Tredici avvisi di garanzia sono stati notificati dalla Guardia di finanza ad altrettanti deputati ed ex deputati dell’Assemblea regionale siciliana, nell’ambito dell’inchiesta sulle spese dei gruppi parlamentari. I provvedimenti riguardano i capigruppo della vecchia legislatura, che dovranno presentarsi in Procura a Palermo.
L’inchiesta parte dalle spese dei gruppi dell’Assemblea regionale nella precedente legislatura, tra cui anche beni di lusso, come borse Louis Vuitton, auto di lusso e viaggi. Tra gli acquisti fatti dai gruppi parlamentari e alcuni deputati, gioielli ma anche rimborsi di soggiorni in alberghi extra lusso. Si tratta dei rimborsi destinati ai gruppi e che sarebbero stati spesi illecitamente.
È stato il deputato Antonello Cracolici, ex capogruppo del Pd, a comunicare all’Aula riunita per l’approvazione di bilancio e finanziaria di avere ricevuto un avviso di garanzia.
Gli inviti a comparire sono stati notificati ad Innocenzo Leontini, Rudy Maira, Cataldo Fiorenza, Giulia Adamo, Nunzio Cappadona, Antonello Cracolici, Francesco Musotto, Nicola Leanza, Nicola D’Agostino, Giambattista Bufardeci, Marianna Caronia, Paolo Ruggirello e Livio Marrocco. Ma nell’inchiesta, che riguarda spese e rimborsi, sarebbero coinvolte 93 persone ed in particolare 83 tra deputati ed ex deputati ma anche 14 tra consulenti e dipendenti dei gruppi. L’ipotesi di reato contestata è di peculato. Le spese illegittime, secondo quanto accertato dagli investigatori, ammonterebbero a oltre 10 milioni di euro.
“Apprezziamo il gesto e la sensibilita’ di Antonello Cracolici che, appena ricevuta una comunicazione formale dagli inquirenti in merito all’indagine sull’Ars, ha sentito il bisogno di comunicarlo prima al gruppo PD e subito dopo al Parlamento. Un gesto rispetto istituzionale che va apprezzato”. Lo dicono il segretario regionale, Giuseppe Lupo ed il presidente del gruppo parlamentare Pd, Baldo Gucciardi. “Quanto alle contestazioni rispetto all’attivita’ di Cracolici in qualita’ di capogruppo durante la scorsa legislatura – continuano – siamo certi che tutto il suo operato e’ avvenuto nel rispetto delle regole e nell’ambito della sua funzione istituzionale. La fiducia nel lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine ed allo stesso tempo la conoscenza e stima delle qualita’ personali e politiche di Cracolici ci rende sicuri che la sua posizione verra’ al piu’ presto positivamente chiarita”.
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Spending Pascale

Per la revisione delle «spese pazze» di Palazzo Chigi ci vorrebbe la fidanzata di Berlusconi

La storia, rivelata da Oggi, dei fagiolini di Arcore che venivano pagati 80 euro al chilo ha fatto giustamente il giro del mondo. Non è dato sapere quanto incassi attualmente il verduraio di casa Berlusconi, ma di sicuro Francesca Pascale ha avviato una rigorosaspending review. Auguri. Quando avrà completato la revisione delle spese di Villa San Martino, però, suggeriamo che la fidanzata del Cavaliere si faccia assumere, anche a tempo determinato, da Enrico Letta.
Non per una riedizione “familiare” delle larghe intese, per carità. Ma perché a Palazzo Chigi c’è bisogno di lei. Altro che fagiolini, in effetti… Un clamoroso articolo di Federico Fubini su Repubblica ha infatti alzato il velo sulle “spese pazze” della presidenza del Consiglio nel 2013. In attesa delle prevedibili smentite e/o precisazioni da parte del governo, ecco alcune delle voci più tragicomiche. A quanto pare, nell’ultimo anno sono stati spesi circa 20 mila euro in acqua minerale, pari a 150 bottiglie al giorno: si suppone “non frizzante”, altrimenti il premier starebbe svolazzando in aria come Paolo Villaggio in Fantozzi contro tutti. In «saponi per lavastoviglie» sono stati investiti 1.905 euro (colpa del magna-magna?); in «scatole con coperchio» 6.221 euro (devono aver svuotato l’Ikea); in «noleggio lenzuola» 2.181,59 euro (giuro che delle lenzuola in affitto non avevo mai sentito parlare). A Palazzo Chigi tengono molto alla pulizia, per cui sono stati spesi più di 25 mila euro per «lavaggio tende» e, evidentemente non soddisfatti, eccone altri 4 mila per «acquisto tende». In caffè se ne sono andati 4 mila euro: a spanne, 20 o 30 mila tazzine. E per lo «spostamento di n. 5 fotocopiatrici» l’esborso è stato di 1.300 euro (la prossima volta, se chiamano me, gliele sposto per meno della metà, prometto). E stiamo parlando della sede del governo centrale, il palazzo di vetro che più trasparente non si può. Figuriamoci che cosa succede nei ministeri, nelle sedi periferiche, negli uffici regionali, provinciali, comunali…
Quando si parla dei costi della politica il pensiero va immediatamente ai lauti redditi dei parlamentari, ai rimborsi elettorali, ai denari elargiti ai partiti e ai gruppi, agli stipendi e alle pensioni d’oro di politici o burocrati. Si pensa allo shopping che fanno certi personaggi a spese nostre, o ai 15 mila forestali in Sicilia contro i 406 del Piemonte. Ci si indigna. Ed è giusto che sia così, perché su molte di queste voci bisognerebbe tagliare senza pietà. Sfuggono spesso, però, all’opinione pubblica, le “piccole” spese allegre delle amministrazioni, oltre alle innumerevoli “marchette” a favore di questo o quel cliente, amico, elettore, sostenitore. La spesa pubblica, in Italia, si aggira intorno agli 800 miliardi. Per tutto il 2013 siamo stati appesi (anzi, ci siamo ancora) allo psicodramma sull’Imu, che valeva 4 miliardi. Mentre negli altri 796 si annidavano sprechi, furti e assurdità di tutti i tipi. Ora per cercare di mettere ordine il governo ha chiamato un importante ex funzionario del Fmi (Fondo monetario internazionale), Carlo Cottarelli. Il quale, dopo pochi mesi di lavoro, sembra abbia già le mani nei capelli e si chieda chi gliel’ha fatto fare. Dovesse dimettersi, date retta a me, chiamate la Pascale.