L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























sabato 27 febbraio 2010

LA CRICCA DEGLI APPALTI


La cricca degli appalti
Caricato da isolapulita. - Guarda gli ultimi video.


Indagati, imputati, condannati del PDL nel 2010. Facciamo la conta


Nicola Maria Di Girolamo: Tutto cominciò con il caso dell’ex senatore Nicola Maria Di Girolamo, candidatosi nel 2008 con il Popolo della Libertà nella circoscrizione estero, ed eletto con 25.000 preferenze. All’indomani dell’elezione, il primo dei non eletti, Raffaele Fantetti, propose ricorso alla Giunta delle Elezioni del Senato , affermando che, al momento della candidatura, Di Girolamo non risultava residente all’estero, come previsto dalla legge Tremaglia. Per tali motivi, difettando i presupposti normativamente previsti, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma chiese gli arresti domiciliari per attentato ai diritti politici, falsa attestazione o dichiarazione ad un pubblico ufficiale sulla sua identità, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, concorso in falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, concorso in falsità in atti destinati alle operazioni elettorali, false dichiarazioni sulle sue generalità. Risulterebbe che Di Girolamo, il quale aveva dichiarato di essere residente in Belgio, nel Comune di Etterbeek, Avenue de Tervueren n. 143, in realtà avrebbe dichiarato il falso, in quanto nel Comune di Etterbeek non esiste alcuna Avenue de Tervueren n. 143, ed il senatore non risultava conosciuto all’anagrafe belga. In Avenue de Tervueren n° 143, ma in un diverso comune belga, risiedeva invece l’ambasciatore d’Italia in Belgio Oronzo Cilli, che secondo l’accusa avrebbe aiutato Di Girolamo ad ottenere la falsa residenza per potersi candidare nella circoscrizione estero. Il Senato, in ogni caso, liquida la situazione negando l’autorizzazione a procedere nei confronti di Di Girolamo. I guai per l’ex senatore del PDL, però, non finiscono qui. Il 23 febbraio 2010 ne viene richiesto l’arresto nell’ambito di una inchiesta relativa ai reati di riciclaggio e reimpiego di capitali illeciti, nonché per la violazione della legge elettorale tramite un patto di scambio con la nd’rangheta. In seguito alle dure parole del Presidente della Camera Gianfranco Fini, che in data 25 febbraio dichiarava “Se fossi senatore voterei per la concessione dell’arresto”, il giorno successivo il Presidente del Senato Renato Schifani richiede l’annullamento dell’elezione di Di Girolamo. Il 1º marzo 2010 Di Girolamo si dimette, l’aula di Palazzo Madama accoglie le dimissioni il 3 marzo ( ma si registrano 16 contrari e 12 astensioni). Nella medesima serata Di Girolamo si costituisce a Roma e viene condotto in carcere a Rebibbia.

Nicola Cosentino: Le peripezie giudiziarie dell’aspirante candidato alla Presidenza della Regione Campania cominciano nel settembre 2008 , quando gli viene contestato un ruolo di rilievo in vicende relative al riciclaggio abusivo di rifiuti tossici. Tutto nasce dalle dichiarazioni di Gaetano Vassallo, che coinvolge nel ciclone mediatico Cosentino ed altri politici, tra i quali l’ex An Landolfi. Nel novembre 2009 la magistratura inoltra alla Camera dei deputati dai magistrati inquirenti una richiesta di autorizzazione per l’esecuzione della custodia cautelare per il reato di concorso esterno in associazione camorristica, ma la richiesta viene respinta dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera. In data 13 luglio 2010 cade una nuova tegola sul capo di
Nicola Cosentino, che si vede indagato insieme all’On. Dell’Utri per associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi sulla costituzione delle associazioni segrete, nell’ambito dell’indagine sulla cosiddetta P3.

Camillo Pennisi : il 12 febbraio 2010 è la volta di Camillo «Milko» Pennisi, presidente dimissionario della Commissione urbanistica del Comune di Milano, che veniva arrestato addirittura in flagranza di reato con l’accusa di avere incassato una mazzetta di 10.000 euro dall’imprenditore Mario Basso, responsabile della società immobiliare Style, per sbloccare una pratica edilizia. I finanzieri hanno setacciato i conti correnti, l’ufficio e l’abitazione del politico del Pdl, individuando tracce di versamenti a lui riconducibili. Letizia Moratti ne chiede immediatamente le dimissioni , il PDL lombardo lo sospende da ogni incarico.

Renzo Masoero: Nella medesima giornata del 12 febbraio 2010 scoppia lo scandalo Masoero. L’uomo politico, al momento dello scandalo Presidente della Provincia di Vercelli e Sindaco di Livorno Ferraris. Le accuse sono relative a tangenti richieste alla società Alex Costruzioni srl di Point Saint Martin, amministrata da Paolo Fresc, indotto a versare, con la mediazione di Tomalino e a titolo di finanziamento della campagna elettorale di Masoero, 10mila euro. L’esborso sarebbe stato indirettamente finalizzato all’assegnazione alla società Alex contratti del valore complessivo di 600mila euro per la costruzione di due rotonde stradali nella provincia di Vercelli. Masoero si è dimesso da entrambe le cariche il 25 febbraio 2010 , ed il Il 7 aprile 2010 ha patteggiato una condanna a 24 mesi di reclusione, pena sospesa.

Giuseppe Ciarrapico: Limitandoci alle controversie giudiziarie che lo hanno visto protagonista nell’ultima legislatura, va segnalato che nel marzo 2010 la procura di Cassino chiede per l’anziano Giuseppe Ciarrapico il rinvio a giudizio con l’accusa di ” stalking a mezzo stampa” che sarebbe stato attuato dal senatore ed editore tramite il quotidiano di sua proprietà Nuovo Molise Oggi, con articoli e vignette, pubblicate quasi giornalmente e contenenti insulti, accuse e allusioni a sfondo sessuale rivolti alla giornalista Manuela Petescia, direttrice dell’emittente Telemolise e moglie di un altro senatore PdL, Ulisse di Giacomo. Nel maggio 2010, poi, la Guardia di Finanza ha sequestrato immobili, quote societarie e conti correnti intestati a Ciarrapico e ad altri soggetti nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma, nella quale il vulcanico e controverso “onorevole” è accusato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Secondo l’accusa le due imprese editoriali controllate dal politico tramite il figlio e dei prestanome avrebbero percepito illecitamente circa 20 milioni di euro di contributi tra il 2002 e il 2007.

Dennis Verdini: Quello che è, da anni, uno dei più importanti uomini di Forza Italia, e ora Coordinatore nazionale del PDL, nel febbraio 2010 è stato indagato dalla Procura di Firenze per il reato di concorso in corruzione, relativo ad alcune irregolarità che si sarebbero consumate sugli appalti a Firenze e a La Maddalena, sede in cui si sarebbe dovuto tenere il G8 (poi spostato a L’Aquila). Il gip si è riservato la decisione di ricorrere ad eventuale rinvio a giudizio. Nel maggio 2010, inoltre, è stato è indagato dalla Procura di Roma in un’inchiesta su un presunto comitato d’affari, la cosiddetta “cricca”, che avrebbe gestito degli appalti pubblici in maniera illecita.

Ugo Cappellacci: Il Governatore della Regione Sardegna dal 15 maggio 2010 è indagato per presunta corruzione nell’aggiudicazione degli appalti dell’energia eolica sull’isola. Il procuratore aggiunto di Roma, Capaldo e gli altri magistrati che seguono l’inchiesta – Rodolfo Sabelli ed Ilaria Calò – accusano il presidente della Sardegna di corruzione ed abuso d’ufficio per avere raccolto ed eseguito i consigli di Flavio Carboni, del senatore Marcello Dell’Utri – non indagato – e del suo coordinatore del partito, Verdini: suggerimenti per nominare come direttore generale dell’Arpa Sardegna, Ignazio Farris. L’iscrizione nel registro degli indagati di Ugo Cappellacci è stato deciso dopo la trascrizione di numerose intercettazioni telefoniche . Nel corso della stessa indagine viene fuori il nome di Claudio Scajola, insieme a quelli di Marcello Dell’Utri, di Denis Verdini, del sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo (Pdl, non è indagato).

Aldo Brancher: L’ex sacerdote paolino, e uomo Fininvest di fiducia di Berlusconi, contatto tra il Vaticano e i palazzi della politica romana, è stato indagato a Milano per ricettazione (600mila euro che gli sarebbero stati versati in quattro diverse occasioni) e per la presunta appropriazione indebita nell’indagine sullo scandalo della Banca Antonveneta e la scalata di Gianpiero Fiorani all’istituto creditizio: la Procura ha rintracciato, presso la Banca Popolare di Lodi, un conto intestato alla moglie di Brancher con un affidamento e una plusvalenza sicura di 420mila euro in due anni. Ammesso al rito abbreviato, è balzato agli onori della cronaca perchè, nominato ministro da Silvio Berlusconi il 18 giugno 2010, a soli 5 giorni dalla nomina a Ministro ha eccepito il legittimo impedimento. Il 26 giugno era prevista l’udienza del processo sul tentativo di scalata ad Antonveneta da parte di Bpi in cui il ministro era imputato. Brancher ha motivato la richiesta di sospensione del processo con la necessità di organizzare il nuovo ministero. Ma il Quirinale, con una nota, ha fatto presente che essendo Brancher ministro senza portafoglio, la struttura ministeriale non è prevista. Ha poi rinunciato al legittimo impedimento, annunciando le proprie dimissioni da ministro.

Claudio Scajola: Ministro degli Interni e Ministro dello Sviluppo Economico nell’ultimo Governo Berlusconi. Limitiamoci alla legislatura in corso . Nel 2010 la Guardia di Finanza trova traccia di assegni circolari per circa 900.000 euro, tratti da un conto corrente bancario intestato ad un professionista vicino al gruppo Anemone (coinvolto in un’inchiesta secondo la quale il gruppo avrebbe ricevuto appalti pubblici dalla Protezione civile quali frutti di corruzione). Interpellate in proposito, le beneficiarie degli assegni hanno affermato di averli ricevuti per la vendita a Scajola di un appartamento a Roma davanti al Colosseo. Scajola ha negato queste circostanze ribadendo in più occasioni di aver pagato l’immobile con i 600.000 euro attestati nell’atto notarile e di tasca propria, per i quali ha contratto regolare mutuo. Sotto la pressione di questa vicenda il 4 maggio Scajola si è dimesso da Ministro, dichiarando: « Non posso avere il sospetto di abitare una casa non pagata da me »

Marcello Dell’Utri : Per quanto concerne il senatore Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, ci limitiamo agli eventi degli ultimi giorni, così come raccontati da “Repubblica.it”. ”Sette anni di carcere per Marcello Dell’Utri, ma è assolto per le “condotte successive al 1992, perché il fatto non sussiste”. Questo il verdetto della seconda sezione della Corte d’appello di Palermo presieduta da Claudio Dall’Acqua (a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare). In primo grado, il senatore del Pdl era stato condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi, dopo cinque giorni di camera di consiglio, i giudici d’appello riscrivono la sentenza in uno dei punti più delicati del processo, quello della trattativa che secondo la Procura e il Tribunale sarebbe intercorsa fra l’organizzazione mafiosa e Marcello Dell’Utri alla vigilia della nascita di Forza Italia. La Corte ritiene invece provato che Dell’Utri intrattenne stretti rapporti con la vecchia mafia di Stefano Bontade e poi, dopo il 1980, con gli uomini di Totò Riina e Bernardo Provenzano, almeno fino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino nel 1992. Eccoli, allora, i capisaldi della condanna. Innanzitutto, l’assunzione del boss palermitano Vittorio Mangano per fare da stalliere nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi. “Attraverso la mediazione di Dell’Utri e del mafioso Gaetano Cinà – aveva ribadito il procuratore generale Nino Gatto poco prima che i giudici entrassero in camera di consiglio – Mangano assicurò protezione contro l’escalation dei sequestri a Milano”. Nell’autunno 1974, l’arrivo di Mangano sarebbe stato sancito da un incontro fra Dell’Utri, Berlusconi e i capimafia palermitani Stefano Bontade e Mimmo Teresi, nella sede della Edilnord. I giudici della corte d’appello hanno evidentemente creduto al pentito Francesco Di Carlo, che ha svelato di essere stato presente a quell’incontro. La sentenza di primo grado sosteneva pure che prima del 1980 Dell’Utri aveva fatto da tramite per gli investimenti a Milano di Stefano Bontade, all’epoca uno dei padrini più influenti di Cosa nostra palermitana, che era alla ricerca di aziende pulite del Nord Italia in grado di riciclare i miliardi di lire provenienti dal traffico internazionale di droga. Il senatore Dell’Utri non era presente alla lettura della sentenza nell’aula bunker di Pagliarelli ed ha preferito aspettare la decisione della corte d’appello a Como”. E’ notizia odierna, infine, che Marcello Dell’Utri sarebbe coinvolto anche nel caso “P3″ insieme a Nicola Cosentino.



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Nome in codice “Cesare”. Silvio informato su tutto





di Massimo Solani

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«Dovremmo raggiungere… Chiamiamolo così, cerca di capire: Cesare. Che sarebbe Cesare». Il 28 settembre 2009 Flavio Carboni è al telefono con Maria, una collaboratrice del presidente della Sardegna Cappellacci. Ma chi è questo “tale” Cesare il cui nome ricorre decine di volte nelle carte dell’inchiesta sulla nuova loggia P3? Cesare che va informato delle manovre sulla Consulta per il Lodo Alfano, Cesare a cui va riferito delle notizie (false) che vedrebbero Caldoro coinvolto in una storia di trans, Cesare a cui va detto degli affari sull’eolico in Sardegna. La risposta la danno i carabinieri in una nota ad una delle informative agli atti dell’inchiesta (nota n. 15 pag 12 segue informativa nr. 474/1- 50-3-44). Cesare, scrivono, «è pseudonimo utilizzato per riferirsi al Presidente del Consiglio». È la chiave di volta. Cesare è Silvio Berlusconi, il deus ex machina che si muove dietro le quinte di tutte le manovre della nuova loggia. Sempre informato, sempre presente un passo indietro. «Mio cugino Cesare vuole sapere», dice Arcangelo Martino il 30 settembre 2009 in piena manovra di salvataggio per il Lodo Alfano. «Mio nipote Cesare», fa eco Pasquale Lombardi. Del resto che i due stiano lavorando alacremente per pilotare il verdetto della Consulta Cesare-Berlusconi lo sa bene. «Io la settimana prossima mi incontro con Cesare – svela a Lombardi Nicola Cosentino il 2 ottobre – lui è rimasto contento per quello che gli stiamo facendo per il 6 (la data inizialmente prevista per la pronuncia sul Lodo Alfano (ndr) e allora giustamente ci deve dare qualche cosa e ci deve dare te e non m’ha scassa’ o’ cazz’». Quando il verdetto si avvicina, i conteggi si moltiplicano. Il gruppetto di Carboni è ottimista visto il lavoro fatto, e il 25 settembre Arcangelo Martino è euforico con Carboni: «Diglielo a Cesare!».

E che Cesare sia pienamente della partita lo dimostra anche una intercettazione del 19 ottobre in cui si parla di una cena organizzata a casa di Verdini per parlare proprio del Lodo. «Bisogna vedere se c’è… se c’è Cesare», si chiede Carboni. «A me pare che non c’è», gli risponde Martino. Il lavoro ai fianchi sugli uomini della Consulta è incessante. Il 23 settembre “il gruppetto” si è riunito a pranzo, e Lombardi aggiorna sulla conta dei favorevoli e dei contrari in seno alla Corte Costituzionale il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo che ha dovuto lasciare il tavolo in anticipo. «Abbiamo fissato che ogni giorno, ogni settimana bisogna che ci incontriamo per discutere tra di noi e vedere ando stà o’ buono e ando sta o’ malamente – spiega – E poi ammo vedè Cesare quanto prima». Che poi, quando Carboni e Martino si accordano per vedersi e raggiungere casa di Verdini, il faccendiere sardo arrestato è costretto persino a spiegare che «non è al Grazioli, eh!».

Del resto tutto si riferisce a Cesare-Silvio, e Carboni si vanta a più riprese di aver parlato con lui al telefono con Lombardi e Martino: dalle prime notizie sulla campagna diffamatoria contro Caldoro fino alle manovre sugli affari dell’eolico. «Fratello mio, gente che… hanno fatto muovere questi, perché sennò», sorride Martino il 30 settembre con Carboni. «Ma gente riferita al Cesare?», chiede Carboni. «Alle pecore! Al Cesare eh..», conclude Martino.

14 luglio 2010

fonte: http://www.unita.it/news/italia/101173/nome_in_codice_cesare_silvio_informato_su_tutto





I lavori di casa Scajola al Colosseo pagati con i soldi dell’appalto Sisde

Il rapporto della Gdf ai magistrati umbri. Un altro favore del costruttore Anemone all’ex ministro. Perugia, i pm riascoltano 400mila telefonate

dall’ inviato di Repubblica CARLO BONINI



Casa Scajola al Colosseo



PERUGIA – I lavori di ristrutturazione, come anche di “piccola manutenzione ordinaria”, dell’appartamento di Claudio Scajola vennero pagati con i soldi dello Stato. I 200 mila euro per rimettere a nuovo il “mezzanino” vista Colosseo di via del Fagutale e le poche migliaia necessarie a cambiare qualche plafoniera, rubinetto o interruttore difettoso, non uscirono dalle tasche dell’ex ministro, ma furono caricati dal costruttore Diego Anemone (che dell’appartamento, come svelato da “Repubblica”, aveva curato la ristrutturazione), sui costi dell’appalto che il suo gruppo aveva ottenuto per la sistemazione, tra il 2004 e il 2005, dell’ex “caserma Zignani”, destinata a nuova sede di uno dei reparti dell’allora Sisde, la nostra intelligence interna.

La certezza che Anemone, dopo aver comprato per 900 mila euro i due terzi della casa all’”inconsapevole” Scajola e avergliela “a sua insaputa” ristrutturata (i lavori furono effettuati dalla ditta del gruppo “Amp”), presentò il conto ai contribuenti è documentata dall’ultima informativa del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Roma ai pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi. Dai riscontri documentali e testimoniali che la sostengono. A cominciare dai “ricordi” dei piccoli imprenditori che lavorarono in subappalto per il gruppo Anemone nel cantiere della “Zignani” e che oggi confermano come sui costi della sede del Sisde vennero caricate le fatture di via del Fagutale.

Sono carte quelle della Finanza che confermano il “metodo” di Diego Anemone, lesto ad accollare al committente “pubblico” i costi della corruzione (già l’inchiesta di Firenze aveva accertato che il prezzo delle tende per la villa di campagna di Montepulciano di Angelo Balducci era stato fatturato da una delle imprese di Anemone alla Protezione Civile come spesa sostenuta per i lavori del G8 alla Maddalena). Ma, soprattutto, sono carte che, per la prima volta, stabiliscono un nesso diretto tra la “fortuna immobiliare” dell’ex ministro e l’appalto per la sede del Sisde. Che avvicinano il giorno in cui il suo nome verrà iscritto al registro degli indagati (la posizione processuale di Scajola, ad oggi, resta quella di “persona informata dei fatti”). Che confermano oggi, come documentato da “Repubblica” il 17 giugno scorso, che a tenere insieme l’acquisto e la ristrutturazione di via del Fagutale con la lievitazione dei costi dell’appalto per la caserma Zignani (da 3 a 12 milioni di euro) non è una semplice coincidenza temporale. Non fosse altro per un secondo, cruciale dettaglio, documentato, anche questo, nell’informativa della Finanza. Sull’appalto “Zignani”, Anemone caricò, con quelli di Scajola, anche i costi sostenuti per soddisfare le urgenze immobiliari del generale e dirigente del Sisde Francesco Pittorru, di sua moglie e della figlia (nell’aprile del 2004, il costruttore acquista al generale un appartamento in via Merulana 71 per 285 mila euro. A giugno del 2006, una seconda casa in via Angelo Poliziano per 520 mila). E non a caso, perché proprio il 10 ottobre di quel 2004, Pittorru assunse al Sisde la guida della Direzione tecnico-logistica del Servizio. Quella che avrebbe dato semaforo verde alla lievitazione dei costi della “Zignani” liberandosi di chi, in via Lanza, aveva inutilmente provato a eccepire.

Ma da Perugia le pessime notizie per Scajola e il governo di cui ha fatto parte fino a due mesi fa, non finiscono qui. I pm Sottani e Tavarnesi hanno deciso di procedere, autonomamente, con i propri ufficiali di polizia giudiziaria, al “riesame” e “riascolto” delle 400 mila telefonate registrate dal Ros dei carabinieri nei due anni di indagini condotte dalla Procura di Firenze. Convinti che le conversazioni che in quella fase furono ritenute “irrilevanti” dagli investigatori, e dunque non vennero trascritte, potrebbero diventare al contrario “cruciali” alla luce di quanto l’indagine ha acquisito dal 10 febbraio scorso in avanti. A convincere la Procura, qualche settimana fa, la circostanza che una recente delega al Ros di individuare conversazioni non trascritte tra Balducci e Lunardi ha fatto emergere almeno una decina di conversazioni “di sicuro interesse investigativo” nella vicenda del palazzo di via dei Prefetti e della ristrutturazione della sede di piazza di Spagna di Propaganda Fide. Insomma, se i pm hanno ragione, di qui a settembre, un nuovo ascolto “con il senno di poi” di tutte le conversazioni dei principali indagati - Balducci, Anemone, Bertolaso – potrebbe nuovamente portare l’inchiesta nel cuore di palazzo Chigi e in quello dei ministeri al centro di questa vicenda: le Infrastrutture e il Turismo, che aveva delega sulla Ferratella.

14 luglio 2010

fonte: http://www.repubblica.it/politica/2010/07/14/news/casa_scajola_ristrutturata-5571859/?rss




P3 eolico, anche Dell’Utri e Cosentino indagati per associazione segreta



Senatore Marcello Dell'Utri e Verdini Coordinatore PDL

Berlusconi: leggerezze ingigantite da media. Telefonata a Verdini: vai avanti. Carboni tentò condizionare inchiesta G8

ROMA (12 luglio) – Si arricchisce di due nuovi nomi l’inchiesta sull’eolico della Procura di Roma, quella ormai nota come l’inchiesta sulla cosiddetta P3, che nei giorni scorsi ha portato all’arresto di Flavio Carboni: il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri e il sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, sono infatti indagati per associazione per delinquere finalizzata alla violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Il nome di Cosentino oggi è stato tirato in ballo anche da un pentito di camorra. Tra gli indagati per violazione della legge Anselmi ci sono anche il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, e l’ex assessore all’Avvocatura della Campania, Ernesto Sica.

Cosentino è indagato per la candidatura, sostenuta dal gruppo di Carboni, alla presidenza della Campania e per la diffamazione ai danni del governatore Stefano Caldoro. Tra gli episodi contestati anche le pressioni sulla Cassazione per anticipare l’udienza in cui doveva essere discusso il ricorso (poi rigettato) contro la misura cautelare emessa nei suoi confronti dai magistrati di Napoli. Pressioni esercitate per conto della presunta associazione segreta da Lombardi nel tentativo di salvare la candidatura di Cosentino alla presidenza della Regione.

A Dell’Utri è contestata la partecipazione alla cena a casa di Verdini del 23 settembre 2009. Riunione a cui, secondo i pm, presero parte anche il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, il magistrato Antonio Martone e il capo degli ispettori di via Arenula, Arcibaldo Miller, oltre a Carboni, Lombardi e Martino. I pm stanno effettuando verifiche sul conto degli altri partecipanti alla riunione, al momento non indagati. Dell’Utri sarebbe coinvolto anche nel tentativo di Carboni di accaparrarsi, insieme a una cordata di imprenditori, gli appalti in Sardegna per l’eolico. Il senatore avrebbe partecipato a una serie di riunioni, nel dicembre 2009, con Carboni, Verdini, il governatore sardo Ugo Cappellacci, il presidente dell’Arpa Sardegna, Ignazio Farris, e altri.

Dai provvedimenti di custodia emerge che Carboni, Arcangelo Martino e Raffaele Lombardi, intendevano avvicinare anche i magistrati di Firenze che indagavano sul G8 e su altri eventi affidati alla Protezione civile. Secondo i magistrati il gruppo utilizzava l’associazione culturale “Centro studi giuridici per l’integrazione europea Diritti e Libertà” di Lombardi come strumento «per acquisire e rafforzare utili conoscenze nell’ambiente della politica e della magistratura». Tra le iniziative (annullate in seguito al fallito intervento di fare accogliere il ricorso elettorale della lista “Per la Lombardia” di Formigoni), «l’invito al convegno milanese programmato per il marzo 2010 (e poi annullato) rivolto ai magistrati della Procura di Firenze dopo l’esecuzione di alcune misure cautelari ad opera di quell’ufficio, nel mese di febbraio 2010, in relazione ad alcune ipotesi di reato che coinvolgevano rappresentanti della pubblica amministrazione, del mondo politico e dell’imprenditoria». Il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, ha precisato che nessun magistrato della sua procura «è stato avvicinato proprio perchè nessuno è andato a quel convegno».

Anm: quadro di inquinamento preoccupante. «Sono vicende che al di là del merito danno un quadro di inquinamento preoccupante e quindi non può che preoccuparci e riproporre in modo forte il tema della questione morale all’interno della magistratura». Così Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati, commenta l’inchiesta della procura di Roma che coinvolge Denis Verdini e Flavio Carboni e dalla quale emergono pressioni per favorire la nomina di determinati magistrati in ruoli delicati o per condizionare i giudici della Consulta sul lodo Alfano.

«Il tema della questione morale - ha detto Palamara – va di pari passo con quello della scelta dei dirigenti che deve essere ancorata come non mai al merito e svincolata da logiche di appartenenza. La magistratura che noi vogliamo non può permettersi di avere al suo interno situazioni di opacità anche quando queste riguardano le nomine di importanti uffici direttivi». Per intervenire bisogna «attivare i meccanismo preposti: Ora c’è un’indagine in corso, bisognerà vedere e valutare il coinvolgimento delle persone e gli organi competenti dovranno accertare con tempestività e rigore quanto è accaduto. Il ruolo dell’Anm deve essere chiaro e netto di presa di distanza da queste situazioni per affermare il modello di un magistrato ispirato ad integrità ed indipendenza e su questa strada non arretreremo di un millimetro perché ci giochiamo il futuro della magistratura».

Chiesto rinvio interrogatorio Cappellacci. Il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci, rappresentato dall’avvocato Guido Manca Bitti, ha presentato la richiesta per rinviare l’interrogatorio in programma domani pomeriggio, giustificata con un impegno professionale dell’avvocato. Il governatore è indagato per corruzione e abuso d’ufficio in relazione alla nomina alla direzione dell’Arpa Sardegna di Ignazio Farris, anch’egli indagato per corruzione. Oggi Pd, Udc e riformatori chiedono le dimissioni di Farris.

Berlusconi: leggerezze ingigantite dai media. Secondo fonti della maggioranza il ragionamento di Berlusconi sull’inchiesta è che qualche leggerezza c’è stata e bisognerà fare chiarezza su quanto successo, ma risulta evidente che la vicenda è stata ingigantita dai media. Il presidente del Consiglio ha commentato solo in privato la vicenda. E il giudizio che ne emerge appare in chiaroscuro: «Berlusconi ritiene che ci sia stata una certa leggerezza da parte di alcuni esponenti del partito sulla quale si dovrà fare chiarezza», riferisco esponenti del Pdl. Resta comunque la consapevolezza, spiega un altro esponente del Pdl, che l’intera vicenda è «figlia dell’ennesimo caos mediatico: è chiaro infatti che il tutto è stato ingigantito dalla stampa».

Il premier a Verdini: vai avanti. Silvio Berlusconi si sarebbe sentito più volte al telefono con il coordinatore del Pdl Denis Verdini. Nel corso delle telefonate il Cavaliere avrebbe espresso la sua solidarietà a Verdini dicendogli di andare avanti nel suo lavoro. Il tuo ruolo, avrebbe sottolineato il Cavaliere, non è in discussione.

I finiani chiedono le dimissioni di Verdini. L’inchiesta sugli appalti per l’eolico rappresenta un’ennesima complicazione per una maggioranza già lacerata. I finiani insistono sulle dimissioni di Verdini. Insiste sul punto Italo Bocchino scatenando la reazione di molti ex azzurri. «La dichiarazione dell’onorevole Bocchino di essere a conoscenza dei verbali di intercettazioni riguardanti indagini giudiziarie in corso, che secondo lui saranno pubblicate a breve sui mezzi di comunicazione, secondo il mal costume in voga nel nostro Paese, è di una gravità inaudita», attaccano all’unisono Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto a cui il diretto interessato risponde a stretto giro di posta: «Gli amici Bondi e Cicchitto possono star tranquilli che non c’è alcun complotto in giro, né misteri. Quando ho parlato di atti che a mio giudizio porranno un problema di opportunità politica a Berlusconi sul caso Verdini, mi riferivo semplicemente all’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carboni e soci, documento in possesso di tutte le redazioni dei giornali». Le parole del presidente di Generazione Italia però non convincono Maurizio Lupi, vice presidente della Camera: «Sono perplesso – sottolinea – anche perchè i processi preventivi e un certo giustizialismo dipietrista non hanno mai fatto parte della cultura del Pdl». A difendere l’ex capogruppo vicario ci pensa però un altro finiano, Carmelo Briguglio: «Buttiamola in una battuta scherzosa – è l’osservazione tagliente – ma non troppo. Vuoi vedere che tra i tanti Barabba che spuntano ogni giorno di più sporcando l’immagine del partito è il povero Cristo Bocchino che dice elementari verità, il vertice del partito vorrà punire quest’ultimo?».

Anche l’opposizione parte all’attacco. Il leader dell’Idv Antonio Di Pietro preannuncia la presentazione di una mozione di sfiducia contro Nicola Cosentino, mentre Luigi De Magistris nota ironico: «Se a questo punto veramente è il caso che il governo cominci a valutare l’ipotesi di riunirsi a Regina Coeli o a Poggioreale». Michele Ventura, capogruppo vicario del Pd si dice invece «sconcertato» dal fatto che Berlusconi «di fronte a un’indagine dai risvolti inquietanti che travolge esponenti potentissimi del suo partito, parli invece d’altro».

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=110272&sez=HOME_INITALIA





Denis Verdini


Cene e visite a Palazzo Chigi

Verdini e i manovali della nuova P3

Una rete invisibile tra nomine, appalti e pressioni. Dall’eolico ai Grandi eventi, tante trame, ma sempre con un ruolo decisivo. Del gruppo fanno parte editori e imprenditori. Ma anche massoni e uomini di Stato

di ALBERTO STATERA

“CHE fine abbiamo fatto, siamo finiti in un mondo di froci. Povero Berlusconi!”. Questo l’sms che Arcangelo Martino, l’ex assessore socialista di Napoli che presentò Noemi Letizia al premier, arrestato con Flavio Carboni per le gesta del comitato d’affari post-piduista, riceve nel gennaio scorso da un altro della combriccola. Hanno appena preparato un falso dossier per screditare Stefano Caldoro, attribuendogli frequentazioni transessuali, in modo da bloccarne la candidatura a presidente della Campania del centrodestra, in favore di quella del sottosegretario Nicola Cosentino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

A far avere il dossier a Gianni Letta a Palazzo Chigi ci pensa lo stesso Cosentino, mentre a Berlusconi lo reca come una reliquia Denis Verdini, il coordinatore del Pdl che nella nuova P3 e nell’intera cloaca di materiale infetto delle cricche, nelle catene verticali di potere invisibili, secondo la definizione di Gustavo Zagrebelski, svolge il ruolo di tuttofare.

Favorisce nomine di burocrati senza titoli e senza scrupoli, pilota appalti, serve gli interessi degli imprenditori che vogliono dividersi la torta della ricostruzione a L’Aquila ed entrare nel business “in deroga” della Protezione civile di Bertolaso, partecipa alla designazione di magistrati ad alti incarichi, spinge commissari amici per la gestione dei beni culturali. L’asserita politica berlusconiana del “fare” virata nell’orgia del “malaffare”.

Macellaio in gioventù, poi commercialista e soprattutto da vent’anni presidente del Credito Cooperativo Fiorentino e di fatto socio di Riccardo Fusi, l’imprenditore super indebitato della Btp, da cui è nata l’inchiesta sulla Scuola dei Marescialli nell’area fiorentina di Castello posseduta da Salvatore Ligresti e al centro di un altro scandalo, Verdini in una telefonata di Angelo Balducci è definito “una bella figura di toscanaccio”. Egli stesso in un’intervista si accredita del ruolo di “manutengolo del cameriere di Berlusconi”, cioè del ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi.

Entrambi di Fivizzano, un paesotto di settemila anime in provincia di Massa Carrara, dicono che non si conoscevano finché non sono approdati in Parlamento, dove hanno scoperto la corrispondenza d’amorosi sensi. L’uno grassoccio, liscio, curiale, cattolico, poeta e storico da bar che tentò, cadendo nel ridicolo, di paragonare la figura di Berlusconi a quella di Adriano Olivetti; l’altro massiccio, roco, laico e, nonostante le smentite, accreditato di far parte della massoneria, tanto che il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi lo sospettò di aver tramato contro di lui quando si candidò per essere confermato nella carica.

Entrambi sembrano usciti da un film di Monicelli, l’uno da “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno”, l’altro da “Amici miei”. Li unisce naturalmente l’amore sconfinato per il Capo: “Il Cavaliere è unico al mondo”, disse Verdini in un’intervista a Denise Pardo, aggiungendo subito: “Ma non vorrei si dicesse che oltre che massone sono gay”. Singolare ossessione omosessuale nel pressi della P3.

“Troppi massoni nel governo”, sentenziò invece Francesco Cossiga quando Denis era ritenuto l’autore del nuovo Manuale Cencelli per spartire le cariche. E nell’ormai lontano 2003, anticipò quasi profeticamente che Flavio Carboni poteva essere considerato l’effettivo vice coordinatore di Forza Italia in Sardegna. Se ne è accorto Renato Soru, l’ex presidente silurato nel febbraio 2009 dalla Cricca delle 3M (Medici, Massoni e Mattoni) che governa a Cagliari: “A me la P3 in salsa sarda, che si salda perfettamente con quella nazionale, non ha attribuito storie gay come a Caldoro, ma da lungo tempo e ancora adesso sono oggetto di tecniche di delegittimazione e falsificazione della cricca del cemento, non diversa da quella dell’eolico, anche perché bloccai tra l’altro la speculazione di Gualtiero Cualbu a Tuvixeddu. Mi denunciarono, ma ora sono loro indagati e ne vedremo delle belle sul fronte dei rapporti tra affari, burocrazie e magistrature amministrative. I falsi dossier naturalmente vengono veicolati dall’Unione sarda“.

Di chi è l’Unione Sarda? Di Sergio Zuncheddu, il costruttore socio anche del Foglio con Denis Verdini, che controlla altresì l’edizione toscana del Giornale della famiglia Berlusconi, che si dice sia prossimo ad essere ceduto ad uno stampatore torinese in società con la sottosegretaria Daniela Santanché e con l’ex reclutatore della P2 Luigi Bisignani, oggi uomo ombra dello staff di Gianni Letta a Palazzo Chigi. Ecco spiegata, in alternativa a quella della nuova loggia segreta, la teoria della inoffensiva bocciofila, che valse per Licio Gelli. Oggi è diventata sul giornale diretto da Giuliano Ferrara la parabola di nonna Abelarda. La P3 di Flavio Carboni, Verdini e faccendieri di ogni specie, inoffensivi sfigati che non ne azzeccano una, vogliono proporre la nonna “come vincitrice del titolo di miss Mondo”.

Nella giunta sarda il governatore Ugo Cappellacci, selezionato a suo tempo da Romano Comincioli, detto Romi a casa Berlusconi, e dal “vice coordinatore” Carboni non c’è nonna Abelarda, ma nonna Ketty, che presiede agli Affari generali. Figlia di Armandino Corona, intimo di Ugo la Malfa, Gran Maestro della Massoneria all’epoca del caso Calvi-Ambrosiano, si narra che quando qualche anno fa il papà non era più in condizione di intendere e di volere fu lei a prendere in mano non solo gli affari immobiliari e sanitari, ma anche l’eredità massonica paterna. Altri tempi quelli in cui le donne non erano neanche ammesse nelle logge.

Il Circolo della Caccia in piazza Fontanella Borghese, la Trattoria da Orazio in via Porta Latina, Alvaro al Circo Massimo, dove era di casa Balducci con la banda della Ferratella: è una toponomastica complessa, nel centro di Roma, quella della nuova P3. Corridoi sicuri nell’appartamento romano sotto il Campidoglio di Denis Verdini, tutto damaschi, baldacchini e sedie cardinalizie. Non sarà raffinato come quello ceduto da Propaganda Fide a Bruno Vespa, dove l’altra sera hanno fatto allegra brigata Berlusconi, Letta, Casini, Geronzi, il cardinale Bertone e persino, presenza insolita e degna di qualche stupore, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi.

Ma è lì, nei pressi del Campidoglio, che si sono nominati super burocrati, deliberate candidature di alti magistrati, come quella del presidente della Corte d’Appello di Milano Alfonso Marra, detto Fofò dall’ex giudice tributario geometra Pasquale Lombardi, arrestato con Carboni, animatore del “Centro di Studi Giuridici per l’Integrazione Europea Diritti e Libertà”. Questa pseudo-loggetta organizza dotti convegni di magistrati, proprio come faceva negli anni Settanta, ai tempi dei pretori d’assalto, Giancarlo Elia Valori, ex piduista espulso da Gelli, che lo considerava un temibile concorrente. O magari Gran Galà a palazzo Brancaccio per festeggiare la nomina di Vincenzo Carbone (non Carboni) a primo presidente della Corte di Cassazione. Poi, tra quei damaschi, in questi anni si sono definiti appalti, compulsati 88 progetti di centrali a vento nell’offshore sardo, e gestite tante altre storie che la parabola di nonna Abelarda vuole semplici episodi di ordinarie lobby, di comitati d’affari un po’ squinternati.

Ma in fondo c’è del vero nella teoria di Ferrara, perché per il bollo di autenticità certificato di ogni operazione occorreva e occorre salire a Palazzo Chigi, nell’ufficio di Gianni Letta, dove soltanto Bisignani può entrare senza bussare. I manovali, si chiamino Verdini, Bertolaso, Carboni o Cappellacci, spalano. Ma è lì a Piazza Colonna, dove Letta è assiso da un cinquantennio, prima a Palazzo Wedekind poi di fronte, a Palazzo Chigi, che si legittima l’oligarchia che infetta questa specie di democrazia. Tra denaro e protezioni, carriere e promozioni, immunità e privilegi.

11 luglio 2010

fonte: http://www.repubblica.it/politica/2010/07/11/news/cene_e_visite_a_palazzo_chigi-5508682/?rss

economia, giustizia, italia, mafia, politica, società



In carcere anche Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino

Appalti nell’eolico, arrestato Flavio Carboni. «Manovre sul Lodo Alfano»

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Riunione a casa Verdini con Dell’Utri. Pressioni anche per la Lista Formigoni. Il gip:«Banda segreta come P2 per pilotare giudici e politici». Difesa:«Tutto assurdo»

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ROMA – L’imprenditore sardo Flavio Carboni è stato arrestato questa mattina dai carabinieri su ordine della magistratura romana nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti dell’eolico. Carboni, 78 anni, è stato condotto a Regina Coeli. Il suo difensore, Renato Borzone, ha definito «assurdo» l’arresto, e ha già annunciato che farà ricorso. Ma secondo la Procura di Roma Carboni, insieme con l’imprenditore campano Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi (entrambi arrestati) avrebbero costituito di una «banda segreta come la P2 per pilotare giudici e politici». L’ipotesi di reato è quella di associazione a delinquere e di violazione degli articoli 1 e 2 della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Il Gip del Tribunale di Roma, Giovanni De Donato, scrive nelle motivazioni all’ordinanza di arresto (circa 60 pagine) che i tre organizzarono «una associazione per delinquere diretta a realizzare una serie indeterminata di delitti» caratterizzata «dalla segretezza degli scopi» e volta «a condizionare il funzionamento degli organi costituzionali nonchè degli apparati della pubblica amministrazione».

RIUNIONE DA VERDINI SUL LODO ALFANO – In particolare, «tra settembre e ottobre 2009» Carboni, Martino e Lombardi tentarono «di avvicinare giudici della Corte Costituzionale per influire sull’esito del giudizio sul cosiddetto lodo Alfano» (la legge che prevedeva la sospensione del processo penale per le alte cariche dello Stato). Il 23 settembre, a poche settimane dal giudizio della Corte Costituzione, ci sarebbe stata anche una riunione nella casa romana del coordinatore del Pdl, Denis Verdini (indagato per corruzione e riciclaggio), a cui presero parte, secondo i carabinieri, anche Carboni, Martino e Lombardi, oltre che il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller (capo degli ispettori del ministero della Giustizia). Secondo il gip, scopo della riunione era stabilire un tentativo di avvicinamento ai giudici della Consulta.

CALIENDO SMENTISCE – «Escludo nella maniera più assoluta che durante la mia presenza alla riunione con Lombardi si sia parlato di possibili interventi presso la Corte Costituzionale». Il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, smentisce la ricostruzione dell’incontro a casa di Verdini in cui si sarebbe parlato di possibili pressioni sulla Consulta per il Lodo Alfano. «Fui invitato alla riunione -spiega Caliendo- a seguito di un convegno sul federalismo al quale avevo partecipato e con l’obiettivo di organizzarne un altro. Sono stato presente in tutto per non più di 20 minuti, si è parlato del convegno e poi sono andato in Parlamento. Escludo -ribadisce- nella maniera più assoluta che si sia parlato di possibili interventi sulla Corte Costituzionale».

PRESSIONI PER LA LISTA FORMIGONI – Non solo del lodo Alfano si interessarono i tre. Quando nel marzo scorso la Lista Formigoni fu respinta dalla commissione elettorale presso la corte di appello di Milano, Martino contattò Arcibaldo Miller, per verificare la possibilità di una ispezione straordinaria in quel collegio. Alla fine quella ispezione non si fece mai. E fu Formigoni a informarne Martino, dicendo che l’ispezione si sarebbe rivelata un «boomerang» pazzesco. La Lista del presidente della Regione Lombardia fu poi ammessa dai giudici amministrativi.

«UN ARRESTO ASSURDO» – «Dopo averlo solo sospettato, la lettura dell’ordinanza di sociologia giudiziaria della Autorità giudiziaria di Roma dà conferma che il nulla probatorio emerso da mesi di indagine è sfociato in un arresto assurdo e ingiustificato, tra l’ altro nei confronti di un quasi ottantenne con esiti di patologie cardiache e infartuali, per un reato associativo (la cd legge Anselmi) che è la metafora della deriva delle inchieste giudiziarie di questo paese». È quanto afferma l’avvocato, Renato Borzone, difensore dell’imprenditore Flavio Carboni. «Nessuna prova di reati specifici – prosegue – ed allora si va alla ricerca di fattispecie associative addirittura risibili».

I PERSONAGGI «DELLA BANDA SEGRETA COME LA P2» – Oltre a Carboni, personaggio discusso e coinvolto in molti misteri della storia repubblicana, sono stati arrestati anche il geometra Pasquale Lombardi, magistrato tributario, già esponente locale della Dc campana, ex sindaco del suo paese in provincia di Avellino (assistito dall’avvocato Corrado Oliviero) e l’imprenditore campano Arcangelo Martino. I provvedimenti cautelari in carcere, firmati dal gip Giovanni De Donato, sono stati eseguiti dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma, coordinati dal maggiore Bartolomeo Di Niso. Martino sarà trasferito in giornata nel carcere di Napoli, mentre Carboni è già a Regina Coeli (a Roma) e Lombardi in quello di Bellizzi, in Irpinia. I reati contestati ai tre sono quelli di associazione per delinquere e violazione degli articoli 1 e 2 della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli ipotizzano che i tre siano i componenti di una superloggia segreta, punto di riferimento per pilotare politici e imprenditori. L’inchiesta della procura romana riguarda un presunto comitato d’affari che avrebbe gestito l’assegnazione di una serie di appalti pubblici in Sardegna per la realizzazione di parchi eolici.

APPALTI PUBBLICI – Il fascicolo che ha portato agli arresti nasce da uno stralcio, aperto quest’anno, dell’inchiesta sugli appalti per l’eolico in Sardegna in cui sono coinvolti, tra gli altri, anche il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellaci per abuso d’ufficio e corruzione e il coordinatore del Pdl nonché deputato Denis Verdini (che si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda), per riciclaggio e corruzione. Indagati anche Ignazio Farris, presidente dell’Arpas Sardegna, Franco Piga, presidente dell’Autorità d’Ambito territoriale della Sardegna, Pinello Cossu, consigliere provinciale di Iglesias.

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Redazione online

08 luglio 2010

fonte: http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_luglio_8/eolico-arrestato-carboni-1703349073799.shtml

In carcere anche Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino

Appalti nell’eolico, arrestato Flavio Carboni. «Manovre sul Lodo Alfano»

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Riunione a casa Verdini con Dell’Utri. Pressioni anche per la Lista Formigoni. Il gip:«Banda segreta come P2 per pilotare giudici e politici». Difesa:«Tutto assurdo»

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ROMA – L’imprenditore sardo Flavio Carboni è stato arrestato questa mattina dai carabinieri su ordine della magistratura romana nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti dell’eolico. Carboni, 78 anni, è stato condotto a Regina Coeli. Il suo difensore, Renato Borzone, ha definito «assurdo» l’arresto, e ha già annunciato che farà ricorso. Ma secondo la Procura di Roma Carboni, insieme con l’imprenditore campano Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi (entrambi arrestati) avrebbero costituito di una «banda segreta come la P2 per pilotare giudici e politici». L’ipotesi di reato è quella di associazione a delinquere e di violazione degli articoli 1 e 2 della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Il Gip del Tribunale di Roma, Giovanni De Donato, scrive nelle motivazioni all’ordinanza di arresto (circa 60 pagine) che i tre organizzarono «una associazione per delinquere diretta a realizzare una serie indeterminata di delitti» caratterizzata «dalla segretezza degli scopi» e volta «a condizionare il funzionamento degli organi costituzionali nonchè degli apparati della pubblica amministrazione».

RIUNIONE DA VERDINI SUL LODO ALFANO – In particolare, «tra settembre e ottobre 2009» Carboni, Martino e Lombardi tentarono «di avvicinare giudici della Corte Costituzionale per influire sull’esito del giudizio sul cosiddetto lodo Alfano» (la legge che prevedeva la sospensione del processo penale per le alte cariche dello Stato). Il 23 settembre, a poche settimane dal giudizio della Corte Costituzione, ci sarebbe stata anche una riunione nella casa romana del coordinatore del Pdl, Denis Verdini (indagato per corruzione e riciclaggio), a cui presero parte, secondo i carabinieri, anche Carboni, Martino e Lombardi, oltre che il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller (capo degli ispettori del ministero della Giustizia). Secondo il gip, scopo della riunione era stabilire un tentativo di avvicinamento ai giudici della Consulta.

CALIENDO SMENTISCE – «Escludo nella maniera più assoluta che durante la mia presenza alla riunione con Lombardi si sia parlato di possibili interventi presso la Corte Costituzionale». Il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, smentisce la ricostruzione dell’incontro a casa di Verdini in cui si sarebbe parlato di possibili pressioni sulla Consulta per il Lodo Alfano. «Fui invitato alla riunione -spiega Caliendo- a seguito di un convegno sul federalismo al quale avevo partecipato e con l’obiettivo di organizzarne un altro. Sono stato presente in tutto per non più di 20 minuti, si è parlato del convegno e poi sono andato in Parlamento. Escludo -ribadisce- nella maniera più assoluta che si sia parlato di possibili interventi sulla Corte Costituzionale».

PRESSIONI PER LA LISTA FORMIGONI – Non solo del lodo Alfano si interessarono i tre. Quando nel marzo scorso la Lista Formigoni fu respinta dalla commissione elettorale presso la corte di appello di Milano, Martino contattò Arcibaldo Miller, per verificare la possibilità di una ispezione straordinaria in quel collegio. Alla fine quella ispezione non si fece mai. E fu Formigoni a informarne Martino, dicendo che l’ispezione si sarebbe rivelata un «boomerang» pazzesco. La Lista del presidente della Regione Lombardia fu poi ammessa dai giudici amministrativi.

«UN ARRESTO ASSURDO» – «Dopo averlo solo sospettato, la lettura dell’ordinanza di sociologia giudiziaria della Autorità giudiziaria di Roma dà conferma che il nulla probatorio emerso da mesi di indagine è sfociato in un arresto assurdo e ingiustificato, tra l’ altro nei confronti di un quasi ottantenne con esiti di patologie cardiache e infartuali, per un reato associativo (la cd legge Anselmi) che è la metafora della deriva delle inchieste giudiziarie di questo paese». È quanto afferma l’avvocato, Renato Borzone, difensore dell’imprenditore Flavio Carboni. «Nessuna prova di reati specifici – prosegue – ed allora si va alla ricerca di fattispecie associative addirittura risibili».

I PERSONAGGI «DELLA BANDA SEGRETA COME LA P2» – Oltre a Carboni, personaggio discusso e coinvolto in molti misteri della storia repubblicana, sono stati arrestati anche il geometra Pasquale Lombardi, magistrato tributario, già esponente locale della Dc campana, ex sindaco del suo paese in provincia di Avellino (assistito dall’avvocato Corrado Oliviero) e l’imprenditore campano Arcangelo Martino. I provvedimenti cautelari in carcere, firmati dal gip Giovanni De Donato, sono stati eseguiti dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma, coordinati dal maggiore Bartolomeo Di Niso. Martino sarà trasferito in giornata nel carcere di Napoli, mentre Carboni è già a Regina Coeli (a Roma) e Lombardi in quello di Bellizzi, in Irpinia. I reati contestati ai tre sono quelli di associazione per delinquere e violazione degli articoli 1 e 2 della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli ipotizzano che i tre siano i componenti di una superloggia segreta, punto di riferimento per pilotare politici e imprenditori. L’inchiesta della procura romana riguarda un presunto comitato d’affari che avrebbe gestito l’assegnazione di una serie di appalti pubblici in Sardegna per la realizzazione di parchi eolici.

APPALTI PUBBLICI – Il fascicolo che ha portato agli arresti nasce da uno stralcio, aperto quest’anno, dell’inchiesta sugli appalti per l’eolico in Sardegna in cui sono coinvolti, tra gli altri, anche il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellaci per abuso d’ufficio e corruzione e il coordinatore del Pdl nonché deputato Denis Verdini (che si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda), per riciclaggio e corruzione. Indagati anche Ignazio Farris, presidente dell’Arpas Sardegna, Franco Piga, presidente dell’Autorità d’Ambito territoriale della Sardegna, Pinello Cossu, consigliere provinciale di Iglesias.

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Redazione online

08 luglio 2010

fonte: http://roma.corriere.it/roma

Flavio Carboni, il faccendiere dei misteri

Condannato per il Banco Ambriosiano, assolto per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi

ROMA – Una condanna definitiva a 8 anni e 6 mesi per la vicenda del fallimento del Banco Ambrosiano, e una serie di assoluzioni: dall’accusa di concorso nell’ omicidio di Roberto Calvi dopo che il pm aveva chiesto la condanna all’ergastolo; dall’accusa di essere stato il mandante del tentativo di omicidio di Roberto Rosone, vice di Calvi all’ Ambrosiano, dall’accusa di falso e truffa ai danni del Banco di Napoli, dall’accusa della ricettazione della borsa di Calvi. Queste sono solo alcune delle vicende che hanno visto coinvolto il discusso faccendiere sardo Flavio Carboni, arrestato oggi per l’ ennesima volta nell’ambito dell’inchiesta sull’eolico in Sardegna.

TRIBUNALI E ARRESTI – Dal suo primo arresto, avvenuto in Svizzera nell’ estate del 1982, la vita di Carboni è stato un continuo andirivieni tra aule di tribunale e arresti, quasi sempre annullati rapidamente. L’ improvviso successo economico di Carboni comincia negli anni ’70 con una serie di società immobiliari e finanziarie. Carboni si muove anche nel mondo dell’ editoria. Diventa proprietario del 35% del pacchetto azionario della «Nuova Sardegna» ed editore di «Tuttoquotidiano», per il fallimento del quale era stato condannato in primo grado e assolto in appello per vizio di forma. Le risultanze giudiziarie hanno evidenziato – secondo i pm – lo stretto legame di Carboni con esponenti della banda della Magliana e della mafia. Legato soprattutto alla storia del Banco Ambrosiano e della morte di Calvi, per la quale, oltre alla recente assoluzione dall’accusa di concorso in omicidio, era stato già chiamato in causa per la falsificazione del passaporto e l’ espatrio clandestino del banchiere e per concorso in esportazione di capitali, il nome di Carboni emerge anche in altre vicende.

SEQUESTRO MORO – Durante il sequestro Moro, per esempio, Carboni avvicinò esponenti Dc offrendosi di sollecitare l’ intervento della mafia per la sua liberazione. Qualche giorno dopo Carboni riferì però che la mafia non voleva aiutare Moro perchè troppo legato ai comunisti. Carboni ha avuto rapporti anche con Francesco Pazienza, con Licio Gelli e con l’ ex gran maestro della Massoneria Armando Corona. Il nome di Carboni compare anche nel falso dossier di Demarcus pubblicato sull’ Avanti, (per il quale recentemente è stato indagato anche Cesare Previti) che sosteneva un legame tra Stefania Ariosto e i servizi segreti. Il dossier parlava anche di un incontro tra la Ariosto e Carboni. Infine, il nome di Flavio Carboni entra anche nell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi: è stato ascoltato in Procura a Roma, come testimone, il 4 febbraio scorso. Secondo quanto si è appreso, i magistrati gli hanno chiesto se fosse a conoscenza di particolari sulla vicenda, soprattutto alla luce dei rapporti che Carboni ha avuto con esponenti del Vaticano e, nell’ambito della sua attività di uomo d’affari, con riferimento a soggetti legati in qualche modo alla Banda della Magliana. Rapporti con il gruppo criminale capitolino che, comunque, l’uomo d’affari ha sempre negato, affermando che si trattava di rapporti con persone di cui ignorava l’appartenenza alla banda. (Fonte: Ansa).

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08 luglio 2010

fonte: http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_luglio_8/scheda-carboni-1703350202702.shtml?fr=correlati

Pubblicato in finanza, giustizia, italia, mafia, politica, società

« Berlusconi detta la linea «Fini non va più considerato»

Bavaglio, black-out dell’informazione è la giornata del “silenzio rumoroso” / Il senso del silenzio »




La Cassazione: “Cricca spregiudicata”
“Dazioni avvenutue a Roma”. Ma continua il lavoro dei pm di Firenze
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Fabio de Santis, arrestato nell’inchiesta sul G8
ROMA – «Utilizzazione spregiudicata di un sistema di relazioni professionali e personali» nell’ambito di un «sistema di potere» nel quale, ai pubblici funzionari, «appare normale accettare e sollecitare utilità di ogni genere e natura da parte di imprenditori del settore delle opere pubbliche». Con queste parole la Cassazione – nelle motivazioni depositate oggi e relative all’udienza dello scorso 10 giugno che ha traslocato a Roma l’inchiesta fiorentina sul G8, confermando le misure cautelari per gli indagati – definisce gli affari della “cricca”, sottolineandone la «complessiva rilevanza penale» e confermando la necessità e «l’urgenza» delle misure cautelari emesse dalla Procura di Firenze per corruzione.

Nel capoluogo toscano, intanto, è continuata l’attività giudiziaria (con perquisizioni e sequestri di files) alla ricerca di prove nuove in grado di radicare la competenza a Firenze perchè la decisione della Cassazione – lo scrivono in sentenza gli stessi supremi giudici – si riferisce «allo stato degli atti» esaminati il 10 giugno e a «imputazioni provvisorie» che potrebbero essere modificate all’udienza con rito abbreviato fissata per il 6 luglio a Firenze. Appare, comunque, in salita la “battaglia” dei magistrati toscani per tenersi l’inchiesta sull’appalto da 200 mln di euro per la costruzione della scuola dei marescialli dei carabinieri. Ad avviso della Suprema Corte, infatti, l’accordo fiorentino del 18 febbraio 2008 nel quale l’imprenditore Francesco De Vito Piscicelli (in veste di “rappresentante” di Angelo Balducci e Fabio De Santis, gli alti funzionari detenuti a Prato e Sollicciano) ha pattuito con il costruttore Riccardo Fusi un compenso in denaro in cambio del rientro della sua impresa nel cantiere della scuola marescialli, è solo un «tassello» a fronte di una serie di «dazioni» avvenute a Roma.

Nella capitale, ricorda in proposito la Cassazione (sentenza 23427), De Santis ha accettato l’orologio da cinquemila euro; la sua stessa nomina a Provveditore delle opere pubbliche per Toscana, Umbria e Marche è maturata a Roma come «corrispettivo» per «l’attività illecita e strumento per proseguire» nell’obiettivo della scuola marescialli. E sempre a Roma si è realizzata la consulenza, dall’importo «in bianco», per l’avvocato Guido Cerruti. Ma la “cricca”, aggiunge la Cassazione, lavorava anche su altri «eventi» non solo su quello che stava a cuore a Fusi. Insomma, stando così le cose, per i supremi giudici «è conseguente la competenza territoriale dell’autorità giudiziaria dove risultano concretizzati i corrispettivi». E oggi a Piazzale Clodio sono arrivati, da Firenze, i faldoni di questa inchiesta e il “trasloco” – spiega sempre la Cassazione – riguarda anche la posizione di Piscicelli che aveva chiesto il rito abbreviato e che, secondo la Procura fiorentina, non avrebbe potuto traslocare anche lui. Dunque nella Procura guidata da Giuseppe Quattrocchi non dovrebbe più rimanere nulla. «Probabilmente la Cassazione – ha commentato Quattrocchi – ha individuato l’ipotesi di corruzione contratta a Firenze e poi l’ha proiettata sugli altri fatti che si sono verificati altrove» ma, ha aggiunto, «esiste una problematica giuridica che conosciamo bene e sulla quale la nostra Procura sarà ancora in grado di dire la sua».

18 giugno 2010



G8, De Santis in aula in manette

è scontro sulla “gogna mediatica”

Interviene il garante. Gli agenti di custodia: polemiche solo per i vip. Le immagini dell’ex funzionario sono state trasmesse solo dal Tg2. Orfeo: un atto di denuncia

di FRANCA SELVATICI

'G8,

L’arrivo di De Santis in tribunale

FIRENZE – L’ex provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis entra nel cortile del tribunale del riesame di Firenze scortato dagli agenti della polizia penitenziaria. È ammanettato con un altro detenuto, il che scatenerà reazioni polemiche. È grande e massiccio, ma molto dimagrito. Passa in silenzio, a testa bassa, visibilmente provato, fra due ali di cronisti e di fotografi. Sono le 9,25. Sta per aprirsi l’udienza richiesta dai suoi legali, Alfredo Gaito e Remo Pannain, e dagli avvocati Franco Coppi, Roberto Borgogno e Gabriele Zanobini, che assistono l’ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci. Sia De Santis che Balducci sono in carcere dal 10 febbraio per corruzione nell’inchiesta sui Grandi Eventi. Per questa mattina è fissato a Firenze l’avvio del processo per uno dei filoni di indagine, quello sulla Scuola Marescialli dei Carabinieri. Avvio in bilico, perché giovedì la Cassazione ha dichiarato la competenza di Roma. Ne è nato un rebus sul quale – dicono gli avvocati – “ci stiamo rompendo la testa”. Per capire che cosa accadrà servirebbe “la sfera di vetro della maga”.

Intanto però Balducci e De Santis hanno un obiettivo primario: lasciare il carcere. Balducci ha scelto per ora di restare in cella, lasciando la parola esclusivamente ai suoi avvocati. De Santis invece ha affrontato l’umiliazione di passare in manette davanti alle telecamere pur di poter spiegare personalmente ai giudici che non potrebbe commettere più i reati di cui è accusato, perché il ministero lo ha dichiarato d’ufficio “cessato dalle funzioni”. “È frastornato e amareggiato dall’essere stato esibito in manette alle telecamere”, ha commentato poi il professor Gaito. Ma anche oggi sarà presente in aula per difendersi. Il suo avvocato si è appellato ai media, pregandoli di non mandare in onda e di non pubblicare le immagini. È intervenuto subito il garante della privacy: “I media si astengano dal diffondere riprese e fotografie di persone in manette”. I tg lo hanno fatto, guadagnandosi l’apprezzamento di Enzo Carra, esponente Udc che durante Tangentopoli fu al centro del caso che aprì la discussione sulle “manette spettacolo”. Ha fatto eccezione il Tg2. Il direttore Mario Orfeo ha mandato in onda le immagini come “atto di denuncia”.

Per la verità, non ci sarebbe stato bisogno di sollecitazioni da parte del garante della privacy: nel codice di procedura penale è stata inserita nel 1999 una norma (comma 6 bis dell’articolo 114) che vieta la pubblicazione di immagini di persone ammanettate. Altra questione è se i detenuti debbano essere tradotti o meno in manette. La legge 492 del 1992 stabilisce che nelle traduzioni di un singolo detenuto l’uso delle manette è obbligatorio “quando lo richiedono la pericolosità del soggetto o il pericolo di fuga o circostanze di ambiente che rendono difficile la traduzione”. Altrimenti l’uso delle manette è vietato. Nel caso specifico, il tribunale del riesame di Firenze si affaccia su una via strettissima e molto trafficata. I furgoni della polizia penitenziaria sono costretti a parcheggiare sul marciapiede. In ogni caso la legge stabilisce che nelle traduzioni collettive “è sempre obbligatorio l’uso di manette modulari multiple”, e De Santis è arrivato con un altro detenuto.

“È regolare e legittimo che i detenuti, ancorché imputati, siano condotti con le manette durante le traduzioni”, afferma Donato Capece, segretario generale del sindacato penitenziario Sappe: “Tutti i giorni la stragrande maggioranza delle traduzioni avvengono con le manette. E giustamente – sottolineo – perché garantiscono ordine e sicurezza. Ma le polemiche scoppiano solo con i “presunti eccellenti”. Come se essere un qualsiasi sconosciuto giustificasse, comunque e a prescindere, l’uso delle manette”.

15 giugno 2010

fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/06/15/news/de_santis_manette-4848397/?rss




Villette, piscine e terrazze I furbi del condono a Roma

Abusi realizzati dopo la domanda: la prova nelle immagini dall’alto

ROMA — «Il condono edilizio? Sarà leggero» minimizzava il 18 settembre 2003 Gianni Alemanno, allora responsabile dell’Agricoltura in un governo che si apprestava ad approvare la terza sanatoria delle costruzioni abusive. Una battuta infelice e azzardata, come l’ex ministro ha avuto modo di sperimentare personalmente una volta diventato sindaco di Roma. Eccoli gli effetti del condono light: un assaggio è nelle fotografie aeree pubblicate qui sotto. Sono la dimostrazione che la sanatoria voluta dal governo di Silvio Berlusconi nel 2003 potrebbe essere stata utilizzata in molti casi anche a regolarizzare preventivamente immobili che non esistevano.

I furbi del condono
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CASI DA MANUALE - Osservatele bene, e fate attenzione alle date. Perché quelle potrebbero incastrare proprietari che hanno fatto domanda di condono prima ancora di tirare su i muri, mettere le tegole sul tetto, scavare il buco per la piscina. Parliamo di tre casi da manuale. Il primo, una costruzione in cima a uno stabile di via di San Vincenzo, a Roma, accanto alla Fontana di Trevi: dove nel 2004, come dimostrano gli scatti dall’alto, non c’era nulla. Valore economico di quegli 80 metri quadrati terrazzatissimi nel cuore della Capitale? Come almeno dieci appartamenti in periferia. Il secondo è stato scovato dall’obiettivo indiscreto fuori del Raccordo anulare, al Nord della città. Quattro costruzioni, come testimoniano le foto, apparse dal nulla nel 2005. Dal valore, pure qui, niente affatto trascurabile. Il terzo è anch’esso fuori del Raccordo, ma a Sud, in un’altra zona sulla quale sussistono vincoli di un piano territoriale paesistico: lì, su un’area che nel 2004 era libera da costruzioni, adesso c’è quella che sembra una villa con piscina. Inutile dire che in tutte le tre circostanze è stata presentata domanda di sanatoria come se l’abuso fosse stato commesso entro il termine previsto dalla legge per ottenere il beneficio: 31 marzo 2003.

CASI NON ISOLATI – Ma chi pensa si tratti di episodi isolati, si sbaglia di grosso. Sapete quante situazioni simili hanno scoperto i tecnici di Gemma, la società privata che gestisce dietro corrispettivo le pratiche del condono edilizio del Comune di Roma? Ben 3.713. Tremilasettecentotredici su 28.072, ovvero il numero di domande di condono edilizio esaminate nei primi quattro mesi di quest’anno. È il 13,2% del totale. E non è tutto. Perché alle 3.713 costruzioni tirate su dopo che la sanatoria era stata già approvato, bisognerebbe aggiungere le 6.503 realizzate, sì, entro il 31 marzo 2003, ma in aree soggette a vincoli di qualche genere. Oltre alle 2.099 spuntate come funghi addirittura nei parchi. Per un totale di 12.315 abusi, secondo Gemma, non sanabili. Vi chiederete: e lo scoprono adesso, dopo tutto questo tempo? Domanda più che legittima. Dall’inizio la situazione dei condoni edilizi a Roma è stata caratterizzata da storture e disfunzioni. C’è chi per esempio ha sempre criticato la scelta (fatta dalle giunte di centrosinistra) di affidare a un privato un compito così delicato: tanto più che in altre grandi città, come Milano, ci pensano gli uffici comunali. C’è chi invece l’ha sempre difesa, sottolineando l’abnorme numero di domande. Fino a un epilogo sconcertante. Alla fine di maggio il presidente e azionista di Gemma, Renzo Rubeo, ha deciso infatti di risolvere il contratto con il Campidoglio per inadempienza della controparte, rivendicando arretrati per svariati milioni di euro. Una iniziativa giunta al culmine di un rapporto che va avanti da dieci anni, fra molti attriti che l’hanno logorato. E in un contesto nel quale non sono mancati i risvolti giudiziari. Senza entrare nel merito di una vicenda con molti aspetti da chiarire (a cominciare dalla gestione del sistema informativo assegnato da anni sempre alla stessa ditta, un’altra, con proroghe continue senza gare) meglio far parlare i numeri. Decisamente allucinanti.

ILLEGALITÀ - Le domande di condono edilizio presentate nel solo Comune di Roma sono circa 597 mila. Per avere un’idea del tasso di illegalità, è come se un cittadino romano su 4,2 residenti avesse chiesto di sanare un abuso. Ben 417 mila domande riguardano la prima sanatoria, quella del 1985, 94.688 la seconda (del 1994) e oltre 85 mila la terza (del 2003). Ebbene, di tutte queste pratiche ne restano ancora da smaltire 210 mila. Ben 130 mila sono arretrati del condono 1985, circa 25 mila di quello 1994 e il resto riguarda l’ultimo: forse il più devastante dei tre. Perché se il primo «perdono» edilizio voluto dal governo di Bettino Craxi è arrivato in una situazione nella quale molti Comuni erano ancora senza piano regolatore e ha sanato in larga misura piccoli interventi, e se il secondo (governo Berlusconi) ha salvato prevalentemente villette e seconde case, il terzo (ancora Berlusconi) potrebbe aver consentito di regolarizzare abusi ancora prima che venissero commessi, magari in zone protette. Insomma, una specie di licenza di costruire in deroga a tutte le norme urbanistiche.

DALL’ALTO - Peccato soltanto che nel 2003 esistessero già i sistemi di rilevazione aerea che avrebbero consentito agevolmente di scoprire le carognate. Bastava volerlo. Qualche mese dopo l’approvazione della legge il ministro dell’Ambiente Altero Matteoli ammonì: «Al ministero abbiamo delle cartografie dove è fotografata tutta l’Italia e possiamo vedere anche la più piccola costruzione che c’era prima del 31 marzo 2003. Se uno richiede un condono e c’è un’amministrazione attenta può non concederlo». Come e se siano state usate quelle foto, però non si sa. Di certo non è successo a Roma. Gemma ha utilizzato le rilevazioni di uno «scatto» aereo del 2003 comprato sul mercato e ha successivamente integrato la sua attività con una società specializzata comprata dal gruppo Iri, la Italeco. Ma anche il Comune di Fano, prima che il governo approvasse la sanatoria, fece fotografare da un aereo tutto il proprio territorio, alla scopo di prevenire eventuali furbetti. Non si sarebbe potuta fare ovunque la stessa cosa? Per evitare almeno che il condono edilizio, già indecente, diventasse ripugnante.

Sergio Rizzo
15 giugno 2010

fonte: http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_15/rizzo-furbi-condono-roma_e5cd8b70-783d-11df-9d05-00144f02aabe.shtml



Inchiesta G8, così la cricca
conquistò il San Carlo di Napolidi Valentina Errante e Massimo Martinelli

ROMA (13 giugno) - Certe volte sono le leggi a consentire di aggirare le regole. O viceversa, a seconda dei punti di vista. E gli uomini della Cricca di Angelo Balducci lo sapevano perfettamente. Così, quando ci fu da pilotare l’appalto per ristrutturare la celebre Villa Salviati, a Firenze, che era sede dell’Istituto Universitario Europeo, ci misero un attimo a individuare la scorciatoia per aggirare la legge. Dichiararono che quel complesso monumentale poteva essere considerato un ”obbiettivo sensibile”. Cioè a rischio attentati, anche se non si sa bene da parte di chi, visto che nelle informative dell’intelligence o dell’antiterrorismo non è mai citata. Però quella definizione, ”obbiettivo sensibile”, consentiva di evitare il bando di gara, di invitare le ditte amiche a partecipare e, ovviamente, di indirizzare in qualche modo l’appalto.

Che finì nelle mani di un pool di aziende collegate al costruttore Diego Anenome, l’anima nera della cricca di Balducci. C’è anche questa storia nelle carte depositate due giorni fa dai pm di Firenze, poche ore prima di sapere che la Cassazione avrebbe spostato il processo a Roma. E senza sapere che a Roma, questo processo potrà restarci poco, visto che anche in questa faccenda spunta il nome di uno dei figli di Achille Toro, l’ex potentissimo procuratore aggiunto di Roma. Stavolta si tratta di Stefano, avvocato di professione con studio in Roma, di fronte al vecchio Palazzaccio di piazza Cavour: perché i carabinieri del Ros hanno trovato nel corso di una perquisizione nello studio del dirigente del provveditorato di Umbria e Toscana Sergio Fittipaldi, la documentazione dalla quale risulta che proprio Stefano Toro era il consulente giuridico ”per il programma infrastrutturale dell’istituto dell’Università Europea di Firenze» a villa Salviati.

E adesso che il processo arriverà a Roma, anche se Achille Toro è formalmente in pensione, qualcuno potrebbe riproporre lo stesso problema sulle competenze che già aveva portato allo spostamento a Perugia di un pezzo di inchiesta in cui compariva il nome di Camillo Toro, l’altro figlio del magistrato. E siccome, come si dice a Napoli, ”i figli so’ piezz’e core”, gli affari di famiglia spuntano all’ombra del Vesuvio, nel grande appalto per circa 40 milioni destinati alla ristrutturazione del teatro San Carlo.

Lei si chiama Valentina Sciarra (e se ne parla nell’articolo qui sotto, ndr.) ed è allo stesso tempo figlia della potentissima Maria Pia Pallavicini, direttore generale all’Edilizia al ministero delle Infrastrutture, e dipendente della Costruzioni Barozzi (Cobar), capofila del consorzio che vinse l’appalto per il San Carlo; e anche consorziata con le ditte che hanno ristrutturato il Teatro Petruzzelli di Bari. Sempre la Cobar, documentano i carabinieri del Ros, era in rapporti strettissimi con le imprese di Diego Anemone, che a sua volta - anche grazie alle buone entrature con la Pallavicini - aveva messo le mani sui lavori di Villa Salviati a Firenze.

Figli di mezzo anche a Firenze, dove l’appalto della Scuola dei Marescialli era sotto la supervisione dell’avvocato dello Stato Aldo Linguiti. Che ha un figlio, Guido, che ricevette un incarico come medico del lavoro dalle ditte che avevano l’appalto per i lavori del G8 alla Maddalena. E utilizzavano questo rapporto per esercitare pressioni sul padre. Come il Ros ha documentato depositando una intercettazione in cui si sente l’avvocato romano Guido Cerruti, dello studio legale che curava gli affari della scuola dei Marescialli, dire al telefono: «Io non gli faccio avere più nessun incarico al figlio..», riferendosi all’atteggiamento poco collaborativo di Aldo Linguiti per i lavori di Firenze. Mentre in un’altra intercettazione si sente un ingegnere dei Lavori Pubblici, Raniero Fabrizi, raccontare che lo stesso Aldo Linguiti aveva già chiesto in precedenza di essere aiutato a trovare un lavoro al figlio nei lavori di ricostruzione in Abruzzo.

E poi c’è il grande capitolo delle regalie
: dagli orologi alle cene sontuose, fino alle vacanze. Come quelle che sarebbero state offerte all’hotel Pellicano dell’Argentario da Diego Anemone al professor Carlo Malinconico. Che da parte sua si è sempre difeso precisando che di avere pagato somme consistenti al termine dei soggiorni in quella struttura.

Cricca, un milione di regali agli amici

In cambio di favori case ma anche Rolex, cene e vacanze di lusso


GUIDO RUOTOLO
INVIATO A FIRENZE

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L’imprenditore Diego Anemone lascia gli uffici giudiziari di Perugia

Che banda di scrocconi quelli del «sistema gelatinoso». Insomma, la «cricca» e i personaggi entrati in contatto con questo mondo un po’ ministeriale e un po’imprenditoriale. Si sapeva dei regali, degli orologi, delle cene, delle vacanze. A conti fatti – si legge in un allegato del Ros – la cricca in due anni ha fatturato circa un milione di euro in regali.

A voler essere ancora più precisi nella stima del fatturato degli scrocconi, dovremmo poi aggiungere, per esempio, i lavori di ristrutturazione degli appartamenti di Diego Anemone e, naturalmente, le case degli Scajola, Incalza, Pittorru comprate con il contributo di Anemone. E poi quelle in affitto garantito sempre da Anemone, come quella di Guido Bertolaso in via Giulia. E poi uno si dovrebbe porre una domanda semplice semplice: si tratta di banda di benefattori o la cricca ha investito un milione e molto di più in regali perché in cambio ha ottenuto lavori, favori, e appalti? Perché è vero che alcuni beneficiari dei regali la Procura di Firenze li ha iscritti nel registro degli indagati, ma per esempio in questa inchiesta sono coinvolti anche personaggi come Mauro Masi, direttore generale della Rai, o l’ex segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri, oggi presidente della Federazione editori, Carlo Malinconico. Il primo si impegna per fare assumere un suo protetto, il secondo si fa offrire vacanze in alberghi di lusso – come «Il Pellicano» di Porto Ercole – per un importo complessivo di circa 20.000 euro.

Negli atti finali depositati a Firenze, si documenta, per esempio che Angelo Balducci, tramite Anemone, ha coinvolto l’imprenditore Francesco Piscicelli nell’organizzazione di una vacanza (a spese di Piscicelli) del professore Carlo Malinconico in un albergo dell’Argentario, «Il Pellicano» appunto. «Dal successivo riscontro documentale – si legge nella informativa del Ros – è stato rilevato in sintesi che, tra il 2007 e il 2008, il prof. Malinconico ha soggiornato più volte presso la struttura alberghiera «Il Pellicano», e le relative spese quantificate in complessivi euro 19.876,00 sono state pagate, con varie modalità, da Francesco Maria Piscicelli».

Un solo accenno alle intercettazioni telefoniche, che rappresentano gli spunti investigativi che sono stati verificati (attraverso le prove documentali e gli interrogatori). Dunque «alle ore 16.21 del 28 aprile 2008, Diego Anemone, facendo capire che la sollecitazione perviene da Angelo (Balducci), chiede a Piscicelli di prenotare all’hotel Pellicano un soggiorno per Carlo con la “M” il cognome, per il periodo ricompreso tra il 1° e il 5 maggio». E al telefono spiega: «Ma più tardi ci possiamo vedere due minuti? Perché mi chiede questo quel signore… tu un certo Pellicano l’1 … il 2 il 3 e il 4, pensavo diciamo all’altro discorso io insomma o lui … Angelo no! … andrebbe fatta una riservazione per l’1 il 2 il 3 e il 4 …. dicendomi che tu c’hai possibilità di farlo per quel signor Carlo … con la “M” il cognome no? E poi ci vediamo insomma e mi dici tutto no, perché l’ha chiesto a lui e quindi lui ci tiene … Angelo».

C’è poi il capitolo degli orologi che il povero Piscicelli è costretto a comprare (a metà) per regalarli a Fabio De Santis, il provveditore alle opere pubbliche in Toscana, e a Maria Pia Forleo, dirigente di via della Ferratella, per «ricompensarli», come spiega al telefono al cognato Pierfrancesco Gagliardi lo stesso Piscicelli, «del loro apporto per la positiva risoluzione del problema del “cantiere Scuola Marescialli”».

Gli scrocconi ne approfittano anche delle cene. Come quella documentata al ristorante romano «Il Bolognese». E’ sempre il tartassato Piscicelli la vittima sacrificale. E’ lui che viene sollecitato da Balducci a organizzare e pagare la cena. Il 20 ottobre del 2009, Piscicelli chiama il ristorante. Parla con il direttore Antonello: «Buongiorno, è Piscicelli… una cortesia, un tavolo per 16 persone, per stasera, a nome Balducci». Verifica documentale: fattura per 15 coperti, tavolo 82, importo 1.870 euro. C’è un’altra chicca, tra le carte depositate. Il riferimento è al ricevimento al Four Seasons di Firenze offerto dal neo provveditore alle opere pubbliche della Toscana, Fabio De Santis. I carabinieri hanno recuperato i nomi degli invitati. E la fattura pagata per la serata: 21.795 euro. Auguri alla cricca.

13 giugno 2010





I documenti – «Tutti all’Harry’s Bar per discutere l’appalto»

I documenti

«Tutti all’Harry’s Bar per discutere l’appalto»

Il racconto di un funzionario. «Una nota riservata da Matteoli a Fusi»

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Gli scatti del Ros: Fusi (a destra) con De Santis
Gli scatti del Ros: Fusi (a destra) con De Santis

FIRENZE — La piccola West Point toscana era solo un inizio. Leggendo le nuove carte depositate dai magistrati fiorentini sulla Scuola Marescialli si capisce che secondo loro quell’appalto— considerato pilotato dall’inizio alla fine— era il grimaldello che stava portando la procura nel complesso mondo del ministero delle Infrastrutture. Gli atti integrativi di indagine, circa 3.000 pagine, sono divisi in due parti. La prima cerca di cementare le accuse già note ad Angelo Balducci e Fabio De Santis con riscontri e ammissioni. La seconda vuole dimostrare come nessuna fase di quell’appalto, spalmato in un arco temporale che va dal 2001 al 2009, sia stata fatta nell’interesse pubblico.

IL RAPPORTO - Lo scorso 7 giugno i carabinieri del Ros di Firenze depositano una ponderosa informativa nella quale elencano le «prove documentali» ovvero i riscontri a quanto desunto dalle intercettazioni. Si tratta di un lavoro certosino che va dalle ricevute e le foto degli orologi che Francesco Piscicelli e il patron della Btp Riccardo Fusi regalano sotto Natale a Fabio De Santis, un Audemars Piquet acciaio da 4.270 euro e un Chopard da 4.063 euro, fino a un verbale di gara relativo a una gara d’appalto per il G8 della Maddalena nel quale Fusi formula un’offerta assolutamente identica a quella che gli suggerisce — «dettare» è il verbo usato dai carabinieri— Piscicelli, l’intermediario di Angelo Balducci. Nelle nuove carte vi sono testimonianze considerate fondamentali, come quella di Claudio Iafolla, capo di gabinetto del ministro Altero Matteoli, che parla della nomina «pilotata» di De Santis (che non aveva i titoli) a provveditore delle Opere pubbliche toscane. Una nomina sponsorizzata da Verdini per conto dell’amico imprenditore Riccardo Fusi e considerata come un favore a Balducci, e quindi una prova di corruzione, che Iafolla racconta così: «Me lo disse il ministro, come fa di solito dice: “ci sarebbe questo De Santis, io vorrei mandarlo al provveditorato di Firenze”». E ancora: nell’informativa ci sono documenti che provano pratiche che potrebbero essere classificate alla voce «do ut des» come l’assunzione, da parte di una azienda che ha appena vinto un appalto, della figlia di Anna Maria Pallavicini, la «zarina» del ministero delle Infrastrutture.

AL MINISTERO – Gerardo Mastrandrea è il capo ufficio legislativo del ministero delle Infrastrutture. Nella sua deposizione dello scorso 17 maggio racconta «in modo leale», parole dei pubblici ministeri, il complesso iter dell’appalto della Scuola. A cominciare dai rapporti tra l’imprenditore Fusi, il suo sponsor Denis Verdini e il ministro Altero Matteoli. «Io non vengo contattato da Verdini. Ho modo di vederlo a un pranzo… a un pranzo, che si svolge… ad ottobre, in cui mi convoca il ministro, si svolge all’Harry’s Bar, intorno al 20, 25 ottobre. Dice “mi raggiunga a questo pranzo”. Io vado all’Harry’s Bar e vedo lì Verdini e Fusi… e il ministro Matteoli. Non sapevo di trovarmi di fronte… Io ho avuto proprio l’impressione che volesse, in qualche modo, dimostrare a Fusi che aveva fatto un lavoro di messa in contatto (…). Mi disse, mi disse il ministro “Mastrandrea, che cosa state facendo?”. Ho detto “noi abbiamo avuto questa delibera dell’Autorità, adesso vedremo”. Punto. Poi si son messi a parlare, tra l’altro, di politica, poi un pranzo anche molto veloce, insomma». Intorno al 24-25 novembre 2008, ricorda Mastrandrea, arriva la delibera sul cantiere da parte dell’Autorità dei Lavori Pubblici. Il funzionario viene messo in guardia dai consulenti. «Mi dicono “non prenderlo per oro colato, perché ha una visione comunque parziale del problema”». L’illegittimità del cantiere dell’Astaldi, alla quale Fusi vorrebbe fosse revocato l’appalto, non sembra così conclamata. «Mi ero un po’ preoccupato perché, devo dire la verità, da giurista quella delibera l’avevo trovata, tra virgolette, un po’ troppo di parte, cioè non avevo mai visto un atto in cui si prendono le ragioni di una delle due parti in causa in maniera così evidente, perciò… Però erano ragioni comunque giuridicamente sostenibili per cui alla fine… non me la sono sentita, insomma, di non dar seguito». Le pressioni per bloccare i lavori vanno avanti, dunque. Un funzionario «ribelle», Mercuri, si mette di mezzo. Verrà poi esautorato. Mastrandrea riprende coraggio: «Vado dal ministro e dico al ministro “guardi ministro non ci sono le condizioni per sospendere il cantiere, a mio avviso, perché stanno emergendo dei dati che l’Autorità dei Lavori Pubblici stranamente non sapeva, non lo so, non gliel’hanno detti, non… eccetera per cui non… a quel punto… io ministro non me la sento di farle firmare alcun atto o qualche cosa che comporti la sospensione dei lavori”». Una misura estrema, la giudica il funzionario, «del tutto spropositata». Ma inarrestabile, pare. Intanto De Santis ha ottenuto l’agognata nomina a provveditore delle Opere Pubbliche toscane. «L’ho conosciuto solo una volta che è venuto nella mia stanza assieme a Balducci. Era un appuntamento strano. Mi hanno chiesto questo appuntamento per venire da me quasi per dire… “te l’abbiamo detto”». Arriviamo nel 2009, e Mastrandrea prepara una nota riservata per il ministro, che i magistrati scoprono essere finita nelle mani dell’imprenditore Fusi. Si dimostrano molto interessati a questa fuga di notizie. Mastrandrea: «Non mi voglio sbagliare, ma quel fax è questa nota qui, che io ho dato al ministro. Non posso escludere che il ministro l’abbia data a Verdini. Verdini l’ha girata a Fusi, hanno visto che era quel contenuto e lui, Vinti (il vecchio legale di Fusi ndr), è tornato da me, o m’ha chiamato il 27 per dire “guarda che quella procedura non c’entra nulla con la cosa, perché non riguarda…”, insomma era al corrente».

IL COGNATOPierfrancesco Gagliardi è il cognato di Piscicelli, con il quale condivide la celebre conversazione nella quale quest’ultimo «ride» davanti alle immagini del terremoto dell’Aquila. Definirlo come un pentito è forse eccessivo. Ma nell’interrogatorio del 21 maggio, il cognato ammette certe pratiche corruttive da parte della presunta «cricca». I pm chiedono se gli orologi fossero un modo per ammorbidire le persone al ministero che «non volevano dare un segnale». Risposta: «Un orologio, un regalo, a Natale, Pasqua e Capodanno come diceva e… i lavori alla villetta o se aveva preso altri accordi in termini di dazione di danaro, questo lui non me lo ha mai esplicitato (…), gli orologi erano per qualcuno lì dell’ufficio della Ferratella, per De Santis o per la dottoressa Forleo». Gagliardi, poi, conferma gli incontri del cognato con Denis Verdini. E racconta di aver consigliato a Fusi di andare a parlare con «il capo dei capi», ovvero Matteoli. Alla domanda se Gagliardi conosca davvero il ministro, la risposta è quasi una confessione di millantato credito. «Io ho preso un caffè con Altero Matteoli, una volta a giocare a calcetto, ma è questa la questione capito… la persona a cui volevamo parlare era Matteoli, ma l’avevo visto cinque minuti a pigliare un caffè in giardino lì alle Mazzette, allora… mi ero fatto bello, ecco, diciamo così…».

Marco Imarisio
12 giugno 2010

fonte: http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_12/appalti-harrys-bar-matteoli-fusi-marco-imarisio_7ad59c16-75f6-11df-9eaf-00144f02aabe.shtml


Sarebbe pronto a cedere il suo posto a gabrielli, ex prefetto dell'aquila


«Bertolaso pensa alle dimissioni»

«Il capo della Protezione civile vicino all'addio»:

le indiscrezioni pubblicate da alcuni quotidiani sarebbe pronto a cedere il suo posto a gabrielli, ex prefetto dell'aquila

«Bertolaso pensa alle dimissioni»

«Il capo della Protezione civile vicino all'addio»: le indiscrezioni pubblicate da alcuni quotidiani

Guido Bertolaso (Emblema)
Guido Bertolaso (Emblema)

MILANO - «Bertolaso pensa alle dimissioni». Lo scrive in prima pagina il Giornale, spiegando che il capo della Protezione civile, indagato nell'inchiesta di Perugia sui Grandi Eventi, sarebbe pronto a cedere il posto al suo futuro vice, l'attuale prefetto dell'Aquila Franco Gabrielli. Secondo Repubblica, Gabrielli, messo «fuori ruolo» il 23 aprile scorso in Consiglio dei ministri, già il 14 maggio prossimo diventerà vicecapo dipartimento. Per l'affiancamento ci vorranno dei mesi, ma, nella maggioranza, le voci di un possibile addio di Bertolaso si fanno sempre più insistenti.

«TRITACARNE MEDIATICO» - Secondo il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, la decisione di Bertolaso sarebbe stata dettata dall'inchiesta «allargatasi sempre di più» sugli appalti del G8 alla Maddalena. Il capo della Protezione civile«non ne potrebbe più di questo tritacarne mediatico, che invece di stopparsi continua a macinare, infangando la sua dignità personale», scrive il Giornale citando fonti del Pdl.

«GLI UOMINI PASSANO LA PROTEZIONE CIVILE RESTA» - Indiscrezioni di stampa a parte, hanno di certo il sapore amaro di un addio le parole pronunciate da Bertolaso domenica a Udine, in un dibattito a 34 anni dal sisma del Friuli. «Gli uomini passano - ha detto - la Protezione civile, con il suo straordinario bagaglio di esperienza, resta. E questo è l'importante».

Redazione online
10 maggio 2010

http://www.corriere.it/politica/10_maggio_10/bertolaso-pronto-lasciare_7c03ecb8-5c02-11df-92dd-00144f02aabe.shtml

Gli affari sulla costruzione della Scuola dei Marescialli a Firenze
Gli appalti della «cricca»: ecco le consulenze d’oro
Incarichi a un giro di parenti: 3,5 milioni per un cantiere bloccato


ROMA— Consulenti pagati a peso d’oro anche se l’appalto era stato bloccato. Continua a riservare sorprese l’indagine sui lavori pubblici commissionati nell’ambito dei Grandi Eventi. Perché nelle carte processuali dei magistrati di Firenze che hanno indagato sulla costruzione della Scuola dei Marescialli a Firenze, c’è un intero capitolo dedicato agli incarichi affidati a professionisti esterni per un totale di oltre tre milioni e mezzo di euro. Basti pensare solo uno è stato ricompensato con oltre un milione di euro. Un elenco di personaggi, talvolta imparentati tra loro, che però non comparivano nelle liste ufficiali del Provveditorato. Non solo. Gli accertamenti affidati ai carabinieri del Ros hanno consentito di scoprire che era stata addirittura ingaggiata una società per svolgere le mansioni affidate a uno dei funzionari. Lui stesso è stato costretto ad ammetterlo quando gli sono stati mostrati i documenti acquisiti, relativi ai due lotti del cantiere. Ha sostenuto che era tutto concordato con il Provveditore della Toscana Fabio De Santis, tuttora in carcere con l’accusa di aver fatto parte dell’associazione composta anche da Angelo Balducci, Guido Anemone e Mauro Della Giovampaola. Del resto le liste relative al 2009 mostrano come siano stati elargiti compensi per circa un milione di euro anche per altri lavori gestiti dalla stessa struttura.
Nomi e compensi
Il 19 febbraio scorso viene convocato Sergio Fittipaldi, 61 anni, «dirigente a contratto con il ministero delle Infrastrutture». Il 5 maggio 2009 è stato nominato "Responsabile Unico del procedimento" del cantiere. Pochi giorni dopo ha disposto la sospensione dei lavori. Secondo l’accusa, il blocco è stato determinato per favorire il costruttore Riccardo Fusi e la sua Btp che era stato estromesso in favore della società Astaldi. È il filone d’inchiesta dove è indagato anche il coordinatore del Pdl Denis Verdini proprio perché avrebbe tentato di agevolare l’amico imprenditore. Fittipaldi viene dunque ritenuto testimone chiave. E, incalzato dai pubblici ministeri, riconosce a verbale di aver effettuato nomine esterne nonostante lo stop che aveva imposto. «Per la vicenda della scuola dei marescialli, durante l’incarico del mio Rup, furono disposte alcune consulenze che hanno coinvolto un gruppo di professionisti tutti coordinati dal professor Silvio Albanesi... Sono stati tutti nominati con lettere di affidamento subito operative a firma del provveditore De Santis che rimandavano ai particolari economici e quant’altro ad atti successivi, cioè a schemi di disciplinare che dovevano regolare il contratto. Ricordo di aver fatto il calcolo del compenso comunicandolo al ministero che ha le relative carte. Il professor Albanesi ha pattuito un compenso di 950.000 euro circa per il lotto A e il lotto B. L’architetto Carpenzano aveva un compenso di circa 200.000 euro per la parte architettonica, per l’impiantistica meccanica l’ingegner Eugenio Cimino aveva un compenso di circa 350.000 euro del tutto simile a quello della parte elettrica dell’ingegner Dario Zaninelli. Per la parte strutturale il compenso era stato congruito e accettato con la società Italingegneria di Roma, con direttore tecnico il figlio del professor Albanesi, ingegner Tommaso Albanesi ed era di circa 1 milione e 100.000 euro. Vi era poi l’incarico all’ingegner Fabio Frasca che aveva la consulenza degli impianti a rete esterna dell’area. Per costui il compenso accettato era di circa 90.000 euro. De Santis nel conferire gli incarichi pensava di attingere dal quadro economico generale gestito dal ministero con fondi del ministero dell’Interno eMinistero delle Infrastrutture con la particolarità che quelli dell’Interno sono definiti finanziamenti annuali e quindi in prima battuta erano erogazioni pubbliche, salvo poi addebitare all’impresa inadempiente l’esubero delle spese e quindi anche i costi di consulenza». Una tesi che i legali di De Santis, Remo Pannain ed Enzo Gaito, hanno già respinto. Fittipaldi riconosce poi che «Albanesi lo conosco da tempo, mentre il figlio l’ho conosciuto in questa occasione».
La società Schema
Fittipaldi nomina i consulenti, ma questo evidentemente non basta. E così decide di firmare un altro contratto con la società Schema, che di fatto svolge le mansioni a lui affidate. Quando i magistrati gliene chiedono conto, dichiara: «La ragione è che la struttura ministeriale stava a Roma e io a Firenze. La mia struttura mi doveva consentire di controllare il gruppo di consulenti nominati. Il precedente Rup non aveva l’esigenza di una verifica tecnica del gruppo di lavoro, che non c’era neanche. La società Schema mi mette a disposizione una persona all’occorrenza, che rimane presso la sede, a cui io mi rivolgo in relazione ai compiti e alle esigenze che man mano si manifestano. Ad esempio: la Schema fornisce supporto al Rup nei contati con i consulenti che devono redigere documenti progettuali aggiornati, quindi è una struttura tecnica che verifica la bontà delle soluzioni in variante che man mano si sviluppano. A tal fine mi sono avvalso dell’ingegner Bosi. Un altro esempio è questo: in cantiere vi sono due lotti, con due direttori dei lavori. Uno è nella struttura del provveditorato, uno nella struttura del ministero, quasi che fossero due appalti distinti. Il riordino delle riserve dell’impresa, lo screening sulle riserve, è stato fatto da Schema. Inoltre mi appoggio a Schema per i pareri legali. L’importo a favore della società Schema era una tantum e stabilito in 600.000 euro complessivi fino alla fine del procedimento. Il disciplinare non è mai stato formalizzato. Gli incaricati di tale società hanno fino ad ora lavorato in forza di una lettera di incarico dell’ingegner De Santis che daterei circa a giugno 2009». A Fittipaldi viene poi chiesto di elencare le ragioni che giustificarono il blocco del cantiere visto che secondo il suo predecessore era necessario un provvedimento motivato del ministero e anche in questo caso lui non può che «confermare la circostanza». Poi aggiunge: «È stata proprio questa la ragione del contrasto che ha poi portato alla sostituzione di Mercuri».

Fiorenza Sarzanini
10 maggio 2010
fonte: http://www.corriere.it/cronache/10_maggio_10/sarzanini_b8f77496-5bf8-11df-92dd-00144f02aabe.shtml



L’inchiesta - Alcune compravendite di case passavano da «Propaganda fide»

Il superteste racconta: portavo

il costruttore dal cerimoniere del Papa

Gli incontri di Anemone con monsignor Camaldo.

E Don Evaldo rivela: altri sacerdoti sapevano dei soldi


Ratzinger con mons. Camaldo
Ratzinger con mons. Camaldo

Appartamenti trasformati in dimore di lusso grazie alle ristrutturazioni compiute dalle imprese di Diego Anemone. A beneficiarne erano «politici e prelati», così come ha raccontato Laid Ben Hidri Fathi, l'autista di Angelo Balducci, che del costruttore era diventato collaboratore. Di fronte ai magistrati di Perugia l’uomo ha cominciato a fornire dettagli e identità.

E ha svelato: «Ero io ad accompagnare Diego agli incontri con queste persone. Ricordo in particolare che era in rapporti con monsignor Francesco Camaldo». Si tratta del cerimoniere del Papa, per quindici anni segretario particolare del vicario di Roma cardinal Ugo Poletti. I legami con il Vaticano sono uno dei filoni principali dell'indagine sugli appalti dei Grandi eventi, soprattutto dopo la scoperta che una delle «casseforti» dell'imprenditore era gestita da don Evaldo Biasini, 83 anni. Ma anche perché alcune compravendite di case passavano proprio da enti religiosi come «Propaganda Fide», di cui Balducci era consigliere. Dimore che sarebbero state acquistate seguendo la procedura già scoperta nel caso del ministro Claudio Scajola. L'attenzione della Guardia di finanza si concentra su 15 operazioni sospette: trasferimenti di denaro dai conti di Anemone a quelli dei suoi prestanome— in particolare il geometra Zampolini e la segretaria Alida Lucci—e poi trasformati in assegni circolari da versare al momento del rogito.

Gli incontri
Il testimone—che aveva ricevuto il compito di gestire una serie di conti correnti di Anemone e per questo aveva ottenuto anche la delega ai prelevamenti per contanti—non fornisce dettagli sui contenuti dei colloqui. Ma è preciso nel riferire in quali occasioni portò Anemone da monsignor Camaldo. Sinora l’inchiesta aveva fatto emergere una buona conoscenza tra il prelato e Balducci. Tanto che quando il provveditore è stato arrestato, monsignor Camaldo ha commentato: «Sono molto addolorato, è una persona di assoluta limpidezza morale, conosciuta e stimata in Vaticano da tanti anni, sono certo che dimostrerà la sua completa estraneità alle accuse». Adesso si intravede una rete più ampia. Anche perché nel 2008 lo stesso prelato finì nell'inchiesta avviata dal pm Henry John Woodcock su Vittorio Emanuele di Savoia, sospettato di complicità con alcuni faccendieri inseriti nella massoneria. Per quale motivo incontrava Anemone? Tra gli interessi comuni c'erano soltanto acquisiti e ristrutturazioni di appartamenti, come racconta Hidri Fathi? È presumibile che monsignor Camaldo venga ascoltato dai magistrati di Perugia quando saranno terminati gli accertamenti sulle 15 operazioni sospette emerse nell'indagine.

Rogiti e assegni
Nell'elenco delle persone da interrogare c'è anche il notaio Gianluca Napoleone che ha stipulato tutti i rogiti delle operazioni immobiliari gestite dall'architetto Angelo Zampolini. E sono proprio quelle «anomale» movimentazioni di denaro scoperte sui suoi conti presso la Deutsche Bank e su quelli della Lucci a celare — secondo i pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi— l'acquisto di case che Anemone avrebbe poi intestato ai politici, ai funzionari statali e a quei religiosi che lo avrebbero agevolato nella concessione degli appalti pubblici, ma anche nei lavori di ristrutturazione di interi stabili. Per questo, oltre alle verifiche effettuate presso istituti di credito e banche dati finanziarie, l'interesse degli investigatori si concentra sulle mappe catastali per rintracciare eventuali cambi di destinazione d’uso e verificare i proprietari degli appartamenti che spesso risultano intestati a società.

I sacerdoti
In questo vorticoso giro di case si inseriscono gli affari gestiti da Balducci e Anemone attraverso «Propaganda Fide» e soprattutto la Congregazione del preziosissimo sangue di cui era economo don Evaldo Biasini, che nella sua cassaforte conservava contanti messi a disposizione del costruttore in caso di emergenza. Il sacerdote, missionario in Africa, ha poi raccontato di aver messo a disposizione del costruttore i conti dell'Ente, di fatto utilizzati per depositare assegni e prelevare contanti.
Leggendo il verbale della perquisizione nella sede dell'Istituto dai Ros, si scopre che oltre a don Evaldo altri preti erano a conoscenza delle strane movimentazioni effettuate per favorire il costruttore. Afferma il sacerdote: «Sui depositi della Congregazione, intestati a me perché rivesto la carica di economo, sono autorizzati ad operare don Giuseppe Montenegro quale rappresentante legale e don Nicola Giampaolo, direttore di Primavera missionaria che ha sede ad Albano Laziale» cioè dove si trova anche la Congregazione.

Fiorenza Sarzanini
07 maggio 2010

L’inchiesta - Le carte

Case a prezzi stracciati

inchiesta su 15 vendite

Tutti gli affari, i bonifici al commissario dei mondiali di nuoto

L’inchiesta - Le carte

Case a prezzi stracciati
inchiesta su 15 vendite

Tutti gli affari, i bonifici al commissario dei mondiali di nuoto

L'appartamento di Scajola (Ansa)
L'appartamento di Scajola (Ansa)

ROMA — Ci sono altre quindici operazioni sospette nel fascicolo della procura di Perugia che indaga sugli appalti pubblici concessi per i Grandi Eventi. Passaggi di denaro sui conti gestiti dai componenti della «cricca» che secondo gli inquirenti nascondono compravendite di abitazioni, proprio come è avvenuto per il ministro Claudio Scajola. E fanno presumere, viste le cifre impegnate, che anche i nomi dei beneficiari possano essere dello stesso calibro. La verifica della documentazione bancaria è affidata agli investigatori della Guardia di Finanza. E almeno una parte sembra riconducibile all’architetto Angelo Zampolini, il collaboratore dell’imprenditore Diego Anemone che ha già ammesso di aver accettato di mettere a disposizione i propri depositi per questo tipo di pratiche. È stato l’esame dei documenti forniti dagli istituti di credito a rivelare invece tre bonifici effettuati nel 2007 dallo stesso Anemone a Pietro Rinaldi, il commissario per i Mondiali di Nuoto indagato per corruzione. Versamenti per un totale di 500.000 euro che secondo l’accusa sono il prezzo della corruzione. Verifiche e accertamenti sono stati delegati dai pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi anche sul ruolo dell’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, al quale, secondo il racconto di Laid Ben Hidri Fathi— il tunisino che per anni è stato autista di Angelo Balducci e il factotum dell’imprenditore—furono consegnate alcune buste, alcune anche tramite la figlia.

Gli assegni per le case
Incrociando i risultati dei controlli effettuati presso «l’Anagrafe dei rapporti con gli operatori finanziari » con quelli negli istituti di credito sono stati scoperti alcuni «transiti » anomali di soldi da un conto corrente ad altri. E adesso si indaga su queste transazioni che si ritiene possano nascondere il versamento di tangenti, sia pur mascherato. Ad insospettire gli inquirenti è stata soprattutto la scelta di ricorrere sempre alle stesse persone per concludere gli affari: il funzionario della Deutsche Bank che provvedeva a trasformare i contanti depositati in assegni circolari sempre di piccolo taglio—dunque con la speranza di eludere i controlli antiriciclaggio — e il notaio che si occupava delle stipule. Tutti i rogiti sono registrati con una cifra minima, sempre molto inferiore al valore effettivo dell’immobile. Possibile che il pubblico ufficiale non abbia mai avuto il dubbio che ci fosse un passaggio di titoli e dunque una consistente parte del prezzo versata «in nero»? È presumibile che al termine delle verifiche su queste operazioni, spetti proprio a lui chiarire di fronte ai pubblici ministeri che cosa è accaduto in occasione delle compravendite. Anche perché alcuni trasferimenti sarebbero stati occultati utilizzando società per non svelare l’effettivo beneficiario dell’acquisto.

Le buste di Lunardi
Hidri Fathi ha parlato di «vari soggetti, anche ministri» destinatari delle buste inviate da Anemone e Balducci, ma l’unico nome che ha fatto è quello di Lunardi. Lo ha accusato di aver preso «il 10 per cento dell’importo di ogni progetto approvato da Balducci che poi lo affidava ad Anemone». Per riscontrare le sue dichiarazioni si stanno esaminando tutti gli appalti che il costruttore si è aggiudicato in quegli anni e sulle procedure seguite, verificando anche il ricorso alla trattativa privata. Ma i controlli affidati ai carabinieri del Ros si concentrano anche su altre circostanze. Passaggi di società e compravendite di immobili che potrebbero nascondere interessi comuni con alcuni protagonisti della «cricca». In particolare desta sospetto l’acquisto effettuato da Claudio Rinaldi di un appartamento in via Sant’Agata dei Goti, al quartiere Monti di Roma, di un appartamento di proprietà del figlio di Lunardi. L’immobile era infatti in pessime condizioni e gli investigatori vogliono stabilire se davvero, come sostiene Rinaldi, il prezzo pattuito gli abbia consentito di «fare un affare» o se invece la vendita sia servita a schermare una divisione di denaro tra i due. L’indagine dovrà anche chiarire i termini dell’acquisto da parte della famiglia Lunardi di un intero palazzo in via dei Prefetti, sempre nella Capitale, dall’ente religioso Propaganda Fide del quale Balducci era consigliere. A occuparsi del rogito fu, pure in questo caso, il notaio che aveva firmato quello di Scajola e tutti gli altri atti.

I bonifici a Rinaldi
Case, soldi, utilità: il gruppo Anemone si conferma un pozzo che appare senza fondo. E nuovi indizi emergono contro Rinaldi. Tra le contestazioni non ci sono soltanto le autorizzazioni concesse alle strutture sportive dell’amico costruttore in vista dei Mondiali di Nuoto. Perché nel 2007, quando era uno dei vice di Balducci con delega alle Infrastrutture, il funzionario ha ricevuto da lui tre bonifici. Uno da 250.000 euro, gli altri due da 50.000 euro ciascuno, che si sommano a 150.000 euro trasferiti a San Marino. Per trasferire questi fondi sarebbe stata utilizzata la società «Iniziative speciali srl» intestata alla madre di Rinaldi, Mimma Giordani. Durante il suo interrogatorio Rinaldi li ha giustificati come il provento di consulenze. «Il mio assistito — spiega l’avvocato Titta Madia — ha sempre svolto attività professionale privata e in questa veste ha collaborato con il gruppo Anemone». Una spiegazione che non ha convinto i magistrati e che sembra evidenziare un conflitto di interessi.

Fiorenza Sarzanini
06 maggio 2010

http://www.corriere.it/cronache/10_maggio_06/case_prezzi_stracciati_b555644c-58ce-11df-ace4-00144f02aabe.shtml

LE CARTE

Le sorelle che hanno venduto la casa «Ecco le prove di quegli 80 assegni»

Accertamenti su 30 conti intestati alla segretaria di Anemone. I pm: schermo per altre operazioni

ROMA — Nuovi documenti bancari smentiscono la versione del ministro Claudio Scajola. Li hanno consegnati alla Guardia di Finanza le sorelle Beatrice e Barbara Papa, proprietarie dell'appartamento con vista sul Colosseo venduto il 6 luglio 2004. Estratti conto e altri attestati finanziari per dimostrare che non sono loro ad aver mentito sul prezzo, nè sulle modalità di consegna del denaro. Le testimonianze si incrociano con quelle dell'architetto Angelo Zampolini, l'uomo di fiducia del costruttore Diego Anemone che dopo aver rivelato di aver consegnato personalmente a Scajola gli 80 assegni circolari per un totale di 900.000 euro ha aggiunto: «Ero presente alla stipula e ho assistito alla consegna dei titoli alle venditrici». Adesso bisogna scoprire come mai il notaio decise di non registrare il rogito a Roma, ma di portarlo all'Anagrafe tributaria di Civitavecchia. Gli investigatori si concentrano sulle verifiche negli istituti di credito e su nuovi conti che Anemone, imprenditore beneficiato da appalti pubblici milionari compresi quelli dei Grandi Eventi, avrebbe intestato a una sua collaboratrice. Sono trenta depositi, 23 tuttora aperti, che — dice l'accusa — sarebbero serviti ad Anemone per veicolare tangenti a politici e funzionari in grado di assicurargli un ruolo privilegiato nella spartizione dei lavori.

«Cerchi casa? Chiedi a Scajola»: lo striscione è stato srotolato vicino all'appartamento delle polemiche a Roma (Ansa)
«Cerchi casa? Chiedi a Scajola»: lo striscione è stato srotolato vicino all'appartamento delle polemiche a Roma (Ansa)

Le ricevute dei versamenti

Il 25 aprile scorso, Beatrice Papa viene convocata al comando delle Fiamme Gialle. Conferma di aver venduto una casa di 180 metri quadri con vista sul Colosseo al ministro Claudio Scajola e consegna una copia dell'atto. La cifra indicata è di 610.000 euro, ma la signora subito ammette che non si tratta del costo reale. E si riserva di fornire i documenti per dimostrarlo. Non sa che una «Segnalazione di operazione sospetta» inviata dalla Banca d'Italia ha già rilevato una strana movimentazione su uno dei depositi intestati a Zampolini presso l'agenzia 582 della Deutsche Bank. Il 6 luglio l'architetto ha infatti richiesto l'emissione di 80 assegni circolari «di cui 40 intestati a Beatrice Papa e 40 a Barbara Papa per rispettivi 450.000 euro cadauna», ma — come sottolineano i pubblici ministeri — «da visure effettuate presso le banche dati finanziarie, non è emerso alcun rapporto giuridico tra lui e le beneficiarie dei titoli». Tocca dunque alla signora Papa raccontare che cosa si celi dietro quell'operazione e lei non si sottrae. Anzi, una settimana dopo, è il 30 marzo, porta la documentazione bancaria che serve da controprova sia per il versamento dei titoli, sia per quello di 100.000 euro in contanti avvenuto tempo prima. «Mia sorella — sottolinea — ne ha avuti altri 100.000. Si tratta dell'acconto che il ministro ci ha consegnato». Una versione che Scajola ha negato con decisione affermando che «non ci fu alcun preliminare».

L'atto a Civitavecchia

A confermarla ci pensa invece Barbara Papa, la sorella. E pure lei fornisce i documenti bancari che la riguardano, aggiungendo poi un particolare prezioso per effettuare i riscontri: «Al momento del rogito erano presenti varie persone, compreso un funzionario della Deutsche Bank». I dettagli li racconta Zampolini: «Sono rimasto per tutto il tempo all'interno di quella stanza del ministero in via della Mercede e con me c'era effettivamente il funzionario Luca Trentini. Diedi gli assegni al ministro che a sua volta li consegnò alle venditrici, come era stato pattuito». A stipulare l'atto fu il notaio Gianluca Napoleone che decise di non registrarlo nella capitale. La prova è in un'annotazione inviata dalle Fiamme Gialle ai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi: «Da visure effettuate all'Anagrafe tributaria, il contratto di compravendita è stato registrato in data 13 luglio 2004 presso l'ufficio delle Entrate di Civitavecchia per un valore dichiarato di 610 mila euro». Una scelta che il ministro probabilmente chiarirà la prossima settimana, quando sarà interrogato dai pubblici ministeri come persona informata sui fatti. L'11 maggio sarà invece il tribunale del Riesame a dover stabilire se la competenza su questo filone di indagine sia di Perugia, come ritengono i magistrati dell'accusa. O se invece il fascicolo debba essere trasferito a Roma, come ha ritenuto il giudice delle indagini preliminari che si è dichiarato incompetente e per questo ha respinto la richiesta di arresto presentata nei confronti dello stesso Zampolini, dell'ex commissario per i Mondiali di nuoto Claudio Rinaldi e per il commercialista di fiducia di Anemone Stefano Gazzani. Il ruolo di quest'ultimo viene considerato strategico nella ricostruzione delle movimentazioni di denaro dell'imprenditore, soprattutto alla luce di quanto è stato scoperto nelle ultime settimane dalla Guardia di Finanza.

I conti della segretaria

Nell'informativa trasmessa il primo aprile scorso si dà conto degli accertamenti bancari avviati nei confronti di tutti i familiari di Anemone e di coloro che si ritiene possano essere diventati i suoi «prestanome». Persone di massima fiducia alle quali il costruttore avrebbe intestato alcuni conti sui quali far transitare il denaro delle operazioni che non dovevano lasciare tracce, proprio come quelle per l'acquisto di appartamenti che sarebbero state affidate a Zampolini. In questo quadro si inserisce la segnalazione nei confronti di Alida Lucci che — come dimostrano le intercettazioni telefoniche — di Anemone era una delle collaboratrici più fedeli. «La donna — evidenziano gli investigatori della Finanza — risulta aver intestati 30 conti correnti bancari, di cui 23 attualmente accesi. Tale dato non appare coerente con i redditi dalla stessa dichiarati al fisco e con la sua posizione di dipendente della "Impresa Anemone Costruzioni srl". Risulta infatti che nel 2006 ha dichiarato 33.150 euro di imponibile, nel 2007 è salita a 56.353 euro e nel 2008 è arrivata a 58.825 euro». Un po' poco per aprire decine di depositi bancari. Proprio come Zampolini, che certamente guadagna più della Lucci ma ha già ammesso — di fronte alle precise contestazioni dei pubblici ministeri — che le decine di conti a lui intestati erano in realtà alimentati da Anemone. Finora si è scoperto che li ha utilizzati per acquistare quattro appartamenti (oltre a quello di Scajola gliene vengono contestati due per il generale Francesco Pittorru e uno per il figlio di Angelo Balducci). Il sospetto è che molte altre compravendite di immobili saranno scoperte quando tutte le banche avranno fornito la documentazione richiesta.

Fiorenza Sarzanini
04 maggio 2010


il commento

Da Scajola chiarimenti necessari

Dopo sospetti e nuove accuse

Spesso politici e funzionari coinvolti in indagini gridano al complotto senza indicare i burattinai di trame oscure

il commento

Da Scajola chiarimenti necessari
Dopo sospetti e nuove accuse

Spesso politici e funzionari coinvolti in indagini gridano al complotto senza indicare i burattinai di trame oscure

Una settimana fa, quando si è parlato per la prima volta della somma di 900.000 euro che l'imprenditore Diego Anemone gli avrebbe messo a disposizione nel 2004 per comprare un appartamento a Roma, il ministro Claudio Scajola ha affermato che la notizia «è destituita di ogni fondamento». Ora che l’architetto Angelo Zampolini, accusato di aver fatto da mediatore nell’operazione immobiliare, ha confermato di fronte ai pubblici ministeri di Perugia il passaggio del denaro svelandone i dettagli, lo stesso ministro parla di «attacco senza precedenti a me e alla mia famiglia».

Poi avverte: «Non mi lascerò intimidire». Capita spesso che i politici e i funzionari dello Stato coinvolti in indagini giudiziarie gridino al complotto senza però indicare chi sarebbero i burattinai che tessono oscure trame. «Non sono indagato», sottolinea Scajola. È vero, almeno per quanto risulta sino ad ora. Le carte processuali rivelano che la Guardia di Finanza era stata delegata ad esplorare i conti correnti di alcuni professionisti sospettati di aver gestito, e in qualche caso riciclato, i soldi di Anemone. Nell'ambito di questo accertamento è saltato fuori il documento di acquisto di quella casa. E si è deciso di saperne di più acquisendo gli atti notarili e interrogando le persone che avevano preso parte alla compravendita. Comprese le due sorelle, benestanti signore romane, che avevano venduto l'immobile. Sono state proprio loro a ricordare di aver ricevuto direttamente dal ministro ottanta assegni circolari per un totale di 900 mila euro che servivano a perfezionare l'accordo. E in questo modo hanno confermato come il ministro fosse consapevole di utilizzare una cifra messa a disposizione dal costruttore. Scajola afferma di aver «troppo rispetto per la magistratura per entrare nel merito della vicenda».

In realtà una spiegazione sembrerebbe a questo punto opportuna, viste le nubi che rischiano di addensarsi sul passato incarico di ministro dell'Interno e sull’attuale carica di responsabile del governo per lo Sviluppo Economico. Soprattutto tenendo conto che nel corso degli anni Anemone ha gestito per conto del Viminale, e non solo, svariati lavori. Pur con le dovute cautele di fronte a un'indagine ancora in corso, gli elementi che stanno emergendo richiederebbero un chiarimento su quanto è davvero accaduto. Anche perché il solo sospetto di aver ricevuto soldi da un imprenditore che ha ottenuto appalti milionari, spesso a trattativa privata, è un’ombra che un uomo pubblico dovrebbe rimuovere al più presto.

Fiorenza Sarzanini
30 aprile 2010

http://www.corriere.it/politica/10_aprile_30/sospetti_garanzie_33a06a98-5421-11df-a5b5-00144f02aabe.shtml

I pm: fondi del costruttore Anemone nell’interesse del ministro

«Soldi in nero con 80 assegni

per l’immobile di Scajola»

Tracce dei conti esteri intestati ai funzionari pubblici, ricostruito il percorso del denaro

I pm: fondi del costruttore Anemone nell’interesse del ministro

«Soldi in nero con 80 assegni
per l’immobile di Scajola»

Tracce dei conti esteri intestati ai funzionari pubblici, ricostruito il percorso del denaro

Il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola (Ansa)
Il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola (Ansa)

ROMA - I pubblici ministeri di Perugia rilanciano e svelano le nuove carte. Il ricorso contro l’ordinanza del giudice che ha respinto la richiesta di arresto del commercialista Stefano Gazzani, dell’architetto Angelo Zampolini e del commissario dei Mondiali di nuoto Claudio Rinaldi — indagati per aver partecipato alle attività di corruzione e riciclaggio nella gestione degli appalti per i Grandi eventi — elenca i riscontri alle accuse. Individua la traccia dei conti esteri intestati ai funzionari pubblici. Ricostruisce il percorso dei soldi utilizzati dal costruttore Diego Anemone per acquistare, tra il 2004 e il 2006, gli appartamenti poi intestati all’attuale ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola e al generale della Guardia di finanza Francesco Pittorru, al quale l’imprenditore chiedeva di tenerlo aggiornato sullo sviluppo delle inchieste avviate sul suo conto.

E così contesta la decisione secondo cui non è competente la Procura di Perugia: «Tutti i reati di cui si discute appaiono di competenza di questa autorità giudiziaria per la loro connessione con il reato associativo del quale è concorrente esterno anche il magistrato Achille Toro», il cui coinvolgimento aveva determinato il trasferimento in Umbria dell’inchiesta avviata due anni fa a Firenze. In particolare i magistrati ritengono che i tre siano inseriti in quella «cricca » di cui fanno parte l’ex provveditore alle Opere pubbliche Angelo Balducci, il suo successore Fabio De Santis, il funzionario delegato alla gestione del G8 a La Maddalena Mauro Della Giovampaola e lo stesso Anemone, che sarebbe riuscito ad accaparrarsi la fetta più grossa dei lavori. E per questo chiedono ai giudici del Riesame, che decideranno l’11 maggio, di riconoscere la loro titolarità a proseguire le indagini e disporre la cattura degli indagati.

Le ammissioni dell’architetto
Zampolini, interrogato la scorsa settimana, ha confermato il passaggio dei soldi transitati sul suo conto che era già stato ricostruito nei dettagli dalla Guardia di finanza, specificando di aver ricevuto da Anemone il denaro. Ma ha detto di non conoscere per quale motivo fossero stati acquistati immobili poi intestati al politico di Forza Italia e all’ufficiale delle Fiamme gialle in servizio presso l’Aisi, il servizio segreto civile. Del trasferimento delle somme all’estero destinate ad Angelo Balducci e Rinaldi si sarebbe invece occupato Gazzani. I pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi accusano i due funzionari di aver «autorizzato i lavori di implementazione del Salaria Sport Village di proprietà dello stesso Anemone e di Filippo Balducci (figlio del funzionario, ndr) abusando dei poteri connessi alla loro carica, in violazione della legge che gli stessi poteri prevedeva e a favore della società che ne traeva un indebito risparmio quantificato in 9 milioni di euro. Atto in relazione al quale ricevevano dalla parte privata la corresponsione di denaro per una somma allo stato non determinata che veniva girata in conti esteri intestati ai pubblici ufficiali». In particolare Rinaldi avrebbe ricevuto soldi su un conto aperto a San Marino, ma il suo avvocato Titta Madia spiega di aver «già depositato una memoria che dimostra come quei soldi, depositati da sua madre, non fossero affatto destinati a lui».

Le case regalate
La prima operazione per l’acquisto di un immobile risale al 6 luglio 2004. I magistrati l’hanno ricostruita nei dettagli. Quel giorno «Zampolini versa 900 mila euro in contanti su un conto dell’agenzia 582 della Deutsche Bank di Roma». Subito dopo «ottiene l’emissione di 80 assegni circolari all’ordine di Barbara e Beatrice Papa per valuta corrispondente, per l’acquisto nell’interesse di Claudio Scajola di un immobile intestato al suddetto». Accusano i pubblici ministeri: «In questo modo trasferiva denaro e compiva operazioni tali da ostacolare l’identificazione della loro provenienza da delitti contro la pubblica amministrazione». Secondo le verifiche compiute dalla Guardia di finanza la casa sarebbe costata circa un milione e mezzo di euro e la somma gestita dall’architetto sarebbe stata versata «in nero». L’indagine mira adesso a verificare per quale motivo Anemone abbia deciso di comprare un appartamento di prestigio per Scajola, all’epoca ministro dell’Attuazione del programma, dopo essere stato ministro dell’Interno fino al 2 luglio 2002 quando si era dimesso dopo la pubblicazione di sue frasi offensive nei confronti di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato a Bologna dalle Brigate rosse.

Ma Guardia di finanza e carabinieri del Ros devono verificare se il passaggio dei soldi possa essere legato proprio agli appalti che lo stesso Anemone aveva ottenuto dal Viminale. Il ministro Scajola si dice «disgustato per la violazione del segreto istruttorio». Lo stesso meccanismo per il trasferimento del denaro Zampolini lo aveva già utilizzato il 2 aprile 2004. In quel caso l’architetto aveva «versato 285 mila euro in contanti presso la stesso istituto di credito e ottenuto l’emissione di 29 assegni circolari all’ordine di Monica Urbani per valuta corrispondente, per l’acquisto nell’interesse di Francesco Pittorru da destinare a Claudia Pittorru, figlia del suddetto». Anche due anni dopo, esattamente l’8 giugno 2006, Zampolini si occupa di un acquisto per conto del generale. Infatti «versa 520 mila euro sul conto corrente e ottiene assegni circolari all’ordine di Rosa e Daniela Arcangeletti, Rosa Anna e Nello Ruspicioni per l’acquisto di un immobile intestato allo stesso Pittorru e alla moglie Anna Maria Zisi».

Il finanziamento dei film
Nel registro degli indagati di Perugia è finito anche Lorenzo Balducci, il figlio attore del provveditore alle Opere pubbliche, per alcuni affari gestiti con Gazzani. Reato contestato: riciclaggio. In particolare il commercialista è accusato di aver «fatto versare denaro in contanti pari a un milione e duecentomila euro dal cognato Achille Silvagni intestato alla società "Stefano Gazzani Communications srl" di cui Silvagni è amministratore unico e facendo poi emettere assegni per un totale di un milione e centomila euro intestati alla Blu International. Compiva operazioni tali da ostacolare l’identificazione della loro provenienza da delitti contro la pubblica amministrazione poiché destinatario finale della somma appare essere stato Lorenzo Balducci che la Blu International aveva contrattualizzato per il film Uccidimi, opera mai realizzata». Proprio al giovane, l’architetto Zampolini avrebbe provveduto a intestare un appartamento acquistato nel 2004. Si legge nel capo di imputazione: «Versava sul proprio conto corrente della Deutsche Bank agenzia 582 denaro contante per 435 mila euro che nei giorni successivi permetteva l’emissione di assegni all’ordine di Manfredi Geraldini per valuta corrispondente, per l’acquisto nell’interesse di Angelo Balducci di un immobile intestato a Lorenzo Balducci».

Le false fatture
Tra i destinatari di soldi gestiti dal commercialista ci sono altri pubblici ufficiali, tra cui Della Giovampaola. I magistrati contestano al professionista «di aver emesso nel corso dell’anno 2009, in concorso con Michele D’Amelio legale rappresentante della società "Mi.Da", fatture relative a operazioni inesistenti in favore di Della Giovampaola, Caterina Pofi, Valerio Sant’Andrea per un importo complessivo di 1 milione e 120 mila euro». Le fatture avevano come oggetto collaborazione professionale prestata con riferimento ai lavori realizzati nell’ambito delle opere realizzate per il G8 a La Maddalena, emesse al solo fine di documentare costi inesistenti per abbattere il reddito imponibile degli utilizzatori. Di fatto tutti hanno agito su consiglio e istigazione di Gazzani in qualità di commercialista, che procacciava la società nel cui nome emettere le fatture false e che provvedeva alla gestione del fittizio pagamento degli importi fatturati, che in realtà venivano restituiti ai soggetti utilizzatori, decurtati dall’Iva ». Di questi soldi le fatture per Della Giovampaola sono tre, ognuna per un imponibile di 250 mila euro e dunque per un totale di 750 mila euro.

Fiorenza Sarzanini
29 aprile 2010

Grandi eventi

Appalti, l'inchiesta nel caos

Il gip: non spetta a Perugia

Negati tre arresti, Balducci & C. presto liberi. Il fascicolo in Umbria per il coinvolgimento del procuratore Toro

Grandi eventi

Appalti, l'inchiesta nel caos
Il gip: non spetta a Perugia

Negati tre arresti, Balducci & C. presto liberi. Il fascicolo in Umbria per il coinvolgimento del procuratore Toro

Angelo Balducci (Ansa)
Angelo Balducci (Ansa)

ROMA - È il granello che può inceppare l’ingranaggio. La battuta d’arresto che rischia di pregiudicare l’intera inchiesta sulla gestione degli appalti per i Grandi eventi. Il giudice per le indagini preliminari di Perugia Massimo Ricciarelli ha infatti respinto una nuova richiesta di custodia cautelare presentata dai pubblici ministeri della sua città. Motivo: non sono competenti. La Procura ha già presentato appello, ma se questo orientamento dovesse essere confermato, il fascicolo sarebbe frazionato con una trasmissione di atti a Roma. E l’accertamento della verità potrebbe diventare più complicato, soprattutto tenendo conto del ruolo dei nuovi indagati e dei reati ipotizzati che sono strettamente connessi a quelli che hanno già portato in carcere gli alti funzionari Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovampaola e il costruttore Diego Anemone. La loro uscita dal carcere è prevista il 9maggio e anche in vista di questa scadenza si era ritenuto opportuno sottoporre al vaglio di un giudice i nuovi elementi raccolti. Nelle scorse settimane i magistrati dell’accusa avevano quindi sollecitato un’ordinanza di custodia cautelare per il commercialista Stefano Gazzani, l’architetto Angelo Zampolini e l’ex commissario dei Mondiali di nuoto Claudio Rinaldi.

In particolare i primi due sono ritenuti i gestori della «cassa» di Anemone e Balducci, i professionisti ai quali l’imprenditore e il Provveditore alle opere pubbliche (che si è dimesso dopo essere finito in carcere) avrebbero affidato i propri soldi e la gestione degli affari illeciti. Per questo hanno contestato a entrambi l’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio. Il gip ha esaminato le carte processuali e poi, senza entrare nel merito, ha bocciato l’istanza ritenendo che non debbano essere i pubblici ministeri perugini a indagare su questo filone. L’inchiesta, avviata un paio d’anni fa dagli inquirenti di Firenze per stabilire la regolarità delle concessioni di appalti nell’ambito dei Grandi eventi, era stata trasferita per competenza in Umbria dopo il coinvolgimento del procuratore aggiunto Achille Toro, sospettato di aver «soffiato» notizie sugli accertamenti in corso proprio ad Anemone e Balducci. Il magistrato si è dimesso dopo essere stato indagato per corruzione in atti giudiziari. Il 27 febbraio scorso, nell’ordinanza che confermava il carcere per i primi quattro arrestati, il gip di Perugia Paolo Micheli aveva scritto: «Si deve ragionevolmente ritenere che una qualunque associazione per delinquere costituita fra i soggetti appena ricordati, che avesse di mira fattispecie di corruzione come quella contestata con l’ordinanza de libertate, avrebbe dovuto giocoforza contemplare tra i possibili reati fine non solo quelli specificamente oggetto del programma iniziale, ma anche tutte le condotte che fossero, con gli stessi, in rapporto di strumentalità, onde mantenere l’attuale perseguibilità del programma medesimo».

Sono proprio queste le argomentazioni utilizzate adesso dai pubblici ministeri nel ricorso d’appello contro la decisione di Ricciarelli: gli indagati - sostengono i rappresentanti dell’accusa - fanno tutti parte di un’associazione a delinquere, dunque è necessario che l’indagine rimanga completamente in carico allo stesso ufficio giudiziario. Proprio martedì è stato interrogato l’architetto Zampolini che appena tre giorni fa aveva anche subito una perquisizione. Secondo i magistrati avrebbe provveduto ad acquistare alcune abitazioni destinate da Anemone alle persone che lo avrebbero aiutato nella sua ascesa. L’attenzione è puntata su un appartamento intestato nel 2004 alla figlia dell’attuale ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola e altri due comprati per la figlia del generale della Guardia di finanza Francesco Pittorru, attualmente nei ranghi del servizio segreto civile Aisi, al quale il costruttore chiedeva di avere notizie sugli accertamenti in corso. Sul conto corrente dell’architetto sarebbero stati versati contanti poi prelevati grazie all’emissione di alcuni assegni circolari utilizzati per perfezionare gli acquisiti.

Pagamenti «in nero» che sono stati contestati a Zampolini e sui quali dovrà adesso fornire chiarimenti pure il notaio che si occupò di stipulare i rogiti. Sollecitando l’arresto dei nuovi indagati i magistrati hanno sottolineato il pericolo di inquinamento delle prove evidenziando proprio la scadenza del 9 maggio per la scarcerazione di Anemone e Balducci, così come Della Giovampaola e De Santis. Al momento di accogliere l’iniziale richiesta di custodia cautelare, Micheli aveva infatti concesso tre mesi per lo svolgimento delle verifiche e il tempo a disposizione è ormai scaduto. I pubblici ministeri proseguiranno dunque l’attività investigativa - delegata ai carabinieri del Ros e alla Guardia di finanza - con gli indagati in libertà, nell’attesa che i giudici di appello si pronuncino sul ricorso. Nelle motivazioni della sua decisione, il giudice Ricciarelli ha sottolineato che non c’è connessione tra i comportamenti addebitati ai tre nuovi indagati e il ruolo di Achille Toro e dunque che non spetta ai pubblici ministeri umbri occuparsi di questa parte dell’indagine visto che i reati contestati sono stati commessi a Roma. Una tesi che la Procura contesta ritenendo che l’eventuale trasmissione di atti rischia di pregiudicare l’esito finale degli accertamenti.

Fiorenza Sarzanini
28 aprile 2010

http://www.corriere.it/cronache/10_aprile_28/sarzanini-inchiesta-appalti-caos_76f2644c-528f-11df-82ed-00144f02aabe.shtml

INCHIESTA APPALTI

«Con i soldi del G8 Balducci

pagò le stoffe della casa del figlio»

No del gip di Perugia alla scarcerazione della «cricca»

INCHIESTA APPALTI

«Con i soldi del G8 Balducci
pagò le stoffe della casa del figlio»

No del gip di Perugia alla scarcerazione della «cricca»

DAL NOSTRO INVIATO

PERUGIA — Pur di aggiudicarsi gli appalti gli imprenditori erano disposti a pagare persino il banchetto di nozze di un'impiegata del Dipartimento che gestiva i Grandi Eventi. Provvedevano alle spese di funzionari e dirigenti. Basti pensare che i tessuti per arredare la casa del figlio di Angelo Balducci furono addebitati alla «società Maddalena, che ha realizzato il palazzo delle conferenze per il G8». Le rivelazioni sono contenute nella relazione trasmessa dai pubblici ministeri di Perugia Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi al giudice per chiedere di negare la scarcerazione allo stesso Balducci, a Mauro Della Giovampaola e all'imprenditore Diego Anemone, in cella come Fabio De Santis (che però non ha ancora presentato alcuna istanza), tutti accusati di corruzione. Argomenti che sono stati ritenuti validi, tanto che la richiesta della difesa per la remissione in libertà è stata negata ieri sera dal gip Paolo Micheli.

Il banchetto di nozze

Balducci (Ansa)
Balducci (Ansa)

I magistrati umbri ricostruiscono la rete di relazioni e scrivono: «Ciò che si era creato nell'ambiente della gestione degli appalti sui Grandi Eventi era proprio una totale e completa "mercificazione" di tutto il sistema a favore di interessi privati, possibile proprio grazie alla connivenza di tutti o quasi dei centri decisionali interessati e degli organismi dotati dei relativi poteri di spesa. È di tutta evidenza come all'interno del Dipartimento la corruzione interessasse proprio tutto il sistema nel suo complesso e non solo il solo vertice. Le numerosissime conversazioni intercettate infatti danno modo di comprendere come Diego Anemone e gli altri imprenditori "graditi" nell'ambiente avessero contatti quotidiani non solo con i dirigenti dell'ufficio, ma con la struttura nel suo complesso, occupandosi delle esigenze di tutti i dipendenti (dal pagamento del rinfresco di matrimonio alla singola impiegata, al procacciamento di finanziamenti in banca a chi era incaricato di gestire i mandati di pagamento, alla generica consegna di buste dal contenuto vago, alla dazione di regali di Natale di elevato valore per i vari funzionari) con favori e regalie distribuiti a tutti i livelli gerarchici, così da garantirsi effettivamente l'aggiudicazione e la successiva gestione di appalti in spregio a tutti i principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione, con ingente danno economico pubblico». La tesi dei pubblici ministeri, accolta dal giudice, evidenzia «una vera e propria comunanza di interessi tra i pubblici funzionari e imprenditori che non si spiega e si giustifica con conoscenze pregresse o nate in occasione di contatti lavorativi, ma va ben oltre fino al completo asservimento dei poteri pubblici a quelli estranei alla pubblica amministrazione, con mercificazione della funzione pubblica a esclusivo vantaggio dei privati».

Le società di Balducci

È in un documento trasmesso ai carabinieri del Ros il 3 marzo che si ricostruisce la vicenda relativa ai tessuti acquistati dalla moglie di Balducci nel settembre 2008 per arredare la casa del figlio Filippo. In una telefonata intercettata il 30 settembre la titolare del negozio Foresti aveva avvisato Anemone «del fatto che la scelta era stata particolarmente onerosa, chiedendogli poi l'autorizzazione alla consegna del materiale e alla relativa spesa». Balducci ha sostenuto durante l'interrogatorio davanti al giudice che quei soldi furono da lui restituiti all'imprenditore. Ma è una versione alla quale i pubblici ministeri non credono, soprattutto dopo aver acquisito le fatture. E infatti nella relazione sottolineano come «i relativi documenti fiscali del negozio Foresti sono stati emessi a favore della società Maddalena, società consortile costituitasi per la realizzazione dell'appalto del palazzo delle conferenza nell'ambito del G8. A riprova del fatto che, anche per le fatturazioni, la gestione dei costi per la realizzazione delle opere, era gestita in modo del tutto "privato" a solo discapito dei conti pubblici su cui, alla fine, andavano a gravare indirettamente anche i "favori" elargiti dall'imprenditore per il pubblico funzionario connivente che gli garantiva l'aggiudicazione della pubblica gara». Nella relazione i magistrati affrontano anche i rapporti tra l'alto funzionario e l'imprenditore che si è aggiudicato numerosi lavori per il G8, i mondiali di nuoto e la celebrazioni dell'anniversario dell'Unità d'Italia. Balducci ha sostenuto che si tratta di un legame «totalmente ininfluente rispetto all'aggiudicazione delle gare e alla successiva gestione degli incarichi assunti». I magistrati sottolineano invece come «non ci si limita alla frequentazione personale, come risulta dalla documentazione acquisita, coinvolge una vera e propria comunanza di interessi economici con intrecci societari assolutamente inopportuni prima che illeciti».

Le donne a Venezia

Un intero capitolo è dedicato all'attività di Della Giovampaola, delegato al G8 a La Maddalena che — come evidenziano i rappresentanti dell'accusa — «inizialmente aveva addirittura negato di essere un pubblico funzionario» e poi aveva sostenuto «di non avere né poteri di spesa, né di gestione tali da potergli garantire il soddisfacimento delle esigenze di questo o di quel privato imprenditore interessato alla realizzazione delle opere». I magistrati sottolineano invece come questo sia «in contrasto con gli esiti dell'attività tecnica e con l'ammissione dello stesso funzionario di avere la possibilità di affidare consulenze tecniche (una al figlio del magistrato Achille Toro) di non poco valore e ciò non appare altro che potere decisionale e di relativa spesa». Della Giovampaola ha anche negato di aver avuto incontri con prostitute all'hotel Gritti di Venezia insieme al collega De Santis organizzati da un dipendente di Anemone. Scrivono i pubblici ministeri: «Le sue affermazioni appaiono al limite del grottesco solo scorrendo le conversazioni di quella giornata (alcune con toni eloquenti e a tratti boccacceschi) e dunque si può desumere come la prestazione sessuale, sollecitata dagli stessi funzionari, sia stata comunque offerta, al di là del fatto che il rapporto sia poi stato consumato».

Fiorenza Sarzanini
09 marzo 2010

Protezione civile L'inchiesta

Don Evaldo e Anemone: «Sì, gli ho dato

i soldi. Erano suoi, li custodivo io»

Il religioso dalla Tanzania:«Faceva dei lavori per noi, Gliene dobbiamo molti altri» «Conoscevo anche il nonno»

Protezione civile L'inchiesta

Don Evaldo e Anemone: «Sì, gli ho dato i soldi. Erano suoi, li custodivo io»

Il religioso dalla Tanzania:«Faceva dei lavori per noi, Gliene dobbiamo molti altri» «Conoscevo anche il nonno»

Don evaldo nella sua missione in Tanzania
Don evaldo nella sua missione in Tanzania

ROMA — La voce arriva squillante, anche se il tono appare leggermente affaticato. Don Evaldo Biasini, 83 anni, è in un villaggio della Tanzania, lì dove la Congregazione del preziosissimo sangue gestisce un ospedale. Lontano migliaia di chilometri dall'inchiesta sugli appalti per i Grandi Eventi, dalla «cricca» dei funzionari accusati di corruzione e soprattutto da Diego Anemone, l'imprenditore titolare del Gruppo che porta il nome della sua famiglia e del Salaria Sport Village, che gli avrebbe affidato il suo tesoretto. E quando capisce che proprio di questo si vuole parlare, non si tira indietro. «Adesso basta con questa storia del tesoro. È vero, glieli ho dati i soldi a Diego, ma erano suoi. E poi è successo soltanto quella volta della telefonata che hanno registrato».

L'AMMISSIONE - Parla per la prima volta Don Evaldo e così conferma il sospetto degli inquirenti. Perché ammette che la consegna effettivamente avvenne, pur affermando di non sapere a che cosa servisse quel denaro. Un paio di settimane fa i carabinieri del Ros sono stati nella sede del suo istituto religioso e dentro una cassaforte hanno trovato assegni circolari per centinaia di migliaia di euro, un po' di contanti e le tracce di alcuni versamenti bancari effettuati nei giorni precedenti la perquisizione. Soldi, è la tesi dell'accusa, che l'economo della Congregazione custodiva per conto di Anemone, come del resto dimostrerebbe quella telefonata intercettata il 21 settembre 2008, poco prima che quest'ultimo incontri il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. «Senti don Eva', scusa se ti scoccio... stamattina devo vedere una persona verso le 10.30-11.00, tu come stai messo?». Don Evaldo si mostra disponibile: «Di soldi? Qui ad Albano ce n'ho 10 soltanto. Giù a Roma potrei darteli... Debbo poi portarli in Africa mercoledì... vediamo un po'». I giudici hanno sempre ritenuto che in realtà la richiesta fosse per 50.000 euro. E Don Evaldo ora conferma anche questo, pur tentando di sminuire il proprio ruolo. «Io non c'ho nessuna cassaforte, niente di segreto. Sono venuti i carabinieri e ho consegnato alcuni assegni circolari». Titoli che le aveva dato Anemone? «Sono intestati a una signora che non c'entra niente con questa storia». I carabinieri stanno facendo accertamenti, dicono che sono soldi dell'imprenditore.

FACEVA LAVORI PER NOI - «Io lo voglio dire chiaro: non sono intestati né a Don Evaldo, né alla Congregazione. Faranno le indagini e scopriranno la verità. E vedranno che io a Diego gli davo i soldi perché lui faceva lavori per noi. Quindi sono suoi e poteva usarli come voleva, io non dovevo certamente chiedere spiegazioni». Come mai eravate così in confidenza? «Lo conosco da tanti anni. Era il 1984 quando suo nonno ha cominciato a occuparsi delle ristrutturazioni e dopo è stato suo padre. Alla fine è arrivato lui». Ma perché lei gli teneva i soldi? «Mi aveva detto: "Don Evaldo non mi pagare, quando ho bisogno mi fai degli anticipi. Per questo gli ho dato quei 50.000 euro e gliene devo dare anche altri. C'abbiamo almeno 100.000 euro da versargli. Lui preferiva così». Il sospetto dei magistrati di Firenze e di Perugia che indagano sulla spartizione degli appalti e hanno arrestato Anemone per corruzione, è stato esplicitato negli atti giudiziari. Il sacerdote sarebbe stato usato dall'imprenditore romano come una sorta di bancomat. Quando aveva bisogno di contanti li chiedeva a lui, consapevole che in questo modo sarebbe sfuggito ad ogni controllo fiscale e soprattutto che sarebbe stato davvero difficile ricondurre a lui le somme prelevate e poi elargite ad altri. Talvolta lo avrebbe utilizzato anche per custodire e poi cambiare gli assegni. Sono state le intercettazioni a far scoprire l'inghippo e adesso Don Evaldo non nega le consegne, anche se ribadisce di non sapere come Anemone utilizzasse il denaro. «Io — ripete al telefono — so soltanto che Diego aveva ristrutturato un'intera palazzina della Congregazione che si trova ad Anagni e ancora deve prendere tutti i soldi. Questo è tutto, adesso devo tornare a occuparmi dell'ospedale, non posso perdere tempo con queste storie».

IN TANZANIA - È a Itigi, Don Evaldo, un piccolo villaggio sperduto dove la sua Congregazione aiuta la popolazione locale. «Ora la mia urgenza è trovare l'acqua. Qui la siccità ha seccato tutto, abbiamo 500 persone da assistere, 240 bambini. Devo rintracciare i pozzi artesiani, capire come facciamo ad andare avanti». Per avere notizie sulla missione ci si può affidare a internet. Sui siti web ci sono decine di foto che ritraggono il sacerdote tra la popolazione locale, insieme ai bambini, alle donne, ai medici volontari. E poi ci sono le testimonianze di alcuni ragazzi che per alcuni mesi ogni anno sono stati in quel villaggio sperduto per dare una mano ai preti e alle suore che assistono chi ha bisogno di cure, ma anche di cibo e medicinali, i bimbi che vogliono studiare. Don Evaldo lo fa da anni e quando le sue telefonate con Anemone sono diventate pubbliche gli altri religiosi e i dipendenti della Congregazione hanno cercato in ogni modo di proteggerlo, di sottrarlo alla curiosità. E lo hanno difeso affermando che mai, lui che ha sempre gestito i fondi, avrebbe commesso illeciti. Gli accertamenti su contanti e assegni sono in corso, si attende che le banche ricostruiscano il percorso degli assegni, la provenienza degli ultimi versamenti. Il missionario ostenta tranquillità. Al telefono, quando soddisfaceva le sue richieste, Anemone gli diceva: «Sei un angelo». Lui su questo non vuole aggiungere altro, rifiuta anche di inviare un messaggio all'imprenditore. «Quando torno in Italia — dice prima di riattaccare il telefono — vediamo se sarà possibile dirgli qualcosa».

Fiorenza Sarzanini
07 marzo 2010

l'inchiesta - le carte

Alle società della «cricca»

il lasciapassare degli 007

Balducci ad Anemone: Bertolaso dice che sei il nostro capo

l'inchiesta - le carte

Alle società della «cricca»
il lasciapassare degli 007

Balducci ad Anemone: Bertolaso dice che sei il nostro capo

Guido Bertolaso e Diego Anemone per strada a Roma il 15 agosto 2009 (Ansa)
Guido Bertolaso e Diego Anemone per strada a Roma il 15 agosto 2009 (Ansa)

PERUGIA— «Tu sei il nostro capo». Così Angelo Balducci si rivolgeva all’imprenditore Diego Anemone. E gli assicurava di parlare anche a nome di Guido Bertolaso. Gli atti giudiziari della procura di Perugia svelano ulteriori retroscena sull’aggiudicazione degli appalti per i Grandi Eventi. Aggiungono dettagli sui comportamenti del capo della Protezione Civile. E fanno emergere nuovi contatti dei componenti della cricca come quello tra lo stesso Balducci e il consulente aziendale Luigi Bisignani, con il professor Valori e con l’ex segretario di Francesco Rutelli, Vincenzo Spadafora, che assume suo figlio all’Unicef. Ma l’indagine dovrà adesso verificare anche un’altra circostanza: il rilascio del "Nos" al gruppo Anemone. Si è infatti scoperto che il Gruppo ha ottenuto il «nulla osta di sicurezza» dai servizi segreti. Un riconoscimento che viene concesso soltanto a ditte che hanno particolari requisiti e possono così svolgere lavori per alcune istituzioni come appunto le sedi che ospitano gli apparanti di intelligence, quelle del Viminale, le caserme, le carceri e altre strutture «riservate». Saranno dunque i magistrati di Perugia a dover verificare se la procedura seguita sia stata regolare e se l’impresa avesse i titoli necessari.

Il prezzo invitato

Il 12 novembre scorso il responsabile del centro benessere del Salaria Sport Village Simone Rossetti contatta Stefano Morandi, un suo collaboratore, «e gli prospetta "l’importantissima" necessità di organizzare un ciclo di riabilitazione per la figlia di Bertolaso». Il tono è sbrigativo: «Allora praticamente ha chiamato la Protezione Civile... ha chiamato la segretaria del ministro Bertolaso ... ha richiesto siccome la figlia di Bertolaso c’ha un problema al... s’è tolta un chiodo praticamente... c'ha bisogno da domani mattina di una persona che le faccia sia la riabilitazione in acqua... quindi lei viene con la mascherina un po’ di pinne ’ste cose qui... vuole che gli mandi una mail allora fai... punto gallo... chiocciola protezione civile punto it... mi raccomando pure i prezzi dentro... mettiamogli un programma che ne so 10 sedute cose così». I due si sentono ancora poco dopo. Annotano gli investigatori: «Rossetti chiede a Morandi di indicare nel programma da inviare per posta elettronica alla segretaria Marina il prezzo inventato di 80 euro a seduta: "L’importo inventatelo insomma fai... fagli 80 euro a seduta».


Tessera di platino per il cognato


Le intercettazioni svelano come il circolo di Anemone sia una meta fissa per tutta la famiglia Bertolaso. E i dipendenti appaiono ben lieti di accontentare ogni richiesta. Il 17 ottobre, Rosalba, dipendente del Salaria Sport Village, parla con Rossetti di Francesco Piermarini, il cognato del capo della protezione civile, che ha ottenuto anche alcuni incarichi nell’ambito degli eventi. Rosalba: ... eh Simone ... ti disturbo? allora una cortesia questa mattina è venuto il signor Piermarini Francesco ... lui era ... che è platino (Categoria di abbonamento, ndr?)
... Rossetti: ... sì, a posto, a posto ... Rosalba: ... lo posso rinnovare ? Rossetti: ... assolutamente va bene ... sì, sì va be’ sai ... senti una cosa quella lì ... prolungamela così poi non c’abbiamo problemi... prolungamela un paio d’anni va bene?... Rosalba: ah! va benissimo, sì perché ha portato un’ospite io ho fatto entrare... Rossetti: ... non ci sono problemi hai fatto benissimo... A confermare gli ottimi rapporti tra Bertolaso e Anemone è, secondo gli investigatori, una telefonata del 31 dicembre scorso tra l’imprenditore e Balducci. Balducci:... poi mi ha chiamato Guido e m’ha detto... sai... dice... ho avuto un bellissimo colloquio con il nostro capo... che saresti te Anemone:... (ride) Balducci: e m’ha detto senti allora ci vediamo il... magari se sei a Roma?... dico... no ... guarda ... io il primo ho detto ... be’ può darsi perché poi il primo sera e il 2 mattina... faccio 3-4 giorni alla Residance

I lavori alla Triumph

Il 12 dicembre scorso Balducci commenta la pubblicazione di un articolo sul settimanale L’Espresso «dove il riferimento alla società Triumph "è perfettamente preciso", aggiungendo che più volte ha segnalato a Guido (Bertolaso) che era "un’esagerazione affidare sempre a tale impresa le fornitura di servizi"». Annotano i carabinieri del Ros: «Si tratta della impresa Gruppo Triumph srl con sede a Roma via Lucilio 60, costituita il 23 luglio 1991 che presenta in atto un capitale sociale di euro 35.000, ripartito fra i soci: (euro 34.000) Maria Criscuolo, (euro 1.000) Francesca Accettola. La società ha come attività l'organizzazione sia nella preparazione che nello svolgimento di conferenze, congressi, tavole rotonde, riunioni, seminari ed incontri tecnici e scientifici». E poi aggiungono: «Proprio a Maria Criscuolo, il pomeriggio del giorno successivo (24 dicembre), Balducci invia un sms pr gli auguri natalizi. "Maria tanti auguri e spero a presto. Angelo Balducci". Dopo pochi minuti Maria Criscuolo, con un altro sms, risponde. "Anche io spero di vederti presto un abbraccio Maria». Balducci è critico nei confronti di Bertolaso anche in occasione del suo viaggio ad Haiti dopo il terremoto. Ne parla con Mauro della Giovampaola e afferma: «Domani lui ritorna da Haiti ... perché è andato lì per far ’sta boutade, perché insomma, mi pare andare lì un giorno e mezzo non credo che...».

I nuovi contatti

Tra gennaio e febbraio scorsi vengono rilevati contatti mai emersi in precedenza. Il 20 gennaio Balducci chiede al centralino di palazzo Chigi, dove ha sede il suo ufficio «di essere messo in contatto con il dottor Luigi Bisignani». Dopo alcuni tentativi gli viene risposto che non è rintracciabile e lui annuncia che riproverà nel pomeriggio. Scrivono i carabinieri: «È la prima volta che nel corso della presente indagine emerge il nome di Luigi Bisignani e il tentativo di contatto è concomitante alla pubblicazione sul quotidiano La Repubblica, dell’articolo dal titolo "Bertolaso spa" in cui fra gli altri, si fa cenno sia a Bisignani sia a Balducci». Non ci sono altre telefonate tra i due, mentre il 3 febbraio Balducci viene chiamato dal professor Valori che afferma: «È venuta a trovarmi Donatella e così passando è venuto il discorso su di te ... "assolutamente bisogna tutelarlo!" eh adesso a Roma è arrivato un numero uno, un grande amico preferisco parlartene a voce non da questi mezzi che ci ascoltano tutti. Ci sentiamo domattina e così ci raggiungiamo perché è importante che tu sappia... Donatella... mi raccomando perché questa ... tu sai... sono molto legato a tutti e due».

Il posto all’Unicef

Erano noti i rapporti tra Balducci e Spadafora, l’ex segretario di Rutelli poi diventato presidente dell’Unicef. E adesso si scopre che il figlio dell’alto funzionario è stato assunto come dipendente part-time presso l’organizzazione che tutela i diritti per l’infanzia «con contratto firmato nell’ottobre 2009, pochi giorni dopo un incontro tra i due». «Filippo Balducci - che svolge anche un altro lavoro come assistente del direttore artistico dell'auditorium di Roma - telefona al commercialista Stefano Gazzani, preoccupato per gli effetti fiscali dell’accumulo del doppio stipendio ma riceve assicurazioni. Gli dice il professionista: «Puoi firmare tranquillo. Quando ti farò la dichiarazione dei redditi ti dirò "Filippo c’è da pagare una integrazione perché chiaramente la somma dei due redditi fa saltare ad uno scaglione superiore, per cui ci sarà una aliquota marginale un po’ più alta e ci sta da pagare la differenza ogni anno, ma quello poi ogni volta che faccio la denuncia dei redditi te lo dico io. Per cui puoi firmare tranquillo, auguri!». Gazzani, che gestisce non soltanto il patrimonio della famiglia Balducci, ma anche quello del Gruppo Anemone, è indagato nell’inchiesta.

Fiorenza Sarzanini
04 marzo 2010
http://www.corriere.it/cronache/10_marzo_04/societa-cricca-bertolaso-anemone-sarzanini_eb4f9236-2758-11df-badf-00144f02aabe.shtml

Protezione civile - I protagonisti

Le accuse e la difesa: i primi dieci giorni dello scandalo appalti

Nomi, legami, telefonate: radiografia dell’inchiesta. Oltre 20 mila pagine di atti giudiziari

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Angelo Balducci (Ansa)
Angelo Balducci (Ansa)

Tre alti funzionari e un imprenditore in carcere per corruzione, ventisette persone indagate per lo stesso reato, una schiera di alti funzionari, politici intercettati indirettamente, dipendenti pubblici che al telefono mostrano dimestichezza con questo scambio tra appalti e favori che ha travolto la Protezione Civile. C’è tutto questo nelle oltre 20 mila pagine di atti giudiziari - dove le presunte violazioni penali si intrecciano con episodi di malcostume - che la procura di Perugia (che ha ereditato per competenza gli atti) sta adesso esaminando in attesa di decidere le prossime mosse. Un’attività parallela a quella dei magistrati fiorentini che attendono la decisione del giudice sulla richiesta di altre ordinanze presentata già da qualche settimana. A dieci giorni dagli arresti, si delineano le posizioni di accusa e difesa, e ci si prepara all’evoluzione di un’indagine che potrebbe avere a breve nuovi sviluppi.

GLI ARRESTATI
Angelo Balducci
Funzionario delegato alla gestione Grandi Eventi e poi presidente del Consiglio dei Lavori Pubblici è accusato di aver concesso appalti a imprenditori amici - con un’attenzione particolare per il gruppo che fa capo a Diego Anemone - in cambio di numerosi benefit. In particolare: telefoni cellulari, viaggi in idrovolante e aerei privati, automobili, lavori di manutenzione delle sue case, arredi, assunzione del figlio e della nuora, pagamento dello stipendio ai domestici. I magistrati gli contestano anche di essere in società con Anemone visto che le mogli di entrambi detengono il 75 per cento della società Erretifilm che si occupa di produzioni cinematografiche. Al giudice ha detto che si è equivocato sulle parole pronunciate al telefono anche perché si trattava di conversazioni tra amici. Poi ha consegnato i contratti con le aziende che prevedono la concessione ai «controllori » di auto e cellulari.

Fabio De Santis (Epa)
Fabio De Santis (Epa)

Fabio De Santis
Funzionario delegato alla gestione Grandi Eventi e poi provveditore ai lavori Pubblici in Toscana avrebbe anche lui aiutato alcuni imprenditori - in particolare il gruppo Anemone - a ottenere gli appalti del G8 a La Maddalena, quelli per i Mondiali di nuoto a Roma e alcuni per le celebrazioni del 150˚ anniversario dell’Unità d’Italia. In cambio: cellulari, autovetture, arredi e alcune prestazioni sessuali in alberghi di Roma e Venezia messi a disposizione da Diego Anemone. Non ha risposto alle domande del giudice. Il suo avvocato Remo Pannain ha dichiarato che «potrà chiarire tutto perché i benefit erano previsti dal contratto e il resto riguarda soltanto la sfera privata».

Mauro Della Giovampaola
Funzionario delegato al controllo del G8 a La Maddalena avrebbe favorito l’imprenditore Anemone ricevendo in cambio l’uso di un immobile, arredi e prestazioni sessuali. Davanti al giudice si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Guido Bertolaso (Eidon)
Guido Bertolaso (Eidon)

Diego Anemone
A 39 anni è riuscito a far aggiudicare al suo gruppo una serie di appalti da milioni di euro: lo stadio del tennis e il nuovo museo di Tor Vergata, l’aeroporto di Perugia, tre lotti a La Maddalena. E gli contestano di averli ottenuti dopo aver elargito «favori e altre utilità» ai funzionari pubblici, compreso il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso. Anche lui non ha deciso finora di non rispondere al giudice.

GLI INDAGATI
Guido Bertolaso
Il capo della Protezione Civile è accusato di corruzione: avrebbe accettato da Anemone «soldi contanti e prestazioni sessuali». Bertolaso ha negato in maniera categorica qualsiasi illecito, ma non è stato ancora interrogato. Nell’ordinanza del giudice sono riportate intercettazioni telefoniche dell’imprenditore arrestato che - in vista di un appuntamento con Bertolaso - chiede a un amico se può procurargli denaro contante. «Gli investigatori ritengono che abbia una certa fondatezza ritenere che detti incontri siano stati finalizzati alla consegna delle somme», scrive il giudice che evidentemente non vuole assumersi la paternità di questo sospetto. E in effetti al momento negli atti non si rintraccia riscontro alla dazione. Lo stesso magistrato ritiene invece «comprovata» la prestazione sessuale di una brasiliana di nome Monica all’interno del centro benessere del Salaria Sport Village (circolo sportivo di Anemone inserito nel circuito dei mondiali di nuoto) avvenuta il 14 dicembre e la ritiene una «contropartita».

Denis Verdini (Lapresse)
Denis Verdini (Lapresse)

Denis Verdini
Il coordinatore del Pdl è sospettato di aver favorito illecitamente la nomina di De Santis a provveditore della Toscana. Agli atti sono allegate numerose sue conversazioni, in particolare con Riccardo Fusi, patron dell’azienda toscana Btp, che gli chiede aiuto per ottenere gli appalti. Verdini dice più volte di essere a disposizione e utilizza per alcuni suoi spostamenti anche un elicottero messo a disposizione dall’imprenditore. Dopo aver appreso del suo coinvolgimento nell’inchiesta il parlamentare si è presentato ai pubblici ministeri. E ha dichiarato: «Fusi è un mio amico e gli ho presentato il mondo, ma certamente non per soldi. C’è un sistema, però non è illegale».

Riccardo Fusi
Sono decine le telefonate intercettate nelle quali l’imprenditore - con l’amministratore delegato Vincenzo Di Nardo - si attiva per ottenere i lavori. E riesce a essere inserito nel sistema. La ditta riesce ad aggiudicarsi la ricostruzione di una scuola a L’Aquila dopo il terremoto.

Antonio Di Nardo
Dipendente del ministero delle Infrastrutture, è uno degli uomini che mostra di poter gestire gli affari anche grazie ad alcune società nelle quali, secondo l’accusa, risulta essere gestore occulto. Ha rapporti diretti con i funzionari responsabili dei Grandi Eventi e segnala le ditte per gli appalti. I magistrati stanno anche valutando «i suoi rapporti con la criminalità organizzata campana e in particolare con soggetti vicini al clan camorristico dei Casalesi». Negli allegati ci sono sue conversazioni con Denis Verdini e con l’attuale presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro.

Francesco De Vito
È l’imprenditore che la notte del terremoto «ridevo nel letto». Lui ha negato di aver mai pronunciato quella frase, attribuendola al cognato. Mostra grande attivismo per procurarsi appalti e riesce a ottenere alcuni lavori per i mondiali di nuoto. I magistrati stanno verificando se abbia ottenuto altre commesse, lui ha negato di aver mai goduto di favoritismi.

Mario Sancetta
Presidente della Sezione di controllo della Corte dei Conti della Campania è in continuo contatto con imprenditori e funzionari del ministero delle Infrastrutture e dopo il terremoto de L’Aquila sollecita i suoi amici imprenditori ad attivarsi insieme a lui per farsi aggiudicare gli appalti. Dalle telefonate si capisce che a settembre 2008 ha chiesto l’intervento di Di Nardo, attraverso il coordinatore del Pdl Denis Verdini, per farsi nominare capo di gabinetto dal presidente del Senato Renato Schifani.

Altero Matteoli (Lapresse)
Altero Matteoli (Lapresse)

I POLITICI
Altero Matteoli
Denis Verdini assicura a Riccardo Fusi di averlo contattato per risolvere una questione legata all’appalto della Scuola dei marescialli ed è stata intercettata anche una telefonata diretta tra il ministro delle Infrastrutture e lo stesso imprenditore che gli chiede aiuto, ma Matteoli lo informa che sta andando in ferie. Pubblicamente il ministro ha dichiarato «con serenità, e con una punta d’orgoglio, che i miei comportamenti e la mia azione alla guida del Dicastero sono stati e saranno sempre e solo improntati al rispetto delle leggi, delle regole e della massima trasparenza».

Guido Viceconte e Mario Pepe
Entrambi «sono interessati nel far aggiudicare lavori pubblici all’imprenditore Guido Ballari», ma nell’ordinanza viene anche sottolineato come «fino al dicembre 2003 Ballari e Pepe comparivano (il primo amministratore unico e il secondo socio) nella Eurogruppo servizi». In una telefonata Pepe parla pure di «far scorrere una graduatoria» con riferimento alla nomina di De Santis. Viceconte dice di aver fatto «solo un favore a un amico, basta questo per finire alla gogna?». Pepe afferma invece di aver soltanto comunicato al funzionario dei Grandi Eventi «che era stato fottuto. E per il resto posso dire che Ballari è mio amico dai tempi dell’università».

I COMPRIMARI
Giuseppe Tesauro
Il giudice della Corte Costituzionale viene intercettato più volte mentre parla con Antonio Di Nardo e lo aiuta a risolvere un contenzioso con il ministero delle Infrastrutture legato alla sua doppia veste di dipendente pubblico e imprenditore. I due si vedono più volte. Tesauro è socio, insieme a Di Nardo e al giudice della Consulta Sancetta, di una società chiamata «Il Paese del Sole Immobiliare, srl». Ma si difende: «È stato mio cliente quarant’anni fa e si è rifatto vivo da poco. La società? Era un piccolo investimento in Sardegna, l’avevo dimenticato».

Giancarlo Leone
Dirigente della Rai, nelle telefonate intercettate mostra di essere buon amico di Angelo Balducci e di Diego Anemone. Con quest’ultimo parla spesso anche della ristrutturazione del suo appartamento del quale l’imprenditore si sta occupando. E si interessa di far inserire in una fiction della televisione di Stato il figlio attore di Balducci. Lui stesso assicura di aver provveduto anche a risolvere un problema che rischiava di farlo estromettere dalla produzione.

Gaetano Blandini
Direttore cinema del ministero dei Bene Culturali ha rapporti con Balducci e Anemone. L’indagine mira a verificare se li abbia agevolati la società delle loro mogli nell’erogazione dei fondi per le produzioni di film. Sarebbe riuscito a far assumere una persona di sua fiducia al dipartimento Grandi Eventi.

Gli architetti e la sinistra
Nelle conversazioni intercettate alcuni professionisti si lamentano perché «il sistema Veltroni» ha condizionato il sindaco di Firenze Domenici nella gestione degli appalti. Altri sostengono che «Balducci è uomo di Rutelli». Entrambi gli uomini politici del centrosinistra hanno smentito di essersi mai occupati di questo tipo di lavori.

Fiorenza Sarzanini
20 febbraio 2010

http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_20/sarzanini-accuse-difese-scandalo-appalti_de1961ee-1deb-11df-8de6-00144f02aabe.shtml

L’inchiesta

Nelle carte il manager del cinema

I legami tra Balducci, Anemone e il funzionario per i film La telefonata: «Abbiamo parlato con il governatore»

L’inchiesta

Nelle carte il manager del cinema

I legami tra Balducci, Anemone e il funzionario per i film La telefonata: «Abbiamo parlato con il governatore»

ROMA — L’obiettivo principale erano gli appalti pubblici, ma i componenti della «combriccola » avevano buone entrature anche in altri enti. E una corsia preferenziale Angelo Balducci e Diego Anemone —il funzionario delegato alla gestione Grandi Eventi e l’imprenditore romano finiti in carcere per corruzione — erano riusciti a imboccarla nel settore cinema del ministero dei Beni culturali. Referente era Gaetano Blandini con il quale entrambi mostrano di avere un rapporto stretto. Un legame che, nell’informativa consegnata ai magistrati di Firenze, i carabinieri mettono in relazione alla «società Erretifilm della quale Rosanna Thau e Vanessa Pascucci detengono insieme il 75 per cento». Nuovi personaggi emergono dalle carte depositate dai giudici. Anche l’ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo che—assicura un imprenditore—«c’abbiamo parlato e, di concerto con il Comune, sta facendo arrivare la concessione». Il suo interlocutore è Riccardo Fusi, il patron dell’azienda toscana Btp.

Il coacervo di favori
Il nome di Blandini viene fuori la prima volta nel settembre 2008. I carabinieri intercettano una conversazione tra Francesco Pintus, funzionario ai Grandi Eventi, e Angelo Balducci.
Pintus: «Direttore, chiedo scusa, quel ragazzo che ha risposto prima è quello nuovo che ci dà una mano ... dicevo ...».
Balducci: «Chi è?».
Pintus: «È quello amico di Bland, quello che ci ha mandato Blandini, quello che gli stiamo sistemando adesso». Gli investigatori annotano: «Parrebbe che in questo coacervo di scambio di favori, questo Andrea sia stato assunto presso il Dipartimento di via della Ferratella, su indicazione di Gaetano Blandini, direttore "Cinema" del ministero dei Beni culturali. E dispongono nuove verifiche. In realtà già nei mesi precedenti erano stati annotati contatti tra Blandini e Balducci quando il settimanale l’Espresso aveva pubblicato un articolo per denunciare come il ministero avesse finanziato un film dove lavorava il figlio dello stesso Balducci. Ma è con il trascorrere dei mesi che il legame viene focalizzato. E a fine settembre, ascoltando le conversazioni di Anemone, i carabinieri verificano che anche lui è in rapporti stretti con il funzionario. È un suo collaboratore, Roberto Molinelli, ad informare l’imprenditore di aver preso accordi al telefono con l’imprenditore. Anemone si agita: «Eh, ma come l’hai sentito? che c’hai parlato per telefono? hai fatto male perché non si parla per telefono!». In realtà al centro dei colloqui c’è la cessione di una macchina.

La pratica chiusa
Blandini appare disponibile a soddisfare le richieste di Anemone. Il 7 luglio del 2009 l’imprenditore viene sollecitato dal suo amico Patrizio La Bella «per avere notizie in merito ad un promesso impiego». Quella stessa sera «Blandini chiede ad Anemone quando è disponibile per un incontro. E il giorno dopo rassicura La Bella: «Senti ho visto quel signore che mi conferma metà settembre... domani mattina lo rivedo alle 8... quindi ti chiamo a seguire che mi dà tutti i dettagli... diciamo così, poi ti chiamo ». La promessa viene effettivamente mantenuta il primo ottobre.
Blandini: «Senti oggi abbiamo approvato il subentro di quelli lì quindi digli però adesso... sono stati bravi... si sono spicciati perché io... ieri hanno sistemato tutto... digli che adesso …siccome hanno poco tempo... devono essere altrettanto bravi a spicciarsi con la banca».
Anemone: «Lo chiamo subito, grazie... a prestissimo... grazie». Subito dopo avverte La Bella: «Lì tutto a posto oggi! Sì, sì al 100 per cento. Ho ricevuto adesso una telefonata, adesso vi dovete sbrigare Patrì. Pure la banca, non so, sbrigatevi... poi ’sti giorni ci vediamo». L’amico recepisce: «Okay, sì sì dobbiamo preparare tutti i documenti per novembre».

«Abbiamo parlato con Marrazzo»
La girandola di rapporti per avere i lavori spazia in tutta Italia. Il 18 giugno 2008 «l’imprenditore Alessandro Biaggetti aggiorna Riccardo Fusi, patron di Btp, sulla progressione dei comuni affari in cui è interessato anche il professor Di Miceli (in passato coinvolto in inchieste di mafia ndr), facendo riferimento a un’operazione immobiliare asseritamente in avanzata fase di sviluppo».
Biagetti: «Allora... ieri sono stato con il professore... abbiamo fatto un ulteriore passo in avanti perché si comincia a definire la data della posa della prima pietra... lui ha dato come indicazioni ottobre, novembre... stanno definendo finalmente... perché questa è la parte più rompiscatole di tutte... lo stile... cioè ... antico... moderno... contemporaneo ... con i vetri... senza i vetri ... c... e mazzi... che non è chiaramente il progetto esecutivo... ma è il discorso dello stile... ed in più... la cosa ancora più importante è che abbiamo parlato direttamente con Marrazzo... con il Presidente della Regione... e di concerto con il Comune... sta facendo finalmente arrivare una c... di...concessione. Arrivata la concessione... tu vieni a Roma... si fa la suddivisione dei lotti... e finisce la partita...
Fusi: «Ma lui come mai non ci da ... se ci danno la concessione vuol dire che ci sono dei progetti... ».
Biagetti: «No... tu chiamala come ti pare... comunque la parte finale... io ti ripeto non me ne intendo... perché ti basti soltanto che per parlare di posa della prima pietra solo in Vaticano devi passare per sei uffici quindi ovviamente è tutto estremamente a rilento».

L’appuntamento
Fusi cerca spesso contatti per la sua azienda e attraverso Denis Verdini riesce a parlare con il banchiere Fabrizio Palenzona. La telefonata tra i due avviene il 19 giugno 2008 per fissare un appuntamento. Il 2 luglio Verdini racconta a Fusi di averlo visto «e mi ha detto che per le due cose ha già provveduto, per gli alberghi e revisione, insomma. Ti volevo dare questo riscontro... io devo fare delle cose, ma insomma ci siamo».

Fiorenza Sarzanini
18 febbraio 2010

http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_18/manager_cinema_cf39d4ac-1c55-11df-beab-00144f02aabe.shtml

inchiesta sulla protezione civile

La corsa agli appalti per il sisma

«Verdini è stato determinante»

Il coordinatore pdl parla al telefono con l'imprenditore Riccardo Fusi: «Sollecita, poi intervengo io»

inchiesta sulla protezione civile

La corsa agli appalti per il sisma
«Verdini è stato determinante»

Il coordinatore pdl parla al telefono con l'imprenditore Riccardo Fusi: «Sollecita, poi intervengo io»

ROMA - Una settimana dopo il terremoto in Abruzzo del 6 aprile scorso l’onorevole Denis Verdini era già attivo per la costituzione di un consorzio di imprese che potessero occuparsi della ricostruzione. E il suo interlocutore privilegiato era l’amico Riccardo Fusi, il patron della Btp. Le indagini svolte dai carabinieri del Ros svelano l’intreccio di rapporti che ha poi consentito all’azienda di aggiudicarsi l’appalto nel giro di tre mesi.

«Dobbiamo intervenire»
È il 14 aprile 2009 quando Verdini avverte Fusi che una terza persona non specificata «mi voleva vedere per il consorzio per intervenire sul terremoto». L’imprenditore attiva le sue conoscenze, prende contatto con le banche per i finanziamenti. E un mese dopo, l’11 maggio, comunica al geometra Liborio Fracassi che «ci sono concrete probabilità di successo per la loro comune operazione, facendo riferimento all’acquisizione di appalti riferiti alla ricostruzione post-terremoto in Abruzzo». La sera gli invia anche un sms per confermargli un incontro per il giorno successivo: «Appuntamento a Palazzo Chigi alle ore 17.30». Tre minuti dopo, nuovo sms per assicurare che «l’indomani all’incontro (a Palazzo Chigi) potrà partecipare il direttore della Cassa di Risparmio dell’Aquila (Rinaldo Tordera)». Il giorno dopo, l’imprenditore di Btp arriva puntuale. Chiama il suo amministratore Vincenzo Di Nardo, avvisa un’amica di essere «qui a Palazzo Chigi... Sono da Letta qui in sala d’attesa». Intanto lo stesso Di Nardo si occupa di gestire i rapporti con le aziende locali. E alle 17.35 gli invia un sms: «Finito ora riunione con Abruzzesi e loro commercialista. Definiti e scritti tutti i testi x costituzione società che avverrà venerdì all’Aquila presso banca». Alle ore 19.19 Fusi viene contattato dal suo collaboratore Bartolomei per sapere com’è andata la riunione e, annotano i carabinieri, «Fusi lo informa dell’esito più che positivo degli incontri odierni, lasciando intendere che l’intervento dell’onorevole Verdini è stato determinante». Il 13 maggio Di Nardo invia un nuovo sms a Fusi. Il testo non lascia spazio a equivoci: «I ns amici dell’Aquila mi hanno telefonato preoccupati dicendomi che alcuni membri del governo stanno cercando di inserire Sulmona fra i comuni danneggiati (anche se non danneggiata) riducendo cosi i finanziamenti x Aquila. Mi hanno detto di dirtelo». Ma due giorni dopo è più rassicurante: «"Consorzio Federico II" è costituito».

Lo stallo in Regione
Tutto è dunque pronto, l’attività per aggiudicarsi gli appalti entra nella fase più delicata. C’è bisogno di avere nuovi referenti, anche politici. Scrivono i carabinieri: «La sera del 18 maggio, Riccardo Fusi accenna all’onorevole Verdini della possibilità che raggiunga un accordo con le banche per rimodulare il debito del suo gruppo imprenditoriale». E il giorno dopo l’imprenditore è contattato da Angelo Fracassi, vicedirettore della Cassa di Risparmio della Provincia de L’Aquila.
Fracassi: «Buonasera, la disturbo? Ci diamo del tu? okay... ascoltami... con Tordera (direttore generale della banca)... noi vorremmo riparlare un po’ con Verdini perché vediamo una situazione di stallo qui in Regione... un po’ preoccupante... niente... se ci procuri un appuntamento per la settimana prossima magari».
Fusi: «Va bene, io posso anche giovedì ora giovedì o venerdì e allora dimmi il giorno...».
L’imprenditore è comunque diventato uno degli interlocutori per le altre aziende: «Il 25 maggio Guglielmo Boschetti si propone per la fornitura delle case di legno, facendo riferimento alle strutture che devono essere realizzate per ospitare i terremotati abruzzesi. Fusi ribatte che all’Aquila c’è un suo referente, un geometra di nome Liborio Fracassi, con cui lo può mettere in contatto diretto».

«Ha tutto Bertolaso»
Il 26 maggio l’imprenditore viene chiamato da Verdini.
Verdini: «Buongiorno... allora ho parlato con Gianni che ha portato tutto a Bertolaso».
Fusi: «...Sì...».
Verdini: «...Richiamerà... però io comunque gli farei anche... visto che loro hanno buoni rapporti... li farei sollecitare anche da loro insomma... mi ha detto, gli ho portato tutto... sta comandando... vedrai... ti chiama... però... insomma... te sollecita poi semmai intervengo io... l’incontro dovrebbe avvenire con lui... perché è lui quello che...».
Fusi: «Ma chi ce lo fissa? Se non ce lo fissa lui, non siamo in grado di fissarlo noi...».
Verdini: «...Allora... lui mi ha detto che ha passato tutto e che richiamerà... dicevo... siccome gli amici lì dell’Aquila lo conoscono... così mi hanno detto... quando eravamo lì... che lo chiamino... dicendo... verificando questa cosa...».
La mattina del 6 giugno, «sempre con un sms, il geometra Fracassi informa Fusi che a breve saranno avviati i lavori per la ristrutturazione del Palazzo Brancomio a l’Aquila». Il giorno dopo, l’imprenditore «spiega al figlio che in Abruzzo sta partecipando a tre gare di appalto: una per il restauro delle chiese, una per i campi base per le scuole per le case quelle nuove e una per L’Aquila e paesi lì intorno, però ora siamo a L’Aquila».

Chiodi e Nencini
Neanche una settimana dopo lo chiama Verdini «premettendo di essere insieme al presidente della Regione Chiodi e gli passa il telefono».
Fusi: «Buongiorno presidente... piacere di conoscerla, sono Riccardo Fusi e quando vengo giù vengo a prendere un caffè da lei?».
Chiodi: «Volentieri, il mio numero di telefono se lo vuole segnare per cortesia?».
La sera del 16 luglio, annotano i carabinieri, «l’onorevole Riccardo Nencini, presidente del Consiglio Regionale della Toscana, riferisce a Riccardo Fusi di essere di ritorno dall’Aquila».
Nencini: «Ascolta bello, bene... sto venendo via ora da L’Aquila... ho parlato, ho parlato di te... ma lì sei conosciuto...».
Fusi: «Sono conosciuto però murano quegl’altri capito? Se tu ci metti le mani te è meglio... secondo me».
Nencini: «Eh ho capito allora vediamoci io e te... e si parla un minuto... allora anche in settimana nuova... perché io devo tornare giù da lui... io ho fatto un passaggio tra l’altro ho visto anche, anche il capo però... con il capo del governo... non insomma ... prima ho parlato da solo con Bertolaso... eh ti richiamo io vai». In realtà il 22 luglio il geometra Liborio Fracassi invia un sms per informare Fusi che la missione è compiuta. «Abbiamo vinto il primo appalto, una scuola per 7,3 milioni da consegnare chiavi in mano il 10 settembre. È il primo, gli altri a breve. Ferie a L’Aquila».

Fiorenza Sarzanini
17 febbraio 2010

http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_17/inchiesta-protezione-civile-appalti-sisma-aquila-verdini-sarzanini_b3341796-1b91-11df-9bdf-00144f02aabe.shtml

I favori e gli appalti

La rete degli amici dall’Enac alla Rai

Al figlio di Balducci una fiction in tv con la Falchi Intercettata una telefonata con Paolo Berlusconi

i documenti

I favori e gli appalti
La rete degli amici dall’Enac alla Rai

Al figlio di Balducci una fiction in tv con la Falchi Intercettata una telefonata con Paolo Berlusconi

Anna Falchi (LaPresse)
Anna Falchi (LaPresse)

ROMA — Aveva tentacoli ovunque la «combriccola ». Dalla Rai all’autorità di vigilanza sugli appalti, passando per i ministeri, funzionari e imprenditori potevano contare su una rete di persone alle quali chiedere favori e appoggi. Molto attivo nel sostenere le aziende napoletane che vogliono prendere i lavori si rivela l’onorevole Luigi Cesaro, attuale presidente della Provincia di Napoli. Ma per far valere le proprie ragioni costruttori e professionisti non esitano a rivolgersi a Paolo Berlusconi, il fratello del presidente del Consiglio.
«Lavorano per il Vaticano» Quando si tratta di difendere i propri interessi, i funzionari non mostrano remore. Il 30 luglio 2008 Fabio De Santis, delegato alla gestione Grandi Eventi, «sollecita il collega Raniero Fabrizi di attivarsi per bloccare una norma, in fase di approvazione, che restringe la possibilità per i pubblici dipendenti di avere emolumenti per collaudi e arbitrati su opere pubbliche. Gli spiega di aver già interessato l’architetto Giovanni Facchini affinché riporti le loro lagnanze a Paolo Berlusconi e aggiunge che ha intenzione di attivare anche due parlamentari con cui è in rapporti, il senatore Guido Viceconte e l’onorevole Mario Pepe». Facchini è uno dei professionisti che lavorano a La Maddalena in vista del G8. Il primo agosto «l’architetto Marco Casamonti riporta al collega Stefano Boeri i contenuti di un colloquio con il funzionario Mauro Della Giovampaola. E riferisce: "Mi ha detto guarda Marco tu sei venuto qui portato dall’impresa... noi abbiamo questo albergo fatto da questi Facchini che sono dei cani... però non li possiamo mandare via perché son quelli di Berlusconi. Uno lavora per Berlusconi, uno per il Vaticano. L’unico problema è che se noi diamo retta a questi noi qui non finiamo e siccome poi il culo ce lo rimette Bertolaso e Balducci abbiamo chiesto a Giafi di intervenire... quindi voi fate i progetti ma state sotto tono».
Il 3 settembre è Paolo Berlusconi a contattare Angelo Balducci.
Paolo Berlusconi: «Paolo Berlusconi, ciao...».
Balducci: «Ehi! ciao Paolo, come stai?».
Paolo Berlusconi: «Ti sento occupato, vuoi che ti richiamo più tardi?».
Balducci: «No, ma che scherzi? ci mancherebbe... ».
Paolo Berlusconi: «Senti, io sono a Roma... domani riusciamo a vederci cinque minuti?».
Balducci: «Guarda... io domani mattina vado a Napoli e c’è il presidente... però torno nel pomeriggio... anzi, tra l’altro torno insieme a lui... tu ti fermi anche domani, oppure...».
Paolo Berlusconi: «Io parto la sera ho l’aereo alle otto...».
Balducci: «Ah, guarda Paolo, facciamo così... io, se non ti dispiace, domani quando so esattamente l'ora del rientro, quindi... io lo saprò intorno a mezzogiorno... ti chiamo... e poi ti raggiungo da qualche parte...».
Paolo Berlusconi: «Ok? grazie!».

Gli appalti dell’Enac
La lettura delle intercettazioni conferma l’aiuto di Denis Verdini al suo amico Riccardo Fusi. Il 16 settembre 2009 lo chiama «e gli passa al telefono Vito Riggio, l’attuale presidente dell’Enac».
Riggio: «Vediamoci... io dunque... se per caso siete a tiro magari nel pomeriggio che la mattina c’ho un po’ di casino».
Fusi: «Va bene, a che ora?».
Riggio: «Diciamo dopo le 5... ci possiamo vedere anche in centro, 5 e mezza al Caffè Farnese».
Fusi: «D’accordo».
Annotano gli investigatori: «Dopo circa 20 minuti l’onorevole Verdini richiama Fusi per dirgli che con Riggio ha parlato molto chiaro, facendo riferimento alle sue sollecitazioni per far ottenere al Fusi qualche appalto».
Fusi: «C’è possibilità?».
Verdini: «Non di quelle lì perché... insomma... quelle due cose sono state fatte... però c’è tante altre... non quelle cose...».
Fusi: «Va bene...».
Verdini: «Però mi ha detto che si mette a disposizione... ti spiega... per grandi progetti per il futuro... per cui...».
Fusi: «Domani alle 17.30...».
Verdini: «Perfetto, ciao».

Nell’anticamera di Palazzo Chigi
Il 12 maggio 2009 lo stesso Fusi è a Roma. Parla al telefono con diversi interlocutori e si capisce che si sta occupando della costituzione di un consorzio di imprese a L’Aquila. Annotano gli investigatori: «Alle 17.17 chiama una sua amica, Eva Viti e, attivando una cella di via del Corso, le riferisce di essere a Palazzo Chigi in attesa di essere ricevuto dal sottosegretario Gianni Letta: "Ora sono a Roma... perché sono qui a Palazzo Chigi... sono da Letta qui... capito?... e quindi... sono in sala d’attesa... e niente... non so che ora farò qui quando esco». Alle 18.49 lo chiama il geometra Liborio Fracassi «per riportargli la viva soddisfazione degli amici aquilani facendo evidentemente riferimento all’esito dell’incontro a Palazzo Chigi che si è appena concluso: «Ho sentito gli altri amici, sono tutti contenti, soddisfatti».

L'attore Lorenzo Balducci (LaPresse)
L'attore Lorenzo Balducci (LaPresse)

La fiction con la Falchi
A metà settembre 2008 l’imprenditore Diego Anemone contatta Giancarlo Leone, alto funzionario della Rai, il quale «è in amicizia anche con Angelo Balducci». I tre devono vedersi a una cena e «l’argomento che Balducci intende affrontare con Leone riguarda l’inserimento del figlio Lorenzo nel cast della produzione Rai di cui ha già parlato Anemone. Infatti quest’ultimo lascia intendere che è al corrente che il regista ha effettuato dei provini sta per effettuare le sue scelte». Ci sono diversi incontri, anche perché Anemone si sta occupando della ristrutturazione della casa di Leone. E a novembre si ha la conferma che il giovane è stato preso, ma Anemone chiama Leone «e gli rappresenta il pericolo che Lorenzo Balducci, per il fatto che si è tagliato troppo i capelli, venga escluso dal cast della produzione della fiction Rai ove peraltro è stato inserito a seguito dell’appoggio fornito dallo stesso Leone».
Anemone: «Quel ragazzo lì no... c’ha avuto un problemino che c’ha una situazione in corso e s’è rasato... e domani c’è un ulteriore ... diciamo incontro ».
Leone: «... no, no ma la decisione è presa».
Anemone: «Eh ... non c’ha più capelli e non fa niente più... lui era disperato s’è messo a piangere ».
Dopo pochi minuti Giancarlo Leone riferisce a Anemone che «seppur con qualche difficoltà, è riuscito a far rientrare il problema... allora effettivamente la situazione è pesante... per fortuna ho un rapporto personale di grande stima reciproca Pare che sia successo questo .. che lui ha raccontato ... due filmetti per la Falchi... per la produzione della Falchi... cose che loro erano al corrente ... e gli hanno detto... mi raccomando non alterare la tua condizione perché noi cominciamo a metà novembre ... dice che si è presentato con capelli corti a taglio militare».

Fiorenza Sarzanini
16 febbraio 2010

http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_16/sarzanini-balducci-falchi-fiction_7bde3c80-1aca-11df-af4a-00144f02aabe.shtml

Le telefonate, Anemone: con Bertolaso guadagnati cinquecento punti

La sera con Monica al centro

benessere: «Poi l’accompagno io»

Le intercettazioni sul caso della brasiliana ingaggiata per l’incontro con il capo della Protezione civile

Le telefonate, Anemone: con Bertolaso guadagnati cinquecento punti

La sera con Monica al centro
benessere: «Poi l’accompagno io»

Le intercettazioni sul caso della brasiliana ingaggiata per l’incontro con il capo della Protezione civile

ROMA — Una serata speciale organizzata al centro benessere del Salaria Sport Village per Guido Bertolaso. E ad attenderlo c’è Monica, ragazza brasiliana ingaggiata per l’occasione. L’incontro finora negato dal capo della Protezione civile è ricostruito attraverso le intercettazioni telefoniche del 14 dicembre 2008. Le nuove carte dell’inchiesta fiorentina documentano l’intrattenimento che l’imprenditore Guido Anemone, 39 anni — beneficiato con svariati appalti inseriti nei Grandi eventi, tra i quali alcuni lotti del G8 a La Maddalena —, aveva organizzato grazie all’aiuto di Simone Rossetti che del centro relax è il gestore. È la «prestazione sessuale» che il giudice fiorentino contesta a Bertolaso, indagato per corruzione assieme alle quattro persone arrestate: lo stesso Anemone e i funzionari Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovanpaola. Nei giorni successivi Anemone contatta più volte il capo della Protezione civile. Parla anche con Balducci e al centro dei loro colloqui ci sono per la maggior parte i rapporti di affari.

Regina porta «la bionda»

Il pomeriggio del 14 dicembre Guido Bertolaso chiama il gestore del centro benessere Simone Rossetti e gli chiede un appuntamento per la serata. Rossetti avverte l’imprenditore Diego Anemone. Poi, alle 18.22, «una donna di nome Regina dal forte accento brasiliano, successivamente identificata in Regina Profeta, chiede a Rossetti di avvicinarsi al Centro benessere perché gli deve far conoscere una ragazza bionda». Dalle successive conversazioni intercettate si avrà modo di rilevare che questa ragazza bionda, brasiliana e di nome Monica, è stata prescelta per intrattenere, di lì a poco, il dottor Bertolaso. Al circolo fervono i preparativi. Alle 19.09 Rossetti chiama Stefano, il factotum: «Senti hanno lasciato acceso il benessere... c’hai fatto caso ? Perfetto, verifica che sono andati via tutti quelli del centro estetico. Senti mi verifichi un attimo se c’abbiamo un bikini tipo brasiliano un po’ stretto... per questa? Lì al magazzino ».

Bertolaso e la scorta

Alle 19.56 chiama Bertolaso e, annota il giudice, «fa capire che ha la scorta».

Bertolaso: «Sono Guido...».

Rossetti: «Sì, Guido... allora guarda tutto a posto... tu quando vuoi vieni qui da me, è tutto quanto chiuso e dopo ci sono io... tu parcheggia con la macchina tranquillamente in fondo dove sta la scalinata che ti porta direttamente nel Centro benessere oppure parcheggia al solito posto come vuoi te».

Bertolaso: «Eh no io sono al solito posto perché non sono da solo... ovviamente ».

Poco dopo Rossetti fornisce a Regina le ultime istruzioni prima che arrivi il dottor Bertolaso. Poi le riferisce che provvederà lui a riaccompagnare e a pagare la ragazza: «Sì, sì dopo l’accompagno io così dopo gli do i soldini e dopo, dopo noi ci mettiamo d’accordo dai... ci vediamo un attimo». Poi parla con Erica, un’altra dipendente «raccomandando la massima riservatezza», le riferisce che Bertolaso sta per arrivare e le chiede le istruzioni per come attivare la sauna e l’impianto musicale.

Alle 21.19 squilla il telefono.

Rossetti: «Sì Guido, sono Simone... sei arrivato?».

Bertolaso: «Sì»

Rossetti: «Okay arrivo subito».

Neanche un’ora dopo avvisa Anemone: «L’ho messo a suo agio, l’appuntamento sta andando bene». Poi Anemone richiama per essere aggiornato e quando scopre che ancora non è uscito esclama: «È come se avessimo guadagnato 500 punti». Alle 23.04 Bertolaso chiama Rossetti e chiede come fa a uscire. Lui gli spiega il funzionamento della porta. Due minuti dopo «contatta Regina e la rassicura che è tutto finito e quindi provvederà a fare sì che la ragazza (Monica) chiami casa: "A posto e... tutto bene... mo’ la faccio chiamare a casa". Regina è preoccupata perché la ragazza ha lasciato il suo telefono a casa dicendo che andava al centro benessere a fare dei massaggi ».

«Togli lo champagne»

Alle ore 23.14 Rossetti chiama Stefano che è ancora al circolo: «Allora bisogna andare a sistemare il centro benessere, che ci sta lo spumante in giro e tutto quanto e questa è già pronta che deve andare via... intanto leva quello lì... e giusto la bottiglia, il doppio calice. Butta tutto. Fra quanto lo posso mandare giù quello della sicurezza?». Poi richiama Anemone: «È andato via. È rimasto più che contento, contentissimo».

Alle 23.49 è Stefano a contattarlo.

Stefano: «Oh... un’altra cosa. Io ho cercato tracce di preservativi... ma non l’ho visti...».

Rossetti: «Ma sai dove ha fatto il massaggio?... L’ha fatto alla prima sala a destra dello Scen Tao... capito?... Come esci dal centro estetico... prima sala a destra... ».

Stefano: «Okay, oramai io sono fuori ».

Rossetti: «Va beh... non fa niente dai, ho dato tutto alla sicurezza».

Stefano: «Quindi al limite se ci vuoi fare te un sopralluogo... però io ho cercato, niente. Ma lei che ti ha detto?... E dove li ha messi?».

Rossetti: «Eh... che ne so!».

Poco dopo Rossetti torna invece al centro benessere «e descrive in diretta a Stefano le operazioni di pulizia che sta effettuando. Quest’ultimo è incuriosito e gli chiede se la ragazza gli ha riferito qualcosa. Rossetti dice che preferisce raccontargli tutto di persona e gli dà appuntamento davanti alla chiesa a Settebagni ».

Fiorenza Sarzanini
15 febbraio 2010

Le Inchieste sul G8

I passi necessari


Le Inchieste sul G8

I passi necessari

Nella Protezione civile c’è una maggioranza silenziosa di volontari e di onesti dipendenti altrettanto silenziosi. Lontani dalle chiassose e rigeneranti feste del Salaria Sport Village, dallo scambio tra favori e appalti, dalla vita scintillante di quei funzionari che poi gestiscono anche la cassa. Il sistema emerso dalle carte dell’inchiesta di Firenze mostra la disinvoltura nei rapporti tra chi affida gli appalti e chi ottiene i lavori, illumina le relazioni tra chi controlla e chi dovrebbe essere controllato. Ma soprattutto evidenzia i rischi connessi alla decisione di procedere a trattativa privata in materie così complesse come l’organizzazione di Grandi Eventi quali possono essere il G8 oppure i Mondiali di Nuoto.

È l’iter dell’emergenza che può favorire pericolose commistioni tra l’istituzione che distribuisce i soldi e i privati che li incassano. Se è indispensabile affidarsi a procedure d’urgenza quando c’è un terremoto o un’inondazione, risulta difficilmente comprensibile— pur sapendo quanti ostacoli e vincoli in Italia rendono difficoltosa ogni iniziativa — che esse debbano essere seguite per occasioni programmate da anni e dunque avendo a disposizione il tempo necessario per bandire le gare d’appalto. Una scelta di questo tipo alimenta il sospetto che l’opacità serva a sottrarsi ai controlli e alle verifiche che la magistratura deve fare per stabilire se il denaro pubblico sia stato speso correttamente. Secondo il presidente Silvio Berlusconi, i pubblici ministeri dovrebbero vergognarsi. È una presa di posizione che non sorprende, vista la sua avversione per le toghe, ma che in questo caso appare quanto meno fuori luogo. Perché, se ruberie ci sono state, la vittima principale è proprio il suo governo che quei fondi ha erogato. E, se qualche sciacallo ha cercato di approfittare della tragedia del sisma abruzzese, dovrebbe essere lui il primo a pretendere chiarezza dopo l’impegno che ha sempre voluto mostrare nei confronti dei terremotati.

Trasformare in una rissa anche l’accertamento della verità su una vicenda così drammatica non serve a nessuno. Tantomeno a Guido Bertolaso, che della Protezione civile è il potente capo e sa bene che alla fine potrebbe davvero dover mollare tutto. È stato lui a parlare di una trappola, pur senza essere in grado di indicare chi voglia incastrarlo. La tesi, sempre più spesso utilizzata da chi viene coinvolto in un’indagine, è suggestiva ma al momento priva di riscontro. La familiarità che Bertolaso mostra nelle telefonate con il giovane imprenditore beneficiato di numerosi appalti—e ancor più se sono stati assegnati d’urgenza, quindi fuori da ogni controllo—rende doverosa la verifica sulla natura del loro legame.

Nell’attesa di questo chiarimento, sarebbe opportuno sospendere l’approvazione del provvedimento che trasforma la Protezione civile in una società per azioni. Se non altro per proteggere quella maggioranza silenziosa della struttura anche dal più vago sospetto di voler accrescere il proprio potere.

Fiorenza Sarzanini
13 febbraio 2010


LE INCHIESTE

«Appalti e costi gonfiati

anche del 50 per cento»

Dalle intercettazioni emerge il sistema per far lievitare i prezzi E spuntano conti sospetti

LE INCHIESTE

«Appalti e costi gonfiati
anche del 50 per cento»

Dalle intercettazioni emerge il sistema per far lievitare i prezzi E spuntano conti sospetti

ROMACosti aumentati anche del 50 per cento rispetto al progetto originario. Preventivi gonfiati con l’avallo degli alti funzionari per drenare soldi dalle casse dello Stato e spartirsi la torta dei lavori pubblici. C’è anche questo nelle carte dell’inchiesta di Firenze che ha travolto la Protezione civile guidata da Guido Bertolaso. Un sistema di scambio che ha come perno Diego Anemone, l’imprenditore di 39 anni finito in carcere proprio perché accusato di aver distribuito soldi e favori a chi ha agevolato la sua irresistibile ascesa affidandogli lavori per milioni di euro.

Il raddoppio di 32 milioni
È il 4 settembre 2008. Susanna Gara, dipendente del ministero delle Infrastrutture, chiama Fabio De Santis che con Angelo Balducci gestisce la struttura «Grandi Eventi». Annota il giudice: «Con tono preoccupato lo informa che nella predisposizione del progetto definitivo per la realizzazione del Main Conference (palazzo delle conferenze e area delegati) in vista del G8 a La Maddalena è prevista una maggiorazione di spesa di minimo 28 milioni di euro».

Gara: «Per quanto riguarda Anemone, il Main Conference... lì loro stanno per produrre un definitivo che è in aumento di qualcosa tipo il 50 per cento... senza fare... da 32 di lavori tranne le maggiorazioni... stanno per arrivare a quasi 50 più le maggiorazioni a tutte quelle cose speciali che sono state richieste per realizzare l’involucro...».

De Santis: «Bisogna che facciamo una riunioncina a Roma con Mauro e con tutti quanti perché bisogna prospettarla a Bertolaso perché sennò ci inc... quello... gli mandiamo un conto che sarà 100 milioni di euro in più eh (ride)... mi fa i peli...». De Santis confida poi che già a Bertolaso ha fatto presente l’esigenza di un notevole incremento di spesa per la ristrutturazione dell’ospedale che deve essere trasformato in albergo con i lavori affidati alla Giafi di Valerio Carducci.

De Santis: «Tutto quello che fa lui è tutto eccezionale... tutte le cose che fa lui... anche perché ieri sono andato da Bertolaso a presentare il progetto dell’ospedale a mare... quello lì visitato... e praticamente gli ho detto che ci vogliono altri 100 milioni in più, mo’ gli dico altri 100 di qua e lui mi dice: ma vattene a fare in c...!». Seguono numerosi contatti e secondo il giudice «dall’esame delle conversazioni si comprende come tali incontri siano connessi alla redazione di un appunto relativo ai maggiori costi previsti per l’esecuzione delle opere del G8 in relazione agli appalti che sono stati aggiudicati alle imprese della famiglia Anemone per un importo di 73 milioni di euro e si comprende che Anemone deve mostrarlo a Bertolaso». Effettivamente l’imprenditore gli chiede di incontrarlo. Prima chiama Don Evaldo per farsi dare soldi in contanti. Qualche giorno dopo l’appuntamento organizza invece la «festa megagalattica » alla quale Bertolaso non può partecipare.

Le imprese di Balducci
Come si sia riusciti a far raddoppiare il costo dell’ospedale è svelato in altri contatti tra gli imprenditori e i progettisti che hanno ottenuto l’incarico. Il primo agosto 2008 Valerio Carducci, titolare della Giafi Costruzioni, parla con l’architetto Marco Casamonti, ora indagato per concorso in corruzione, e gli comunica di aver informato De Santis che sarà lui a stilare il progetto. Venti giorni dopo il professionista telefona all’imprenditore. Annota il gip: «Gli riferisce esplicitamente di essere in grado di far lievitare l’importo complessivo dei lavori che gli sono stati affidati quando afferma "grazie al mio intervento... insomma di riuscire a far crescere anche gli importi capito... quello fidati... quello è una cosa che mi curo io. Guarda secondo me per fare quello che ci vuole... altri 60 milioni di lavori"». Il 7 settembre 2008 Casamonti «colloquiando con il proprio padre si compiace di aver fatto incrementare di 70 milioni di euro il costo dell’opera che sta progettando per conto di Carducci a La Maddalena aggiungendo che per tale progettazione gli danno una parcella di due milioni di euro». E nella telefonata afferma: «Bisogna dare un colpo al cerchio e uno alla botte». Del resto il meccanismo che regola la spartizione degli appalti sembra conoscerlo molto bene. E infatti è lui, parlando con un collega, a dichiarare: «Balducci ha avuto carta bianca... di usare le sue imprese... il che voleva dire neanche fare la gara d’appalto». In realtà Balducci ha avuto anche di più: sarebbero stati rintracciati alcuni conti intestati a prestanome sui quali avrebbe dirottato i soldi ricevuti in maniera illecita da alcuni imprenditori, e in particolare da Anemone.

L’appalto in premio
«Dalle conversazioni — scrive il giudice — emerge un altro dato inquietante: la capacità di Angelo Balducci di gestire il proprio potere ripartendo le proprie attenzioni tra più imprenditori e componendo eventuali situazioni di contrasto derivanti dal mancato soddisfacimento di aspettative sull’aggiudicazione degli appalti, così evitando possibili denunce da parte di imprenditori scontentati». Il caso citato riguarda proprio Carducci che aveva presentato ricorso al Tar contro l’affidamento dei lavori per il nuovo teatro della musica di Firenze (inserito tra gli interventi per le celebrazioni del 150˚ anniversario dell’Unità d’Italia) a un’altra impresa. «Balducci riesce a disinnescare tale spinosa situazione e per il suo comportamento di acquiescenza Carducci verrà ricompensato. L’11 luglio 2008 De Santis, rallegrandosi per il successo (scontato) dà la conferma a Carducci che è rimasto aggiudicatario della gara. La mattina dopo De Santis chiama Della Giovampaola che gli passa Carducci che gli chiede di ringraziare anche Balducci: "Sono Valerio, qua siamo già operativi... che... diglielo al capo e ringrazialo"». Annota il giudice: «Tutte queste manovre non sono certo ispirate al pubblico interesse. Balducci non si affida a imprese che per competenza, professionalità o struttura sono le migliori e che fanno risparmiare denaro allo Stato. Al contrario tali imprese si sentono in diritto di fare ciò che vogliono contando, evidentemente, nei mancati controlli da parte della struttura, non esitando a realizzare i lavori loro affidati nell’esclusivo interesse egoistico di conseguire il massimo profitto possibile».

La spartizione
Casamonti è certamente ben inserito nel sistema. Nel maggio 2008 parla con l’architetto Paolo Desideri e analizza il sistema di gestione degli appalti al ministero dei Lavori pubblici. «È una situazione vergognosa quella delle imprese perché... anche come si sono mossi in questi concorsi... io esulo dal progetto però non è limpido e ci sono un sistema dentro il ministero che sfiora lo scandalo... cioè questo dobbiamo dirlo perché oggi lavoro io, domani tu. Va bene uguale però...». L’amico non si sottrae: «Fammi completare il ragionamento che è questo... loro evidentemente stanno immersi in un liquido gelatinoso che dici giustamente tu è al limite dello scandalo, bene... però non è che possono pretendere che quando da questo liquido gelatinoso emergono e quindi il sistema di potere porta alla premialità per loro tutto questo va bene e quando non avviene...». Casamonti è categorico: «La mia impresa è più legata al ministero di qualsiasi altra... io penso che anche i ricorsi sono funzionali. L’impresa fa ricorso perché questa volta mi hai inc... e la prossima volta tu... questi fanno una loro logica all’interno della logica della spartizione del potere... è tutta loro».

Fiorenza Sarzanini
13 febbraio 2010

http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_13/Appalti-e-costi-gonfiati-anche-del-50-per-cento-fioernza-sarzanini_0617359e-1870-11df-adbd-00144f02aabe.shtml

«Festa per Bertolaso», ma lui non ci andò

Tutti i favori di Anemone: prostitute, champagne e l'idrovolante-taxi

«Piove», il segnale dell'indagine in arrivo. Il lavoro al cognato di Masi

«Festa per Bertolaso», ma lui non ci andò

Tutti i favori di Anemone: prostitute, champagne e l'idrovolante-taxi

«Piove», il segnale dell'indagine in arrivo. Il lavoro al cognato di Masi

I verbali delle intercettazioni
I verbali delle intercettazioni

Chiudeva affari milionari la «combriccola» e poi si occupava di soddisfare in ogni modo gli alti funzionari che gestivano i «grandi Eventi». Dalle carte dell'inchiesta di Firenze spuntano altri festini a luci rosse, viaggi in aerei privati, case messe a disposizione e assunzioni fittizie per assecondare le richieste dei potenti. Nel settembre 2008 «per il trasferimento di Angelo Balducci da Roma a Palermo con sosta a Capri» fu affittato «un idrovolante per due persone al costo di 3.800 euro più Iva». Qualche settimana dopo per Guido Bertolaso fu organizzata una «cosa megagalattica»: serata con «frutta, champagne e due o tre ragazze». Il capo della protezione civile fu costretto a rinunciare perché aveva un altro impegno, ma al telefono sottolineò: «Conto che l'offerta possa essere ripetuta ovviamente in un'altra occasione». A tutto pensava Diego Anemone, 39 anni, l'imprenditore che era riuscito ad accaparrarsi una grossa fetta degli appalti per i «Grandi Eventi» gestiti dalla presidenza del Consiglio. Pagava persino le stoffe che la moglie di Balducci aveva scelto per arredare il nuovo appartamento del figlio. E non badava a spese. Sapeva di poter ottenere altri vantaggi e infatti agli amici imprenditori assicurava di «tenerli presenti per i lavori del post terremoto in Abruzzo».

Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village»

Prostitute a Venezia - È il 17 ottobre 2008. I fondi del G8 sono stati sbloccati. Mauro Della Giovampaola, il funzionario delegato alla Maddalena finito adesso in carcere, contatta Daniele Anemone, il fratello di Diego.
Della Giovampaola: Guarda ti dico, una cosa così non l'ho mai vista... All'1,15 sono arrivati i soldi sul conto, all'1,18 il Soggetto Attuatore li aveva già mandati in Banca d'Italia, all'1,19 sono partiti i pagamenti.
Anemone: grande! grande!
Della Giovampaola: allora a questo punto... in virtù di questa cosa ... non è che uno... siccome la vita è un po' così. Che si deve fare? Ti faccio presente che noi domani sera con una terza persona (oltre a lui, De Santis e Balducci) dormiamo a Venezia.
Anemone: umhh ci organizziamo... eh ma mi devi dire l'albergo però.
Della Giovampaola: sì... allora è il Gritti Palace... però siccome è roba che è a sei, quasi sette stelle... deve essere tutto equivalente.
Anemone: eh, ho capito
Della Giovampaola: perché non è che arrivano due stelline del cazzo... che poi è una cosa che non va bene no? Anemone: (ride) va bene adesso mi organizzo.
Pochi minuti dopo, come risulta dalle intercettazioni, Daniele Anemone chiama Simone Rossetti e gli chiede: «Ma tu a Venezia come stai messo? perché a me per domani sera...». Subito dopo contatta il fratello Diego e «gli fa capire che Simone ha bisogno di non meno di 4.000 euro...». Annota il giudice: «In effetti De Santis e Della Giovampaola usufruiranno delle prestazioni sessuali a pagamento di una ragazza procurata da Rossetti peraltro poi lamentandosi della «qualità» della ragazza». Non è l'unica volta. «Il 13 novembre 2008 viene messa a disposizione da Rossetti una prostituta in favore di De Santis. L'incontro mercenario a sfondo sessuale viene procurato su richiesta di Della Giovampaola il quale in un primo momento avrebbe dovuto usufruirne insieme a lui, su sollecitazione di Diego Anemone».

Il direttore generale della Rai Mauro Masi (Ipp)
Il direttore generale della Rai Mauro Masi (Ipp)

Il favore a Mauro Masi - Il pomeriggio dell'8 giugno 2009 «il professor Mauro Masi (direttore generale della Rai, ndr) facendo evidentemente riferimento a pregresse intese con Angelo Balducci lo sollecita a telefonare a Anthony Smit (fratello della sua fidanzata)»: «Se puoi fare quella telefonata entro oggi... a me servirebbe insomma». Dal tenore delle conversazioni successive si capisce che la richiesta riguarda «una sistemazione lavorativa». E infatti Balducci lo contatta e gli fissa un appuntamento per il fine settimana successivo a Roma. Neanche un mese dopo la pratica appare sistemata: Anemone lo assumerà presso il Salaria Sport Village, come gli dice chiaramente.
Anemone: Antony se mi mandi un messaggino di un tuo riferimento di un conto corrente perché io ho fatto l'assunzione già retrodatata.
Smit: Ah splendido, va bene
Anemone: così ti mando poi a settembre, dimmi te quando vogliamo iniziare, come avevamo detto... non me lo ricordo neanche più.
Smit: il 15 luglio io finivo le ferie insomma... queste ferie di cui ho avuto bisogno per sistemare un po' la situazione... tu scusami se mi permetto, quando avresti bisogno di cominciare a inquadrarmi... Anemone: io l'ho fatta dal primo luglio quindi significa che tu la mensilità di luglio la prendi tutta e siccome agosto è ferie ti prendi anche quella di agosto... se tu vedi che hai finito ci vediamo la prima settimana di agosto facciamo un punto e poi ci rivediamo a settembre, se invece dici «voglio chiudere così» iniziamo dal primo settembre però dal primo luglio stai assunto.
Smit: Ah splendido... quindi vengo su agosto un attimino.
Scrive il giudice: «Il 13 agosto Smit chiede ad Anemone notizie sull'assunzione e soprattutto in merito allo stipendio che non gli è stato ancora accreditato. Anemone gli dice che potrà venire a Roma a ritirare i due stipendi». Quando si trasferisce a Roma gli sarà dato in uso anche un appartamento che costa al gruppo Anemone 950 euro al mese.

L'allerta di Toro - A fine settembre scorso la banda evidentemente fiuta guai. A Roma sono stati sequestrate le piscine dei Mondiali di nuoto, si rincorrono voci su altre indagini. Scrive il giudice: «Il 26 Balducci rassicura Anemone che il problema del sequestro del cantiere del Salaria Sport Village e degli altri impianti è da considerarsi risolto». Comincia una frenetica attività di contatti da parte di entrambi che ha come terminale Camillo Toro, il figlio del procuratore aggiunto di Roma Achille, che ha ottenuto un incarico al ministero delle Infrastrutture. Il tramite è l'avvocato Edgardo Azzopardi, amico della famiglia, che a sua volta passa le informazioni a Manuel Messina per farle arrivare ad Anemone. Usano tutti massima cautela: Balducci rinuncia addirittura all'autista per gli incontri riservati, gli altri in alcune conversazioni si servono del sistema Skype. Il 30 gennaio scorso Azzopardi incontra Camillo Toro. Poi chiama Messina. E, sottolinea il giudice, «gli fa capire che ci sono grossi problemi giudiziari in arrivo».
Azzopardi: eh... piove.
Messina: Non mi dire... pesantemente? Piove parecchio?
Azzopardi: eh... speriamo che non ti piova dentro casa perché... piove tanto.

Fiorenza Sarzanini
12 febbraio 2010

http://www.corriere.it/politica/10_febbraio_12/sarzanini-inchiesta-carte-anemone_28da0a38-179f-11df-b8a8-00144f02aabe.shtml

Le carte dei magistrati fiorentini sul «sistema gelatinoso» dei grandi eventi

Le telefonate, la pista dei soldi

e le donne al centro benessere

Il ruolo di un sacerdote che avrebbe anticipato 50mila euro. Anche assunzioni e auto di lusso per gli indagati

Le carte dei magistrati fiorentini sul «sistema gelatinoso» dei grandi eventi

Le telefonate, la pista dei soldi
e le donne al centro benessere

Il ruolo di un sacerdote che avrebbe anticipato 50mila euro. Anche assunzioni e auto di lusso per gli indagati

Bertolaso (Lapresse)
Bertolaso (Lapresse)

ROMA - È in quel «sistema gelatinoso» messo in piedi per gestire le opere dei «Grandi Eventi» che i magistrati fiorentini evidenziano le accuse contro il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. E indicano in «soldi contanti e prestazioni sessuali» la contropartita che il potente sottosegretario avrebbe ottenuto per l’assegnazione degli appalti al gruppo imprenditoriale di Diego Anemone, 39 anni. In un paio d’anni Anemone è riuscito ad aggiudicarsi «il quarto, il quinto e il sesto lotto del G8 a La Maddalena», i lavori al Foro Italico in vista dei Mondiali di nuoto, l’aeroporto di Perugia per le celebrazioni dell’anniversario dell’Unità d’Italia. Anche Angelo Balducci, delegato alla gestione dei «Grandi Eventi», sarebbe stato ricompensato dall’imprenditore con l’assunzione del figlio e della nuora, telefonini, autovetture di lusso, ristrutturazioni degli appartamenti e addirittura i domestici per la casa di campagna che lo stesso Anemone gli aveva messo a disposizione.

Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village» Il «Salaria Sport Village»

I soldi del prete
Scrive il giudice: «Dalle operazioni di monitoraggio telefonico è emerso che Guido Bertolaso risulta essersi incontrato assai frequentemente con Diego Anemone e almeno uno di questi incontri è stato preceduto da frenetici dialoghi telefonici dell’Anemone tesi, con ogni evidenza, al rapido procacciamento di una consistente somma di denaro. Inoltre Anemone in varie occasioni si è premurato di informare preventivamente di questi incontri Angelo Balducci e Mauro Della Giovampaola contattandoli al termine degli incontri medesimi per riferirne cripticamente l’esito a conferma della loro attinenza con le cointeressenze di natura illecita che il gruppo Anemone coltiva con i pubblici ufficiali». L’episodio risale al 21 settembre 2008: alle 10.30 Anemone deve incontrare Bertolaso. Un’ora prima telefona a don Evaldo, sacerdote per conto del quale sta eseguendo lavori edili. Anemone: Senti don Eva’, scusa se ti scoccio... stamattina devo vedere una persona verso le 10.30-11.00, tu come stai messo? Don Evaldo: Di soldi? Qui ad Albano ce n’ho 10 soltanto. Giù a Roma potrei darteli... Debbo poi portarli in Africa... mercoledì vediamo un po’... Secondo gli inquirenti «i due si accordano per l’indomani». Anemone: Eh ma oggi non ce la facciamo eh? Domani... domani. mattina faccio un salto caso mai In una telefonata di due giorni dopo, sottolinea il giudice, «Anemone sembra quantificare in 50.000 euro la somma di denaro richiesta e ottenuta da don Evaldo». Ed è proprio questo episodio che così viene commentato nell’ordinanza: «Guido Bertolaso intrattiene rapporti diretti con l’imprenditore Diego Anemone con il quale spesso si incontra di persona. In previsione di taluni incontri Anemone si è attivato alla ricerca di denaro contante, tanto che gli investigatori ritengono abbia una certa fondatezza ritenere che detti incontri siano stati finalizzati alla consegna di somme di denaro a Bertolaso».

Donne e relax
Sono le intercettazioni telefoniche a rivelare come Anemone si preoccupasse di compiacere Bertolaso anche nei momenti liberi. Sottolinea il giudice: «In molteplici occasioni Bertolaso, talora in concomitanza con gli incontri con l’Anemone, ha usufruito di prestazioni presso il centro benessere del Salaria Sport Village gestito da Simone Rossetti, sotto le direttive di Diego Anemone. In almeno in una di queste occasioni il tenore dei dialoghi intercettati induce a ritenere che Bertolaso abbia usufruito presso il centro, all’uopo chiuso al pubblico, di prestazioni di natura sessuale e che a tale specifico fine il Rossetti abbia ingaggiato una donna che si è intrattenuta con Bertolaso». In particolare nel documento viene citato un episodio che risale al 14 dicembre 2008 quando «viene fatta giungere una donna di nazionalità brasiliana, di nome Monica (con ogni verosimiglianza una prostituta gestita da tale Regina), che intratterrà Bertolaso». E poi si sottolinea come il capo della Protezione civile «si è recato più volte presso il centro usufruendo delle prestazioni di tale Francesca» almeno dodici volte tra il 2008 e il 2009, che sono state annotate nelle loro informative dai carabinieri del Ros.
È il 21 novembre 2008.
Bertolaso: Sono Guido buongiorno.
Rossetti: Buongiorno, tutto bene?
Bertolaso: Sono atterrato in questo istante dagli Stati Uniti... se oggi pomeriggio Francesca potesse... io verrei volentieri... una ripassata.
Sei mesi dopo, l’11 marzo 2009, Bertolaso chiama Rossetti e lo avverte che «stanno venendo i miei due ragazzi che avevano una cosa per Francesca che gli dovevo mandare da tanto tempo».

«Ve mando carcerati»
Secondo il giudice «appare comprensibile che Anemone abbia un occhio di riguardo nei confronti dell’illustre conoscente, soggetto con un importante e decisivo ruolo istituzionale che gli permette di gestire e decidere la spesa pubblica connessa alla realizzazione degli appalti del G8 di cui Anemone è aggiudicatario». Nell’ordinanza Bertolaso viene indicato come «colui che ha le chiavi della cassaforte» e i suoi metodi vengono evidenziati attraverso la trascrizione di una telefonata con Balducci, che - come sottolinea un imprenditore - «è il regista di tutto».
È il 14 gennaio 2009. Bertolaso si lamenta perché una funzionaria sta chiedendo chiarimenti sui bandi di gara.
Bertolaso: Dovresti parlare con la Forleo...
Balducci: Sì sta qui da me.
Bertolaso: Non spetta a lei decidere se dobbiamo fare una sola gara per i due alberghi e per l’arsenale... io ho bisogno di questo benedetto bando nelle prossime ore... È ovvio che io voglio sfruttare questi giorni di campagna elettorale dove Soru pensa ad altre cose per chiudere un qualche cosa altrimenti se ci mettiamo a fare la concertazione fra due anni stiamo ancora a discutere.
Tre mesi prima era stato Fabio De Santis, anche lui delegato dalla presidenza del Consiglio alla gestione dei «Grandi Eventi», a informare Anemone di aver ottenuto i fondi per pagare i lavori del G8.
De Santis: Dammi un bacio in fronte.
Anemone: Dove vuoi sul culo pure se mi dai una buona notizia
De Santis: Preparati... C’ho i soldi in cassa.
Secondo l’accusa anche De Santis avrebbe ottenuto una contropartita: «Un telefono cellulare, una fornitura di mobili, prestazioni sessuali a pagamento a Venezia». Al fratello Marco, imprenditore che voleva coinvolgere nei subappalti per il G8 de La Maddalena, assicurava: «C’abbiamo la patente per uccidere... cioè possiamo piglià tutto quello che ci pare». Ma poi è lo stesso fratello a scagliarsi contro di lui per la gestione dei lavori e per i criteri di assegnazione: «Voi siete una banda di banditi e vi credete che gli altri sono tutti scemi... c’ho davanti gente che ruba tutto il rubabile... ma fatela finita che prima o poi uno scemo che vi crea qualche problema lo trovate. Ma tanto io Diego ... fosse l’ultima cosa che faccio, lo mando carcerato. Te lo dico chiaro e tondo... Io a Diego e tutta la combriccola la mando carcerata».

Fiorenza Sarzanini
11 febbraio 2010(ultima modifica: 12 febbraio 2010)
http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_11/telefonate_soldi_donne_f5b978fa-16d6-11df-a022-00144f02aabe.shtml






*Denunciato il Sindaco per deturpamento delle bellezze naturali
*Il Vespro Mese di Giugno: Isola delle Femmine fare chiarezza in consiglio pag.10.11.12 e la rubrica Caro “Sindaco” Portobello Professore Gaspare pag 40 e 41
*Mafia Nuove alleanze 9 arresti a Palermo
*Isola delle Femmine finanziamento porto e infrastrutture
*Isola delle Femmine Marittimi in agitazione per grave crisi occupazionale
*Caro "Sindaco" Prof Gaspare Portobello Mafia o Antimafia?
*Arrivano i Commissari ad Acta per Bilanci Consuntivi 2009
*CANTIERI LAVORO
*Servizio Idrico Legge Finanziaria Regione Sicilia 11/2010 art 49
*Commissariamento dei Comuni per inadempienze per gestione rifiuti?
*Munnezza a Isola : Costi Determine Ordinanze Impegni di Spesa
*La ricchezza o la povertà la misuri dai rifiuti prodotti
*Tutti all’Harry’s Bar per discutere l’appalto
*Basta MUNNEZZA per le strade di Isola delle Femmine
*La ricchezza o la povertà la misuri dai rifiuti prodotti
*Isola delle Femmine: Chi è lo sciacallo?
*Berlusconi: “..magari gli viene in mente di sparargli un colpo in testa”
*Berlusconi e le toghe rosse
*Munnezza a Isola delle Femmine Costi e Ricavi?

*Caro "Sindaco" Prof Gaspare Portobello Mafia o Antimafia?
*Non chiamiamoli più rifiuti!
*Basta MUNNEZZA per le strade di Isola delle Femmine
*Munnezza a Isola delle Femmine Costi e Ricavi?
*ATO IDRICO PA 1 Assemblea 7 8 giugno 2010
*Lavoro, protesta dei precari degli enti locali
*La manovra finanziaria " Lacrime e sangue"
*La Sicilia Le maggioranze Trasversali sul Servizio Idrico ARIA FRITTA
*Isola delle Femmine Distributore di benzina al Porto Pescatori o Diportisti?
*Cemento: la "Colata" che ha sepolto Nord e Sud Italia
*Italcementi, non condanniamo la torre alta 120 metri
*I Beni Comuni nello spezzatino del Federalismo
*Donatella Costa Lettera al Presidente regione Sicilia Raffaele Lombardo
*Libertà di Stampa e Regime
*Isola delle Femmine disposto divieto dimora per comandante e vide dei Vigili Urbani
*La munnezza di Isola delle Femmine vale tanto oro quanto pesa
*SiciliaMafiopoli: IL CASO GENCHI PELLERITO termovalorizzatori e........
*TRASFERIMENTO DEFINITIVO ALL’ATO PA1 DI ALCUNI DIPENDENTI Delibera impegno riassunnzione da parte dei Comuni
*Mi Illumino di Incenso
*ATO Idrico gara da Rifare
*SINDACO: Punito perchè virtuoso
*Lombardo: "Ecco i nemici del cambiamento"
*Corte dei Conti INDAGINE funzionamento ATO PA 1
*Patto di Stabilità e Tributi locali legge 133/2008 art 77 bis
*Patto di Stabilità e Tributi locali legge 133/2008 art 77 bis
*ATO Rifiuti Sentenza Corte Conti Tariffe Competenza Comuni
*ATO Idrico Pa1 Struttura tariffa e agevolazioni
*FEDERALISMO Demaniale
*Piccolo apologo sul paese illegale
*Indagato il sindaco Cammarata per la discarica di Bellolampo
*Sicilia i Termovaloroizzatori "puzzano" di mafia
*Presentazione del Rapporto sulle tecniche trattamentio rifiuti
*La manovra finanziaria " Lacrime e sangue"
*Attuazione Art. 4 Legge4/3/2009, n. 15, ricorso per l'efficienza delle amministrazioni e dei concessionari di servizi pubblici.
*BANCA D’ITALIA Relazione Annuale
*"Sindaco" Gaspare Portobello Mafia o Antimafia
*Sindaco Portobello: Chi è lo sciacallo?
*Rapporto sulle tecniche di trattamento dei rifiuti

Denunciato il Sindaco per deturpamento delle bellezze naturali


Un esposto denuncia per deturpamento delle bellezze naturali di Isola delle Femmine, sarà presentato ai Carabinieri della locale stazione dal gruppo consiliare di opposizione “Rinascita Isolana”. A comunicarlo con una nota è lo stesso movimento politico, che addita la gestione del servizio di raccolta rifiuti in paese, amministrata anche ad Isola delle Femmine dall’Ato Palermo 1. Da tempo la cittadina marinara –scrive Rinascita Isolana- è invasa da tonnellate di rifiuti, che insistono – in cumuli di notevoli dimensioni – in diverse aree dell’abitato, nella zona costiera e lungo la Strada Statale 113 - in prossimità dello svincolo autostradale dell’A 29 – determinando –sottolinea- un indubbio e avvilente scempio visivo e producendo esalazioni maleodoranti. Ciò non solo rappresenta un serio pericolo per la salute dei cittadini e per la circolazione stradale, -si legge ancora nella nota del movimento politico- ma costituisce anche un sicuro vulnus alle bellezze naturali isolane e al connesso diritto di abitanti e visitatori di goderne. In particolare, si registra un’elevata concentrazione di rifiuti lungo la costa, -dichiara il gruppo consiliare di opposizione- all’interno dell’Area Marina Protetta – Riserva Naturale Orientata Capo Gallo/Isola delle Femmine, in prossimità della Torre Saracena; inoltre una sorta di discarica di almeno 50 mq.
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http://isolapulita.blogspot.com/2010/06/isola-delle-femmine-munnezza-in-attesa.html

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ATO PA1 il rattoppo dell'emergenza rifiuti
I sindaci Proprietari nonché clienti dell’ATO PA1 hanno firmato l’ennesimo piano Che prevede per ogni Comune Proprietario e cliente il versamento di quote mensili più alte fino a ottobre, allo scopo di adeguare il servizio di raccolta dell’immondizia al notevole aumento della popolazione nel territorio che si verifica con l’arrivo dell’estate.
Il presidente dell’ATO PA1, che i Comuni Proprietari/Clienti hanno nominato, Giacomo Palazzolo ha intimato ai sindaci che è necessario versare le quote mensili puntualmente e avviare tempestivamente una massiccia campagna di raccolta differenziata porta a porta, per separare i rifiuti secchi da quelli umidi.
Alla prossima riunione dei Sindaci Proprietari/Clienti dell’ATO PA1 revocheranno dall’incarico il Consiglio D’amministrazione da loro eletto!
Cittadini è una bella presa per il CULO non trovate?

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