L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























mercoledì 16 novembre 2011

MAFIA. BLITZ A CARINI, 21 ARRESTI. Video delle intercettazioni»

MAFIA. BLITZ A CARINI, 21 ARRESTI. Video delle intercettazioni»  


CALOGERO PASSALACQUA  
Controllava il pizzo, lo spaccio di droga, le assunzioni e i licenziamenti nelle imprese e gestiva tutta l’attività criminale del carinese. E’ Calogero Passalacqua, il personaggio centrale dell’operazione “Grande Padrino”
Le indagini che all’alba di oggi sono sfociate nell’arresto di 21 persone a Carini, sono partite da Vito Caruso, il pescivendolo del Bivio Foresta, consuocero di Passalaqua, 80 anni, detto “Battista i Santi”, il reggente della locale famiglia mafiosa, che dalla propria abitazione, dove era agli arresti domiciliari, muoveva le fila della consorteria. Per Vito Caruso, l’esercizio commerciale è un punto di incontro privilegiato per i personaggi inseriti nella famiglia mafiosa. Lo confermano i passaggi delle mogli dei detenuti, alla quali il pescivendolo cede gratuitamente il pesce necessario a soddisfare il fabbisogno familiare e quello dei reclusi. Le indagini sulla pescheria, hanno fatto luce anche su un significativo traffico di stupefacenti, sopratutto cocaina, che al telefono, viene chiamata in codice,“gamberoni”.
Uno dei soggetti che fa visita dal pescivendolo è Giuseppe Evola. In una circostanza, Evola riceve una telefonata della moglie, cugina della consorte di Passalaqua, Maria. La donna riferisce di avere appena parlato con Maria, che le ha chiesto di passare “con l’oscuro” per non attirare l’attenzione.
I militari a questo punto avviano il monitoraggio dell’abitazione di Calogero Passalaqua, un edificio nel cuore di Carini. Per i carabinieri è difficile avvicinarsi a quella casa, persino i bambini, figli di affiliati, hanno istruzione di guardarsi dagli “sbirri” mentre giocano in strada. Emergono così i contatti tra il padrino e altri soggetti, incontri brevi ma anche vere e proprie riunioni. Passalaqua intratteneva rapporti con Giangranco Grigoli e Salvatore Sgroi, considerati il suo braccio operativo. Il primo è un muratore vicino di casa, già noto per essere stato arrestato a Montepulciano nel 97, per aver favorito la latinanza di Passalacqua. L’altro è il genero del padrino, già sorvegliato speciale, con precedenti per spaccio di stupefacenti. Emergono anche i rapporti con Vito Failla, altro favoreggiatore storico e Croce Frisella, suo nipote. Per i carabinieri, il quadro investigativo è chiaro. Calogero Passalaqua stava cercando di assumere il controllo incontrastato del territorio, grazie ai suoi uomini di fiducia.
Come accade spesso erano i commercianti a rivolgersi ai mafiosi. Il titolare di un bar del centro di Carini, dopo avere subito un furto, aveva chiesto l’intervento di Passalacqua. Si scoprì che a rubare era stato un suo dipendente. I gregari del padrino commentavano così la notizia: “… dove ti danno da mangiare e bere… è sbagliato lo capito però… ma è vero… dove si mangia e si beve gli si va a rubare?”. E così il dipendente infedele era stato condotto in un luogo isolato in montagna per essere giudicato secondo le regole d’onore di Cosa nostra. Dalle conversazioni intercettate emerge che gli avevano addirittura scavato la fossa per seppellirlo. Ma poi è stato lo stesso titolare del bar a salvarlo. “Tutti possiamo sbagliare” disse.

In questo contesto si consuma il 27 aprile del 2009, il danneggiamento all’escavatore di Giacomo Lo Duca, gregario di Passalaqua, all’interno di un residence a Villagrazia di Carini. Si era trattato di un dissidio interno tra la famiglia del padrino e quella dei Pipitone, al quale hanno assistito i carabinieri, nato dal mancato rispetto di un patto per la spartizione di lavori tra gruppi mafiosi, in un territorio che conosce un’estesa lottizzazione e per questo consente enormi guadagni. L’incendio del mezzo è stato dunque un avvertimento per Lo Duca.
I responsabili dell’atto intimidatorio sono stati individuati dagli investigatori, Antonino Buffa, Croce Maiorana, Giuseppe Pecoraro e Antonino Pipitone. Ma in realtà anche Lo Duca ha dei sospetti, che in effetti vengono confermati. Per questo motivo, convoca Buffa e Maiorana che si impegnano a ripagare il danno, per poi fuggire dalla Sicilia e raggiungere gli Usa, in attesa che si calmino le acque ed evitare una nuova guerra di mafia.

A Carini, agli imprenditori locali è imposta l’assunzione di soggetti indicati dalla consorteria mafiosa. Sopratutto guardiani notturni, ma anche operai e impiegati. La “filosofia estortiva” di Passalaqua risparmia il pagamento della messa a posto delle piccole attività commerciali e alle imprese appena avviate. L’impiego di un gregario garantisce autonomia economica agli affiliati del sodalizio e permette anche il costante monitoraggio delle attività, rafforzando il controllo del territorio, stretto in una pesante morsa criminale. Assunzioni e licenziamenti sono eseguiti a comanda secondo le indicazioni ricevute dai vertici della famiglia mafiosa.

Tra i beni confiscati figurano anche due lussuose ville a Carini, di cui una del valore di circa un milione di euro in c.da Piraineto, con 13 vani, formalmente di proprietà di un prestanome, fittiziamente intestata ai suoi familiari, Saverio e Daniela Privitera. 

 GLI ARRESTATI
CALOGERO PASSALACQUA, nato a Carini 7.6.1931, pluripregiudicato per associazione a delinquere di tipo mafioso;
- MARGHERITA PASSALACQUA, nata a Carini 30.03.1973 (figlia di Calogero);
- SALVATORE SGROI, nato Carini 23.10.1964 (marito di Margherita Passalacqua);
- PIETRO SGROI, nato Carini 03.09.1960 (cugino di Salvatore Sgroi);
- GIANFRANCO GRIGOLI, nato Carini 12.07.1973;
- GIACOMO LO DUCA, nato Carini 24.11.1953;
- CROCE FRISELLA, nato Carini 11.07.1965;
- VITO FAILLA, nato Carini 27.02.1966;
- GIUSEPPE EVOLA, nato Carini 01.01.1945 (cugino acquisito di Calogero Passalacqua);
- CROCE MAIORANA, nato Carini 03.11.1984;
- ANTONINO BUFFA, nato New York 14.12.1976;
- GIUSEPPE PECORARO, nato Carini 02.04.1967;
- GIUSEPPE BARONE, nato Palermo 24.04.1956;
- MATTEO EVOLA, nato Cinisi 05.09.1946;
- VITO CARUSO, nato Carini 20.03.1957 (consuocero di Calogero Passalacqua);
- GIUSEPPE CARUSO, nato Carini 01.01.1976 (figlio di Vito Caruso);
- GRAZIA CARUSO, nata Carini 24.08.1956 (moglie di Vito Caruso);
- SALVATORE RUGNETTA, nato Carini 29.12.1974;
- ETTORE ZARCONE, nato Palermo 17.09.1971;
- ROSARIA GRIPPI, nata Palermo 17.12.1969 (moglie di Giuseppe Caruso) ;
- FAHD AYARI, nato Tunisi 26.04.1987.
- See more at: http://www.teleoccidente.it/wp/mafia-blitz-a-carini-21-arresti/#sthash.cwpShWgc.dpuf
 


Oltre 400 Carabinieri del Comando Provinciale di Palermo hanno condotto nella notte un’articolata operazione finalizzata alla cattura di 21 persone colpite da ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Palermo (Gip. Piergiorgio Morosini) su richiesta di un pool di magistrati della Direzione Distrettuale antimafia (Viola, Del Bene, Paci, Vaccaro) guidati dal Procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Si tratta di Gli Calogero Passalacqua, 80 anni, pluripregiudicato per associazione a delinquere di tipo mafioso, la figlia Margherita, 38 anni, il genero Salvatore Sgroi, 47 anni, il cugino di quest’ultimo, Pietro Sgroi, 51 anni, Gianfranco Grigoli, 38 anni, Giacomo Lo Duca, 58 anni, Croce Frisella, 46 anni, Vito Failla, 45 anni, Giuseppe Evola, 66 anni, cugino acquisito di Passalacqua, Croce Maiorana, 27 anni, Antonino Buffa, nato New York, 35 anni, Giuseppe Pecoraro, 44 anni, Giuseppe Barone, 55 anni, Matteo Evola, 65 anni, Vito Caruso, 54 anni, consuocero di Passalacqua, Giuseppe Caruso, 35 anni, Grazia Caruso, 55 anni, Salvatore Rugnetta, 37 anni, Ettore Zarcone, 40 anni, Rosaria Grippi, 42 anni, Fahd Ayari, tunisino di 24 anni. I reati contestati vanno dall’associazione a delinquere di tipo mafioso, al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, all’estorsione, al danneggiamento. La vasta operazione antimafia è l’esito di complesse attività tecniche e di riscontri sul territorio che hanno permesso di far luce sugli equilibri mafiosi nel territorio di Carini – nell’immediato hinterland occidentale di Palermo – dopo la cattura del noto boss Salvatore Lo Piccolo e del suo uomo di riferimento in quell’area, Gaspare Pulizzi. Per oltre un anno i Carabinieri hanno monitorato gli uomini d’onore e i loro gregari, registrando in tempo reale le decisioni del reggente della famiglia mafiosa: Calogero Passalacqua 80 anni, detto “Battista i Santi” che, ristretto agli arresti domiciliari, muoveva le fila della consorteria. La ricostruzione delle dinamiche mafiose tocca la gestione degli affari illeciti e la lotta con le famiglie antagoniste, intrecciandosi con il tessuto sociale della comunità sulla quale la “famiglia” mafiosa estendeva il proprio potere. L’anziano “padrino” infatti, replicando i modelli più radicati della cultura mafiosa, oltre a controllare gli interessi illeciti della famiglia, dirimeva controversie, elargiva raccomandazioni, rendendosi disponibile ad ascoltare tutti coloro che lo richiedevano. Il risultato delle indagini dei Carabinieri è un’istantanea della consorteria che consente di individuare i partecipi della famiglia mafiosa e di cogliere le tensioni interne al sodalizio. Per comprendere appieno la complessità dell’attività investigativa condotta dai Carabinieri bisogna analizzarne le risultanze in relazione a quanto emerge dai più importanti provvedimenti cautelari eseguiti sul territorio di riferimento e dalle sentenze dei successivi processi.  La famiglia di Carini è riconducibile al mandamento di San Lorenzo – Tommaso Natale, uno dei più estesi e potenti di “Cosa nostra” palermitana. La consorteria ha sempre avuto un ruolo di primo piano all’interno dell’organizzazione, tenuto conto della presenza di soggetti come i fratelli Vincenzo, Angelo Antonino e Giovanbattista Pipitone, e di padrini storici quali Calogero Passalacqua e Salvatore Gallina, tutti già emersi nel corso del maxiprocesso. L’operazione “Occidente” del 2007 aveva evidenziato l’importante ruolo della famiglia mafiosa dei Pipitone, nel cui ambito si inserivano anche i parenti di Calogero Passalacqua e di Salvatore Gallina.  Le indagini avevano documentato ricorrenti tensioni all’interno del gruppo. Di seguito, la cattura di Ferdinando Gallina, figlio di Salvatore, e l’operazione “Libero presente” – entrambe attività condotte dalla Compagnia di Carini nel 2008 – spiana la strada alla piena reggenza di Passalacqua. L’anziano “padrino” tornato sul “suo” territorio e, ancorché in regime di detenzione domiciliare, richiama a sé i suoi fedelissimi, imponendo una nuova strategia. Il pizzo sistematico che a cadenza periodica pagavano i commercianti, gli artigiani ed i piccoli imprenditori, era solo vessazione esercitata nei confronti di chi produce, che originava malumore e dissenso. La messa a posto dei lavori pubblici è invece occasione per creare consenso: permette di avvicinare gli imprenditori, ai quali saranno promessi vantaggi in cambio di una tassa. Gli affari si devono concludere senza fare “scrusciu”, in sordina, senza far ricorso al sostegno delle armi: tutto si deve svolgere in immersione, sott’acqua. A questo momento si rivolgono le nuove investigazioni dei Carabinieri che, con riferimento al ruolo egemone del Passalacqua, assumono la denominazione di “Grande Padrino”. Le indagini partono da Vito Caruso, “il pescivendolo del Bivio Foresta”, consuocero di Calogero Passalacqua. L’attività lavorativa gli consente di controllare un punto nevralgico del territorio e serve anche a celare un’intensa attività di spaccio. L’esercizio commerciale è un punto d’incontro privilegiato per i molti personaggi inseriti nella famiglia mafiosa e in questo senso la figura del “pescivendolo del Bivio” emerge per la sua assoluta disponibilità al sodalizio. Lo confermano i passaggi delle mogli dei detenuti, alle quali il pescivendolo cede gratuitamente il pesce necessario a soddisfare il fabbisogno familiare e quello dei reclusi, cui viene consegnato in occasione dei colloqui. Per gli uomini d’onore saper che quel pesce giunge da Vito Caruso è una garanzia: la famiglia mafiosa non si è dimenticata di loro e dei loro parenti. È proprio uno dei soggetti che più frequentemente fa visita al pescivendolo del bivio, Giuseppe Evola, un sensale che opera su tutta la zona, a condurre gli inquirenti al “padrino”. In una circostanza Evola riceve la telefonata della moglie, cugina della consorte di Calogero Passalacqua, Maria. La donna gli riferisce che ha appena parlato con Maria che le ha chiesto di passare per consegnargli qualcosa. Il tono sospetto della telefonata non sfugge agli investigatori: Evola non chiede informazioni e la moglie gli suggerisce di passare “…con  lo scuro…” per non attirare l’attenzione. I militari, a questo punto come in un gioco a domino, avviano il monitoraggio dell’abitazione di Calogero Passalacqua. L’edificio è nel cuore di Carini: un vero fortino che, con la complicità del vicinato, gli garantisce il totale controllo di quanto avviene all’esterno delle mura domestiche. E’ difficile avvicinarsi a quell’abitazione senza essere notati. Persino i bambini, figli di affiliati, hanno istruzione di guardarsi dagli “sbirri” mentre giocano in strada. Eppure i militari, con coraggio e abilità, riescono a penetrare quell’ambiente ostile, per guardare e sentire. Emergono così i frequenti contatti tra l’arrestato domiciliare e altri soggetti, confermando la sua piena reggenza sul territorio: in alcuni casi si tratta di brevi scambi di battute dal balcone di casa, in altri si giunge a vere e proprie riunioni, tenute in locali attigui alla dimora che sfruttano un ingresso secondario. I principali rapporti coinvolgono Gianfranco Grigoli e Salvatore Sgroi. Il primo è un muratore vicino di casa, già noto per essere stato arrestato a Montepulciano nel 1997 per aver favorito la latitanza di Passalacqua. L’altro è il genero del “padrino”, già sorvegliato speciale di P.S. con precedenti anche per stupefacenti. I due pregiudicati sono il vero e proprio braccio operativo del “padrino”. Di seguito emergono altri soggetti. Si tratta di Vito Failla, altro favoreggiatore storico di Calogero Passalacqua il cui fratello Antonino Failla è scomparso nel 1999 vittima di “lupara bianca” e Croce Frisella, nipote di Calogero Passalacqua. Le risultanze confermano appieno il quadro ipotizzato dei Carabinieri: il tentativo, posto in essere da parte del Passalacqua, di ricostituire l’organigramma della famiglia mafiosa di Carini, recuperandone l’operatività a pieno regime grazie ai suoi uomini di fiducia di sempre, ed assumendone l’incontrastata posizione di vertice. Questi contatti e queste riunioni permettono ai Carabinieri di capire in tempo reale obiettivi e strategie della cosca. Ed è anche uno spaccato di come “Cosa nostra” opera e ragiona nel secondo millennio. In questo contesto, si consuma il 27 aprile 2009 il danneggiamento all’escavatore di Giacomo Lo Duca, all’interno del residence “Serracardillo” di Villagrazia di Carini. Lo Duca è un gregario di Passalacqua, titolare di un’impresa di movimento terra operante su tutto il territorio carinese. Si tratta di un vero e proprio segnale ritorsivo ai danni di una delle principali attività economiche della famiglia, il movimento terra, in un territorio che conosce un’estesa lottizzazione e per questo consente enormi guadagni. I Carabinieri assistono in diretta al complesso sviluppo della vicenda che, oltre a fornire indicazioni precise sulle gerarchie della famiglia mafiosa, offrirà un esempio tangibile di applicazione del codice d’onore mafioso secondo la strategia dell’”immersione” seguita da Passalacqua. Si tratta, in effetti, di un dissidio interno: la reazione al mancato rispetto di un patto per la spartizione di lavori tra i gruppi mafiosi. In base ad un vecchio accordo, i lavori di sbancamento e movimento terra dovevano essere gestiti in sinergia tra le ditte riconducibili a Giacomo Lo Duca (riferimento Passalacqua) e Giuseppe Pecoraro “Cagnuleddu” (riferimento Pipitone): al primo lo sbancamento, al secondo il trasporto degli inerti. Quando Giuseppe Pecoraro viene arrestato nel 2007, Lo Duca smette di servirsi della sua ditta e acquista propri camion per effettuare i movimenti di terra.  “No, non li hanno fatti lavorare più, ai camion di Cagnuleddo, mi hai capito?…” – commenta Giuseppe Evola – “Cagnuleddo gli ha fatto comprare l’escavatore, lui e li ha messo in mezzo lui… A questi due li ha messo, Battista neanche li ha guardati a questi, li ha messi in mezzoCagnuleddo… Gli ha fatto trovare l’escavatore, il camion, tutte le cose, e sono rimasti conCagnuleddo, Compà voi scavate ed io… si è comprato anche il camion, mi hai capito?..” L’incendio del mezzo, dunque, è un avvertimento per Lo Duca. I responsabili dell’atto intimidatorio sono subito individuati dagli investigatori: Antonino Buffa e Croce Maiorana, rispettivamente cognati degli uomini d’onore, all’epoca reclusi, Giuseppe Pecoraro e Antonino Pipitone. E da loro è giunto l’ordine dell’azione. Lo Duca non ci mette molto a capire e convoca i due soggetti. Sostiene di aver piazzato delle telecamere a sorveglianza degli escavatore. In realtà bluffa, ma vede giusto e così i due finiscono per ammettere tutto. La “tragedia” avanza. Dal carcere giungono minacce di suicidio dal parte del Pecoraro, che teme per l’incolumità del cognato Buffa. Sull’esito della vicenda pronuncia l’ultima parola il “padrino”. Passalacqua, al pari di altri reggenti della sua stessa generazione ricorre solo in casi eccezionali allo spargimento di sangue. I suoi gregari lo tengono costantemente informato “…quello gli ha fatto questo discorso e quelli lo hanno finito…”, e gli ricordano di essere sempre pronti ad imbracciare le armi “…i ragazzi sono caldi…”. Ma l’equilibrio dell’anziano capo cosca prevale e con il suo carisma impone la volontà di pax mafiosa. Grigoli commenta che ”…non si può solo correre…”, riferito sicuramente al soprassedere su tali problemi legati alla gestione della famiglia, ma”…bisogna pure fare quello che si deve fare…”, lasciando intendere di propendere per una soluzione più drastica. Lo Duca, invece, consapevole di non poter far nulla senza l’autorizzazione del Passalacqua, fa notare che solo se “…si conta sopra…”,  e quindi con l’assenso del boss, ci si può muovere. La vicenda pare concludersi con l’impegno assunto da Buffa e Maiorana a ripagare il mezzo danneggiato, nelle more sostituito con un escavatore messo a disposizione dal suocero dello stesso Buffa. I due comunque sono costretti ad abbandonare immediatamente Carini e la Sicilia per raggiungere gli U.S.A. Maiorana ritornerà a Carini dopo pochi giorni, il tempo sufficiente a far calmare le acque. Buffa, invece, permarrà più a lungo, tanto che anche moglie e figli lo raggiungono. La famiglia mafiosa non gli può consentire il rientro. È una questione di onore e di prestigio dopo l’affronto procurato. Così si esprime al riguardo uno degli uomini di fiducia del Passalacqua… “ma quello ti sta inquietando a te?…Se dobbiamo andare…questa è la legge…l’America, devono andare in America…, comandano loro, comandano..”. In Pennsylvania Tony Buffa si dedica alla pizzeria dei genitori, ormai da decenni trapiantati in quella terra. Lì sarà una squadra dell’F.B.I. a controllarlo, tenendo i Carabinieri sempre informati dei risvolti della vicenda oltreoceano. Lo studio dei personaggi e della loro vita attraverso la lente di ingrandimento delle attività investigative ha consentito ai Carabinieri di esaminare un metodo di imposizione adottato dalla famiglia mafiosa per sostenere economicamente gli affiliati: agli imprenditori locali è imposta l’assunzione di soggetti “indicati” dalla consorteria. La “filosofia estorsiva” di Passalacqua risparmia il pagamento della messa a posto alle piccole attività commerciali e alle imprese appena avviate, ritenendo che non si debba aggiungere alle già gravose difficoltà economiche delle piccole imprese un ulteriore peso economico. Le imprese diversamente sono costrette ad assumere: guardiani notturni per lo più, ma anche operai e impiegati.  L’impiego di un gregario garantisce autonomia economica agli affiliati del sodalizio e permette anche il costante monitoraggio delle attività economiche, rafforzando il controllo del territorio, stretto in una pesante morsa criminale. I riscontri dei Carabinieri confermano il “sistema di collocamento” avviato. Assunzioni e licenziamenti sono eseguiti a comando dagli amministratori delle imprese secondo le indicazioni impartite dal vertice della famiglia mafiosa. A seguito della minaccia indirizzata al responsabile di un’azienda da uno dei gregari del Passalacqua “Mondo con mondo non si toccano, le persone sì..” il licenziamento del dipendente viene sospeso. Le indagini dei Carabinieri hanno fatto luce anche su un significativo traffico di stupefacenti che vede come personaggio principale Vito Caruso, il pescivendolo del bivio Foresta. Le visite in pescheria e presso l’abitazione, alle ore più disparate della notte, con fare frettoloso e guardingo, indicano contatti frequenti per lo smercio della droga con puntuali conferme nell’attività di intercettazione. Il codice è legato chiaramente all’attività di pescheria: “Va bene prepara qualche 5 chili di gamberoni…una cosa di queste…tanto per mangiare questa sera…va bene?…Sto arrivando, ciao…”. Il vero significato del linguaggio è tradito per un verso dalle incongruenze delle conversazioni (il costo del pesce indicato nelle telefonate, che non è corrispondente ai prezzi di mercato [spesso il prezzo del pesce spada o della neonata veniva fissato a 80/90 euro al Kg.] e non può che essere riferito allo stupefacente ceduto (intendendo 80/90 euro al grammo, per la cocaina) e per altro dai riscontri sul territorio (a volte i Caruso riferiscono agli acquirenti di essere sprovvisti di pesce alle richieste generiche ricevute telefonicamente, mentre dalle riprese video e dai riscontri effettuati dai militari in transito è appurato che in quel momento in pescheria vi è un grande assortimento di pesce  e l’attività commerciale procede regolarmente). Quindi i Carabinieri raccolgono i riscontri dagli acquirenti. I soggetti che hanno incontrato Caruso vengono fermati e spesso indosso hanno sostanza stupefacente. Un acquirente dichiara ai militari di aver acquistato la cocaina a Palermo, poi contatta telefonicamente Caruso e gli comunica l’accaduto …”.. non puoi salire tu che ti devo parlare?” “Cos’è successo?” “.. eh.. poco fa… non te lo posso dire per telefono!” “Il pesce non era buono?” “No, peggio, me lo hanno tolto!”. Al traffico partecipano attivamente le donne del gruppo. Il coinvolgimento delle donne nel traffico è un tratto già più volte riscontrato in provincia di Palermo. In questo caso, la moglie del pescivendolo del Bivio e la convivente di suo figlio Giuseppe contattano i rispettivi mariti, quando assenti, in  occasione di visite di clienti e, in alcuni casi, si occupano della custodia e dell’occultamento dello stupefacente.

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