L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























domenica 29 dicembre 2013

CON IL FIATO SOSPESO di Costanza Quatriglio - TRAILER UFFICIALE

Farmacia, termina la requisitoria del pm
Chiesti in tutto oltre 26 anni per gli imputati

La pena più severa è quella richiesta per l’ex direttore amministrativo Antonino Domina (quattro anni di reclusione), assieme all’ex dirigente dell’ufficio tecnico Lucio Mannino (tre anni e otto mesi). Per gli altri coinvolti nel procedimento sulla gestione dei rifiuti all’interno dei cosiddetti laboratori dei veleni il magistrato Giuseppe Sturiale ha chiesto tre anni e due mesi. Sotto accusa i vertici dell’ateneo che avrebbero dovuto «adottare misure cautelari, eliminando o riducendo l’esposizione» alle sostanze chimiche




Quasi due anni dopo l’inizio delle udienze del primo procedimento sullo scandalo dei cosiddettilaboratori dei veleni, arrivano le richieste di condanne per tutti e otto gli imputati coinvolti nel caso riguardante l’ex facoltà di Farmacia di Catania. Il pubblico ministero Giuseppe Sturiale ha chiesto l’assoluzione per prescrizione dall’accusa di gestione di discarica non autorizzata. Per gli altri capi - disastro ambientale colposo, omissione di atti d’ufficio e falso ideologico – la pena maggiore, quattro anni di reclusione, è stata richiesta per l’ex direttore amministrativoAntonino Domina. Per l’ex dirigente dell’ufficio tecnico Lucio Mannino il pm ha chiesto invece tre anni e otto mesi. Agli altri imputati – Giuseppe Ronsisvalle, Fulvio La Pergola, Giovanni Puglisi, Francesco Paolo Bonina, Marcello Bellia e Franco Vittorio, membri della commissione di sicurezza creata per risolvere le problematiche all’interno dell’edificio 2 della Cittadella – sono stati riconosciuti i reati di disastro ambientale colposo e omissione d’atti d’ufficio per una pena di tre anni e due mesi.
Il magistrato ha esaminato la situazione dei singoli imputati, prima di chiedere le pene quasi improvvisamente, lasciando per qualche istante sorpresi anche cancelliere e collegio. Antonino Domina, assieme allo scomparso rettore Ferdinando Latteriaveva ruoli decisionali, da qui la richiesta di una pena maggiore rispetto agli altri. L’ex direttore amministrativo si avvaleva dei pareri dei tecnici suoi sottoposti La Pergola (responsabile del servizio prevenzione e protezione dai rischi di Unict) e Bellia (medico del lavoro). Lucio Mannino, invece, in qualità di dirigente dell’ufficio tecnico aveva parte attiva nell’esecuzione dei lavori di sostituzione dell’impianto fognario e degli altri interventi strutturali. Franco Vittorio, all’epoca a capo del dipartimento di Scienze farmaceutiche, e gli altri docenti imputati facevano parte della commissione sicurezza. Un ente creato per trovare una soluzione ai problemi segnalati, «con potere di scelta e di spesa» e i cui membri «si assumevano delle responsabilità».
La requisitoria del magistrato – che sostituisce il collega Lucio Setola, trasferito a Potenza lo scorso settembre – era iniziata già il 21 dicembre. Nel corso dell’udienza di oggi, il pm ha riesaminato le perizie che si sono susseguite dal momento del sequestro della struttura universitaria, nel 2008, a cominciare da quelle del gip Antonio Fallone. Già dal momento dell’incidente probatorio i tecnici sottolineano come la situazione all’interno e all’esterno dell’edificio 2 sia profondamente mutata. Un nuovo impianto di aspirazione, il rifacimento dell’intero impianto fognario e la relativa asportazione di una parte consistente (e di difficile quantificazione) del terreno potenzialmente contaminato. «L’esito della perizia non è esaustivo», legge Sturiale dalla relazione. «I periti – aggiunge – non potranno dirci niente di utile». Una valutazione che ricorre anche nelle successive analisi dei tecnici nominati dall’accusa. Ma su una cosa entrambi i gruppi di studiosi sono concordi: il rischio chimico non era moderato, occorreva alzare il livello di attenzione e i controlli relativi ai luoghi di lavoro e di studio.
«Abbiamo un ente pubblico che deve salvaguardare la salute di cittadini e dipendenti», afferma il pm nella requisitoria. I vertici dell’università di Catania – che nel procedimento ricopre il doppio ruolo di parte civile e responsabile civile - avrebbero dovuto «adottare misure cautelari, eliminando o riducendo l’esposizione» alle sostanze chimiche, ma anche caratterizzare il terreno per capire l’entità dell’eventuale contaminazione e di conseguenza dare notizia di un potenziale reato. D’altro canto sono numerose le testimonianze di dipendenti e studenti non solo su malesseri e strani odori, ma anche su condotte di smaltimento del materiale di laboratorio non conformi al regolamento. E gli imputati, prosegue Sturiale, hanno preferito agire in maniera «accelerata», tanto da «non rendere edotto il Cda (il Consiglio d’amministrazione dell’ateneo, ndr) dei gravi motivi che hanno portato all’esecuzione urgente dei lavori di rifacimento dell’impianto fognario», bollandolo come soluzione ad una fastidiosa risalita di umidità.
Nel corso della prossima udienza, il 21 febbraio, le parti civili terranno un’unica requisitoria. Nella stessa udienza si esprimeranno anche i legali dell’ateneo di Catania. Da quella successiva, il 28, toccherà alle difese per giungere presumibilmente entro l’estate all’emissione di una sentenza. Da questa dipenderà anche la richiesta, già avanzata, di archiviazione dell’altro procedimento, quello per omicidio colposo plurimo.

http://ctzen.it/2014/01/10/farmacia-termina-la-requisitoria-del-pm-chiesti-in-tutto-oltre-26-anni-per-gli-imputati/


la mia esperienza all’Università di Catania

di Maria Rosaria
Mi chiamo Maria Rosaria e sono una ex studentessa di CTF dell’Università degli studi di Catania laureatami nel 2004 e ad oggi farmacista. Al tempo dei miei studi ero una “fuori sede” proveniente dallo stesso paese di Emanuele Patané, Giarre.
Emanuele lo conoscevo solo di vista e sapevo dove abitava poiché passavo spesso davanti casa sua per recarmi nella parrocchia vicina.Il suo nome mi divenne più familiare quando nel 2003 la mia collega, che frequentava i laboratori del 2° piano dell’istituto di farmacia, mi disse che c’era un ragazzo ammalato di tumore. Da allora,ricordo,si cominciarono a conoscere storie simili allora taciute e ognuno inevitabilmente cominciò a fare certe associazioni di idee. Io nel frattempo stavo completando la mia tesi sperimentale in chimica organica presso il dipartimento di chimica lavorando con molecole che erano derivati benzenici.Negli ultimi mesi cominciai ad avere una forte tosse che non riuscivo a placare con lo sciroppo.Era una tosse strana perché notai che, una volta arrivata a casa,mi passava per poi ripresentarsi il giorno seguente appena mettevo piede in laboratorio.
Come è ben descritto nel film “Con il fiato sospeso”,anche i laboratori degli altri istituti dell’università di Catania erano abbastanza fatiscenti e le precauzioni adottate non hanno limitato i danni.Il mio problema bronchiale cominciò ad impensierirmi quando un giorno, tossendo , avvertì un dolore alla schiena , proprio in corrispondenza delle spalle.Per fortuna grazie a un certificato medico potei stare un po a riposo accelerando i tempi della tesi.
Dopo la laurea, forte forse pure di questa esperienza, decisi di non continuare la via della ricerca con il dottorato in chimica, pur essendo questa una grande passione che mi accompagna ancora e che influenza pure il mio modo di rapportarmi con ciò che mi circonda.
Il film su Emanuele visto il 5 gennaio su Rai 3 mi ha riportato in mente il mio trascorso accademico con le sue fatiche e le sue soddisfazioni ma ha anche riaperto una piccola ferita, il dolore per la morte di un giovane ragazzo, brillante e con una vita davanti, che ha immolato se stesso e i suoi sogni sull’altare della scienza e della ricerca. E ciò mi ha fatto molto male..
http://conilfiatosospeso.it/2014/01/la-mia-esperienza-alluniversita-di-catania/


RAI3 presenta


Martedì 7 gennaio 2014  alle 23.20

in prima visione assoluta


CON IL FIATO SOSPESO
(Italia, 2013, 35’)
un film di Costanza Quatriglio
con Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Gaetano Aronica, Anna Balestrieri

Nel dicembre 2008 la notizia dell'apposizione dei sigilli ai laboratori di chimica alla facoltà di farmacia dell'università di Catania, a causa del sospetto ambientale, oltre al ritrovamento del memoriale del dottorando Emanuele Patané, morto di tumore al polmone nel 2003, hanno costituito per Costanza Quatriglio lo spunto per dare l'avvio alla lavorazione del film. Nel diario il ventinovenne denunciava le condizioni insalubri dei locali non idonei alla ricerca scientifica.

Un processo tutt'ora in atto, che vede imputati i vertici della facoltà per inquinamento e discarica non autorizzata. Vincitore del premio "Gillo Pontecorvo - Arcobaleno Latino", il film è il frutto di una lunga documentazione che mette in luce l'obsolescenza di strutture preposte alla ricerca oltre all'amara constatazione della ricattabilità in cui spesso vivono gli studenti universitari.

Sinossi: 

Stella studia farmacia all’università. Quando è l’ora della tesi viene inserita in un gruppo di ricerca. Pian piano capisce che nei laboratori di chimica qualcosa non va. L’ambiente è insalubre, qualcuno comincia a star male, i professori parlano di coincidenze. L’amica Anna, che ha lasciato gli studi per suonare in un gruppo indie-punk, vorrebbe che Stella smettesse di lavorare in quei laboratori; Stella, al contrario, non vuole rinunciare al suo sogno.

“Nel cinema esiste una soglia oltre la quale la differenza tra generi, dispositivi della narrazione, messa in scena e rappresentazione del reale dissolvono nella costruzione di un’esperienza che rende lo spettatore parte integrante del film. Esiste inoltre una soglia oltre la quale un film perde la sua libertà per essere parte di un sistema di valori, accettato e riconosciuto. Infine esiste una soglia ogni qual volta si è al cospetto dell’intimità di un personaggio, delle sue debolezze, delle sue ossessioni o del suo dolore. Ho realizzato il film come un funambolo che cammina su queste soglie, con l’eccitazione di potercela fare, di poter dominare questa materia difficile. La storia dei giovani che studiano in laboratori di chimica insalubri e dannosi ci racconta di come l’Italia sia un paese senescente, che negli anni ha dato prova di essere incapace di progettare il futuro. Qui non sono le fabbriche inquinanti a essere messe in discussione. In questa storia non ci sono padroni ma padri. È forse questo il grande tabù che ha fatto sì che realizzassi il film senza mezzi economici. È dall’entusiasmo dei miei collaboratori, degli attori, che ho tratto la forza per fare il film. Tutti insieme lo abbiamo realizzato in pochissimo tempo e senza soldi. Ecco, bastava farlo. Ora il film ha un produttore, un distributore, avrà un pubblico. Il nostro lavoro a volte lo facciamo così: con il fiato sospeso”. (Costanza Quatriglio)



CON IL FIATO SOSPESOdi Costanza Quatriglio


Italia, 2013, 35′
Scritto e diretto da: Costanza Quatriglio
Musiche: Paolo Buonvino
Fotografia: Sabrina Varani
Montaggio: Luca Gasparini, Letizia Caudullo
Scenografia: Beatrice Scarpato
Costumi: Francesca Vecchi, Roberta Vecchi
Parrucchiera: Daniela Tartari
Fonico di presa diretta: Gianluca Scarlata
Brani live: Black Eyed Dog
Montaggio trailer e videoclip: Andrea Campajola
Post-produzione video e audio: IN HOUSE
Grafica: Paolo Sperandeo
Una produzione: Jolefilm e Costanza Quatriglio
con la collaborazione di:  Ines Vasiljevic
in collaborazione con: Istituto Luce Cinecittà
Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà
Con
Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Anna Balestrieri, Gaetano Aronica
Stella studia Farmacia all’università. Quando è l’ora della tesi viene inserita in un gruppo di ricerca. Pian piano si rende conto che nei laboratori di chimica qualcosa non va. L’ambiente è insalubre, qualcuno comincia a star male, i professori parlano di coincidenze. L’amica Anna, che ha lasciato gli studi per suonare in un gruppo indie-punk, vorrebbe che Stella smettesse di passare intere giornate in laboratorio; Stella, al contrario, non vuole rinunciare al suo sogno. Dall’incredulità alla perdita di ogni certezza: la sua storia si intreccia con il diario di un giovane dottorando che ha già percorso la strada in cui Stella si imbatterà. Ispirato al memoriale – denuncia di Emanuele, dottorando nel Dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell’Università di Catania, morto di tumore al polmone nel dicembre 2003.

Con il fiato sospeso

Ciascun cineasta, nella propria attività, sperimenta in continuazione quel limite oltre il quale ciò che si vuole raccontare diventa impalpabile, non filmabile. Nel cinema documentario il non filmabile è quella soglia che divide il discorso pubblico che un testimone ha desiderio e disponibilità a fare e la propria intimità che ritiene inviolabile, almeno entro una determinata misura. Nel caso specifico dei fatti raccontati ne Con il fiato sospeso, la percezione di questo limite fin da subito mi ha spinto a desiderare la messa in scena, la scrittura di una sceneggiatura e il lavoro con gli attori. Anche quella tra cinema di finzione e cinema documentario è una soglia, ed è proprio lavorando su questi diversi limiti, che ho concepito il film. Mi sono chiesta fin da subito quanto volessi rappresentare senza mediazioni il dolore di un padre e di una madre per la morte di un figlio; quanto la rappresentazione di questo dolore nel contesto di un film documentario non schiacciasse il senso stesso del racconto rendendolo ingestibile per lo spettatore, addirittura repulsivo e “falsificante” del senso generale che necessariamente un film deve contemplare anche quando racconta una micro-storia. Ecco che lo spaesamento, il dolore, interpretato da una attrice o da un attore, può essere il dolore di tutti noi, può legittimamente trascendere quella vicenda umana particolare, e diventare qualcosa di estremamente condivisibile. Ho deciso, quindi, che avrei usato il mezzo più usuale e riconoscibile del cinema della realtà, l’intervista, e l’avrei messo a disposizione di un film di finzione. La testimonianza diretta di Stella, interpretata da Alba Rohrwacher, mi ha permesso di entrare e uscire dai due diversi generi, fornendo allo spettatore, attraverso il linguaggio, una riflessione non solo sul dolore, ma anche sul cinema. Una contaminazione che mi ha permesso di portare alle estreme conseguenze un ragionamento nato con L’isola, che in questi anni ho portato avanti. Anche qui vi è un continuo dialogo tra i dettagli di realtà inseriti in contesti di finzione e viceversa ed è da questo dialogo che trae linfa una drammaturgia frutto di una relazione potente con l’ambiente, in cui il punto di vista è imprescindibile quanto la necessità di raccontare questa storia.

Con il fiato sospeso su jolefilm.com

recensione di alicegrisa

Stel­la è una stu­den­tes­sa di far­ma­cia. In fase di tesi co­min­cia a fre­quen­ta­re per molte ore al gior­no il la­bo­ra­to­rio, tra­sfe­ren­do­si dalla pro­vin­cia a Ca­ta­nia in un ap­par­ta­men­to con l'a­mi­ca-coin­qui­li­na Anna. Piano piano però co­min­cia a ren­der­si conto che qual­co­sa non va e si chie­de, men­tre i suoi ma­les­se­ri au­men­ta­no, se l'a­ria del la­bo­ra­to­rio sia tos­si­ca. Fino alla tra­gi­ca presa di con­sa­pe­vo­lez­za. La sua vi­cen­da ri­cal­ca la sto­ria di Ema­nue­le, dot­to­ran­do in Far­ma­cia al­l'U­ni­ver­si­tà di Ca­ta­nia morto nel 2003, di cui è ri­ma­sto un me­mo­ria­le.


"I've felt the hate rise up in me
Kneel down and clear the stone of lea­ves
I wan­der out where you can't see
In­si­de my shell, I wait and bleed
(?)
Well, I'm a vic­tim Man­chu­rian can­di­da­te
I have sin­ned by just ma­kin' my mind up"


Un'ou­ver­tu­re sul ge­ne­re Wait and bleed degli Sli­p­k­not con mu­si­ca strong e ma­sche­re an­ti­gas è la so­glia mu­si­cal-ca­tar­ti­ca per ac­ce­de­re al­l'u­ni­ver­sità del­l'or­ro­re, per­chè Col fiato so­spe­so parla di av­ve­le­na­men­to del­l'i­dea­li­smo tra­mi­te vie scon­vol­gen­te­men­te isti­tu­zio­na­li. Il do­cu­men­ta­rio della Qua­tri­glio è più vi­sce­ra­le che scien­ti­fi­co (come la can­zo­ne degli Sli­kp­not "Vado dove non puoi ve­der­mi/Al­l'in­ter­no del mio gu­scio, aspet­to e san­gui­no/Me lo tolgo di dosso, ora la luce è più in­ten­sa"); c'è un con­fi­ne cro­na­ca/fan­ta­sia ma è fra­gi­le e poco conta la de­mar­ca­zio­ne. 

Il plus va­lo­re è l'ap­pa­ra­to sim­bo­li­co, una rete ri­fi­ni­ta di cor­re­spon­dan­ces: rap­por­ti si­gni­fi­can­te-si­gni­fi­ca­to coin­vol­go­no le ma­sche­re, la mu­si­ca tri­ste e rab­bio­sa, le po­si­zio­ni e le in­qua­dra­tu­re e anche, so­prat­tut­to, il per­so­nag­gio di Anna (l'a­mi­ca della pro­ta­go­ni­sta Stel­la, ex ri­cer­ca­tri­ce ora can­tan­te nel grup­po dei Black Eyed Dog) a cui è af­fi­da­ta tutta l'e­la­bo­ra­zio­ne ar­ti­sti­co-emo­ti­va della vi­cen­da (lei stes­sa ha ab­ban­do­na­to gli studi di far­ma­cia per­chè "amava trop­po la chi­mi­ca e poco l'u­ni­ver­si­tà"). 

Terra pro­mes­sa e stru­men­to di di­stru­zio­ne, il la­bo­ra­to­rio uni­ver­si­ta­rio rap­pre­sen­ta una pic­co­la aset­ti­ca Ita­lia che si è ormai ac­ca­ni­ta in una morsa di au­to­di­stru­zio­ne. Il guer­rie­ro ha perso la sua ar­ma­tu­ra tra gli scaf­fa­li della bu­ro­cra­zia e si rende conto di dover pat­teg­gia­re con lo sta­tus di an­ti­e­roe; sfrut­ta tutte le ri­sor­se, si spac­ca mani e cuore per sal­va­re il mondo (o anche per ele­va­re il suo sta­tus, la sua car­rie­ra in modo meno no­bi­le ma le­git­ti­mo) e poi è co­stret­to a soc­com­be­re. E' come avere in mano un cubo di Rubik in cui non si riu­sci­rà mai ad avere tutto l'a­ran­cio da una parte, il bian­co da un'al­tra e il blu dal­l'al­tra an­co­ra: c'è sem­pre qual­co­sa che scric­chio­la in Ita­lia e in un caso come que­sto il pa­ra­dos­so è l'am­bien­te di in­ge­gne­ria della gua­ri­gio­ne come por­ta­to­re di morte. 

Il fat­tua­le, il fake fin­zio­na­le (il per­so­nag­gio di Stel­la, in­ven­ta­to e in­ter­pre­ta­to da Alba Rohr­wa­cher, ac­cor­pa vi­cen­de di per­so­ne reali) e il po­ten­te ap­pa­ra­to vi­si­vo-so­no­ro me­sco­la­no i ge­ne­ri do­cu­men­ta­rio, mu­si­ca­le e dram­ma­ti­co in un pro­dot­to in­no­va­ti­vo e spe­ri­men­tal­men­te ibri­do. Stel­la è in­qua­dra­ta in pri­mis­si­mo piano e rac­con­ta di­ret­ta­men­te allo spet­ta­to­re, come se gli par­las­se da solo, nel­l'in­ti­mi­tà di un sa­lot­to pri­va­to; si parte dalle ori­gi­ni, da una stu­den­tes­sa di media estra­zio­ne e con una com­pren­si­bi­le am­bi­zio­ne ac­ca­de­mi­ca; si passa dal pen­do­la­ri­smo, dalla vita di uni­ver­si­tà, dai con­si­gli della fa­mi­glia, le zuc­chi­ne e i po­mo­do­ri nel ce­sti­no del pran­zo; tutto così sem­pli­ce, tutto così ve­ro­si­mi­le. Fino ai ma­les­se­ri, al tur­ba­men­to, alla ma­lat­tia che si rial­lac­cia alla vera vi­cen­da del dot­to­ran­do Ema­nue­le, la cui voce nar­ran­te è af­fi­da­ta a un ca­li­bra­to Mi­che­le Rion­di­no

Il la­bo­ra­to­rio è si­ni­stro (la di­spo­si­zio­ne ri­cor­da al­cu­ni video di Ma­ri­lyn Man­son), E' ma­la­to come un Paese di na­vi­gan­ti, ar­ti­sti e poe­ti­che dopo i se­co­li dei lumi si è ri­dot­to a un ba­ci­no di con­trad­di­zio­ni sto­ri­che e so­cia­li. Co­stan­za Qua­tri­glio ha cre­du­to tanto in que­sto pro­get­to da rea­liz­zar­lo fuori for­ma­to (solo 35' ren­do­no molto dif­fi­col­to­sa una di­stri­bu­zio­ne nelle sale) e con i mezzi che aveva a di­spo­si­zio­ne. Non è un film di de­nun­cia (ci tiene a pre­ci­sa­re la che molti pro­fes­so­ri hanno la­vo­ra­to nei la­bo­ra­to­ri per anni e anni senza mai am­ma­lar­si), non vuole dare ri­spo­ste ma solo fare delle do­man­de. In at­te­sa della chiu­su­ra del caso giu­di­zia­rio sulle morti so­spet­te a Ca­ta­nia, ci si chie­de quali sono, se ci sono, i per­cor­si di frui­bi­li­tà di que­sto buon pro­dot­to che è in­di­spen­sa­bi­le ve­de­re se si ha vo­glia di ri­flet­te­re su dove stia­mo an­dan­do e che ge­ne­re di pro­ble­mi in­ter­rom­po­no le no­stre più o meno pure aspi­ra­zio­ni.

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