L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























venerdì 9 gennaio 2015

QUELLA COLT 22 SPARITA NEL NULLA LA CHIAVE DEL DELITTO ALFANO

QUELLA COLT 22 SPARITA NEL NULLA  LA CHIAVE DEL DELITTO ALFANO

A 22 anni dall’uccisione del giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto, i verbali del pentito Carmelo D’Amico che scagiona il killer Nino Merlino, rilanciano la pista che ruota attorno al revolver passato di mano in mano e poi sparito nel nulla, senza mai essere sottoposto a perizia balistica. La latitanza del boss Santapaola nelle carte dell’inchiesta ter sul tavolo del pm di Messina Vito Di Giorgio. E su tutta la vicenda, l’ombra di Saro Cattafi



C’è una pistola, una Colt 22, che passa di mano in mano tra varie persone, senza mai essere sottoposta a perizia balistica, ma che potrebbe essere quella che ha sparato al giornalista Beppe Alfano. E ci sono i verbali top-secret del pentito Carmelo D’Amico che riscriverebbero da capo il contesto dell’omicidio: secondo il collaboratore, l’esecuzione mafiosa scattata l’8 gennaio di 22 anni fa sarebbe legata alla latitanza del boss Nitto Santapaola. Sono gli elementi dai quali potrebbe ripartire l’inchiesta sui tre colpi di pistola che tapparono la bocca a un cronista scomodo nel cuore di Barcellona Pozzo di Gotto, luogo-simbolo dello Stato inerme davanti allo strapotere mafioso.
D’Amico avrebbe confermato che Alfano fu ucciso dalla mafia barcellonese, aggiungendo però che il delitto sarebbe stato commesso da un killer diverso da Nino Merlino, condannato per quell’omicidio a 21 anni di carcere insieme al boss Nino Gullotti, indicato come mandante e condannato a 30 anni. Dichiarazioni ora confluite nel fascicolo denominato “Alfano ter”, ancora aperto sulla scrivania del sostituto della Dda Vito Di Giorgio, al quale si sarebbe affiancato il collega Angelo Cavallo. I due sono titolari dell’indagine su Rosario Pio Cattafi, indicato come uomo-cerniera tra mafia, massoneria e servizi segreti, condannato in primo grado a 12 anni per associazione mafiosa e attualmente imputato nel processo d’appello davanti ai giudici di Messina. Cattafi, testimone a Palermo nel processo sulla Trattativa Stato-mafia, è l’uomo che giura di esser stato inviato dal vicedirettore del Dap Francesco Di Maggio a dialogare con il bossSantapaola, nella primavera del ’93, promettendo benefici carcerari in cambio dello stop alle stragi. Un millantatore? Ma che c’entra Cattafi, mai formalmente indagato per il delitto Alfano, con la morte del giornalista?
Tutto ruota attorno a quella pistola scomparsa, le cui tracce vengono scoperte dall’avvocatoFabio Repici, difensore di parte civile della famiglia Alfano, in un verbale del 28 gennaio 1993. A venti giorni dall’uccisione del cronista de ”la Sicilia”, il pm Olindo Canali si accorge che l’imprenditore Mario Imbesi possiede una Calibro 22, e se la fa consegnare, senza sequestrarla formalmente. Otto giorni dopo, il 5 febbraio, la restituisce al proprietario: quel revolver è l’arma del delitto Alfano? Il giornalista è l’autore di alcuni articoli che fanno saltare la vendita a prezzi esorbitanti di un immobile, di proprietà di Imbesi, all’Aias di Milazzo. Bisognerà però aspettare fino al 2001, e cioè diciassette anni dopo la morte di Alfano, perché la Scientifica attesti che quella calibro 22 con l’omicidio del cronista non c’entra nulla.
Nelle disponibilità d’Imbesi però c’è anche un’altra pistola: lo scopre l’avvocato Repici, che nell’elenco delle armi possedute dall’imprenditore trova un’altra colt 22, ceduta nel 1979 al milanese Franco Carlo Mariani, arrestato nell’ ’84 in un’indagine sulle bische clandestine. Chi viene arrestato insieme a Mariani? Proprio Cattafi, accusato in quell’occasione dal pm barcellonese Di Maggio, che aveva al suo fianco come uditore Olindo Canali, futuro pm dell’omicidio Alfano.
E’ proprio Canali che, quindici giorni dopo aver restituito ad Imbesi la prima Colt 22, vola a Roma per incontrare Di Maggio. In quegli stessi giorni, precisamente il 27 febbraio ‘93, l’agenda del generale Mario Mori riporta un appunto col suo nome, storpiato in “Canari”, accanto a quello diDi Maggio con un’annotazione: “per omicidio giornalista a Barcellona P.G.”. A che titolo Di Maggio, all’epoca funzionario Onu a Vienna, partecipa a riunioni sull’ omicidio di Barcellona? Ufficialmente, il motivo è l’indagine che Di Maggio aveva compiuto su “soggetti barcellonesi trasferiti a Milano e coinvolti in traffici di armi”. Una descrizione – sottolinea l’avvocato Repici – ”che sembra adattarsi perfettamente a Cattafi”.
A Roma, Canali ascolta anche i vertici dello Sco, che sull’omicidio Alfano non compiono alcuna indagine, ma che nel maggio del ’93 arrestano Santapaola in un casolare nel catanese: per quale motivo li incontra? Sonia Alfano non si stanca di ripetere che il padre è stato assassinato proprio per aver rivelato al pm Canali la presenza di Santapaola a Barcellona. E don Nitto il 5 aprile del ’93 viene individuato, da alcune intercettazioni ambientali, in una pescheria di Terme Vigliatore, a pochi chilometri da Barcellona. Il giorno dopo, il 6 aprile, nel paesino si scatena una rumorosa caccia all’uomo che vede il capitano del Ros Sergio De Caprio, nome in codice Ultimo, lanciarsi all’inseguimento di Fortunato Imbesi, figlio dell’imprenditore proprietario della colt 22, scambiato per il boss allora latitante Pietro Aglieri. Quanto basta per far dileguare Santapaoladalla zona. Una vicenda che, dopo la riapertura dell’istruttoria dibattimentale, è ora all’esame della Corte d’appello di Palermo che processa Mori e il colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Provenzano nel ‘95.
Tutte coincidenze? Oggi che il pentito D’Amico scagiona il killer Merlino, il pm Di Giorgio (che si è visto respingere due volte la richiesta di archiviazione dal gip) ha in mano gli elementi per approfondire la pista che ruota attorno alla colt 22 smarrita da Mariani, l’amico di Cattafi, e poi evaporata nel nulla. Una pista che l’avvocato Repici considera centrale per le indagini sul delitto. E per questo motivo ha chiesto alla procura di Messina di verificare la possibilità che quell’arma, “sia in qualche modo entrata in possesso di Cattafi. E che sia stata utilizzata per l’omicidio Alfano.

SONIA ALFANO: “TESTIMONE SCORTATO  SOTTO INCHIESTA PER MAFIA”

Maurizio Marchetta, ex vicepresidente del consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto (che il Viminale non è riuscito a sciogliere), ritenuto vicino al boss Sem Di Salvo. Il commissario dell’Ato 2 di Trapani: “Viene tutelato con un’auto e due agenti”.
di Luciano Mirone


Si chiama Maurizio Marchetta. È l’ex vice presidente del Consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto: “Pur essendo sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa, pur essendo intimo amico di un boss, pur essendo stato rinviato a giudizio per diffamazione nei miei confronti e nei confronti di mio padre, viene tutelato con un’auto di Stato e con due agenti di Polizia. Questo tizio, per le istituzioni, è un testimone di giustizia”.
È un fiume in piena Sonia Alfano, sia oggi, che alcuni giorni fa, quando, sentita a Messina dallaCommissione nazionale antimafia, ha fatto una lucida analisi – con tanto di nomi e cognomi – sui legami fra mafia, politica, massoneria e servizi segreti deviati a Barcellona Pozzo di Gotto. Molte cose che ha dichiarato il 28 ottobre allaCommissione antimafia, le dice ora in questa intervista a trecentosessanta gradi sulla città dove l’8 gennaio 1993 la mafia ha assassinato suo padre, il giornalista Beppe Alfano.
Malgrado le denunce che l’ex parlamentare europeo fa da alcuni anni su Marchetta, “non è mai arrivata una risposta dalle istituzioni”. Il “testimone di giustizia”, infatti, a differenza del “collaboratore di giustizia”, è una figura non proveniente da ambienti malavitosi: con la sua testimonianza, tuttavia, può aiutare gli inquirenti a scoprire alcuni misteri di Cosa nostra. Quasi sempre si tratta di imprenditori taglieggiati, i quali, avendo denunciato i propri estortori, gode degli stessi diritti dei “pentiti”: cioè una protezione da parte dello Stato, una adeguata tutela economica e, dal 2013 – secondo il decreto legge approvato dal Governo Letta – “la possibilità di essere assunti nella pubblica amministrazione”.
La figlia di Beppe Alfano non ci sta. “Quando nel 2006 chiesi lo scioglimento del Consiglio comunale di Barcellona per infiltrazioni mafiose, vice presidente del Consiglio comunale era proprio lui, Maurizio Marchetta, militante nel centro destra. Marchetta è stato intercettato a bordo di una nave da crociera insieme al boss Sem di Salvo: da quelle intercettazioni si evince chiaramente (almeno così dicono le Forze dell’ordine) il rapporto di subalternità che Marchetta aveva nei confronti di Di Salvo: ‘Devi fare quello che dico io’. In base a quale merito questo signore ha ottenuto questo ‘status’, dato che non compare nelle liste dei ‘testimoni di giustizia’? Per essere considerati tali, bisogna essere estranei al sistema del crimine organizzato. Lui ha diverse pendenze gravi con la giustizia, quindi…”.
A Messina, davanti alla Commissione antimafiaSonia Alfano è andata oltre, delineando un quadro di alleanze molto inquietanti fra Cosa nostra e istituzioni, un quadro che ha come epicentro le “morti eccellenti” di suo padre, di Attilio Manca, di Adolfo Parmaliana e di Graziella Campagna.
Il collegamento fra il delitto Alfano e l’individuazione del covo segreto di Nitto Santapaola da parte del giornalista (come oggi viene svelato dal pentito Carmelo D’Amico, confermando quello che dice da anni Sonia Alfano), potrebbe essere solo la punta dell’iceberg, fa capire l’ex presidente della Commissione antimafia europea. In che senso? Il cronista – alla vigilia dellastrage di Capaci – era uno dei pochi a Barcellona in grado di decifrare i messaggi criptici provenienti dal mondo torbido e violento dell’estrema destra locale, quel mondo capeggiato daRosario Pio Cattafi, boss di primissimo piano in collegamento con la massoneria e con i servizi segreti deviati, con cui lo stesso giornalista, negli anni Settanta, aveva condiviso l’ideologia di destra.
Alfano, infatti, come Saro Cattafi, all’epoca apparteneva a “Ordine nuovo”, l’organizzazione neo fascista che all’Università di Messina organizzava le spedizioni punitive contro “i rossi”, ma mentre Beppe con i compagni ci faceva a cazzotti, Cattafi prendeva a sventagliate di mitra la Casa dello studente. Le due strade poi si divisero definitivamente: Saro deviò verso i quartieri alti di Cosa nostra, diramazione servizi segreti deviati; Beppe virò su posizioni decisamente moderate, ma l’uno e l’altro conoscevano ormai le dinamiche, i linguaggi, i segreti di quel sistema, quindi l’uno era in grado di leggere nel pensiero dell’altro, e viceversa.
Ecco perché oggi Sonia, parlando di Saro Cattafi, dice in modo sibillino: “Su questo individuo si sa pochissimo, l’opinione pubblica non ha consapevolezza della sua statura criminale. Cattafi sa a cosa mi riferisco, non aggiungo altro”. E poi, quasi per associazione di idee: “Non è un caso che da Barcellona sia partito il telecomando della strage di Capaci attraverso il boss Giuseppe Gullotti. Non è un caso che Barcellona abbia concesso ospitalità e protezione a tre boss latitanti di prima grandezza: Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano e Gerlando Alberti junior. Non è un caso che queste tre presenze vengano associate ai delitti di Beppe Alfano, di Attilio Manca e di Graziella Campagna”.
Dunque Sonia Alfano collega questi omicidi alla strage di Capaci. È in questo contesto che, oltre ad inserire la latitanza di Santapaola, di Provenzano, e di Alberti jr., l’ex europarlamentare parla di Rosario Cattafi e di Giuseppe Gullotti. Poi la figlia del giornalista ucciso inserisce un altro nome: quello di Antonio Franco Cassata, fino al 2011 Procuratore generale della Corte d’Appello di Messina. “Cassata fa parte di quella schiera di persone che, pur appartenendo allo Stato e alle istituzioni, non hanno svolto il proprio dovere come avrebbero dovuto”. Secondo quanto scrive la stessa Alfano – assieme al suo legale Fabio Repici, grande conoscitore della mafia barcellonese – nel 2011 Cassata fu raggiunto da un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa da parte della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, eppure di quel provvedimento non si è saputo più nulla.
Prima di quel momento, il magistrato non era mai stato raggiunto da alcun provvedimento giudiziario o discipilinare, malgrado certe amicizie compromettenti. Addirittura nel 2008 è stato promosso dal Csm a capo della Procura generale. “Cassata – dice l’ex parlamentare europeo – ha sempre disposto di una rete di protezione fitta e alta. Non dimentichiamo che il magistrato è andato a finire davanti al Csm più volte per una condotta non proprio moralmente ed eticamente specchiata. A un altro magistrato la toga gliel’avrebbero tolta di dosso. A lui no. Perché? Da chi sarebbe protetto? Probabilmente dalla stessa rete che negli anni ha consentito che il nostro territorio potesse diventare ‘zona franca’, insomma una rete di connivenze composta da persone di alto livello”.
Parole pesanti. Che Sonia ha pronunciato davanti alla Commissione nazionale antimafia, e che non si discostano da quelle espresse da Fabio Repici, dai familiari dell’urologo Attilio Manca e da Cettina Parmaliana, vedova del professore Adolfo Parmaliana (altra vittima di quel sistema). Tutti all’unisono – benché sentiti separatamente – hanno scandito a gran voce quei nomi.
Ancora. Basta dare un’occhiata alla relazione della Commissione prefettizia che alcuni anni fa chiedeva lo scioglimento del Consiglio comunale di Barcellona: colpisce l’alta percentuale di consiglieri comunali collusi con la mafia. Quasi tutti di Alleanza Nazionale, vicini all’ex vice presidente del Senato, Domenico Nania. Eppure mai nessun governo nazionale – né di centrodestra, né di centrosinistra – si è permesso di sciogliere quel Consiglio.
Ecco un altro nome che Sonia Alfano inserisce nel “contesto”: Domenico Nania, “quello che nell’85 espulse mio padre dal Movimento sociale italiano, ma in compenso candidò il boss Giuseppe Gullotti al Consiglio comunale, quello che dichiarò ai giornalisti: A me da dove vengano i voti non me ne frega niente”.

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