L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























lunedì 15 novembre 2010

LA 'NDRANGHETA IN LOMBARDIA, CITTÀ PER CITTÀ

LA 'NDRANGHETA IN LOMBARDIA, CITTÀ PER 

CITTÀ

I 'locali' scoperti dall'antimafia a luglio 2010. Per ognuno è indicato il suo capo



La mappa il link.........Le mani sulla Lombardia, città per città









'NDRANGHETA


Milano, le mani sulla città


Da Santa Giulia all'Expo, le cosche calabresi hanno messo piede in quasi tutti i cantieri. E mirano a condizionare la politica. Un assalto silenzioso, con fiumi di soldi e minacce









Milano, le mani sulla città

Santa Giulia dei veleni. Veleni di mafia. La città satellite celebrata dai politici, finanziata dai banchieri e venduta dai big del mattone come simbolo della Milano del futuro, ha le fondamenta inquinate da fiumi di scorie cancerogene: "bombe ecologiche e sanitarie", come le definiscono i periti della Procura, sepolte per anni accanto agli uffici e alle case del super quartiere da un miliardo e 600 milioni di euro che avrebbe dovuto ridisegnare l'area sud-est della metropoli. Sotto i piedi della nuova città c'è un sistema di discariche abusive che contaminano le acque della prime due falde: tra meno sette e meno venticinque metri, la terra è morta. Uccisa da montagne di rifiuti tossici che le nuove indagini collegano ai clan più sanguinari della 'ndrangheta. Nomi che scottano e che gli inquirenti rivelano a "L'espresso": i Nirta-Strangio. Sì, proprio quelli della strage di Duisburg, la mattanza nel cuore della Germania.


Edilizia, superstrade, ferrovie, aeroporto, centri commerciali, ortofrutta, rifiuti, ospedali, bar, negozi di lusso, banche, prestiti a usura e, naturalmente, droga: la mafia calabrese ha conquistato l'economia del Nord. A partire dall'ex capitale morale. Le indagini dei pm di Milano e Reggio, culminate nello storico blitz di luglio (304 arresti, per metà in Lombardia), hanno smascherato 15 strutture mafiose, in gergo "locali", attive in mezza regione: nella metropoli trafficano "da quarant'anni". Uno dei boss, intercettato, svela al compare che gli affiliati sono molti di più: "Cecè, qua in Lombardia siamo in cinquecento". Clan emigrati dalla Calabria, certo. Come i Cosco, trafficanti di droga arrivati a rapire nel pieno centro di Milano e a sciogliere nell'acido la pentita Lea Garofalo. Ma ci sono anche imprenditori padani al cento per cento, piegati con la violenza o sedotti col denaro. Soldi sporchi che comprano politici, professionisti, funzionari, manager, industriali, medici, avvocati, direttori di banca, perfino uomini in divisa. A Milano come nella Locride. 
LA CITTA' DEI VELENI
A Santa Giulia, in mezzo a due file di nuovi palazzi abitati da migliaia di cittadini onesti, c'è un geometrico pratone abbandonato: Parco Trapezio, l'avevano chiamato gli architetti-star dell'immobiliarista Luigi Zunino. In fondo c'è un asilo coloratissimo, con le giostre in cortile e i banchi di legno immacolati, pronto per un'inaugurazione mai avvenuta. Il recinto è costellato di cartelli: "sequestro giudiziario". Loretta e Rosa, giovani mamme di Ettore, 6 mesi, ed Emma, 4, spingono le carrozzine nello stradone centrale: "Viale del Futurismo". "Qui non c'è inquinamento, è solo un problema di detriti edilizi", rispondono spensierate. Ma il Comune non vi ha detto niente? "No. Abbiamo sentito qualcosa solo su Sky tv. La nostra cooperativa ha nominato un perito. Speriamo che dissequestrino almeno il parco e l'asilo".


Mariagrazia, 31 anni, segretaria d'azienda, sa ancora meno: "Ho comprato casa dieci giorni fa. Nessuno mi ha avvisato dell'inchiesta. Sono molto preoccupata". Finora sui giornali si è parlato solo di mancata bonifica. Riassunto: nel marzo 2005 il Comune di Milano autorizza il gruppo Zunino a costruire su oltre un milione di metri quadrati di aree contaminate dell'ex acciaieria Radaelli e dell'ex Montedison. Un tecnico ciellino, Vittorio Tedesi, ora indagato, si accontenta di un "piano scavi": ripulire tutto è inutile, basta e avanza cambiare terra solo nelle zone da ricostruire. Quindi Zunino appalta il disinquinameno a Giuseppe Grossi, il re degli inceneritori privati, che subappalta a due imprese collegate: Lucchini-Artoni ed Edilbianchi. Poi arrivano i magistrati: Grossi ha usato fatture offshore per rubare 23 milioni di fondi neri, nascosti all'estero grazie a riciclatori come Rosanna Gariboldi, moglie dell'onorevole Giancarlo Abelli, il ras della sanità lombarda oggi al ministero della Cultura. Arrestati tra le proteste dei big del Pdl, Grossi e Gariboldi risarciscono e patteggiano. Intanto un sindacalista della Cgil manda ai pm una mappa di Santa Giulia piena di zone nere: i veleni sono ancora lì, i misuratori di inquinanti "sono stati distrutti", il "percolato" tossico delle discariche ha invaso le falde. Ddt, pesticidi e scorie che i tecnici classificano così: "Sostanze cancerogene, che mettono a rischio la fertilità e possono danneggiare i bambini non ancora nati".



Come è potuto succedere? Due operai delle imprese subappaltatrici, terrorizzati, hanno per primi il coraggio di testimoniare: invece di portar via la terra malata, i camion scaricavano nuovi veleni. Voragini riempite di rifiuti tossici "d'ignota provenienza". A est si vede un lunghissimo muraglione in cemento, costruito da poco, da cui straripano tonnellate di amianto e chissà cos'altro. Ma chi erano i trasportatori? A rispondere è un rapporto della Guardia di Finanza: pregiudicati calabresi, usciti dal carcere dopo condanne per "omicidio, associazione mafiosa, droga e reati ambientali". Legami di sangue e d'affari portano ai Nirta-Strangio. Del resto la faida di San Luca, che a Ferragosto 2007 ha scosso la Germania (ammazzati sei italiani collegati alle famiglie Pelle-Vottari), era emigrata nell'hinterland milanese già 18 anni prima di Duisburg, con l'assassinio di Giovanni Vottari a Limbiate. Oggi Milano sembra una Gomorra del Nord. Smaltire regolarmente costa, per cui il lavoro sporco lo fa la mafia spa. Rifiuti, edilizia e "movimento terra": monopolio della 'ndrangheta lombarda.



IL "SISTEMA". 

Ma da dove arrivavano i Tir che, invece di bonificare, hanno riavvelenato Santa Giulia? "Dalla Stazione Centrale", rispondono le indagini. Proprio dal cantiere che ha trasformato in un caotico centro commerciale il monumentale portone d'ingresso dei treni in città. E l'alta velocità? Inquinata anche quella: tonnellate di scorie sepolte dalla 'ndrangheta lungo i binari, sia per Torino che per Venezia. Veleni di mafia anche sotto la quarta corsia dell'autostrada A4. E tra i nuovi "quartieri ecologici" spuntati come alveari sull'asse dei Navigli. Le imprese del Nord progettano, costruiscono e vendono case, uffici e ipermercati. E a sotterrare le vergogne ci pensano i clan.



Oggi Milano è disseminata di mega-progetti già sequestrati per inquinamento, con migliaia di famiglie disperate, o ad altissimo rischio di nuovi blitz giudiziari, secondo quanto risulta a "L'espresso", sul modello Santa Giulia. Una pista tra le tante: i carabinieri stanno dando la caccia a "oltre due milioni di tonnellate di rifiuti tossici" sotterrati chissà dove dal gruppo Perego, grossa azienda lombarda doc, in apparenza. In realtà, secondo i giudici, era in mano alla 'ndrangheta come il suo titolare, arrestato. E conquistava subappalti milionari: tra gli altri, il tunnel targato Expo, il maxi-ospedale di Como e perfino il nuovo tribunale di Milano.



ONORATA SANITÀ. 

Tra il 2007 e il 2009 le cosche Morabito e Paparo si erano infiltrate, secondo l'antimafia, in tutta la filiera alimentare, dall'Ortomercato ai magazzini logistici dei supermercati, con manovali pestati a sangue e concorrenti gambizzati. Ora le indagini documentano una nuova scalata: ospedali e cliniche private. 

In galera per mafia, nella retata di luglio, è finito Carlo Antonio Chiriaco, direttore sanitario dell'Asl di Pavia, cioè "manager di fiducia della giunta Formigoni", come insegna la legge regionale che dal '98 ha legalizzato la lottizzazione (per fermare i processi). Le microspie lo hanno registrato mentre si vantava di essere "uno dei capi della 'ndrangheta a Pavia", assolto da un tentato omicidio anche se era "vero che gli abbiamo sparato". Questi segreti li confidava a un dirigente del San Paolo di Milano, che non potrà difendersi dall'accusa di mafia: è volato giù dalle scale del suo ospedale. Una morte senza testimoni: omicidio o suicidio?

In attesa di risolvere il giallo, altre indagini hanno svelato massicci investimenti della 'ndrangheta in cliniche private: decine di milioni riciclati in nuove residenze per anziani tra le province di Bergamo (148 posti letto a Vigolo), Pavia (tre ospizi da accreditare a Costa dei Nobili, Pinarolo Po, Monticelli) e Novara. I soldi per le cliniche uscivano dalla tasche di decine di commercianti e imprenditori usurati e taglieggiati con violenza selvaggia. È la storia nera dei comuni accanto all'aeroporto di Malpensa, secondo l'accusa dominati dai boss Filippelli di Cirò Marina. Per ripulire il denaro usavano, tra l'altro, l'immobiliare Makeall, sede a due passi dal Duomo: il dominus era un ingegnere milanese che fece l'errore di chiedere prestiti a quei "crotonesi di Varese", fino a diventarne ostaggio. Oggi è testimone sotto protezione: deve vivere con la scorta.



Anche nel profondo nord, ormai, la sanità serve alla mafia per condizionare la politica e incassare lavori pubblici. Un esempio? Il direttore sanitario del carcere di Monza cerca voti per una nuova lista mirata sugli elettori disabili. Li chiede a un boss detenuto con cui si scambia favori, Rocco Cristello, che spiega agli affiliati: "È un amico, con la politica prenderà in mano qualche Asl. E noi avremo gli appalti". Commento di un candidato: "Anche i carcerati sono diversamente abili". L'epilogo è tragico. Cristello viene ammazzato a Verano Brianza, nella guerra di mafia culminata nell'omicidio del boss scissionista Carmelo Novella. Punito perché aveva sfidato la cupola calabrese, organizzando una secessione dei clan lombardi.



POLITICA INQUINATA

L'assalto al cielo, dal Comune di Milano alla Regione Lombardia e magari al Parlamento, comincia dai piccoli feudi elettorali della provincia, dove le cosche chiedono favori e promettono i voti di migliaia di calabresi. È il modello Chiriaco, che maneggiava comitati d'affari, sindaci e assessori. Nelle intercettazioni i boss brigano per eleggere decine di politici milanesi e nazionali, primo fra tutti Abelli ("a mia insaputa", giura lui). Tra Pavia e Milano la Procura è arrivata a contestare il reato di "condizionamento mafioso delle elezioni". Casi dubbi e isolati, minimizzano i leader. Eppure nel cuore della Brianza c'è addirittura il primo grande comune del Nord paralizzato per mafia.



Desio, 40 mila abitanti, è la capitale lombarda del mobile. Il consiglio comunale si è riunito una sola volta in quattro mesi: la maggioranza di centrodestra non raggiungeva il numero legale. La settimana scorsa tre assessori leghisti si sono dimessi senza spiegazioni. Perché i motivi sono imbarazzanti: lo stallo è l'effetto delle indagini che hanno scoperto un "locale" dei clan reggini di Melito Porto Salvo. Tanto forte da "permerare i gangli della vita politica". Nessun indagato, almeno ufficialmente, ma negli atti si legge che il coordinatore cittadino del Pdl, Natale Marrone, chiede al presunto boss, Pio Candeloro, "un'azione violenta" contro un avversario politico. È Rosario Perri, potente e discusso direttore dell'edilizia privata, diventato nel 2009 assessore della neonata Provincia di Monza e Brianza. Candeloro rifiuta di colpirlo, perché Perri è intoccabile: "appoggiato da persone di evidente rispetto", come scrivono i pm. Quando altre intercettazioni lo immortalano mentre parla di "soldi nascosti nei tubi di casa", Perri si dimette. E il mandante del suo mancato pestaggio si scusa: "Era solo un'esternazione di rabbia". Poi abbandona la carica di coordinatore del Pdl. Ma non il consiglio comunale. Intanto due suoi zii sono stati arrestati per armi: l'uno era arrivato a minacciare per strada l'altro (suo fratello) con una pistola. 



Tutti i protagonisti di questi e altri infortuni sono calabresi, come Annunziato e Natale Moscato, imparentati con il clan Iamonte di Melito. A Desio entrambi hanno avuto cariche pubbliche. Il primo è finito in manette per mafia il 13 luglio, il secondo, già assessore all'urbanistica del Psi, era stato arrestato con la stessa accusa nel '94, uscendone assolto. A quel punto è diventato berlusconiano: alle europee del 2009 era proprio Natale Moscato il rappresentante di lista del Pdl al seggio numero 13 di Desio, come ha verificato "L'espresso". L'anno scorso si votava anche per le amministrative. Il presidente del consiglio comunale, Nicola Mazzacuva, ha trovato una molotov fuori dal suo studio medico, con proiettili e "santini" elettorali di altri due candidati, suo figlio Giuseppe e un certo Michele Vitale, un nome che divide tuttora il centrodestra. Almeno quanto Pietro Gino Pezzano, direttore dell'Asl di Monza. E proprio da questa fetta di Brianza ha scalato il Pirellone Massimo Ponzoni, ex assessore formigoniano all'ambiente, rieletto consigliere regionale nonostante una bancarotta e nuove indagini per corruzione. I giudici antimafia non esitano a definire Ponzoni "parte del capitale sociale" dello stesso clan 'ndranghetista che ha scalato l'azienda Perego.



Colta da improvviso imbarazzo, la Lega Nord ha bloccato la maggioranza. "Il Comune è allo sfascio", riassume Lucrezia Ricchiuti del Pd: "Senza delibere i fornitori non vengono pagati, lo scuolabus è sospeso". La copertura di bilancio è stata votata in extremis, il 25 ottobre, ma solo per evitare lo scioglimento prefettizio.



STATO E ANTISTATO. 

La lotta a Cosa Nostra ha insegnato che la criminalità comune è contro lo Stato, mentre la mafia è dentro lo Stato. Le indagini sulla 'ndrangheta stanno svelando molte complicità insospettabili. Ma a dare la misura della profondità delle infiltrazioni in Lombardia può bastare un solo filmato di Michele Berlingieri, ex carabiniere di Rho, il comune dell'Expo, indagato con tre colleghi e ora in cella per corruzione e mafia. La notte del 25 gennaio scorso il militare interviene nel bar "Il brigante", dove un giovane albanese, Avrami Artin, è appena stato ucciso a colpi di pistola. Sette videocamere dei carabinieri di Monza lo riprendono mentre stringe la mano a due familiari del presunto assassino, Cristian Bandiera, figlio di un boss poi arrestato. Gli stessi filmati dell'accusa mostrano il ragazzo italiano che spara e poi passa la pistola a un complice. Il carabiniere infedele vede l'arma, ma lo lascia uscire indisturbato. Poi raccoglie i bossoli e li risistema a terra, inquinando la scena del delitto. E secondo i giudici sapeva benissimo con chi aveva a che fare. Del boss Novella, dopo l'omicidio, diceva a un collega: "Tu sai chi è quello lì? Riina era siciliano, questo è calabrese".








Operazione "Crimine"



'Crimine' era ritenuta la madre di tutte le indagini sulla 'ndrangheta. Uno spartiacque tra le due concezioni che si avevano del fenomeno. Una che vedeva l'organizzazione come una costellazione di cosche autonome e indipendenti tra di loro, l'altra, invece, che sanciva l'unitarietà delle famiglie. Insomma il procedimento 'Crimine' rappresenta per la Calabria, quello che il maxi processo a Cosa nostra ha rappresentato per la Sicilia.unti, visto che sono inquisiti, ma non condannati e neppure rinviati a giudizio







Crimine Infinito: la storia di un processo di ’ndrangheta a Milano


Le cosche di ’ndrangheta si sono radicate in Lombardia: un’inchiesta, durata quattro anni, e che ha impiegato oltre 3.000 uomini ha colpito al cuore il sistema malavitoso. O almeno ci ha provato. Ecco le tappe di un’operazione contro un potere criminale ormai ramificata anche al Nord.
http://www.casadellalegalita.info/lombardia-e-piemonte/lombardia/10757-operazione-qil-crimineq-ecco-lordinanza-e-la-rassegna-stampa-su-genova.html



Nell’hinterland di Milano dove comanda la ‘ndrangheta


Il summit di Paderno Dugnano in cui i capi-cosca della ‘ndrangheta al nord eleggono il nuovo referente per la Lombardia al circolo Arci intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’interesse per le piccole opere, «a noi interessa andare a mettere i tondini per strada». Il mercato internazionale della cocaina tra Colombia e Italia, via Venezuela e Polonia. Da Bollate a Cesate, quinta puntata del nostro viaggio nelle mafie in Lombardia.



Se oggi sappiamo molto di come è organizzata la ‘ndrangheta al nord, e non solo, buona parte del merito va alla chiacchiera facile di Vincenzo Mandalari, nato a Guardavalle e trapiantato in quel di Bollate dove faceva l’imprenditore e coltivava l’idea di creare un movimento politico.
Per tanti abitanti del posto, 40mila circa, alle porte di Milano,Mandalari è un incensurato imprenditore, impegnato nel settore edilizio e delle compravendite immobiliari. Gli investigatori e la Direzione Distrettuale Antimafia di Milano la pensano diversamente, e il suo nome compare tra i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare della maxi-operazione “Infinito” del luglio 2010. Per tutta risposta, la notte del blitz, Mandalari, ritenuto dagli inquirenti il capo della cellula di ‘ndrangheta a Bollate, non si fa trovare. Rimarrà latitante fino al gennaio 2011, quando viene pizzicato e arrestato dai Carabinieri di Monza a San Giuliano Milanese. In tasca un migliaio di euro e un documento falso. Vista la latitanza e la conoscenza che Mandalari stesso ha sempre dimostrato nelle intercettazioni delle indagini a suo carico, si fa strada anche l’ipotesi di una talpa.
Per capire le dinamiche delle cosche da queste parti Vincenzo Mandalari, già condannato dal tribunale di Milano a 14 anni con rito abbreviato, è personaggio centrale. Entra in tutte le vicende di mafia della zona ed è presente all’ormai noto summit di Paderno Dugnano in cui i capi-cosca della ‘ndrangheta al nord eleggono il nuovo referente per la Lombardia al circolo Arci intitolato, ironia della sorte, a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.


L’uomo è già noto alle cronache, in quanto il suo nome emerge nel corso delle indagini riguardanti il sequestro Sgarella, rapita l’11 dicembre del 1998 e amministratrice delegata della Italsempione Spa, azienda di trasporti di Cornaredo, nell’hinterland milanese, ai tempi con un fatturato di circa 240miliardi di lire e 180 dipendenti. Sono gli anni dei sequestri di persona che la ‘ndrangheta compie per foraggiare le casse dell’organizzazione con i riscatti. Molti dei nomi coinvolti in quel sequestro li ritroviamo dieci anni dopo in Lombardia, alcuni dei quali con tanto di attività economiche che lavorano nel pubblico e nel privato. Ovviamente fuori da ogni regola di leale concorrenza, ma per molti imprenditori della zona, per non avere rogne «è comodo far lavorare i loro mezzi».
Da Bollate e dal fuoristrada di Mandalari arrivano indicazioni preziose agli inquirenti per incastrare gli uomini della ‘ndrangheta al nord e portare alla sbarra più di 150 persone, 110 delle quali già condannate in primo grado. Con la sua ditta, la IMES Mandalari si prende commesse private e pubbliche, in città e fuori. Allo stesso modo il clan cerca di infiltrarsi nella società Infrastrutture Acque Nord Milano, la Ianomi Spa: è lo stesso boss di Bollate a utilizzare il rapporto con il consigliere comunale e dipendente della stessa Ianomi, ex Ds, Francesco Simeti (non indagato) per inserire uno dei suoi uomini nella società a partecipazione pubblica. L’inserimento del “raccomandato” di Mandalari avviene, poi scatteranno gli arresti e Ianomi si costituirà parte civile al processo.
Gli inquirenti dedicano 34 pagine all’interno dell’ordinanza di custodia cautelare per descrivere la “locale” di Bollate, e non da meno è la requisitoria del pm di Milano Alessandra Dolci durante il processo che definisce la questione Ianomi, il tentativo di candidare una lista civica con nipoti e cugini e l’assalto all’Expo. Un assalto al calor bianco, perchè, come dice ancora Mandalari intercettato «a noi i grandi lavori dell’Expo, fare le grandi opere non interessa. A noi interessa andare a mettere i tondini per strada, a noi interessa realizzare centri sportivi, centri sociali». Tutte piccole commesse che evidentemente non hanno bisogno di una gara pubblica e dove viene più facile infiltrarsi e strappare subappalti al ribasso.
Ianomi si dissocia e tramite una conferenza stampa, dieci giorni dopo la maxi-operazione annuncia la costituzione parte civile, ma è interessante vedere, a proposito dei «tondini per strada», cosa la ditta di Mandalari fece per la Ianomi. «Ianomi Spa – si legge in un comunicato dell’azienda – non ha mai lavorato con aziende presenti nell’elenco che è sottoposto dalle forze dell’ordine al presidente Roberto Colombo. Soltanto la società Imes ha impiegato la propria manodopera per un intervento quantificabile in 896 euro oltre Iva per il sollevamento dei chiusini». Certo, una commessa da qualche centinaio di euro, ma sufficiente per far capire come si vuole entrare nell’affare Expo, che arriverà anche qui.
Mandalari scriverà dal carcere di Ancona prima di essere condannato a 14 anni al giornale locale di Bollate “Il Notiziario”: «Sono Mandalari Vincenzo, ho deciso di scriverle in quanto vorrei che lei desse voce al mio stato d’animo, dopo che la mia immagine è stata dipinta in modo scabroso dai giornali, i quali non hanno esitato a raffigurarmi come un boss della ’ndrangheta a capo di chissà quale organizzazione, come ha fatto qualcuno inventandosi storie assurde sul mio conto infamandomi senza avermi mai conosciuto né in bene né in male». Dello stesso avviso parenti e amici, per cui gli inquirenti prendono una «cena tra calabresi per un summit di mafia».
Poco distante da Bollate, dove un altro dei nodi da sciogliere è quello della “ex cava Bossi”, su cui nemmeno Regione Lombardia è stata fino ad ora in grado di dare risposte esaurienti sulle modalità d’uso e sui rifiuti contenuti nel sottosuolo, c’è Paderno Dugnano. Resa celebre nel luglio 2010 non da qualche imprenditore nato dal niente sotto la Madonnina, ma da una “mangiata”. Una mangiata al circolo Arci Falcone & Borsellino, blindato per l’occasione da pannelli alle finestre, per eleggere il nuovo capo della ‘ndrangheta lombarda, dopo l’uccisione di Carmelo Novella, fatto fuori a causa delle sue mire autonomiste rispetto alla casa madre calabrese.


A filmare e registrare l’intero summit sono i carabinieri del nucleo investigativo di Monza il 31 ottobre del 2009. Una immagine sgranata in bianco e nero, che per qualche giorno è stata protagonista sui teleschermi di tutta Italia. Incontro, preparato nei mini dettagli da parte degli ‘ndranghetisti che sfruttano anche la conoscenza del consigliere comunale del centrosinistra di Paderno Dugnano Arturo Baldassarre (non indagato). Tre mesi prima è ancora Mandalari, che spiega al telefono come è andata al locale «Ho detto ad Arturo, qua ci sono 500 euro per te, non deve esserci nessuno, neanche tu. Ci sei tu ma non ci devi essere neanche tu. Ed ha 500 euro, chiuditi la bocca, tanto siamo 50 cristiani sono cinquemila.... 5 euro a testa … Gli raccogliamo 500 euro ad Arturo e gli dico Arturo: silenzio assoluto, e basta! Non gli dico né quello che devo fare né quello che non devo fare». Baldassarre nei giorni successivi agli arresti, rispondendo ad alcune interviste ribadisce di non sapere che a quella cena fosse presente il gotha della ‘ndrangheta lombarda. Da rilevare come, tra le altre cose il nome di Mandalari risulta tra le prenotazioni del circolo Arci, ma non tra i soci.
Eppure in questa zona, la storia della ‘ndrangheta in trasferta e ormai ben trapiantata non è finita, perché troviamo Rho, impero di Expo2015, sede di un’altra cellula mafiosa attiva e teatro di alcuni depistaggi di appartenenti alle forze dell’ordine. Le famose “talpe”, che spesso avrebbero tenuto informati gli stessi ‘ndranghetisti delle indagini in corso.
Per comprendere le dinamiche della mafia al nord occorre seguire i soldi, l’imprenditoria, la politica e la cocaina. È qui vicino, tra Garbagnate Milanese e Cesate che si è smascherato un imponente traffico internazionale di cocaina tra Colombia e Italia, via Venezuela e Polonia. Qui la “roba” viene via a 80 euro al grammo «quella buona», mentre poi ci sono gli «infami che tagliano con la merda chimica» che te la fanno a 50. E la roba in questione, viene intercettata. 1.130 chili di cocaina vengono sequestrati dai carabinieri, ma per la Dea statunitense (Drug Enforcement Administration) quei 1.130 chili avrebbero dovuto essere 5 tonnellate, poi ridotte a una da parte dei narcotrafficanti (italiani residenti tra Garbagnate e Cesate, ma già vecchie conoscenze delle polizie sudamericane) per questioni logistiche.
Nell’indagine che ha smascherato questo ponte fatto di cocaina, denominata “Marcos”, c’è chi compra dalla piazza colombiana, un mediatore, finanziatori insospettabili e i “fornitori ufficiali” per quella grande piazza di spaccio che è Milano e l’hinterland. «Milano è in mano ai calabresi», diceva Marcello Sgroi, 58 anni e trait d’union tra Bogotà e Milano. Così anche a Garbagnate e Cesate due rimasti coinvolti nell’operazione si erano candidati in politica con la lista “Progetto sociale di destra”. Niente da fare però, i 281 voti presi non sono stati sufficienti per entrare in consiglio comunale e né per il candidato sindaco della lista, titolare di un’armeria.

La ‘ndrangheta di casa su quel ramo del lago di Como


Wall Street, il locale dei Coco-Trovato confiscato a Lecco, diventerà una “pizzeria della legalità”
Il Direttore dell’Agenzia nazionale per la gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati ha firmato il provvedimento di destinazione al Comune di Lecco dell’ex pizzeria “Wall Street'”, appartenuta al clan dei Coco-Trovato, che diventerà una pizzeria della legalità, nella quale si potranno mangiare i prodotti delle terre confiscate alle mafie.
La nostra inchiesta del marzo 2012
Quel ramo del Lago di Como che volge a Mezzogiorno, quello di Lecco, conosce da tempo la ‘ndrangheta. Dai primi anni ‘80, quando comandava Franco Coco Trovato. Così tra intimidazioni, pizzo, estorsioni e corruzione, “O calabrese”, è stato un vero e proprio imprenditore di ’ndrangheta. Una volta arrestato, è arrivata la seconda generazione di ’ndrangheta a Lecco, che ormai si veste bene ed entra nelle imprese, specialmente del movimento terra. Quarta puntata del viaggio de Linkiesta nelle mafie in Lombardia.
Su questo ramo del lago di Como, dalla parte di Lecco, la storia l’hanno fatta anche i clan. Dalla cocaina sporca all’economia legale d’impresa la ’ndrangheta ha trovato qui, per tanti, troppi anni terreno fertile. Così nella città dei Promessi Sposi dopo i bravi di Don Rodrigo sono arrivati anche gli uomini della criminalità organizzata, e non l’altro ieri, ma fin dagli anni ’60.
La faccia della ’ndrangheta in riva al lago è quella di Franco Coco Trovato, calabrese, classe 1947, protagonista di un sogno americano, però criminale. Al suo nome è legata gran parte della storia criminale e della presenza fissa della ’ndrangheta a Lecco e dintorni. Una carriera criminale partita dal basso per poi diventare praticamente “manageriale”, senza perdere però la ferocia per fare piazza pulita degli ostacoli. Dai furti al mercato della droga fino a società, locali pubblici e un nugolo di prestanome.
Dai primi anni ’80 Franco Coco Trovato comanda la cellula criminale con base a Lecco, e sotto di sé può contare, secondo quanto racconta un pentito che ha messo il tutto a verbale, circa 1.400 uomini tra Lecco e la Brianza. Così tra intimidazioni, pizzo, estorsioni, corruzioni tra politica e forze dell’ordine Coco Trovato costruisce il suo feudo in riva al lago di Como. “O calabrese”, così veniva soprannominato, è un vero e proprio imprenditore di ’ndrangheta, stimato in città tanto da essere nominato “Cavaliere di Betlemme” dall’Unione dei Commercianti di Lecco.
Coco Trovato apre locali e pizzerie, e proprio nella sua roccaforte, la pizzeria “Wall Street”, intestata alla moglie Eustina Musolino, viene arrestato il 31 agosto del 1992 al termine dell’operazione che prende il nome dal locale, coordinata da Armando Spataro. Il Wall Street in via Belfiore a Lecco è l’ufficio di Coco Trovato. Quando c’è lui, c’è anche la sua Ferrari Testarossa che fa capolino. Eppure qualcuno a Lecco, politici locali compresi su quel Coco Trovato non hanno mai avuto dubbi, anzi, la pizzeria del boss era frequentatissima, un’ottima copertura per riciclare milioni su milioni, organizzare lo spaccio e le estorsioni.
In città sono in pochi a farsi domande sugli elogi dell’Unione Commercianti e della politica ai Trovato. Tra questi pochi c’è il capo commissario di Lecco, che insospettito dai rapporti continui tra il presidente dell’Unione Commercianti Giuseppe Crippa e Coco Trovato, mette sotto controllo il telefono del primo. Tra le pagine dell’inchiesta Wall Street emerge infatti una sfuriata del boss con lo stesso Crippa. Scatterà poi il blitz il 31 agosto del 1992, ma gli inquirenti arrivano a Coco Trovato grazie soprattutto alla scia di sangue che questo imprenditore di ’ndrangheta, dalle maniere cordiali in società, spietato in privato, si è lasciato alle spalle. “Wall Street” è una delle più imponenti operazioni antimafia realizzate in Lombardia, 139 arresti, 16 locali sequestrati, 60 conti correnti bloccati, 50 auto di lusso requisite e per la prima volta in Lombardia scatta l’accusa di associazione di stampo mafioso.
Franco Coco Trovato a Lecco incontrava tutti, votava e faceva votare. Tra i tanti incontra Pepè Flachi, boss di Milano e anche Felice Maniero, storico fondatore e capo della nota “mafia del Brenta”. Non solo boss, perché Coco Trovato, nel racconto del pentito Giuseppe Di Bella, consegnato ai giornalisti Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli nel libro “Metastasi”, avrebbe incontrato e fatto votare anche un politico che, partito da Lecco, sarebbe diventato ministro. Di Bella è ritenuto dai magistrati un pentito particolarmente attendibile: nel suo racconto accusa “Gamma” (lettera dell’alfabeto greco usata per coprire l’identità del politico in questione, in quanto la vicenda è sotto la lente della procura di Roma) di essere stato molto vicino a Coco Trovato negli anni di militanza cittadina.
Nel 1990 “Gamma” è il primo leghista ad essere eletto in una amministrazione locale. Sarebbe lui il cavallo vincente su cui avrebbe puntato Coco Trovato per ricevere favori dall’amministrazione. A riconoscersi nelle parole di Di Bella è Roberto Castelli, leghista, già ministro della Giustizia, che querela giornalisti e casa editrice, difendendosi «Il sottoscritto non ha mai avuto alcun tipo di frequentazione con il boss Franco Coco trovato , che nel 1990 era già famoso per le sue attività poco commendevoli ed anzi ha sempre combattuto la criminalità, in specie quella organizzata, sia come politico sia come Ministro della Giustizia: in tale veste infatti ha stabilizzato il 41 bis e lo ha applicato a centinaia di mafiosi, compreso Coco Trovato».
Fatto sta che con l’operazione Wall Street il clan di Coco Trovato finisce dietro le sbarre, ma quella pizzeria, ci metterà più di un decennio ad avere una nuova destinazione d’uso. Qualcuno qui sussurra che anche dietro le sbarre si possa continuare a manifestare il proprio peso criminale, e questi ritardi ne sono una prova. Oggi la Wall Street è adibito ad archivio della Prefettura, che però a fine anno dovrà trasferirsi. Il prefetto di Lecco Marco Valentini, vorrebbe che si trasformasse in una «pizzeria della legalità con i prodotti coltivati nelle terre confiscate alla mafia». In città si augurano che il locale e il parcheggio non tornino «nello stato di giungla in cui è rimasto per oltre dieci anni».
La città di Lecco (Flickr - hozinja)
La pizzeria Wall Street sequestrata e abbandonata da 15 anni durante la giornata della memoria delle vittime della mafia (Flickr - Quileccolibera)
Manifestazione contro la ‘ndrangheta (Flickr - emilius da atlantide)
Ma non basta arrestare Franco Coco Trovato, a Lecco arriva una nuova generazione di ’ndrangheta, che non perde il vizio di fare affari e tenta di vestirsi bene e di operare in quella che il Gip di Milano Giuseppe Gennari definisce «economia bianca», cioè legale e dal volto pulito. Per anni a Lecco, come in tutta la Lombardia il tema mafia si inabissa. Dopo le operazioni dei primi anni ’90, le inchieste proseguono, ma il dibattito si affossa. E per le mafia non c’è migliore aiuto del silenzio.
La seconda generazione di ’ndrangheta a Lecco, smascherata in una notte del dicembre 2006, dopo un’inchiesta durata poco meno di nove anni, vede protagonista ancora i Coco Trovato, ma questa volta figli e nipoti. Traffico di droga, armi e associazione mafiosa le accuse, così come in altre inchiesta che colpiscono i clan in città, ma che sono in grado di rigenerare il tentacolo anche grazie all’appoggio di colletti bianchi e qualche entratura di troppo nella politica locale.
Intanto qui la ’ndrangheta rimane, si veste bene ed entra nelle imprese. Ma c’è un sistema tutto nuovo che nasce: se una volta l’imprenditore cedeva alle richieste del clan finendone succube, qui ci sono volti di imprenditori a cui il libero mercato non va giù e la ’ndrangheta iniziano a usarla per fare affari e mettere fuori gioco i concorrenti. Secondo le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano è il caso dell’azienda Perego Strade Srl, poi divenuta Perego General Contractor, oggi in liquidazione e una delle maggiori società operanti in Lombardia nel settore del movimento terra.
La Perego Strade S.r.l. ha sede legale in corso Magenta 32 a Milano,mentre le sedi operative sono a Cassago Brianza, provincia di Lecco. In difficoltà finanziarie l’azienda si trasforma in Perego General Contractor, capitale sociale 10 milioni di euro: 51% alla famiglia Perego il restante 49% dietro uno schermo di società fiduciarie come Carini e Comitalia con sede a Milano.
Nel frattempo la ’ndrangheta non si accontenta più dei piccoli subappalti nell’hinterland e vuole fare il grande salto in vista di Expo 2015. Così inizia l’assalto alla nuvola di società del gruppo Perego, dove uno dei componenti della famiglia Ivano, si è già contraddistinto in passato per il modo spregiudicato di appoggiarsi a individui poco puliti. Ma il gruppo si aggiudica intanto importanti commesse pubbliche e manda camion e scavatrici sulla strada statale Paullese per conto della Provincia di Cremona, all’Ospedale Sant’Anna di Montano Lucino, vicino Como, sotto l’egida di Regione Lombardia, a Erba per la metanizzazione targata Snam Rete Gas e, ironia della sorte, nella costruzione dei nuovi uffici giudiziari di Milano.
La ’ndrangheta fiuta l’affare e la permeabilità dell’azienda che ha come oggetto sociale l’esecuzione di scavi, sbancamenti di terra, lavori di asfaltatura, demolizioni, raccolta di rifiuti e simili come la costruzione di discariche e servizi ambientali. Intanto la Perego General Contractor appare come la società di punta delle holding di Perego e in stato di buona salute dopo un periodo difficile: 64 cantieri aperti, assunzioni e numerosi contratti di leasing aperti per auto di lusso come Ferrari, Lamborghini e Porsche.
Quel momento di crisi viene superato quando arriva il ragioneri Andrea Pavone, pugliese, uomo in grado di tessere grosse relazioni per l’azienda. Dietro di lui c’è proprio la ’ndrangheta. Scrivono i magistrati nel corso dell’inchiesta “Tenacia” che prende proprio le mosse dalla Perego e darà il largo poi alla più vasta operazione “Infinito” del luglio 2010 «In questa storia, Pavone è colui che entra ufficialmente in Perego come uomo di fiducia della famiglia omonima ed è sempre colui che rappresenterà il collegamento esterno – fedele e fidato – prima con Strangio e poi con i Cristello». Pavone entra quindi in Perego e installato nel suo ufficio, chiarisce a una dipendente dopo poco tempo «Sia ben chiaro, da questo momento tu risponderai solo a me».
Pavone alla Perego è in sostanza una creazione di Strangio che assume il controllo di fatto dell’azienda. Salvatore Strangio, originario di Natile di Careri (RC) abita a Desio ed è lui a lanciare l’assalto a Perego. Sono poi le annotazioni del Ros dei Carabinieri a sancire la presenza di esponenti della ’ndrangheta nell’azienda lecchese, tanto che anche il Giudice per le Indagini Preliminari del tribunale di Milano, Gisueppe Gennari, scriverà nell’ordinanza «Perego General Contractor è ormai una vera e propria società mafiosa, con una diretta partecipazione sociale di capitale mafioso». Banche, fiduciarie, titoli, imprese e consigli di amministrazione, «qui – scriverà nell’ordinanza lo stesso Gip Giuseppe Gennari – qui si discute del punto di contatto tra colletti bianchi e organizzazioni criminali».
Intanto Pavone e Perego costruiscono una rete di contatti che arriva fino alla politica regionale e alla Compagnia delle Opere, approcciando nell’ordine l’assessore provinciale in giunta Penati Antonio Oliverio (poi assolto nel rito abbreviato del processo “Infinito” per l’assenza nella normativa italiana del reato di “traffico di influenze”, presente nella normativa europea, ma mai recepito dal nostro Paese dal lontano 1999), il politico dell’Udc Emilio Santomauro e l’allora assessore regionale Massimo Ponzoni (entrambi non indagati). Rapporti con la politica che permettono poi di stabilire contatti anche a livello istituzionale per passarla liscia in caso di sovraccarico dei camion, multe sui cantieri e sul trasporto di illecito di detriti e rifiuti.
Il sistema ’ndrangheta si appropria di Perego, società scelta per avere apparenza insospettabile e regolare per partecipare a rilevanti appalti pubblici, proprio a partire da Expo 2015. Gli uomini della ’ndrangheta sono convinti «siamo a casa nostra» e l’intenzione è quella di creare un cartello di imprese per monopolizzare i settori entro cui opera la stessa Perego. «Il virus - dicono al telefono Pavone e Strangio, intercettati dalla DDA di Milano - è iniettato».
Nel frattempo, precisamente nell’aprile 2009, Pavone avvia i contatti per tentare l’inserimento in un’altra società: la Cosbau S.p.A., azienda con cui la Perego General Contractor è entrata in rapporti di lavoro essendo l’aggiudicataria delle opere di ammodernamento della ex S.S. 415 “Paullese”, dove Perego ha acquisito il subappalto del movimento terra. La Cosbau, azienda trentina, fattura 66 milioni di euro e va ad aggiudicarsi due dei 30 lotti su cui verranno costruiti gli edifici prefabbricati destinati alle famiglie terremotate de L’Aquila. Una commessa da 21 milioni di euro.
Pavone ancora una volta fiuta l’affare e tramite falsi aumenti di capitale e infilando uomini nel controllo del consiglio di amministrazione per poco non riesce ad acquisire il controllo di Cosbau. Sarà solo la scoperta da parte del presidente di Cosbau, Bonamini, della falsità dei titoli portati in società da Pavone, tramite altri schermi di società, a far ritirare la ’ndrangheta dall’affare. Quando Bonamini iniziò a destare sospetti, fu lo stesso Oliverio, inserito da Pavone nel cda di Cosbau a mettere in guardia lo stesso faccendiere pugliese «Questa operazione non ti riesce – dice al telefono Oliverio a Pavone, intercettati – ti devi convincere che questa cosa non la chiudi... Rischiamo di andare sui giornali, siamo in terra nemica, perché siamo Tribunale di Bolzano e Trento, che è presidiato da loro (inteso lo Stato, ndr), questa volta rischi di farti male, ma male male... Può darsi che tu abbia messo in conto anche questo, io no... Non puoi chiedermi questo insomma».
Storie di scalate della ’ndrangheta S.p.A., di fiduciarie, titoli, scatole cinesi e banche europee. A Lecco, metafora perfetta di quella mafia che fa affari in doppiopetto e polsini sporchi di sangue, ci sono gli avamposti della criminalità organizzata, pronti a scattare e avere rapporti con la vicina svizzera e non solo. Una criminalità organizzata che entrando nell’economia legale era presente anche sui cantieri più importanti della Regione Lombardia. Sul quel ramo del lago di Como, c’è anche questo, una azienda che, per citare i magistrati milanesi «diviene sostanzialmente una stazione appaltante a beneficio della ‘ndrangheta», incastrata dal metodo criminale, dalle corruzioni, da funzionari compiacenti e dalle testimonianze incrociate di alcuni dipendenti che interrogati hanno deciso di parlare, ma non di denunciare prima «perché altrimenti sarebbe arrivato il licenziamento». 

Il summit mafioso


31 Ottobre 2009, Paderno Dugnano (MI) Circolo Arci "Falcone e Borsellino". Queste immagini scioccanti mostrano il summit dei boss della 'ndrangheta in cui viene eletto Pasquale Zappia come referente per il Nord Italia delle cosche calabresi.






















               






























*ALGA TOSSICA A Isola delle Femmine

Nessun commento: