L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























mercoledì 5 settembre 2012

SCOMPARE IL COGNATO DEL BOSS BONTADE UN' ALTRA VITTIMA DELLA LUPARA BIANCA


SCOMPARE IL COGNATO DEL BOSS BONTADE UN' ALTRA VITTIMA DELLA LUPARA BIANCA

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PALERMO I carabinieri stanno indagando sulla scomparsa di Giacomo Vitale, 47 anni, cognato di Stefano Bontade, (il padrino del clan di Villagrazia, uno dei capi riconosciuti di Cosa Nostra, assassinato nel 1981 a Palermo, la cui morte aprì la guerra tra cosche che ancora fa strage tra le famiglie della mafia siciliana) ex dipendente dell' Ente minerario siciliano, implicato nel 1979, nel falso sequestro di Michele Sindona. Ufficialmente mancano notizie di Vitale dall' 11 luglio scorso, quando la moglie, Rosa Bontade, sorella di Stefano, si è rivolta ai carabinieri, preoccupata per la prolungata assenza del marito. Giacomo Vitale, massone della loggia Camea, è stato uno dei protagonisti di primo piano nell' affaire Sindona. Fu lui infatti, con Francesco Foresta, suo collega nell' Ente minerario siciliano, che curò la trasferta di Sindona, che arrivava da New York, dalla Grecia a Palermo, tra il 14 ed il 16 agosto del 1979. Gli investigatori non scartano l' ipotesi di un ennesimo caso di lupara bianca (sequestro, uccisione e occultamento del cadavere della vittima), ma sono piuttosto cauti nel privilegiare questa pista. La prima cosa da accertare infatti è la presunta data della scomparsa, sulla quale - osservano gli investigatori - non vi sono elementi di certezza assoluta, se non la denuncia della moglie. Un altro dato significativo per decifrare la vicenda viene considerato il mancato ritrovamento della Fiat Uno di Giacomo Vitale. Quando avvengono gli omicidi di lupara bianca infatti, nel novanta per cento dei casi è proprio la scoperta dell' automobile dello scomparso a confermare una eliminazione silenziosa. Ma, secondo i responsabili dell' inchiesta, è anche probabile che Giacomo Vitale si sia allontanato volontariamente prima del giorno in cui, stando alla testimonianza della moglie, potrebbe collocarsi la sua sparizione. Il cognato di Stefano Bontade, allarmato dall' atmosfera di tensione, avrebbe cioè scelto di uscire di scena almeno per un breve periodo. Per atmosfera di tensione i carabinieri intendono la vera e propria guerra scoppiata nel palermitano, dopo il rientro, nel marzo scorso del superpentito Totuccio Contorno, anch' egli fedelissimo di Stefano Bontade. Una guerra che solo negli ultimi mesi ha fatto circa 20 vittime. Nell' ambito di questo puzzle gli investigatori stanno tentando di inquadrare eventuali fluttazioni di Giacomo Vitale nella geografia mafiosa. Da uomo affidabilissimo di Stefano Bontade, Vitale potrebbe poi essersi schierato con il fratello del boss, il procuratore legale Giovanni, ucciso lo scorso anno con la moglie mentre era agli arresti domiciliari dopo la condanna nel primo processo a Cosa Nostra. La figura di Giovanni Bontade infatti, sia nelle dichiarazioni dei pentiti, sia nelle convinzioni di poliziotti e magistrati, era ritenuta particolarmente ambigua, al punto da non escludere che avesse avuto un ruolo nell' assassinio del fratello. E non meno particolare è il ritratto di Giacomo Vitale, considerato, fino al 1979, un impiegato modello dell' Ente minerario siciliano, fino al suo arresto nel 1985, dopo quattro anni di latitanza e svariati mandati di cattura, per il falso sequestro Sindona. 








AMBROSOLI, LE TELEFONATE DI MINACCE DEI BOSS LEGATI A SINDONA E ANDREOTTI

L'avvocato era stato chiamato da Giacomo Vitale, nipote del boss Stefano Bontate, che lo aveva minacciato e accusato, come aveva riferito l'allora ministro della Difesa, di non volere salvare la Banca Privata Italiana

Era l’11 luglio del 1979 quando un killer a pagamento, William Aricò, uccideva il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, Giorgio Ambrosoli. A ordinare quell’omicidio era stato Michele Sindona, il finanziere siciliano proprietario dell’istituto di credito. Ambrosoli aveva detto no alle lusinghe, ai tentativi di corruzione, alle pressioni e alle minacce vere e proprie, provenienti da Sindona, dal mondo politico democristiano e dallaLoggia P2. Di fronte a quel terribile crescendo d’interventi, che gli chiedeva di salvare il banchiere della mafia, amico di Giulio Andreotti e finanziatore della Dc, Ambrosoli aveva tirato dritto e aveva pagato con la vita. 

Nel video sotto, infatti, andato in onda ad Annozero, è possibile ascoltare la telefonata di Giacomo Vitale (anche se nel video le sue dichiarazioni vengono erroneamente attribuite ad Aricò), cognato del boss Stefano Bontate che era in collegamento, come confermato dall’istruttoria e dalle sentenze di maxi processo diPalermo, con l’allora ministro della Difesa. Nel corso della chiamata, Vitale minaccia l’avvocato e lo accusa, come gli avrebbe riferito Andreotti, di non volere “collaborare”. Ovvero di non volere salvare la Banca di Sindona





Quattro anni prima di morire, Ambrosoli inviò inoltre una lettera alla moglie in cui spiegava che avrebbe pagato “a caro prezzo”:
“Anna carissima, è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente di ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese. Ricordi i giorni dell’Umi (Unione monarchica italiana, ndr), le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito.
Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del Paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [… ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi (…)
Giorgio”

“I segreti della massoneria in Italia”: dal prologo del libro, morte presunta di un “fratello” e le questioni siciliane


di Antonella

I segreti della massoneria in Italia
Dal prologo del libro che esce oggi, I segreti della massoneria in Italia (Newton Compton Editori).


Rosa aveva aspettato l’11 luglio 1989 prima di rivolgersi ai carabinieri. Poi si era decisa perché l’assenza del marito, ormai prolungata, non la faceva più vivere. Così si era presentata in caserma, aveva spiegato che Giacomo si era allontanato a bordo della sua Fiat Uno e a casa non c’era più tornato. Secondo lei, era un caso di lupara bianca: un delitto di mafia senza cadavere perché la pena capitale decretata da Cosa Nostra prevede che il corpo della vittima da punire venga distrutto. Mai più lo si dovrà ritrovare.

Ma che c’entravano Rosa e Giacomo con la mafia? Per capirlo occorreva entrare negli affari di famiglia e della Famiglia. Il cognome di lei era infatti di quelli pesanti, Bontate, e suo fratello, assassinato il 23 aprile 1981, si chiamava Stefano. In giro lo conoscevano anche come il principe di Villagrazia, benché non appartenesse ad alcuna dinastia nobiliare. In realtà fin da giovanissimo aveva frequentato le cosche ed era stato affiliato a quella del padre, chiamato “don Paolino Bontà” e boss del quartiere palermitano di Santa Maria di Gesù. A ventidue anni, nel 1960, Stefano ne era già diventato il capo e un decennio più tardi faceva parte di una strana delegazione che dalla Sicilia se n’era andata al Nord, a Milano, a incontrare un manipolo di presunti golpisti che in qualche caso indossavano anche grembiuli e cappucci e che, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre successivo, avrebbero tentato un colpo di mano di tipo autoritario.

Quel rendez-vous lombardo era stato occasione anche per un’altra importante faccenda: la ricostituzione della “commissione” di Cosa Nostra a cui avrebbero contribuito pure Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio, formando, insieme a Bontate, un organismo che prese il nome di “triumvirato”. Insomma tornavano i tempi – se possibile migliorati – che nel 1963 aveva spazzato via la prima guerra di mafia. E spazzati via erano stati anche i boss che a partire dalla fine degli anni Sessanta avevano cercato di introdursi per manipolare la seconda vita della commissione. Ma al volgere del decennio successivo non fu più possibile per gli uomini del triumvirato evitare di fare i conti con quei ragazzi violentissimi e rampanti dei corleonesi, coloro che nel 1981 avrebbero fatto fuori Stefano e il suo compare, Salvatore Inzerillo, dando vita così alla seconda guerra di mafia.


Prima del suo omicidio, però, il principe di Villagrazia aveva detto addio senza rimpianti al vetusto commercio illegale di sigarette per darsi a un’attività dal punto di vista economico molto più redditizia: la droga. La materia prima, la morfina, la comprava in Asia e in Turchia e, una volta raffinata, la spediva negli Stati Uniti, dove ad aspettarla c’entrano gli attendenti della famiglia Gambino. Tutto sembrò filare liscio almeno fino al 1975 quando si era messo di mezzo il più violento e rampante di quei ragazzi, Totò Riina. Non gli bastava essere entrato nella commissione prendendo il posto di Luciano Liggio: per arrivare al vertice della sua scalata fino al 1978 non aveva esitato a mettere a morte altri boss legati a Bontate. Poi tentò, con alterne fortune, macchinazioni varie all’interno dell’organo provinciale di Cosa Nostra fino a quando non gli rimase che una soluzione per togliere di mezzo definitivamente Stefano, ormai indebolito sia dal punto di vista militare che politico: farlo attendere da un commando armato di lupare e kalashnikov che lo sorprese in via Aloi, mentre era fermo a un semaforo poco distante da viale della Regione Siciliana.

Bontate, in vita, non era stato solo un mafioso potente: era stato anche molto vicino alla massoneria tanto da averne fatto parte, secondo testimonianze che sarebbero state rese molto tempo dopo, quando questi argomenti sarebbero entrati nelle aule di tribunale e ancor prima nei verbali resi dai collaboratori di giustizia. Con un pezzo da novanta dell’istituzione come Michele Sindona aveva avuto non poco a che fare sul finire dell’estate del 1979, quando il banchiere e massone aveva messo in scena il suo finto rapimento con velleità di separare per l’ennesima volta la Sicilia dal resto d’Italia. In quella vicenda furono coinvolti anche altri uomini d’onore sia italiani che americani; tra i primi, c’era un altro massone, il marito della sorella di Stefano Bontate, Rosa. Si chiamava Giacomo Vitale, era nato nel 1942 e nell’agosto 1979 era stato lui ad andare ad Atene a prendere in carico Sindona per accompagnarlo a Palermo, dove sarebbe rimasto nascosto fino a ottobre, quando si rimaterializzò a New York.

Se queste sono tutte storie che troveranno spazio nelle pagine a seguire, qui restiamo ancora su Giacomo, che ufficialmente lavorava all’Ente minerario siciliano, l’EMS. Era lo stesso istituto a cui si sarebbero legate, attraverso altri suoi funzionari, diverse vicende misteriose della storia d’Italia, a iniziare dalla sciagura aerea che non fu un semplice incidente (come dimostrò l’inchiesta della procura di Pavia seguita dal magistrato Vincenzo Calia) e in cui il 27 ottobre 1962 rimase ucciso Enrico Mattei, fondatore e primo presidente dell’ENI. Ai tempi, l’EMS era presieduto dal democristiano veneto Graziano Verzotto, inviato nel 1955 in Sicilia da Amintore Fanfani, e se l’esplosione del Saulnier 706 di fabbricazione francese fu una delle storiacce che lo lambirono, sempre all’Ente minerario siciliano si legò un’altra vicenda, quella della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, sparito nel nulla il 16 settembre 19701. Infine ci fu un ulteriore fatto, legato di nuovo a Sindona e ai fondi neri dell’EMS.

Vitale, che venne arrestato nel 1985 dopo quattro anni di latitanza, fino al 1979 era stato considerato un ottimo acquisto per l’ente, il dipendente modello per antonomasia. Ma poi venne fuori la storia del finto sequestro e quella delle telefonate minatorie ricevute dall’avvocato Giorgio Ambrosoli, che dal 1974 al 1979, l’anno in cui fu ucciso, lavorò alla liquidazione dell’impero finanziario del banchiere siciliano. Legato alla cosca di Bontate, Vitale risultava affiliato a una loggia, la CAMEA (Centro attività massoniche esoteriche accettate), che sarebbe stato uno strano crocevia di interessi e personaggi. Ma poi, con l’omicidio del cognato Stefano nel 1981 e mentre i guai giudiziari diventavano sempre più incombenti, era arrivato il suo definitivo tramonto.

Quando scomparve, nell’estate 1989, si pensò che la sua sparizione potesse aver avuto a che fare con un altro mafioso, Totuccio Contorno, il collaboratore di giustizia che fornì elementi importanti per procedimenti come il maxiprocesso di Palermo e quello noto come “Pizza Connection”. Altro elemento della cosca perdente di Bontate – scampato il 23 marzo 1981 a un attentato che lo persuase a lasciare Palermo trasferendosi a Roma per tentare di riorganizzare i suoi sodali caduti come lui in disgrazia – Contorno nel marzo 1989 era tornato in Sicilia. Il suo rientro coincise con una nuova guerra mafiosa che, nel giro di poche settimane, fece registrare una ventina di morti

Inoltre pochi mesi prima, il 28 settembre 1988, c’era stato l’ennesimo omicidio tra i perdenti ed era quello di un altro cognato di Giacomo Vitale, l’avvocato Giovanni Bontate, assassinato insieme alla moglie Francesca mentre era agli arresti domiciliari. Tra i fatti che non gli erano stati perdonati e che potrebbero aver contribuito all’esecuzione, c’era anche un suo gesto compiuto nel corso di un’udienza del maxiprocesso: aveva letto in aula un comunicato in cui smentiva il collegamento tra Cosa Nostra e l’omicidio di un bambino di undici anni, Claudio Domino. La sua colpa, in quell’occasione, fu soprattutto di aver pronunciato la parola «noi», intendendo «noi mafiosi», come avrebbe sottolineato l’allora giudice a latere Pietro Grasso.

Insomma, per Giacomo Vitale l’aria doveva essersi fatta irrespirabile e gli inquirenti che raccolsero la denuncia della signora Rosa non esclusero l’allontanamento volontario. Tanto più che l’auto su cui Vitale se n’era andato non venne ritrovata, fatto ritenuto insolito in un presunto caso di lupara bianca. Così, tra qualche persona, si diffuse la convinzione che l’uomo sarebbe ricomparso, prima o poi. Ma ciò non avvenne mai. Fu per questo che il 26 febbraio 1994 il tribunale di Palermo diede corso alla richiesta di morte presunta, richiesta presentata dalla famiglia del cameino ancora convinta che Giacomo, quarantasettenne quando sparì, fosse stato vittima di una ritorsione della mafia. Infine il 20 marzo 2002 Vitale venne dichiarato ufficialmente morto e le ragioni, nascoste probabilmente in quell’intreccio di poteri convergenti che lo aveva visto protagonista ai tempi di Sindona, scomparvero insieme a lui.



LE RIUNIONI DA LIGGIO


Il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, ucciso dalla mafia il 20 agosto '77 a Ficuzza, non si stancò mai di dire la caccia a Liggio e al suo clan. Fra le varie informazioni che gli giunsero ce n'è una particolarmente interessante: nel periodo di permanenza di Liggio nel Palermitano, padre Agostino Coppola, tra il '71 e il 10 settembre '73 acquistò beni immobili per 49 miliardi e 500 mila lire.
Si costituì allora la "Solitano", una società per azioni che acquistò Piano Zucco cedendolo in affitto a don Coppola e ai suoi fratelli Giacomo e Domenico. Questo nonostante l'impegno assunto dal proprietario del fondo, Giacomo Chiello, con l'agricoltore-allevatore Francesco Paolo Randazzo poi cacciato via a colpi di fucile.
Risulta che Agostino Coppola caldeggiò finanziamenti per la "Solitano" presso la Cassa per il Mezzogiorno ricavandone un utile del dieci per cento. A Piano Zucco, secondo i programmi del tempo, avrebbero dovuto essere avviate un'industria del formaggio e un'altra per l'imbottigliamento dei vini pregiati.
Contemporaneamente alla costituzione della "Solitano" sorsero altre società fra le quali la "Sifac S.p.A." (soci Emanuele Finazzo di Cinisi, Vito Giannola di Cinisi e Antonino Nania di Partinico) e la "Zoo-Sicula RI.SA." (sigla dietro cui va letto il nome di Riina Salvatore, luogotenente di Liggio).
La "Sifac", proprietaria di una cava a Cinisi, si dedicò a forniture di materiale alle ditte impegnate nei lavori edili all'aeroporto di Punta Raisi e all'impresa del conte Arturo Cassina, all'epoca impegnata nella costruzione dell'autostrada Punta Raisi-Mazara del Vallo. C'è una singola coincidenza: l'ingegner Luciano Cassina fu sequestrato il 16 agosto 1972, dopo la prima fornitura di materiale per l'autostrada effettuata il 10 agosto.
La "Zoo-sicula RI.SA." costituita il 5 dicembre 1972 da Franca Migliore di San Giuseppe Jato e da Domenico Farruggia di Sancipirello, era invece impegnata nell'acquisto di immobili. Tra il 26 dicembre 1972 e il 22 dicembre 1973 sono stati comprati terreni ed immobili per 65.850.000 di lire. Tra l'altro, fu comprato un palazzo a San Lorenzo Colli. In un appartamento di questo edificio avrebbe abitato proprio il luogotenente di Liggio, Totò Riina, insieme alla sua compagna, Antonietta Bagarella con cui si sposò segretamente, officiante padre Agostino Coppola, nel maggio '73. Nell'appartamento carabinieri e polizia arrestarono un fratello della Bagarella, Leoluca, trovato armato fino ai denti.
Il colonnello Russo stabilì inoltre che, in contrada Rocche di Rao di Corleone, la "RI.SA." comprò undici salme di terreno, ceduto in affitto per trent'anni, in cambio del compenso irrisorio di 30 salme di frumento all'anno, al corleonese Giovanni Grizzaffi, figlio di Caterina Riina, sorella del latitante Totò. Grizzaffi si sposò a Corleone il 6 settembre '73, per cui la "cessione" deve essere stata un dono di nozze dello zio Totò. Al matrimonio intervennero Giacomo Gambino, Gaetano Carollo, Antonino Ciulla e Francesco Madonia del fondo Gravina.
A MILANO
Luciano Liggio, facendo leva su luogotenenti, manovalanza della delinquenza e protettori organizzò tra la Sicilia, la Calabria e la Lombardia una vasta associazione specializzata soprattutto nei sequestri di persona.
A Milano il "re di Corleone" si stabilì in un appartamento al quarto piano di via Friuli 15. Un vero e proprio "quartier generale" dove si svolsero diverse riunioni di mafia. Con lui convivevano la triestina Lucia Paranzan ed una bambina, forse sua figlia.
La latitanza lo costrinse a ricorrere a travestimenti e a presentarsi sempre con nomi diversi: ora "signor Antonio", ora "Antonio Paranzan", altre volte come "signor Michele Di Terlizzi".
Nonostante la sua attenzione nell'evitare di essere notato frequentò spesso la sala da barba di Antonion Balducci e Pasquale Orsini, la boutique "Try 50" di via Umbria, gestita da Tony Casale, il negozio di frutta e verdura di Franco Gavagna in viale Umbria, il bar Lido in piazza Siparich 4, gestito da Angela ed Aldo Beretta.
La prima riunione a Milano sarebbe stata tenuta a Liggio negli ultimi mesi del 1970. Questo secondo un rapporto del colonnello Russo. Oltre a Liggio vi avrebbero partecipato Totò Riina, Vincenzo Arena, Giuseppe Taormina e Salvatore Gambino. Si sarebbero stabiliti i programmi da attuare, i sequestri, le competenze territoriali di ciascun gruppo della cosca e i settori da controllare e ai quali dedicarsi con maggior profitto.
Il colonnello Russo era convinto che Liggio fosse poi tornato a Milano nella primavera del '71 dopo la scarcerazione di Gerlando Alberti e la soppressione di Vincenzo Conti, soprannominato "Cucca", assassinato a Milano il 4 aprile 1971. A questa seconda riunione avrebbero partecipato Salvatore Riina, Salvatore Enea (poi coinvolto nel sequestro di Graziella Mandalà), i fratelli Bono, Gerlando Alberti, Francesco Scaglione, Vincenzo Arena ed altri.
Russo scrisse allora: 2Non si può sottacere come, ancora una volta, il tempo e il succedersi di nuovi eventi delittuosi, abbiano confermato quanto accertato nelle INDAGINI condensate nel processo ai 114 della mafia nuovo corso. Soprattutto abbiamo ancora meglio delineato i disegni criminosi di una organizzazione criminale che non conosce soste, non ammette insuccessi, aggiorna tempestivamente le sue tecniche, rinnova i propri quadri, estende ai più svariati settori il proprio interesse e la propria sete di lucro".
Ed ancora nel rapporto del 21 maggio '74: "Le prime INDAGINI a Milano – scrisse Russo – danno la conferma dell'esistenza di agguerriti gruppi di mafia cui è da attribuire la ripresa dei sequestri di persona nella Sicilia occidentale e il trasferimento di tale attività in continente".
Fu proprio Russo ad accertare il collegamento tra il gruppo di Liggio ed altre cosche, tra le quali quella calabrese, contattata attraverso il gruppo di Tommaso Scaduto di Bagheria che fungeva da trait d'union con i clan della Lombardia, della Toscana e delle Marche. Collaborava in questi collegamenti Antonino Di Cristina, 45 anni, imputato della strage di Locri.
Il gruppo dei calabresi era composto da famiglie molto note nel gotha mafioso: i Sammarco, i Carone (Sant'Eufemia), i Piromalli (Gioia Tauro). Tra gli altri, anche Vito Gallina, oriundo di Carini, ucciso – secondo i carabinieri – da Girolamo Piromalli e Giuseppe Carbone.
Tra gli amici di Liggio figurano, inoltre, i fratelli Quartararo di Brancaccio, Vincenzo Chiaracarne di Palermo, Damiano Caruso di Villabate, Giacomo Taormina arrestato per i sequestri Torielli e Rossi di Montelera. Altri nomi abbastanza interessanti: Domenico Bacchi di Partinico, Giuseppe Scaduto di Bagheria al soggiorno obbligato a San Colombano al Lambro, in provincia di Milano, Pietro Scaduto di Bagheria, contrabbandiere, Antonio Scaduto di Bagheria ma residente a Novara.
Si parlò di questi personaggi al processo all'"Anonima sequestri" celebrato a Milano. In quell'occasione il colonnello Russo fornì alla magistratura anche una lunga lista di amici di Liggio operanti in diverse città italiane.
Eccola: Francesco Alterno, autista di Palermo, Gerardo Alterno muratore di Palermo, Giuseppe Alterno camionista della borgata Uditore e il figlio Salvatore camionista. Poi: Francesco Anselmo di Partinico ma barbiere a Roma, Gaspare Anselmo impiegato a Roma, Salvatore Anselmo anch'egli di Partinico, studente. Inoltre: Antonino Badalamenti di Cinisi, Natale Badalamenti allevatore di buoi a Cinisi, Gaetano Badalamenti anch'egli allevatore a Cinisi, Giuseppe Bertolino, produttore di vini a Partinico, Alfredo Bono palermitano residente a Milano, Giuseppe Bono residente a Milano, Giuseppe Briguglio di Partinico, Andrea Cataldo di Alcamo, imprenditore edile, Nicolò Cataldo imprenditore edile di Alcamo, Vito Cataldo impiegato comunale a Balestrate, Gaspare Centineo di Partinico. Seguono nomi di rilievo: Agostino, Domenico e Giacomo Coppola di Partinico, Vincenzo Di Giorgio imprenditore edile di Partinico. Gaspare Di Trapani, agricoltore di Partinico.
L'ARRESTO
Quando nei rapporti di carabinieri e polizia si parla di una vasta rete di protezione il riferimento corre a questi ed altri "amici". Non mancarono però – come si è detto – le divisioni. La "triplice alleanza" tra le cosche siciliane, calabresi e lombarde, avvenuta fra il '73 e il '75, provocò in tutto il Paese uno stato di allarme generale. E provocò anche reazioni negli ambienti della mafia tradizionale.
I primi sintomi della guerra tra "mafia nuovo corso" e "vecchia mafia" si erano già avuti nel '71 a Palermo.
Infatti, il 14 settembre '71 a Tommaso Natale venne ucciso Francesco Ferrante, alla ribalta della cronaca giudiziaria sin dagli anni cinquanta. Il corpo di Ferrante fu trovato semicarbonizzato dentro la sua "500". Era guardiano di Villa Boscogrande a Cardillo. Il delitto è rimasto impunito.
Subito dopo, il 30 maggio '72, scomparve in circostanze misteriose un altro uomo della gang di Tommaso Natale, Filippo Pellerito. I due, oltre ad occuparsi del traffico della droga, erano quasi certamente implicati nel seque stro di Giuseppe Vassallo. Con le intercettazioni telefoniche effettuate durante la trattativa per il pagamento del riscatto per la liberazione del figlio del costruttore edile Francesco Vassallo si stabilì infatti che le tre voci registrate corrispondevano a quelle di Giuseppe Scaduto di Bagheria, di Francesco Ferrante e Filippo Pellerito.
La giustizia non fece in tempo ad accertarlo perché la vecchia mafia "punì" i due con una sentenza irrevocabile di morte.
Per la gang di Luciano Liggio le cose erano andate meglio nel Nord. Il "re di Corleone" era coadiuvato dai luogotenenti Totò Riina latitante dal marzo 1970, Bernardo Provenzano, latitante dal 1958, Calogero Bagarella latitante dal 1957, e Leoluca Bagarella. Tutti di Corleone, avevano già all'attivo i sequestri di Luigi Rossi di Montelera, Paul Getty III, Cristina Mazzotti, Luigi Genchini (Milano), Renato Lavagna (Torino), Egidio Perfetti (Milano), Giovanni Bulgari, Saverio Garonzi, Giuseppe Lucchese, Giuseppe Agrati, Baroni.
All'attivo dell'"Anonima sequestri" anche gli omicidi di Vito Gallina di Carini assassinato a Fabriano il 5 febbraio '74 e di Giovanni Gallina, ucciso a Carini il 26 maggio '74. Questo il motivo per cui i due fratelli sarebbero stati giustiziati: Vito Gallina avrebbe rifiutato di offrire la sua collaborazione al progetto del sequestro della figlia del senatore Francesco Merloni, titolare della "Ariston", una fabbrica di elettrodomestici.
Lo avrebbero eliminato due "fedeli" della gang di Liggio, il calabrese Piromalli e Giuseppe Carbone. Proprio gli assassini ai quali Giovanni Gallina tentò di dare la caccia per vendicare il fratello trovando, però, la morte.
Anche le gesta di Luciano Liggio finiscono per registrare una fase discendente. E il 4 luglio '74 l'ex primula di Corleone, con azione a sorpresa della Guardia di Finanza, viene arrestato nel suo rifugio di Milano dove le Fiamme Gialle trovano armi e munizioni di tutti i tipi.


Il secondo mandante: Giuseppe Finazzo 

Fu indiziato dal giudice Chinnici come mandante del delitto. Al suo riguardo la posizione del pentito Palazzolo presenta qualche contraddizione: in un primo momento (interrogatorio 18 settembre 93) dice di aver sentito che costui era coinvolto nell'omicidio di Impastato, in un secondo momento ( 25 febbraio '95) dice che ne era del tutto estraneo. 

Di sicuro era uno dei bersagli preferiti di Impastato, che lo chiamava "Percialino" , a causa della cava di pietrisco o "perciale" del quale costui era proprietario assieme al fratello Emanuele: il soprannome di "Perliniceri riportato nella richiesta di rinvio a giudizio, ( Nota: "L'assassinio…" pag. 323) non c'entra nulla e non sappiamo da dove possa essere stato tratto. Non è stata mai presa in considerazione, come prova o come indizio la foto pubblicata a pag.126. Particolarmente gli veniva contestata la costruzione di una strada, la Siino-Orsa ( vedi pag.124) e la concessione edilizia per la costruzione di un palazzo a cinque piani, fuori dai vincoli aeroportuali, del quale era beneficiario anche il citato fratello.

La sentenza del giudice Chinnici riporta un rapporto giudiziario compilato in data 10-2-82, qualche mese dopo l'omicidio dello stesso Finazzo, dal Comandante la Compagnia Carabinieri di Partinico, nel quale è detto: "Finazzo Giuseppe, componente del clan mafioso capeggiato dal noto Gaetano Badalamenti, era l'uomo di fiducia più vicino al capo…Ufficialmente imprenditore edile ed iscritto al n.461 dell'elenco dei mafiosi aveva precedenti reati contro il patrimonio. 
Inteso "Parrineddu" ed anche "Percialino", soprannome quest'ultimo che gli affibbiò il defunto Impastato Giuseppe, noto esponente di Democrazia Proletaria, era definito, per la voce pubblica, un soggetto di spiccata capacità a delinquere, a servizio della mafia e privo di scrupoli morali. Da epoca remota, grazie alla sua attività, ha avuto la possibilità di adoperare grossi quantitativi di esplosivo non certo impiegato solo nelle note cave della SIFAC, ma anche, presumibilmente, per favorire i vari mafiosi a lui associati nella consumazione di attentati dinamitardi." 
VITALE GIACOMO: quote di partecipazione nella s.r.l. CALLIOPE COSTRUZIONI 870 milioni (pag 255)
FINAZZO EMANUELE: azioni S.I.F.A.C.  COPACABANA fondi rustici  valori 5 miliardi  (pag 263)
BILLECI SALVATORE 1937: azioni  COPACABANA MORGANTINA S.r.l. valore 11 milioni (pag 264)
BILLECI SALVATORE 1923: azioni  COPACABANA   valore 11 milioni (pag 264)
BILLECI ROCCO: azioni  COPACABANA valore 11 milioni (pag 264)
LA VENIA MARIO: azioni  COPACABANA valore 11 milioni (pag 264)
BRUNO PIETRO: azioni  COPACABANA valore 16milioni 500 mila (pag 264)
BRUNO GIUSEPPE: azioni  COPACABANA valore 16milioni 500 mila (pag 264)
BADALAMENTI VITO: azioni  COPACABANA e BADALAMENTI VITO & C. snc valore 15milioni  (pag 265)
BADALAMENTI leonardo: azioni  COPACABANA valore 15milioni (pag 265)
POMIERO GIUSEPPE: azioni  COPACABANA B.B.P. s.n.c. MORGANTINA S.r.l 16milioni 500 mila (pag 266)
BRUNO GIOVANNI: azioni  COPACABANA B.B.P. s.n.c. MORGANTINA S.r.l 16milioni 500 mila (pag 266)

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