L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























mercoledì 11 gennaio 2012

Mafia a Palermo, scoperti i nuovi boss: 28 arresti Imponevano pizzo anche a fiction tv. Un poliziotto era la talpa

Mafia a Palermo, scoperti i nuovi boss: 28 arresti

Imponevano pizzo anche a fiction tv. Un poliziotto era la talpa


Ventotto persone sono state arrestate la scorsa dai carabinieri nell’operazione “Pedro”. L’indagine ha ricostruito l’attuale organigramma del mandamento di Porta Nuova e Bagheria. Esisteva un cassiere per le famiglie dei detenuti: una sorta di sussidio assistenziale


I nuovi capi dei mandamenti mafiosi di Porta Nuova e Bagheria sono stati individuati a Palermo dai carabinieri che hanno scoperto anche un investigatore infedele, informatore dei mafiosi. Ventotto persone sono state arrestate la scorsa dai militari del Comando provinciale di Palermo, che nell’operazione “Pedro” hanno eseguito provvedimenti restrittivi emessi dalla Dda.
In particolare, si tratta di fermi a carico di 22 indagati accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata alle estorsioni, al traffico di stupefacenti ed alle rapine, e di una richiesta di ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 6 soggetti, già detenuti per altri fatti e accusati di associazione mafiosa. Le misure sono state emesse in via d’urgenza per la necessità di interrompere le estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori e di prevenire attentati incendiari o ritorsioni fisiche alle vittime.
L’indagine ha ricostruito l’attuale organigramma del mandamento di Porta Nuova e sue relazioni con tutti gli altri mandamenti palermitani e in particolare quelli di Pagliarelli, Santa Maria di Gesù, Brancaccio, Noce, Boccadifalco, Tommaso Natale, Misilmeri e Bagheria. Su quest’ultimo clan si è poi focalizzata l’attenzione investigativa, e ne sono stati così individuati i vertici che gestivano una diffusa attività estorsiva sul territorio di competenza.
Calogero Lo Presti detto “Pietro”, 59 anni, e Tommaso Di Giovanni, 45 anni, erano secondo l’accusa i capi di Porta Nuova, mentre Antonino Zarcone, 40 anni, era il boss di Bagheria.
Fermata anche la “talpa” che passava notizie riservate ai capimafia. Le indagini, durate 15 mesi e condotte anche con intercettazioni video e audio, sono state riscontrate anche dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Oltre a una capillare imposizione del “pizzo”, è emersa l’ingerenza di Cosa nostra nelle attività imprenditoriali ed in particolare quelle legate alla “messa a posto” dei principali lavori sul territorio. I guadagni illeciti venivano reinvestiti nel narcotraffico di cocaina, acquisendo all’ingrosso ingenti quantitativi di droga da immettere poi sul mercato siciliano attraverso una rete di spacciatori controllata dai campimafia.
Gli investigatori sottolineano che “si evidenziano, rispetto al passato, concreti segnali di apertura alla collaborazione da parte di commercianti e imprenditori” vittime del racket.
ANCHE UN POLIZIOTTO ARRESTATO: ERA UN INFORMATORE - C’è anche un poliziotto tra le persone arrestate la scorsa notte a Palermo dai carabinieri nell’operazione antimafia “Pedro”. E’ accusato di aver fatto da informatore per Calogero “Pietro” Lo Presti, nuovo capo del mandamento mafioso di Porta NuovaL’investigatore, che è stato sottoposto a fermo, è Matteo Rovetto, 58 anni, al tempo in servizio presso la Squadra Mobile di Palermo. Secondo l’accusa, avrebbe fornito a Lo Presti, ma anche al suo braccio destro Tommaso Di Giovanni, pure fermato, notizie sui procedimenti penali e sulle indagini in corso nei loro confronti. Il poliziotto “talpa” avrebbe inoltre protetto la rete di spacciatori di droga controllata dai boss, avvisandoli della presenza delle forze dell’ordine nelle zone dove smerciavano la droga, e aiutandoli a eludere le indagini. A Rovetto è stata contestata l’aggravante del favoreggiamento di Cosa Nostra. Rovetto non è più in servizio attivo nella polizia, essendo andato in pensione da circa un anno. I fatti che gli vengono contestati datano fino al luglio del 2010, nel periodo in cui l’uomo era in forza presso la Squadra Mobile di Palermo.
IL PIZZO SULLA FICTION "SQUADRA ANTIMAFIA PALERMO OGGI" - I mafiosi incassavano il ‘pizzo’ pure sulla fiction televisiva “Squadra Antimafia Palermo oggi”. A mettere nel mirino lo sceneggiato televisivo ispirato alla lotta contro Cosa Nostra, secondo quanto sostiene la Dda di Palermo, era stato il boss del mandamento di Porta Nuova, Calogero “Pietro” Lo Presti, assieme a uno dei suoi uomini, Giuseppe Auteri, durante le riprese del telefilm fino al settembre del 2010.
I due avevano convocato Filippo Teriaca, un parente di Marcello Testa, incaricato della societa’ “Taodue”, che produceva la fiction, per intimidirlo e costringere così la produzione a subire diverse richieste del clan, compreso il pagamento di una somma di 5.000 euro. Tra le altre estorsioni che la Dda attribuisce a Lo Presti e Autieri, quella ai danni di Giusto Gagliano, titolare della gioielleria “Di Paola” di piazza San Domenico, nel centro di Palermo. Un esattore della famiglia di Palermo Centro, inserita nel mandamento di Porta Nuova, Daniele Lauria, secondo gli inquirenti aveva invece incassato mille euro dall’imprenditore Giovanni Anselmo, titolare della ditta “GGA Costruzioni “ di San Cipirello. Quella somma, per la Dda, era l’acconto di un ‘pizzo’ complessivo di settemila euro che era stato imposto al costruttore.
L’imposizione del pizzo alla “Taodue”, la società che realizza anche la fiction televisiva “Squadra Antimafia” non sarebbe consistita soltanto nella richiesta di denaro, ma anche nell’indicazione delle ditte dalle quali rivolgersi per forniture, pasti e trasporti durante le riprese del telrfilm. Inoltre, secondo la Procura i membri dello staff avrebbero anche acquistato dosi di cocaina dai boss. “Il paradosso della fiction antimafia -ha detto il procuratore aggiunto Ignazio De Francisci- è che alla fine si rifornisce proprio dalla mafia”.
VERTICI MAFIOSI IN UN NEGOZIO - Si incontravano in un negozio i nuovi capi del mandamento mafioso di Porta Nuova a Palermo. Il commerciante che ospitava i summit, Giuseppe Di Marco, 46 anni, è tra le persone raggiunte dal provvedimento di fermo emesso dalla Dda. Secondo gli inquirenti, aveva messo “stabilmente a diposizione” dei capimafia il suo esercizio di via Palmerino, dove si svolgevano le riunioni di vertice. Di Marco avrebbe svolto anche funzioni di segretariato, provvedendo a organizzare gli incontri e a predisporre tutto perche’ nessun visitatore sgradito disturbasse i colloqui tra i boss.
UN CASSIERE PER LE FAMIGLIE DEI DETENUTI - Il mandamento mafioso di Porta Nuova aveva un cassiere, incaricato tra l’altro di provvedere ai pagamenti in favore delle famiglie degli affiliati detenuti: una sorta di sussidio assistenziale. Il ruolo, secondo l’accusa, veniva ricoperto da Vincenzo Coniglio,51 anni, una delle 28 persone colpite da provvedimenti restrittivi nell’ambito dell’operazione antimafia “Pedro” eseguita la scorsa notte dai carabinieri del comando provinciale di Palermo.
Il mantenimento dei detenuti, però, peserebbe ormai troppo sulle casse di Cosa nostra, Per questo i boss, intercettati durante l’operazione “Pedro”, avrebbero ipotizzato un meccanismo di mutuo soccorso diverso da quello tradizionale: invece di pagare una sorta di stipendio mensile alle famiglie dei carcerati, l’idea sarebbe stata quella di liquidare una somma unica, un piccolo capitale di 20, 30 mila euro, al fine di permettere alle stesse famiglie di avviare un’impresa, aprendo ad esempio bar o tabacchi e ogni altra sorta di attività. Il progetto però non si sarebbe mai effettivamente concretizzato.
LA DROGA TORNA TRA I BUSINESS DI COSA NOSTRA - La mafia palermitana torna al suo vecchio affare del traffico di droga. Secondo l’accusa, Tommaso Di Giovanni, braccio destro del boss di Porta Nuova Calogero “Pietro” Lo Presti, entrambi fermati la scorsa notte, si occupava personalmente di reperire le somme da investire nell’acquisto di grosse partite di stupefacenti, e ne organizzava l’importazione. Un suo uomo, Ivano Parrino, coordinava invece la rete di ‘pusher’ che smerciava le dosi in piazza Ingastone e nelle zone limitrofe. Cocaina e hashish le sostanze trattate dal clan mafioso. Tra gli spacciatori, Fabrizio Toscano e Giovanni Mannino, Salvatore Sampino, Giustino Giuseppe Rizzo. Christian Mancino e Domenico Marino erano invece i ‘corrieri’ dell’organizzazione e secondo la Dda avrebbero trasportato in diversi occasioni grossi quantitativi di cocaina. Antonino Lo Iacono avrebbe fornito supporto logistico alle attività di spaccio. Tutti sono stati fermati nel blitz della scorsa notte.
ANCHE SCIPPI PER FAR CASSA - Anche scippi tra le attività criminali controllate dal mandamento mafioso di Porta Nuova a Palermo: criminalita’ spicciola, ma evidentemente buona per fare cassa. Alcune delle 28 persone raggiunte la scorsa notte dai 28 provvedimenti restrittivi devono rispondere anche di “furto con strappo”, e non come ordinari scippatori ma con l’aggravante del favoreggiamento di Cosa Nostra. Gli investigatori hanno ricostruito alcuni episodi specifici. In particolare, Fabrizio Toscano e Giovanni Mannino, devono rispondere dell’aggressione a una donna straniera, che il 25 ottobre del 2010 fu derubata di 2.532 euro in contante e rimase ferita quando, per vincere la sua resistenza, i malfattori l’avevano trascinata per terra. Ai due viene contestato anche un altro scippo, che lo stesso giorno frutto’ 1.450 euro in contante, sottratti pure in questo caso a una donna. Entrambi, infine, assieme a Giovanni Toscano, sono accusati di una rapina ai danni di un uomo, che il 29 ottobre del 2010 fu picchiato e costretto a consegnare 5.000 euro in banconote.
CANTANTE RIFIUTA DI SALUTARE I DETENUTI, NIENTE CONCERTO - I boss del mandamento mafioso di Porta Nuova impedirono di esibirsi a un cantante napoletano neomelodico che si era rifiutato di aprire il suo concerto con un saluto ai detenuti. E’ uno degli episodi che emergono dalle intercettazioni dei carabinieri nell’ambito dell’inchiesta “Pedro”. Il cantante, Vittorio Ricciardi, molto popolare presso gli amati del genere e ammirato in molti quartieri popolari di Palermo, avrebbe dovuto cantare in occasione di una festa rionale nel territorio del manndamento e i capimafia gli avevano fatto pervenire la richiesta di rendere omaggio dal palco ai detenuti. Ma Ricciardi si era rifiutato, e per questo il clan vieto’ che tenesse il concerto previsto, e l’evento venne annullato.
NUOVI SISTEMI PER IL PIZZO - I mafiosi del mandamento di Porta Nuova avevano messo a punto nuovi sistemi per imporre il ‘pizzo’ in modo capillare. I clan starebbero appplicando un metodo inedito per individuare le vittime. Ottenendo informazioni dagli uffici del Comune, in relazione al rilascio di licenze edilizie, i boss sarebbero stati in grado di conoscere anticipatamente i cantieri da aprire e dunque avrebbero potuto avvicinare prima ancora dell’avvio dei lavori i titolari delle aziende per avanzare le richieste di ‘pizzo’.
SUCCESSIONE DI BOSS 'FELPATA' - La successione del potere all’interno del mandamento mafioso di Porta Nuova sarebbe avvenuta in modo felpato, senza contrasti e soprattutto senza spargimenti di sangue. Dopo l’operazione “Eleio” del luglio 2010, che aveva individuato la reggenza del mandamento nelle figure di Gregorio Di Giovanni e di Antonino Abbate lo scettro sarebbe passato in mano a Calogero Lo Presti (fratello del più noto Tanino) fino al dicembre dell’anno scorso. Poi sarebbero subentrati, forse anche per la forte pressione investigativa sulla famiglia Tommaso Di Giovanni (che è il fratello di Gregorio) e Nicola Milano. Questi ultimi due fermati stanotte sarebbero stati coadiuvati da Antonino Zarcone, presunto reggente del mandamento di Bagheria, gia’ noto agli investigatori come fedelissimo di Pino Scaduto nell’ambito dell’operazione Perseo.

Sarebbe stato proprio lui a fare da “tutor” ai due più giovani nella nuova gestione della famiglia.

BOS IN FUGA IN PIGIAMA - Diversi dei mafiosi arrestati la scorsa notte a Palermo nell’operazione “Pedro” sarebbero stati trovati dai carabinieri con le valigie pronte. Nicola Milano, che da una decina di giorni non aveva piu’ un domicilio fisso e dormiva ogni notte in un posto diverso, è stato individuato in via Monfenera, ma alla vista dei carabinieri ha tentato di scappare: si è lanciato dal balcone dell’abitazione in cui si trovava al secondo piano di una palazzina ed è così finito nel ballatoio dell’appartamento di un palazzo vicino. Nella caduta si è procurato piccole fratture, in particolare al malleolo, e un taglio. Per recuperarlo è stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco e del 118 che lo ha poi accompagnato all’ospedale Civico dove è stato refertato. Altri due, indagati Giovanni e Fabrizio Toscano, padre e figlio, si sono invece dati alla fuga in pigiama e scalzi, ma sono stati rapidamente bloccati dai militari.
TUTTI I NOMI - Questi i nomi delle persone fermate la scorsa notte dai carabinieri di Palermo nell’operazione antimafia “Pedro”: Calogero Lo Presti, 59 anni, detto “Pietro”, capo del mandamento mafioso di Porta Nuova; Tommaso Di Giovanni, 45 anni, detto “Masino”, suo braccio destro; Antonino Zarcone, 40 anni, capo del mandamento mafioso di Bagheria; Nicolo’ Milano, 37 anni; Vincenzo Coniglio, 51 anni; Giuseppe Di Marco, 46 anni; Antonino Lo Iacono, 33 anni; Gabriele Buccheri, 32 anni; Maurizio Pecoraro, 47 anni; Daniele Lauria, 40 anni, in atto detenuto presso la casa circondariale Pagliarelli per altra causa; Agostino Catalano, 49 anni; Rodolfo Allicate, 37 anni; Francesco Paolo Putano, 36 anni; Giuseppe Auteri, 36 anni; Giovanni Lo Giudice, 45 anni; Domenico Marino, 39 anni; Christian Mancino, 27 anni; Matteo Rovetto, 58 anni, ex poliziotto della Squadra mobile di Palermo; Salvatore Sampino, 25 anni; Giovanni Mannino, 25 anni, detto “Giancarlo”; Giustino Giuseppe Rizzo, 24 anni; Fabrizio Toscano, 23 anni; Giovanni Toscano, 51 anni.
Gli indagati che erano già detenuti sono Giovanni Giammona, 36 anni; Gaspare Parisi, 34 anni; Ivano Parrino, 32 anni; Francesco Chiarello, 31 anni, Nunzio La Torre, 25 anni.


È morto Nicola Milano, "u' ricciu"  mammasantissima di Porta Nuova









http://www.gds.it/


10/01/2012 - Strage di Capaci, indagato il boss Salvo Madonia

 
 
 
Condannato all'ergastolo per l'assassinio dell'imprenditore Libero Grassi, secondo gli inquirenti avrebbe partecipato, insieme al capomafia Totò Riina, ad una delle riunioni in cui si pianificò l'eccidio






PALERMO. Il boss palermitano Salvo Madonia, condannato all'ergastolo per l'assassinio dell'imprenditore Libero Grassi, è indagato dalla procura di Caltanissetta per la strage di Capaci che costò la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie e agli agenti di scorta. Secondo gli inquirenti avrebbe partecipato, insieme al capomafia Totò Riina, ad una delle riunioni in cui si pianificò l'eccidio.



Madonia, figlio dello storico capomafia di San Lorenzo Francesco, è in carcere dal 14 dicembre del 1991. A coinvolgere il boss nella fase preparatoria della strage di Capaci sarebbe stato il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca. L'indagine sull'eccidio del giudice Falcone è stata riaperta tre anni fa dalla procura di Caltanissetta che ha avviato nuovi accertamenti anche sull'assassinio di Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio del 1992 a Palermo. Fondamentali per riscrivere la verità sulla strage di via D'Amelio sono state le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza che ha scagionato una serie di persone condannate all'ergastolo per l'eccidio e consentito l'individuazione di nuovi responsabili come, secondo quanto si apprende, un meccanico palermitano. La procura, invece, sarebbe orientata a chiedere l'archiviazione per l'ex funzionario del Sisde Lorenzo Narracci coinvolto nell'inchiesta sul cosiddetto terzo livello. A carico del funzionario non sarebbero stati trovati elementi sufficienti per continuare ad indagare.

http://www.gds.it/gds/sezioni/cronache/dettaglio/articolo/gdsid/183877/

Tre pentiti contro Nicolosi: "Prendeva voti dalla mafia" 


Il sindaco di Corleone querela e si ritrova nei guai. Di Carlo, Mutolo e Onorato rivelano i rapporti tra l´uomo politico e il vecchio boss di Partanna Saro Riccobono, poi vittima della lupara bianca. Le prime accuse vennero fuori
nel '97 nel processo a carico del deputato dc Franz Gorgone poi condannato 


di ENRICO BELLAVIA 

E tre. Sono tanti i collaboratori di giustizia che pescano nella loro memoria vecchie frequentazioni elettorali tra Nicolò Nicolosi e gli uomini del boss Saro Riccobono, capofamiglia e poi capomandamento di Partanna Mondello. Si rivela un pessimo affare, peggio, un boomerang, la causa che il deputato nazionale e sindaco di Corleone, oggi leader del "Patto per la Sicilia", ha intentato contro Francesco Di Carlo, collaboratore di giustizia fuoriuscito dal clan di Altofonte. Nel 1997, Di Carlo, deponendo al processo a carico di Franz Gorgone, leader del grande centro della Dc a Palermo, tirò in ballo anche Nicolò Nicolosi che militava nella stessa corrente dello scudocrociato. Il collaboratore rievocò di avere siglato con Salvatore Micalizzi, luogotenente di Saro Riccobono, un accordo di cartello per riversare su Gorgone e su Nicolosi i favori delle cosche di Partanna e di Altofonte. Di Carlo fu impreciso sulle date. Circoscrisse l´accordo al 1981. In quella occasione era però candidato alle Regionali il solo Gorgone, mentre Nicolosi, che era stato impegnato nelle Comunali del 1980, sarebbe stato candidato alle Regionali solo nel 1986. Gorgone, date alla mano, provò a smentire Di Carlo in aula. Il processo a carico di Gorgone si è concluso con la sua condanna. In parallelo, Nicolosi ha sporto querela nei confronti di Di Carlo. La Procura ha proposto l´archiviazione sostenendo che non è certo che Di Carlo si riferisse a un accordo operante nella stessa occasione. Nicolosi si è però opposto all´archiviazione e si è arrivati al processo in corso con Di Carlo imputato, assistito dall´avvocato Ermanno Zancla, celebrato davanti al giudice monocratico Giuseppe Sgadari, pm Gioacchino Natoli. È stato ascoltato in videoconferenza il pentito Francesco Onorato, passato dalla corte di Riccobono a quella dei Madonia, dopo l´eliminazione dello stato maggiore del mandamento nel 1982. E Onorato ha rincarato la dose confermando in tutto il racconto di Di Carlo: "Nicolosi incontrò Riccobono a Villa Scalea, nel periodo in cui era latitante". "Il periodo?", insiste il legale di Nicolosi, l´avvocato Giovanni Rizzuti. Onorato è vago, ma colloca comunque la vicenda, legata sempre a faccende elettorali, nei primi anni Ottanta. E aggiunge, ma in termini di possibilità, che Nicolosi abbia frequentato anche una delle altre basi operative del clan Riccobono, il bar "Singapore Two" di via La Marmora, teatro per questo, anche di una strage durante la prima guerra di mafia. All´ultima udienza dedicata all´interrogatorio dei testimoni ha deposto Gaspare Mutolo, luogotenente operativo della cosca Riccobono, incaricato, per sua stessa ammissione, "di cose materiali", droga e pizzo in particolare. Ma Mutolo dice di avere partecipato da spettatore agli incontri e ai rapporti con i politici tenuti da Salvatore Micalizzi, scomparso poi per lupara bianca. "Sia per il modo di presentarsi che per le sue amicizie era Salvatore Micalizzi l´incaricato da Riccobono per le relazioni sociali". Mutolo ricorda di avere accompagnato personalmente Micalizzi a incontrare uomini politici e fa i nomi di Ernesto Di Fresco e Salvatore Matta, entrambi morti, "e di altri di Monreale", di cui non ricorda il nome. Dopo un tira e molla tra accusa e parte civile, in un insolito duello che normalmente vede contrapporsi pm e difesa, Mutolo ha poi fatto il nome di Nicolosi e su richiesta del giudice ha spiegato: "Io ne sentivo parlare, sentivo che si dovevano dare dei voti all´onorevole Nicolosi, non mi ricordo però il primo nome, né il partito". Racconta anche di avere assistito a uno scambio di fac simile, ma non sa dire a chi appartenessero. Poi però, riferendosi ancora a Nicolosi, ricorda: "Il partito era la Dc". Gli chiedono a quel punto di spiegare da chi ne aveva sentito parlare e il pentito resta sulle generali: "Non ricordo con esattezza, ma sempre da mafiosi, io vedevo sia Salvatore Micalizzi che il padre Giuseppe che era appassionato di politica, c´era sempre in mezzo a cose di elezioni, ma non posso ricordare con esattezza da chi ne ho sentito parlare". Il legale di Nicolò Nicolosi prova l´affondo tra le nebbie della memoria. "Ha mai sentito parlare di Rino Nicolosi?", giocando sull´omonimia con l´ex presidente della Regione eletto a Catania e scomparso qualche anno fa. Mutolo è incerto ma guardingo: "Se mi dice che si chiama Rino, le dico che si chiama Rino, non me lo ricordo". 

LA REPUBBLICA, MERCOLEDÌ, 07 MAGGIO 2003


http://www.cittanuove-corleone.it/Corleone,%20tre%20pentiti%20contro%20Nicolosi.htm

Mafia, fatta luce sull’omicidio dell’agente penitenziario Calogero Di Bona


Fatta luce, dopo 33 anni, sull’omicidio del maresciallo Calogero Di Bona, vicecomandante degli agenti di custodia del carcere Ucciardone. La Dia di Palermo ha individuato mandanti ed esecutori. Ad uccidere Di Bona il 28 agosto del 1979 sarebbero stati due esponenti di spicco di cosa nostra: Salvatore Lo Piccolo, 70 anni, ergastolano, come il boss Salvatore Liga, 81 anni, attualmente agli arresti ospedalieri per motivi di salute. Per loro l’accusa è di sequestro, omicidio premeditato e occultamento di cadavere. L’agente di custodia, attirato in un tranello, venne strangolato e bruciato dentro un forno, nella zona residenziale di Città Giardini. Di Bona, già riconosciuto fra le vittime di mafia, scomparve una sera di fine agosto del 1979. Aveva 35 anni e tre figli. Tre decenni dopo, gli autori del macabro delitto, verranno processati, grazie all’ostinazione dei familiari della vittima, che mai hanno smesso di cercare la verità chiedendo la riapertura dell’inchiesta sulla morte del padre, dopo che i familiari di Di Bona, su internet hanno scovato per caso le dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo. I figli di Calogero Di Bona, Giuseppe ed Ivan lanciarono un appello alla magistratura sulle colonne della rivista S e successivamente, il pool sui delitti irrisolti, di cui fanno parte i pubblici ministeri Lia Sava e Francesco del Bene, coordinati dall’aggiunto Vittorio Teresi subentrato a Ignazio De Francisci, oggi avvocato generale, hanno accolto la loro richiesta. Mutolo, killer a servizio di Totò Rina e Saro Riccobono, il 7 giugno del 1994, chiamò in causa Salvatore Lo Piccolo, che di Riccobono, boss di Partanna Mondello, era stato l’autista, sostenendo che il capomafia di San Lorenzo, che allora iniziava la sua ascesa criminale, avrebbe avuto un ruolo nella lupara bianca che inghiottì Di Bona, vicecapo dei secondini dell’Ucciardone. I Magistrati, cos’, sono tornati ad interrogare diversi collaboratori di giustizia, vecchi e nuovi, facendo riemergere la verità. Ai magistrati è toccato ascoltare l’agghiacciante ricostruzione di un delitto. Il pomeriggio del 28 agosto 1979, il maresciallo Di Bona stava prendendo un caffè nella piazza di Sferracavallo, quando fu avvicinato da due persone, con cui si allontanò. L’ultimo a vederlo fu un bambino di dieci anni, che adesso è un uomo e che di recente è stato riascoltato. Da quel giorno di agosto, non si è saputo più nulla di Calogero Di Bona. Salvatore Lo Piccolo, uomo d’onore della famiglia di Tommaso Natale, sapendo che Di Bona frequentava un bar ristorante di Sferracavallo, lo avrebbe avvicinato per condurlo con un pretesto presso il fondo di Tatuneddu, così come era soprannominato Salvatore Liga. Oltre a lui, sarebbero stati presenti Salvatore MIcalizzi, Salvatore Lo Piccolo, Bartolomeo e Antonino Spatola e Rosario Riccobono”. Tutta gente morta tranne Lo Piccolo e Liga. Gaspare Mutolo ha aggiunto, di recente, i particolari di quella riunione di morte in un casa di fondo De Castro, allo Zen. Quel giorno di agosto del 1979, il maresciallo Di Bona fu sottoposto a un interrogatorio, su mandato del potente capomafia di Partanna Mondello Rosario Riccobono: i boss volevano sapere i nomi degli agenti di custodia che avevano spedito una lettera anonima ai giornali cittadini, per denunciare la situazione dell’Ucciardone. Erano i tempi in cui i capi di Cosa nostra avevano trasformato la nona sezione del carcere palermitano in un esclusivo club, che aveva anche una succursale, il reparto infermeria, con la compiacenza di alcuni agenti. “Riccobono – ha detto Mutolo – chiese a Di Bona notizie sulla situazione carceraria ed in particolare sugli autori delle lettere anonime con le quali si insultavano i mafiosi”. Poi, “gli si pose una corda al collo”. Gaetano Grado ha concluso il racconto dell’orrore : “Quando l’indomani so andati allo Zen mi hanno raccontato solo che era tutto apposto e che il lavoro fatto da Tatuneddu Liga… quando c’era di bisogno di strangolare qualche persona… diciamo che quasi quasi si facevano sempre da Tatuneddu Liga, perché poi lui gli scioglieva nell’acido .. omissis… mi hanno detto che l’hanno messo dentro il forno di Tatuneddu Liga, il forno, un forno dov’è che si .. lui faceva il pane…”. . “Di Bona fu strangolato e il suo cadavere venne arso su una graticola, secondo un rituale che molte altre volte si era tenuto”, ha aggiunto il pentito Gaspare Mutolo.

Solo dopo la scomparsa del maresciallo, il ministero della Giustizia si decise a mandare un’ispezione, mente in Procura giunse un esposto firmato da un gruppo di agenti di polizia penitenziaria che fecero un nome, quello di Michele Micalizzi, 30 anni, di Pallavicino, genero di Riccobono che deve scontare 24 anni per l’omicidio dell’agente Cappiello, ucciso il 2 luglio del 1975. Micalizzi, avevano scritto gli agenti, sarebbe stato l’autore del pestaggio di un collega, tale Angiullo, avvenuto all’interno del carcere. Un fatto gravissimo per il quale non venne stilato neppure un rapporto. Forse perché Micalizzi attendeva che si concludesse il processo d’appello per omicidio che lo vedeva imputato e i termini di custodia cautelare stavano scadere. L’episodio del pestaggio avrebbe potuto “trattenerlo” in carcere. Nei giorni successivi, il sostituto procuratore Giuseppe Prinzivalli ascoltò tutte le persone coinvolte nella vicenda, Di Bona compreso. Le indagini, però, si chiusero con un nulla di fatto. Adesso, dopo la riapertura dell’inchiesta, le indagini hanno dimostrato che a ordinare l’uccisione di Di Bona fu il sanguinario capo mandamento di Tommaso Natale Rosario Riccobono, 83 anni, successivamente fatto sparire col metodo della ‘lupara bianca’, che oltre agli attuali indagati coinvolse altri mafiosi oggi deceduti, nella progettazione ed esecuzione dell’omicidio. Micalizzi fu condannato, il 23 novembre ’79 a otto mesi perchè riconosciuto colpevole del reato di lesioni in danno di un agente penitenziario, anche se non si fa menzione alcuna dell’episodio che avrebbe scatenato le ire di Riccobono. Ma le attuali indagini dimostrano che l’omicidio risulta comunque correlato alla vicenda Micalizzi, che risale al 6 agosto ’79, quando Di Bona fu dirottato presso la famigerata IV sezione del carcere – che fungeva anche da infermeria – dove si trovavano i mafiosi più pericolosi. La giovane guardia, constatato che quei reclusi si muovevano troppo liberamente, aveva provato a far rientrare alcuni nelle loro celle, provocando una violenta reazione che costrinse Di Bona a recarsi al pronto soccorso. Sarebbe stato naturale denunciare l’accaduto, ma così non fu. La verità solo dopo 33 anni.

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L'OMICIDIO DI BONA

"Strangolato e bruciato in un forno" 
La verità trentatrè anni dopo

Gli agenti della Dia hanno notificato un avviso di conclusione delle indagini ai boss Salvatore Lo Piccolo e Salvatore Liga. Avrebbero fatto parte del gruppo di mafiosi che uccise la guardia carceraria Calogero Di Bona, inghiottito dalla lupara bianca nel 1979. Il grido di dolore dei figli e i racconti dell'orrore dei collaboratori di giustizia.
PALERMO - Attirato in un tranello, strangolato e bruciato dentro un forno. La morte di Calogero Di Bona è agghiacciante. C'è tutta la crudeltà di cui sono capaci gli uomini di Cosa nostra. Perché sarebbe stata la mafia a condannare a morte il maresciallo delle guardie penitenziarie del carcere Ucciardone.

La recente inchiesta della Dia svela l'ennesimo orrore di Cosa nostra. L'esistenza di un forno che chissa' quanti corpi ha bruciato. Si trova in un terreno nella zona residenziale di Citta' Giardini.

Di Bona, già riconosciuto fra le vittime del dovere, scomparve una sera di fine agosto del 1979. Aveva 35 anni e tre figli che non avrebbe visto crescere. Tre decenni dopo un avviso di conclusione delle indagini è stato notificato al capomafia di San Lorenzo, Salvatore Lo Piccolo, e all'ottantenne Salvatore Liga, anziano boss di Partanna Mondello, anche lui detenuto. Sarebbero loro gli autori del macabro delitto. Un risultato a cui si è giunti grazie all'ostinazione dei familiari della vittima, che mai hanno smesso di cercare la verità, al lavoro degli agenti della direzione investigativa antimafia di Palermo e della Procura che ha istituito uno speciale pool sui delitti irrisolti. Ne fanno parte i pubblici ministeri Lia Sava e Francesco del Bene, coordinati dall'aggiunto Vittorio Teresi subentrato a Ignazio De Francisci, oggi avvocato generale.

Sono stati i figli di Di Bona a chiedere la riapertura dell'inchiesta sulla morte del padre. Lo hanno fatto scovando su Internet, per caso, le dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo. Dalle pagine del mensile S i familiari lanciarono un invito a cercare fra atti giudiziari ormai polverosi, mentre gli avvocati Oriana ed Emanuele Limuti presentavano un'istanza in Procura. Gli accertamenti sono stati affidati agli agenti della Dia diretti dal capo centro di Palermo, Giuseppe D'Agata.

Mutolo, killer al soldo di Totò Rina e Saro Riccobono, il 7 giugno 1994, chiamò in causa Salvatore Lo Piccolo, che di Riccobono, boss di Partanna Mondello, era stato l'autista. Il capomafia di San Lorenzo, che allora iniziava la sua ascesa criminale, avrebbe avuto un ruolo nella lupara bianca che inghiottì Di Bona, vicecapo dei secondini dell'Ucciardone, come li chiamavano un tempo.

Partiamo dall'inizio di una storia in bianco e nero. Di Bona finisce il turno di lavoro. Ad aspettarlo a casa ci sono la moglie, Rosa Cracchiolo, e i suoi tre figli. Pranzano assieme. Poi, il padre, come sua abitudine, si ritira in camera per riposare. Nel pomeriggio accompagna la famiglia da alcuni parenti. “Passo a prendervi per cena”, dice alla moglie. E così quando la donna non lo vede rientrare si preoccupa. L'ansia diventa angoscia. Lo cercano a Sferracavallo, nei posti che era abituato frequentare. Niente. Di lui non c'è traccia. Alle sei del mattino successivo una pattuglia di militari trova la sua auto, una Fiat 500, parcheggiata in via dei Nebrodi, all'incrocio con via Alcide De Gasperi. Gli sportelli sono aperti. La Procura apre un'inchiesta contro ignoti. Due anni di indagini che a nulla approdano. E così, l'allora giudice istruttore Rocco Chinnici, il 5 marzo del 1981, è costretto a chiudere il caso, pur scrivendo che "la morte deve essere ricercata nei fatti strettamente collegati alla sua attività all'interno della casa circondariale. La riprova di ciò si ritrova nelle modalità di esecuzione del crimine, modalità tipicamente mafiose”.

Quali erano i fatti avvenuti all'Ucciardone? Qualche giorno dopo la scomparsa di Di Bona in Procura giunge un esposto firmato da un gruppo di agenti di polizia penitenziaria che descrivono un carcere dove i mafiosi fanno i loro comodi. Protetti dalla compiacenza di alcuni agenti. Sono anni in cui basta solo nominare un padrino per far tremare le celle. “Carcere di mafia” scrivono gli agenti che fanno un nome e cognome: Michele Micalizzi. Micalizzi, 30 anni, di Pallavicino, non è l'ultimo arrivato. Intanto è genero di Riccobono e sta pure scontando 24 anni per l'omicidio dell'agente Cappiello, ucciso il 2 luglio del 1975. Micalizzi, scrivono gli agenti, sarebbe l'autore del pestaggio di un collega, tale Angiullo, avvenuto all'interno del carcere. Un fatto gravissimo per il quale non è stato stilato neppure un rapporto. Perché? Forse perché Micalizzi attende che si concluda il processo d'appello per omicidio che lo vede imputato e i termini di custodia cautelare stanno per scadere. L'episodio del pestaggio avrebbe potuto “trattenerlo” in carcere. Nei giorni successivi, il sostituto procuratore Giuseppe Prinzivalli ascolta tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda. Di Bona compreso. Le indagini, però, si chiudono con un nulla di fatto.

Nel giugno del 1994, nel carcere romano di Rebibbia, si celebra un'udienza del processo a Bruno Contrada, l'ex capo dei servizi segreti successivamente condannato. Il pubblico ministero Antonio Ingroia sta interrogando Gaspare Mutolo che a un certo punto dice: "Io so, nell'81, in un discorso che io c'ho con Riccobono per altri discorsi, di un omicidio di un certo Di Bona, il maresciallo degli agenti di custodia, che Salvatore Lo Piccolo se lo va a prendere”. L'appuntamento, racconta Mutolo, è all'interno di un notissimo ristorante a Sferracavallo.: .

I primi ad accorgersi del verbale di Mutolo sono stati i familiari di Di Bona. Il figlio Giuseppe ha scovato il verbale di Mutolo su internet. Assieme al fratello Ivan affidarono il loro sfogo alle colonne di S: “Se c'è una strada investigativa deve essere percorsa. Il vuoto investigativo, le tenebre come le chiamo io, sono mortificanti. Speriamo che si possa fare chiarezza. Trovare un colpevole per la morte di nostro padre sarebbe per noi un grande aiuto psicologico”. I fratelli Di Bona raccontarono anni difficili segnati dalla diffidenza di “parenti che ci tenevano lontano, ci facevano una colpa della scomparsa di papà. Per anni siamo stati i figghi di Lino, quello che spiriu”. Ed ancora  "di colleghi che si sono via via allontanati, solo in pochi, si contano sulle dita di una mano, ci sono rimasti vicini". Sono quelli che gli hanno raccontato la storia di “un gentiluomo che indossava la divisa e pretendeva che i colleghi la rispettassero".

L'anno scorso sono stati sentiti diversi collaboratori di giustizia. Ai magistrati è toccato ascoltare l'agghiacciante ricostruzione di un delitto. “Lo Piccolo Salvatore, uomo d’onore della famiglia di Tommaso Natale, sapendo che Di Bona frequentava un bar ristorante sito nella piazza di Sferracavallo lo avvicinò e lo condusse con un pretesto presso il fondo di Tatuneddu, così era soprannominato Salvatore Liga. Erano presenti, oltre a Liga, Salvatore MIcalizzi e Lo Piccolo, anche Bartolomeo Spatola (anche lui sarebbe stato ammazzato), il fratello Antonino e Rosario Riccobono”. Tutta gente morta tranne Lo Piccolo e Liga.

Gaspare Mutolo ha aggiunto, sempre di recente, i particolari di quella riunione di morte in un casa di fondo De Castro, allo Zen: “Riccobono chiede a Di Bona notizie sulla situazione carceraria ed in particolare sugli autori delle lettere anonime con le quali si insultavano i mafiosi". Poi, “gli si pose una corda al collo”. Gaetano Grado ha concluso il racconto dell'orrore : “Quando l’indomani a noi andiamo allo Zen mi hanno raccontato solo che era tutto apposto e che il lavoro fatto da Tatuneddu Liga... quando c’era di bisogno di strangolare qualche persona... diciamo che quasi quasi si facevano sempre da Tatuneddu Liga, perché poi lui gli scioglieva nell'acido .. omissis... mi hanno detto che l’hanno messo dentro il forno di Tatuneddu Liga, il forno, un forno dov’è che si .. lui faceva il pane…”.

articolo di Riccardo Lo Verso tratto da:
http://livesicilia.it/2012/12/13/di-bona-lo-piccolo-mafia_230226/


http://archiviopiolatorre.camera.it/img-repo/rassegna_stampa/PROCESSO_DELITTI_POLITICI/QUOTIDIANI_LOCALI/GIORNALE_DI_SICILIA/1993_04_27.pag._8.pdf


L'operazione antimafia "Golden Market" ad opera della DIA (coinvolti avvocati e professionisti)



INTERVISTA
  • Giovanni Natoli

    Altri eventi con oratore Giovanni Natoli
    avvocato
    Presidente della Camera penale di Palermo

http://www.radioradicale.it/scheda/60086/60153-loperazione-antimafia-golden-market-ad-opera-della-dia-coinvolti-avvocati-e-professionisti

L'operazione antimafia "Golden Market" condotta dalla DIA (coinvolti avvocati e professionisti) org. dalla Procura della Repubblica di Palermo



CONFERENZA STAMPA : CASELLI SCARPINATO LO FORTE MORVILLO

http://www.radioradicale.it/scheda/61104/61171-loperazione-antimafia-golden-market-condotta-dalla-dia-coinvolti-avvocati-e-professionisti-org-dalla-

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