L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























giovedì 17 luglio 2014

Giro di vite su Regione, Comuni e stipendi

Giro di vite su Regione, 
Comuni e stipendi

Ecco cosa c’è nel dossier cui costi della politica

di SERGIO RIZZO



La prudenza. La necessità di non incattivire i rapporti con le Regioni mentre si ammorbidisce il Titolo V della Costituzione. O la voglia di non farsi altri nemici. Di ragioni per giustificare che il rapporto sui costi della politica sia in un cassetto anziché sul web come vorrebbe Carlo Cottarelli, ce n’è un migliaio: magari plausibili. Ma non accettabili. Non sono ragioni accettabili da un governo che ci ha promesso trasparenza assoluta e annunciato guerra agli sprechi. Anche perché se quella roba non diventa di pubblico dominio è come se non fosse mai esistita.

Ma cosa c’è in quel documento pronto da quattro mesi e ancora misteriosamente ignoto, come ha denunciato ieri con irritazione su questo giornale da Riccardo Puglisi, uno del gruppo di lavoro coordinato da Massimo Bordignon che l’ha curato? Per esempio, il fatto che il problema principale, come molti del resto ormai sostengono, è rappresentato dalle Regioni. Da qui la proposta di allineare il costo degli apparati politici regionali a parametri standard. Il che non significa soltanto gli stipendi degli eletti, ma anche il loro numero e quello del personale che gli ruota intorno, con tutte le spese relative. Garantirebbe un risparmio di almeno 300 milioni l’anno, e sarebbe un’operazione di puro buonsenso. Portata alle conseguenze più radicali potrebbe anche modificare la geografia politica. Un esempio? Secondo il rapporto la Regione Molise non avrebbe ragione di esistere. 
Ancora: chi ricopre un incarico pubblico ed elettivo non può avere uno stipendio e una pensione o un vitalizio, o magari addirittura due, come non raramente capita. Il tutto accompagnato anche da un articolato di legge bell’e pronto messo a punto con la collaborazione del predecessore del commissario alla spending review Cottarelli, Piero Giarda.

Il gruppo di lavoro incaricato di mettere a nudo gli aspetti più delicati (e scabrosi) di un sistema impazzito segnala circostanze incresciose nelle quali sono state rifiutate loro le informazioni. Il che tuttavia non ha impedito di scoprire come in molti casi norme moralizzatrici quali quelle del decreto Monti del 2012 sono state aggirate con autentiche furbate che hanno limitato la riduzione dei consiglieri prevista dalla legge, fatto rientrare dalla finestra spese uscite dalla porta, vanificato l’innalzamento dell’età pensionabile. Un fatto, quest’ultimo, clamoroso: Monti aveva previsto che dal 2012 in poi nessun consigliere regionale avrebbe più intascato il vitalizio prima di 66 anni, e ancora oggi alla Regione Lazio è invece possibile incassarlo a 50 grazie alla sopravvivenza delle vecchie regole. Per non parlare della Sardegna, dove l’ex presidente dell’assemblea regionale Claudia Lombardo, di Forza Italia, percepisce da pochi mesi un vitalizio da 5.129 euro all’età di 41 anni.
Il rapporto scomparso non risparmierebbe nemmeno i Comuni (un mondo da cui proviene il premier Matteo Renzi e alcuni dei suoi collaboratori più stretti a cominciare da Graziano Delrio) per i quali stima un minore esborso annuale di qualche centinaio di milioni grazie a una rigorosa politica di accorpamenti per quelli al di sotto dei 5 mila abitanti, i quali assorbono il 54 per cento della classe politica locale. Numerosissima, stando ai dati contenuti nella relazione della Corte dei conti sul rendiconto dello Stato, pubblicata qualche settimana fa. I politici comunali sono 138.834: uno ogni 427 cittadini italiani. Tanti. Troppi, anche se il loro costo unitario non è paragonabile a quello delle altre istituzioni. Con qualche significativa eccezione. Il documento cita il caso del Trentino Alto Adige, per sostenere la necessità, anche qui, di allineare gli esorbitanti stipendi dei suoi sindaci a quelli del resto d’Italia: considerando che il primo cittadino di Merano guadagna 3 mila euro al mese più di quello di Milano, città 35 volte più popolosa
Per la Corte dei conti gli apparati politici comunali costano 1,7 miliardi l’anno, contro il miliardo e mezzo circa di Camera e Senato, che hanno 945 onorevoli più i senatori a vita, e il miliardo delle Regioni, dove si contano 1.270 fra eletti e assessori. Solo per pagare stipendi e pensioni di deputati e senatori si sono spesi nel 2013 ben 447 milioni, con un aumento di 8 milioni sul 2012. Ciò esclusivamente a causa della crescita della spesa per i vitalizi, pari ormai a metà del totale (220 milioni). 
Compresi gli europarlamentari e gli apparati provinciali, i politici italiani sono in tutto 145.591. Uno ogni 407 residenti nel nostro Paese. Il che la dice lunga sul peso della politica in Italia. 
I magistrati contabili riconoscono che nonostante l’aumento dei vitalizi le spese di Camera e Senato nel 2013 si sono ridotte rispettivamente del 5 e del 4 per cento. Inoltre il taglio dei vertiginosi stipendi del personale delle due Camere (arrivati a superare la media per dipendente di 150 mila euro l’anno) sarebbe ormai avviato. Mentre mancano pochi giorni alla rescissione dei costosissimi affitti dei palazzi Marini dell’immobiliarista Sergio Scarpellini, resa possibile da una legge voluta dal Movimento 5 stelle, che farebbero risparmiare a Montecitorio fra 32 e 37 milioni l’anno. Al netto s’intende, delle inevitabili cause giudiziarie che saranno intentate contro questa decisione. Vedremo. L’impressione è che per allineare davvero le uscite di Camera e Senato a quelle degli organismi equiparabili di altri Paesi la strada sia ancora lunga e insidiosa.
E se «il costo relativo al 2013» del Quirinale è stato di 228 milioni di euro, cioè «pari a quanto speso l’anno precedente», la Corte dei conti non manca di sottolineare che nel 2013 la presidenza del Consiglio ci è costata 458 milioni, con un aumento dell’11 per cento, e che gli apparati politici dei ministeri «hanno comportato una spesa di oltre 200 milioni». Le sforbiciatine saranno state dunque volenterose, ma di sicuro non sufficienti considerando la mole delle uscite delle sole strutture politiche istituzionali: 6 miliardi. Lo scorso anno le quelle centrali (Camera, Senato, Quirinale, Palazzo Chigi...) sono costate circa 3 miliardi, con un calo del 4 per cento sul 2012. Altri 3 miliardi sono stati spesi per mantenere quelle locali, giunte e consigli di Regioni, Province e Comuni: in flessione, secondo i magistrati contabili, del 5 per cento. Troppo poco, dopo un’indigestione di quella portata. I costi della politica «rappresentano una voce di spesa significativamente maggiore rispetto a quella sostenuta nei paesi demograficamente confrontabili con l’Italia, quali Germania, la Francia, la Gran Bretagna, la Spagna. Ne consegue l’esigenza, non ulteriormente procrastinabile, di un’adozione di misure contenutive coerenti», conclude la Corte dei conti. Senza citare, per carità di patria, l’indotto. Innanzitutto quello dei partiti: sul quale si è fatta fin troppa melina. Tanto per dirne una, aspettiamo ancora la famosa legge attuativa dell’articolo 49 della Costituzione, quella che dovrebbe regolamentare dopo quasi settant’anni natura e funzioni dei partiti. E la legge che ha riformato il finanziamento pubblico continua a suscitare perplessità. Non a caso quel rapporto svanito propone di anticipare l’abolizione dei rimborsi elettorali... 



Cosa c’è nel dossier scomparso sulla spending review

di   - 16/07/2014 - Consegnato lo scorso marzo, scomparso dall'agenda politica. Sergio Rizzo sul Corriere della Sera ha svelato le proposte di taglio su Regioni, Comuni e stipendi

Cosa c'è nel dossier scomparso sulla spending review

Consegnato lo scorso marzo, scomparso dall’agenda politica. Si sono perse le tracce del dossier sulla revisione della spesa pubblica, aveva denunciato sul Corriere della Sera Riccardo Puglisi, che aveva partecipato a uno dei 25 gruppi di lavoro sulla spending review, attività coordinate da Carlo Cottarelli. Sul quotidiano di via Solferino è stato Sergio Rizzo a ricostruire cosa c’è nei documenti, non pubblicati nel sito internet creato “ad hoc”, nonostante le promessa di trasparenza (nello stesso sito definita «un valore fondamentale nella Pubblica Amministrazione»).
IL DOSSIER SUI COSTI DELLA POLITICA –  Rizzo ha ricordato come il problema principale sia rappresentato dai costi della Regioni:
 «Da qui la proposta di allineare il costo degli apparati politici regionali a parametri standard. Il che non significa soltanto gli stipendi degli eletti, ma anche il loro numero e quello del personale che gli ruota intorno, con tutte le spese relative.
Un’operazione che, secondo il giornalista, permetterebbe di risparmiare circa 300 milioni di euro ogni anno. Non sarebbe troppo complicato nemmeno modificare la geografia politica, attraverso una serie di accorpamenti.
LEGGI AGGIRATE – C’è da ricordare come in passato, di fronte a norme introdotte per abbassare i costi della macchina pubblica, non sono mancati gli stratagemmi e le “furbate” per aggirare le leggi. Se il decreto Monti del 2012 aveva deciso la riduzione dei consiglieri regionali, «sono state fatte rientrare dalla finestra spese uscite dalla porta», così come «vanificato l’innalzamento dell’età pensionabile». Se l’ex presidente del Consiglio aveva previsto che dal 2012 in poi nessun consigliere regionale avrebbe più intascato il vitalizio prima di 66 anni, Rizzo ha ricordato come alla Regione Lazio c’è chi è riuscito ancora a incassarlo a soli 50 anni, grazie alla «sopravvivenza delle vecchie regole». Viene anche evocato un caso in Sardegna dove «l’ex presidente dell’assemblea regionale Claudia Lombardo, di Forza Italia, percepisce da pochi mesi un vitalizio da 5.129 euro all’età di 41 anni».
ANCHE I COMUNI COINVOLTI –  Secondo quanto riportato da Rizzo, anche iComuni risultano coinvolti nelle proposte di tagli alla spesa pubblica presenti del dossier. Con una sforbiciata di qualche centinaio di milioni, attraverso una politica di accorpamenti dei piccoli municipi, che assorbono il 54 per cento della classe politica locale. A quanto ammonta il numero dei politici comunali? Sono ben 138.834, secondo i dati contenuti nella relazione della Corte dei conti sul rendiconto dello Stato. Troppi, uno ogni 427 cittadini, come ha ricordato Rizzo. Senza dimenticare le spese, che si nascondono nelle regioni a Statuto speciale: il sindaco di Merano guadagna «3 mila euro al mese più di quello di Milano, città 35 volte più popolosa», ha aggiunto Rizzo.
LA SPESE DELLA POLITICA – Il giornalista ha poi ricordato le spese. Gli apparati politici comunali costano 1,7 miliardi l’anno, contro il miliardo e 500 milioni delle spese di Camera e Senato e il miliardo delle Regioni (in queste si contano 1.270 fra eletti e assessori). Lo scorso anno si è speso 447 milioni per pagare stipendi e pensioni dei parlamentari, con un aumento della spesa di 8 milioni rispetto all’anno precedente (per la crescita delle uscite per i vitalizi). Se si includono anche europarlamentari e apparati provinciali, nel nostro Paese i politici sono oltre 145mila. Rizzo ha ricordato anche possibili risparmi tra i 32 e i 37 milioni grazie alla rescissione degli “affitti d’oro” dei Palazzi Marini dell’immobiliarista Sergio Scarpellini, grazie a una legge voluta dal M5S.
Secondo l’opinione di Rizzo, «le sforbiciatine saranno state dunque volenterose, ma di sicuro non sufficienti considerando la mole delle uscite delle sole strutture politiche istituzionali: 6 miliardi». Senza dimenticare come restino perplessità anche sulla riforma del finanziamento pubblico: «Non a caso quel rapporto svanito propone di anticipare l’abolizione dei rimborsi elettorali», ha concluso il giornalista del Corsera.

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