L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























martedì 15 ottobre 2013

"Intervista a Cosa Nostra" di Raffaella Fanelli: Gaspare Mutolo [VIDEO] Crediti facili e prestanome il nuovo assalto dei boss alle banche Grande distribuzione, edilizia e bar Cosa nostra spa vale un miliardo Dove abita oggi Cosa nostra

L'INCHIESTA SULLA NUOVA MAFIA

Crediti facili e prestanome
il nuovo assalto dei boss alle banche

In questi ultimi anni investigatori e magistrati hanno già guardato dentro i forzieri di alcuni istituti di credito ed è emersa una drammatica realtà: Cosa nostra resta infiltrata nel sistema bancario: c'è chi può aprire un conto senza problemi e godere di scoperture e prestiti di favore. E se non c'è complicità, c'è il timore di operazioni e conti sospetti


Grande distribuzione, edilizia e bar
Cosa nostra spa vale un miliardo

Trecento prestanome individuati in due anni. Ora i boss puntano sull'abbigliamento. Terza puntata dell'inchiesta di Repubblica su Cosa nostra palermitana. 


Aziende agricole e soldi all'estero
i tesori nascosti gestiti dai boss

I grandi padrini sono in carcere ma una parte consistente delle loro ricchezze resta nelle vene della città. Ecco perché personaggi come Salvatore Lo Piccolo, Giuseppe Liga, Giuseppe e Filippo Graviano non hanno alcuna intenzione di collaborare con la giustizia


Dove abita oggi Cosa nostra

Se è vero che la mafia cambia sempre per restare sempre la stessa, allora questo è il momento per avere un po' di coraggio in più: oggi è più interessante investigare sui poteri legali che si muovono illegalmente



La struttura militare dell'organizzazione è stata disarticolata, i suoi capi e i suoi quadri sono finiti in galera con uno o più ergastoli sulle spalle, quelli che cercano di prenderne il posto non sembrano  -  almeno per ora  -  avere la cifra criminale e la raffinatezza di pensiero dei loro predecessori. E poi siamo in un'altra epoca, tutto si trasforma velocemente, tutto si confonde con altrettanta velocità. Prima di riprendere il filo di questo articolo (già prevedo che alcuni esperti e autorevoli osservatori non ne condivideranno certi passaggi proprio sul tema della continuità) cercherò di spiegarmi meglio nelle righe successive.


Contro Cosa Nostra e dintorni abbiamo schierati i migliori investigatori del mondo. In questi anni non si sono mai fermati. Ci sono quegli altri che non fanno in tempo a riunirsi per ricreare Cupole e cose simili  -  è dal gennaio 1993, dal giorno della cattura di Riina che a quanto pare la mafia siciliana non ha più un governo  -  e vengono filmati, intercettati in diretta (vedi indagini dei carabinieri degli ultimi due o tre anni), i loro patrimoni vengono sequestrati (vedi indagini della finanza), i loro movimenti monitorati giorno dopo giorno (vedi indagini di polizia), gli uomini d'onore lasciati sul campo dalla "politica terroristica" corleonese sembrano destinati al tritacarne e al macero. Questi, loro  -  i nomi che leggiamo ogni giorno sulle pagine dei giornali dopo una retata, le facce sconce che vediamo in tivù dopo i blitz in borgata  -  non hanno scampo. 


Ma sono loro, sono soltanto loro oggi la mafia di Palermo? Cosa Nostra, da quando è nata, non è mai stata solo un'organizzazione di farabutti e di brutti ceffi che, a turno, si sono chiamati Bontate o Torretta, Badalamenti, Ganci, Madonia, Greco, Inzerillo, Teresi. Non è mai stata solo un'associazione di "volgari malfattori". Mai. Subito dopo l'Unità d'Italia Leopoldo Franchetti nella sua celebre Indagine sulle condizioni politiche amministrative della Sicilia scrisse sui "facinorosi della classe media", più di un secolo dopo è diventato di moda parlare di "borghesia mafiosa". 


Non si può trattare di mafia senza considerare cos'è stata veramente la mafia in Italia, senza collegarla al potere, allo Stato, a quei patti fra mafia e Stato (sempre cercati dallo Stato, s'intende), a quelle trattative (presunte o ipotetiche, scrivono alcuni che preferiscono rimuovere la nostra storia), alla politica, all'economia, oggi alla finanza e chissà a che altro.
È forse questo il punto giusto per presentare l'approfondita inchiesta di Salvo Palazzolo  -  da quanti anni un giornale italiano non pubblicava un dossier sulla mafia così ricco e particolareggiato?  -  , che mi sembra un'eccellente base di partenza per ragionare sulla mafia dopo Totò Riina.



Faccio una piccola deviazione. A volte, incontro qui a Palermo Letizia Battaglia, straordinaria donna e straordinaria fotografa che ho avuto il privilegio di accompagnare per le strade e le piazze della nostra città negli anni della guerra fra le "famiglie", tra la primavera del 1981 e l'ot¬tobre del 1983. Letizia, mi chiede sempre: "Ma io come la fotografo la mafia oggi?". Prima aveva i suoi morti a terra, i boss rinchiusi nelle gabbie, il sangue, i ceppi, le aule bunker, l'odore della paura delle borgate. Gli rispondo: "Certo, non è facile, fare una foto che spieghi bene la mafia. Prova con la Borsa di Milano o con la Regione Siciliana...". Letizia mi sorride e non dice niente. Sa bene, sa meglio di me come vanno le cose.


Faccio un'altra piccola deviazione. Questa non riguarda la nostra mafia, altre. Ma è lo stesso. Autunno di quattro o cinque anni fa, presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e ministro degli Interni Roberto Maroni. Insieme, per la prima volta  -  lo ripeteranno poi all'infinito  -  annunciano che durante il loro governo "sono stati arrestati 8 latitanti al giorno" e che "entro la legislatura" (parole queste solo del Cavaliere) "la mafia sarà sconfitta". Il dato  -  sui latitanti catturati  -  è esatto, che poi quei latitanti li avevano arrestati quel governo o le polizie italiane, naturalmente è un altro discorso. Ma la coincidenza che a me è sembrata più significativa in quel giorno d'autunno era un'altra: quel giorno, per la terza volta, si era riunito il Consiglio dei ministri e per la terza volta non era riuscito a sciogliere  -  nonostante una dettagliatissima relazione di un prefetto  -  un piccolo comune del Basso Lazio infettato di infiltrazioni camorristiche e 'ndranghetistiche. Fondi, pochi migliaia di abitanti, tante mafie, tanta droga, tanta politica collusa. Ma il Consiglio dei ministri  -  e Maroni, onestamente aveva spinto molto per scioglierlo  -  non ce l'aveva fatta. Troppe pressioni per lasciarlo lì quel comune, troppi interessi, troppe indicibili utilità. 


L'esempio di Fondi spiega molto semplicemente ciò di cui stiamo parlando. Svela le contiguità reali, scopre la vera forza della mafia: i complici. A Fondi come a Palermo, come a Reggio Calabria, come nelle infelici periferie napoletane. L'inchiesta di Palazzolo  -  con tutti i suoi numeri aggiornati, i suoi dati, i nomi e i prestanomi  -  ci consente di inoltrarci nel mondo mafioso palermitano di questi anni, di entrare ancora una volta  -  come lo chiama lui  -  nel ventre molle  -  della città e scoprire quali sono le nuove frontiere del potere criminale. Come sempre, seguire il denaro porterà ai mafiosi e ai loro soci. Finanziamenti pubblici, centrali di distribuzione di soldi apparentemente pulite, banche (quanto ci sarebbe da indagare ancora sulle banche!), personaggi politicamente corretti che hanno preso il posto degli impresentabili, una trasversalità di convenienze davvero sorprendente. 


Per troppo tempo abbiamo puntato i nostri occhi soprattutto da una parte.

Di C.F. | 22.11.2013 12:13 CET

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Intervista a Cosa Nostra di Raffaella Fanelli: Gaspare Mutolo [VIDEO] Watch Video

Nella videointervista, realizzata dalla giornalista Raffaella Fanelli, autrice del libro Intervista a Cosa Nostra (leggi Stato-mafia, il Corvo 2 e le intercettazioni mancanti), Mutolo parla della 'vera mafia', quella sopra Riina e Provenzano, del legame massoneria - cosa nostra, del maxiprocesso, del destino di Falcone, che aveva "rotto i patti a tutti" e della convocazione al Viminale ricevuta da Borsellino il 1°luglio 1992.
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Gaspare Mutolo è stato un sicario di Cosa nostra, legato alla famiglia di Rosario Riccobono, boss di Partanna e di Mondello, a cui venne presentato da Totò Riina. Autista di quello che sarebbe diventato il 'Capo dei Capi', viene arrestato nel 1991.
La sua collaborazione con la giustizia inizierà ufficialmente solo alcuni mesi dopo, ma Mutolo incontrerà Giovanni Falcone e Paolo Borsellino prima degli eccidi di Capaci e via d'Amelio. Il primo lo vede nel carcere di Spoleto nel dicembre 1991, ma Falcone in quel momento dirige la sezione Affari Penali del Ministero della Giustizia e non può rivolgergli domande. Mutolo gli fa comunque il nome di Bruno Contrada (arrestato nel dicembre 1992 e condannato con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa) del reparto operativo del Sisde, e di Domenico Signorino, pm del maxiprocesso, che si tolse la vita nel dicembre 1992.
Recentemente Mutolo ha lanciato durissime accuse anche nei confronti di Giuseppe Ayala, altro pm del maxiprocesso, in una intervista al periodico Antimafia Duemila. Ayala, che aveva annunciato di voler sporgere querela nei confronti del collaboratore di giustizia, poche settimane fa è stato condannato per diffamazione nei confronti di Salvatore Borsellino, definito dall'ex magistrato "una persona con problemi di salute mentale".Il 19 luglio 1992 Ayala era in via d'Amelio pochi minuti dopo la strage e nel corso degli anni ha cambiato più volte versione su quello che vide e fece.
Paolo Borsellino parla con Mutolo in una data-simbolo della trattativa stato-mafia: il 1°luglio 1992. Quel giorno il magistrato interromperà il colloquio con il futuro collaboratore di giustizia, perchè convocato al Viminale dove si è appena insediato Nicola Mancino, oggi imputato per falsa testimonianza nel processo in corso a Palermo. Mancino per 20 anni ha dichiarato di 'non ricordare' l'incontro con il magistrato più noto d'Italia dopo la strage di Capaci. Smentendo in questo modo l'agenda grigia dello stesso Borsellino, in cui l'incontro con il ministro è chiaramente annotato.
Mutolo, che quel giorno aveva fatto nuovamente i nomi di Contrada e Signorino, ha raccontato che Borsellino tornò da quell'incontro particolarmente nervoso. Chi vide quel giorno al Viminale?

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ciao Sig. / Sig.ra
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