L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























lunedì 12 agosto 2013

Trent'anni per una sentenza gli impuniti della giustizia-lumaca

Trent'anni per una sentenza gli impuniti della giustizia-lumaca


È LA giustizia negata per lentezza, ripiegata su se stessa, stritolata da biblici tempi burocratici, mentre chi propone una causa nel frattempo muore oppure decide di risolvere la controversia giudiziaria con metodi "fai-da-te". In Sicilia per una causa civile trascorrono anche trent'anni, per arrivare alla sentenza di primo grado nei processi penali si attendono fino a otto anni. In molti casi arriva la prescrizione, per sentenze depositate anche due anni dopo la fine del processo, a salvare dal carcere pericolosi mafiosi.

Un calvario per chi entra nei tribunali dell'Isola, da imputato o da vittima. C'è chi arriva per dividere un'eredità e vede le proprietà sfiorire sotto i propri occhi mentre le udienze vengono rinviate di mese in mese.

C'è chi vuole divorziare ma non ce la fa. Ci sono le donne che denunciano il proprio stalker e alla fine preferiscono fuggire senza aspettare di avere giustizia. Ci sono i truffati costretti, per svariati motivi, a vedere in libertà il loro truffatore. QUAL è il perché della giustizia lumaca? Molte cause e pochi magistrati. Questo è il principale motivo.

UFFICI SOTTO ORGANICO In Sicilia c'è un vuoto di 188 magistrati, tra giudici e pubblici ministeri. Si tratta del 15 per cento del dato nazionale (1.446). Le cause civili pendenti nel solo distretto della Corte d'appello di Palermo, che comprende anche i Tribunali di Trapani e Agrigento, sono 117.836.

Si devono attendere quattro anni e sette mesi per arrivare alla definizione in appello di un processo.
Quasi tre anni per il primo grado. Gli organici sono sempre più sofferenti: 25 i magistrati al civile sui 59 previsti dalla pianta organica. Risultato? Sono 750 i processi a testa. Il presidente della Corte d'appello di Palermo, Vincenzo Oliveri, ha ammesso: «La giustizia civile è la più malconcia delle forme di giustizia.

Condanne sono arrivate anche dall'Europa per l'incapacità di assicurare la conclusione dei processi in tempi ragionevoli».

Non va meglio nel resto dell'Isola.

A Catania, Siracusa e Ragusa le cause pendenti davanti al Tribunale civile sono 15 mila. Ci vogliono dai tre ai quattro anni per arrivare alla definizione in primo grado,e cinque per l'appello. I magistrati sono 90, con un organico inferiore di 20 unità rispetto alla normalità. A Caltanissetta per smaltire l'arretratoi magistrati hanno spinto i motori a tutta forza, ma sono riusciti a definire solo i 7 mila procedimenti dell'anno in corso: ne rimangono altrettanti a giacere sulle scrivanie del tribunale.

A Messina il presidente della Corte d'appello, Nicolò Fazio, dopo avere snocciolato dati sconfortanti nel suo discorso di inaugurazione dell'anno giudiziario, ha esclamato: «Che Iddio ci assista». Dei 19 magistrati previsti, in servizio ce ne sono solo sei. Segreterie e cancellerie sono sotto organico del 40 per cento.

Dal 1998 non viene bandito un concorso per cancellieri.

Diverso il punto di vista degli avvocati. Dario Greco è il presidente dell'Aiga, l'associazione italiana dei giovani avvocati: «Le udienze saltano anche perché i magistrati vengono trasferiti e le cause rimangono congelate fino a un anno. Non dimentichiamo, poi, la scarsezza delle tecnologie in dotazione ai tribunali». 

Piergiorgio Morosini, il giudice della trattativa Stato-mafia, fino all'anno scorso nell'Anm, aggiunge: 

«Bisogna anche fare autocritica. Le procedure delle notifiche degli atti risalgono al 1910 e i riti processuali sono identici sia per chi guida senza patente sia per chi commette un omicidio. C'è anche da dire che molti magistrati non hanno una buona organizzazione del lavoro. Anche questa è una delle cause che aumentano il carico di fascicoli».

Per comprendere il complesso funzionamento di questa macchina inceppata basta ascoltare le storie di chiè costretto ad averea che fare per anni con la giustizia. Un piccolo viaggio nella Sicilia senza giustizia.

STALKER IMPUNITI I femminicidi hanno scatenato polemiche sullo scarso seguito dato alle denunce per stalking. Il disegno di legge appena approvato dal Consiglio dei ministri prevede una stretta sui mariti violenti. In Sicilia, in un anno e mezzo, sono state quindici le donne uccise dal loro uomo. Le vittime di stalking rischiano la vita, ma anche in questo caso non c'è alcuna accelerazione delle procedure. Pina ha 30 anni e due anni fa ha deciso di scappare dal marito violento e ubriacone. Una notte ha abbandonato la sua casa di Carini con i figli di 6 e 8 anni. Subito dopo ha presentato una denuncia per stalking che non ha ancora avuto alcun seguito.
Lui continua a perseguitarla, nonostante lei si sia trasferita in una comunità perché la famiglia di origine non l'ha accettata in casa. «Tutta la documentazione prodotta - racconta l'avvocato della donna, Maximillian Molfettini - è ancora ferma sul tavolo del gip».

Di storie come quella di Pina ce ne sono tante in Sicilia. L'avvocato di Rosi, una ragazza di Palermo, è arrivato fino a Siracusa per cercare di rintracciare il marito che la picchiava e la maltrattava. Anche Rosi due anni fa ha presentato denuncia, ma il Tribunale non ha emesso alcun provvedimento, racconta l'avvocato della vittima, e nel frattempo il marito violento è scappato a Siracusa portandosi via i figli di 4 e 6 anni.

«C'è anche il dramma di riuscire a selezionare - spiega un investigatore - tra reali casi di persecuzione ed episodi isolati di violenza. E intanto le pratiche si accumulano».

Alla Procura di Palermo sono cinque i magistrati che si occupano dei fascicoli per maltrattamenti in famiglia e stalking. «È un'emergenza continua - dice il procuratore aggiunto Maurizio Scalia, che coordina il pool - e con la nuova legge sarà destinato un altro magistrato al gruppo». In un anno, dal 2011 al 2012, sono stati 758 gli esposti a Palermo per stalking e 168 le richieste di custodia cautelare avanzate dai magistrati. 

TRUFFATI E BEFFATI Nel 2005 in otto vennero truffati a Catania da Vittorio Agugliaro, pseudo-procacciatore d'affari per Montepaschi. I falsi finanziamenti alle vittime, tutte agganciate tra parenti e amici, gli fruttarono 500 mila euro.

Dopo sette anni dalla denuncia, nel 2012 è stato definito il primo grado di giudizio per l'accusato. L'appello è ancora una chimera e intanto una delle tre vittime, assistita dall'avvocato Gianluca Costantino del foro catanese, è morta senza poter godere del risarcimento che è stato riconosciuto nel dicembre scorso.

«Spesso - spiega l'avvocato Molfettini - l'iter per la denuncia di truffa si conclude con l'archiviazione, anche dopo quattro anni. E se non si incorre nell'archiviazione si rischia la prescrizione».

In dodici, raggirati a Catania per un milione di euro da falsi promoter di Wind con schede telefoniche internazionali, aspettano dal 2006, nonostante le indagini abbiano individuato i responsabili, che venga fatta giustizia. Il reato si prescrive in sette anni, e tra qualche giorno i truffatori potrebbero farla franca.

DIVORZIO, ANZI CALVARIO Le separazioni non consensuali sono una via crucis per chi non riesce a trovare un accordo. Bisogna attendere da cinque a otto anni per definire la separazione. Lo sottolinea l'avvocato Simona Giuffrida, che da sei anni si occupa di famiglia e divorzi. A Messina una coppia dovrà aspettare un anno e mezzo per la prima udienza istruttoria perché il giudice è andato in maternità ed è stato sostituito da un giudice onorario, che non può assumere decisioni che riguardino i minori. E la coppia ha un bambino di tre anni. «I coniugi in separazione sono talmente stanchi di aspettare i tempi del giudice che preferiscono arrivare a una soluzione fai-da-te, rinunciando anche ai loro diritti», dice l'avvocato Giuffrida. È successo a due quarantenni che, dopo i primi provvedimenti presidenziali, avevano già altri compagni e altri figli. Due anni più tardi sono arrivati davanti al giudice, ancora prima della sentenza di separazione. Lui ha accettato che il figlio di sei anni seguisse la madre nella città dove nel frattempo si era trasferita con il nuovo compagno, mentre lei ha rinunciato a parte dell'assegno di mantenimento.

LA GUERRA DEI TRENT'ANNI Due famiglie ad Alcamo sono in guerra dal 1985 per dividersi un patrimonio di quattro milioni di euro, da una florida azienda vinicola che produce marsala a terreni, da appartamenti nel centro di Palermo a una concessionaria della Fiat. Il secondo grado di questa battaglia legale si è concluso nel 2012, a 27 anni dalla prima denuncia. Intanto due contendenti sono morti e il patrimonio di famiglia è sfiorito sotto gli occhi dei proprietari, inghiottito dai debiti e dalla svalutazione.

«Il giudizio venne aperto da mio padre - racconta una delle eredi, difesa dall'avvocato Zelia Dionisio - e l'ho visto battersi fino alla morte, senza alcun risultato. La lunghezza dei tempi ci ha sfiancati e ha determinato un impoverimento del patrimonio. Non escludo che, alla fine, ci metteremo d'accordo per chiuderla in fretta, anche se sembra assurdo dirlo dopo quasi trent'anni». Tre eredi sono ricorsi, nel frattempo, alla legge Pinto sulla ragionevole durata del processo. Hanno ricevuto 8 mila euro a testa. Troppo poco. La guerra di famiglia continua anche sul risarcimento dei danni con il ricorso in Cassazione.

LA MANNAIA DELLA PRESCRIZIONE Uno degli effetti più gravi delle lungaggini dell'amministrazione della giustizia è la prescrizione, ovvero l'estinzione del reato per il trascorrere del tempo. È andata così per il senatore Giulio Andreotti, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il sacerdote Paolo Turturro implicato in un processo per pedofilia, ma anche per una pletora di uomini di Cosa nostra. L'anno scorso la beffa della prescrizione ha regalato la libertà a Vito Badalamenti, il superlatitante che adesso non è più tale. 

Sei gli anni di pena cancellati dalla Corte d'appello di Palermo per il figlio di don Tano, il boss di Cinisi, che è riuscito a trascorrere da latitante il periodo per rendere nulla la condanna. Ma non va sempre così, e a pagarne le conseguenze sono soprattutto i magistrati distratti. Nove i mafiosi del clan Scalisi di Catania che sono tornati in libertà per una dimenticanza del giudice Alfredo Gari. Il magistrato attese due anni prima di depositare la sentenza. Una carriera quarantennale distrutta da un errore: il giudice è morto l'anno scorso, stroncato da un infarto.È di qualche settimana fa la condanna del giudice Edi Pinatto, di Caltanissetta, al pagamento di 10 mila euro al ministero della Giustizia. Il magistrato ha impiegato otto anni per depositare le motivazioni della sentenza del processo "Grande Oriente", emessa nel 2000 contro il clan mafioso Madonia. 

A causa del ritardo nel deposito della sentenza, alcuni imputati erano stati scarcerati per decorrenza dei termini di detenzione e avevano addirittura chiesto il risarcimento allo Stato, quantificato dalla Procura della Corte dei conti in circa 20 mila euro.

Ma non c'è solo il ritardo di un magistrato alla base della scarcerazione dei condannati. Un altro esempio è quello della eccezione di competenza territoriale, per modificare la città o il giudice di un processo, che porta in alcuni casi alla decorrenza dei termini. Sette uomini del clan di Siracusa che gestivano il traffico della droga a Milano non sconteranno le condanne inflitte, dai 10 ai 14 anni. I giudici catanesi si sono dimenticati di rinnovare la misura cautelare all'inizio del processo, dopo il rinvio di competenza da parte dei giudici di Milano.

PROCESSO LUNGO, LO STATO PAGA Per tutelare il cittadino danneggiato dalla irragionevole durata di un processo è stata istituita nel 2001 la legge Pinto, che consente la richiesta di «un'equa riparazione» per il danno subito. La legge impone paletti per la durata dei processi: tre anni per il primo grado, due per il secondo e uno per il ricorso in Cassazione. Oltre questi termini, può scattare la richiesta di risarcimento che va da 500 a 1.500 euro per ogni anno successivo ai termini di legge.

Per l'equa riparazione, nel 2011, sono stati promossi in tutta Italia 30.331 processi per la legge Pinto, 3.914 solo in Sicilia, pari a risarcimenti da 40 milioni di euro.

Alla Corte d'appello di Caltanissetta approdano tutti i ricorsi Pinto del distretto di Palermo: 2.894 dal luglio 2011 al giugno 2012. «Sembrerà assurdo - spiega l'avvocato Dario Greco - ma anche per la legge Pinto trascorrono fino a tre anni per la definizione delle cause, contro i quattro mesi stabiliti dalla legge. Siamo davanti a un altro motivo che rallenta la giustizia siciliana».


Nessun commento: