L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























martedì 11 gennaio 2011

Addio a Lietta Tornabuoni

 Addio a Lietta Tornabuoni
La giornalista, critico cinematografico de L'espresso, si è spenta a Roma a 79 anni. Collaborava con il nostro giornale da molto tempo ed era autrice di numerosi libri. La sua ultima rubrica dedicata proprio a un film sulla morte
(11 gennaio 2011)

"Una compagna di viaggio acuta, sensibile e colta. Con una grande autonomia di giudizio e capace anche di andare contro corrente"
 
Lietta Tornabuoni    E' morta improvvisamente a Roma Lietta Tornabuoni, critico cinematografico de "L'espresso", con cui collaborava da molti anni. Si trovava al Policlinico Gemelli dove era stata ricoverata poco prima di Natale per una caduta.

Aveva 79 anni e da pochi giorni aveva consegnato alla redazione la sua ultima rubrica dedicata al film "Kill Me Please", del regista francese Olias Barco: una pellicola che, scriveva Lietta, «affronta l'argomento rimosso per eccellenza della nostra epoca, la morte».

La direzione e la redazione de "L'espresso" esprimono il loro profondo dolore per la perdita di una compagna di viaggio acuta, sensibile e colta come Lietta. Ai suoi familiari va, naturalmente, tutto il nostro cordoglio.

L'ultima rubrica della nostra collega sarà in edicola venerdì, con "L'espresso" cartaceo. Qui di seguito il nostro sito rende omaggio alla memoria di Tornabuoni ripubblicando le altre sue critiche cinematografiche uscite nelle scorse settimane, tutte su pellicole che sono ancora nei circuiti.

Grazie di tutto Lietta: ci mancherai.


Questo Clint è da non perdere

"Hereafter", nell'aldilà. Pattina su ghiaccio sottile, stavolta, Clint Eastwood. È vero che il suo cinema ha avuto sempre a che fare con le tenebre: da certe figure di pistoleri o di ruvidi poliziotti, sino a quel senso di lutto, d'ineluttabilità proprio dei suoi film più recenti. Ma mai il regista s'è spinto nella zona ipotetica che segue il trapasso. Lo fa ora, raccontando tre storie che - come già è stato fatto di recente in altre pellicole, da "Babel" a "Crash" - fanno incontrare, nel finale, i tre diversi protagonisti.

A Parigi, una giornalista scampata per miracolo allo tsunami del 2004 in Indonesia, vede sconvolte le proprie certezze di laica; a San Francisco, un giovane operaio che ha un tempo ricavato danaro dalle proprie doti di rabdomante del passato, vorrebbe solo esser normale; a Londra, un ragazzino che ha perso il fratello gemello in un incidente, desidera a ogni costo entrare in contatto con lui. Il regista non sposa nessuna tesi e si concentra su dettagli, visi, luce; suggerisce la possibilità di immagini prodotte dalla coscienza che si spegne, ma non va oltre. Sottolinea che l'aldilà è terreno di caccia per ciarlatani, invita a vivere la vita che abbiamo.

Eastwood mostra tutta la propria maestria nelle trame laterali. Come l'incontro, in una scuola di cucina, tra il sensitivo e una ragazza delusa in amore. Si piacciono, stanno bene assieme. Poi la ragazza, apprese le doti di lui, vuole metterlo alla prova: e viene alla luce un segreto straziante di lei. Lei se ne va ferita, promette che si rivedranno. Ma il dolore la spezza, si accascia piangente, poi si rialza, piano. Come in un racconto di Raymond Carver, nulla sarà più come prima.

Woody Incontra Buddha

Come un Buddha sereno, dall'alto dell'età e dell'esperienza Woody Allen guarda donne e uomini quasi fossero formiche frenetiche che sul terreno s'incontrano, si scontrano, si incrociano, si mettono in fila, senza alcun motivo: e meno male che il carattere non cattivo gli fa preferire la benevolenza al disprezzo. Il tema di fondo del suo nuovo film, "Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni" è l'illusione, succedaneo della speranza, che aiuta i personaggi-formiche a sopravvivere: "A volte le illusioni funzionano meglio delle medicine".

Film brillante, arricchito da un'aria leggermente antiquata, da musiche dolci, dal chiarore grigioperla di Londra. Eleganza. Manhattan spostata sul Tamigi. Attori ammirevoli. Anthony Hopkins, finalmente bravo in un periodo per lui molto poco felice, è un uomo anziano deciso a sconfiggere la vecchiaia e la morte: lascia la moglie coetanea, si risposa con una giovane puttana esibizionista e traditrice, va a correre, va in palestra, prende il Viagra, guida una decappottabile, veste sempre di bianco o di colori pastello. Sua moglie Gemma Jones s'affida all'alcol, alla chiromante, all'incontro con un vedovo bibliofilo quasi pazzo. La loro figlia Naomi Watts s'interessa troppo al proprietario della galleria d'arte in cui lavora, Antonio Banderas. Il marito di lei Josh Brolin è attanagliato dall'ansia: dopo un primo romanzo di successo s'è bloccato, il nuovo libro gli viene rifiutato, l'unica soluzione per non confessarsi fallito a se stesso e agli altri sta nel compiere un'azione indegna per la quale verrà forse punito. Altri personaggi circondano questo quartetto sconclusionato: nessuno ottiene quanto desidera, tutti si consolano con l'illusione che ci riusciranno. Prima o poi.

Dolore Senza FrontiereParlato in ebraico, inglese e rumeno, un film israeliano del tutto fuori del comune, calmo e malinconico, di sapore locale e insieme internazionale, sempre sul confine del grottesco senza mai oltrepassarlo, recitato benissimo. Il protagonista, "Il responsabile delle risorse umane" di un panificio industriale governato da una vedova suscettibile, viene incaricato di rimediare a un guaio d'immagine: una donna è morta in un attentato a Gerusalemme, nessun sa chi sia, da giorni è abbandonata all'obitorio; in assenza di documenti c'è solo il cedolino della paga del panificio, e un giornalista denuncia la mancanza d'umanità dell'azienda. Comincia così un viaggio tra Israele e Mitteleuropa: confuso, dolente e ridicolo.

Per salvarsi la faccia, il panificio intende pagare funerale e sepoltura, ma come capita nella vita tutto si rivela difficile: nessuno può autorizzare l'inumazione (il marito della donna è divorziato, il figlio è minorenne, la madre è in Romania), la defunta era un'immigrata clandestina in Israele. A volte in furgone, a volte issata su un carro armato, la bara percorre infiniti chilometri, sino a una falsa soluzione: la donna viene sepolta nel suo villaggio rurale in Romania ma, dice sua madre, è un errore, a quel paese era del tutto estranea. Intanto il responsabile delle risorse umane, a contatto con gente diversa, con altri Paesi e con differente dolore, è cambiato; e gli spettatori si sono resi conto di cosa voglia dire cosmopolitismo dei poveri. L'aneddoto (con molte variazioni) è tratto dal romanzo di Abraham B.Yehoshua (Einaudi): ma la qualità del regista Riklis ("Il giardino di limoni") e del film sta soprattutto nel tono, nello scoramento rassegnato che l'esistenza impone ai personaggi.

Tutto L'amore di Maria

Come in Rossellini o in Pasolini, il primo elemento al quale si ha cura di sottrarsi è l'iconografia cattolica convenzionale, la esigenza più sentita è quella di riportare la vicenda al proprio tempo, al proprio territorio, alla propria forza emotiva. In "Io sono con te" di Guido Chiesa, storia del rapporto tra Maria e Gesù dal tempo precedente la nascita al primo gesto autonomo del figlio, a 12 anni, di andare a discutere con i dottori del Tempio, l'amore sconfinato è centrale. Quasi trascurabili, al confronto, sono le altre sorprese: la madre di Gesù è una ragazzina araba che parla un dialetto rurale tunisino; la ragazzina calma e lieta ama tanto i bambini da non sopportare che li si faccia soffrire con la circoncisione, ama la libertà tanto da odiare le violenze del dominio coloniale dei romani e da detestare l'autoritarismo patriarcale impersonato dal fratello maggiore di suo marito.

Il marito falegname Giuseppe è un vedovo, padre di due figli. I viaggi della piccola famiglia non avvengono in solitudine ma in carovana. Il grande nemico del neonato Gesù, Erode (è Carlo Cecchi, voce sublime, faccia affondata nell'ombra e inconoscibile) parla in greco antico con i suoi esperti sapienti. Al centro sta un amore che, per essere quello tra due ragazzini, sembra nello stesso tempo materno, filiale, fraterno: sconfinato, valido non soltanto perché divino ma perché universale. Il film colto, ispirato alle idee di Maeve Corbo e a un realismo storico, nutrito d'amore, è molto interessante e bello; è straordinaria la serena mite letizia che arriva a far raggiungere agli spettatori; la sua scelta di privilegiare il rapporto tra madre e figlio non potrebbe essere più originale, né più umana.

La meglio gioventù

Opera piena di energia, di ardita gente giovane, di ragazzi rivoltosi; e insieme storia di una sconfitta, film tragico. "Noi credevamo" (il titolo è di Anna Banti) di Mario Martone, realizzato per la Rai nel molto celebrato centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia, arriva a compiere un'impresa molto difficile, intellettualmente onesta: raccontare il Risorgimento senza esaltazioni d'occasione ma per quanto fu per i protagonisti: una delusione profonda. Ancora oggi resistono i conflitti mai superati di allora: conflitto tra Nord e Sud del Paese, tra conservatorismo autoritario e democrazia libertaria, tra padronato e proletariato. La fine del potere temporale dei papi e la nascita della Repubblica, unici sostanziosi mutamenti istituzionali, hanno preteso molto tempo e restano imperfetti. Il lavoro culturale compiuto da Martone è davvero ammirevole. Il film, basato su tre personaggi e diviso in quattro periodi, parlato in molti dialetti e diverse lingue, mutilato di circa mezz'ora rispetto alla versione originale, di stile ineguale, non ha nulla di scolastico né di esaustivo (mancano gli austriaci e l'Austria, mancano il 1848 e il 1860 delle Cinque Giornate di Milano e dell'impresa dei Mille). Analizza il 1828 -1834 della carboneria meridionale; il 1852-1855 degli anni di detenzione subìti dai patrioti; il 1856-1858 degli attentati dinamitardi a Parigi; l'alba della Nazione. Non mancano gli opportunisti voltagabbana Francesco Crispi e Antonio Gallenga (Luca Zingaretti, Luca Barbareschi). Giuseppe Mazzini, consumato dal fuoco della politica, interpretato da Toni Servillo in una versione quasi terroristica, dopo il lungo esilio morì clandestino in patria nel 1872, a Pisa, sotto lo pseudonimo di dottor Brown.



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