L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























venerdì 30 gennaio 2015

NINO MATTARELLA, IL FRATELLO DEL PRESIDENTE E I PRESTITI DALL’USURAIO ENRICO NICOLETTI Le accuse su Bernardo che fecero perdere il self-control a Sergio

NINO MATTARELLA, IL FRATELLO DEL PRESIDENTE E I PRESTITI DALL’USURAIO ENRICO NICOLETTI




Quello che secondo molti è stato "il cassiere della Banda della Magliana" prestò 750 milioni di vecchie lire ad Antonino Mattarella. E' quanto emerge dal provvedimento del Tribunale di Roma che nel '95 sequestrò i beni del faccendiere romano


Le colpe dei fratelli non ricadono sui presidenti della Repubblica però è giusto conoscere a fondo la storia delle famiglie di provenienza quando si parla di capi di Stato. Sia nella luce, come nel caso del fratello Piersanti, nato nel 1935 e ucciso nel 1980 dalla mafia, sia nell’ombra, come nel caso di Antonino, nato nel 1937, terzo dopo Caterina (del 1934) e prima del piccolo Sergio, classe 1941. Antonino Mattarella ha fatto affari con quello che è da molti chiamato   “Il cassiere della Banda della Magliana” anche se quella definizione è imprecisa e sta stretta a don Enrico Nicoletti, una realtà criminale, come dimostra la sua condanna definitiva perassociazione a delinquere a 3 anni e quella per usura a sei anni, autonoma e soprattutto di livello più alto. Enrico Nicoletti era in grado di parlare con Giulio Andreotti, faceva affari enormi come la costruzione dell’università di Tor Vergata, si vantava di conoscere Aldo Moro, ha pagato parte del riscatto del sequestro dell’assessore campano dc Ciro Cirillo. Ora si scopre che ha prestato, 23 anni fa, 750 milioni di vecchie lire al fratello del presidente della Repubblica. Il Tribunale di Roma nel provvedimento con il quale applica la misura di prevenzione del sequestro del patrimonio di Nicoletti nel 1995 si occupa dei rapporti tra Nicoletti e l’avvocato Antonino Mattarella, cancellato dall’ordine professionale per i suoi traffici, secondo alcune pubblicazioni che risalgono a dieci anni fa (anche se nella lettera pubblicata qui sotto il fratello del capo dello Stato sostiene che la “cancellazione” è avvenuta in pendenza di una sua esplicita richiesta). Nell’ordinanza scritta dal giudice estensore Guglielmo Muntoni, presidenteFranco Testa, si descrive la storia di un palazzo in zona Prenestina comprato da Nicoletti, tramite una società nella quale non figurava, grazie anche alla transazione firmata con il curatore di un fallimento di un costruttore, Antonio Stirpe.
L’affare puzza, secondo i giudici, perché il curatore, Antonino Mattarella era indebitato con lo stesso Nicoletti. Il palazzo si trova in via Argentina Altobelli in zona Prenestina e ora è statoconfiscatodefinitivamente dallo    Stato. “Davvero allarmanti sono le vicende attraverso le quali il Nicoletti ha acquistato l’immobile in questione – scrivono i giudici – Nicoletti infatti ha rilevato l’immobile dalla società in pre-fallimento (fallimento dichiarato il 20 luglio 1984) dello Stirpe con atto 9 gennaio 1984; è riuscito ad evitare una azione revocatoria versando una cifra modestissima, lire 150 milioni, rispetto al valore del bene, al fallimento. La transazione risulta essere stata effettuata tramite il curatore del fallimento Mattarella Antonino, legato al Nicoletti per gli enormi debiti contratti col proposto (dalla documentazione rinvenuta dalla Guardia di finanza di Velletri emerge che il Nicoletti disponeva di titoli emessi dal Mattarella, spesso per centinaia di milioni ciascuno)”.
La legge fallimentare cerca di evitare che i creditori di un imprenditore restino a bocca asciutta. Il curatore dovrebbe evitare che, prima della dichiarazione di fallimento, i beni prendano il volo a prezzo basso. Per questo esistono contro i furbi le cosiddette azioni revocatorie che riportano i beni portati via con questo trucco nel patrimonio del fallimento. Il curatore dovrebbe vigilare e invece, secondo i giudici, l’avvocato Antonino Mattarella aveva fatto unaccordo con Nicoletti e il palazzo era finito nella società di don Enrico. Per questo le carte erano state spedite in Procura ma, prosegue l’ordinanza del sequestro, “una volta che gli atti furono trasmessi dal Tribunale Civile alla Procura della Repubblica per il delitto di bancarotta si rileva che le INDAGINI vennero affidate al Maresciallo P. che risulta tra i soggetti ai quali Nicoletti inviava generosi pacchi natalizi”.
Non era l’unica operazione realizzata dalla società riferibile a Nicoletti e poi sequestrata, la Cofim, con Antonino Mattarella. “In data 23 aprile 1992 risulta il cambio a pronta cassa dell’assegno bancario di lire 200 milioni non trasferibile, tratto sulla Banca del Fucino all’ordine di Mario Chiappini”, che è l’uomo di fiducia di Nicoletti per l’attività di usura. “In data 28 aprile viene versato sul predetto c/c altro assegno di lire 200 milioni sulla Banca del Fucino, tratto questa volta all’odine della Cofim dallo stesso correntista del primo assegno: questo viene richiamato dalla società, a firma dell’Amministratore sig. Enrico Nicoletti. In data 30 aprile 1992 la Banca del Fucino comunica l’avvio al protesto del secondo assegno). ”L’assegno citato – concludono i giudici di Roma – risulta essere stato emesso dal Prof. Antonino Mattarella”.
I giudici riportano le conclusioni del rapporto degli ispettori della Cassa di Risparmio di Rieti, Cariri. “A tal proposito – scrive il Tribunale – viene esemplificativamente indicato il richiamo di un assegno di 550 milioni emesso sempre dal Prof. Mattarella. Si riporta qui di seguito per estratto quanto esposto dall’ispettorato Cariri: ‘In data 15 maggio 1992 (mentre era in corso la presente ispezione), è stato effettuato dalla Succursale il richiamo di un assegno di Lire 550 milioni, tratto sulla Banca del Fucino da Mattarella Antonio, versato in data 4 maggio sul c/c 12554 della Cofim (società riferibile a Nicoletti e poi sequestrata, ndr). Il richiamo è avvenuto previo versamento sul c/c della Cofim di altro assegno di pari importo tratto dallo stesso Mattarella, essendo il primo insoluto’. La Banca del Fucino ha regolarmente informato la nostra Succursale (il giorno 21 o 22) che anche il secondo assegno, regolato nella stanza di compensazione del 18 maggio, era stato avviato al protesto. (…).
L’assegno di 550.000.000 lire è tornato protestato il 4 giugno e, al termine dell’ispezione, è ancora sospeso in cassa per mancanza della necessaria disponibilità per il riaddebito sul conto della Cofim”. I rapporti tra Nicoletti e Antonino Mattarella risalivano ad almeno 3 anni prima. I giudici riportano un episodio: il 17 luglio del 1989 Nicoletti telefona al suo uomo di fiducia Mario Chiappinimentre sta nell’ufficio di un tal Di Pietro della Cariri. Chiappini prende il telefono e dice al suo boss “che aveva prelevato e fatto il versamento e che era tutto a posto. Doveva sentire solo Mattarella con il quale aveva un appuntamento”.
da Il Fatto Quotidiano del 30 gennaio 2015
modificato dalla redazione web l’1 febbraio 2015

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
“Presi quei soldi da Nicoletti, ma vi spiego come andò…”
Caro direttore, leggo l’articolo pubblicato in prima pagina (edizione del Fatto Quotidiano di venerdì 30 gennaio) e scrivo per rettificarne i contenuti e chiedo la completa pubblicazione ai sensi della legge sulla stampa. A prescindere dalla circostanza che mai sono stato “radiato” dall’Albo degli Avvocati dato che si è trattata di una “cancellazione”, tra l’altro in pendenza di una mia esplicita richiesta al riguardo in quanto passato a “tempo pieno” all’insegnamento universitario, vorrete prendere nota di quanto segue: mai sono stato in affari con il Nicoletti. Ciò premesso. I movimenti di assegni segnalati nell’articolo (e altri) avevano origine da operazioni di prestiti a tasso “particolarmente elevato” ricevuti dal Nicoletti, noto operatore del settore (peraltro presentatomi, a suo tempo, da persona al di sopra di ogni immaginabile sospetto: un cancelliere del Tribunale di Roma), in ragione di difficoltà finanziarie nelle quali ero venuto a trovarmi per alcune operazioni immobiliari avviate in società con terze persone, per le quali avevo prestato garanzie personali, a cui ho dovuto far fronte in prima persona, con i proventi della mia attività professionale. Tutti i miei titoli rilasciati al Nicoletti per le operazioni di “prestito” sono stati da me pagati e, comunque, dette operazioni sono tutte successive alle vicende del fallimento Stirpe. Quanto all’immobile cui si fa riferimento, la ricostruzione dei fatti è totalmente errata.

Quando è stato dichiarato il fallimento Stirpe, l’immobile in questione era già nel patrimonio del Nicoletti in quanto lo stesso aveva ottenuto il trasferimento di proprietà prima della dichiarazione di fallimento in compensazione di crediti vantati con il debitore poi fallito. Dopo avere esaminato la documentazione, nella mia qualità di curatore fallimentare, ho ritenuto opportuno proporre il giudizio per l’azione revocatoria, l’esito del quale è stato favorevole al fallimento per cui il bene ritornava nella massa attiva. La difesa del Nicoletti (assistito da professionista di chiara fama) ha proposto appello avverso la decisione di primo grado. Nelle more è stata avanzata una proposta transattiva che prevedeva la rinuncia da parte del fallimento alla sentenza favorevole contro versamento della somma di 150.000.000 di lire, ferma restando la cancellazione dei debiti pregressi dello Stirpe a suo tempo compensati con il trasferimento del bene. La proposta transattiva è stata sottoposta al comitato dei creditori che ha espresso parere favorevole ed è stata approvata dal giudice delegato cui spettava la decisione (e non al curatore).
Quindi il prezzo pagato dal Nicoletti per l’immobile non è stato di 150 milioni, come riportato nell’articolo, ma a questa somma va aggiunto quanto compensato con la precedente operazione di acquisizione del bene prima del fallimento come si potrà accertare dalla documentazione relativa al fallito. Nelle more delle appena citate procedure per la formalizzazione della transazione, il giudizio di appello è andato avanti e rimesso al Collegio per la sentenza. Completate le formalità di approvazione dell’accordo transattivo, il Nicoletti ha versato l’importo concordato. Subito dopo è stata depositata la sentenza d’appello che, in accoglimento del ricorso del Nicoletti, ha rigettato la domanda in revocatoria proposta dalla curatela e accolta in primo grado! In conclusione, se non fosse intervenuta e definita la transazione con l’incasso di quanto concordato, il bene immobile, in seguito alla decisione dell’appello, sarebbe rimasto nella piena proprietà del Nicoletti senza l’esborso ulteriore di 150 milioni ottenuto con la transazione. Posso affermare che sono stato l’unico curatore fallimentare (o uno dei pochi) a proporre una azione revocatoria nei confronti del Nicoletti (nonostante i consigli contrari) e di aver definito con vantaggio per la curatela una vicenda nata da prestiti usurari risolti con acquisizione di un bene (prima del fallimento).
Antonino Mattarella 
La ricostruzione dei fatti è del Tribunale di Roma nell’ordinanza di sequestro dei beni di Enrico Nicoletti. (M.L.)
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/01/nino-mattarella-fratello-presidente-i-prestiti-dallusuraio-enrico-nicoletti/1388349/

Le accuse su Bernardo che fecero  perdere il self-control a Sergio 


Sergio Mattarella è l’ultimo rampollo di una famiglia che appare come la sintesi della storia di mezzo secolo di vita politica italiana e del partito che ne condizionò il destino: la Dc. La saga siciliana che parte da Castellammare del Golfo, le accuse di Gaspare Pisciotta e poi quelle di Danilo Dolci, e infine le ipotesi di Martelli che fecero infuriare il supercandidato al Quirinale  

di Patrizio Maggio

Bernardo Mattarella
Figlio di Bernardo e fratello di Piersanti, Sergio Mattarella è l’ultimo rampollo di una famiglia che appare come la sintesi della storia di mezzo secolo di vita politica italiana e del partito che, nel bene e nel male, ne condizionò il destino: la Dc. La saga dei Mattarella comincia a Castellammare del Golfo, un paesino in provincia di Trapani, dove  Bernardo era il primo dei sette figli di Santo e Caterina Di Falco. Il padre, un marinaio, uomo di modestissime condizioni economiche, aveva conquistato la fiducia dei Foderà, famiglia benestante che risiedeva a Palermo, e amministrava per conto di questi una piccola azienda agricola. Sin da giovanissimo, Bernardo manifesta una grande vivacità d’ingegno e una spiccata attitudine allo studio. Figlio di due ferventi cattolici, presto comincia ad interessarsi alle tematiche sollevate dal cattolicesimo organizzato, grazie anche al cugino Nicolò Di Falco, uno degli uomini più attivi del movimento cattolico nel trapanese.
Bernardo si laurea in giurisprudenza a Palermo, con De Gasperi è tra i fondatori della Dc, ed è un fiero avversario del separatismo. “Un movimento che bisogna seguire e vigilare – scrive in una lettera ad Alcide – anche per l’elemento poco buono da cui è circondato, la mafia”. Nel 1958 si dice favorevole all’istituzione di una Commissione parlamentare antimafia. Eppure su di lui, che fu ministro più volte e rivestì ruoli importanti nel suo partito, per anni gravarono le ombre di una vicinanza a Cosa nostra. Al punto che, in un’intervista pubblicata da Repubblica il 10 agosto  1982, persino il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa collegò l’uccisione di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione assassinato nell’ 80, alla vicenda paterna: “Come è potuto accadere – chiese Giorgio Bocca al generale Dalla Chiesa– che il figlio di Bernardo Mattarella sia stato ucciso dalla mafia?”. “…E’ accaduto questo – rispose il generale diventato prefetto di Palermo – che il figlio, certamente al corrente di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, ha voluto che la sua attività politica come amministratore pubblico fosse esente da qualsiasi riserva. E quando ha dato la chiara dimostrazione di mettere in pratica questo intento, ha trovato il piombo mafioso… il caso Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi… anche nella Dc aveva più di un nemico”.
Ipotesi, ombre, forse solo veleni su una saga che ha certamente segnato una certa stagione della Dc nella Prima Repubblica. Nel 1933, Mattarella senior sposa Maria Buccellato, un cognome ‘’pesante’’, lo stesso che appartiene ad una storica famiglia della mafia di Castellammare. Nella cittadina, il boss locale si chiamava Antonino Buccellato e aveva sposato Antonina Rimi, figlia diVincenzo e sorella di Filippo, indicati dagli investigatori come capi mandamento di Alcamo e ritenuti tra i primi ad avere rapporti diretti con la politica che conta. Da quel matrimonio in poi, sulla storia di Bernardo cominciano ad allungarsi le ombre che poi trascineranno il politico italiano, più volte ministro della Repubblica, in un vortice di accuse e sospetti combattuti a colpi di sentenze. Nel volume ‘’Fra diavolo e il governo nero: doppio Stato e stragi nella Sicilia del dopoguerra’’ pubblicato da Franco Angeli nel ’98, lo storico Giuseppe Casarrubea scrive: ‘’Mattarella non nascondeva la sua protezione per Vincenzo Rimi, vissuto da sempre all’ombra della Dc e considerato l’architrave dell’ edificio mafioso nella provincia di Trapani’’.
Le accuse di Gaspare Pisciotta
Al processo per la strage di ,, Mattarella fu accusato da Gaspare Pisciottadi essere implicato nella strage. Le accuse di Pisciotta furono riportare nella relazione di minoranza della commissione antimafia firmata nei primi anni Settanta dal deputato del MsiBeppe Niccolai, lavoro che Leonardo Sciascia in un’intervista alla tv francese definì ‘’una cosa seria’’. ‘’Gaspare Pisciotta – c’era scritto nella relazione – fu arrestato il 9 dicembre del 1950 e nel processo che si tenne a Viterbo, per la strage di Portella delle Ginestre, ammise di avere ucciso Giuliano nel sonno; dichiarò che l’incarico gli era stato affidato personalmente dal Ministro dell’Interno, il democristiano siciliano Mario Scelba (quello della legge contro la ricostruzione dei partito fascista!), e che la strage di Portella delle Ginestre era stata ordinata dal democristianoBernardo Mattarella e dai monarchici Alliata di Montereale e Cusumano Geloso’’. La dichiarazione su Mario Scelba fu giudicata estranea al processo. Mattarella, Alliata di Montereale e Cusumano Geloso furono prosciolti in istruttoria. Pisciotta fu condannato per la strage di Portella delle Ginestre, ma il 9 febbraio del 1954 veniva assassinato in carcere con un caffè avvelenato. Anche il pm nella sua requisitoria al processo di Viterbo aveva definito inaffidabile Pisciotta, che aveva fornito nove diverse versioni della strage, bollando come ‘’inattendibili’’ le sue accuse contro Scelba e Mattarella.
Nel ’65 toccò al sociologo Danilo Dolci accusare Bernardo Mattarella di collusioni con la mafia, con un dossier, poi riprodotto nel libro ”Chi gioca solo” del 1966, presentato in una conferenza stampa. Mattarella lo querelò, concedendogli facoltà di prova e, dopo un dibattimento durato circa due anni, Dolci fu condannato per diffamazione a due anni di reclusione, che non scontò per effetto dell’indulto approvato l’anno precedente. La sentenza del Tribunale di Roma del 21 giugno 1967, confermata dalla Corte d’appello e dalla Cassazione, afferma: ‘’Mattarella ha espresso sempre in modo inequivoco la sua condanna del fenomeno mafioso…’’ e ‘’…non è mai entrato in contatto con l’ambiente mafioso da lui invece apertamente e decisamente osteggiato nel corso di tutta la sua carriera politica’’. Le affermazioni di Dolci vennero additate come ‘’frutto di irresponsabili pettegolezzi, di malevoli dicerie se non addirittura di autentiche falsità’’. Ma il querelante, scrive lo storico Casarrubea ‘’non aveva avuto ugualmente partita vinta, se è vero che non era entrato più a far parte del terzo governo Moro, nonostante  fosse stato in precedenza ministro dell’Agricoltura e per il Commercio, nel primo governo Leone e nel secondo governo Moro (1963-1966)’’.
Le accuse di Joe Bananas
Poi fu la volta delle accuse di Joe Bonanno, detto Joe Bananas, boss di Castellammare che raccontò in un suo romanzo come Mattarella si trovasse tra coloro che lo accolsero quando arrivò all’aeroporto di Fiumicino per partecipare alla storica riunione di capimafia italo-americani e siciliani che si tenne all’Hotel delle Palme di Palermo. Nel romanzo, si narra del viaggio che il Bonanno fece in Italia, nel settembre 1957, al seguito del direttore del giornale ”Il progresso italo americano”, F. Pope. Ma come risulta da quel giornale i due arrivarono a Roma il 13 settembre di quell’anno e Mattarella non era presente: è facile verificarlo sia sul giornale di Pope, che su giornali italiani. La versione di Bonanno però per molti anni fu riportata dai giornali e creò non pochi problemi di immagine al vecchio Bernardo che nel frattempo scalava la carriera istituzionale a passi veloci ed era costretto ad inseguire le smentite.
In anni più recenti, e precisamente nel ’92 fu l’allora Guardasigilli Claudio Martelli a scagliarsi contro il vecchio Bernardo, già all’epoca defunto, provocando la reazione di Sergio Mattarella, tanto indignato da abbandonare il suo abituale self-control. “Bernardo Mattarella – disse l’allora ministro – secondo gli atti della Commissione antimafia e secondo Pio La Torre, fu il leader politico che traghettò la mafia siciliana dal fascismo, dalla monarchia e dal separatismo, verso la Dc’’. E addirittura ipotizzò: ‘’Può darsi, come molti affermano, che il figlio Piersanti si sia riscattato da quella storia familiare e che per questo sia caduto”. A quel punto, Sergio Mattarella ruppe il tradizionale riserbo e sbottò: ‘’Martelli la deve smettere con questa incivile abitudine di insultare le persone morte da tempo; questo attiene non alla politica ma soltanto alla educazione e alle basi elementari della convivenza civile ed umana. E poi, le sue, sono tutte menzogne. Mio padre fu notoriamente antifascista, contro la mafia che era monarchica e separatista. Fu repubblicano e fu il principale avversario del separatismo in Sicilia’’.
http://www.loraquotidiano.it/2015/01/30/le-accuse-su-bernardo-che-fecero-perdere-il-self-control-a-sergio_23484/

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