L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























mercoledì 16 giugno 2010

Ma l'alternativa a Marchionne c'è

Ultima ORA.........

*Cronache - Sicilia - Mafia, sequestrati beni di Provenzano e Lipari
I due avrebbero intestato i beni immobili, del valore di 650 mila euro, a un prestanome. Il terreno
*Cronache - Sicilia - Palermo, confisca da 11 milioni ai boss Galatolo
PALERMO. Beni per un valore complessivo di 11 milioni di euro sono stati confiscati a boss e fianche
*Palermo, arresti per droga
*Segnalato Cintola: sospeso dall'Udc
*Il deputato: è un complotto
*Lettera degli economisti


Ma l'alternativa a Marchionne c'è
Caricato da isolapulita. - Guarda gli ultimi video.

POMIGLIANO

No dei sindacati a Sacconi

“Troppo tardi per la mediazione”

http://www.apcom.net/bin/content_3/TopNews/imgs/C_3_TopNews_91419_foto.jpg

Le sigle firmatarie dell’accordo al ministro del Welfare: “Faccia una legge ‘ad Pandam’”. Appello del cardinal Bertone

di DIEGO LONGHIN


'No
Lo stabilimento di Pomigliano

TORINO - Le sigle che hanno firmato l’intesa separata su Pomigliano bocciano la timida apertura del ministro al Lavoro, Maurizio Sacconi, sulla convocazione di un tavolo a Palazzo Chigi tra sindacati e azienda. Fim, Uilm e Fismic rispediscono l’offerta al mittente, considerando un’eventuale mediazione dell’esecutivo, che tiri dentro anche Fiom e Cgil, “né opportuna, né gradita”.

Il più oltranzista è il segretario della Fismic, Roberto Di Maulo: “Non c’è bisogno di nessun tavolo del governo – dice – non capisco tra chi dovrebbe mediare e su cosa. C’è un’intesa firmata da quattro organizzazioni su cinque, un accordo che ha superato il voto dei lavoratori. L’unica cosa che si deve fare è andare avanti”. E poi ironizza sulla proposta di Sacconi: “Se il ministro vuole fare qualche cosa faccia una legge “ad Pandam” visto che questo tipo di provvedimenti sembrano andare di moda”. Secondo il leader della Fismic, la Cgil e la Fiom “non saranno mai d’accordo”, meglio andare avanti con il progetto e “la Fiat ha il dovere morale di procedere”.

Anche Rocco Palombella, segretario della Uilm, non vede di buon occhio l’offerta di Sacconi: “Penso che adesso il suo intervento non serva. Se il governo aveva intenzione di dare una mano lo avrebbe dovuto fare prima della firma”. Meno duro Giuseppe Farina, numero uno della Fim: “Quella di Sacconi è un’offerta di disponibilità, più che una scelta di intervento: il consenso attorno all’accordo e così ampio che non so se siano necessari altri passi, anche se bisogna tener conto del peso dei no”. E la Fiom? “Se stiamo alle dichiarazioni non ne troviamo di incoraggianti. Per noi è impossibile riaprire la trattativa”.

Il referendum fra i 5 mila operai del Giambattista Vico non ha avuto il risultato sperato dai firmatari, azienda compresa: un plebiscito per i sì. E si è arrivati in una fase di impasse con la Fiom che chiede di rivedere tutto. L’ad Marchionne, dopo il voto, è partito subito per Detroit e tornerà la prossima settimana. Cosa fare? Anche il Lingotto sembra non gradire l’offerta di Sacconi. Se convocazione ci deve essere questa deve arrivare dal presidente del Consiglio Berlusconi, che ha l’interim alle Attività Produttive. Un tavolo per discutere cosa? La Fiat sa che l’applicazione dell’intesa è tutta in salita, che la percentuale di no vicina ai 40 punti è molto alta, ma tenterà in tutti i modi di ripartire da lì. Non sembrano esserci spazi né per una ridiscussione del documento né per un recupero della Fiom.

L’incontro post-referendum sarà tra azienda e sigle che hanno firmato il patto. Faccia a faccia per esaminare come “blindare” l’intesa, mentre le mogli degli operai di Pomigliano, che se va bene devono fare i conti con due anni di cassa integrazione, sono pronte a scendere in strada per dire “no” alla chiusura. Un monito arriva anche dal segretario di Stato del Vaticano, Tarcisio Bertone: “Si prendano decisioni a favore delle persone, delle famiglie, del lavoro per uno sviluppo umano integrale”.

27 giugno 2010

fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/06/27/news/fiat_sindacati-5187765/?rss

giugno 24, 2010

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Referendum di Pomigliano (1673 no su 4642), lo scacco di Marchionne – L’impero immobiliare di Propaganda Fide – Ambigua bocciatura del Nucleare dalla Corte Costituzionale – Le firme false di Cota – Il consigliori – Quello che Marchionne promise agli operai polacchi – Attacco a Di Pietro – Il Giornale condannato per tre volte per diffamazione a Di Pietro – La Padania non esiste

OPERAI

Si sta
come d’autunno
sugli alberi
le foglie

Ogni uomo che piegherà la schiena di fronte a una iniquità costringerà un altro a piegare la schiena dopo di lui e ancora un altro e ancora un altro, come una lunga catena di maledizione.”

“La scala dalla libertà non è mai stata costruita sul collo di quelli che hanno piegato la testa”

Viviana Vivarelli
..
Avete capito perché vogliono togliere l’articolo 1 della Costituzione che dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro?
Vogliono che sia una dittatura fondata sui loro sporchi interessi.

A tutti quelli che votano Berlusconi, che votano Bossi, che sotengono organizzazioni criminali come la mafia o la P2 o che continuano a credere nella buona fede del Pd o di sindacati come la CISl e la UIL o che applaudono a Confindustria, Confesercenti, Confartigianato e a tutte le altre organizzazioni omertose che sostengono la manovra di Tremonti e il patto di Pomigliano, voglio urlare tutto il mio enorme, gigantesco, vomitevole SCHIFO!!!
Viviana
..
In una nazione in cui la corruzione la fa da padrona, si perdono i principi basilari della democrazia.
Vi sono diritti inalienabili per il vivere civile, e sono giustizia uguale per tutti, lavoro onesto e dignitoso per tutti, informazione, onestà mentale.
Con il passare del tempo, però, questi diritti “inalienabili” si sono persi per strada.
Alcuni ne attribuiscono la perdita al capitalismo, altri all’inefficienza di chi sta al governo e deve amministrare la cosa pubblica.
Una cosa è certa, bisogna correggere gli errori e ripristinare i diritti, obbligando “tutti” a rispettare i doveri.
Si è creato un mondo incivile in cui ad alcuni sono stati addebitati solo doveri e ad altri, i pochi, accreditati solo i diritti.
Naturalmente, questa è la base scatenante per un conflitto civile, la storia lo insegna.
Il problema di Pomigliano, quello del ricatto morale per cui chi ha contratto debiti contando su uno stipendio deve cedere ed accettare un contratto capestro, non fa altro che mettere in dubbio uno dei diritti che rendono l’uomo un essere degno di rispetto, rendendolo schiavo.
E’ questo che vogliamo?

Cettina
.
L’unico tiranno che accetto in questo mondo è la «silenziosa piccola voce dentro di me.”.
Mahatma Gandhi
Citato da Tatiana

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Lo scacco di Marchionne (1673 no su 4642)
Pietro Ancona

I no al decreto Marchionne sono stati numerosissimi, assai di più di quanto fosse lecito aspettarsi da un evento svoltosi in un clima di pesante intimidazione con il ricatto della chiusura dello stabilimento fonte del lavoro e della vita di cinquemila lavoratori e delle loro famiglie. Accanto alla Fiat si erano e sono tuttora schierati i massimi calibri del governo e della politica italiana da Bersani a D’Alema a Sacconi e la Confindustria non ha mancato di coprire tutta l’operazione non solo con intenso traccheggio con i partiti e i maggiorenti della Oligarchia ma anche con i ripetuti insulti della signora Marcegaglia ai lavoratori.
Qualcuno dei pennivendoli più servizievoli della Fiat si è spinto financo a tacciare gli operai come ladri. I no sono oltre un terzo dei votanti: 1673 su 4642. Voti pesanti che valgono moltissimo perchéscaturenti da un convincimento profondo che ha permesso di superare controcorrente una pressione enorme.
Merito della Fiom e dei Cobas che hanno dato una indicazione di difesa della salute, della dignità e della libertà dei lavoratori e della città di Pomigliano che non può e non deve diventare sede di uno stabilimento-penitenziario di sperimentazione di una spaventosa riforma della organizzazione del lavoro.
L’introduzione del sistema WMC succede all’uomo albero di Gianni Agnelli che 40 anni orsono fece la sua comparsa alla Fiat di Termini Imerese. Era un operaio che da una buca scavata sotto la catena di montaggio era costretto a tenere alzate le mani per stringere bulloni. Il sistema WMC voluto da Marchionne e dai sindacati collaborazionisti ridurrebbe i lavoratori a mero macchinario vivente e spingerebbe molti di loro al suicidio come è accaduto dovunque è stato sperimentato dalla Cina alla Francia.
La lunga lista di suicidi della Telecom francese si deve proprio ai principi di questo nuovo Verbo post taylorista. Il plebiscito reclamato da Marchionne è originato dalla preoccupazione di avere la piena malleabilità dell’intera manodopera. Si afferma che basterebbe un granello per inceppare il meccanismo produttivo. Il sistema richiede una manodopera che sia docile, ubbidiente, capace di produrre per tutti i secondi della sua giornata lavorativa che non deve essere disturbata dalla pausa pranzo.
8 ore consecutive di lavoro a digiuno per proseguire magari con altre 4 o 5 ore. Insomma la differenza tra un robot meccanico ed un operaio deve ridursi al minimo. A questo sarà anche difficile svuotarsi la vescica e non gli sarà permesso un solo istante di distrazione. Sarà controllato intensamente.
Il sistema WMC introdotto con il decreto Marchionne a Pomigliano diventerà la Grande Svolta reazionaria e fascista del sistema economico italiano. Il padronato si è attrezzato per vincere tutte le resistenze e sollecita alla politica una svolta anticostituzionale. L’attacco all’art.41 della Costituzione è in linea con il sibilo della frusta di Marchionne e della Marcegaglia. Con questa Costituzione il sistema WMC non può convivere.
Il lavoro deve perdere ogni contenuto di umanità, dignità, libertà e questo potrà farsi con la collaborazione di sindacati “venduti” ma abbisogna di un nuovo contesto legislativo e costituzionale. L’Italia dovrebbe diventare una vera e propria Caserma del lavoro militarizzato.
E’ il più grave attacco della lotta di classe del padronato contro i lavoratori che dovrebbero cedere la loro autonomia in cambio di una squallida ed infelice sopravvivenza fisica priva di diritti. Ma a Pomigliano questa linea ha incontrato una fortissima resistenza. Si tenterà di aggirarla spingendo la CGIL a firmare l’accordo, si tenterà di mettere in crisi la Fiom additata ieri da D’Alema come isolata e perdente. Bersani chiede il rispetto dell’ “accordo” facendo capire alla Fiat che il PD lavorerà per piegare le resistenze. A volte, chi troppo vuole o chi si sente talmente sicuro da fare lo spaccone, da svillaneggiare come ha fatto Marchionne in questi giorni, non ottiene i risultati che si prefigge.
Avrebbe fatto bene Marchionne ad accettare il furbo suggerimento di Epifani di rinunziare a scioperi e malattia per fare passare il grosso della sua riforma. Si è incaponito ed ha permesso ai lavoratori ed alla sx italiana di scoprire la natura orribile del suo progetto, di rifletterci sopra, di parlarne con la gente che ha capito e si è allarmata. Il terzo che ha votato contro convincerà i due terzi che hanno votato a favore appena il sistema sarà messo in funzione.
Basteranno pochi giorni per fare capire agli abitanti dello stabilimento intestato al grande filosofo napoletano che è preferibile uccidersi piuttosto che ridursi ad ingranaggi del profitto Fiat.
L’uomo di Vico capace di pensare l’infinito non ha nulla da spartire con il robot di Marchionne. Ed è anche difficile cancellare un paio di secoli di continua emancipazione degli esseri umani dalla barbarie della violenza dei potenti e degli sfruttatori.

medioevosociale-pietro.blogspot.com/ www.spazioamico.it

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Il testo dell’accordo è questo

www.repubblica.it/economia/2010/06/14/news/il_testo_dell_accordo_su_pomigliano-4840160/index.html?ref=search

Buona lettura!
Qualcuno si è chiesto come mai, visto che in Polonia hanno accettato di tutto e gli operai polacchi sono tanto meglio di quelli italiani, ora si intende chiudere i loro stabilimenti e togliere loro il lavoro per riportarlo in Italia?
Qualcuno si rende conto che l’Italia sta per diventare una immensa Rosarno?
Qualcuno riesce a fare un calcolo anche approssimato di quanto lo Stato italiano ha regalato alla FIAT prendendolo dai nostri soldi?
Solo nel decennio ’90 lo stato italiano ha dato al gruppo Fiat più di 10 miliardi di lire e ne ha ricavato più o meno 6500 di imposte. Nello stesso periodo, gli azionisti della Fiat hanno versato un po’ meno di 4200 miliardi nelle casse sociali sotto forma di aumento di capitale e ne hanno ritirati quasi 5700 sotto forma di dividendi”.

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Manuela Bellandi segnala
Fiat, lettera degli operai di Tychy a quelli di Pomigliano

La lettera di un gruppo di lavoratori della fabbrica di Tychy, in Polonia, ai colleghi di Pomigliano che stanno per votare se accettare o meno le condizioni della FIAT per riportare la produzione della Panda in Italia.
(Questa lettera è stata scritta il 13 giugno, alla vigilia del referendum a Pomigliano. La FIAT ha accettato di investire su questa fabbrica per la produzione della Panda che al momento viene prodotta a Tychy in
Polonia.

La FIAT gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli alti. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d’Europa e non sono ammesse rimostranze all’amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend)
A un certo punto verso la fine dell’anno scorso è iniziata a girare la voce che la FIAT aveva intenzione di spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che vuole. L’anno scorso per esempio ha pagato solo il 40% dei bonus, benché noi avessimo superato ogni record di produzione.
Loro pensano che la gente non lotterà per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il terzo “Giorno di Protesta” dei lavoratori di Tychy in programma per il 17 giugno non sarà educato come l’anno scorso.
Che cosa abbiamo ormai da perdere?
Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come facevano con le nostre.

In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostro lavoro a Tychy, ma per mostrare alla FIAT che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione.
E’ chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente.
Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l’azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso.
Lavoratori, è ora di cambiare”.

www.nuovasocieta.it/inchieste/6345-fiat-lettera-degli-operai-di-tychy-a-quelli-di-pomigliano.html

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La minestra rancida se la mangia il padrone
Roberto

Nonostante che il padrone avesse deciso che chiudendo Termini Imerese era possibile ricominciare a produrre la Fiat Panda in Italia.
Nonostante che i sindacati complici avessero deciso di firmare.
Nonostante l’appoggio dell’intero governo.
Nonostante che quasi tutti i giornali abbiano pubblicato fantasiose ricostruzioni sul tasso di assenteismo.
Nonostante tutti quelli che in perfetto stile da bar continuavano a ripetere che non era possibile tollerare assenze dell’80% al sabato sera. Nonostante che la Cgil nazionale e la Cgil campana avessero fatto capire più volte che la Fiom era irresponsabile.
Nonostante il maglioncino casual e gli studi da liberal del manager che ha studiato in Canada piacessero anche ai presunti leader o ex leader della sx. Nonostante che i giornali sedicenti di sinistra come la Repubblica continuassero a ripetere che non ci sono alternative. Perché il mercato, il capitalismo e la finanziarizzazione dell’economia sono immutabili, è un dato di natura, ovviamente.
Nonostante la sparizione di ogni forma di compromesso socialdemocratico. Nonostante che Fassino pur di far passare tutto abbia anche pensato di essere un operaio. Nonostante le dichiarazioni di Chiamparino, Ichino, Letta di dx e Letta di sxa.
Nonostante che i sindacalisti della Fismic abbiano parlato di alleanza nichilista tra ideologi e fancazzisti.
Nonostante le intempestive dichiarazioni del Ministro Sacconi che si affrettava a dichiarare che da oggi l’Italia era cambiata.
Nonostante i DVD della Fiat che spiegavano che altrimenti la fabbrica chiudeva. Nonostante avessero richiamato a votare anche i cassintegrati.
Nonostante abbiano tentato di fare una marcia bis dei quarantamila, ma fossero solo 2000 tra giornalisti, sindaci, presidenti della regione e giornalisti.
Ecco, nonostante questo più del 30 % degli operai di Pomigliano li ha mandati a quel paese. Gli hanno detto che se la minestra diventa sempre più rancida è giusto che se le mangi anche il padrone, il sindacalista che dice sempre di sì, il politico del governo, l’editorialista della Repubblica, della Stampa del padrone. Tutta questa gente che ragionevolmente ha capito tutto dell’economia e del lavoro e distribuisce patenti di fannullone, assenteista, ideologo a gente che passa otto ore su una catena di montaggio. Hanno fatto quello che gli avevano gentilmente suggerito gli impiegati di Tichy che si sono stufati di subire tutto anche loro. Che il vento stia cambiando?

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Ma l'alternativa a Marchionne c'è

Tra qualche giorno i lavoratori dello stabilimento FIAT di Pomigliano saranno chiamati a votare se approvare o no un accordo con la FIAT firmato da FIM, UILM e FISMIC ma non dalla FIOM CGIL, la quale accusa l'Azienda di voler imporre "...con il ricatto della chiusura non ... un accordo sindacale ma la cancellazione del Contratto nazionale e delle Leggi dello Stato."

Forse i lavoratori decideranno di non barattare i propri diritti per mantenere il posto di lavoro, più probabilmente subiranno e diranno si perché sanno che fuori rischiano di finire tra le braccia della camorra per continuare a campare.

Guido Viale in questo bell'articolo ci ricorda che può esistere un'alternativa al piano di Marchionne e della FIAT, alla continua ed inarrestabile perdita di diritti, di potere economico, di garanzie sociali, di qualità della vita imposta ai lavoratori e ai cittadini di questo paese, in questi ultimi 20 anni, da tutti i governi di destra e di sinistra.

Leggetelo, fatelo circolare, discutetelo per scoprire quanto strettamente il dramma che stanno vivendo oggi quei lavoratori si intrecci con li problemi, che nella nostra città, nei nostri quartieri siamo chiamati ad affrontare.

Un legame profondo unisce il presente ed il futuro degli operai di Pomigliano alle le vertenze che conduciamo per il diritto all'abitare, ad una mobilità sostenibile, alle garanzie sociali (sanità, scuola, ) per difendere i beni comuni, per preservare l'ambiente dall'inquinamento e dal cemento, per una diversa gestione dei rifiuti, per le energie rinnovabili.

Autore: Guido Viale, Il manifesto, 16 giugno 2010


Curiosa, ma mica tanto a ben vedere, convergenza fra il rifiuto dell’autoritarismo di mercato e una nuova possibile era per ambiente e territorio.
Non c'è alternativa. Questa sentenza apodittica di Margaret Thatcher per la quale è stato creato anche un acronimo (Tina: there is no alternative) è la silloge del cosiddetto «pensiero unico» che nel corso dell'ultimo trentennio ha accompagnato le dottrine più o meno «scientifiche» da cui sono state orientate, o con cui sono state giustificate, le scelte di volta in volta dettate dai detentori del potere economico: prima liberismo (a parole, con grande dispendio di diagrammi e formule matematiche, ma senza mai rinunciare agli aiuti di stato e alle pratiche monopolistiche); poi dirigismo e capitalismo di stato (per salvare banche, assicurazione e giganti dell'industria dai piedi d'argilla dal precipizio della crisi); per passare ora a un vero e proprio saccheggio, usando come fossero bancomat salari, pensioni, servizi sociali e «beni comuni», per saldare i debiti degli Stati messi in crisi dalle banche appena salvate. Così la ricetta che non contempla alternative oggi è libertà dell'impresa; che va messa al di sopra di sicurezza, libertà e dignità, ovviamente dei lavoratori, inopportunamente tutelate Articolo 41 Costituzione italiana.
A enunciarlo in forma programmatica è stato Berlusconi, subito ripreso dal ministro Tremonti e, a seguire, dall'autorità sulla concorrenza, che non ha mai mosso dito contro un monopolio. A tradurre in pratica quella ricetta attraverso un aut aut senza condizioni, subito salutato dagli applausi degli imprenditori giovani e meno giovani di Santa Margherita Ligure, è stato l'amministratore delegato della Fiat, il Valletta redivivo del nuovo secolo. Eccola. Limitazione drastica (e anticostituzionale, ma per questi signori la Costituzione va azzerata; e in fretta!) del diritto di sciopero e di quello di ammalarsi.
Una organizzazione del lavoro che sostituisce l'esattezza cronometrica del computer alla scienza approssimativa dei cronometristi (quelli che un tempo alla Fiat si chiamavano i «vaselina», perché si nascondevano dietro le colonne per spiare gli operai e tagliargli subito i tempi se solo acceleravano un poco per ricavarsi una piccola pausa per respirare). Una turnazione che azzera la vita familiare, subito sottoscritta da quei sindacalisti e ministri che due anni fa erano scesi in piazza per «difendere la famiglia»: la loro, o le loro, ovviamente. È un ricatto; ma non c'è alternativa. Gli operai non lo possono rifiutare e non lo rifiuteranno, anche se la Fiom, giustamente, non lo sottoscrive. L'alternativa è il licenziamento dei cinquemila dell'Alfasud - il «piano B» di Marchionne - e di altri diecimila lavoratori dell'indotto, in un territorio in cui l'unica vera alternativa al lavoro che non c'è è l'affiliazione alla camorra.
Per anni, a ripeterci «non c'è alternativa» sono stati banchieri centrali, politici di destra e sinistra, sindacalisti paragovernativi, professori universitari e soprattutto bancarottieri. Adesso, forse per la prima volta, a confermarlo con un referendum, sono chiamati i lavoratori stessi che di questo sopruso sono le vittime designate. Ecco la democrazia del pensiero unico: votate pure, tanto non c'è niente da scegliere.
Effettivamente, al piano Marchionne non c'è alternativa. Nessuno ci ha pensato; neanche quando il piano non era ancora stato reso pubblico. Nessuno ha lavorato per prepararla, anche quando la crisi dell'auto l'aveva ormai resa impellente. Nessuno ha mai pensato che sarebbe stato necessario averne una, anche se era chiaro da anni che prima o poi - più prima che poi - la campana sarebbe suonata: non solo per Termini Imerese, ma anche per Pomigliano.
Ma a che cosa non c'è alternativa? Al «piano A» di Marchionne. Un piano a cui solo se si è in malafede o dementi si può dar credito. Prevede che nel giro di quattro anni Fiat e Chrysler producano - e vendano - sei milioni di auto all'anno: 2,2 Chrysler, 3,8 Fiat, Alfa e Lancia: un raddoppio della produzione. In Italia, 1,4 milioni: più del doppio di oggi. La metà da esportare in Europa: in un mercato che già prima della crisi aveva un eccesso di capacità del 30-35 per cento; che dopo la sbornia degli incentivi alla rottamazione, è già crollato del 15 per cento (ma quello della Fiat del 30); e che si avvia verso un periodo di lunga e intensa deflazione.
Quello che Marchionne esige dagli operai, con il loro consenso, lo vuole subito. Ma quello che promette, al governo, ai sindacati, all'«opinione pubblica» e al paese, è invece subordinato alla «ripresa» del mercato, cioè alla condizione che in Europa tornino a vendersi sedici milioni di auto all'anno. Come dire: «il piano A» non si farà mai.
Non è una novità. Negli ultimi dieci anni, per non risalire più indietro nel tempo, di piani industriali la Fiat ne ha già sfornati sette; ogni volta indicando il numero di modelli, di veicoli, l'entità degli investimenti e la riduzione di manodopera previsti. Tranne l'ultimo punto, che era la vera posta in palio, degli obiettivi indicati non ne ha realizzato, ma neanche perseguito, nemmeno uno. Ma è un andazzo generale: se i programmi di rilancio enunciati da tutte le case automobilistiche europee andassero in porto (non è solo la Fiat a voler crescere come un ranocchio per non scomparire) nel giro di un quinquennio si dovrebbero produrre e vendere in Europa 30 milioni di auto all'anno: il doppio delle vendite pre-crisi. Un'autentica follia.
Dunque il «piano A» non è un piano e non si farà. L'alternativa in realtà c'è, ed è il «piano B». Se a chiudere non sarà Pomigliano, perché Marchionne riuscirà a farsi finanziare da banche e governo (che agli «errori» delle banche può sempre porre rimedio: con il denaro dei contribuenti) i 700 milioni di investimenti ipotizzati e a far funzionare l'impianto - cosa tutt'altro che scontata - a cadere sarà qualche altro stabilimento italiano: Cassino o Mirafiori. O, più probabilmente, tutti e tre. La spiegazione è già pronta: il mercato europeo non «tirerà» come si era previsto
Hai voglia! Il mercato europeo dell'auto è in irreversibile contrazione; l'auto è un prodotto obsoleto che nei paesi ad alta intensità automobilistica non può che perdere colpi: «tirano», per ora, solo i paesi emergenti - fino a che il disastro ambientale, peraltro imminente, non li farà recedere anch'essi - ma le vetture che si vendono là non sono certo quelle che si producono qui: né in Italia né in Polonia.
Anche se la cosa non inciderà sulle scelte dei prossimi mesi, è ora di dimostrare che non è vero che non c'è alternativa. L'alternativa è la conversione ambientale del sistema produttivo - e dei nostri consumi - a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti o nocivi, tra i quali l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti. I settori in cui progettare, creare opportunità e investire non mancano: dalle fonti di energia rinnovabili all'efficienza energetica, dalla mobilità sostenibile all'agricoltura a chimica e chilometri zero, dal riassetto del territorio all'edilizia ecologica. Tutti settori che hanno un futuro certo, perché il petrolio costerà sempre più caro - e persino le emissioni a un certo punto verranno tassate - mentre le fonti rinnovabili costeranno sempre meno e l'inevitabile perdita di potenza di questa transizione dovrà essere compensata dall'efficienza nell'uso dell'energia. L'industria meccanica - come quella degli armamenti - può essere facilmente convertita alla produzione di pale e turbine eoliche e marine, di pannelli solari, di impianti di cogenerazione. Poi ci sono autobus, treni, tram e veicoli condivisi con cui sostituire le troppe auto, assetti idrogeologici da salvare invece di costruire nuove strade, case e città da riedificare - densificando l'abitato - dalle fondamenta.
Ma chi finanzierà tutto ciò? Se solo alle fonti rinnovabili fosse stato destinato il miliardo di euro che il governo italiano (peraltro uno dei più parsimoniosi in proposito) ha gettato nel pozzo senza fondo delle rottamazioni, ci saremmo probabilmente risparmiati i due o tre miliardi di penali che l'Italia dovrà pagare per aver mancato gli obiettivi di Kyoto. Ma anche senza incentivi, le fonti rinnovabili si sosterranno presto da sole e i flussi finanziari oggi instradati a cementare il suolo, a rendere irrespirabile l'aria delle città, impraticabili le strade e le piazze, a riempirci di veleni per rendere sempre più sterili i suoli agricoli, a sostenere un'industria delle costruzioni che vive di olimpiadi, expo, G8, ponti fasulli e montagne sventrate potranno utilmente essere indirizzati in altre direzioni. È ora di metterci tutti a fare i conti!
Ma chi potrà fare tutte queste cose? Non certo il governo. Né questo né - eventualmente - uno di quelli che abbiamo conosciuto in passato; e meno che mai la casta politica di qualsiasi parte. Continuano a riempirsi la bocca con la parola crescita e stanno riportandoci all'età della pietra.
La conversione ecologica si costruisce dal basso «sul territorio»: fabbrica per fabbrica, campo per campo, quartiere per quartiere, città per città. Chi ha detto che la programmazione debba essere appannaggio di un organismo statuale centralizzato e non il prodotto di mille iniziative dal basso? Chiamando per cominciare a confrontarsi in un rinnovato «spazio pubblico», senza settarismi e preclusioni, tutti coloro che nell'attuale situazione non hanno avvenire: gli operai delle fabbriche in crisi, i giovani senza lavoro, i comitati di cittadini in lotta contro gli scempi ambientali, le organizzazioni di chi sta già provando a imboccare strade alternative: dai gruppi di acquisto ai distretti di economia solidali. E poi brandelli di amministrazioni locali, di organizzazioni sindacali, di associazioni professionali e culturali, di imprenditoria ormai ridotta alla canna del gas (non ci sono solo i «giovani imprenditori» di Santa Margherita); e nuove leve disposte a intraprendere, e a confrontarsi con il mercato, in una prospettiva sociale e non solo di rapina.
Il tessuto sociale di oggi non è fatto di plebi ignoranti, ma è saturo di intelligenza, di competenze, di interessi, di saperi formali e informali, di inventiva che l'attuale sistema economico non sa e non vuole mettere a frutto.
Certo, all'inizio si può solo discutere e cominciare a progettare. Gli strumenti operativi, i capitali, l'organizzazione sono in mano di altri. Ma se non si comincia a dire, e a saper dire, che cosa si vuole, e in che modo e con chi si intende procedere, chi promuoverà mai le riconversioni produttive?




Severamente vietato parlare di “classi”

di Diego Novelli

Non stiamo a menarcela tanto per il sottile: l’operazione Pomigliano, sin dall’inizio, aveva due obiettivi ben precisi. Mettere il grimaldello nella fessura dello stabilimento per scardinare tutta la normativa in vigore nel gruppo Fiat.

Il disegno, del signore che non usa la giacca, non è più un mistero. E non si tratta di una illazione. Il riscontro viene direttamente dalla cronaca sindacale de “La Stampa”, la quale ha riferito di un’accesa assemblea svoltasi a Mirafiori “al Montaggio e alle Lastroferrature”.

Gli operai hanno fiutato l’aria che tira e hanno affollato i due appuntamenti «in modo così numerosi come non si vedeva da tempo», scrive la cronista.

Il ricatto (o mangi questa minestra o salti dalla finestra) dell’omino in maglioncino scuro, messo in atto a Pomigliano era più che evidente. È la prima mossa di un progetto. Lo ha detto il giornale del padrone (si può ancora usare questa parola?): «Mentre i sindacati sono divisi incombe il rischio dei 18 turni, anche a Mirafiori». Vale a dire lavorare su tre turni di otto ore per sei giorni alla settimana, ritornando indietro nel tempo con il lavoro notturno, rinunciare alla mezza giornata di riposo al sabato, ridurre il tempo per la pausa pranzo, aumentare la velocità durante la produzione per meglio sfruttare gli impianti.

La chiamano flessibilità: sarebbe più onesto – come è stato detto in un’assemblea – definirla fessibilità per i lavoratori.

Ma tutto quanto detto dalla controparte è una conseguenza della globalizzazione, della mondializzazione, della concorrenza, della necessità di stare sul mercato.

L’uomo che dovrebbe essere posto al centro della ragion d’essere, cioè essere considerato dai signori della fabbrica il punto da cui partire per organizzare il lavoro e la produzione, diventa invece una piccola rotellina dell’ingranaggio che stritola tutti, che non conosce ragioni, poiché deve rispondere ai veri problemi: i bollettini della Borsa, della finanza, che ci ha trascinati nella «ristretta oligarchia finanziaria che impone – ha scritto Alfredo Reichlin su Il Fatto Quotidiano – la dittatura della spietatezza».

Un tempo che fu però i dirigenti del Pci (come lo è stato Reichlin) d’intesa con i sindacati non si limitavano a formulare suggestive analisi, ma sapevano indicare risposte, mobilitando non solo i diretti interessati che vivono ore di terrore difronte al diktat lanciato dal massimo dirigente Fiat, nei confronti del quale ancora poche settimane fa si genuflettevano sindacalisti, uomini politici e rappresentanti delle istituzioni.

Mi domando perché di fronte ad una minaccia ricattatoria come quella di Pomigliano non è stato investito nel modo più forte il Parlamento, accontentandosi invece con la solita interrogazione “salva anima” del bravo Bocuzzi.

Perché di fronte ai provvedimenti, che non riguardano solo i turni di lavoro, ma intaccano conquiste strappate dopo anni di lotte e di sacrifici, non si mobilita tutto il mondo del lavoro, tutte le altre categorie, poiché l’offensiva sferrata da Marchionne è destinata ad allargarsi con l’ausilio dei vari Brunetta e Sacconi.

Mettere in discussione i contratti nazionali significa avere mano libera in migliaia di piccole e medie fabbriche, abbandonando a se stessi quei lavoratori.

Solo un vecchio apostata come Bonanni, ora segretario generale della Csil, può sfrontatamente e con arroganza lanciarsi in una dura polemica con la Fiom che cerca con difficoltà di parlare alle coscienze e alle menti dei lavoratori consapevole però che esiste anche una pancia da riempire.
L’ex comunista Bonanni come tutti gli spretati ha sempre una parola di troppo, e troppo spesso ne dimentica qualcuna: lotta di classe.

Sì, signori miei, Pomigliano di tutte le implicazioni che comporta e che vanno ben aldilà del gruppo Fiat rappresenta il tipico scontro tra due classi: quella dei padroni e quella dei lavoratori.

Se nel finire dell’Ottocento, quando mia nonna a nove anni andava alla “filanda” per lavorare nove ore al giorno, fossero prevalsi i Bonanni dell’epoca saremmo ancora in quelle condizioni.

La gradualità, la mediazione, la moderazione sono strumenti utili, necessari: soltanto degli sprovveduti nel 1980, dopo i 35 giorni di sciopero e la marcia dei quaranta mila, gridavano “La lotta è dura e non ci fa paura”.

Ed infine vogliamo ricordare che ci troviamo di fronte ad una crisi mondiale che vede i padroni organizzarsi, traslocando le loro fabbriche dove il costo del lavoro è minore, le misure di sicurezza sono carenti, gli operai sono più deboli. Mi domando le ragioni della pressoché totale mancanza di iniziative sindacali a livello internazionale. Esistono ancora queste sezioni di lavoro nei sindacati?

A memoria incontri, manifestazioni di questa natura ne ricordo pochine, tanto che si possono contare sulle dita di una mano di un mutilato.
Il tutto accade mentre uno dopo l’altro i Paesi europei Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Ungheria, vedono crescere la forza dei partiti di destra, reazionari, xenofobi, razzisti, che indicano quale male da combattere i lavoratori stranieri.

Perché la classe degli sfruttati non si fa sentire?
Perché il sindacato non promuove una grande manifestazione internazionale contro quello che oggi sta succedendo?

Sveglia compagni: l’idea di un mondo migliore, se Dio vuole, non è caduta con il muro di Berlino, tanto meno sono scomparse le classi con gli sfruttati e gli sfruttatori.




LOTTE, PROTESTE MA SOPRATUTTO PROPOSTE.. PER CAMBIARE NOI STESSI E, DI CONSEGUENZA, IL MONDO

POMIGLIANO, MIRAFIORI, INDESIT, ISPRA, NEXANS, ALITALIA, VIGILI DEL FUOCO… ED E’ SOLO L’INIZIO!
Pomigliano, Mirafiori, Indesit, Ispra, Nexans, Alitalia, Vigili del Fuoco… ed è solo l’inizio!

Solo oggi, manifestazioni e blocchi, cortei e presidi, per chiedere diritti, dignità, lavoro e fine delle delocalizzazioni.


FIOM, CORTEO DI LAVORATORI IN SCIOPERO ATTORNO A MIRAFIORI = Roma, 18 giu. – (Adnkronos) – «I lavoratori delle Carrozzerie della Fiat di Mirafiori, che stamani a Torino hanno attuato uno sciopero di 2 ore, dopo essere usciti dalla Porta 2 dello stabilimento, in corso Settembrini, si sono recati in corteo fino al viale Unione Sovietica dove hanno raggiunto la Porta 5, quella antistante la palazzina degli uffici». È quanto si legge in una nota della Fiom. Secondo quanto dichiarato dal Segretario generale della Fiom di Torino, Federico Bellono, il corteo era composto da «oltre un migliaio di lavoratori che sono scesi in lotta considerando che la vicenda dell’accordo separato relativo allo stabilimento di Pomigliano li riguarda direttamente in quanto lavoratori e in quanto dipendenti del gruppo Fiat».


CRISI ECONOMICA: LAVORATORI DAVANTI A PALAZZO CHIGI, PROTESTA CON VUVUZELAS = Roma, 18 giu. (Adnkronos) – Rumorosa protesta davati a Palazzo Chigi dei lavoratori di diverse aziende in difficoltà. Tenuti a distanza dalla sede del governo, sul marciapiede della Galleria Alberto Sordi, gli operai di Ispra, Nexans e Alitalia, insieme ai rappresentanti di altre aziende e categorie come i medici si fanno sentire con le vuvuzelas, le caratteristiche trombette portate alla ribalta dal mondiale di calcio sudafricano. A pochi metri di distanza, invece, davanti a Montecitorio, i Vigili del Fuoco si limitano ai più tradizionali fischietti per far sentire forte la loro insoddisfazione

INDESIT: LAVORATORI BLOCCANO TRAFFICO NEL BERGAMASCO (ANSA) – BERGAMO, 18 GIU – I lavoratori dello stabilimento Indesit di Brembate Sopra (Bergamo), in lotta per il posto di lavoro, hanno bloccato dalla mattinata il traffico lungo una strada statale tra Bergamo e Lecco. Ieri si era svolto il primo incontro coi sindacati, ai quali l’azienda ha confermato la volontà di chiudere la fabbrica, dove lavorano 430 dipendenti. Questa mattina oltre un centinaio di persone hanno lasciato il presidio permanente davanti ai cancelli dello stabilimento, e hanno organizzato una manifestazione di protesta a Ponte San Pietro (Bergamo). I lavoratori si sono fermati al rondò nei pressi di Villa Mapelli, bloccando di fatto il traffico lungo la ex statale Briantea che conduce a Lecco. Sul posto ci sono anche polizia e carabinieri, ma al momento non si segnalano momenti di tensioni. (ANSA)

fonte: http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&id=6686&view=article


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*PRG Isola Norme di Attuazione D.A. 83/1977
*SEQUESTRO BENI di cui sono titolari parenti di un dipendente dell'Ufficio Tecnico Comunale

*Sorelle Pomiero snc di Pomiero Maria Grazia



Denunciato il Sindaco per deturpamento delle bellezze naturali

Un esposto denuncia per deturpamento delle bellezze naturali di Isola delle Femmine, sarà presentato ai Carabinieri della locale stazione dal gruppo consiliare di opposizione “Rinascita Isolana”. A comunicarlo con una nota è lo stesso movimento politico, che addita la gestione del servizio di raccolta rifiuti in paese, amministrata anche ad Isola delle Femmine dall’Ato Palermo 1. Da tempo la cittadina marinara –scrive Rinascita Isolana- è invasa da tonnellate di rifiuti, che insistono – in cumuli di notevoli dimensioni – in diverse aree dell’abitato, nella zona costiera e lungo la Strada Statale 113 - in prossimità dello svincolo autostradale dell’A 29 – determinando –sottolinea- un indubbio e avvilente scempio visivo e producendo esalazioni maleodoranti. Ciò non solo rappresenta un serio pericolo per la salute dei cittadini e per la circolazione stradale, -si legge ancora nella nota del movimento politico- ma costituisce anche un sicuro vulnus alle bellezze naturali isolane e al connesso diritto di abitanti e visitatori di goderne. In particolare, si registra un’elevata concentrazione di rifiuti lungo la costa, -dichiara il gruppo consiliare di opposizione- all’interno dell’Area Marina Protetta – Riserva Naturale Orientata Capo Gallo/Isola delle Femmine, in prossimità della Torre Saracena; inoltre una sorta di discarica di almeno 50 mq.
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AMBIENTE, CUTINO, DANNO ERARIALE, DEBITO VERSO ATO PA1, DIONISI, DISCARICHE, giucastro, ISOLA DELLE FEMMINE, ISOLE ECOLOGICHE, PALAZZOLO, PALazzotto, PORTOBELLO, RACCOLTA DIFFERENZIATA, RISO, SALUTE,Munnezza



ATO PA1 il rattoppo dell'emergenza rifiuti


I sindaci Proprietari nonché clienti dell’ATO PA1 hanno firmato l’ennesimo piano Che prevede per ogni Comune Proprietario e cliente il versamento di quote mensili più alte fino a ottobre, allo scopo di adeguare il servizio di raccolta dell’immondizia al notevole aumento della popolazione nel territorio che si verifica con l’arrivo dell’estate.
Il presidente dell’ATO PA1, che i Comuni Proprietari/Clienti hanno nominato, Giacomo Palazzolo ha intimato ai sindaci che è necessario versare le quote mensili puntualmente e avviare tempestivamente una massiccia campagna di raccolta differenziata porta a porta, per separare i rifiuti secchi da quelli umidi.
Alla prossima riunione dei Sindaci Proprietari/Clienti dell’ATO PA1 revocheranno dall’incarico il Consiglio D’amministrazione da loro eletto!
Cittadini è una bella presa per il CULO non trovate?
Non trova Caro "Sindaco" Professore Gaspare Portobello ?
La situazione dal punto di vista igienico ambientale diventa ogni giorno più pericolosa per la salute dei Cittadini e le ripercussioni economiche che potrebbero derivarne per la stagione estiva. Siamo all’emergenza come dice l’avvocato Palazzolo. Esperienza ormai accertata giuridicamente sappiamo che le situazioni di emergenza richiamano contratti di sub-appalto, smuove money. Emergenza è come dire una pioggia di pubblico denaro. Quando le nostre strade si riempiono di munnezza c’è l’appalto che è in grado di sostituire le manifeste carenze della Pubblica Amministrazione. Si ha come l’impressione di un film già visto su cui le massime Autorità Regionali stanno in queste settimane denunciando dinnanzi alla magistratura. (vedi dichiarazioni Presidente Lombardo e Assessore Russo). Caro “Sindaco” Portobello tutto ciò non crea il Lei una qualche apprensione?
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