L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























venerdì 23 novembre 2012

ISOLA DELLE FEMMINE IL MINISTRO SCIOGLIE IL CONSIGLIO COMUNALE LA KUPOLA DELLA POLITIKA A ISOLA DELLE FEMMINE La Reggio dei maschi, Isola delle Femmine e Orsola Fallara


Mafia, trovato il libro mastro del clan Graviano 
Ecco la spending review varata da Cosa nostra

Durante le indagini sui boss delle stragi, i finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria di Palermo hanno scoperto l'ultima contabilità della famiglia di Brancaccio. Rispetto agli appunti ritrovati dieci anni fa, sono evidenti i tagli: stipendi dimezzati per le mogli dei boss in carcere. Ma i tagli più cospicui riguardano i prestanome e i familiari degli uomini d'onore al 41 bis

di SALVO PALAZZOLO

 

 

In tempi di crisi, anche Cosa nostra ha attuato la sua spending review. Lo rivela un documento eccezionale ritrovato dai finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria: è l'ultimo libro mastro della famiglia mafiosa di Filippo e Giuseppe Graviano, i boss delle stragi, che possono contare ancora su un cospicuo patrimonio. In alcuni foglietti sono indicati i nuovi stipendi per i familiari dei mafiosi e i fedeli prestanome dei boss. E i tagli sono evidenti, rispetto alle cifre scoperte alcuni anni fa, nell'ambito di un'altra indagine sul clan di Brancaccio. Gli stipendi sono proprio dimezzati. "4.000 Bib.", scriveva qualche mese fa uno dei ragioneri del clan. "4000 F.", "4000 Picc.". Secondo i finanzieri coordinati dal tenente colonnello Pietro Vinco, queste sono le paghe mensili corrisposte dall'organizzazione alle donne dei Graviano. "Bib." sta per Bibbiana, ovvero il secondo nome di Rosalia Galdi, la moglie di Giuseppe Graviano. "F." è Francesca Buttitta, la moglie di Filippo. "Picc." sta per picciridda, ovvero la piccola di casa, Nunzia, la sorella dei Graviano, anche lei attualmente in carcere con l'accusa di aver gestito il patrimonio di famiglia.


Solo 1.000 euro al mese, invece, per il più grande dei fratelli Graviano, Benedetto, che è sempre rimasto ai margini del clan. Nel libro mastro è indicato come "Ciccio Benni".




Stipendi tagliati anche per i prestanome. "2.500 Enzo", è annotato nell'appunto. Secondo i finanzieri potrebbe essere un riferimento a Vincenzo Lombardo, il gestore di un pompa di benzina Ip, di recente coinvolto nell'ultimo sequestro di beni a carico del clan Graviano. Nello stesso appunto è scritto: "2.500 Ip Leonardo". Chi indaga ritiene che si riferisca allo stipendio di un altro inospettabile prestanome, pure lui impegnato nella gestione di un rifornimento carburante per conto di Cosa nostra. Un altro indizio, in quel foglietto, dice che l'ultimo business dei boss è nelle pompe di benzina: "500 Scalia". Potrebbe essere un riferimento a un piccolo distributore che si trova in piazza Scalia, a Palermo. 



Di certo, qualche mese fa, il nucleo speciale di polizia valutaria oggi diretto dal generale Giuseppe Bottillo, ha sequestrato un patrimonio da 30 milioni di euro ai Graviano. Durante una perquisizione negli uffici di un distributore di benzina, lungo la circonvallazione, è stato poi trovato il libro mastro che oggi Repubblica.itmostra in esclusiva: dopo lunghi accertamenti, il pubblico ministero Dario Scaletta ha depositato ieri il documento al tribunale misure di prevenzione.  


Le carte dicono che la spending review di Cosa nostra ha colpito soprattutto il popolo dell'organizzazione mafiosa oggi in carcere. Solo 1000 euro al mese per la moglie di uno dei killer più fedeli al servizio dei Graviano, oggi anche lui al carcere duro. Cinquecento euro in più per la moglie di un prestanome finito in cella. Ecco cosa annotava il ragioniere del clan: "1.500 stipendio Maria", ovvero Maria Anna Di Giuseppe, la moglie di Giuseppe Faraone. E poi: "1.000 stipendio Antonella". Secondo i finanzieri sarebbe un riferimento ad Antonietta Lo Giudice, la moglie del superkiller Giorgio Pizzo. 



Qualche mese fa, la signora Lo Giudice ha fatto una scelta coraggiosa, una scelta d'amore: ha deciso di seguire il suo nuovo compagno, Fabio Tranchina, un tempo l'autista di Giuseppe Graviano, oggi è un collaboratore di giustizia. E al clan non è rimasto che prenderne atto: alla signora Lo Giudice lo stipendio è stato revocato, e la somma  -  sotto forma di buoni benzina - è stata girata alla figlia, che si è schierata con il padre in carcere e ha deciso di restare a Palermo.



Insomma, sono ormai lontani i tempi in cui i Graviano facevano sapere dal carcere, tramite un loro avvocato di fiducia: "Vorremmo che si raddoppiassero gli stipendi per agosto". E poi ancora: "Subito la Mercedes classe E 200 Kompressor". I boss volevano che le loro mogli si muovessero comodamente a Nizza. Era il 1999. Adesso, le signore Graviano hanno preso casa in un condominio a pochi passi dalla stazione centrale di Palermo. Anche per i boss la spending review era ormai diventata una necessità, e non solo per la crisi economica, ma soprattutto per i pesanti colpi inferti da magistratura e forze dell'ordine. 
 
FOTO

Trovato il libro mastro dei Graviano
Ecco la spending review di Cosa nostra


 
(23 novembre 2012)

 

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2012/11/23/news/mafia_trovato_il_libro_mastro_del_clan_graviano_ecco_la_spending_review_varata_da_cosa_nostra-47237534/

 

Il cavallo d' oro dei capimafia

IL CAVALLO Irak era in un box dell' ippodromo alla Favorita. I custodi sono rimasti a bocca aperta quando sono arrivati i carabinieri del Ros per sequestrarlo. Il purosangue è conosciuto per avere vinto diverse corse. A montarlo da alcuni anni era l' imprenditore del settore delle forniture alimentari Vincenzo Sgadari, prima di venire arrestato nel blitz Rebus dei carabinieri, nel 2008. L' imprenditore è uno dei tre destinatari del provvedimento di sequestro della sezione misure di prevenzione del Tribunale eseguito dal Ros. Gli altri due sono il boss Michele Di Trapani e Massimiliano Lo Verde. Sotto sequestro sono finiti beni per 22 milioni di euro riconducibili al clan mafioso Madonia Di Trapani del mandamento di Resuttana. Aziende edili, attività commerciali, quote societarie, ville lussuose, terreni, auto, conti correnti tra la città e i comuni di Cinisi, Carini e Isola delle Femmine. Il sequestro arriva ad un anno da un altro sequestro nei confronti del clan di Resuttanaea due anni dagli arresti del blitz Rebus che coinvolse esponenti di spicco di Cosa nostra, compresi i figli già detenuti del defunto capo mandamento Francesco Madonia. Michele Di Trapani è lo zio di Maria Angela Di Trapani, la moglie di Salvatore Madonia, la donna che ha portato fuori dal 41 bis gli ordini dei boss e gestiva gli affari del clan. Nella richiesta di sequestro, i sostituti procuratori Gaetano Paci e Vania Contrafatto, coordinati dall' aggiunto Roberto Scarpinato, tracciano anche le figure degli altri due personaggi arrestati nel 2008. Vincenzo Sgadari, detto "bicicletta", è il padrino di cresima di Francesco Di Pace, persona di fiducia dei Lo Piccolo. I risultati dell' indagine Rebus hanno portato alla luce anche che Sgadari era stato il "tramite comunicativo" da e per i Lo Piccolo durante la loro latitanza. L' imprenditore conosceva anche diversi avvenimenti che riguardavano il boss Giovanni Bonanno, ucciso nel 2006. Di Sgadari parlano anche i collaboratori Antonino Nuccio e Gaspare Pulizzi. Dice Nuccio nel novembre 2007: «Avevo portato a Carini dei pizzini e degli orologi. Avevo lasciato il tutto a Enzo Sgadari detto bicicletta». Massimiliano Lo Verde nella richiesta dei pm è stato definito come «l' esecutore degli ordini», emanati dal carcere dai fratelli Madonia. Lo Verde ha anche ricoperto la funzione di «intestatario fittizio» dei beni riconducibili al clan di Resuttana ed è stato l' uomo di fiducia e l' autista-accompagnatore di Maria Angela Di Trapani. La cosca dei Madonia-Di Trapani è stata protagonista dell' ascesa dei corleonesi ai vertici di Cosa nostra. I suoi esponenti sono stati giudicati colpevoli degli omicidi di Pio La Torre, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, dell' imprenditore Libero Grassi e di Ninni Cassarà, ma anche del piccolo Giuseppe Di Matteo.  


ROMINA MARCECA





Mafia, beni per 22 milioni sequestrati al clan Madonia

L'operazione del Ros dei carabinieri, su ordine del tribunale. Sequestrati aziende edili, attività commerciali, quote societarie, abitazioni, terreni, numerose auto e anche un cavallo da corsa


Beni per 22 milioni di euro sono stati sequestrati al clan mafioso Madonia-Di Trapani del mandamento di Resuttana, a Palermo. Sottratti immobili, imprese e persino un cavallo da corsa. I carabinieri dei Ros, infatti, hanno dato esecuzione ai provvedimenti disposti dal Tribunale del capoluogo siciliano, su richiesta del dipartimento di Criminalità economica della procura.

Il sequestro è scattato a conclusione di un percorso investigativo che, dopo aver portato all'arresto degli esponenti di spicco dell'organizzazione criminale, compresi i figli del defunto capo mandamento
Francesco Madonia, ha consentito ai militari del Raggruppamento operativo speciale, coordinati dai magistrati palermitani, di individuare e sottoporre al provvedimento aziende edili, attività commerciali, quote societarie, abitazioni, terreni, numerose auto e anche un cavallo da corsa di nome "Irak".


La cosca dei Madonia-Di Trapani è stata protagonista dell'ascesa dei corleonesi ai vertici di Cosa nostra, tanto che i suoi principali esponenti sono stati giudicati colpevoli degli omicidi di Pio La Torre, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, dell'imprenditore Libero Grassi e di Antonio Cassarà, nonché del piccolo Giuseppe Di Matteo. I provvedimenti di sequestro, nell'ambito dell'operazione "Rebus", hanno interessato un vasto patrimonio nel capoluogo siciliano e nei comuni di Cinisi, Carini e Isola delle Femmine, colpendo beni riconducibili ai fratelli Madonia e Di Trapani, quelli dell'imprenditore Vincenzo Sgadari e diMassimiliano Lo Verde, già raggiunti dagli ordini d'arresto emessi il 5 dicembre 2008 e il 3 aprile 2009, per associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni e altri reati.


Le indagini avevano documentato il perdurante ruolo di vertice della famiglia Madonia nelle strategie di Cosa nostra e l'evoluzione della gestione del mandamento di Resuttana, in cui si erano avvicendati G
iovanni Bonanno, Diego Di Trapani e Salvatore Genova, designati da Antonino Madonia, in accordo con Salvatore Lo Piccolo. Era stato accertato come prima Francesco Madonia, morto il 9 marzo 2007, e i figli Antonino, Giuseppe e Salvatore, nonché il cognato di quest'ultimo Nicolò Di Trapani, benché detenuti e sottoposti al regime del 41 bis, avessero continuato a dirigere il clan tramite i periodici colloqui con i congiunti e un fitto scambio di corrispondenza.

Le indagini avevano inoltre evidenziato l'inserimento dell'imprenditore Sgadari nelle dinamiche della struttura mafiosa, sia per aver svolto il ruolo di intermediario nella soluzione di una controversia tra Bonanno e Francesco Di Pace, per la gestione della cassa comune della famiglia di Resuttana, sia per essere stato un tramite attraverso il quale gli ex latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo, comunicavano le proprie direttive all'intera organizzazione criminale.

L'indagine patrimoniale, oltre a verificare l'entità del patrimonio riconducibile alla famiglia mafiosa, ha consentito di delineare l'asse economico imprenditoriale, alimentato con conferimenti di "sospetta provenienza" nel settore edile, con la realizzazione di fabbricati a uso privato o la costituzione di imprese di costruzione per la cessione di immobili, e in quello commerciale, mediante la realizzazione di alcuni negozi di vendita al dettaglio. Accertata anche l'adozione da parte degli indagati di ricorrenti accorgimenti finalizzati a tutelare i patrimoni dell'organizzazione, quali la fittizia intestazione di immobili a incensurati.


I carabinieri del Ros hanno così individuato
i prestanome del patrimonio occulto delle famiglie Madonia-Di Trapani, e la disponibilità dell'imprenditore Sgadari di complessi residenziali, fabbricati rurali, terreni magazzini e locali commerciali. In definitiva è stata documentata dettagliatamente le modalità di accumulazione di ingenti patrimoni illeciti da parte della cosca di Resuttana, confermandone la pervasività nell'economia legale.


L'individuazione dei patrimoni illeciti resta, pertanto, uno degli obiettivi principali della procura distrettuale di Palermo. Tra i beni sottoposti a sequestro nei confronti di Michele Di Trapani il capitale sociale della "In. tra. l. industria trasformazione legno", di Giuseppina Di Trapani "Giuseppina e c. s. n. c. ", con sede a Cinisi; immobili a Palermo in via Casalini, e a Cinisi in via Orlando; un terreno a Cinisi, in contrada Margi-Bonanno; a Vincenzo Sgadari sottratti il capitale sociale della Edilmigliaccio s. r. l. con sede a Palermo; le quote societarie della Pietro Sgadari s. a. s. con sede a Palermo; villino a Carini; villino a Palermo, in via Quasimodo e un cavallo da corsa di nome Irak.
(15 novembre 2010)

Sigilli al patrimonio dei padrini di Resuttana

«I Madonia sono ricchissimi, sono miliardari», diceva il boss Antonino Cinà a Nino Rotolo nel gabbiotto di lamiera in cui il capomafia agli arresti domiciliari teneva i suoi summit. Dopo una serie di attività imprenditoriali in Umbria, una piccola parte del patrimonio dei boss di San Lorenzo, oggi tutti in carcere, è stata sequestrata ieri dai carabinieri del Ros coordinati dal nucleo criminalità economica della Procura guidato da Roberto Scarpinato. «Nonostante reclusi al 41 bis - ha sottolineato il magistrato-i Madonia continuavano a gestire dal carcere i loro affari. Dalle intercettazioni abbiamo appreso che avevano intenzione di aprire alcuni supermercati e un bar all' interno dell' ospedale di Villa Sofia». Progetto andato in fumo dopo il blitz che l' anno scorso ha portato in carcere anche Aldo Madonia, l' unico dei fratelli in libertà, e alcune donne del clan, a cominciare da Mariangela Di Trapani, moglie di Salvo Madonia e figlia del boss Francesco Di Trapani. Due potenti famiglie di mafia, alleate e imparentate, che hanno investito e non solo nel mattone i proventi dei loro traffici illeciti. Tra le attività sequestrate il bar Sofia, proprio di fronte l' ingresso dell' omonimo ospedale, la cui gestione i Madonia avevano affidato a Massimiliano Lo Verde. Ma proprio la gestione del patrimonio, soprattutto per la mancanza di affidabilità di molti dei prestanome individuati, ha costretto le donne di famiglia ad esporsi in prima persona. Il provvedimento eseguito ieri, e scaturito dall' operazione Rebus, ha portato al sequestro di beni per complessivi 15 milioni di euro. Si tratta, in massima parte di villee appartamenti nella fascia costiera, dall' Addaura ad Isola delle Femmine, di magazzini e appezzamenti di terreno, dai cantieri navali fino a Cinisi e Carini. a.z.






Sigilli a un tesoro da 15 milioni scatta il sequestro per il bar Sofia

Il sequestro preventivo, per 15 milioni di euro, è scattato per il bar Sofia, accanto all' ospedale, ufficialmente di Massimiliano Lo Verde, in realtà di proprietà dei boss, questo sostiene la Procura; poi per una villa all' Addaura (via Lopez de Vega); per appezzamenti di terreno a Isola delle Femmine; per appartamenti in un residence, ancora a Isola (via Passaggio del coniglio); per tre appartamenti in via Aldisio 25, 42 e 47, a Palermo; per tre locali commerciali, in via Aldisio 37, 44 e 44/A. Sigilli pure per alcuni terreni a Cinisi (contrada San Giovanni, contrada Vecchio, contrada Cipollazzo). Ancora, per un appartamento di sette vani in piazzale degli Alpini, a Palermo (con annesso box). All' Acquasanta è scattato invece il sequestro di un terreno esteso 2920 metri quadrati. Infine, sequestro per una villa al mare, in via Agave, Carini. «Dal carcere i mafiosi continuavano a gestire il loro patrimonio», dice il vice comandante del Ros Mario Parente alla conferenza stampa in Procura. Attraverso le intercettazioni i carabinieri della sezione Anticrimine di Palermo hanno ricostruito l' intera geografia del potere economico dello storico clan di Resuttana. Oltre i cinque fermati, sono 37 gli indagati dell' inchiesta ribattezzata "Rebus": sarebbero insospettabili prestanome dei boss di Madonia. Per questa ragione sono accusati di fittizia intestazione di beni. Adesso, i beni sono affidati alle cure di un amministratore giudiziario.







Mafia, cinque ergastoli per il piccolo Savoca

Riunirono l' intera commissione per deliberare che da quel momento nessuno sgarro sarebbe stato tollerato. Nessuno avrebbe potuto assaltare Tir senza autorizzazione, esponendo i capifamiglia alle lamentele di chi pagava il pizzo. Avrebbero per questo individuato i cani sciolti e gli avrebbero ordinato di cambiare genere. Per i riottosi sarebbe stata condanna a morte. Fu così per Salvatore e Giuseppe Savoca, uccisi nel 1991. Con Giuseppe Savoca morì anche Andrea, il figlio di 4 anni e mezzo. Dieci anni dopo è ergastolo per tre degli esecutori (Erasmo Troia, Santino Pullarà, Giovanni Battaglia) e per due dei mandanti (Michelangelo La Barbera, capomafia di Boccadifalco e Matteo Motisi «il vecchio», padrino di Pagliarelli). Due collaboratori di giustizia, Giovambattista Ferrante, nel commando che uccise Salvatore Savoca, e Salvatore Cancemi, capomandamento di Porta Nuova, sono invece condannati rispettivamente a 10 e 11 anni di reclusione. La quarta sezione della corte d' assise, presidente Leonardo Guarnotta, che ha processato i 7 che hanno scelto il rito abbreviato, accoglie così in pieno le richieste del pm Anna Maria Picozzi e ritocca al rialzo solo le pene per i pentiti infliggendo due anni in più rispetto a quanto sollecitato dall' accusa. Salvatore Savoca, rapinatore di Brancaccio, genero del costruttore Pietro Lo Sicco, fu attirato in un tranello da un amico, Santino Pullarà, che lo agganciò a Isola delle Femmine e con il pretesto di parlargli di una patente nautica lo condusse nel negozio dei mobili dei Troia a Capaci e lì lo strangolò. Era il 24 luglio del 1991. Il cadavere fu disciolto nell' acido in un casolare di Giovanni Battaglia. Due giorni più tardi un commando in moto, in via Pecori Giraldi, affiancò l' auto del fratello di Salvatore Savoca, Giuseppe, titolare di una officina di lavorazione del ferro in via Messina Marine. I sicari approfittarono di un permesso premio di 4 giorni ottenuto dopo una condanna a 6 anni per rapina. Spararono nove colpi. Otto colpirono la vittima designata, il nono si conficcò nel collo di Andrea. Gli esecutori, tra cui Salvatore Madonia e gli altri mandanti, in tutto altri 14 presunti responsabili, tra cui Totò Riina e Pietro Aglieri, sono processati con il rito ordinario. La madre del piccolo Andrea, Diana, perdonò gli assassini del marito e del figlio durante i funerali. Il periodico della Curia divulgò la notizia, ma la donna non si è costituita parte civile. Ha solo avviato la pratica per il riconoscimento di vittima della mafia. La ricostruzione del duplice omicidio è stata fatta per primo da Giovambattista Ferrante che ne parlò negli interrogatori dell' estate del 1998. Successivamente hanno parlato dei delitti anche Francesco Onorato, Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi e Giovanni Drago. I due fratelli erano nipoti di Enzo Savoca, uomo d' onore. Nella riunione della commissione in cui fu decisa la loro eliminazione Totò Riina, superò la questione con un perentorio: «Ci penso io per mio compare; se ha qualcosa da dire».

ENRICO BELLAVIA





GLI AMERICANI GIA' IN SICILIA

PALERMO - Sbarcano a Palermo gli agenti del Federal Bureau of Investigation, la sezione del Dipartimento di giustizia statunitense che lavora sul crimine organizzato. Sono arrivati in Sicilia per indagare sulla morte di Falcone, per portare la loro esperienza investigativa, per affiancare i carabinieri e la polizia italiana nella ricerca dei mandanti della strage dell' autostrada. La prima squadra di detective è scesa ieri all' aeroporto di Punta Raisi, non si conosce l' identità degli agenti, dicono che sono quelli che hanno incastrato il boss John Gotti e tutti gli uomini d' onore della "famiglia" Gambino di New York. Alle cinque di ieri pomeriggio c' è stato il primo vertice con gli agenti federali, alla procura generale di Palermo, una mezza dozzina di 007 del Federal Bureau si è subito incontrata con il procuratore capo di Caltanissetta Salvatore Celesti, il magistrato che indaga sul "caso Falcone". La Sicilia è diventata nell' ultima settimana zona di operazioni per eserciti di investigatori. Per le vie di Palermo si muovono anche drappelli di uomini dei servizi, sono dappertutto, in procura, nei ristoranti, negli alberghi, nelle borgate e nei paesi vicini a Punta Raisi. Orecchie tese e occhi ben aperti per cogliere anche il più insignificante particolare, per scoprire un indizio. E poi summit a ripetizione. E' l' "intelligence" che è in azione, si sviluppano ipotesi, si cerca un mandante, si cerca soprattutto nelle carte di Giovanni Falcone. Chi più di altri in Sicilia lo voleva morto? Chi era in grado di organizzare la trappola sull' A 29? Quanto peso bisogna dare al territorio dove la strage è stata compiuta? Cominciamo ancora una volta dal "luogo della strage", da quella fascia di terra compresa fra Capaci, Isola delle Femmine e le prime borgate che circondano la città. La firma sull' attentato Territorio controllato dai Di Trapani, dai Pipitone, dai Madonia. Ecco, i Madonia. C' è la loro "firma" sull' attentato, è stato preparato sul loro mandamento, c' è stata perfino una telefonata al Giornale di Sicilia, il quotidiano locale: "Questo è il regalo di nozze di Salvino Madonia". Salvino si era sposato sabato mattina all' Ucciardone con una ragazza della famiglia Di Trapani, tutti gli uomini della cosca quel giorno, il giorno della morte di Falcone, erano fuori Palermo, tutti con un alibi inattaccabile. Certo, molto strano. Ma basta tutto questo per scaricare solo sui Madonia (che avevano comunque ben ragione di dimostrare la loro potenza dopo le batoste ricevute dalla polizia negli ultimi mesi) tutti i sospetti? Il primo rebus sulla morte di Falcone ruota proprio intorno a questa "famiglia", nella prima informativa ai magistrati la polizia indicherebbe le loro "corresponsabilità" nel massacro. Ma subito dopo l' "intelligence" ha preso in esame un' altra ipotesi. E cioè: c' è forse qualcuno che vorrebbe addossare ai Madonia la morte di Falcone? Non è stata sempre la strategia dei corleonesi quella di compiere omicidi e poi fare accusare i loro nemici di cosca? Questa ipotesi reggeva con la forza della logica fino a qualche giorno fa. S' è scoperto un elemento che allontana almeno in parte questa possibilità. Quelli del pool antimafia sono in possesso di un' informazione sicura che smonta l' ipotesi secondo la quale potrebbe esistere una divisione fra Totò Riina e il gruppo Madonia. Abbiamo detto Totò Riina, attenzione, non abbiamo detto i corleonesi. Perchè c' è qualche investigatore che ha un sospetto: una frizione, forse qualcosa di più, fra Riina e Provenzano, l' altro grande latitante del clan di Corleone. Quel sospetto nasce da una serie di indagini ma anche da un fatto avvenuto 45 giorni fa a Corleone. Lì è tornata la donna di Bernardo Provenzano, la signora Saveria Benedetta Palazzolo. Ai carabinieri ha detto: "L' ho fatto per far riconoscere i miei figli e mandarli a scuola". I carabinieri non sono rimasti molto soddisfatti da questa spiegazione, pensano che la signora sia tornata in paese perchè Provenzano ha qualche problema, perchè il boss ha scelto di muoversi libero nella sua latitanza. Cosa significa questo? C' è aria di guerra dentro Cosa Nostra, c' è qualcosa che annuncia sconvolgimenti. Ci sono stati troppi omicidi "importanti" in questi ultimi 9 mesi in una zona di Palermo che ricade nela territorio dei Madonia. Si comincia con Libero Grassi Si comincia con il povero Libero Grassi e si finisce con Giovanni Falcone, in mezzo c' è Salvo Lima. Tre delitti nel mandamento di don Ciccio Madonia, tre delitti dopo anni di pace. A proposito dell' omicidio Lima, non è male ricordare un particolare strano del dopo omicidio, un particolare strano che ritroviamo anche nel dopo omicidio Falcone. Una telefonata. Dopo l' uccisione dell' europarlamentare qualcuno telefonò al centralino di Repubblica per dire: "L' assassino di Lima è Pietro Aglieri". Dopo l' uccisione di Falcone la telefonata sul regalo di nozze dei Madonia. Quando mai i mafiosi avevano rivendicato le loro scorribande? Mai, se si esclude una sola volta, 13 giorni prima dell' uccisione del prefetto Dalla Chiesa. Insomma, queste due telefonate sembrano fatte apposta per mischiare le carte, per scaricare sui Madonia l' attentato a Falcone e su Pietro Aglieri detto "u signurinu" la morte di Lima. Rivendicazioni quantomeno curiose, come se dentro Cosa Nostra ci fosse uno scontro, una contrapposizione. Dei latitanti Riina e Provenzano sappiamo tutto e niente, sappiamo che sono alla macchia da 25 anni e che nessuno conosce i loro volti. Degli altri, di Pietro Agieri in particolare, sappiamo invece che è anche lui latitante e che è diventato il capo mandamento di Santa Maria del Gesù. Il suo vice, latitante, si chiama Carlo Greco. Il consigliere della "famiglia" si chiama Giovanni Teresi detto "u pacchiuni". L' esercito è formato da 24 uomini d' onore, molti dei quali conosciuti coi nomi di battaglia di "Milincianedda", "Giannuzzu u beddu", "Paluzzu u cani", "Pio Pio", "U pelatu", "Faccia di gumma"... Sono loro i nemici di Riina il corleonese? Sono loro il "problema" dentro Cosa Nostra? Qui, in Sicilia, sembrano tre le guerre che ha cominciato a fare la mafia. Quella contro vecchi uomini politici come Lima, quella contro i magistrati della Repubblica, quella all' interno di se stessa.

dal nostro corrispondente ATTILIO BOLZONI




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