado a lavare i panni in Arno, per dire  che andava a insegnare il siciliano agli italici.”  siamo sicuri, don Jerom, che non ci sbagliamo di secolo  e di persona? “Ma quando mai! Lo so che poi quei cornuti  hanno cercato di cambiare le carte in tavola e la raccontano in  un altro modo. Ma la storia vera questa è.” 

E il programma rivoluzionario? Meriterebbe un’approfondita relazione. Ma mi parve che si basasse molto sui traumi  giovanili di Jerom.

Fuori gli italici, ovviamente; prigioni non solo abolite, ma  rase al suolo. niente tasse fino a un guadagno di sessantamila dollari, proprio  così, espresso in dollari; abolizione degli  esami di riparazione nelle scuole, ché i  ragazzi,  con  quel  sole  meraviglioso,  si  devono godere l’estate. Giustizia: occhio  per occhio, dente per dente. Rubi un asino?, devi rifondere l’asino. Ammazzi qualcuno?, niente pena  di morte, per carità, ma giudizio di Dio: l’assassino viene condotto in nave a metà strada tra la sicilia e l’Africa e gettato a  mare. se si salva, meglio per lui. 

Le peripezie che portarono lo zio a farsi una nuova vita a  Marsiglia devono essere state complicate e dolorose. Finché non  aprirono il ristorante Etna Mungibeddu, aiutati da una mezza  parente, naturalmente siciliana, che si improvvisò cuoca.

Il rancore e la nostalgia di cui era avvelenato lo zio – un  sentimento della sicilia come terra di latte e di miele, di fuoco e di ricchezza rubata, di uomini umiliati e spogliati della  dignità – finirono per invadere la coscienza e l’immaginario  del ragazzo Jerom, che forse era sempre stato un po’ strambo  e fragile di cervello, e per questo lo zio se l’era portato dietro. Morto lo zio, Jerom decise di fondare il Libbiru guvernu,  avamposto in esilio dell’inevitabile riconquista, della certissima liberazione.

Governo riconosciuto da tutte le grandi istituzioni internazionali e da almeno venti governi, che godeva della benevolenza di Chirac, mi confermò Ferrante, mostrandomi come  prove orgogliose le ricevute di ritorno delle raccomandate che  da anni spediva a chiunque gli passasse per la testa – governi, banche, persone di cui leggeva il nome sui giornali o che sentiva nominare alla televisione. Tutti solidali, come inconfutabilmente provavano quelle ricevute di ritorno.

Torna questa sera, mi disse, ti invito a cena e ti presento  alcuni dei tanti amici con i quali stiamo preparando l’esercito  di liberazione della Sicilia. Tornai. C’erano molti avventori. 

Altri  ne  entravano  e  tutti  salutavano  trinacriamente.  A  un  tavolo abbastanza  grande,  un  gruppo  di  persone  di  diverse età alle quali fui presentato. Da quel tavolo sorgeva una  conversazione  in  una  lingua  dolce,  intricata  e  zoppicante,  misteriosa. Vi si parlava di un’isola bella, benedetta dal cielo, circondata da un mare più azzurro, illuminata da un sole  più caldo, ridente di giardini, ricca di petrolio, zampillante di  pure acque e di ogni ben di Dio.

FRANCE, Marseille: Jerome FERRANTE, founder of the State of Sicily.
(c) Ferdinando Scianna/Magnum Photos


Eldorado perduto, irraggiungibile terra promessa.

Che si mangia? Qui abbiamo solo specialità della nostra  terra: sarde a beccafico, melanzane ammuttunate, pasta coi  broccoli arriminati, pasta con le sarde, naturalmente, panelle, rascaturee tutto quello che di siciliano si può immaginare. 

A mano a mano che le pietanze arrivavano fiorivano i commenti, secondo un rito che conosco benissimo. C’è meglio  degli ziti col sucufatto con le cotenne e la salsiccia con i semi  di finocchio? Buone queste sarde. In questa stagione sono  buone per i beccafico; per la pasta, invece, sono un po’ troppo grasse. Buona ’sta ricotta, chi te la porta? C’è un pecoraro siciliano che ha la mandria vicino a Marsiglia e me la fa  portare dal figlio. La parola sicilia ritornava continuamente,  come un talismano o un tormentone da blues.

Il cibo dava corpo alla nostalgia e al viaggio dentro una  favola struggente. 

Ma chi erano quei personaggi? Cominciai a interrogarli. 

E rimasi stupefatto. La maggior parte erano figli di siciliani  emigrati in Egitto, Tunisia, Algeria le cui famiglie, cacciate via dai nuovi governi indipendenti, si erano rifugiate in Francia. 

Ma c’erano anche arabi, immigrati clandestini per la maggior  parte, indistinguibili dagli altri figli di siciliani, che si erano  aggregati alla ricerca di una comunità. La cosa più incredibile  era che nessuno di loro era nato in sicilia, nessuno  c’era mai stato. neanche Jerom Ferrante vi era più  ritornato, dopo la fuga con lo zio.

Preferivano non mettere alla prova della realtà il  sogno, la nostalgia dell’isola Eden, ricolma di tutti i  doni che la natura le aveva concesso.

Tanto se la sentivano in bocca, nella memoria,  quella  terra,  attraverso  i sapori  delle  pietanze  dell’infanzia  che  già  con  nostalgia  cucinavano  le  loro mamme.

Ma per gli immigrati c’era anche un’altra ragione. Jerom, in quanto portavoce e responsabile del Libbiru guvernu di sicilia in esilio, oltre a coniare moneta e a stampare  marche da bollo e francobolli, rilasciava documenti di identità. ne fece uno anche a me la mattina seguente. Quattro  fotografie fatte alla photomaton della stazione, una bella carta  piena di marche da bollo e di timbri a secco e a inchiostro, e le  canoniche firme. Una copia rimaneva in sede, un’altra veniva  data al cittadino, una, sempre con la sua bella raccomandata  con ricevuta di ritorno, veniva spedita alla sede della Comunità europea e l’ultima al comune di origine.  non ho mai visto niente di più autentico.

Parecchi immigrati clandestini vivevano da anni tranquilli  grazie  a  quel  documento  di  identità  che  mai  aveva  suscitato perplessità o sospetti nei poliziotti che lo controllavano. 

Qualcuno ci viaggiava anche all’estero.

La cena andava per le lunghe, si era fatto tardi. Gli altri  avventori erano andati via. I miei commensali uscirono e io  con loro.

Jerom mise sul piatto del giradischi il vecchio settantotto giri da cui si levarono, gracchianti e commoventi, le note  dell’inno dei Puritani.

Tutti  sull’attenti  a  salutare  col  braccio  teso  e  le  tre  dita  aperte, tre, come le gambe della Trinacria, mentre Jerom ammainava la bandiera del Libbiru guvernu.

Alzo le tre dita e saluto anch’io: Viva il libbiru guvernu di  Sicilia!


FRANCE, Marseille: Jerome FERRANTE, founder of the State of Sicily.
(c) Ferdinando Scianna/Magnum Photos





Panoramica Fotografica:
Via Martin L. King Fognatura San Giovanni Bosco Portobello Dionisi Costantino Dune Strada al Mare

Promemoria per il geometra ………..
“Il sindaco Bologna – si legge in una nota del gruppo consiliare di An a firma del capogruppo Vincenzo Dionisi – ha volutamente omesso di comunicare la notizia che il realizzando parco giochi in una nuova strada Prg in vicinanza della via San Giovanni Bosco è un optional, in quanto alla sua amministrazione sta a cuore realizzare una strada con parcheggi, fognatura ed illuminazione che per caso ed ironia della sorte, lambiscono immobili di proprietà di un assessore comunale e di un consigliere della maggioranza”.
I due parchi dove i bambini potranno trascorrere ore spensierate saranno realizzati in via Libertà e in strada nuova in vicinanza della via San Giovanni Bosco in ottomila metri quadrati. Luoghi verdi tra le numerose lottizzazioni che negli anni 80 sono state realizzate proprio in quell’area. L’importo complessivo dell’opera finanziato e dal comune e dalla casa depositi e prestiti si aggira intorno ai 730 milioni. Centocinquanta milioni soltanto per espropriare i terreni. Per finanziare l’opera l’amministrazione comunale aveva chiesto e ottenuto un mutuo di 600 milioni per realizzare il primo stralcio dei due parchi.
Ma l’iter del progetto è stato quanto mai travagliato anche per il ricorso presentato da An. “il ricorso di questo gruppo di An al Coreco era pertinente in quanto nel programma triennale delle opere pubbliche 97/99 si parlava di realizzare due parchi giochi e non già di realizzare una strada nuova di Prg in vicinanza della via San Giovanni Bosco che stranamente è spuntata fuori non si sa bene come nel programma 98/2000 carteggio negatoci in visione”.
Il primo cittadino che aveva annunciato l’inzio dell’iter per l’esproprio dei terreni e dunque al conseguente pubblicazione della gara ricorda che “alla fine il progetto è stato aprovato dal Coreco e che tutto era perfettamente previsto nel piano triennale – afferma Stefano Bologna – poi alla fine voglio sommessamente ricordare che come sanno tutti a Isola delle Femmine che tra i firmatari del ricorso al Coreco contro i parco giochi c’erano nipoti e figli di noti costruttori che per anni hanno costruito in quella zona. Tutto il resto sono accuse gratuite” (i.m.)
IL MEDITERRANEO 3 marzo 1999 si è in prossimità delle elezioni amministrative che si terranno il mese di giugno del 1999
E su Via Libertà cosa diceva il nostro geometra? :
§ autorizzazione edilizia in sanatoria per una piscina abusiva;
§ concessione edilizia (al padre) per completamento di un fabbricato abusivo nei 150 metri dalla battigia (nel rilievo aerofotogrammetrico del 1977 il fabbricato non esiste);
§ concessione edilizia per la costruzione di un villino bifamiliare in “lotto intercluso” ove già aveva realizzato una villa unifamiliare e piscina con un’altra concessione edilizia.
CONSIDERAZIONE FINALE : ALLA FACCIA DELLA TRASPARENZA E DELLE SFINGE DI SAN GIUSEPPE.
MORALE DELLA FAVOLA : ANCORA ISOLA DELLE FEMMINE E’ SENZA UN P.R.G. E LA STORIA CONTINUA


Devo ringraziare il geometra che allora mi suggerì di fare un accesso agli atti per conoscere meglio tutto l’affair dei Parchi giochi e della strada. Sono passati diversi anni e di risposta che per legge sono dovute NESSUNA loro pensano solo ai cavolacci loro, dei Cittadini non gliene frega niente a nessuno. Il geometra, pentito delle lamentele informazioni e documentazione trasmessami, non vede l’ora di dimenticare tutta la faccenda

Isola delle Femmine 9.5.08 prot 5841

Al Sig. Arch D’arpa Responsabile dell’U.T.C del Comune di Isola delle Femmine
Per il tramite del Segretario Comunale Comune di Isola delle Femmine
E p.c. Al Sig Sindaco del Comune di Isola delle Femmine fax 0918677098
Al Sig. Presidente del Consiglio Comunale di Isola delle Femmine
Al Sig. Capo del Gruppo Consiliare INSIEME
Presso il Comune di Isola delle Femmine
Al Sig. Capo del Gruppo Consiliare ISOLA DEMOCRATICA
Presso il Comune di Isola delle Femmine
Al Sig. Capo del Gruppo Consiliare ISOLA PER TUTTI
Presso il Comune di Isola delle Femmine
OGGETTO: Accesso agli atti: stralcio esecutivo del progetto dei due parchi gioco realizzati nel nostro territorio comunale e precisamente in Via Libertà e nella Strada Nuova di P.R.G. in vicinanza della Via San G. Bosco.
Il sottoscritto Giuseppe Ciampolillo nella qualità di Coordinatore del Comitato “Isola Pulita” per la difesa dell’ambiente, associazione interessata alla tutela e al rispetto delle norme relative all’ambiente alla salute, alla qualità della vita, alla gestione del territorio ed all’efficienza della Pubblica Amministrazione, chiede di poter esercitare l’accesso agli atti ed estrarne copia:
Delibera di Giunta nØ 358 datata 31 dicembre 1998;
Delibera di Giunta n 90 datata 4.6.1999Ø “approvazione progetto importo complessivo di £. 783.937.547”;
DeliberaØ Consiglio Comunale 14 datata 4.5.1999 “Bilancio esercizio 1999”;
Delibera di Giunta n 142 datata 18.11.1999 “l'assunzione mutuo” .Ø
La richiesta in ottemperanza a quanto previsto:
Decreto Legislativo 19 agosto 2005, n.195 Attuazione della direttiva 2003/4/CE sull'accesso del pubblico all'informazione ambientale;
Decreto legislativo del 24 febbraio 1997, n. 39, recante attuazione della direttiva 90/313/CEE, concernente la liberta' di accesso alle informazioni in materia di ambiente; Legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni;
Decreto Presidente Regione Sicilia 16 giugno 1998, n. 12;
Regolamento del diritto di accesso ai documenti dell'Amministrazione regionale;
In attesa di ricevere un vostro riscontro, porgo l'occasione per porgervi distinti saluti.
Giuseppe Ciampolillo
Via Sciascia 13
90040 Isola delle Femmine















































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