L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























mercoledì 16 giugno 2010

Questo è il bavaglio: Vi piace?

Questo è il bavaglio: vi piace?





Ddl intercettazioni: 600 emendamenti

Il governo chiede 48 ore, slitta il voto

Pd: voteremo emendamenti finiani. Udc: meglio rimandare tutto a settembre per avere una buona legge. Idv: ritirare il ddl






ROMA (14 luglio) – Il Governo chiede tempo prima di iniziare le votazioni sugli emendamenti al disegno di legge sulle intercettazioni. Il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, ha chiesto e ottenuto in ufficio di presidenza della commissione Giustizia della Camera 48 ore per approfondire le proposte di modifica al testo (oltre 600) depositate da maggioranza e opposizione, oltre che dalla relatrice e presidente della Commissione, Giulia Bongiorno.

«Abbiamo chiesto più tempo - spiega – perché vogliamo leggerci con calma tutti gli emendamenti per capire che tipo di parere dobbiamo dare. Altrimenti, cosa avrei dovuto fare, dare un parere contrario a tutto? Con il Guardasigilli, invece, avremo così il tempo per guardare con attenzione le varie proposte di modifica». Gli emendamenti presentati in queste ultime ore dal capogruppo del Pdl in commissione Enrico Costa e dal presidente della commissione e relatrice del ddl, Giulia Bongiorno, «sono tali – sottolinea Caliendo – da dare al provvedimento una nuova struttura. Vogliamo studiare se sia possibile arrivare anche ad una sorta di integrazione tra i vari emendamenti presentati». Il momento del voto si sposta a martedì 20 luglio.

Le reazioni dell’opposizione. Il Pd apprezza. L’Udc chiede perché, a questo punto, non rinviare tutto a settembre, evitando così di strozzare il dibattito in commissione. La Lega non commenta. Il leader Idv, Antonio Di Pietro, taglia corto: per lui sarebbe meglio comunque ritirarlo.

Pd: voteremo emendamenti finiani. «Per il Pd è doveroso votare gli emendamenti migliorativi al ddl intercettazioni presentati da Giulia Bongiorno e dai finiani – ha detto il capogruppo dei Democratici alla Camera, Dario Franceschini – Fa parte della tecnica parlamentare e anche del buon senso. Quella sulle intercettazioni è una legge sbagliata nel suo impianto, perché con l’alibi della privacy limita la libertà di stampa e addirittura elimina lo strumento delle intercettazioni per contrastare i reati. Ma se c’è un emendamento che diminuisce il danno, è un dovere sostenerlo: primo perché creiamo problemi politici alla maggioranza, e secondo perché la legge sarebbe meno dannosa».

Udc: meglio slittare a settembre. «Visto il ritardo che c’è stato per la presentazione degli emendamenti e visto il rinvio chiesto oggi dal governo, forse sarebbe meglio a questo punto andare direttamente a settembre – dice il deputato dell’Udc Roberto Rao – Il rischio infatti è che il dibattito su un tema così delicato come quello delle intercettazioni risulterebbe troppo strozzato e limitato. Cosa che sarebbe meglio evitare. Per evitare che l’esame del testo in commissione duri meno di una settimana e che sia limitatissimo anche in Aula, forse sarebbe meglio, a questo punto, prendersi tutto il tempo necessario per arrivare ad una buona legge. Ricominciando a parlarne a settembre».

Idv: meglio ritirare il ddl. «Per noi basta un secondo, ritirando il disegno di legge che è inemendabile – dice Antonio Di Pietro, leader Idv – Tutti gli emendamenti presentati servono solo a coprire lo sporco di questo disegno di legge criminogeno, che deve semplicemente essere eliminato. Tra i parlamentari della maggioranza, e penso soprattutto a Fini, è arrivato il momento di decidere: alcuni vogliono svendere la propria dignità per alcuni pidduisti; altri non hanno i coraggio di alzare la testa e voteranno il ddl così com’è. Io spero che il Parlamento tutto sappia ritrovare la propria dignità».

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=110597&sez=HOME_INITALIA









Berlusconi sulla libertà di stampa: «Non è un diritto assoluto»

E sulla manovra: «Con i conti a posto, solida ripresa»

Libertà di stampa, il premier:

«Non è un diritto assoluto»

«Togliere il bavaglio alla verità, imposto dalla stampa di sinistra». Di Pietro: «Il suo è un disegno eversivo»

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ROMA - Silvio Berlusconi all’attacco su tutela della privacy e libertà di stampa, all’indomani della giornata del silenzio contro il ddl intercettazioni. In un messaggio audio ai Promotori della Libertà, il premier spiega in sostanza che la libertà di stampa «non è un diritto assoluto» e affida un «compito non facile ma importante» ai suoi interlocutori: «Dovete togliere il bavaglio alla verità – è l’appello contenuto nel messaggio audio -, quel bavaglio imposto dalla stampa schierata con la sinistra, pregiudizialmente ostile al governo, che calpesta in modo sistematico il sacrosanto diritto dei cittadini alla privacy come l’uso sereno dei telefoni. Loro invocano la libertà di stampa come se si trattasse di un diritto assoluto che prescinde dai diritti degli altri. In democrazia non esistono diritti assoluti, perché ognuno incontra un limite negli altri diritti. Questo è un principio delle democrazie liberali».

«CONTI IN REGOLA PREMESSA PER RIPRESA» - Nel messaggio il Cavaliere parla poi della manovra economica, spiegando che il governo ha fatto cose positive «per far uscire l’Italia fuori dalla crisi, senza lasciare indietro nessuno, con i conti a posto, fondamento di una ripresa vera solida e duratura, la ripresa economica è una realtà confermata da tutti i dati statistici. Le cose stanno cominciando a funzionare, i risultati sono indiscutibili e dicono che abbiamo governato bene e abbiamo mantenuto tutte le promesse». E all’indomani del duro confronto con le Regioni, premier chiarisce anche che la manovra economica «è necessaria», coniuga «il rigore dei conti alla crescita» e soprattutto «è in linea con quanto chiesto dell’Ue in merito alla riduzione della spesa pubblica che ormai da anni supera il nostro prodotto interno nazionale».

«ORA FIDUCIA E OTTIMISMO»Nel suo messaggio, il Cavaliere invita infine i promotori della Libertà a diffondere «nei gazebo un messaggio di fiducia e ottimismo». I dati economici, secondo Berlusconi, indicano che «le cose stanno cominciando a funzionare». A tal proposito il premier cita «l’aumento della produzione industriale, la crescita delle esportazioni e l’aumento del pil dello 0,5% che è il più elevato rispetto agli altri paesi europei».

«DISEGNO EVERSIVO»La reazione al messaggio del capo del Pdl non si è fatta attendere. «Da Berlusconi il solito ritornello – commenta il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro -. Attacca la libera stampa, colpevole soltanto di rendere pubblici gli affari della sua cricca. Il suo disegno è chiaro a tutti: abolire l’articolo 21 della Carta, sottomettere l’informazione, come sta facendo con il servizio pubblico radiotelevisivo, e come era riportato nel piano della P2. Ormai è evidente, e le cronache di questi giorni lo confermano: Berlusconi è al governo per portare avanti un piano eversivo che sostituisca l’attuale assetto socio- politico – istituzionale. Il disegno di legge sulle intercettazioni e i numerosi provvedimenti ad personam sono tutti tasselli di questo puzzle che il dittatorello di Arcore sta tentando di completare».

Redazione online

10 luglio 2010

fonte: http://www.corriere.it/economia/10_luglio_10/berlusconi-conti-in-regola_ef404c96-8c0c-11df-9aa1-00144f02aabe.shtml










Berlusconi Siamo tutti spiati
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Il testo della legge articolo per articolo, spiegato e commentato da un giurista. Per capire cosa ci aspetta



di Guido Scorza*



Il cosiddetto disegno di legge sulla intercettazioni o, meglio, anti-intercettazioni posto che l’obiettivo dichiarato è quello di circoscrivere quanto più possibile l’utilizzo di tale strumento investigativo e la pubblicazione dei contenuti acquisiti attraverso le intercettazioni consiste, in buona sostanza, in una serie di modifiche agli attuali codici penale e di procedura penale, cui vanno ad aggiungersi talune nuove previsioni che hanno lo scopo di sanzionare i comportamenti contrari al nuovo regime di utilizzabilità e di pubblicità delle intercettazioni medesime da parte dei capi dei uffici giudiziari, dei magistrati, dei giornalisti e degli editori.

A prescindere da qualsivoglia considerazione circa l’opportunità e necessità degli interventi normativi di recente approvati dal Senato, appare importante sottolineare che l’analisi complessiva delle disposizioni contenute nel disegno di legge non consente di condividere l’idea secondo la quale lo scopo perseguito attraverso lo stesso sarebbe effettivamente rappresentato dall’esigenza di garantire maggiore privacy ai cittadini.

Si tratta, d’altro canto, di un obiettivo assai poco credibile in un Paese nel quale si deve lasciare la carta d’identità e la traccia di tutti i propri percorsi di navigazione online ogni volta che si accede ad internet attraverso una postazione wifi pubblica, in un Paese nel quale, ormai, le città pullulano di dispositivi di videosorveglianza che le rendono realtà di orwelliana memoria e in un Paese nel quale il Ministro dell’interno propone di fare una radiografia ad ogni cittadino onesto che salga su un treno nell’illusoria speranza di scongiurare così atti terroristici.

E’ curiosa – a leggere tra le righe del disegno di legge anti-intercettazioni – la visione della privacy che il Governo rappresenta: diritto assoluto e inviolabile se si tratta di limitare le intercettazioni di qualche migliaio di cittadini (i numeri generalmente utilizzati per sovradimensionare il fenomeno sono quelli delle utenze messe sotto controllo ma ogni soggetto intercettato dispone di numerose utenze da verificare) e diritto chiamato a cedere il passo ad altre esigenze di sicurezza e repressione dei reati, se si tratta della privacy di milioni di cittadini.

Art. 1. 1. All’articolo 36, comma 1, del codice di procedura penale, dopo la lettera h) è aggiunta la seguente: “h-bis) se ha pubblicamente rilasciato dichiarazioni concernenti il procedimento affidatogli”.

La previsione mira ad imporre al Giudice un dovere di astenersi, ovvero dichiarare la propria impossibilità ad occuparsi del procedimento affidatogli, qualora nel corso dello stesso abbia rilasciato pubblicamente dichiarazioni sul medesimo.

L’indipendenza, l’autonomia di giudizio e la necessaria terzietà di ogni magistrato rispetto al procedimento che è chiamato ad affrontare costituiscono irrinunciabili garanzie che trovano le loro radici direttamente nel principio del “giusto processo” costituzionalmente garantito ad ogni cittadino.

E’, dunque, giusto ed auspicabile – tanto da non dover forse richiedere neppure che una disposizione di legge lo preveda espressamente – che il giudice si astenga dal rappresentare in pubblico proprie idee, convincimenti o orientamenti in relazione ad ogni procedimento affidatogli.

La previsione, tuttavia, è formulata in modo tanto ampio e generico da lasciar ritenere sufficiente che il magistrato dichiari di essere assegnatario di un determinato procedimento o, piuttosto, rilasci una qualsiasi dichiarazione su fatti connessi al procedimento stesso, anche se già noti e non implicanti alcuna rivelazione rispetto alla propria posizione, perché sia costretto ad astenersi dal continuare a conoscere del procedimento medesimo.

La pericolosità dell’intervento proposto è legata all’elevato rischio che le dichiarazioni rese da un magistrato in relazione ad un procedimento a lui affidato possano essere strumentalizzate da indagati ed imputati per delegittimare il loro “giudice naturale”.

2. All’articolo 53 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 2, nel primo periodo, dopo le parole: “lettere a), b), d), e)” sono inserite le seguenti: “e h-bis), nonché se risulta iscritto nel registro di cui all’articolo 335 per il reato previsto dall’articolo 379-bis del codice penale, in relazione al procedimento assegnatogli, sentito in tale caso il capo dell’ufficio competente ai sensi dell’articolo 11, al fine di valutare la effettiva sussistenza di ragioni oggettive per provvedere alla sostituzione”;

b) al comma 2, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: “Il procuratore generale procede allo stesso modo se il capo dell’ufficio e il magistrato assegnatario risultano indagati per il reato previsto dall’articolo 379-bis del codice penale, ovvero hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in merito al procedimento.”;

c) dopo il comma 2 è inserito il seguente:

“2-bis. Di ogni iscrizione di magistrati nel registro di cui all’articolo 335 per il reato previsto dall’articolo 379-bis del codice penale, il procuratore della Repubblica informa immediatamente il capo dell’ufficio presso cui il magistrato indagato presta servizio ovvero il procuratore generale nell’ipotesi che indagati risultino il capo dell’ufficio e il magistrato assegnatario”.

L’art. 53 del Codice di procedura penale sul quale la disposizione interviene, prevede una serie di ipotesi in presenza delle quali, il capo dell’ufficio giudiziario presso il quale si celebra un determinato procedimento deve provvedere a sostituire il pubblico ministero in ossequio al principio di autonomia del P.M..

La previsione contenuta nel DDL amplia il novero di tali ipotesi.

In forza della nuova norma, infatti, il capo dell’ufficio dovrà procedere alla sostituzione del PM anche ogni qualvolta questi abbia reso dichiarazioni sul procedimento affidatogli o, piuttosto, il suo nome sia finito iscritto sul registro delle notizie di reato per aver – anche solo in ipotesi – violato un segreto attinente agli atti del procedimento.

Facile immaginare a quali e quante strumentalizzazioni la norma possa prestarsi e quanto facile possa essere, attraverso essa, ottenere la rimozione di un pm “scomodo” dal banco dell’accusa.

Curioso che, in relazione a tale ipotesi, la filosofia estremamente “garantista” che ha sin qui ispirato l’azione legislativa e politica della maggioranza, ceda il passo ad una norma che giustifica la rimozione di un PM dal suo scranno solo perché qualcuno ha fatto una soffiata ad altro PM, accusandolo di aver violato un segreto d’ufficio.

3. All’articolo 103 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 5 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: “Il divieto opera anche nel caso di intercettazione eseguita su utenza diversa da quella in uso al difensore o agli altri soggetti incaricati.”;

b) dopo il comma 5 è inserito il seguente:

“5-bis. Ferma restando l’eventuale responsabilità penale, costituiscono illecito disciplinare l’annotazione, l’informativa, anche verbale, e l’utilizzazione delle conversazioni o comunicazioni di cui al comma 5″.

La disposizione mira ad ampliare le garanzie di non intercettabilità che l’attuale codice di procedura penale già garantisce alle “conversazioni o comunicazioni dei difensori, degli investigatori privati autorizzati e incaricati in relazione al procedimento, dei consulenti tecnici e loro ausiliari…quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite”.

In realtà il divieto di intercettazione di tali conversazioni deve, già oggi, ritenersi tanto ampio da ricomprendere anche quelle effettuate su utenze telefoniche non intestate ai soggetti titolari della citata garanzia.

Non è, quindi, agevole comprendere quale sia il risultato perseguito con l’intervento in questione.

Il dubbio è rappresentato dalla circostanza che si voglia tentare di spostare il divieto dalle conversazioni tra determinate persone alle utenze astrattamente utilizzabili da determinate persone, creando così, indirettamente, un “canale sicuro” in quanto al riparo da ogni “rischio intercettazioni”, utilizzabile anche da soggetti diversi rispetto a quelli che possono dar vita alle comunicazioni e conversazioni che già oggi la legge sottrae alle intercettazioni a prescindere dal canale utilizzato per porle in essere.

4. All’articolo 114, comma 2, del codice di procedura penale è aggiunto, in fine, il seguente periodo: “Di tali atti è sempre consentita la pubblicazione per riassunto”.

La previsione mira a rendere possibile, solo per riassunto, la pubblicazione degli atti di un procedimento penale quando gli stessi non siano più coperti dal segreto.

L’attuale 2° comma dell’art. 114 vieta la pubblicazione “anche parziale” – ma nulla dice a proposito del riassunto – di tali atti sino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare.

Si tratta, probabilmente, di una delle disposizioni di minor buon senso contenute nel provvedimento in quanto, attraverso essa, si mostra di preferire il riassunto alla pubblicazione integrale piuttosto che per estratto, dimenticando – o fingendo di dimenticare – che proprio il riassunto è, invece, suscettibile di dar luogo, ad equivoci e fraintendimenti dovuti alla peculiare interpretazione di atti e fatti da parte di chi procedere a riassumere il contenuto di un atto giudiziario.

5. All’articolo 114 del codice di procedura penale, dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti:

“2-bis. È vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto, della documentazione e degli atti relativi a conversazioni, anche telefoniche, o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche ovvero ai dati riguardanti il traffico telefonico o telematico, anche se non più coperti dal segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare.

2-ter. È vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto, delle richieste e delle ordinanze emesse in materia di misure cautelari. Di tali atti è tuttavia consentita la pubblicazione nel contenuto dopo che la persona sottoposta alle indagini o il suo difensore abbiano avuto conoscenza dell’ordinanza del giudice, fatta eccezione per le parti che riproducono la documentazione e gli atti di cui al comma 2-bis”.

Le due previsioni mirano a precludere radicalmente, ovvero anche in forma parziale e/o per riassunto, la pubblicazione del contenuto delle intercettazioni anche quando su tali documenti non vi è più alcun segreto e gli stessi sono nella disponibilità di un elevato numero di soggetti tanto dalla parte dell’accusa che della difesa.

Come è noto la decisione di varare tale norma è stata, sin dall’inizio, giustificata sulla base dell’esigenza di tutelare la privacy dei soggetti coinvolti nel procedimento e/o nelle intercettazioni.

Si tratta, tuttavia, di una spiegazione che non convince e che sembra elaborata ad arte per celare il reale intendimento perseguito dagli estensori della norma: limitare la conoscenza di fatti ed episodi, anche di grande rilievo pubblico e, in ipotesi, allarme sociale.

La previsione, infatti, a ben vedere, mira a limitare la circolazione di taluni dati personali ma non il loro trattamento che viene legittimato sebbene da parte di un novero limitato di soggetti.

Qualora il reale intendimento perseguito dal legislatore fosse stato effettivamente quello di tutelare la privacy degli interessati si sarebbe, d’altro canto, potuto realizzare un meccanismo che consentisse la radicale distruzione di ogni contenuto non strettamente rilevante ai fini della prosecuzione del procedimento.

La circostanza, viceversa, che un novero piuttosto ampio di persone (magistrati, avvocati, indagati, personale di cancelleria, agenti di polizia giudiziaria, periti e consulenti) – le stesse che vi hanno accesso nell’attuale sistema e che, a detta degli stessi promotori dell’iniziativa legislativa, sarebbero all’origine di gravi fughe di notizie – continuerà a disporre legittimamente del contenuto delle intercettazioni delle quali la pubblicazione sarà vietata, rende elevato il rischio che i dati e le informazioni contenute nelle intercettazioni possano formare oggetto di un autentico “mercato nero” o, piuttosto, essere utilizzati a mo’ di merce di scambio per ottenere ogni genere di vantaggio economico e non.

La libertà di pubblicazione di quei contenuti avrebbe, al contrario, come vantaggio quello di inflazionare il valore economico e/o politico dei medesimi rendendoli inutilizzabili per qualsivoglia finalità illecita.

6. Dopo il comma 6-bis dell’articolo 114 del codice di procedura penale è inserito il seguente:

“6-ter. Sono vietate la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati. Il divieto relativo alle immagini non si applica all’ipotesi di cui all’articolo 147 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del presente codice, nonché quando, ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca, la rappresentazione dell’avvenimento non possa essere separata dall’immagine del magistrato”.

Tale disposizione ha, probabilmente, l’obiettivo di garantire al magistrato un maggior livello di privacy in relazione al proprio coinvolgimento in un determinato procedimento, sottraendolo, così a pressioni personali e mediatiche da parte di soggetti interessati al procedimento stesso e/o mezzi di informazione.

Se tale è il reale intendimento del legislatore, si tratterebbe di intenzione condivisibile sebbene destinata a rimanere frustrata in ragione del fatto che la circostanza relativa all’assegnazione di un procedimento ad un determinato magistrato è circostanza nota ad un novero piuttosto ampio di persone e facilmente acquisibile attraverso la semplice frequentazione degli ambienti giudiziari.

La circostanza, peraltro, diviene tanto meno celabile, tanto più sono ridotte le dimensioni dell’ufficio giudiziario presso il quale si svolge un determinato procedimento.

In tale contesto è da chiedersi se la semplice notizia dell’avvio di un certo procedimento presso un ufficio giudiziario di ridotte dimensioni con conseguente facilità di individuazione del magistrato e/o dei magistrati che ne sono incaricati possa comportare una violazione del divieto.

Ciò comporterebbe un’ulteriore e grave limitazione della libertà di informazione e contribuirebbe a svuotare di contenuto la cronaca giudiziaria.

7. All’articolo 114 del codice di procedura penale, il comma 7 è sostituito dal seguente:

“7. È in ogni caso vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione, degli atti e dei contenuti relativi a conversazioni o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche di cui sia stata ordinata la distruzione ai sensi degli articoli 269 e 271. È altresì vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione, degli atti e dei contenuti relativi a conversazioni o a flussi di comunicazioni telematiche riguardanti fatti, circostanze e persone estranee alle indagini, di cui sia stata disposta l’espunzione ai sensi dell’articolo 268, comma 7-bis”

La disposizione, a dispetto, dell’apparente buon senso e ragionevolezza che sembrano ispirarla, rappresenta una delle principali “protagoniste” del “bavaglio” del quale tanto si è parlato in questi giorni.

Con la scusa di ribadire un principio ovvio e, in ogni caso, condivisibile quale quello secondo il quale è vietata la pubblicazione, in ogni forma, di atti e contenuti dei quali sia stata ordinata la distruzione o l’espunzione dagli atti di causa, infatti, si abroga, implicitamente, la norma di chiusura dell’art. 114 che prevedeva che fosse “sempre consentita la pubblicazione del contenuto di atti non coperti dal segreto”.

8. All’articolo 115 del codice di procedura penale, il comma 2 è sostituito dal seguente:

“2. Di ogni iscrizione nel registro degli indagati per fatti costituenti reato di violazione del divieto di pubblicazione commessi dalle persone indicate al comma 1, il procuratore della Repubblica procedente informa immediatamente l’organo titolare del potere disciplinare, che nei successivi trenta giorni, ove siano state verificate la gravità del fatto e la sussistenza di elementi di responsabilità, e sentito il presunto autore del fatto, dispone la sospensione cautelare dal servizio o dall’esercizio della professione fino a tre mesi”.

La disposizione prevede che in ogni ipotesi in cui “impiegati dello Stato o di altri enti pubblici ovvero…persone esercenti una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato” violino un divieto di pubblicazione, il Procuratore della Repubblica debba informarne l’organo titolare del potere disciplinare, affinché disponga una sospensione dell’autore della violazione, dall’esercizio della professione, fino a tre mesi.

La sanzione disciplinare per l’autore della violazione, scatta – anche in questo caso come nell’ipotesi della rimozione del magistrato dal suo incarico – senza che vi sia bisogno che un giudice accerti l’effettiva violazione ma per il sol fatto che il presunto autore sia stato iscritto – appunto in tale qualità di presento e non certo autore della violazione – nel registro degli indagati.

A prescindere da tale considerazione vien da chiedersi se, qualora la violazione del divieto di pubblicazione, sia commessa anziché da un giornalista, da un avvocato, un medico o, magari, un architetto – tutti professionisti iscritti ad appositi albi professionali – i titolari dell’azione disciplinare nei loro confronti, dovranno, comunque applicare la sanzione disciplinare prevista dalla nuova norma.

Si può sospendere un medico dalla sua attività con un provvedimento disciplinare perché, per passione, nel proprio tempo libero, ha deciso di seguire da blogger una certa vicenda giudiziaria e, magari, di pubblicare uno stralcio di intercettazioni trovate online? E un avvocato? Un architetto-blogger?

9. Al comma 2 dell’articolo 240 del codice di procedura penale, nel secondo periodo, dopo le parole: “per i documenti formati attraverso la raccolta illegale di informazioni” sono aggiunte le seguenti: “e per i documenti, i supporti e gli atti relativi alle riprese e registrazioni fraudolente di cui all’articolo 616-bis del codice penale, salvi i casi in cui la punibilità è esclusa ai sensi del secondo comma del medesimo articolo”.

La norma mira ad integrare l’art. 240 del codice di procedura penale, prevedendo che il pubblico ministero debba disporre la secretazione (ovvero sottrarli agli atti causa) e la custodia di ogni documento e/o supporto illegittimamente acquisito anche ponendo in essere il reato – che si vorrebbe introdurre con la stessa disposizione – di “riprese e registrazioni fraudolente”; si tratta della fattispecie meglio nota come “anti-Patrizia” dal nome della escort che procedette alla registrazione delle conversazioni avute con il Premier.

Uno degli aspetti più delicati della novella è rappresentato dalla circostanza che in essa si fa riferimento a “riprese e registrazioni fraudolente di cui all’art. 616-bis” ma non si specifica se ed in che modo vada accertata la circostanza che ci si trovi effettivamente dinanzi ad una “ripresa o registrazione fraudolenta”.

Anche in questo caso, l’ambiguità e scarsa puntualità della norma rischia di trasformarsi in pericoloso strumento di indebite pressioni e/o strumentalizzazioni.

10. L’articolo 266 del codice di procedura penale è sostituito dal seguente:

“Art. 266. – (Limiti di ammissibilità). – 1. L’intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche, di altre forme di telecomunicazione, di immagini mediante riprese visive e l’acquisizione della documentazione del traffico delle conversazioni o comunicazioni sono consentite nei procedimenti relativi ai seguenti reati:

a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’articolo 4;

b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’articolo 4;

c) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope;

d) delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive;

e) delitti di contrabbando;

f) reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, abuso di informazioni privilegiate, manipolazione del mercato, molestia o disturbo delle persone col mezzo del telefono, atti persecutori;

g) delitti previsti dall’articolo 600-ter, terzo comma, del codice penale, anche se relativi al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quater.1 del medesimo codice.

2. Negli stessi casi è consentita l’intercettazione di comunicazioni tra presenti solo se vi è fondato motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo l’attività criminosa. Tuttavia, qualora dalle indagini svolte emerga che l’intercettazione potrebbe consentire l’acquisizione di elementi fondamentali per l’accertamento del reato per cui si procede o che dall’intercettazione possano emergere indicazioni rilevanti per impedire la commissione di taluno dei reati indicati nel comma 1, e la stessa debba essere eseguita in luoghi diversi da quelli indicati dall’articolo 614 del codice penale, il pubblico ministero, con decreto eventualmente reiterabile ricorrendone i presupposti, dispone le operazioni per non oltre tre giorni, secondo le modalità indicate nell’articolo 267, comma 3-bis”.

La disposizione, sebbene a colpi di “interventi quasi chirurgici” modifica in modo rilevante la disciplina vigente, ampliando il novero degli strumenti di indagine rientranti nei limiti di ammissibilità, limitando sensibilmente le possibilità di disporre intercettazioni di tipo ambientale e, inoltre, rendendo assai più complessa e quasi defatigante la richiesta di autorizzazione allo svolgimento delle intercettazioni tra presenti.

Sotto il primo profilo mentre la disciplina vigente, circoscrive l’ambito di applicazione della disposizione alle sole “intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione” la nuova norma prevede che i limiti di ammissibilità delle intercettazioni si applichino anche all’intercettazione “di immagini mediante riprese visive e l’acquisizione della documentazione del traffico delle conversazioni o comunicazioni”.

Con specifico riferimento a tale ultimo aspetto, ovvero all’acquisizione di documentazione sul traffico, peraltro, la Corte Costituzionale, in passato ha già chiarito che le esigenze di privacy che vengono in rilievo in relazione all’intercettazione del contenuto di una comunicazione non sono equiparabili a quelle, ben minori, connesse all’acquisizione di semplice documentazione sul traffico. Sotto il secondo profilo, la nuova disciplina, intende trasformare in regola quella che nell’attuale assetto è l’eccezione ovvero l’impossibilità di effettuare intercettazioni tra presenti laddove non vi sia “fondato motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo l’attività criminosa”.

Mentre nella disciplina vigente tale divieto è limitato alle intercettazioni da svolgersi in “private dimore” (da intendersi come case, uffici e/o automobili), nella nuova norma tale divieto è destinato ad essere esteso ad ogni altro luogo.

Nel nuovo regime, pertanto, non sarà più possibile neppure intercettare una conversazione tra due persone in un bar o ristorante se non vi è fondato motivo di ritenere che, proprio in quel luogo, “si stia svolgendo l’attività criminosa”.

Tale importante limitazione all’utilizzo di un’intercettazione ambientale è solo marginalmente mitigato dalla disposizione di cui alla seconda parte del comma 2, laddove è previsto che qualora ritenga che l’intercettazione delle conversazioni tra presenti “potrebbe consentire l’acquisizione di elementi fondamentali per l’accertamento del reato per cui si procede o che dall’intercettazione possano emergere indicazioni rilevanti per impedire la commissione di taluno dei reati indicati nel comma 1″, il Pubblico Ministero, dispone l’intercettazione, purché in luoghi diversi rispetto alla “privata dimora” e/o domicilio, sino ad un massimo di tre giorni.

La disposizione introduce forti limiti all’utilizzo di strumenti investigativi che hanno sin qui consentito l’individuazione di crimini e criminali di rilevante spessore.

Continua con l’analisi degli articoli successivi

L’analisi

Gli articoli 1 e 2

Dall’articolo 3 all’articolo 10

Dall’articolo 11 all’articolo 14

Dall’articolo 15 all’articolo 25

Dall’articolo 26 alla fine

Disobbedienza

Ecco il manuale giuridico per restare liberi

Le proteste

Si prepara il corteo di Roma: sarà il 1 o il 9 luglio

Videointerviste

La gente che ne sa?

Glielo abbiamo chiesto

a Milano e a Roma

Censorship

While the ball is rolling, Italy works on gagging-law

Il caso

Il giornalista vivo grazie a un’intercettazione

Soliti discorsi, per arrivare a dire una cosa sola: bisogna cambiare la Costituzione. Per dare più potere a lui. Ovviamente.

mauro

Intercettazioni, Berlusconi: «Tutti spiati Non è vera democrazia»





A Berlusconi sta proprio a cuore il bene del Paese. Il premier è molto sensibile al problema della privacy dei suoi cittadini, così non perde occasione per ribadirlo. Parlando all’assemblea di Confcommercio rivela che in Italia «siamo tutti spiati, ci sono 150mila telefoni sotto controllo» e questo è «intollerabile». Poi snocciola i suoi calcoli: «Ciascuno di noi parla nel tempo con 50-100 persone. Basta moltiplicare 150 per 50 persone, significa che ci sono 7 milioni e mezzo di persone che possono essere ascoltate». Così giunge al cuore della questione: «Soltanto io sono stato ascoltato da una piccola pretura come quella di Trani 18 volte e puntualmente sono finite sui giornali. Ci rendiamo conto che così non siamo in un paese civile, non è una vera democrazia. Non viene tutelata la libertà di parola, non possiamo tollerarlo più».

«I numeri sulle intercettazioni smentiscono le affermazioni del presidente del Consiglio». Così il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara, ha replicato a Berlusconi.

«Questa non è vera democrazia, non c’è la tutela della libertà di parola», arriva a dire Berlusconi. Se fosse per lui questa sarebbe la priorità, le intercettazioni. E verrebbero prima di tutto, anche della manovra economica richiesta dall’Ue o di una qualunque misura per far sentire meno la crisi ai cittadini. Ma le regole della politica sono altre e anche il premier deve sottostare alla volontà del presidente della Camera. Così, pur lamentandosi delle lungaggini parlamentari per il via libera al testo, il premier ammette sconsolato che «ora alla Camera si parla di mettere il ddl in calendario per settembre».

Ma non è tutto. Ci sono altre priorità, per il bene del Paese e dei suoi cittadini. Secondo Berlusconi bisogna riformare «le istituzioni del Paese e la Costituzione per renderla adatta alle esigenze di un Paese moderno, che vive in una globalizzazione totale e deve avere gli strumenti per intervenire con tempestività ed efficacia». Al premier non piace la Carta e vorrebbe più poteri. Così arriva a dire: «L’architettura istituzionale scritta dai nostri padri risentiva del timore che ritornasse la dittatura. E quindi hanno spartito i poteri tra i diversi organi: Parlamento, capo dello Stato, Corte Costituzionale, e tolto ogni potere al Consiglio dei ministri e al presidente del Cdm». Dunque, «bisogna riformare la Costituzione».

Pensando ai pochi poteri che ha come presidente del Consiglio, Berlusconi viene preso da un momento di scoramento. Così ammette: «Quando un imprenditore come me pensa alle cose da fare, poi si scoraggia, perché per arrivare a un risultato concreto bisogna passare le forche caudine di tante difficoltà che a volte uno pensa “chi me lo fa fare, torno a fare quello che facevo prima o me ne vado in pensione”». Ma poi si ricorda dei suoi cittadini e del loro bene e così ritorna l’ottimismo: «La gente apprezza il Governo ed è questo consenso che ci induce a perseverare e a non darci per vinti».

16 giugno 2010

fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=100070


Intercettazioni, Osce: «L’Italia ritiri il ddl o lo modifichi, la stampa sia libera»

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/7f/OSCE-Permanent_Council.JPG

Farnesina: uscita inopportuna. Berlusconi: enti internazionali non interferiscano. Pd: governo espone l’Italia alle umiliazioni

ROMA (15 giugno) – L’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), con sede a Vienna, ha chiesto oggi all’Italia di rinunciare al disegno di legge sulle intercettazioni o di modificarlo in sintonia con gli standard internazionali sulla libertà di espressione. «Sono preoccupata che il Senato abbia approvato una legge che potrebbe seriamente ostacolare il giornalismo investigativo in Italia – ha detto in un comunicato Dunja Mijatovic, responsabile dell’Osce per la libertà dei media – I giornalisti devono essere liberi di riferire su tutti i casi di pubblico interesse e devono poter scegliere come condurre una indagine responsabile».

Dopo le parole di alcune settimane fa del vice sottosegretario del Dipartimento della giustizia Usa Lanny Brauer, che aveva definito le intercettazioni «essenziali» per le indagini, con l’intervento di Dunja Mijatovic il ddl è tornato quindi sotto i riflettori internazionali.
Si muove la Farnesina: intervento Osce inopportuno. «Da parte italiana, attraverso i canali diplomatici, è stata fatta notare con fermezza l’inopportunità di tale intervento – dice il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari, in merito alla presa di posizione dell’Osce sul ddl intercettazioni – Un intervento su una misura legislativa, il cui iter non è completato, che rischia di interferire e turbare il dibattito democratico in Parlamento».
Pd: la Farnesina lavora per il nostro isolamento? «Gli Stati Uniti non sono d’accordo con le norme sulle intercettazioni che propone il governo Berlusconi – dice Gianclaudio Bressa, capogruppo Pd nella commissione Affari costituzionali di Montecitorio, così l’Osce, aspettiamo ora il parere dell’Interpol. La Farnesina dovrebbe curare le nostre relazioni internazionali: ci chiediamo, a questo punto, se non stia invece lavorando per il nostro isolamento internazionale».
Berlusconi: la sovranità è del Parlamento. Poco dopo l’intervento della Farnesina, dice la sua anche il premier Silvio Berlusconi che, parlando con i suoi, avrebbe rimandato al mittente le critiche: «La sovranità è del Parlamento e gli organismi internazionali devono rispettarla».

Gasparri: «L’Osce? Si presenti alle elezioni.
Quando avranno dei seggi, chiederanno delle modifiche». Così il presidente dei senatori Pdl ha commentatole le parole dell’Osce sul ddl intercettazioni.
Napoli: Osce ente inutile, non ha il potere di dire nulla. «La benemerita organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa non ha detto, ma soprattutto non ha deciso nulla sul ddl intercettazioni – dice il vice presidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli – La signora Dunja Mijatovic è stata nominata all’incarico soltanto il 3 marzo scorso e probabilmente non ha ancora avuto modo neppure di leggere il testo. L’Osce in quanto tale non ha espresso nessun voto né adottato decisioni di alcun genere perché è un club costoso e raffinato, ma sostanzialmente inutile. L’opposizione è alla canna del gas se pensa che un’opinione, autorevole quanto si vuole, possa decidere il destino di una legge che è nella disponibilità esclusiva del Parlamento italiano, cioè dei rappresentanti della volontà popolare. Denigrare il proprio Paese e il proprio Parlamento appoggiandosi sulle dichiarazioni di una privata cittadina della Bosnia-Erzegovina dice a qual punto è arrivato il degrado morale della sinistra italiana».
Finocchiaro: dal Pdl risposte stizzite, l’Osce rafforza la nostra battaglia. «Le stizzite risposte che vengono dalla maggioranza in merito alla richiesta che è giunta all’Italia da parte dell’Osce di rinunciare al ddl sulle intercettazioni o di modificarlo in sintonia con gli standard internazionali sulla libertà di espressione, non riescono a coprire la gravità di quel provvedimento – dice la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro – La richiesta dell’Osce, una richiesta che ci viene dall’Europa, rende ancora più forti i motivi della battaglia che abbiamo condotto in Senato e che continueremo alla Camera».
Enrico Letta: Italia esposta ad un’umiliazione. «Il governo Berlusconi ha esposto l’Italia a un’umiliazione – dice il vicesegretario del Pd, Enrico Letta – Abbiamo già mille motivi nazionali per cambiare questo testo. ora gli argomenti portati dall’Osce, un organismo che si occupa di diritti e sicurezza, da una parte umilia l’Italia, dall’altra ci spinge ancora di più a batterci per cambiare questa legge».
Donadi: persino l’Osce contro la “legge bavaglio”. «Contro la legge bavaglio si muove addirittura l’Osce – dice il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi – Un richiamo internazionale che la dice lunga sulla situazione del nostro Paese. Daremo battaglia per impedire che questo governo limiti la libertà di stampa, già seriamente compromessa dal totale controllo delle tv e di importanti gruppi editoriali da parte del premier».
E’ ancora scontro nel Pdl sul ddl intercettazioni. Dopo la frenata di ieri di Gianfranco Fini («il disegno di legge sulle intercettazioni può essere approfondito, prioritaria è invece l’approvazione della manovra», ha detto) e la dura replica del premier Silvio Berlusconi («un ricatto»), oggi sono i fedelissimi del presidente della Camera ad andare all’attacco.
Berlusconi: discorso chiuso, testo blindato. Ormai il capitolo è chiuso. C’è stato un ufficio di presidenza in cui è stato trovato un accordo e dove si è votato all’unanimità. In quella sede si è deciso che il testo sarebbe stato approvato entro l’estate. A mettere una parola fine alle fibrillazioni interne al Pdl sul ddl intercettazioni è il premier Silvio Berlusconi che, stando a quanto racconta chi ha parlato oggi con lui, considera la partita ormai chiusa, nonostante le resistenze dei finiani. Il premier ricorda come il provvedimento approvato a palazzo Madama sia già frutto di una mediazione sancita dal placet dell’ufficio di presidenza del partito. Non si esclude, inoltre, che alla Camera possa essere chiesta la fiducia al testo: un’ipotesi più che probabile, anche se la decisione definitiva non è ancora è stata presa perchè i tempi non sono ancora maturi.
Berlusconi mobilita i parlamentari Pdl. Intanto Berlusconi ha deciso di convocare a palazzo Grazioli il vertice del Pdl proprio per parlare del ddl sulle intercettazioni. E di fronte alla possibilità che il provvedimento sia discusso dopo la manovra economica, i parlamentari del Pdl alla Camera si organizzano: nella riunione del direttivo del gruppo di Montecitorio, infatti, si è deciso di mobilitare i deputati per la prima settimana di agosto. A questo scopo, il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto, ha inviato una missiva a tutti i parlamentari di Montecitorio per sollecitare la loro presenza in aula.
Bocchino: errore non discuterne. «Non vorrei che qualche falco berlusconiano volesse lo scontro istituzionale. Che accarezzasse l’idea di farsi respingere la legge dal capo dello Stato per riapprovarla nello stesso testo e avviare uno scontro costituzionale», ha affermato il finiano Italo Bocchino, che ha definito «un errore di metodo colossale non discutere più» sulla norma.
Bondi: rispettare decisioni vertici Pdl, Bocchino risibile. «In un partito si può esprimere liberamente e senza alcuna censura il proprio pensiero, salvo rispettare nel voto le decisioni assunte democraticamente negli organismi dirigenti», ha replicato il coordinatore del Pdl, Sandro Bondi. «È riprovevole invece ricorrere, come fa Bocchino, ad argomenti risibili e inappropriati sia quando chiamano in causa il Pdl che ancor più le libere e insindacabili decisioni del capo dello Stato». «Saremmo di fronte all’atto di nascita di un partito all’interno di un altro partito se si volesse cambiare la decisione assunta all’unanimità dall’ufficio di presidenza del Pdl sulle intercettazioni», ha sottolineato Gaetano Quagliariello, vice presidente dei senatori Pdl.

«È una legge sbagliata, rischia di favorire i delinquenti e la criminalità
per impedire la divulgazione di telefonate – ha ribadito oggi il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini – Certo la privacy bisogna tutelarla. Già durante il governo Prodi, Mastella aveva fatto lo stesso provvedimento. Non possiamo però per tutelare la privacy compromettere un bene più importante che è la lotta alla delinquenza».
«Sarebbe puro umorismo, non è neanche politica, mandare alla Camera prima il ddl intercettazioni e poi la manovra – ha detto il leader dell’Udc – Qui si tratta di avere buon senso, c’è un decreto e un ddl di cui si discute da tre anni. Il decreto ce lo impone l’Europa, è un’emergenza, è chiaro che si dovrà partire prima dalla manovra economica. Ma credo sarebbe pure irresponsabile dire agli italiani che abbiamo scherzato e che è più importante il ddl sulle intercettazioni rispetto ad una manovra che ci impone l’Europa».

Non cessa la protesta dei senatori dell’Italia dei Valori contro il ddl intercettazioni. Da oggi i senatori del gruppo dipietrista porteranno, appuntato sull’abito, una spilla gialla listata a lutto. Con la possibilità di scegliere fra tre diverse scritte: «muore la democrazia», «muore l’informazione», «muore la giustizia».

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=106639&sez=HOME_INITALIA

Vietato filmare chi commette reati un nuovo “macigno” sulle indagini

Il testo approvato al Senato limita il ricorso alle riprese realizzate all’insaputa delle persone sotto inchiesta. Allarme dell’Anm: una norma assurda e ingestibile

di LIANA MILELLA


'Vietato
Anemone e Balducci al ristorante

QUELLA foto di Balducci e Anemone seduti al ristorante, che da mesi ormai campeggia in tutti i giornali, se fosse stata in vigore la legge-bavaglio sulle intercettazioni, non l’avremmo mai vista perché non si sarebbe neppure potuta scattare. I carabinieri del Ros, per farla, avrebbero dovuto dimostrare, “sulla base di specifici atti di indagine”, che il proprietario del ristorante “era a conoscenza dei fatti” su cui la magistratura stava indagando.

Paradosso? No, la pura realtà. Per scoprirla basta consultare la legge nel capitolo dedicato “alle intercettazioni di immagini mediante riprese visive”. Foto e video del tutto parificati alle stesse regole capestro per registrare una telefonata a meno che non ci sia in ballo la caccia a un latitante.

“Una norma assurda, impensabile, ingestibile” denuncia il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini che, dopo aver passato di nuovo al setaccio il testo nella versione fresca di stampa dell’atto Camera 1415-B, oggi farà esplodere il caso nella consueta riunione del mercoledì della giunta.

La foto emblema della cricca? Quella e molto altro. Un elenco lunghissimo di divieti che metterà in crisi l’attività di pm e poliziotti. E pure l’ansia repressiva di Renato Brunetta, visto che il ministro della Funzione pubblica non si è ancora accorto che con la stretta sulle riprese video non sarà più possibile mettere una telecamera all’ingresso di un ufficio pubblico per controllare, nella zona in cui si convalida il passaggio dei badge, il fannullone di turno. Per non parlare del ministro dell’Interno Roberto Maroni che dovrà fare i conti, come spiega Cascini, con il fatto che “non si potrà più sistemare una telecamera in una piazza dove c’è lo spaccio di droga, o utilizzare in un dibattimento come mezzo di prova la ripresa realizzata da un privato in una banca o in una gioielleria”. Per il semplice motivo che “anche quei filmati dovranno obbedire alle regole delle intercettazioni, e per realizzarli ci vorranno i “gravi indizi di reato”".

Non basta. La legge impone ben altro e, secondo il senatore dipietrista Luigi Li Gotti, che ha seguito puntigliosamente i lavori, “anche le indagini di mafia saranno danneggiate perché, in assenza di un’esplicita deroga, le restrizioni alle riprese visive varranno anche per i boss”. Limiti singolari, che vale la pena citare per esteso. A partire dal presupposto: “Nei casi di intercettazioni di immagini mediante riprese visive, i luoghi appartengono a soggetti indagati o sono agli stessi effettivamente e attualmente in uso”. Non basta: se a utilizzarli sono “soggetti diversi” bisognerà dimostrare, “sulla base di specifici atti di indagine” che essi “risultano a conoscenza dei fatti per i quali si procede”. E non è ancora finita: dovranno anche “sussistere concreti elementi per ritenere che le relative condotte siano attinenti ai medesimi fatti”.

E dunque, come spiega Li Gotti, “bisognerà ogni volta fare un’indagine nell’indagine per dimostrare che il luogo da filmare appartiene per certo o è utilizzato dall’indagato. O peggio che chi lo usa è al corrente dell’indagine in corso”. Ironizza: “Gli facciamo un’intervista e lo mettiamo al corrente dell’indagine? Ma non è vero invece che il luogo conta in quanto luogo e per quello che vi avviene? Che succederà con la mafia dove, per regola, chi affitta una casa a un mafioso non conosce mai la sua vera identità dell’inquilino?”. E ancora sulla certezza che “le condotte siano relative ai medesimi fatti” Li Gotti esplode: “Quale giudice potrà mai autorizzare una ripresa visiva sottoscrivendo una sicurezza simile?”.

Cascini riassume così la sua delusione: “Siamo alla contraddizione per cui i privati potranno mettere tutte le telecamere che vogliono, mentre magistrati e poliziotti non potranno farlo”. Non lo convince la promessa del governo di una futura legge sulle videoriprese. Garanzia che ha portato il relatore al Senato Roberto Centaro a fare marcia indietro sul suo emendamento che escludeva le riprese video dalle regole capestro degli ascolti. Dice Centaro: “Era già passato in commissione, ma è saltato per evitare ulteriori aggiunte al testo del Senato e perché si farà un ddl ad hoc. E comunque, dagli atti, risulta evidente che i limiti valgono solo per le riprese con un supporto audio e non per quelle solo visive”. Ma i pm e Li Gotti non la pensano così. E Cascini chiosa: “Se le norme entrassero in vigore per un solo minuto farebbero danni enormi. In vista di una futura legge bastava non fare norme nuove e lasciare in vigore quelle attuali”.

16 giugno 2010

fonte: http://www.repubblica.it/politica/2010/06/16/news/vietato_filmare_chi_commette_reati_un_nuovo_macigno_sulle_indagini-4876430/?rss

Per approfondimenti:


*Questo è il bavaglio: Vi piace?
*Tra Berlusconi e Fini è scontro totale "Dimettiti" "Mi cacci?"
*Santoro resta in Rai: «Fughe di notizie Impossibile Cambiare
*Libertà di Stampa e Regime
*FEDERALISMO Demaniale
*IL CORAGGIO DI DIRLO
*LA CRICCA DEGLI APPALTI
*Non esiste libertà senza regole E' lecito cambiarle, non ignorarle
*La manovra finanziaria " Lacrime e sangue"

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