L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























sabato 1 giugno 2013

FELTRINELLI DOVEVA MORIRE

FELTRINELLI DOVEVA MORIRE

di Stefania Limiti - 1 giugno 2013

La scena del crimine è apparsa subito molto strana: tutti gli elementi che la componevano sembravano messi lì a dire «Feltrinelli deve morire mentre fa un attentato» 

FELTRINELLI DOVEVA MORIRE


Nell'Appendice al libro Doppio livello la morte dell'editore Giangiacomo Feltrinelli (14 marzo 1972), insieme agli omicidi del commissario Luigi Calabresi (17 maggio 1972) e del giovane militante di Democrazia Proletaria, Peppino Impastato (9 maggio 1978), viene descritta come una operazione realizzata sotto falsa bandiera, un falso d'autore, un assassinio camuffato da morte accidentale. 

La morte dell'editore Feltrinelli


La scena del crimine è apparsa subito molto strana: tutti gli elementi che la componevano sembravano messi lì a dire «Feltrinelli deve morire mentre fa un attentato». Da subito tutti pensarono o dissero che non reggeva la versione più immediata, cioè che il fondatore dei Gap, i Gruppi d'Azione Partigiana, fosse saltato in aria mentre preparava un attentato al traliccio numero 71 di Segrate. Si disse che avrebbe voluto far restare al buio tutta Milano che in quei giorni ospitava il congresso del Partito comunista - un «dispetto» incomprensibile se si pensa che il PCI pochi mesi prima (all'inizio del 1971) aveva avvisato Feltrinelli del progetto di Ordine Nuovo di ucciderlo nella sua casa austriaca di Oberhof, come ha documentato la sentenza-ordinanza del giudice Guido Salvini sull'eversione nera in Lombardia. Dopo essere stato oggetto di varie provocazioni che tentavano di identificarlo come il mandante delle bombe di Milano, Feltrinelli avrebbe deciso un'inutile azione terroristica con il rischio di farsi scoprire proprio mentre erano in corso le indagini sulla pista nera per gli atti di violenza che la destra aveva orchestrato dalla seconda metà del '69. Il 4 marzo di quell'anno, infatti, il giudice di Treviso Giancarlo Stiz aveva emesso i mandati di cattura nei confronti di Pino Rauti, Franco Freda e Giovanni Ventura accusandoli di essere i mandanti della strage di Piazza Fontana. In questo contesto il gesto di Feltrinelli è privo di logica. Individuiamo alcune strane circostanze di questo caso.

Le altre persone 

Con Feltrinelli c'erano almeno altre due persone quella sera . Se fossero stati suoi compagni di avventura, avrebbero provveduto almeno a ripulire la scena: avrebbero portato via il corpo del loro capo, avrebbero portato via il pulmino che si trovava proprio lì a fianco, le chiavi delle sedi dove poi fu ritrovato materiale dei Gap, i documenti di identità dell'editore. Il suo corpo fu trovato dopo una notte intera: un'organizzazione avrebbe provveduto a portare via il cadavere del suo capo.

La falsa carta d'identità 

Feltrinelli non era ricercato dalle autorità, quindi perché andare in giro con documenti falsi? È strano che un attentatore si preoccupi di portare con sé i documenti d'identità: la precauzione poteva avere un senso solo se lui avesse avuto paura di essere ammazzato. Anche pensando a una scelta dettata da un ossessivo senso di persecuzione, desta sospetto il fatto che il miliardario Feltrinelli non fu in grado di procurarsi una carta d'identità ben contraffatta. Quella che aveva con sé era grossolanamente falsificata, mancava perfino il timbro sulla foto.

Il taccuino e le foto 

Solo un dinamitardo pazzo si reca a compiere il suo lavoro portando in tasca l'agenda con nomi e indirizzi dei suoi amici. Lì c'era scritto che quella sera del 14 marzo aveva appuntamento con tali Merx del gruppo FARI e Bruno Gallo dei FAMO. È poi grottesco pensare che un uomo che va a piazzare bombe sistemi nel suo portafogli, insieme a un pacchetto di sigarette di marca Astoria riempito per metà di tritolo polverizzato e per metà di pezzi di metallo e dotato di una miccia a lenta combustione, la carta d'identità falsa e le foto di sua moglie, Sibilla Melega, volto noto a Milano, e di suo figlio Carlo, avuto da Inge Schontal. L'identificazione del cadavere fu velocissima: se il suo volto fosse stato sfigurato, quelle foto l'avrebbero comunque garantita.

Le cariche esplosive 

La scena mostra l'imperizia e finanche l'idiozia di un presunto esperto bombarolo. Alla base di un montante del traliccio era già sistemata una parte dell'esplosivo. A essa era collegato un filo che saliva lungo il traliccio fino all'altezza dove Feltrinelli si trovava per sistemare una seconda carica composta da tre candelotti e dove si presume volesse sistemare la sorgente elettrica rappresentata da una coppia di batterie e un orologio di marca Lucerne che doveva consentire l'innesco ad una ora X. Il terrorista avrebbe collegato così le cariche prima di averle sistemate.... A poca distanza da Segrate, precisamente a San Vito di Gaggiano, la banda aveva inoltre minato un altro traliccio che però non esplose perché non era stato adeguatamente innescato. Conclude in giudice Arcai: «quello che rimane sconcertante nel quadro d'insieme dei due attentati di Segrate e di San Vito di Gaggiano è che l'uno si è verificato in anticipo coinvolgendo l'autore che ne rimane ucciso e l'altro è preparato in modo tale che in alcun modo sarebbe mai potuto esplodere l'intero congegno. Nessuno negherà che come attentato combinato era un vero disastro di organizzazione e di esecuzione».

I timer 

I periti d'ufficio presero un abbaglio: dissero che l'orologio aveva la sola lancetta delle ore. La verità invece doveva essere capovolta: la lancetta delle ore era stata tranciata, compariva solo quella dei minuti. Precisò nella sua consulenza di parte l'ingegner Piazzesi: «Prendendo in esame l'orologio adoperato a Segrate, partendo dalla descrizione dello stesso [fatta dai periti d'ufficio], indicato di marca "Lucerna" e con l'unica sfera, quella delle ore, indicante le ore 13, (...) si trattava [in realtà] di un orologio marca "Lucerne", e non "Lucerna", e l'unica lancetta residua dell'orologio Lucerne è quella dei minuti e non quella delle ore. Di conseguenza, il massimo ritardo che si sarebbe potuto ottenere era di 60 minuti e non di 12 ore, come affermato dai periti d'ufficio». Aggiungevano che «questa constatazione rendeva l'orologio Lucerne un reperto particolarmente singolare perché fondamentalmente diverso dagli altri due orologi che pure facevano parte della vicenda» (cioè quello di marca Logan trovato a Segrate e quello di marca «Bacovi» trovato al traliccio di San Vito di Gaggiano). Detto questo, i consulenti di parte evidenziarono anche che le lancette tolte dall'orologio Lucerne, quella delle ore e quella dei secondi, erano state tagliate alla base, operazione delicata eseguita con particolare cura, secondo «un modus operandi diverso da quello usato per gli altri due orologi repertati dai quali le lancette superflue erano state sfilate dalle rispettive sedi (per l'orologio Logan erano state sfilate dal perno centrale le lancette dei minuti, per l'orologio Bacon erano state sfilate in successione le lancette dei secondi e dei minuti». Come se diverse mani fossero intervenute ad eseguire la scrupolosa operazione.
Ebbe modo di parlare di questo «dettaglio» del timer anche l'ex brigatista Alberto Franceschini durante una audizione in parlamento (17 marzo 1999): «Il timer era in realtà un orologio nel cui quadrante veniva inserito un chiodo e veniva tolta la lancetta dei minuti; la lancetta delle ore, girando, nel momento in cui toccava il chiodo faceva scoppiare la bomba. La cosa strana è che nell'orologio di Feltrinelli, invece della lancetta dei minuti, venne tolta la lancetta delle ore. Non l'aveva fatto lui il timer, l'aveva fatto un'altra persona, il famoso Gunter, che non si è mai riuscito a capire chi fosse, era uno della Valtellina, un tipo strano, comunque il famoso Gunter. Per cui c'è quest'altra persona che non si è mai riuscita a rintracciare. Oltretutto c'è una storia interessante su Gunter, perché viene dalla Brigata di Dio, cioè partigiani bianchi. Potrebbe essere un personaggio con degli aspetti inquietanti, però sembra che sia morto». Franceschini accenna all'ipotesi che potrebbe essere lui il collegamento fra Carlo Fumagalli, l'ex partigiano bianco leader del Mar, un'organizzazione eversiva di destra responsabile di vari attentati in Valtellina, e Giangiacomo Feltrinelli. In tal caso, Gunter sarebbe sicuramente l'autore della trappola mortale.

Il corpo 

La causa della morte, secondo i periti d'ufficio, era stata «una emorragia acuta da sfacelo dell'arto inferiore destro». A loro avviso, «le lesione riportate sul corpo di Feltrinelli erano avvenute in limine vitae». Secondo la «relazione di consulenza medico-legale», redatta per conto della famiglia di Feltrinelli da due luminari dell'epoca, il professor Gilberto Marrubini e il professor Antonio Fornari (il medico che ha dimostrato che Roberto Calvi non si suicidò, ma fu strangolato e poi appeso al Blackfriars Bridge) quelle lesioni erano avvenute intra vitam: scrissero che «sulla scorta dei caratteri macroscopici e istologici di alcune delle lesioni riscontrate sul cadavere, escludevano una immediata successione cronologica di tutte le lesioni osservate rispetto al verificarsi dell'esplosione e ciò perché alcune di esse presentavano fenomeni reattivi che inducevano a collocare la loro produzione in un tempo diverso ed antecedente all'unica esplosione». 
Tra le lesioni non compatibili con l'esplosione, c'era anche quella sede di «encefalo corrispondente al lobo temporale destro». Perché una cavità orbitale era «conciata» come da pugno o percossa. Feltrinelli sarebbe caduto a terra da un' altezza di circa tre metri e mezzo. Le perizie ufficiali spiegavano così la dinamica: mentre si trovava sul traliccio, a un certo momento, per distendersi o per sgranchirsi, appoggiò le mani (rimaste quasi illese dopo l'esplosione, come è possibile se stava maneggiando l'esplosivo?) sulle travi orizzontali dietro la sua schiena, movimento che portò il suo piede sinistro ad urtare contro la batteria-orologio disposta come timer: l'urto avrebbe causato l'incidentale contatto tra la lancetta dell'orologio e il perno infilato per chiudere il circuito, causando l'innesco del congegno e l'esplosione. 
Ma i periti di parte hanno contestato questa dinamica, ritenuta in contrasto con le leggi fondamentali della dinamica. Secondo loro, considerato che il corpo ed il complesso orologi-pile furono ritrovati all'interno del traliccio, le pile sotto la nuca, e che il filo uscente dalle pile formava un'ansa che appoggiava sopra la testa e terminava in un'altra estremità che appoggiava sopra il braccio sinistro, se l'orologio fosse stato pendente e se Feltrinelli fosse stato a cavalcioni del tralicci, il piede avrebbe urtato contro l'orologio, spingendolo verso l'esterno del traliccio stesso. Inoltre, se l' esplosione fosse seguita immediatamente all'urto, l'orologio, sia per il colpo del piede sia per effetto molto maggiore dell'esplosione, sarebbe stato proiettato con violenza in direzione del suolo, sempre all'esterno della base del traliccio e certamente non verso il punto dove è stato poi ritrovato. 
La configurazione del corpo e degli oggetti sarebbe stata necessariamente diversa: concludevano perciò che, a loro giudizio, appariva più plausibile l'ipotesi che le pile ed l'orologio si trovassero in una tasca della giacca indossata dal Feltrinelli. Dalle foto infatti, la giacca è rovesciata, la tasca aperta, pile e orologio sembrano appena usciti dalla tasca superiore sinistra. 
Il sopralluogo fatto a Segrate dai periti di parte, Maccararo e Bizzarri, mise subito in evidenza che il cadavere, se fosse caduto dall'alto, sarebbe stato ritrovato a pancia sotto e non supino. La caduta avrebbe dovuto procurargli ferite ma i testicoli, i denti, le mani erano illesi. Il 26 marzo del 1972 il «Corriere della Sera», riferendo gli esiti della perizia di parte, scriveva che «guardando il traliccio [dal punto in cui poggiava la testa di Feltrinelli] sul secondo basamento in cemento di sinistra, a 4-5 centimetri da terra, è rimasta una macchia strisciata di sangue sullo stesso raggio di proiezione della gamba amputata [la destra]». In parole meno tecniche, l'arto tranciato dall'esplosione è stato scaraventato lontano e nel suo allucinante volo a pelo di terra, ha sfiorato il basamento del traliccio, lasciandovi la scia di sangue che appare perfettamente parallela al terreno (...) se l'editore fosse stato scaraventato giù dal traliccio dallo scoppio, quella striscia avrebbe dovuto essere obliqua rispetto al terreno. Un'altra prova che l'esplosione è avvenuta a terra: la tomaia (la parte superiore nda) della scarpa che ancora calzava la gamba amputata risulta tranciata dal lato esterno (...). 
C'è di più. Un errore commesso da Feltrinelli nel piazzare la carica non viene ritenuto possibile (tesi che il maresciallo Bizzarri sostiene fin dal giorno della scoperta del cadavere, cioè quando ancora non era stato nominato perito di parte): ne consegue che «quell'errore qualcuno deve averlo commesso per lui». Perché? La spiegazione tecnica è inconfutabile. Il dynamon è un esplosivo che salta solo se innescato: «Puoi sbatterlo per terra, puoi persino sparare contro il candelotto, non succede nulla». Se la carica che ha ucciso Feltrinelli fosse stata innescata, ossia se nel cavo elettrico che si suppone l'editore stesse maneggiando, passava la corrente, avrebbero dovuto esplodere anche tutte le altre cariche «piazzate» sulle gambe del traliccio. Ciò non è accaduto: «C'è da pensare quindi che la carica che ha dilaniato l'editore fosse isolata dalle altre, ossia avesse un suo esclusivo innesco. Perché? La risposta è la chiave per risolvere il caso». 

La vicenda è molto complessa e in questa sede non intendiamo affrontarla nei suoi infiniti particolari ma solo mettere in evidenza le incongruenze della versione ufficiale che ha nascosto e impedito di approfondire ben altra verità: Feltrinelli doveva morire in quel modo, perché la sua figura doveva incarnare il terrorista bombarolo. 
Qualcuno gli suggerì l'azione di Segrate per incastrarlo in un'operazione contro di lui? La sera prima sicuramente Feltrinelli aveva incontrato il leader del Mar, Carlo Fumagalli, proprietario di una carrozzeria che si trovava proprio vicino al traliccio di Segrate. Oppure, come suggeriscono altri, Feltrinelli fu portato sul traliccio tramortito (i periti di parte hanno messo in discussione anche la perizia tossicologica) e poi hanno fatto esplodere il suo corpo in modo tale che potesse sembrare un incidente sul 'lavoro'? Subito dopo il suo ritrovamento, si scatenò un dibattito politico infuocato, si parlò subito di omicidio (lo fecero giornalisti come Camilla Cederna e Eugenio Scalfari) e la versione ufficiale fu aggredita come una montatura: ma alla fine bisogna notare che tutto questo contribuì ad allontanare i riflettori dalla scena del crimine.
Nella sua sentenza ordinanza, il giudice Giovanni Arcai scrive una lucidissima frase: «è chiaro che qui si parlerà della verità istruttoria, vale a dire di quella verità che alla luce del probabile si accorda con le risultanze istruttorie ed è tuttavia evidente che la verità istruttoria può talora non coincidere con la verità vera, quella cioè che ha una solo faccia e che può essere colta solo nel momento della sua verifica materiale e, quindi, quasi mai dal Giudice che interviene solo dopo che quella verità ha assunto altre facce attraverso le testimonianze, i rilievi obbiettivi, le ricostruzioni peritali, le interpretazioni più o meno corrette». La morte di Feltrinelli ha assunto la faccia "dell'incidente sul lavoro" ma forse è stata una delle operazioni meglio riuscite di falsa bandiera.

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