L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























sabato 18 dicembre 2010

L’incoerenza e l’arroganza del Ministro La Russa

  L’incoerenza e l’arroganza del Ministro La Russa


18 dicembre 2010 | di Federica Caputo

Il nostro Ministro della Difesa Ignazio La Russa giovedì 16 dicembre, durante la trasmissione “Annozero”, ci ha reso spettatori di uno sguaiato teatrino che tutto lascia intendere, fuorché in Italia si sappia dare la possibilità di esprimere la propria opinione.
Era stato chiamato a intervenire, all’interno del programma, Luca Cafagna, uno studente della Sapienza, iscritto alla facoltà di Scienze Politiche.
Come tutti condannava la violenza esercitata martedì a Roma, e da civile partecipante del corteo se ne dissociava.
Dopo appena venti secondi dall’inizio del suo intervento il Ministro inizia a borbottare.
Non ci mette molto a perdere la pazienza, e accusa lo studente, che parlava da meno di due minuti, di monopolizzare la trasmissione col suo “comizio”.
Il tutto ovviamente viene detto, o meglio urlato, con grande arroganza, cosa che non deve stupirci viste le scene che spesso e volentieri ci propinano le sedute in Parlamento.
Luca Cafagna, che stava parlando delle organizzazioni di protesta degli studenti sottolineando come scendere in piazza non voglia dire essere dei fannulloni, viene accusato di “apologia di reato”, in riferimento agli atti di vandalismo che hanno sconvolto Roma il 14 dicembre.
La Russa si alza e minaccia di andarsene.
Ma non senza prima aver appellato il povero studente con l’epiteto di “Fifone vigliacco”.
Ebbene, raccogliamola questa provocazione, tornando indietro di qualche anno.
Nel 1971 il nostro Ministro diventava responsabile del Fronte della Gioventù, il movimento giovanile del Movimento Sociale Italiano.
Due anni più tardi, militando all’interno del medesimo movimento, il sopraccitato, partecipava a una manifestazione, che peraltro non aveva ricevuto l’autorizzazione della questura, durante la quale venne lanciata una bomba a mano. In questa circostanza morì l’agente di polizia Antonio Marino. Fallimentari i conseguenti tentativi del Movimento di mostrare la non appartenenza all’Msi dei responsabili della tragedia.
I passati e, oserei dire ben noti al pubblico, “scheletri nell’armadio” del nostro Ministro denotano un’incoerenza che poteva essere celata solo dalle sua urla rauche.
Al di là di questo mi chiedo perché in un Paese civile e democratico un comune cittadino non possa esprimere la propria opinione senza essere offeso.
E mi chiedo anche perché la classe dirigente non rifletta sui propri doveri verso quel popolo che sa osannare solo quando si va alle urne. E’ da un bel po’ che sappiamo che il popolo ha potere e rilievo solo in questa circostanza.
A mia opinione, tra i loro doveri c’è quello di trasmettere valori positivi a noi cittadini e dare il buon esempio.
Mi sembra tanto semplice e elementare, ma a quanto pare mi sbaglio.




Annozero, scontro dopo show La Russa Di Pietro: è un fascista intervenga il Colle
Il ministro della Difesa agli studenti: vigliacchi Il Pdl: Santoro fazioso e unilaterale

Non sappiamo chi dei due per primo  ha dato lezioni di silenzio
La Russa o Portobello?
ROMA (17 dicembre) - E' ancora scontro su Annozero, che giovedì sera ha visto protagonista Ignazio La Russa. Il ministro della Difesa ha inveito a lungo contro uno studente in studio, Luca Cafagna, dandogli
ripetutamente del "vigliacco" e del "fifone" perché non voleva condannare esplicitamente le violenze di piazza a Roma di martedì scorso. Il ministro, che ha poi continuato a definire vigliacchi gli studenti, ha anche minacciato di andarsene ma poi è rimasto in trasmissione e si è scontrato con il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, che gli ha dato del "fascista" beccandosi in risposta un "analfabeta".
Annozero intanto ha vinto la serata tv del giovedì. La puntata su Raidue è stata seguita da 5 milioni 764 mila spettatori (23,58%). Era l'ultima del 2010: la trasmissione riprenderà il 13 gennaio come annunciato dal giornalista ieri sera.
Oggi Di Pietro insiste e chiede l'intervento del Quirinale. «La Costituzione italiana e la legge penale - dice Di Pietro in un videomessaggio - vietano la ricostituzione del partito fascista e l'apologia di fascismo. «Ieri sera, pubblicamente, davanti a qualche milione di telespettatori - prosegue Di Pietro - il ministro della Difesa in carica del governo Berlusconi, Ignazio La Russa, alla mia precisa contestazione di comportarsi come un fascista, ha risposto "Sì. Sono fascista. Sono orgoglioso di essere fascista". Può un ministro della Repubblica, il ministro della Difesa, fare apologia di fascismo, avendo a disposizione le Forze armate? Voglio appellarmi al presidente Giorgio Napolitano. Il ministro della Difesa della Repubblica italiana ha fatto apologia del fascismo. Cosa dobbiamo aspettare per reagire? Che torni un nuovo fascismo?».
La Russa oggi ha spiegato di «avere alzato forse troppo i toni, ma - ha aggiunto - sapevo chi era quel ragazzo, conosco il suo nome e cognome e cosa fa, so che si è distinto contro ragazzi inermi». «L'ho chiamato vigliacco - aggiunge il ministro parlando con i cronisti al Senato - perché difendeva chi ha colpito proditoriamente uomini delle forze dell'ordine nel corso degli scontri di martedì, ma anche per qualche episodio universitario». La Russa fa i complimenti poi a Michele Santoro, «è bravissimo, il migliore di tutti».
«Una vergogna» a Pier Ferdinando Casini invece non è proprio piaciuto lo scontro verbale andato in onda ieri sera ad Annozero. Casini, presente in studio ieri sera, critica il ministro della Difesa, sul quale ironizza chiamandolo «La Rissa», ma anchelo studente che non ha preso, a suo avviso, le distanze dalle violenze esplose a Roma negli scontri del 14 dicembre. Secondo il leader centrista comunque «Santoro ieri è stato impeccabile».
Il Pdl invece attacca Santoro. «Di Annozero la cosa scandalosa era l'unilateralità e la faziosità politica, che ovviamente a Di Pietro vanno benissimo, anzi sono fatte su misura», è il commento del capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto.
 


QUALCUNO DICA A LA RUSSA CHE IL FASCISMO IN ITALIA E' FUORILEGGE

- Milano, Forza Nuova rinuncia alla contestata seconda sede / LA RUSSA: 'FORZA NUOVA? SBAGLIATO LIMITARE LIBERTÀ'  


Milano, Forza Nuova rinuncia alla contestata seconda sede




 Il timore delle forze dell’ordine era che quel titolo in qualchemododiventasse reale: «Le sedi del fascio si chiudono col fuoco». È il nome del dibattito con il quale Forza Nuova intendeva inaugurare oggi la sua seconda sede cittadina in Corso Buenos Aires a Milano, città medaglia d’oro della Resistenza. L’inaugurazione invece è saltata.
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Si terrà solo il dibattito, ma nella sede principale del partito neofascista, in piazza Aspromonte. In questo modo dovrebbe essere scongiurato il pericolo di scontri con le sigle antifasciste, dal Pd all’Anpi fino ai centri sociali, che avevano annunciato un presidio proprio in risposta all’iniziativa forzanovista. Così fino a ieri il capoluogo lombardo ha temuto di rivedere gli scontri dell’11 marzo 2006, quando per opporsi alla manifestazione della Fiamma Tricolore gruppi di sinistra scesero in piazza e si crearonononpochi disordini. Anche allora, il teatro delle tensioni fu il Corso dello shopping cittadino.
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È qui che, poche settimane fa, il partito di Roberto Fiore ha ottenuto in affidamentounlocale delComune di circa duecento metri: Forza Nuovaè stata l’unica organizzazione a partecipare al bando indetto dall’amministrazione Moratti e l’ha vinto con un’offerta di canone d’affitto di 19mila euro l’anno. Ma la fortissima opposizione della galassia antifascista milanese ha spinto una settimana fa il sindaco Letizia Moratti e il prefetto Gian Valerio Lombardi a revocare l’assegnazione dello spazio.Unadecisione ufficialmente presa per tutelare l’ordine pubblico.
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L’organizzazione di estrema destra ha annunciato il ricorso contro la decisione del Comunee fino a ieri sera intendeva anche inaugurare la sede, che per ragioni burocratiche resta nelle disponibilità del partito neofascista fino alla mezzanotte di oggi. In risposta Cgil, Anpi e la galassia degli antifascisti avevano convocato a poche centinaia di metri un presidio. Invece sono andate a buonfine le trattative per scongiurare possibili disordini, con i funzionari della polizia che hanno diffidato Forza Nuova dal tenere qualunque tipo di iniziativa nei nuovi locali. «Ci aspettiamo dal Questore una dichiarazione ufficiale che imponga a Forza Nuova il rispetto dell’ordinanza di revoca dei locali e le vieti ogni manifestazione in strada - aveva chiesto in mattinata il segretario della Camera del Lavoro di Milano, Onorio Rosati - Se ci sarà, potremo spostare la nostra presenza in corso Venezia».
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Contrari alle manifestazioni anche i commercianti del Corso, che temevano di perdere gli incassi dell’ultimosabato di regali primadel Natale. Mentre sul fronte politico in queste settimane sono state molte le polemiche, non solo a sinistra, contro la scelta di tre esponenti del Pdl di partecipare alla giornata forzanovista. Si tratta di Aldo Brandirali, consigliere comunale, Roberta Capotosti, consigliere provinciale e Marco Osnato, vice coordinatore cittadino del partito del premier. Ad accoglierli, nella sede di piazza Aspromonte, anche Roberto Fiore, capo di FN.
 
18 dicembre 2010
 

QUALCUNO DICA A LA RUSSA CHE IL FASCISMO IN ITALIA E' FUORILEGGE. NON CONOSCE LA MATERIA GIURIDICA. PUNTO



La Russa: Forza Nuova? Sbagliato limitare libertà


«Non conosco la materia giuridica sulla sede, ma trovo inaccettabile che ci sia chi vuole limitare in maniera preconcetta la libertà degli altri». Così il ministro della difesa Ignazio La Russa a margine dell’inaugurazione del nuovo ponte sul Po tra Piacenza e San Rocco al Porto ha commentato la vicenda della sede di Forza Nuova in corso Buenos Aires con il presidio anti-fascista organizzato per oggi da Cgil, associazioni e partiti di centrosinistra. «Poi se c’erano ragioni per non consentire la sede non dico nulla – ha aggiunto – ma che sia una parte politica che ci ha abituato alla violenza a pretendere che altri non possano esercitare diritti in maniera preventiva mi sembra un segno assolutamente da condannare».
LOCALI RICONSEGNATI AL COMUNE I rappresentanti di Forza Nuova hanno riconsegnato al Comune di Milano le chiavi del locale in Corso Buenos Aires che si erano regolarmente aggiudicati attraverso un bando pubblico ma che erano poi stati revocati dall’amministrazione per ragioni di ordine pubblico. La decisione dell’organizzazione di estrema destra fa seguito all’annuncio, già formalizzato ieri, di rinunciare alla inaugurazione della nuova sede. «Proseguiamo sulla linea della legalità – ha affermato il portavoce dei forzanovisti milanesi Marco Mantovani – resta fermo il nostro ricorso al Tar e la trattativa con l’amministrazione per ottenere altri spazi in cambio». Nel pomeriggio si terranno comunque le due iniziative degli estremisti di destra e degli antifascisti: la prima nella storica sede di Forza Nuova in piazza Aspromonte, la seconda in Porta Venezia. Fin d’ora entrambe le zone, ancorchè non così vicine l’una all’altra, sono presidiate da un ingente schieramento di forze dell’ordine

18 dicembre 2010



Ad Annozero epico duello. “Studenti vigliacchi”, urla La Russa. “Fascista”, grida Di Pietro. IL VIDEO

Bisognava vederlo Ignazio La Russa ad Annozero. Ha recitato quattro parti in una: ministro e governante responsabile, ex barricadero di destra, fascista senza vergogna, dirigente del partito attento e determinato, berlusconiano di ferro, nemico acerrimo degli studenti piazzaioli, difensore di poliziotti ingiustamente aggrediti, sostenitore delle ragioni di Tremonti che ha alleggerito le tasche dei poliziotti. Uomo d’ordine e guerriero, ragionatore e rivoluzionario. Per una decina di minuti ha sciorinato una serie di insulti all’indirizzo di uno studente che tentava di spiegare perché la rabbia del suo movimento può diventare violenza, ma lui, il ministro della Difesa siciliano, lo ha bollato come un sostenitore dei violenti ed un vigliacco.

Perché vigliacco? Per via degli incappucciati che il ragazzo difendeva e per via del fatto che anche lui avrebbe potuto essere, anzi lo è stato, un incappucciato. Sono stati dieci minuti epici ad Annozero con Michele Santoro che tentava disperatamente di rasserenare l’animo di Ignazio, che ha raggiunto l’emiciclo, insomma il centro della scena, e pareva che da un momento all’altro dovesse raggiungere il giovanotto che blaterava dal balcone in alto, ma voleva semplicemente salutare tutti ed andarsene perché veniva dato troppo spazio al ragazzo che parlava dal balcone.
Quando Ignazio La Russa s’è messo a sedere e pareva che fosse tornata la calma, Antonio Di Pietro, altro ospite di Annozero, insieme a Pieferdinando Casini, è andato in escandescenze, nel senso che ha dipinto con furia improvvisa, Ignazio La Russa, come il prototipo del fascista. Un modello esemplare di comportamento intollerante, la prova tangibile delle buone ragioni del movimento studentesco che non viene ascoltato, ma deriso, insultato e costretto ad usare armi improprie. Perché di questo si tratta, ha urlato Di Pietro, la violenza – condannabile ed esecrabile – è il frutto dell’irresponsabilità del governo, della sua sordità e cecità e così via. Una requisitoria nella quale Di Pietro ha trovato il modo di ricordare la sua vita precedente da poliziotto, costretto a difendere le ragioni indifendibili dello Stato.

In questo bailamme, Casini ha avuto così modo di dichiarare che a questo punto non aveva più bisogno di spiegare le ragioni della nascita del polo di centro.

Cerchiobottismo? No, la voglia di esprimere il bisogno di dialogo. Con gli studenti, tutti coloro che in Italia stanno male, anzi malissimo, e vengono considerati alla stessa stregua di chi riesce a cavarsela e di chi sta sostanzialmente come prima, perché il governo ha sì tenuto a bada i conti, ma l’ha fatto a spese dei deboli, perché ha tolto a tutti allo stesso modo, sicché chi non aveva poco e niente è stato privato del poco gettando nella disperazione un sacco di gente.

Annozero ha offerto altri siparietti, ma non si può raccontare tutto. Il duello fra Di Pietro e La Russa sarà dimenticato presto, ma qualcosa è destinata a rimanere. Per esempio, il fatto che il ministro si è arrabbiato furiosamente per molte cose, ma si è fatto una risata compiaciuta quando, finalmente, Di Pietro l’ha gratificato più volte con l’epiteto di fascista. Come se, tutto sommato, avesse gradito. Ma è solo una sensazione. 



MINISTRO LA RUSSA, SI VERGOGNI!! HA GIA’ DIMENTICATO LE ‘SUE’ DI BOMBE?

GUARDI BENE QUESTA FOTO E NON LA DIMENTICHI PIU’!


UN ESTRATTO DA:

[Piazza Fontana noi sapevamo] VINCENZO VINCIGUERRA: «IL PASSATO CHE NON PASSA»

01/06/2010
Se vogliamo che il passato cessi di essere il nostro presente e non condizioni il nostro futuro, esigere che le persone che hanno ricoperto cariche politiche e pubbliche in quegli anni siano allontanati dalla politica e dalle istituzioni, è il primo passo da compiere.
Non si comprende, difatti, quale verità potrà mai essere affermata fino a quando si permetterà a Ignazio La Russa di fare attività politica.
Non servono prove giudiziarie per sapere che Ignazio La Russa è stato fra i protagonisti, come dirigente del Msi di Milano, degli anni di sangue vissuti dal capoluogo lombardo.
Quello che un delinquente da strapazzo, Mauro Addis, chiamava confidenzialmente “Ignazio”, ha conosciuto tutti e tutto, ma ovviamente non ha mai detto nulla perchè non può denunciare altri senza autodenunciare se stesso.
L’ex direttore onorario del carcere di Opera, Renato Vallanzasca, in un libro scritto per lui da un giornalista., parlò di un dirigente missino di Milano che pagava la malavita per fare mettere bombe e, senza farne il nome, specificò che in quel momento ricopriva un’alta carica istituzionale: Ignazio La Russa, quando venne pubblicato il libro di Vallanzasca, era vicepresidente della Camera dei deputati.
Serve ricordare le parole dell’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che di La Russa ebbe a dire che nuotava nel brodo dell’eversione nera o, meglio, che era ad essa attiguo.
Quando, quattro cialtroni missini lanciarono bombe a mano su uno sbarramento di polizia, il 12 aprile 1973, uccidendo l’agente di Ps, Antonio Marino, La Russa c’era, ma secondo lui e i magistrati milanesi, dormiva come il suo compare Franco Maria Servello.
Era sveglio, viceversa, il La Russa quando si è recato a rendere omaggio alla salma di Nico Azzi il mancato autore della strage sul treno Torino-Roma del 7 aprile 1973.
Un gesto significativo, perchè Nico Azzi ed i suoi colleghi erano parte integrante di quell’ “eversione di Stato” che doveva rafforzare il Msi dei La Russa e dei Servello per farne un partito di governo.
Le Forze armate italiane hanno perduto il loro onore l’8 settembre 1943. Il fatto di avere oggi Ignazio La Russa come ministro della Difesa, prova che non lo hanno mai riscattato.

UN ALTRO ESTRATTO, DA POLIZIA NELLA  STORIA

Omicidio Volontario – La guardia Antonio Marino


Quel brutto 1973 si era aperto con segnali molto preoccupanti per l’ordine pubblico. Già il 31 maggio 1972, nella famigerata strage di Peteano, tre Carabinieri erano stati dilaniati da un’auto-bomba per la quale ancora oggi non è stato possibile risalire a mandanti e a moventi definitivi, grazie ad un continuo scaricabarile dall’uno all’altro versante politico.
Molti stavano già parlando di una nuova “stagione delle bombe” e Milano sembrava essere diventata suo malgrado la capitale politica di questo fenomeno. Il 7 aprile di quell’anno, appena cinque giorni prima della morte di Antonio Marino, c’erano già state prove di strage: all’altezza della stazione ferroviaria di Santa Margherita Ligure, Nico Azzi del gruppo “La Fenice” di Milano (la denominazione milanese del movimento di estrema destra “Ordine Nuovo”), si feriva nel tentativo di compiere una strage sul direttissimo Torino-Genova-Roma. Nell’innescare in una toilette del treno due saponette di tritolo militare da mezzo chilo, un contatto, forse provocato da uno scossone della carrozza, faceva esplodere uno dei due detonatori. L’attentatore con una gamba straziata veniva immediatamente arrestato. Ma Nico Azzi non aveva agito da solo. Con lui erano stati notati alcuni giovani che nei corridoi avevano a lungo ostentato copie del quotidiano “Lotta Continua”. La strage, collegata ad altri attentati, oltre che gettare il Paese nel panico e spianare la strada a un governo militare, doveva infatti, attraverso false rivendicazioni, anche riorientare a sinistra le indagini su Piazza Fontana, da qualche mese pericolosamente sulle piste delle “cellule” di “Ordine Nuovo” del Veneto.
La destra politica coglie subito l’occasione per chiamarsi fuori da simili strumentalizzazioni e, proprio a Milano, indice per il 12 aprile una manifestazione organizzata dal Movimento Sociale – Fronte della Gioventù, ufficialmente allo scopo di protestare contro la sempre più incontrollabile marea montante della violenza “rossa”. A questa manifestazione devono partecipare nomi importanti del partito: Franco Maria Servello, delegato MSI per Milano; l’onorevole Franco Petronio; Ignazio La Russa, all’epoca segretario regionale del Fronte della Gioventù; Ciccio Franco, che chi ha un minimo di memoria storica ricorda sulle barricate di Reggio Calabria a capitanare i moti insurrezionali del 1971. Anche qui, altri tre Poliziotti caduti: Antonio Bellotti, Gabriello Pieroni, Vincenzo Curigliano.
Ma, vista l’organizzazione paramilitare dei manifestanti che ha caratterizzato gli scontri di porta Venezia, non posso fare a meno di pensare che essi dovessero servire come sorta di paravento per mascherare l’ennesima “caccia al comunista” per le vie di Milano.
La tensione politica che porterà alla morte di Antonio Marino stava già crescendo in modo incontrollato da qualche giorno, con la manifestazione una volta autorizzata, un’altra volta vietata, poi ancora autorizzata. Fino alla mattina del 12 aprile, un giovedì di inizio primavera, quando il Prefetto Mazza vieta ogni manifestazione fino al successivo giorno 25. Ciò nonostante, verso le 17:30 un nutrito gruppo di missini – oltre un centinaio – si raduna presso la sede del MSI di via Mancini, con l’intenzione di spostarsi nella vicina piazza Tricolore, mentre una delegazione del partito veniva nel frattempo ricevuta in Prefettura.
Quel giorno, il Reparto Celere di Milano è in stato di allerta: una condizione alla quale le guardie avevano fatto ormai l’abitudine. Antonio Marino viene comandato di servizio già dalla prima mattina. Gli ordini sono chiari: controllare ogni punto della città che potrebbe essere interessato da manifestazioni politiche di qualsiasi tipo; in questo caso, le stesse dovevano subito essere represse. Milano è blindata: la Polizia ha ricevuto rinforzi da Padova, da Bologna, da Firenze. Come ho detto, questi sono anni duri: l’ordine pubblico di allora non aveva nulla a che vedere con quello dei giorni nostri e lo Stato rispondeva alla violenza terrorista con l’unico metodo che conosceva: repressione a tutti i costi, come pochi anni prima Scelba voleva che si facesse in ogni piazza d’Italia.
Nel primo pomeriggio di quel 12 aprile era già chiaro a tutti i Poliziotti che lo scopo principale della giornata per loro era quello di riportare a casa la pelle: durante alcune scaramucce in mattinata era già stata lanciata all’indirizzo di un “cordone” di agenti una prima bomba a mano che aveva ferito un militare e un passante. E non si trattava delle “solite” molotov a cui ci si era bene o male abituati: no, queste sono bombe a mano del tipo SRCM, usate dai militari in guerra. Sono bombe a frammentazione, il cui effetto è tanto più devastante quanto più ampio è il loro raggio di azione.
Antonio Marino è lì con la sua compagnia. Riceve l’ordine di schierarsi tra via Bellotti e via Poerio per impedire ai manifestanti di raggiungere la Prefettura. Ne scaturiscono scontri violentissimi: cariche, controcariche, lacrimogeni. Si ode anche qualche colpo di pistola.
Sono le 17:30. I ragazzi della “Celere” si ricompattano per l’ennesima volta. Sono stanchi, affamati, storditi dal fumo acre dei lacrimogeni. Antonio è in prima fila, imbraccia il suo scudo rettangolare che deve proteggere i suoi colleghi dal lancio di sassi e sampietrini. Dall’angolo di via Poerio sbucano due loschi figuri: sono due militanti delle frange estreme del MSI: Maurizio Murelli, 19 anni, e Vittorio Loi, 21 anni, quest’ultimo figlio del famoso pugile Duilio Loi. Erano già stati visti poche ore prima in piazza San Babila assieme ad altri “duri” del partito; alcuni testimoni dichiareranno poi di averli sentiti mentre stabilivano come dividersi pistole, mazze ferrate e – soprattutto – tre bombe a mano: avevano litigato per questo, per avere l’”onore” di tirarle ai poliziotti.
I due giovani hanno le mani in tasca. Vedono il “cordone” del 3° Celere. Anche Antonio li vede: sono due tipacci che non portano niente di buono. E quando li nota tirare fuori le mani dalle tasche e lanciargli contro qualcosa, di sicuro deve avere pensato all’ennesimo lancio di sampietrini. E invece i due gli lanciano contro una SRCM. Antonio alza d’istinto lo scudo, chiude gli occhi in attesa dell’urto del sasso, preparandosi con il corpo a contrastarne l’impatto.
Non li riaprirà mai più.
La bomba si infila maligna tra lo scudo e il corpo del giovane Poliziotto, esplodendo con effetti devastanti. A basket lo si sarebbe potuto considerare un lancio da 3 punti… Altri 12 agenti resteranno feriti da quel maledetto scoppio.
Il resto è affidato alle immagini della RAI, le prime a colori: un Poliziotto è riverso a terra, supino in una macchia di sangue di dimensioni immense che si è allargata su tutta la strada; la nuova tuta grigio-verde che da pochi mesi era stata adottata dai reparti celeri è squarciata in più punti, l’elmetto modello 33 è rotolato lontano. Qualcuno pietosamente – ma sempre troppo tardi – copre quello scempio con un lenzuolo bianco…. Il bianco del lenzuolo, il verde dell’uniforme, il rosso del sangue: il più triste tricolore che rimbalzerà su tutte le pagine dei giornali.


Scoppia l’inferno. I colleghi di Antonio perdono la testa e solo l’intervento del Questore di Milano scongiura l’inizio di una caccia all’uomo per le strade della città. Al rientro alla “Sant’Ambrogio” succede di tutto: insulti contro i superiori, atti di insubordinazione, ordini di servizio strappati, ammutinamenti e sit-in in cortile. Le forme spontanee di protesta si propagano nelle caserme di Pubblica Sicurezza come un’epidemia. Inutilmente. Perchè la stagione delle bombe, i morti di piazza, il numero di colleghi infortunati e resi invalidi per colpa dell’imbecillità umana continueranno a crescere.
Ecco chi era Antonio Marino.
Ecco come è morto.
Come Antonio Sarappa, Antonio Annarumma, Antonio Bellotti, Federico Masarin, Carlo Reggioli e Antonio Custra è l’ennesimo caduto “scomodo” che è più facile dimenticare che onorare.
Perche per alcuni in fin dei conti un omicidio volontario rientrava nel gioco delle parti.
I suoi due assassini vennero presi e condannati: 20 anni a testa, più o meno, per la morte di un Poliziotto.
Oggi sono liberi.
Di Antonio rimane invece una lapide sbiadita dal tempo e sotto cui quotidianamente passano centinaia di Milanesi. E se non fosse stato per un comitato spontaneo che si è dato da fare per rendergli onore, probabilmente non ci sarebbe nemmeno quella.
Da quell’aprile 1973 sotto di essa sono passate almeno due generazioni meneghine.
Chissà quanti avranno alzato la testa per leggerla.
Chissà quanti avranno ricordato quel triste pomeriggio di primavera.
E chissà quanti l’avranno letta, allontanandosi nell’indifferenza con una scrollata di spalle.
Di sicuro noi no.

In aggiunta serve ricordare come l’allora MSI finanziò la difesa dei due imputati, poi risultati colpevoli, dell’uccisione del povero Marino, con 22 milioni di lire dell’epoca; e come, sempre l’allora MSI di La Russa e Fini, promise 20 milioni delle stesse lire alla famiglia di Marino quale risarcimento danni. Quasi inutile aggiungere che di quei soldi si vide nemmeno l’ombra, tant’è che la famiglia Marino adì le vie giudiziarie nei confronti del Movimento Sociale.
Mauro

http://solleviamoci.wordpress.com/2010/12/17/ministro-la-russa-si-vergogni-ha-gia-dimenticato-le-sue-di-bombe/

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