L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























lunedì 6 giugno 2011

Zygmunt Bauman La società Liquida


Così nel 1992 parlò ai potenti del mondo Severn Suzuki una bimba di anni 12


Zygmunt Bauman, Modernità liquida,


Roma - Bari, Laterza, 2003, pp. 263, ISBN 8842065145, Euro 15,00

Modernità liquida, del sociologo polacco Zygmunt Bauman, è un testo interessante che propone un’analisi chiara e puntuale dei cambiamenti che stanno attraversando le nostre società all’inizio del nuovo secolo.


Le due domande, che l’autore rivolge al lettore, possono servirci da introduzione a questo lavoro; innanzi tutto egli si chiede che cosa sia la modernità e quali siano i tratti caratterizzanti che la distinguono, come epoca storica, da quelle precedenti. La risposta a questo primo quesito riguarda il mutato rapporto tra lo spazio ed il tempo: “Il tempo acquisisce una storia allorché la velocità di movimento nello spazio diventa una questione di ingegno” (p. XV). Nel rapporto tra lo spazio ed il tempo, lo spazio rappresenta il lato solido e stolido, e dunque pesante della medaglia, mentre il tempo rappresenta il lato fluido, dinamico e sempre cangiante di tale rapporto. Vedremo tra poco come il tempo diventerà, nella nostra epoca liquida, l’aspetto più importate dei cambiamenti in corso.


La seconda domanda ci porta direttamente al cuore delle tematiche trattate in questo libro, e dunque la questione posta da Z.Bauman suona così: “la modernità non fu forse fin dall’inizio un processo di liquefazione?” (p. VII). Attraverso questa seconda domanda è possibile considerare la storia della modernità come un lungo processo di liquefazione continua di tutti quei corpi solidi che le società avevano precedentemente costruito.


Se consideriamo la modernità attraverso lo sguardo rivoltole da autori quali M. Weber, A.De Tocqueville scopriamo infatti che uno dei compiti assegnati alla modernità fu quello di “fondere i corpi solidi” per costruire una società più stabile e duratura; i primi corpi solidi ad essere liquefatti furono in generale gli obblighi etici e religiosi che caratterizzavano e tenevano unite invece le società pre-moderne. In questa fase di liquefazione l’unico rapporto sociale che resistette al cambiamento fu il rapporto di classe e dunque, da questo momento in poi, un nuovo tipo di razionalità prese la guida della società, e ciò lo possiamo descrivere marxianamente come il primato dell’economia intesa come razionalità che governa tutte le altre vicende umane e sociali.


L’immagine che più di ogni altra esemplifica questa prima fase della modernità è, secondo l’autore, il Panopticon, questo luogo inventato da J. Bentham e ripreso da M.Foucault, nel quale le persone vivono costantemente controllate e sorvegliate dal potere, potere che poteva contare sulla sua velocità e facilità di spostamento per tenere sotto controllo i propri sudditi: “ Il dominio del tempo era l’arma segreta del potere dei leader” (p. XVI). Un’altra immagine può chiarire, tra le tante, cosa abbia significato il potere di controllo sul tempo: la fabbrica fordista con la sua standardizzazione del tempo di lavoro nella catena di montaggio.


Questo modello di relazione tra controllori e controllati comportava il reciproco coinvolgimento tra gli attori in campo e di fatto inchiodava il potere allo stesso suolo dove i controllati svolgevano le proprie attività.


Nella nostra fase di modernità, che l’autore definisce liquida, il modello panottico e tutte le strutture sociali ad esso collegate è definitivamente entrato in crisi e, liquefacendosi, ha aperto una nuova fase della storia umana che da molti è stata interpretata come fine della storia o come fine della modernità, ma che l’autore definisce preliminarmente come post-panottica; essa tuttavia esibisce ancora il tratto caratteristico della modernità, ossia la sempre inarrestabile spinta alla modernizzazione. Questa fase di liquidità attraversa aspetti importanti della nostra vita sociale come ad esempio il lavoro, la comunità, l’individuo, il rapporto tra lo spazio ed il tempo, ed infine, ma non ultimo in ordine di importanza, l’idea di libertà e quella ad essa collegata di emancipazione.


Lo scopo di questa testo è mostrarci come siano divenuti più liquidi e dunque inafferrabili questi concetti che, fino a poco tempo fa, rappresentavano il cardine portante delle nostre società e del nostro vivere in comune. Passiamo dunque ad analizzare questi aspetti della modernità liquida.




Emancipazione




L’idea di libertà che il concetto di emancipazione tiene legata a sé, viene analizzato dall’autore partendo da un pensatore, H.Marcuse, e da una scuola di pensiero, quella di Francoforte, che nel dopoguerra europeo misero al centro delle loro ricerche critiche il rapporto tra il cittadino e la società, e dunque il rapporto tra libertà e oppressione.


L’obiettivo che tale filosofia critica si poneva era la liberazione dell’individuo da tutte quelle routine e forme standard di vita che la società industriale poneva come base del contratto sociale; l’emancipazione individuale, secondo la teoria critica, passa attraverso un radicale ripensamento del rapporto tra individuo, società e stato, quest’ultimo considerato quale guida del percorso emancipativo. Una concezione del genere era, però, endemicamente esposta al rischio, attuato, del totalitarismo, questo spettro della modernità solida, che viene ben esemplificato, secondo l’autore, dal Panopticon di Bentham/ Foucault o dal libro 1984 di G.Orwell.


L’idea di Z.Bauman, in merito al valore e all’attualità della teoria critica così esposta, è che questa concezione, nella modernità liquida, assomiglia alla metafora del “modello camping”: nei camping, infatti, qualora qualcosa non funzioni, il visitatore può lamentarsi con la direzione e al limite estremo può andar via dal camping. Ma assolutamente non avverrà mai che il visitatore sostituisca la direzione stessa nella gestione del campeggio.


La metafora del camping esemplifica, secondo l’autore, la fine della teoria critica così come l’abbiamo conosciuta attraverso la scuola di Francoforte: nella modernità solida la società era considerata come una casa comune, nella quale bisognava solamente istituzionalizzare le norme ed i comportamenti dei cittadini; la metafora del camping chiarisce invece che la società, intesa come casa comune è ormai tramontata all’orizzonte nella modernità liquida. Scrive l’autore: “Le cause del cambiamento sono più profonde, radicate nella profonda trasformazione dello spazio pubblico” (p.14).


Questi cambiamenti, uniti, inoltre, alle fine delle paure legate agli spettri orwelliani, hanno portato molti autorevoli pensatori a sostenere la fine della modernità e della storia della modernità: sostenendo una posizione molto originale, Bauman scrive che la nostra modernità “il massimo che si può dire è che moderna in modo diverso” (p. 18); la nostra società, secondo il sociologo polacco, si distingue dalla modernità appena trascorsa, principalmente dal suo grado di fluidità delle strutture che la animano, ma è ancora moderna in quanto la sua spinta verso la modernizzazione non si è ancora esaurita.


Solo due caratteristiche distinguono questo periodo fluido da quello solido precedente: in primo luogo, la fine dell’idea di progresso come telos della modernizzazione e, in seconda istanza, i processi di privatizzazione e deregolamentazione dello stato mettono fine al progetto moderno di individuo-cittadino. La contraddizione tutta fluido moderna tra le aspettative dell’individuo e quelle del cittadino, è ben esemplificata dalla differenza tra individuo de jure ( diritti-doveri) e l’individuo de facto (capacità di autoaffermazione). L’importanza cruciale del crescente divario tra le due caratteristiche è stata ampiamente dimostrata anche da G.Agamben, nel suo testo Homo sacer; secondo Bauman questo divario sta lentamente distruggendo lo spazio pubblico, il luogo principe della politica, intesa come ridefinizione costante dei diritti e dei doveri del cittadino.


La parte finale di questo paragrafo, pone una domanda molto importante in merito alla questione sull’emancipazione: è ancora possibile una teoria critica che tematizzi la liberazione degli uomini e delle donne? Bauman risponde chiarendo che la teoria critica classica è morta e sepolta in quanto, i soggetti a cui era rivolta, come il cittadino, lo stato, si sono ormai sciolti nella fluidità della nostra epoca. Il punto importante che l’autore mette in chiaro è che invece il progetto emancipativo non si è disciolto, e dunque, per rilanciarlo, abbiamo bisogno di una nuova prospettiva, all’interno della quale inserire la teoria critica: tale prospettiva è, in epoca fluida, colmare il più possibile il divario tra l’individuo de jure e l’individuo de facto: “Oggi è la sfera pubblica a dover essere difesa dall’invasione del privato, e ciò paradossalmente, al fine di accrescere, non di ridurre, la libertà individuale” (p. 48).


Individualità


Il passaggio dalla modernità solida a quella fluida indica che tutte le certezze su cui si è costruita la modernizzazione fino ad oggi stanno venendo meno, sostituite da una fase di sfrenata deregolamentazione e flessibilizzazione dei rapporti sociali; non sorprende, allora, che questa nuova fase veda al centro del suo sviluppo proprio l’individuo, con la contraddizione principale che abbiamo già delineato.



Gli uomini e le donne che popolano le società avanzate sono sempre più convinti che il loro successo/insuccesso dipenda esclusivamente dalle loro proprie capacità, senza nessun soccorso da parte della società (intesa in modo ampio); ci troviamo, insomma, nella situazione in cui, tramontato il sogno di una autorità centrale, sia essa lo stato o il capitale, che garantisca la strada per il progresso, il mondo si trasforma in una distesa di opportunità pronte ad esser colte dai soggetti, per guadagnare il maggior numero di soddisfazioni possibili: “Il mondo pieno di possibilità è come un buffet ricolmo di prelibatezze che fanno venire l’acquolina in bocca” (p. 62).


Chi può aiutarmi a raggiungere gli obbiettivi giusti? Questa sembra essere la domanda più importante che si pone il soggetto nella modernità fluida, e le risposte a questi quesiti fondamentali per ogni individuo vengono portate direttamente a casa dai talk-show televisivi, il cui scopo è appunto quello di risolvere i problemi privati portandoli al pubblico dibattito. Secondo l’autore, ci troviamo dinanzi ad una vera e propria colonizzazione della sfera pubblica da parte di problematiche che fino a poco tempo fa erano di pertinenza esclusiva della sfera privata.


Attraverso questi esempi, il sociologo polacco ridefinisce il confine tra la sfera pubblica e quella privata; il fatto che i problemi privati invadano lo spazio pubblico della discussione, non traduce queste problematiche in questioni pubbliche ma, ed è l’aspetto più importante, toglie lo spazio a tutti gli argomenti pertinenti alla sfera pubblica. Il primo risultato di tale condotta è la fine della Politica come argomento di dibattito pubblico, e di conseguenza la fine dell’agire politico del cittadino.


Nella modernità liquida, è il consumo la priorità di ogni individuo, e principalmente il consumo/acquisto di identità personali attraverso l’identificazione. Questo genere di mercato delle identità ben si combina con i processi di flessibilità propri della modernità liquida, ma, avverte l’autore, il genere di consumismo che riguarda le società di oggi è ben diverso dal fenomeno del consumismo dell’epoca solido moderna; in questa, infatti, il consumo era inserito nella dialettica del bisogno/mancanza, mentre nella modernità liquida, il consumo è rivolto unicamente verso l’appagamento dei desideri. La natura autoreferenziale del desiderio, che ha per oggetto se stesso, chiarisce bene come il fenomeno consumo divenga così una compulsiva ricerca di soddisfazione che non si esaurisce mai, e dunque infinita.



Tempo e spazio




Passiamo ad analizzare i luoghi e i tempi dove l’individuo moderno incontra le altre persone.


L’incontro tra le persone nei luoghi e nei non luoghi pubblici è innanzitutto l’incontro tra estranei, e ciò lo si potrebbe descrivere attraverso il concetto sartiano di serie; il fenomeno principale che si può riscontrare in questi incontri è definito dall’autore come buona creanza, attività che garantisce la reciproca compagnia tra le persone, e al contempo una giusta distanza tre le stesse che mette al riparo da un loro possibile coinvolgimento più stretto.


I luoghi pubblici sono classificati dall’autore in due categorie distinte: la piazza descritta nel libro, come un luogo che, per caratteristiche architettoniche, possiede una funzione che non è quella di spazio pubblico, inteso come luogo di incontro tra persone, ma il suo compito è quello di ospitare solamente il passaggio degli individui. Questo luogo è, dunque, uno spazio pubblico ma non civile. La seconda categoria di spazio pubblico (ma non civile) è identificata dall’autore con i luoghi di consumo, i quali “stimolano l’azione ma non l’interazione” (p. 107). L’interazione tra i soggetti in questi luoghi è resa difficoltosa dal fatto che, il consumo che qui si produce, è un’attività che si espleta solo individualmente.


Traslitterando il significato di strategia antropoemica e antropofagia, fatta da C.L. Strauss nella sua analisi dei comportamenti degli individui, l’autore polacco distingue le due categorie di spazio pubblico ma non civile; la prima categoria di spazio pubblico segue fedelmente la strategia emica, tendendo alla rapida espulsione delle persone, mentre i luoghi del consumo rispecchiano la strategia fagica, in quanto spingono ad una rapida omologazione/digestione dei consumatori.


Alle caratteristiche descritte, l’autore aggiunge una terza classificazione dei luoghi pubblici, utilizzando il concetto di non-luogo descritto dal sociologo francese M. Augé; i non-luoghi hanno la caratteristica di essere al contempo dei luoghi emici e dei luoghi fagici, come dimostrano ad esempio gli aeroporti. I non-luoghi rappresentano degli spazi vuoti di significato, proprio perché in essi non si sviluppa nessuna interazione tra le persone che dia un senso al luogo di passaggio. Insomma, la funzione dei luoghi pubblici non civili sembra proprio essere quella di non permettere il confronto e l’interazione tra le persone che vi transitano, sebbene ciò non possa comunque impedire che si incontri l’estraneo, al massimo possono sterilizzare le conseguenze di tale incontro.


Attraverso questa analisi e attraverso la critica alla politica spettacolo, l’autore sembra denunciare la perdita della capacità da parte delle persone di negoziare tra estranei un progetto di vita in comune: “Il progetto di sfuggire all’impatto della multitonalità urbana e trovare rifugio nell’uniformità comunitaria, è autolesionistico quanto autoperpetuantesi” (p. 118). Il progetto comunitario è inteso dall’autore come la risposta più ovvia e prevedibile alla fluidità dei rapporti sociali che caratterizzano la nostra modernità liquida, ma questa prevedibilità della risposta comunitaria non cancella, secondo Bauman, il circolo vizioso che genera il comunitarismo: l’incontro tra estranei, nonostante “le comunità” è sempre possibile e appartiene agli accadimenti ineliminabili della nostra vita, sebbene il comunitarismo percepisca l’altro-estraneo come pericolo fondamentale della comunità. Anche questo aspetto della nostra vita pubblica indica chiaramente la crisi profonda della politica, intesa come negoziazione e reciproco contrasto tra individui.


L’analisi del tempo è compiuta partendo dall’importanza che questo ha rivestito a partire dagli albori della modernità pesante: “La modernità è il tempo nell’epoca in cui il tempo ha una storia.” (p. 124).


Nella sua storia moderna, il tempo è stato inizialmente identificato con il tempo che occorre per attraversare uno spazio; al contrario, nella modernità fluida il tempo, come approssimazione all’istantaneità, garantisce l’equivalenza di qualsiasi luogo in rapporto al tempo per raggiungerlo, e dunque ciò sancisce la predominanza del tempo come fattore di dominio sullo spazio. Questo passaggio è così cruciale da essere paragonato dall’autore al passaggio dal capitalismo hardware (modernità pesante) a quello software. Nel capitalismo software, il tempo considerato come istantaneità è un fattore così importante da essere paragonato allo stesso avvento del capitalismo: l’istantaneità trasforma ogni momento (di tempo) in un momento infinito, ne deriva l’idea dell’immortalità, l’illusorio sogno dell’uomo, che viene ad identificarsi con l’infinità di ogni momento.


La predominanza del tempo considerato come istantaneo-immortale rappresenta un cambiamento epocale, in quanto sia il passato che il futuro, in una società in cui ha valore solo l’istante, perdono di senso come coordinate della vita di ogni individuo, sostituite dalla filosofia del carpe diem. L’autore conclude domandandosi sarcasticamente quale tipo di mondo potrà mai derivare da questa concezione della vita intesa come istantaneità.


Lavoro


Altro pilastro della modernità solida è l’idea di progresso. Questo concetto che concepisce il tempo presente come un periodo di trasformazione verso il futuro, ha rappresentato per più di un secolo la spinta che ha permesso il definitivo slancio della società moderna verso il mondo. Questa idea si è sviluppata in sistemi sociali quanto mai stabili ed impermeabili a qualsivoglia variabile casuale che ostacolasse quest’opera di immensa costruzione; ebbene Bauman ci sollecita il pensiero che, nella nostra epoca fluido-moderna non c’è più spazio per l’idea di progresso in quanto, come abbiamo visto nell’analisi precedente, tutta la nostra vita è rivolta a cogliere solo gli aspetti gratificanti del carpe diem. A conti fatti, oggi l’idea di progresso non è sparita del tutto dall’orizzonte delle nostre società, ma semplicemente, come gli altri aspetti che abbiamo analizzato, si è modificata radicalmente; il progresso, nelle società liquido moderne, non è più governato da autorità centrali, come lo stato, che ne guidano lo sviluppo, ma è al contrario lasciato al servizio di tutti i soggetti privati che ne vogliano far parte.


Abbiamo accennato poco fa che l’idea di progresso aveva come suo corollario l’opera di trasformazione del mondo; l’attività fondamentale di quest’opera di trasformazione è stata, nella modernità pesante, il lavoro. Proprio questa attività, ci rammenta l’autore, sta subendo, sotto i colpi della modernità liquida, le trasformazioni più radicali nella sua lunga storia di rapporto con il capitale: l’analisi parte dagli albori della modernità, quando il lavoro fu scisso dall’attività dello scambio, trasformando così il lavoro (ed il lavoratore) in una merce come le altre nelle mani del capitale, ed arriva ad oggi in cui lo storico rapporto tra lavoro e capitale si è modificato con “l’avvento del capitalismo leggero e fluttuante, caratterizzato dal disimpegno e dall’allentamento dei legami che uniscono capitale e lavoro.” (p. 172).


Allentamento e disimpegno stanno a significare che il capitale ha rotto definitivamente il suo magico rapporto con il lavoro, non volendo più essere incatenato con esso al suolo; chiara indicazione di ciò è la crescente flessibilità (precarietà) che investe il mondo del lavoro, concetto questo che sta traformando milioni di lavoratori in liberi professionisti della flessibilità; e che ripropone, a distanza di quasi un secolo, la polemica marxiana nei confronti degli economisti classici in merito al libero individuo (lavoratore).


Il lavoro oggi si acquista, al pari di altre merci, in negozi appositi, acuendo in questo modo la precarietà e l’instabilità della vita di ogni individuo.


Anche il capitale, nella modernità liquida, si è trasformato profondamente, perdendo il suo interesse per un territorio preciso al quale rimanere confinato e trasformandosi sempre di più in una potenza extraterritoriale pronta a cogliere i profitti ovunque essi si manifestino.


I cambiamenti che il sociologo polacco ha individuato nel mondo del lavoro hanno delle ripercussioni profonde nei rapporti tra individui in quanto queste trasformazioni inducono le persone a riconsiderare la propria esistenza secondo i valori della società dei consumi. Dunque, ogni rapporto, da quello lavorativo a quello sociale, viene considerato alla stregua di un prodotto da consumare; tutti i rapporti umani insomma, avverte Bauman, non sono più costruiti collettivamente, ma consumati individualmente.


In un’epoca così fluida nei cambiamenti, non ci si stupisce più della difficoltà che incontrano gli individui a costruire collettivamente una alternativa a questo sistema di cose, proprio perché tali trasformazioni hanno reso la vita così piena di possibili errori che ognuno tenta, individualmente, di porvi rimedio.




Comunità


La flessibilità dei legami sociali che abbiamo descritto fino ad ora, ha come risultato paradossale quello di aumentare il fascino dell’idea comunitarista dei rapporti interumani: la cosa è paradossale in quanto la società fluido-moderna spinge senza sosta verso l’individualizzazione di tutti i legami sociali, mentre la proposta comunitarista spinge a creare una nuova solidarietà tra gli individui della comunità che sappia controbilanciare la crescente insicurezza del mondo fluido moderno.


L’aspetto paradossale che viene messo in luce riguarda il fatto che l’idea di comunità è divenuta imprescindibile dalla nozione di identità, sebbene l’una rappresenti il limite dell’altra; la nozione di identità è per definizione una concezione esclusiva mentre il concetto di comunità, avendo alla sua base eros come forza unificante, tende ad unire più membri possibili.


La comunità delle identità sembra allora essere utile per sanare il divario crescente tra l’individuo de jure e l’individuo de facto, che abbiamo considerato come uno degli aspetti più particolari della modernità liquida, in quanto è all’interno delle comunità-identità che l’individuo è recuperato come unicità non divisibile.


Dopo aver descritto le varie forme di comunità, distinguendo tra quelle che ritrovano l’unità attraverso la similitudine delle proprie identità (nazionalismo), e quelle che, al contrario, si costituiscono sulla base di una negoziazione costante delle differenze (modello repubblicano), l’autore ci avverte che quest’ultima è “la sola variante di unità che le condizioni di modernità liquida rendono compatibile, plausibile e realistica.” (p. 209).


La novità che il neocomunitarismo ha portato alla ribalta deriva dunque dal fatto che, l’appartenenza ad una comunità (di identità), non rappresenta più un fattore rigido di appartenenza, ma è un processo di autoproduzione individuale che può sempre essere messo in discussione e rinegoziato; la comunità, insomma, è oggi l’unico luogo nel quale si trova riparo dalle crescenti insicurezze fluido-moderne, sebbene essa possa anche essere il maggior ostacolo all’integrazione tra individui di culture diverse, come dimostra il melting pot della società statunitense.


Un ultimo aspetto viene infine analizzato dall’autore all’interno della sua analisi sulla comunità, ed è il rapporto tra lo stato e la nazione; nella modernità solida, l’idea di nazione era strettamente legata all’idea di stato, o più precisamente, ne rappresentava il senso e l’unità stessa. Nella nostra epoca fluida assistiamo invece al crescente divario di queste due linee una volta parallele, in quanto l’idea di nazione si sta sempre più frammentando nelle diverse comunità e lo stato, come potere costituzionale, sta lentamente e inesorabilmente abdicando le sue funzioni primarie, come dimostrano bene i processi di privatizzazione dei suoi servizi, sotto la spinta dei poteri globali, primo tra tutti il capitale, che impongono le proprie regole all’intero mondo.


A dimostrazione della validità di questo ragionamento, Z.Bauman cita la triste vicenda della guerra jugoslava, una guerra che ha dimostrato bene qual è il prezzo che si paga dinanzi al rifiuto di adesione alle nuove regoli globali, e di come uno stato possa essere disintegrato in comunità fuse in lotta tra loro.


In conclusione, il lavoro di Bauman, utilizzando le analisi sociologiche sulla società contemporanea, ha come compito principale quello di indicare alla ricerca sociologica una nuova strada che sappia coniugare la ricerca oggettiva sul campo con le aspettative di comprensione che la società, come unione degli individui, le richiede, al fine di costruire una società che si riappropri della capacità di analizzare, pensare e valutare criticamente tutte le scelte che essa si impone, diminuendo il più possibile gli argomenti su cui non sia possibile esprimere una opinione. Si tratta di una sociologia che ha come punto di riferimento l’individuo, inteso come depositario della libertà di scelta e opinione, ma che tuttavia, nella società dei media e dell’informazione, sta perdendo la sua capacità di analisi critica e di interazione con gli altri individui. Occorre allora che gli uomini indirizzino i processi di modernizzazione verso le loro esigenze, non abdicando questo potere nelle mani dei cosiddetti esperti che si propongono come i soli depositari della facoltà di scegliere.

(Emiliano Maini)

http://www.kainos.it/numero4/recensioni/modernita.html

Bauman "Se non ti vendi la tua vita è miserabile"






Zygmunt Bauman, nato a Poznan nel 1925, vive in Inghilterra dal 1971, dopo aver lasciato la Polonia comunista in seguito alle epurazioni antisemite. Studioso della civiltà postmoderna, ha insegnato sociologia all’università di Leeds fino al 1990





Il padre della società liquida analizza i rapporti tra Web e Comunità, dalla primavera araba al mito della celebrità su Facebook. Venerdì prossimo sarà a Sarzana per il Festival della mente che prevede 80 eventi, tra lezioni pubbliche, laboratori, spettacoli


ANDREA MALAGUTI

Nel piccolo giardino della sua casa di Leeds, una villetta a tre piani dipinta di bianco non troppo lontana dall’Università, il professor Zygmunt Bauman, filosofo e sociologo della società liquida, cammina fumando la pipa in mezzo alle piante che crescono selvaggiamente. «Solo questa quercia è arrivata prima di me. Ha 200 anni. Il resto l’abbiamo piantato io e mia moglie. Mi manca molto Janina, 63 anni di vita comune hanno dato senso a quello che sono». Un vestito scuro, il girocollo grigio, il viso scavato incorniciato dai capelli bianchi, gli occhi inquieti che la luce faticosa di questa mattina di agosto inglese rende ancora più profondi e mobili. E’ un uomo lungo, con mani sottili e pensieri rapidi. E’ invecchiato dolcemente, gestendo i suoi dolori. «Lascio che le piante si muovano come credono. Il mio giardiniere è Darwin. L’evoluzione è inarrestabile». Lui si occupa dell’evoluzione dell’uomo. Di come si organizza. Dalle rivoluzioni con la lancia a quelle con il computer. E’ stato un lungo viaggio.



Professore, ci sarebbe stata la primavera araba senza facebook?


«No, ma mi pare che questa domanda ne pretenda un’altra».


Quale?


«Che ne è dell’estate araba? Qualcuno ne sa qualcosa?».


No, ma che cosa significa?


«Significa che ciò che si può fare attraverso i social network è spettacolare, impressionante, ma “so what?” Che cosa succede poi? Egiziani e tunisini hanno forse idea del loro futuro?».


Internet innesca meccanismi fuori controllo?


«Internet innesca meccanismi. Ma qual è la connessione tra quello che è successo e la forma che avranno i regimi di questi Paesi? Sospetto che sia parecchio debole. La rete lavora molto sugli effetti in termini brevi, ma in nessun modo sulla possibilità di costruire una nuova società in termini reali».


Ormai ci sono due mondi, uno «on line» e uno «off line».


«Esatto. Ma qualunque cosa tu faccia off line ha delle conseguenze, mentre le rivoluzioni via internet hanno un inizio rapido e una fine altrettanto rapida».


Perché in Siria non ha funzionato?


«Perché la vita vera si muove in modo diverso. E per arrivare da qualche parte ha bisogno della politica. Ha bisogno di un progetto. La politica è decisiva. Ma la globalizzazione l’ha tagliata fuori. E’ urgente riconsegnarle un ruolo centrale».


Anders Breivik, il macellaio di Oslo e Utoya aveva anticipato il suo piano delirante su internet. Perché nessuno l’ha fermato?


«Perché nessuno si è accorto di lui. Internet è solo uno strumento, non è né buono né cattivo. Come un rasoio. Lo puoi usare per tagliarti la barba, ma anche per tagliare le gole. Come ha osservato Josh Rose, dell’agenzia pubblicitaria Deutsche LA, internet non sottrae la nostra umanità, la rispecchia».


Come ci cambia la rete?


«Ci mette in contatto più velocemente, ma ci rende più deboli. C’è un’espressione inglese che trovo molto efficace: nessun pranzo è gratis. Guadagni qualcosa, perdi qualcosa».


Che differenza c’è tra rete e comunità reale?


«La prima è il luogo della libertà. La seconda della sicurezza. Sulla comunità si può contare come su un vero amico. E’ più affidabile. Ma anche più vincolante. Ti controlla. La rete è libera, ma serve soprattutto per i momenti di svago. E per uscire dalle relazioni in fondo basta spingere il tasto delete. Però mi pare che siamo tutti d’accordo sul fatto che tra abbracciare qualcuno e “pokarlo” ci sia differenza».


In rete però si possono trovare anche 300 amici al giorno.


«Decisamente molti di più di quelli che io ho avuto nei miei 86 anni di vita. Robin Dunbar, che insegna antropologia evoluzionistica a Oxford, dice che la nostra mente non è predisposta per avere più di 150 rapporti significativi».


Come è cambiata la definizione di rapporto «significativo»?


«Secondo lo psichiatra e psicanalista Serge Tisseron i rapporti significativi sono passati dall’”intimità” a quella che lui chiama “estimità”. Volendo fissare un punto si può pensare a metà degli Anni Ottanta, quando a un talk show francese tale Vivianne dichiarò di non avere mai avuto un orgasmo perché suo marito era affetto da eiaculazione precoce. Non si trattava solo di rendere pubblici atti privati. Ma anche di farlo in un’arena aperta».


Su internet puoi dire le stesse cose celando la tua identità.


«E’ vero. C’è una grande sensazione di impunità. Sono sicuro che ci sono migliaia di messaggi crudeli come quelli di Breivik in rete. Intervenire è impossibile, non possiamo leggere tutto. Ma se sei timido e cerchi una ragazza la rete è un dono di Dio».


Qual è il segreto di Zuckerberg?


«Immagino che molti dei suoi utenti non riuscissero a sfuggire alla propria solitudine. In più dovevano sentirsi penosamente trascurati. Zuckerberg li ha liberati».


Perché abbiamo bisogno di un confessionale virtuale?


«Siamo fatti così, ci serve la società per essere felici. Vogliamo essere individui speciali, diversi, con sogni unici. Ma quando abbiamo lavorato così duramente per creare la nostra identità dobbiamo andare in piazza e vederla confermata».


Mancanza di autostima?


«Natura. L’identità è un segreto e una contraddizione in termini. L’arena pubblica è l’equivalente dell’Agorà. Solo che adesso è popolata dal racconto di problemi privati. Il talk show è la piazza. E il nostro modello non sono i politici, ma le celebrità. E chi sono le celebrità? Persone conosciute per essere molto conosciute. Su Facebook c’è una rubrica specifica. Si chiama: “I like it”. Sono gli altri che esprimono il loro apprezzamento per quello che facciamo. E il numero delle persone che ci visitano definiscono il nostro successo. E’ la società dei consumi. Se non ti vendi sei destinato a una vita miserabile».



(fonte: Tuttolibri, in edicola )

Cosa significa vivere una modernità liquida

Sono trascorsi otto anni dalla prima edizione italiana di “Modernità liquida“, edita da Laterza, ma il pensiero del sociologo polacco Zygmunt Bauman è più che mai attuale. La nuova edizione riporta alla luce questo testo agile, importante che, sin dal titolo, desta nel lettore curiosità. Prima di accompagnare quest’ultimo nelle cinque aree tematiche, vero fulcro dell’opera, Bauman chiede cosa sia oggi la modernità e in che modo si distingue dai concetti elaborati nelle epoche precedenti.


Dopodiché si entra nel testo vero e proprio e si comincia un excursus sul concetto di “liquidità” contrapposto alla solidità del secolo passato.


Il primo tema è l’“emancipazione”, e viene trattato partendo dalla metafora del “camping” usata per suggellare la fine della teoria critica diffusasi attraverso la Scuola di Francoforte : l’ospite di un camping, qualora qualcosa non funzioni, può rivolgersi alla direzione lamentandosi o, in caso estremo, andando via. Non gli verrà mai in mente di pressare a tal punto da sostituire le cariche direttive. La “modernità liquida” ha apportato questo cambiamento, c’è una fluidità di fondo che sta distruggendo il vero senso della politica rivisitando il concetto di “spazio pubblico”.


La teoria critica non ha più ragion d’essere perché, scomparendo il cittadino e lo stato, sono scomparsi anche i punti di riferimento a cui questa era rivolta. C’è ancora spazio, però, per l’emancipazione solo nel caso in cui cambi realmente qualcosa.
Il secondo tema, “individualità”, parte da una distinzione tra spazio pubblico e privato. Questa volta l’esempio preso in considerazione da Bauman è il talk show come luogo in cui il privato diventa pubblico. Spazio pubblico e privato diventano una sola cosa, profetizza Bauman in tempi non sospetti (allargando il discorso alla politica italiana, pensate al caso Berlusconi-Noemi e allo scandalo Escort) e ogni individuo organizza la sua vita orientandola al consumo che non è più un modo/mezzo per soddisfare un bisogno ma un capriccio, che viene indotto (e non proviene da un’esigenza personale).
“Tempo e spazio”, terza area tematica di “Modernità liquida”, riflette sulla differenza tra luogo e non luogo specificando come il non luogo, ormai, stia letteralmente dominando, anche a livello concettuale, sul luogo. Non luoghi in cui si favorisce l’azione (e non l’interazione, pensate agli aeroporti) e l’individualità rendendo, al contempo, tutti simili, cioè consumatori.


Il tempo, inizialmente unità di misura utile per attraversare uno spazio, adesso, nella “modernità liquida”, è sinonimo di istantaneo-immortale, l’attimo fuggente, che rifiuta ogni tipo di procrastinazione a favore di una scelta immediata. Un concetto, quello di “procrastinare”, che verrà ripreso nel capitolo dedicato al “lavoro”. “Procrastinare” deriva da “cras” (domani) ed è tutto quel che appartiene al domani ma è, al tempo stesso, un abile tentativo di “assumere il controllo sulla sequenza di eventi e renderla diversa da quella che sarebbe stata se si fosse rimasti docili e acquiescenti”.


Anche il lavoro risente del nuovo concetto temporale e diviene flessibile, non più rigido, ma liquido, e rende precaria la vita di ogni individuo. Il lavoro è divenuto una merce acquistabile e tutti i rapporti che si tendono a costruire risentono anch’essi dell’instabilità e di un forte individualismo che porta alla costruzione di rapporti umani non più in senso collettivo ma individuale.


L’autore, quindi, non fa altro che un’analisi sociologica sulla politica e la società contemporanea e il libro è costruito proprio come una matrioska, finendo per arrivare all’ultimo tema, la “comunità”, dopo aver proceduto effettivamente per contrapposizioni e metafore. Anche quest’ultima area è sviluppata dapprima in maniera descrittiva, parlando dei vari tipi di comunità, dopodiché il sociologo illustra il senso d’appartenere ad una comunità, unico modo, oggi, per sfuggire alla liquidità del vivere odierno. Termina il capitolo una breve dissertazione sulla distinzione tra stato e nazione che va a coronare uno dei saggi più interessanti degli anni duemila.


Bauman resta tuttora uno dei migliori sociologi viventi che, con la sua solita chiarezza, analizza i disagi degli uomini di oggi ponendo dinanzi al lettore uno specchio al fine di leggersi e leggere nel migliore dei modi la realtà in cui vive.


Zygmunt Bauman è un sociologo polacco ed è uno dei pensatori più influenti al mondo. Professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia, ha pubblicato diversi saggi tra cui Voglia di comunità, La società sotto assedio, Vite di scarto, Amore Liquido, Vita liquida, Paura liquida.

Autore: Zygmunt Bauman

Titolo: Modernità liquida

Editore: Laterza Anno di pubblicazione: 2010 Prezzo: 16 euro Pagine: 272
http://www.ilrecensore.com/wp2/2010/06/cosa-significa-vivere-una-modernita-liquida/


Capitalismo parassitario di Zygmunt Bauman


"Come il recente «tsunami finanziario» ha dimostrato, «al di là di ogni ragionevole dubbio», ai milioni di individui che il miraggio della «prosperità ora e per sempre» aveva cullato nella convinzione che i mercati e le banche del capitalismo fossero i metodi garantiti per la risoluzione dei problemi, il capitalismo offre il meglio di sé non nel risolvere i problemi, ma nel crearli. Il capitalismo, proprio come i sistemi di numeri naturali dei famosi teoremi di Kurt Gödel (anche se per ragioni diverse ...), non può essere simultaneamente coerente e completo; se è coerente con i suoi princìpi insorgono problemi che non è in grado di affrontare (voglio ricordare che l'avventura dei «mutui subprime», sbandierata all'opinione pubblica come la via per mettere fine al problema dei senzacasa, quella piaga che il capitalismo, come è risaputo, produce sistematicamente, ha invece moltiplicato il numero dei senzacasa attraverso l´epidemia di pignoramenti ...); e se cerca di risolverli non può riuscirvi senza cadere nell'incoerenza con i propri presupposti di fondo. Molto prima che Gödel stilasse il suo teorema, Rosa Luxemburg aveva scritto il suo studio sull'«accumulazione del capitale», dove sosteneva che il capitalismo non può sopravvivere senza le economie «non capitalistiche»: esso è in grado di progredire, seguendo i propri princìpi, fintanto che vi sono «terre vergini» aperte all´espansione e allo sfruttamento; ma non appena le conquista per poterle sfruttare, le priva della loro verginità precapitalistica e così facendo esaurisce le fonti del proprio nutrimento.


Il capitalismo, per dirla crudamente, è in sostanza un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo periodo quando trova un organismo ancora non sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare l´ospite, distruggendo quindi, prima o poi, le condizioni della sua prosperità o addirittura della sua sopravvivenza. Scrivendo nell´era dell´imperialismo rampante e della conquista territoriale, Rosa Luxemburg non prevedeva e non poteva immaginare che i territori premoderni di continenti esotici non erano gli unici potenziali «ospiti » di cui il capitalismo poteva nutrirsi per prolungare la propria esistenza e avviare una serie di periodi di prosperità. In tempi recenti, abbiamo assistito a un'altra dimostrazione concreta della «legge di Rosa», ossia il famigerato affaire dei «mutui subprime» all'origine dell'attuale depressione: l'espediente di breve respiro, deliberatamente miope, di trasformare in debitori individui privi dei requisiti necessari per la concessione di un prestito, salvo che per la speranza (scaltra, ma in ultima analisi vana) che l'aumento dei prezzi delle case stimolato da una domanda gonfiata ad arte potesse garantire, come un cerchio che si chiude, che questi «nuovi acquirenti» avrebbero pagato gli interessi regolarmente (almeno per un po') ...


Oggi, a distanza di quasi un secolo da quando Rosa Luxemburg rese pubblica la sua intuizione, noi sappiamo che la forza del capitalismo sta nella straordinaria ingegnosità con la quale esso cerca e scopre specie ospitanti nuove ogni volta che le specie sfruttate in precedenza diminuiscono di numero o si estinguono; e nell´opportunismo e nella velocità, simili a quelle di un virus, con le quali si riadegua alle idiosincrasie dei suoi nuovi terreni di pascolo. Nel numero del 4 dicembre 2008 della "New York Review of Books", in un articolo intitolato The Crisis & What to Do About It, George Soros, brillante analista economico e praticante delle arti del marketing, presentava il percorso delle avventure capitalistiche come una successione di «bolle» che regolarmente si espandono al di là della propria capacità di tenuta e scoppiano non appena raggiungono il limite della resistenza.


L'attuale stretta creditizia non è il segnale della fine del capitalismo, solo dell'esaurimento di un altro pascolo ... La ricerca di un nuovo pascolo partirà quanto prima, alimentata, proprio come in passato, dallo Stato capitalistico attraverso la mobilizzazione forzata di risorse pubbliche (usando le imposte invece che il potere di seduzione, deficitario e temporaneamente non operativo, del mercato); si andrà alla ricerca di nuove «terre vergini» e si farà in modo, di riffa o di raffa, di renderle sfruttabili, fino a quando anche la loro capacità di rimpolpare i profitti degli azionisti e le gratifiche dei dirigenti non sarà stata spremuta fino in fondo. E come sempre – l'abbiamo imparato nel XX secolo da una lunga serie di scoperte matematiche, da Henri Poincaré a Edward Lorenz – un minimo scarto laterale può condurre al precipizio e far concludere l'avventura in una catastrofe; perfino minuscoli passi in avanti possono scatenare un´inondazione e concludersi con un diluvio ... L'annuncio di un'altra «scoperta», di un´isola che ancora non era segnata sulle mappe, attira frotte di avventurieri molto più numerose rispetto alle dimensioni e alla capienza del territorio vergine: frotte che in men che non si dica dovranno tornare alle proprie navi per scampare al disastro imminente, sperando contro ogni speranza che le navi siano ancora intatte, al sicuro nel porto ...


La grande domanda è quando si esaurirà l'elenco delle terre assoggettabili a «verginizzazione secondaria», e quando le esplorazioni, per quanto frenetiche e ingegnose, non garantiranno più un sollievo temporaneo. Non saranno quasi certamente i mercati, dominati come sono dalla «mentalità del cacciatore» liquido-moderno che ha preso il posto dei due approcci precedenti – quello premoderno del guardacaccia e quello solido-moderno del giardiniere – a porre questa domanda, loro che vivono passando da una battuta di caccia fortunata all'altra, fintanto che riescono a scovare un´altra occasione per rimandare il momento della verità, non importa se per breve tempo e non importa a quale costo." (da Zygmunt Bauman, Se il capitalismo è una malattia, "La Repubblica", 30/09/'09); brano da Capitalismo parassitario, il nuovo libro di Zygmunt Bauman, in uscita in questi giorni, Laterza)

Pubblicato da Silvana

http://bibliogarlasco.blogspot.com/2009/09/capitalismo-parassitario-di-zygmunt.html


Capitalismo parassitario



«Quando gli elefanti litigano, povera l’erba…». In altre parole, quando lo Stato e il mercato litigano, poveri voi...


«Nella modernità liquida raramente una cosa mantiene la sua forma abbastanza a lungo da ispirare fiducia e da solidificarsi in affidabilità. Camminare è meglio che rimanere seduti, correre è meglio di camminare e fare surf è ancor meglio di correre». La tempesta perfetta provocata dall’attuale tsunami finanziario si è abbattuta sulla società liquida di consumatori che aspettava soltanto una nuova onda su cui ‘surfare’. Ad andare in pezzi è l’utopia dominante di questi anni, quella che vedeva il dominio di un mercato capace di autoregolarsi, in cui esisteva soltanto un contatto armonioso tra chi vende merci e chi le acquista. Una fede che assegnava al credito al consumo un ruolo ‘magico’, finanziando tutti senza alcuna precauzione, declassando lo Stato semplicemente a garante della fluidità di questo scambio. Lo stesso è avvenuto per la cultura il cui slogan è diventato «massimo impatto e obsolescenza immediata»: le idee si sono trasformate in merci da accatastare sugli scaffali di un supermercato globale dove devono attrarre l’attenzione dei consumatori immediatamente ed essere sostituite in pochissimo tempo. Nella fase ‘solida’ della modernità un sistema culturale doveva offrire norme rigide e narrazioni coerenti alle quali conformarsi, nei nostri tempi liquidi, all’opposto, suggestioni ed emozioni che seducono e non implicano obblighi e responsabilità. Una massa di informazioni e di sapere colorata e affascinante, pronta a soddisfare bisogni sempre più parcellizzati ed individuali, in cui non esiste una gerarchia centrata sull’importanza e la qualità. Zygmunt Bauman, con la consueta chiarezza e grazie all’uso di metafore potenti, mostra come la crisi attuale non riguardi soltanto l’economia, ma la capacità stessa della nostra società di trasmettere conoscenza e valori attraverso l’educazione. Una sfida incomparabile con quelle del passato e destinata a segnare il nostro futuro: «l’arte del vivere in un mondo più che saturo di informazioni deve essere ancora acquisita. E ancor di più lo deve la ben più difficile arte di educare gli esseri umani a questa vita».


http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788842090984



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