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Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























giovedì 1 agosto 2013

La mafia non lascia tempo

La mafia non lascia tempo
Uomo d’onore, killer, pentito: l’educazione criminale dei mafiosi raccontata dal più importante collaboratore di giustizia dopo Buscetta.
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Educazione criminale
Sono nato a Palermo il 5 febbraio 1940, nel quartiere di Pallavicino, e sono cresciuto tra i vicoli di Mondello e Partanna. Sono un collaboratore di giustizia.
Sono stato un furfantello, un ruba-macchine, prima ancora un ragazzino svogliato. Ho imparato a rubare guardando le donne del mio quartiere. Non era proprio un rubare, ma un prendere reciproco, di nascosto. Tra le case c’erano dei giardinetti con alberelli di limoni, di arance, con degli orti, se c’era bisogno di qualcosa per cucinare, lo si prendeva: facevano tutte così. A volte scoppiavano liti per questo, roba di poco conto, urla tra donne, spesso comari, parenti, che non intaccavano i rapporti di forza tra i loro uomini. A scuola andavo poco, a nessuno interessava troppo quello che facevamo noi ragazzini.
Gli adulti si sfiancavano per portare qualche soldo in casa. Mio padre aveva un posto fisso, guidava l’autobus, ma in famiglia eravamo in sei: oltre me, c’erano tre sorelle e un fratello, Giovanni. Mia mamma, che in gioventù era stata una sartina, si ammalò che avevo circa dieci anni. Cominciò ad avere disturbi mentali, a entrare e uscire dai manicomi, e condusse questa vita fino agli ultimi anni, quando trovò pace andando a vivere un po’ con me e un po’ con una delle mie sorelle, Giacomina, fino alla sua morte nel 1981.
Poco prima che compissi i diciotto anni, mio padre si rifece una famiglia ed ebbe altri figli, due maschi e quattro femmine. Con loro avevo pochi rapporti, avevo ormai iniziato la mia vita.
Vivevo per strada, in una realtà in cui i mafiosi erano gli unici che stavano bene. Anche le forze dell’ordine – a loro modo – li rispettavano, non c’è quindi da stupirsi se per molte famiglie disagiate poter affidare l’educazione del proprio figlio a Cosa Nostra fosse considerata una fortuna.
Per molti ragazzini, l’alternativa era diventare un ladro, un contrabbandiere. I più fortunati, invece, i cui parenti avevano conoscenze, finivano sotto l’ala protettrice dei mafiosi di quartiere. Fu così anche per me.
Il fratello di mia madre era un soldato di Borgovecchio e faceva riferimento al capofamiglia Leopoldo Cancelliere, un esponente della vecchia mafia palermitana. Così, quando compii tredici anni, fecero un favore a mio padre.
Mi misero a lavorare presso l’officina di un certo Salvatore Vetrano, della famiglia di Paolino Bontade. A scuola ci andavo sempre meno, finché la lasciai del tutto per trascorrere le mie giornate nell’officina di via Montesanto, accanto alla Standa, tra via Divisi e via Roma. Diventai un meccanico. E un ladro.
I primi furti sono sempre i più semplici. Smontavo i fanalini posteriori delle auto, oppure prendevo le ruote di scorta. Era la Palermo della metà degli anni Cinquanta, città povera, ci si accontentava. Portavo già qualche soldo a casa.
Durante l’adolescenza e fino ai vent’anni, era l’inizio degli anni Sessanta, vivevo in simbiosi, si può dire, con un certo Giuseppe Panzica, figlio della sorella del padrone dell’officina. Abitava a Pallavicino e lo conoscevo fin dai tempi della scuola.
Giuseppe fece una brutta fine. Rimase coinvolto nell’omicidio di una prostituta, una certa Maddalena, uccisa a pugnalate. L’avvocato che lo difendeva credeva nella sua innocenza: non era stato lui e tutti sapevano che il vero assassino era un magnaccia di Borgovecchio, un cocchiere che, con la scusa di girare per il suo lavoro, teneva tutto sott’occhio.
Fra Giuseppe e Maddalena si era creato un rapporto e il cocchiere voleva mettere fine a questa frequentazione. I due ragazzi però non volevano saperne di separarsi, e allora il magnaccia ricorse alla violenza.
Ammazzò Maddalena e in questo modo incastrò Giuseppe.
Gli dettero l’ergastolo che era ancora un ragazzetto. Morì in carcere, molti anni dopo. 

Vetrano era un uomo pacifico, mi voleva bene come un figlio, anche per l’amicizia che avevo con il nipote. Giuseppe e io facevamo insieme dei piccoli furti, più che altro pezzi di ricambio che davamo a Vetrano. Poi cominciammo a rubare le macchine. Eravamo bassini e faticavamo a spingere i pedali. Dovevamo andare talmente a fondo con i piedi che sparivamo dietro il volante e sembrava che le macchine andassero da sole.
Rubavamo le giardinette, le prime Cinquecento, le Millecento che Vetrano noleggiava ai mafiosi e ai contrabbandieri. Nella sua officina c’erano poi dei meccanici veri, bravissimi che riuscivano a smontare e rimontare una macchina al volo, a modificarla, a potenziarla.
All’epoca non è che ci fosse troppo controllo da parte della polizia, e le auto che avevano in dotazione erano lente. Riuscivano a malapena a starci dietro, senza contare che noi conoscevamo le strade, gli svincoli e anche i posti dove i poliziotti o i carabinieri si piazzavano di solito. Tenevamo tutto a mente e la memoria è un’arma importante per i mafiosi.
Vetrano era, diciamo, un uomo d’affari. Viaggiava molto per lavoro e non gli mancava la fantasia. Andando a Napoli aveva scoperto che i soldati americani avevano lasciato dei fusti di benzina da duecento litri ormai vuoti. Lui li comprava e li portava in officina, dove li modificava per ricavarci dei letti.
Era una persona benvoluta da tutti e la sua officina era un luogo di ritrovo molto apprezzato dai mafiosi, che spesso passavano di lì per i loro affari o anche solo per scambiare due chiacchiere. Io ero ancora troppo giovane per capire chi fosse mafioso e chi no, ma chiaramente sapevo distinguere uno di loro da un delinquente di strada. Erano persone gentili, molto educate, e io, per conquistare la loro attenzione, facevo piccoli favori, andavo a comprare le sigarette, davo informazioni sulle auto.
Mi capitava di restare a guardarli, origliavo qualche parola, erano sempre parole rispettose. Non gridavano mai, a volte avevano l’aria preoccupata, ma la violenza la tenevano da parte per il lavoro. Mi facevano anche dei regali, mance generose. Erano eleganti e sfoggiavano scarpe lucide. Avevano gusti sobri, anche se non riuscivano a contenere una sfrenata passione per gli orologi. Fra di loro, spiccavano i napoletani. Li riconoscevamo subito, perché erano ricoperti di collane e anelli che noi chiamavamo «baggianerie alla napoletana».
Erano persone che ispiravano soggezione e rispetto. Stando vicino a capi così, avevi la sensazione di essere guidato bene, di esserti introdotto nell’ambiente giusto. Non potevamo sapere, noi ragazzetti cresciuti nella miseria, che con i primi soldi facili sarebbero arrivati anche i vizi.
Ogni tanto, lavorando nelle macchine, trovavo un mitra, qualche pistola. Ogni tanto moriva qualcuno, però non mi interessava, era il nostro mondo da sempre. Qualcuno non tornava più e nessuno faceva domande.
Ricordo però una morte che mi colpì.
Si chiamava Carmelo Napoli e lo ammazzarono dietro via della Discesa dei Giudici, una traversa tra via Roma e piazza Bellini. Al bar, mentre prendeva un caffè, una raffica di mitra. Accadde tutto davanti ai miei occhi.
Ero abituato al fatto che, ogni tanto, uno di quei signori tanto educati non tornasse più all’officina, ma non mi era mai capitato di vedere un omaccione gentile e composto ammazzato come un ragazzino indifeso. Il corpo oltraggiato.
In quel mondo di affari non c’erano donne, era la regola. Le donne erano riservate, appartate, silenziose, erano in casa, negli orti, al mercato, in cucina, sapevano, ma non agivano, non intervenivano.
Il loro silenzio era importante, per questo erano rispettate, per questo si dice che i mafiosi rispettano la famiglia e non ammettono tradimenti: è una questione di sopravvivenza. Come diceva Gaetano Badalamenti, le donne sopportano tutto, ma non le corna. E la vendetta di una donna tradita è terribile, ha sviluppi imprevedibili.
Un tempo, le donne sopportavano anche la morte dei figli, era la logica della guerra dentro la mafia.
L’unica eccezione che mi torna in mente risale alla fine degli anni Cinquanta: Serafina Battaglia, moglie di Stefano Leale. I due gestivano una salumeria in via Torino, fino a quando il marito venne ammazzato da altri mafiosi davanti al negozio. Poco dopo, per timore di future vendette, fu ammazzato anche loro figlio, Toti Lupo Leale. Era un fatto raro per l’epoca, visto che di regola, salvo casi eccezionali, i ragazzini e le donne erano risparmiati. Lei uscì di matto, la morte del figlio era troppo e cominciò a parlare.
Diede indicazioni precise in aula, davanti al giudice insultava il compare del figlio, che poi era stato il mandante dell’omicidio, Paolino Bontade. Era una furia, ma le sue parole si persero nei vari processi.
I tempi del pool antimafia erano ancora lontani. Per tutta la vita, Serafina continuò a vestirsi di nero.

Non si ammazzava a caso, c’erano delle regole da rispettare. Il territorio era suddiviso e controllato dalle famiglie, che inevitabilmente finivano per scontrarsi su questioni di sconfinamento.
Così come c’erano confini da rispettare nella città e nella Sicilia tutta, c’erano confini anche nei rapporti con i politici di riferimento. Se una strada rientrava in un certo quartiere, era di competenza di una certa famiglia e, di conseguenza, se aveva bisogno di lavori di manutenzione o ampliamento, gli appalti dovevano essere affidati alla famiglia della zona. Quando non si rispettava il confine, nascevano i dissapori e gli scontri tra famiglie diverse, ma non accadeva mai che una famiglia fosse colpita da guerre intestine. All’interno della stessa cerchia il tradimento non era contemplato. E così fu, fino a quando arrivò Salvatore Riina.
Una delle prime famiglie colpite dalle lotte interne che poi man mano segnarono tutte, fu quella della Noce, capeggiata da Salvatore Scaglione.
Fui accanto a Riina fin dal 1969, e vidi diffondersi il tradimento nella mafia: cresceva di giorno in giorno, di pari passo con la sua sete di potere. All’epoca eravamo tutti e due in libertà. Lui non aveva molti soldi, invece io me la passavo bene grazie alle rapine e a qualche furtarello. Lo aiutavo economicamente, facevo dei regali a lui e alla sua fidanzata. Ricordo che fummo proprio io e un certo Cascio ad avere per primi la notizia: «Mi sono
fatto fidanzato con una bella ragazza, intelligente, molto carina. È più giovane, forse in me ha cercato l’uomo». Quella ragazza era Ninetta Bagarella.

Già allora Totò mi diceva: «Gaspare, a me non mi interessano i soldi. Io ho altre cose per la testa». Io allora ero un semplice «affiliato», tenuto ancora sotto osservazione in attesa di diventare ufficialmente mafioso. Ero affascinato da Riina in quel periodo, anche se mi era già chiara la sua ossessione per il potere, il comando, il controllo.
Avevamo diviso una cella all’Ucciardone, e fin da allora osservavo il suo comportamento, mi colpiva il rispetto che gli altri gli riservavano. In tanti rischiavano un «rapportino » di tre giorni per venirlo a salutare. Riina era già importante e di lì a poco, dopo il carcere, sarebbe vissuto in grande clandestinità, come Provenzano.
Mi avevano messo in cella con Riina, più vecchio di me di dieci anni, perché ero un ragazzo ribelle. Mi dissero: «Con lui o ti calmi o ti calmi». Cercavo la sua benevolenza in ogni modo. Lo facevo anche vincere a dama.
Un giorno, durante l’ora d’aria, un detenuto prepotente, approfittando della presenza delle guardie, cominciò a fare lo sbruffone con Riina. Era chiaramente in cerca di rogne e Salvatore era diventato rosso in viso. Non appena me ne accorsi, lo convinsi a darsi una calmata, poi spinsi l’altro contro il muro e, sperando di non essere visto dalla guardia, gli diedi otto schiaffi, la cosiddetta «zumpata». Partì una colluttazione e i secondini intervennero per dividerci. Mi presi dieci giorni di isolamento, più due giorni in attesa del direttore; da mangiare solo pane e per dormire un tavolaccio.
Quando uscii, dopo dodici giorni, vidi che Riina si comportava diversamente con me. Non appena mi vedeva rivolgermi alle guardie, mi prendeva da parte e con molto garbo mi diceva: «Tu con le guardie non devi avere contatti. Quando passano per il pane c’è Gioacchino, quando passano con la minestra c’è un altro. Per qualsiasi cosa, ci siamo noi. Devi fare così, se vuoi stare qui, altrimenti devi cambiare cella e te ne devi andare».
Gli detti ascolto e restai.
Gaspare Mutolo: dopo aver conosciuto Totò Riina in cella a metà degli anni sessanta, viene arruolato fra i soldati di mafia del boss Saro Riccobono. Dopo una vita divisa tra carcere e latitanza, nel 1992 ha cominciato a collaborare con la giustizia.
Anna Vinci: romanziera e saggista, è autrice di testi per la tv, la radio e il teatro. Tra i suoi libri ci sono Marta dei vocabolari
 (con Tina Anselmi).


LA FONTE 

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