L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























sabato 8 marzo 2014

UNA STRADA ED UNA WEB STORY, FIRENZE E PALMI RICORDANO COSÌ ROSSELLA CASINI

UNA STRADA ED UNA WEB STORY, FIRENZE E PALMI RICORDANO COSÌ ROSSELLA CASINI

Palmi (Reggio Calabria - Firenze) -Aveva 25 anni, sapeva cosa era giusto e cosa non lo era e non temeva di agire di conseguenza. Il suo corpo non è mai stato trovato. Non c’è una tomba dove porre un fiore. Rossella Casini era figlia unica e i suoi genitori sono morti dopo di lei, senza conoscere la verità. La madre è morta di dolore. Solo il padre, Loredano, lesse sui giornali venti anni dopo la scomparsa nel nulla della figlia, che lei era stata uccisa dalla ndrangheta che aveva sfidato da sola. Persino il suo volto era rimasto sconosciuto anche dopo che della sua drammatica storia era stato reso noto l’epilogo peggiore con le rivelazioni di tre collaboratori di giustizia nel luglio del 1994 che ne avevano riferito come di una straniera condannata a morte; anche dopo che la giornalista reggina Francesca Chirico ne aveva raccontato la vicenda nel suo saggio “Io parlo. Donne ribelli in terra di ndrangheta”, anche dopo che Libera Nomi e numeri contro le mafie aveva cercato di saperne di più. Questa è la storia di amore, di coraggio e di violenza mafiosa vissuta dalla giovane fiorentina, Rossella Casini, residente a Santa Croce con i genitori, studentessa di Psicologia presso l’università di Firenze. Una sua foto, reperita sul libretto dell’ateneo, ha cominciato a circolare solo alcuni mesi fa. Il buio avvolge dal quel 22 febbraio del 1981 in cui dalla Calabria non ha fatto ritorno in Toscana, la fine della sua vita, cambiata per sempre quando si innamora di un giovane calabrese Francesco Frisina, mentre in quella fetta di Calabria, a Palmi in provincia di Reggio una faida sanguinaria è in atto e vede tra le ndrine coinvolte anche la famiglia di Francesco. Del suo Francesco. Rossella scopre nel modo peggiore che la famiglia del fidanzato era affiliata alla ndrangheta quando, durante una delle sue visite in Calabria, a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, un’esecuzione mafiosa spezza la vita del padre di Francesco, Domenico Frisina, nel luglio del 1979. Solo pochi mesi dopo, nel dicembre del 1979, vittima dell’agguato è lo stesso Francesco. E’ allora che Rossella comincia a farsi domande, a chiedere, a pretendere risposte e a scoprire l’imponderabile: la famiglia del fidanzato è coinvolta in una faida mafiosa con i Condello ed i Gallico. Non si cura dei rischi, si ribella. Ignara e lontana dalla mentalità mafiosa, ritiene immediatamente normale denunciare il delitto, rivolgersi allo Stato, violare il muro di omertà e paura che non conosce e non vede. Convince anche il fidanzato Francesco, affiliato, a collaborare con la giustizia. Siamo alla fine degli anni Settanta. Quella scelta di coraggio nel tentativo di costruire con il suo fidanzato un futuro libero è stata brutalmente punita. Il fidanzato Francesco ritratta e lei scompare nel nulla.
La memoria e la giustizia hanno un enorme conto in sospeso con la famiglia Casini che ormai non c’è più. Concetta Frisina, sorella di Francesco e imputata come presunta mandante, ed i due presunti esecutori anche loro parenti, sono stati assolti nel 2006.
Chi resta, chi sopravvive eredita il compito di civiltà di non dimenticare Rossella come tutti coloro che si sono opposti alle mafie. Anche Firenze ricorda. Qui Emanuela Gasbarroni, giornalista e documentarista, ha realizzato una web story in pillole, intitolata “Verso il domicilio sconosciuto”, pubblicata sul sito di Repubblica ed interpretata da Giusy Salis e Fiamma Negri, autrice una e attrice l’altra, che stanno portando a teatro uno spettacolo ispirato alla storia di Rossella e che, nel documentario, indagano per scoprire e raccontare la sua vicenda ancora avvolta nel mistero.
Anche Palmi, il comune dove la giovane ha visto finire la sua vita, sta compiendo un percorso di recupero di questa memoria. Lo fa Palmi, lo fa la Calabria, lo fa Firenze: lo fanno per i genitori di Rossella che non possono più farlo. Su sollecitazione del coordinamento “Intitoliamo una strada o una via a Rossella Casini”, il Consiglio comunale ha approvato quasi all’unanimità la proposta in merito. Già arriva un suggerimento da parte del direttore del carcere di Palmi, Romolo Pani, di intitolare la via che conduce alla casa circondarialea alla giovane fiorentina. In concomitanza con il drammatico anniversario della scomparsa di Rossella Casini, lo scorso 22 febbraio, lo stesso coordinamento ha nuovamente riaperto la questione affinchè questa intitolazione abbia luogo al più presto.
(…) Oggi, che questo iter è oramai avviato, non possiamo non tornare a sollecitare le Istituzioni perché individuino fattivamente il luogo da intitolare alla studentessa fiorentina e che lo facciano presto, perché nessuno dimentichi che la violenza mafiosa, la logica e la cultura della ndrangheta soffocano la nostra terra, rendendola povera, inquinata e senza nessuna prospettiva di crescita e sviluppo.
In Toscana, a Firenze come a Scandicci, si moltiplicano le iniziative in memoria di Rossella Casini; il comune di Scandicci, paese d’origine della famiglia Casini, intitolerà presto una scuola in memoria di Rossella. (…)Ricordare Rossella Casini con l’intitolazione di una via o una piazza significa comunicare resistenza, opposizione e indignazione alle logiche mafiose, significa scriverlo a grandi lettere su un muro, e tenerlo da monito sempre.
Il coordinamento, dunque, intende ribadire l’opportunità e l’urgenza di sbloccare l’iter intrapreso e di procedere finalmente alla intitolazione della via, ricordando il coraggio di Rossella Casini, e nel suo nome farci portatori di una vera cultura anti ‘ndrangheta”, si legge nella nota stampa del coordinamento.
Il sindaco di Palmi, Gianni Barone, ai nostri microfoni ha assicurato che l’iter è in corso e che sono in atto le procedure burocratiche necessarie per l’intitolazione della strada che presto porterà il nome di Rossella.
Anna Foti
Sabato 08 marzo 2014

Ore 15:10
http://www.reggiotv.it/notizie/attualita/36171/strada-ed-web-story-firenze-palmi-ricordano-cos-rossella-casini



“Io parlo”, donne ribelli in terra di ‘ndrangheta

di Paola Bottero il L'analisi


“Restare qui, e restare una persona perbene è l’unico modo di rispettare quello che ha fatto papà”. Ha la voce di Stefania Grasso la frase che meglio racchiude il senso di Io parlo – donne ribelli in terra di ’ndrangheta di Francesca Chirico, pubblicato da Castelvecchi. È uscito a marzo, sta facendo il giro della Calabria e non solo. Molto spesso nelle presentazioni accanto all’autrice c’è Michele Prestipino, il procuratore aggiunto Dda di Reggio Calabria, che ha scritto la prefazione e aggiunge altre parole alle tante contenute nel libro. È importante ed utile ascoltarli duettare, andare oltre il visto si stampi. Ma è ancora più importante trovare il tempo – nemmeno troppo, in realtà: si legge veloce, scorre via come le storie di cui fissa per sempre la memoria – per trovare tra le pagine l’essenza stessa della ribellione. La natura più intima dell’essere donna in questa terra “che si mangia le persone”, per dirla con la crudezza utilizzata dall’autrice nel raccontare l’approccio di Angela Casella al percorso che le permetterà di riavere il figlio rapito nel 1988.

È brava, Francesca. Ma questo lo sapevamo da tempo. Ha una scrittura pulita, documentata, che racchiude un vortice senza fine di umanità e di sentimenti nell’apparente asetticità con cui ricostruisce le sue – le nostre – storie. Sono proprio il taglio (solo apparentemente) giornalistico, il suo modo lieve di mettere sul piatto l’incalzare degli eventi, la misura nello snocciolare fonti e fatti, il suo non indulgere sulla via troppo facile delle emozioni a dare un respiro alto alla lettura. Trovi, qua e là, lame che ti si conficcano dentro per non uscire più. Lame che conosci e ti fanno male da tempo, ma che ti feriscono ancora, di un dolore nuovo. Ferite vive, con tanti nomi. Quello di Rossella Casini: “E alla fine l’hanno espulsa, con il suo accento fiorentino e i suoi costumi «nordici», come un elemento estraneo e dannoso alla conservazione del sistema”. E di Marianna Rombolà: “Le donne calabresi? «Continuano a piangere in casa».” Quello della speranza di Deborah Cartisano: una speranza che “nata in mezzo a tutta quella sofferenza, è riuscita a conficcarsi fin dentro le pietre”. Quello di Teresa Cordopatri, derisa “per l’età avanzata, per l’inesperienza e per quel titolo nobiliare che fa a pugni con la fatica dei campi”. E di Cetta Cacciola:“«Questo è il tuo matrimonio e te lo tieni per tutta la vita». Il 20 agosto 2011, nel bagno di casa, la donna decide che non vuole tenersi più neppure la vita”. Nomi noti, nomi conosciuti: da Adriana Musella a Liliana Carbone, da Rosanna Scopelliti ad Anna Maria Scarfò, passando per le tante donne di cui Chirico ritesse il coraggio di spezzare per sempre la viralità di una cultura, quella ’ndranghetista, che può essere sconfitta. Parola di Denise Cosco e Lea Garofalo. Di Simona Napoli, di Tita Buccafusca, di tutte le “nemiche di «famiglia»” che vanno e sono andate, consapevolmente e pagandone il caro prezzo, contro la legge, quella secondo la quale «chi tradisce e disonora la famiglia deve essere punito con la vita».
Mi sono chiesta a più riprese, ripercorrendo tra le pagine di Io parlo le vite di donne simbolo del riscatto di Calabria, quale sarà l’impatto su chi non ne conosce i drammi, e si troverà per la prima volta di fronte alle loro urla dirompenti. Servirà per uscire dal pregiudizio Calabria=’ndrangheta? O confermerà l’idea che la barbarie che fa da triste filo conduttore dell’intero libro esiste e continuerà ad esistere?
La risposta è arrivata chiara con l’immagine che chiude l’ultimo capitolo, coniugato come gli altri su brani tratti dalla Cassandra di Christa Wolf. Un’immagine bruciata: quella della mini cooper di Fabrizio Pioli, il cui corpo è stato ritrovato dopo l’uscita del libro, grazie alla confessione di uno dei suoi assassini, il padre della ragazza colpevole di amarlo e di esserne riamata. Un’immagine che può cambiare radicalmente il peso, di gramsciana memoria, che si racchiude nel termine indifferenza: solo gli occhi di chi leggerà, solo le domande di chi respirerà le vite sospese, che pesano come i macigni delle parole di Francesca Chirico, potranno dare un senso compiuto – mi piacerebbe scrivere definitivo – alla voglia di riscatto della Calabria che vuole e ce la può fare.

Presentazione del libro "IO PARLO" di Francesca Chirico
Organizzato da Diamante "La Grande Bellezza"


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