L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























domenica 17 aprile 2011

L'ALVEARE


Alveare

«LA ‘NDRANGHETA È COME UNA PIANTA O UN ALVEARE SILENZIOSO, ARRIVA E TU MANCO TE NE ACCORGI, MA SE C’È IL TERRENO GIUSTO GIÀ S’È MANGIATO MEZZA TERRA TUA.»


La ’ndrangheta ha contagiato il Nord. Il suo impero invisibile ha preso il controllo di un sistema economico che si riteneva immune. O che diceva di esserlo. Quello raccontato da Giuseppe Catozzella non è un potere di sole stanze dei bottoni, ma una macchina brutale e intelligente che batte le strade, si impossessa dei bar di periferia e dei locali alla moda, usa le aziende pulite per riciclare denaro sporco e i cantieri edili per riempire il sottosuolo di veleni, gestisce l’enorme traffico della cocaina. Si insinua nella vita sociale di un intero Paese e si nutre delle sue debolezze. Il protagonista di questo libro la ’ndrangheta del Nord l’ha vissuta in prima persona e ne porterà per sempre i segni addosso. Ha conosciuto l’alveare e le sue vittime. Ha seguito Pasquale, che era amico di suo padre, nel percorso criminale di affiliazione a un clan; è stato il compagno di banco di Vincenzo, che comandava la scuola perché appartenente alla cosca che aveva in mano il quartiere; ha amato l’anziana zia Severina, che per anni non è uscita dal suo bilocale per difenderlo dalle famiglie che rivendono le case popolari; ha conosciuto il lavoro clandestino dentro gli sconfinati gironi dell’Ortomercato di Milano. Alveare è una lotta corpo a corpo tra realtà e verità: un’inchiesta che nasce dalla vita vissuta e un romanzo che inquieta perché non inventa nulla.

GIUSEPPE CATOZZELLA è nato nel 1976 a Milano. Nel 2008 ha pubblicato Espianti (Transeuropa). Collabora con “L’espresso” ed è tra i curatori del portale Milanomafia. Nel 2010 ha vinto il premio Gavinelli, assegnato dall’Ordine dei Giornalisti.






“Alveare” di Giuseppe Catozzella: il caso editoriale dell'anno

Autore: Morgan Palmas

Vi sono ricordi di mio padre che non sono mai riuscito a incasellare con un certo ordine. Da un lato, quando accade, ne parla con rabbia, dall’altro lato, proprio perché conosco bene tali dinamiche, ho sempre preferito non chiedere più di tanto, profittando di quei momenti di apertura che fossero di sua volontà per comprendere. Ricordi degli anni Sessanta, quando lui, giovanissimo emigrato dalla Sardegna, viveva e lavorava in Lombardia. Nel capoluogo, più precisamente, in un noto ristorante del centro, a poche decine di metri dal duomo, lavapiatti prima, poi cameriere. Assieme a molti altri emigrati del meridione trascorreva la sua adolescenza lontano da casa e dalla famiglia, condividendo all’inizio un posto sotto un ponte perché non ci si poteva ancora permettere di avere una stanza, in un secondo momento pochi metri quadri con una decina di altri ragazzi, ma almeno c’era un tetto. E su certi accadimenti utilizza ancora oggi una parola: bastardi. Non ho mai faticato a intuire che i bastardi fossero persone, emigrate come lui, che avevano scelto di lavorare nel malaffare, già allora presente nella Lombardia che galoppava con le sue attività economiche, come oggi.
Nei ricordi di Catozzella, non nella forma, ma nella sostanza, ho ritrovato prossimità.
Quante cose facciamo per prossimità? Ciò che ci sta vicino per qualche emozione, per un’affinità intellettuale o per altri motivi. Esistono prossimità che percepiamo con chiarezza, altre molto meno. Quando qualcuno, da molti anni, raccontava nei quotidiani che le organizzazioni criminali si diffondevano nel ricco nord Italia, laddove le concentrazioni di denaro influenzavano la realtà circostante, non pochi sorridevano, convinti che fossero questioni marginali, piccoli casi isolati e soprattutto gestibili.
Nei ricordi del padre di Catozzella ho trovato prossimità perché sono simili ai ricordi di mio padre, anche lui consapevole che la criminalità non fosse estranea a tanti ambienti lavorativi della ricca Milano.

Che cosa è accaduto nel frattempo?

Innumerevoli inchieste, altrettanti articoli nei quotidiani, però ancora un’ingenua lontananza, non certo prossimità, da parte della gente settentrionale. Non ci riguarda. O l’idea che non ci riguardi. 
Pochi anni fa Roberto Saviano ci ha raccontato con la sua capacità narrativa coinvolgente come la camorra sia viva e vegeta anche e grazie al nord, flussi di denaro consistenti nelle autostrade finanziarie dell’imprenditoria, con la consapevole contiguità della politica in non rari casi.
“Alveare” non parla di camorra ma di ‘ndrangheta, ritenuta dagli esperti da tempo la più pericolosa e strutturata, con codici di comportamento severi e con una storia decennale.
Catozzella, in “Alveare”, attinge dalla propria esperienza di vita, dalla sua infanzia, dai ricordi del padre, sputando una rabbia compressa per lungo tempo. Vincenzo, Mario, Pasquale e altri diventano la storia nella storia, la verità nella realtà. Un’Italia che i più credono presente nel sud, non certo nel nord.

«Ma per la ‘ndrangheta è più complicato. Esistono i picciotti lisci, appena reclutati, e i picciotti di sgarro, con all’attivo un po’ di esperienza, e comunque con non meno di sei mesi di attività dentro l’onorata società. La carriera si fa in base ai meriti. La meritocrazia è imperante, fondamentale».

Un merito conquistato con ordini impartiti dall’alto.
“Alveare” possiede un merito, vissuto dal basso: avere portato nella narrativa italiana la presenza della ‘ndrangheta nel Settentrione, sconfinando nei territori mafiosi dell’immaginario collettivo, destrutturandone le fondamenta. 

Sentiremo parlare ancora di questo libro, sarà il caso editoriale dell’anno, non ho alcun dubbio. Perché manca poco all’Expo, perché si sentiva l’urgenza di un romanzo-inchiesta simile, perché del Settentrione duro e puro della Lega Nord ci credono soltanto oramai i più disorientati, perché, nonostante la tanta paccottiglia che troviamo spesso nelle librerie, questo è un libro potente, con una voce unica, non una copia di Gomorra, non cadete in errore, qualcosa di più: non un ragazzo del sud che racconta la camorra del sud e l’omertà, facendo anche riferimenti al nord, ma un ragazzo del nord che racconta la ‘ndrangheta NEL nord e le sue trasformazioni grazie al denaro abbondante, grazie all’ingenua e snobistica distanza di noi settentrionali verso le criminalità organizzate.

Conosco Giuseppe Catozzella, non posso dire che sia un caro amico, ma l’ho incontrato, ci siamo parlati più volte, “Alveare” mi ha permesso di capire un po’ della sua vita, e, inaspettatamente, di capire un po’ di più mio padre. La potenza della letteratura.

http://www.sulromanzo.it/blog/alveare-di-giuseppe-catozzella-il-caso-editoriale-dell-anno

L’alveare della ‘ndrangheta nel cuore della Lombardia


di Luca Meneghel.


“Le api arrivano, importano il loro mercato, i loro metodi, lo fanno ovunque trovino silenzio. La ‘ndrangheta, una delle organizzazioni militari più efficienti mai esistite, assimilata ad al-Qaeda dall’Fbi, fa lo stesso”. Nel suo ultimo libro, “Alveare”, Giuseppe Catozzella va alla scoperta dell’impero costruito dalla ‘ndrangheta nel cuore pulsante del nord, la Lombardia.
Molto diversa “dal chiasso della camorra e dall’onore chiacchierato di Cosa Nostra”, l’organizzazione criminale calabrese pervade silenziosamente un territorio che stenta a riconoscere il male intorno a sé, nelle periferie e nei cantieri edili, nei locali alla moda e nelle società fittizie. Per portare alla luce gli affari della ‘ndrangheta, l’autore sceglie una forma espressiva – tornata in auge già da qualche anno – a metà strada tra il saggio, il reportage giornalistico e il romanzo. “Alveare”, per dirla all’anglosassone, è un non-fiction novel in cui il giovane protagonista vaga per le strade di Milano cercando di dare un senso alla scomparsa del padre, morto in un ospedale di Pavia controllato dalla criminalità organizzata. Il viaggio infernale di Catozzella è popolato di personaggi memorabili, dal lattaio Pasquale (che alla ‘ndrangheta ha sacrificato il suo bar) a zia Severina, che i criminali se li è ritrovati alla porta accanto.
Le storie più vivide, però, sono quelle di due giovani. Il primo è Vincenzo Nucara. Compagno di classe del protagonista, alle medie Vincenzo è una giovane promessa del calcio prestata alla violenza e alla ‘ndrangheta. Alla fine del libro lo ritroviamo vestito di tutto punto di fianco al suo Suv, prova tangibile di una carriera di successo nel settore del movimento terra. L’altro personaggio è Michela, 21 anni, brillante studentessa di Lingue all’Università Cattolica di Milano. Michela studia il serbo, convinta che il modo in cui la sua famiglia gestisce il traffico di cocaina sia troppo pericoloso: “Bisognava guadagnare qualcosa in meno e far fare tutto ai serbi” che “offrivano servizi e condizioni mai visti”. Vincenzo e Michela sono la prova vivente di come la criminalità, alla faccia della gerontocrazia italiana, investa sui giovani, accompagnandoli alla laurea per poi sfruttare i loro cervelli. Un tema su cui tutti, da nord a sud, dovrebbero riflettere a fondo.
Nel quadro desolante dipinto così bene da Catozzella c’è però spazio anche per la speranza. Le armate del bene, in “Alveare”, sono i magistrati e le forze dell’ordine, capaci di assestare negli ultimi mesi colpi clamorosi alla ‘ndrangheta che ha colonizzato il nord Italia. Ampio spazio viene allora riservato dall’autore all’operazione Crimine-Infinito, che giusto un anno fa portò in carcere oltre 350 presunti affiliati e collaboratori delle ‘ndrine: un “ripasso” sacrosanto, a poche settimane dall’apertura del processo a carico degli imputati nell’aula bunker di Ponte Lambro, nel silenzio generale dei media.
Recentemente Catozzella ha dichiarato: “Non aspiro a diventare un altro Saviano. Io voglio fare lo scrittore, punto”. Sul suo blog personale, l’autore ha poi esteso la riflessione: “Troppo facile per i giornali fino a questo punto avermi liquidato come il ‘nuovo Saviano’ o il ‘Saviano del Nord’. Non è mai stata davvero analizzata la portata di quello che ‘Alveare’ rivela, le conseguenze che necessariamente mette in moto”. Ha ragione, prima dei facili paragoni bisognerebbe sempre parlare di contenuti e conseguenze: “Adesso che stai per fare il gesto di richiudere questo libro – si legge del resto nelle ultime righe scritte da Catozzella – ricorda che il lavoro vero comincia soltanto ora, fuori”.
Da un punto di vista critico, però, il paragone con Saviano è inevitabile. “Gomorra” e “Alveare” trattano temi fondamentali per il nostro paese, e lo fanno utilizzando la stessa forma espressiva (non-fiction novel) e lo stesso punto di vista (un protagonista che tocca con mano i riti e i crimini della mafia). Bene, per quel che vale credo che il romanzo di Catozzella sia strutturato – e scritto – molto meglio di “Gomorra”: all’autore e al libro l’augurio di altrettanto successo.
Giuseppe Catozzella, Alveare, Milano, Rizzoli 2011
pp. 243, € 17.50
Giuseppe Catozzella è nato nel 1976 a Milano. Nel 2008 ha pubblicato Espianti (Transeuropa). Collabora con “l’Espresso” ed è tra i curatori del portale Milanomafia. Nel 2010 ha vinto il premio Gavinelli, assegnato dall’Ordine dei Giornalisti.
http://www.ildemocratico.com/2011/07/22/l%E2%80%99alveare-della-%E2%80%98ndrangheta-nel-cuore-della-lombardia/

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