L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























venerdì 3 aprile 2015

ORA RENZI VUOLE SBARAZZARSI DI CROCETTA. DIMENTICANDO CHE INSIEME (AL PD) HANNO AFFOSSATO LA SICILIA

Ora Renzi vuole sbarazzarsi di Crocetta. Dimenticando che insieme (al Pd) hanno affossato la Sicilia

Giulio Ambrosetti

Il governo Renzi vorrebbe mandare a casa il presidente della Regione, Crocetta, per non restituire alla Sicilia 2 miliardi di euro. Soldi che a Roma servono per pagare 16 miliardi alla Ue, pena l’aumento dell’Iva. Che dirà il Presidente Mattarella? Lascerà massacrare l’Isola destinata a fare una fine peggiore della Grecia? 



A che punto è la notte della Sicilia? Le voci che si rincorrono, in queste ore, tra Roma e Palermo, raccontano di un governo nazionale che sarebbe pronto a mandare a casa il presidente della Regione, Rosario Crocetta. Motivazione ufficiale: il Pd di Matteo Renzi e i suoi seguaci avrebbero preso atto che il governatore dell’Isola non sarebbe più affidabile. Motivazione vera: lo Stato, dopo aver ridotto la Sicilia in mutande, strappandole quasi 5 miliardi di euro negli ultimi due anni, avrebbe scoperto che non può restituire ai siciliani circa 2 miliardi di euro per consentire al Parlamento dell'Isola di approvare il Bilancio 2015. Come abbiamo scritto nell’ultima puntata della nostra rubrica, la profezia del professore Massimo Costa si sta avverando: la Sicilia è tecnicamente fallita. Anche se, rispetto ai calcoli di chi scrive, in queste ultime settimane c’è stata un’accelerazione. Perché questa fretta del Pd renziano di certificare il fallimento della Sicilia? E fino a che punto è percorribile la strada del commissariamento della Regione siciliana?
Oggi, numeri alla mano, proveremo a ragionare non tanto e non soltanto sull’ipotesi di commissariamento della Regione siciliana, ma anche sulle ragioni che starebbero portando il governo Renzi a sbarazzarsi del presidente della Regione, Crocetta. Con molta probabilità, la fretta del governo Renzi nel voler liquidare in tempi stretti il ‘caso’ Sicilia (mandando a casa Crocetta) potrebbe essere legata a due fattori tra di loro strettamente legati: l’esigenza del governo Renzi di trovare a brevissima scadenza 16 miliardi di euro per evitare di aumentare l’Iva di almeno un punto e la crisi della zona euro, se è vero che il rilancio dell'economia, nonostante l’immissione di liquidità operata dalla Bce, non sembra ancora a portata di mano. Soprattutto in Italia, Paese nel quale l’Istat, proprio in queste ore, certifica un aumento costante della disoccupazione, con buona pace della tanto decantata ripresa economica.
I due temi, l’abbiamo già accennato, sono interconnessi. Renzi cerca di infondere ottimismo agli italiani, ma le sue parole, per molti versi, ricordano quelle di un celebre personaggio del ‘Candido’ di Voltaire, Pangloss. Al pari di questo personaggio tedesco - un malato di ingiustificato ottimismo che pretendeva, come Leibniz, di vivere “nel migliore dei mondi possibili” - Renzi cerca di far credere agl’italiani che il suo sia il “migliore dei governi possibili”. Ma i fatti, però, gli danno torto. E i già citati 16 miliardi di euro che deve trovare a tamburo battente per evitare un aumento dell’Iva che sarebbe a dir poco rovinoso per l’Italia, sono lì a dimostrare la fallacità dell’ottimismo renziano, che per cadere in contraddizione non ha nemmeno bisogno di un Voltaire che gli confezioni un ‘Candido’ su misura. 
matteo renzi
Sarebbe ingiusto, però, ascrivere al solo Renzi le colpe di una crisi economica che ha radici globali e, magari, europee. Da mesi, in Italia, giornali e Tv ci dicono che lo spread tra Italia e Germania è ai minimi storici, che l’economia italiana è in ripresa e che le cose vanno bene (il complesso di Pangloss, personaggio letterario che, non a caso, è tedesco, non ha colpito solo Renzi…). A questa interpretazione ‘tranquillizzante’ dell’euro-story si accompagna - rintracciabile sulla rete tra economisti, osservatori e giornalisti non esattamente entusiasti della moneta unica europea - una tesi opposta: e cioè che l’economia reale (soprattutto quella italiana) è un disastro, che la crisi rischia di far saltare l’Italia (e quindi la zona euro) e che, proprio per evitare il crollo dell’eurozona, si sta drogando il mercato con l’immissione di liquidità (‘inghiottita’, per lo più, dalle onnivore banche) e si sta abbassando lo spread. Insomma, secondo questa seconda tesi - opposta alla prima - lo spread non sarebbe sceso sotto i 100 punti perché il governo Renzi va bene e sta rilanciando l’Italia ma, al contrario, perché l’Italia di Renzi va male e rischia di trascinare nel baratro l’eurozona.
Noi non siamo in grado di sapere quale delle due tesi sia quella vera. Noi ci limitiamo ad osservare i duri fatti che premono dal basso. Un primo fatto, l’abbiamo già accennato, è che in Italia non c’è ripresa economica. Anche la storia dei contratti di lavoro in aumento, propagandata dai seguaci di Renzi, è stata raccontata a metà. Stranamente, i grandi giornali italiani, pieni di ‘economisti’, si sono dimenticati di precisare che gli sgravi fiscali che sarebbero alla base delle nuove assunzioni - che riguardano, per lo più, imprese del Centro Nord Italia - vanno in scena (leggere sono state finanziate) con lo scippo di 5 miliardi di euro di fondi Pac al Mezzogiorno d’Italia. Ma tutto ciò che nasce dal male, come insegna il Vangelo, non può produrre bene. E infatti i 5 miliardi di euro scippati al Sud non hanno innestato alcuna ripresa, perché la caduta verticale dell’economia italiana è più forte di qualunque scippo ai danni del Meridione.
Il secondo fatto che preme dal basso riguarda la Sicilia. Regione autonoma, per ricordarlo ai lettori americani. Alla quale, come già ricordato, Roma ha scippato circa 5 miliardi di euro negli ultimi due anni. Siamo già ad aprile ed entro questo mese - o al massimo entro il 30 maggio - il Parlamento siciliano dovrà approvare il Bilancio. Non tanto e non soltanto perché lo prevede la legge (la mancata approvazione del Bilancio si configura come violazione persistente dello Statuto e comporta lo scioglimento del Parlamento siciliano), ma perché dall’1 maggio non ci sono più soldi non per pagare 50 mila soggetti, ma per pagarne più del doppio.
In questa storia del fallimento della Regione siciliana stanno facendo tutto il governo Renzi e il Partito democratico. Anche se la disinformazione che va in scena in Italia cerca di accreditare un’altra tesi: e cioè che la Sicilia è spendacciona e che sta meritando quello che sta succedendo.
Invece, numeri alla mano, la responsabilità di tutto quello che sta succedendo è del governo nazionale e del Pd. Roma ha strappato al Bilancio della Regione 915 milioni di euro nel 2013. Poi ha scippato, sempre dal Bilancio della Regione siciliana, un altro miliardo e 150 milioni nel 2014. A cui si aggiungono, sempre nel 2014, 200 milioni di euro per i ‘famigerati’ 80 euro al mese per i lavoratori con redditi inferiori a mille e 500 euro mensili. Quest’anno il governo Renzi si è già preso un miliardo e 115 milioni di euro. Se li contiamo, siamo già a 3 miliardi e 350 milioni di euro circa. A cui va sommato lo scippo di un miliardo e 200 milioni di euro di fondi Pac, sigla che sta per Piano di azione e coesione (dei 5 miliardi di fondi Pac rubati al Sud, un miliardo e 200 milioni di euro erano destinati alla Sicilia).
Con questi numeri siamo già a 4 miliardi e mezzo di euro depredati alla Regione siciliana in due anni. Ai quali vanno aggiunti i 600 milioni di euro all’anno che, dal 2009, lo Stato strappa alla Sicilia sul fronte sanitario (altra storia lunga, che vede come protagonista la parlamentare nazionale siciliana, Anna Finocchiaro, storia che racconteremo tra qualche giorno: per ora è sufficiente che i lettori memorizzino che la Sicilia, grazie a questo raggiro sui conti della sanità, perde dal 2009 circa 600 milioni di euro all’anno incamerati dallo Stato). Se consideriamo lo scippo sanitario negli ultimi due anni, dobbiamo aggiungere un miliardo e 200 milioni ai 4 miliardi e mezzo: e arriviamo a uno scippo, ai danni della Sicilia, di circa 5 miliardi e 700 milioni di euro negli ultimi due anni, che noi abbiamo arrotondato a 5 miliardi di euro circa.
Attenzione: questi numeri non sono una nostra invenzione: al contrario, sono rintracciabili nei Bilanci dello Stato e nei Bilanci della Regione. Basta leggerli, magari con il supporto di qualche tecnico. Resta da chiedersi con che faccia si possa incolpare la Sicilia di essere sciupona: ma questa è una domanda che dovremmo 'girare' ai grandi giornali e alle Tv: e in questo Renzi e Berlusconi si stanno dimostrando maestri del nuovo 'Minculpop' targato Italia 2015.
Andiamo alla Sicilia e al fallimento ormai prossimo. L’assessore all’Economia della Regione siciliana, Alessandro Baccei - inviato in Sicilia proprio dal governo Renzi - dice che il ‘buco’ del Bilancio della Regione siciliana è pari a 3 miliardi di euro. A nostro avviso non è così, perché i numeri - come abbiamo già illustrato limitandoci a leggere i dati ufficiali dei Bilanci di Stato e Regione - dicono che il ‘buco’ è di oltre 5 miliardi. Ma noi, come dire?, leviamo lite e diamo per buono il ‘buco’ finanziario di 3 miliardi illustrato dall’assessore Baccei.
Dice l’assessore Baccei che, di questi 3 miliardi, 700 milioni di euro e forse qualcosa in più arriveranno dal nuovo Pac. Si tratta di fondi già della Sicilia, che dovrebbero servire per gli investimenti (leggere infrastrutture), ma che, per l’occasione, verrebbero utilizzati per pagare la spesa corrente (leggere stipendi). Una fregatura che l'Unione europea dorebeb impedire, perché i fondi per le infrastrutture non possono finire in spesa corrente. Ma Bruxelles dov'è?
Dice l’assessore Baccei che altri 2 miliardi di euro e rotti arriveranno dalla restituzione delle imposte abusivamente trattenute dallo Stato (leggere le ritenute sugli stipendi dei dipendenti pubblici che lavorano in Sicilia che il governo Renzi ha incamerato riscrivendo, unilateralmente, le regole sul sostituto d’imposta) e dalla restituzione dell’Iva. Ma adesso c’è una novità che l’assessore Baccei non ha ancora comunicato: e cioè che il governo Renzi - come abbiamo già accennato all’inizio - deve trovare 16 miliardi di euro pena l’aumento dell’Iva. Dovendo reperire 16 miliardi di euro, ‘ovviamente’, Renzi non restituirà mai alla Sicilia i 2 miliardi che gli ha rubato con manovre illegittime, se non truffaldine, sul sostituto d’imposta e sull’Iva (2 miliardi che si vanno a sommare allo scippo di 5 miliardi e passa di euro operato negli ultimi due anni).
Rosario Crocetta
‘Ovviamente’, nonostante la disinformazione che dà una grande mano a Renzi e compagni, bisogna trovare il capro espiatorio sul quale scaricare la responsabilità dell’imminente fallimento della Regione siciliana. E Renzi e il Pd l’hanno già trovato: Rosario Crocetta. Personaggio che ha dimostrato di essere oggettivamente inadeguato a ricoprire il ruolo di presidente della Regione, Crocetta si presta benissimo per svolgere il ruolo di responsabile del disastro finanziario (e in parte lo è davvero).
Insomma, dopo aver spremuto a dovere Crocetta, o meglio, dopo aver utilizzato Crocetta per depredare i siciliani, Renzi si appresterebbe a sbarazzarsi di Crocetta. Del resto, se la Sicilia, ai tempi di Cicerone e Verre, era il granaio di Roma, perché, oggi, non dovrebbe essere il bancomat del governo Renzi? A questo punto, per completezza d’informazione, dobbiamo illustrare ai nostri lettori - soprattutto ai lettori americani - come Renzi ha utilizzato Crocetta per spremere i siciliani. La storia, in parte, l’abbiamo già raccontata. Ora la riprendiamo con qualche particolare in più.  
Lo scorso anno la Corte Costituzionale ha emesso una sentenza storica sulla territorializzazione delle imposte che dà ragione alla Sicilia. In base a questa sentenza, lo Stato dovrebbe versare alla Regione siciliana circa 10 miliardi di euro all’anno che fino ad oggi ha trattenuto. Contestualmente, la Regione siciliana dovrebbe pagare ciò che ancora oggi lo Stato paga alla Sicilia: 2,2 miliardi all’anno per la sanità e i docenti di Licei, scuole superiori e università, più qualche altra cosa ancora. Nel dare e avere la Regione siciliana ci guadagnerebbe poco meno di 2 miliardi all’anno.
Che ha fatto Renzi davanti a questa sentenza? Ha chiamato Crocetta a Roma e gli ha proposto un “accordo sciagurato” (la definizione è del leader storico della sinistra siciliana, Franco Piro, ex assessore regionale al Bilancio, grande conoscitore della situazione finanziaria della Regione) in base al quale la Sicilia rinuncia, per quattro anni, agli effetti positivi dei contenziosi finanziari con lo Stato, a cominciare proprio dalla storica sentenza della Corte Costituzionale dello scorso anno. Crocetta, senza nemmeno consultare il Parlamento siciliano, ha firmato tale accordo. E ha inguaiato la Sicilia, che oggi, senza tale accordo folle (o sciagurato) non si troverebbe nelle condizioni in cui si trova.
Ma Crocetta ha firmato tale accordo perché gliel’ha proposto Renzi. Ed è molto singolare che oggi, lo stesso Renzi, voglia oggi mandare a casa il presidente della Regione siciliana addossandogli la responsabilità del fallimento della Sicilia che, invece, è opera del suo governo. Ma tant’è.
Come finirà questa storia? Non è facile dirlo. Perché nonostante Renzi, nonostante Berlusconi (ricordiamo che in Sicilia il Pd renziano e gli uomini di Berlusconi sono alleati: valga per tutti il ‘caso’ Agrigento, dove l’alleanza tra questi due partiti è ancora in piedi nonostante i ‘bordelli’ esplosi dopo le primarie-farsa del centrosinistra per individuare il candidato a sindaco della Città dei Templi), nonostante tutta la disinformazione sulla Sicilia alcune cose non potranno essere nascoste. Crocetta, ad esempio, non ci sembra il tipo che si farà mandare a casa in silenzio. E’ probabile che proverà a difendersi. Per esempio, minacciando di sputtanare Renzi, rendendo magari noti i retroscena dell’accordo “sciagurato”.
Non solo. Oltre allo sputtanamento di Renzi e del Pd, Crocetta potrebbe impugnare l’eventuale commissariamento della Sicilia, magari davanti la Corte Costituzionale. Motivandolo col fatto che la persistente violazione dello Statuto - cioè l’eventuale mancata approvazione del Bilancio regionale 2015 - sarebbe stata provocata da Roma e non dal suo governo. Tra l’altro, secondo lo Statuto siciliano, il commissariamento della Sicilia deve passare da un voto dei due rami del Parlamento nazionale (Camera e Senato) riunite in seduta plenaria con la nomina di ben tre commissari.
Di più: per la Sicilia non si tratterebbe di un commissariamento, ma di una sospensione della democrazia. Perché Renzi e il Pd, dopo aver fatto fallire la Sicilia, potrebbero andare a nuove elezioni regionali solo truccando le elezioni. Perché il vero dato politico di questa storia è che Renzi, il Pd e Crocetta, in due anni, hanno rubato alla Sicilia circa 7 miliardi di euro portandola sul lastrico. Chi è che, nell’Isola, voterebbe per questi ‘predoni’?
Di più. In Sicilia c’è un forte Movimento 5 Stelle che, per sua fortuna, non è stato molto penalizzato dagli errori di Beppe Grillo. Sta, poi, rinascendo una sinistra alternativa al Pd. E, soprattutto, sta prendendo piede non il partito dei sindaci, ma un grande movimento civico imperniato sui sindaci. Non è un caso che il candidato a sindaco di Agrigento, Lillo Firetto, sul quale né il Pd, né Forza Italia è riuscito a mettere il 'cappello', si richiama proprio ai movimenti civici. Nessuno, in Sicilia, vuole più andare con il Pd e con Forza Italia. 
Ancora. Se si dovesse sciogliere anticipatamente il Parlamento siciliano il Pd dovrebbe fare i conti con un’eventuale candidatura alla guida dell’Isola da parte di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo e presidente dell’Anci Sicilia, l’Associazione nazionale dei comuni italiani. Un personaggio, Orlando, che il Pd vede come il fumo negli occhi. Un uomo che, una volta eletto alla presidenza della Regione, metterebbe subito in fuori gioco il Partito democratico.
Dunque, se il Pd di Renzi, come sembra, dovesse sbarazzarsi di Crocetta, dovrebbe bloccare le elezioni regionali, cioè sospendere la democrazia per almeno un anno, forse per due anni, per cercare di recuperare consenso. Ma si troverebbe di fronte la rabbia dei siciliani e, soprattutto, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che per sfortuna di Renzi è siciliano ed è, soprattutto, una persona corretta. E anche un giurista che conosce molto bene sia il diritto parlamentare (materia che ha insegnato all’Università di Palermo), sia lo Statuto siciliano.
I siciliani, infine. E qui Renzi e il Pd rischiano di impantanarsi. I 2 miliardi di euro che il governo Renzi - come già ricordato - non vuole più dare alla Sicilia provocherebbero un terremoto sociale oltre che finanziario. La questione, lo ribadiamo, non tocca solo 50 mila persone. Se facciamo due conti, possiamo affermare che il bilancio di ‘cassa’ della Regione, sulla carta, è di circa 18 miliardi all’anno. Parliamo, lo ripetiamo, della ‘cassa’, cioè dei soldi che la Regione immette ogni anno nel sistema-Sicilia.
Ebbene, di questi 18 miliardi, 9 miliardi volano via per la spesa corrente regionale (per lo più stipendi) e altri 9 miliardi dovrebbero andarsene per la sanità. Nel caso della sanità usiamo il condizionale perché, da qualche anno a questa parte, la Regione ha utilizzato una parte di questi 9 miliardi per pagare altre spese. A nostro modesto avviso, già dai conti della sanità siciliana manca all’appello più di un miliardo di euro. E questo nonostante gli incredibili tagli ai servizi sanitari della Sicilia operati dal 2009 ad oggi. Ciò significa che, già da quest’anno, ci potranno essere serissimi problemi di gestione finanziaria delle Aziende sanitarie e delle Aziende ospedaliere dell'Isola e altri problemi legati a un’ulteriore riduzione dei servizi sanitari (in tutto questo si debbono erogare i 94 milioni di euro all’Ismett di Pittsburg: una clientela siculo-massonica-americana che la Sicilia non si può più permettere, ma che somiglia tanto a qualcosa alla quale non si può dire di no...).
Che cosa vogliamo dire? Semplice: che i due miliardi che il governo Renzi non vuole più restituire alla Sicilia non potranno essere presi da una sanità siciliana già dissanguata. Bisognerà incidere sulla spesa corrente ‘altra’. Cioè sugli stipendi di precari, forestali, dipendenti pubblici. Qui, lo ribadiamo, siamo ben oltre 50 mila persone. Per consentire a Renzi di non restituire questi 2 miliardi si profila una macelleria sociale senza precedenti. E non è detto che le campagne di disinformazione riusciranno a nascondere la verità. E la verità è che il governo Crocetta - o i commissari che prenderanno il suo posto - dovranno tagliere soldi ai pensionati, licenziare migliaia di persone (e non solo non pagarle!) e ridurre gli stipendi a migliaia di dipendenti pubblici, prorpio come hanno fatto in Grecia. Nessuno dice che la situazione che il governo Renzi, il Pd e Crocetta hanno creato in Sicilia è più grave di quella greca. Chissà perché.     
La profezia di Massimo Costa si avvera: Sicilia con il ‘buco’ di 3,2 miliardi verso il fallimento

Giulio Ambrosetti

Nessuno lo dice, ma il fallimento della Sicilia è nei fatti. Lo certificano con 3,2 miliardi di ‘buco’ il presidente Crocetta e l’assessore Baccei. Che, però, litigano su come fare ‘inghiottire’ ai siciliani un fallimento controllato. La verità è che nei prossimi anni aumenterà la povertà



Ricordate la profezia del professore Massimo Costa? Sul nostro giornale, un paio di mesi fa ha scritto che la Sicilia sarebbe fallita. In Italia, ovviamente, nessuno gli ha creduto. Perché nel Belpaese, si sa, le cose estreme non si verificano mai. C’è sempre il tempo e il mezzo per trovare soluzioni intermedie. Le mediazioni, come si chiamano in politica. Ma la politica c’è ancora in Italia? E c’è ancora in Sicilia? Domanda legittima a giudicare da quello che succede in questi giorni nella sempre più scombiccherata politica siciliana. Che, a fine marzo, si ritrova ancora senza il bilancio 2015. E con ben due proposte di manovra economica: una presentata dall’assessore all’Economia, Alessandro Baccei, e l’altra presentata dal presidente della Regione, Rosario Crocetta. Due manovre economiche e finanziarie diverse, o meglio contrapposte, per una sola Regione.  
Dovendo raccontare ai lettori americani quello che succede nella politica siciliana ci serviamo di una semplificazione. In Sicilia c’è ormai uno scontro tutto interno al governo regionale. E’ come se il governatore di uno Stato americano si trovasse contro gli uomini e le donne che si è messo accanto per governare. Con una piccola ma sostanziale differenza: che mentre negli Stati americani i governatori si scelgono liberamente i propri collaboratori, in Sicilia il presidente della Regione, il già citato Crocetta, ha avuto imposto l’assessore all’Economia, il già citato Baccei, dal governo Renzi.
I due, a quanto pare, non la pensano alla stessa maniera. Baccei ha presentato al Parlamento siciliano una manovra tutto sommato leggera: vorrebbe mettere un po’ a ‘dieta’ alcune categorie sociali, tagliando 150 milioni di euro. Così ha messo giù un disegno di legge da 20 articoli. Il presidente della Regione, Crocetta, per tutta risposta, ha presentato, sempre al Parlamento siciliano, una manovra di ben 80 articoli e oltre. Con un obiettivo politico e parlamentare che sembra piuttosto chiaro: far scorrere altro tempo.
Così il Parlamento siciliano si ritrova con due manovre. Per quello che abbiamo capito, il Parlamento dell’Isola ha preso in esame il testo del presidente della Regione. Nel quale, però, manca la firma dell’assessore Baccei. Anomalia, questa, che è stata subito fatta notare dal presidente del Parlamento siciliano, Giovanni Ardizzone.
Come i lettori possono notare, nella politica siciliana la confusione politica, parlamentare e istituzionale, in queste ore, è tanta. Siamo davanti a una guerra di posizione tutta interna al governo della Regione. Tornano alla mente le già citate parole scritte un paio di mesi fa dal professore Costa sul possibile fallimento della Sicilia. Eh già, perché anche se in Sicilia e in Italia nessuno lo scrive, il fallimento della Sicilia è ormai dietro l’angolo. Non lo diciamo noi: lo dicono i numeri.
Perché in queste ore, per ammissione dello stesso governo siciliano, è emerso un dato sul quale Crocetta e Baccei, in disaccordo su tutto, per l’occasione concordano: il ‘buco’ di finanziario della Regione, che ammonta a 3,2 miliardi di euro. Intanto va precisato che si tratta di un ‘buco’ finanziario di ‘cassa’ e non di competenza. Insomma, su una spesa annuale che, fino a qualche anno fa, si attestava intorno ai 10 miliardi di euro (già allora, in verità, se ne spendevano un po’ meno perché la ‘cassa’ era già in sofferenza), mancano all’appello oltre 3 miliardi di euro.
Ribadiamo a scanso di equivoci: il dato l’ha fornito lo stesso governo siciliano. Ed è la prima volta - elemento, questo, che è stato poco osservato e poco commentato in Sicilia e in Italia - che si ammette ufficialmente la presenza di un ‘buco’ finanziario di tali dimensioni nei conti della Regione siciliana. Perché fino a poche settimane fa il ‘buco’ veniva quantificato in un miliardo-un miliardo e mezzo di euro. Oggi, invece, i governanti siciliani cominciano ad ammettere la verità.
Il dato, forse, non è ancora quello reale. Forse il dato reale l’ha fornito un paio di mesi addietro l’ex assessore regionale, Franco Piro, figura storica della sinistra siciliana. Piro, assessore al Bilancio alla fine degli anni ’90 del secolo passato, è stato uno dei pochi politici a capire, già da allora, dove sarebbe andata a parare la Regione siciliana se non fossero intervenuti correttivi. Ed è stato storicamente il primo ad occuparsi non soltanto della spesa, ma anche delle entrate. Cioè di come fare aumentare le entrate finanziarie della Regione, massacrate da cattivi e corrotti amministratori pubblici siciliani e da uno Stato centrale rapace. Ma Piro è durato poco. Dopo di lui sono arrivati i governi regionali di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo. E adesso c’è il governo Crocetta.
Ebbene, qualche mese fa, osservando i conti della Regione, Piro ha detto che il ‘buco’ finanziario della Sicilia sfiorava i 5 miliardi di euro e forse più. Oggi Crocetta e Baccei, gioco forza, hanno dovuto ammettere che il ‘buco’ della Regione ammonta a circa 3,2 miliardi di euro.
Un’ammissione pesante. Anche se non completamente veritiera, stando all’analisi fatta da Piro, che la finanza regionale la conosce bene. A questo punto le questioni sono due: capire da che cosa è stato provocato questo ‘buco’ e che cosa fare per porvi rimedio. I due punti sono strettamente interconnessi, perché è eliminando le ragioni che provocano il ‘buco’ finanziario che si può procedere al risanamento. E qui iniziano le reticenze. Perché né Crocetta, né Baccei raccontano la verità sul perché si è formato questo ‘buco’ finanziario.
A dir la verità, per essere precisi, Baccei una mezza verità l’ha detta. Lo scorso dicembre, infatti, c’era stato il tentativo di scaricare sulla sanità siciliana la responsabilità del ‘buco’ finanziario. Ma l’assessore Baccei, molto correttamente, ha detto che la sanità siciliana è sana e che non c’entra nulla con la crisi finanziaria della Regione. Sono altre le ragioni che hanno portato la Sicilia sull’orlo della bancarotta finanziaria.
Forse per capire il perché la Regione siciliana autonoma è sull’orlo della bancarotta - del fallimento, per tornare alla profezia del professore Costa - bisogna andare sulla rete e cercare gli interventi di alcuni parlamentari nazionali del Movimento 5 Stelle. I quali, senza mezzi termini, ricordano che l’Italia, ogni anno, per restare nell’Unione europea, deve pagare circa 50 miliardi di euro di Fiscal compact. E questo, aggiungono i grillini, non è più sostenibile.
Il Fiscal compact è un trattato internazionale demenziale voluto dall’Unione europea che, detto in soldoni, dovrebbe ridurre del 50 per cento, in 20 anni, il debito pubblico italiano, che oggi sfiora i 2 mila e 200 miliardi di euro. Il Fiscal compact è stato firmato dal governo di Mario Monti quando il debito pubblico italiano si attestava intorno al mille miliardi e 900 milioni di euro. A distanza di tre anni l’Italia paga il Fiscal compact, ma il debito pubblico è aumentato lo stesso di circa 300 milioni di euro. Sono i misteri della Troika: Unione europea, Fondo monetario internazionale (Fmi) e Banca centrale europea (Bce).
Il Fiscal compact non è più sostenibile, dicono i grillini. E la Sicilia ne sa qualcosa. Se è vero che per “risanare la finanza nazionale” Roma ha tolto dal Bilancio della Regione 915 milioni di euro nel 2013, un miliardo e 150 milioni di euro e un miliardo e 115 milioni di euro quest’anno (più altri 200 milioni di euro nel 2014 per pagare i ‘famigerati’ 80 euro al mese). Ma di questi “accantonamenti” - così si chiamano tecnicamente tali prelievi effettuati dallo Stato dai Bilanci 2013, 2014 e 2015 della Regione siciliana - non parlano né Crocetta, né Baccei. Perché? Per pudore. Perché l’ordine è quello di non far sapere agli italiani quanto costa ogni anno la permanenza dell’Italia nell’Unione europea dell’euro. Ordini del Pd, partito ‘europeista’ per antonomasia. Ma se in Sicilia facciamo quattro conti, possiamo affermare che i soli “accantonamenti” dello Stato sfiorano i 3 miliardi e 400 milioni di euro. E siccome il ‘buco’ finanziario della Regione è stato quantificato in 3 miliardi e 200 milioni, beh, siamo lì, centinaio di milioni in più, centinaio di milioni in meno. In realtà, come ha detto Piro, il ‘buco’ è maggiore: dovrebbe superare i 5 miliardi di euro e forse più.
Sui giornali siciliani leggiamo che il governo Renzi sarebbe disposto ad aiutare la Sicilia a fronteggiare il ‘buco’ provocato non dalle spese eccessive della Regione - che non ci sono più ormai da tempo - ma dagli “accantonamenti”  dello Stato. Su questo punto leggiamo un sacco di inesattezze. Abbiamo addirittura letto che lo Stato restituirebbe alla Regione 2 miliardi di euro, ma solo se la stessa Regione eliminerà gli sprechi. Questa, sotto il profilo tecnico, è una menzogna. Perché lo Stato, cioè il governo Renzi, comunque andranno le cose, non restituirà nulla alla Sicilia. Tanto meno 2 miliardi di euro!
Il governo Renzi, sempre che il governo regionale accetti ulteriori sacrifici, autorizzerebbe la Regione siciliana ad utilizzare una parte di soldi che sono già della Regione siciliana. Si tratta del Fondo di sviluppo e coesione, cioè gli ex Fas, Fondi per le aree sottoutilizzate. Sono i fondi nazionali che lo Stato destina alle Regioni del Sud per le infrastrutture. Ebbene, la Sicilia, invece di utilizzare questi fondi per provare a ridurre il divario infrastrutturale con il resto del Paese, li utilizzerebbe per la spesa corrente, cioè per pagare gli stipendi. E’ una follia, ma è questa la proposta del governo Renzi.
Come si può notare, il governo nazionale ha scippato alla Sicilia 3 miliardi e 400 milioni di euro negli ultimi due anni, ma non ha alcuna intenzione di restituirne nemmeno una parte. Darebbe alla Sicilia la possibilità di utilizzare, per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, 700, forse 800, forse un miliardo di euro da prelevare dal Fondo di sviluppo e coesione. Si tratta di un’ennesima truffa ai danni della Sicilia, che invece di realizzare infrastrutture (e quindi investimenti e nuova occupazione), utilizzerebbe il miliardo circa (e forse meno) per pagare stipendi!
E gli altri 2 miliardi e 200 milioni di ‘buco’ come verrebbero coperti? La manovra dell’assessore Baccei è arzigogolata. Noi la sintetizziamo così: Roma concederebbe altre autorizzazioni alla Regione per ‘spalmare’ questi 2,2 miliardi di euro di ‘buco’ sulle spalle degli ignari siciliani, ai quali la verità dei conti verrebbe nascosta. Si sta verificando, in pratica, quello che il professore Costa ha profetizzato: il fallimento della Sicilia. Ma non un fallimento eclatante, alla Michele Sindona, ma un fallimento controllato. L’obiettivo dell’assessore Baccei e del Governo Renzi che l’ha nominato è quello di abituare piano piano 5 milioni di siciliani ad abbassare il tenore di vita, ad andare meno in vacanza, a mangiare meno pesce, ad acquistare meno vestiti e, soprattutto, a pagare altre tasse. Del resto, chi se non gli abitanti della Sicilia pagherà i 2,2 miliardi di euro ‘spalmati’ silenziosamente sui conti regionali per i prossimi anni? Somma, detto per inciso, che andrà ad aggiungersi agli 8 miliardi circa di indebitamento finanziario della Regione. Insomma, con Baccei, Renzi e il Pd la Sicilia si accinge a diventare sempre più povera, sempre più povera, sempre più povera… Di fatto, è il fallimento di cui parlava Massimo Costa, ma tenuto nascosto e somministrato ai siciliani in dosi omeopatiche (o quasi…).
Ovviamente, non ci dicono che è l’Europa lo vuole, perché altrimenti i siciliani comincerebbero a imprecare sull’Unione europea. L’importante è tenere nascosto tutto. Anzi è già tanto che abbiano ammesso l’indebitamento di 3,2 miliardi di euro.
Bisogna capire, adesso, cosa intende l’assessore Baccei quando parla di ulteriori sacrifici per i siciliani. L’assessore, che come abbiamo detto nasconde un sacco di cose ai siciliani, su una cosa ha ragione da vendere: sugli attuali sprechi che ancora esistono in alcune fasce di dipendenti pubblici della Sicilia. Il discorso dell’assessore Baccei, lo ribadiamo, ha una propria ragion d’essere: siccome la Sicilia, nei prossimi anni, sarà sempre più povera (questo non lo dice, ma è così), è bene che chi ancora oggi guadagna soldi a ‘sbafo’ venga messo a dieta. In effetti, negli uffici della Regione siciliana ci sono mille e 800 dirigenti. Troppi. E quasi tutti diventati tali senza concorso, ma con selezioni e leggi molto discutibili. L’assessore vuole tagliare almeno la metà di queste postazioni dirigenziali. E ridurre gli stipendi. Visto che con l’Unione europea del Fiscal compact siamo destinati a diventare tutti più poveri, il suo discorso non fa una grinza.
L’assessore vorrebbe eliminare alcune spese non nell’agricoltura, ma tra chi dice di lavorare per l’agricoltura. La distinzione è importante, perché l’agricoltura siciliana è un disastro e gli enti che dovrebbero sostenerla, in realtà, tranne rarissimi casi, non l’hanno sostenuta affatto. E, credeteci, parliamo con cognizione di causa. L’assessore vorrebbe ridurre anche le spese per gli operai della Forestale: e lì non siamo troppo d’accordo, perché parliamo di gente da mille euro al mese circa che non ha più, a differenza di quanto avveniva negli anni passati, un secondo lavoro, perché l’economia siciliana è ormai un colabrodo. L’assessore vorrebbe poi eliminare gli enti in via amministrativa, cioè con una legge regionale che dovrebbe aiutarlo ad aggirare le leggi che hanno istituito tali enti. Un imbroglio legislativo, insomma. Poi vorrebbe istituire una centrale unica degli acquisti per eliminare, alla fonte, le tangenti sulle forniture (nella sola sanità si risparmierebbero un sacco di soldi, ma i massoni che controllano la sanità pubblica siciliana sono in rivolta). E poi vorrebbe abolire quasi tutte le società regionali lasciando in piedi solo Riscossione Sicilia (la società che riscuote i tributi nell’Isola) e Sicilia e Servizi. Il dubbio è che sui settori dove oggi operano le società regionali (per esempio Sviluppo Italia Sicilia, società che promuove le nuove imprese) siano in corso operazioni truffaldine in salsa romana. Così come operazioni truffaldine sono in corso sulle royalties petrolifere. Di queste cose Crocetta e Baccei non parlano.
Come finirà? Secondo noi Crocetta e Baccei, alla fine, si metteranno d’accordo. Alla fine i tagli proposti da Baccei non sono tutti sbagliati. La follia è il Fiscal compact, come giustamente fanno notare nel silenzio generale i grillini. Ma questo nessuno lo contesta (a parte i grillini, ovviamente). Noi non crediamo che Baccei cederà. Certo, l’assessore ha contro tutto il Parlamento siciliano. Ma siccome i tagli che propone sono in parte giusti - soprattutto alla luce di una Sicilia destinata a diventare sempre più povera - alla fine la sua linea dovrebbe passere. Anche perché, sennò, il fallimento controllato della Sicilia proposto da Baccei e Renzi si potrebbe trasformare in un fallimento con il ‘botto’, cioè con il commissariamento della Regione siciliana. E dubitiamo che i parlamentari siciliani sarebbero disposti a perdere due anni e mezzo di indennità parlamentare.


LA PROFEZIA DI MASSIMO COSTA SI AVVERA: SICILIA CON IL ‘BUCO’ DI 3,2 MILIARDI VERSO IL FALLIMENTO,CROCETTA,LUMIA,FARAONE,MONTANTE,CATANZARO
La profezia: la Sicilia fallirà tra pochi mesi, ci sarà la catastrofe sociale

Giulio Ambrosetti

Massimo Costa, economista dell'Università di Palermo, accusa: "E' stato l'anti-siciliano Matteo Renzi a voler chiudere definitivamente i conti. Lo scippo dei fondi nazionali, l'esclusione da ogni investimento nel decreto sblocca-Italia... Prepariamoci al collasso dei servizi pubblici, ai senza reddito, ai disordini e all'insicurezza. Con Renzi bisognerà ringraziare anche il presidente della Regione, Rosario Crocetta!" 

PROFESSORE  Massimo Costa

Massimo Costa è un economista. Insegna all’Università di Palermo. E’ anche un appassionato autonomista. Uno che difende l’Autonomia siciliana. Come i lettori americani sanno, la Sicilia è una delle cinque Regioni autonome dell’Italia. Ebbene, in questa intervista il professore Massimo Costa lancia una profezia: il fallimento della Sicilia e la fine dell’Autonomia siciliana. Con il licenziamento di migliaia e migliaia di persone, disordini sociali. Insomma, il caos sociale. E non lo prevede tra dieci o cinque anni, ma già a partire da quest’anno o, al massimo, entro il prossimo anno.   
“La realtà – dice - non è quella che sembra. Attenzione a quello che sta accadendo in questi giorni e in questi mesi in Sicilia. Vi proponiamo una nostra ricostruzione, tutt'altro che rassicurante. Fra pochi mesi vedremo se abbiamo ‘azzeccato’ (speriamo, davvero, di sbagliarci)”.
Secondo il docente universitario, la recente abolizione del Commissario dello Stato per la Sicilia da parte della Corte Costituzionale non è una vittoria dell’Autonomia. L’Ufficio del Commissario dello Stato si pronunciava sulla costituzionalità delle leggi approvate dal Parlamento siciliano. Se le giudicava incostituzionali le impugnava davanti la Corte Costituzionale, che veniva chiamata a pronunciarsi sulla legge approvata dal Parlamento dell’Isola. 
Qualche mese fa la stessa Corte Costituzionale, con una scusa un po’ ridicola (in pratica sulla base di una vicenda che risale alla fine degli anni ’50 del secolo passato!) ha deciso di abolire l’Ufficio del Commissario dello Stato. Il protagonista di questa strana abolizione è Stato Sergio Mattarella, siciliano, già Ministro della Repubblica (in Italia un terzo dei giudici costituzionali sono lottizzati dalla politica: uno dei pochi errori commessi dai Padri della Costituzionale del 1948).    
Il professore Costa si sofferma, poi, sul Bilancio provvisorio approvato qualche giorno fa dal Parlamento siciliano. Per rendere chiaro il concetto ai lettori americani, vi diciamo subito che il Governo nazionale, negli ultimi due anni e un mese ha tolto alla Regione siciliana (che, come spesso scriviamo, è Autonoma, un po’ come uno Stato Usa) 5 miliardi di euro. La Regione aveva già un ‘buco’ di 2 miliardi di euro per la metà coperto con un mutuo. In pratica, il ‘buco’ totale nel Bilancio di cassa della Regione siciliana ‘viaggia’ tra 5 e 7 miliardi di euro!
Di questa storia abbiamo già parlato. E abbiamo già scritto anche della preoccupazione degli americani per il trattamento che il Governo Renzi - molto influenzato dalla Germania della signora Merkel - sta riservando alla Sicilia. Ed è anche logico: i militari americani hanno grandi interessi geopolitici in Sicilia, dalla base di Sigonella al Muos di Niscemi. E non dovrebbero essere felici di vedere una Sicilia preda di grandi disordini sociali provocati, di fatto, dal Governo nazionale. 
Con un buco finanziario di cassa che varia da 5 a 7 miliardi di euro la Regione siciliana non può approvare un Bilancio normale. Così ha approvato un Bilancio provvisorio per i primi quattro mesi dell’anno. In attesa di approvare il Bilancio ordinario ad aprile. 
Tutto questo sta avvenendo ben sapendo che, per quasi tutte le categorie sociali della Sicilia, ci sono i soldi solo per i primi quattro mesi. Poi nessuno sa quello che succederà. Da qui la profezia a breve termine dell’economista Massimo Costa. 
L’economista cita l’assessore che è stato imposto alla Sicilia da Roma: Alessandro Baccei, un tipo sveglio, che ha preso il timone della Regione, esautorando, di fatto, un presidente - Rosario Crocetta - che in questa fase sembra più confuso che persuaso. E’ stato Baccei a volere questo Bilancio provvisorio (la dizione giuridica è esercizio provvisorio) con i soldi contati per i primi quattro mesi. Dice il professore Costa: “Risveglio della Sicilia con Baccei che imputa a bilancio entrate in pre-contenzioso? Ma quando mai! E' tutta una messa in scena. L'obiettivo reale è la soluzione finale per la Sicilia. Abbiate la pazienza di seguirmi e di mettere insieme i seguenti elementi”.
L’assessore Baccei ha fatto inserire nel Bilancio provvisorio delle entrate fittizie. Si tratta di un miliardo e 700 milioni di euro più un miliardo e 112 milioni euro che la Regione potrà utilizzare solo se lo Stato assegnerà questi soldi alla Sicilia. Come si può notare, un gioco strano, quello ‘pilotato’ dal Governo Renzi con il sottosegretario Graziano Delrio: in due anni e 1 un mese (il mese di gennaio di quest’anno), Roma ha tolto alla Regione siciliana 5 miliardi di euro circa. Ora l’assessore Baccei - piazzato in Sicilia da Renzi e Delrio - dice che, forse, il Governo nazionale restituirà alla stessa Sicilia 2 miliardi e 800 milioni circa dei soldi che gli ha scippato. Questi soldi che lo Stato forse restituirà alla Sicilia si chiamano “accantonamenti negativi”.  
Il professore Costa mette insieme questa storia strana degli “accantonamenti negativi” con una mossa un po’ assurda operata la scorsa estate dal presidente della Regione, Rosario Crocetta. Quest’ultimo, senza dire niente a nessuno - non ha avvertito gli assessori del suo Governo e non ha avvertito il Parlamento siciliano - ha imposto alla Sicilia la rinuncia, per quattro anni, agli effetti positivi del contenzioso tra Stato e Regione siciliana. In particolare, il presidente Crocetta ha stabilito che la Regione da lui presieduta non metterà in atto, per i prossimi quattro anni, una sentenza della Corte Costituzionale - guarda caso dello scorso anno - che dà ragione alla Sicilia sulla questione della territorialità delle imposte. 
Semplificando, grazie a questa sentenza la Regione siciliana avrebbe potuto incassare già a partire da quest’anno circa 10 miliardi di euro, accollandosi, contestualmente, alcune competenze residue che ancora gestisce lo Stato. Nel complesso, avrebbe guadagnato 2 miliardi di euro e forse più, risolvendo, con una semplice operazione finanziaria i problemi di Bilancio (con 2 miliardi di euro di entrate in più all’anno in tre-quattro anni avrebbe azzerato il deficit di cassa di 5-7 miliardi: ma Crocetta ha ritardato di quattro anni l’applicazione di tale sentenza!).  
“Crocetta - dice Costa - rinuncia misteriosamente ai proventi di tutti i contenziosi vinti e a vincersi dalla Sicilia nei confronti dello Stato per i prossimi quattro anni. Tutto questo nel momento più difficile per i conti pubblici in Sicilia. Il sottosegretario Delrio supera la fase di commissariamento soft della Sicilia che va avanti dal 2012 e nomina direttamente un proprio uomo, Baccei, ad assessore all'Economia, con l'esautoramento sostanziale e definitivo del Presidente della Regione eletto al quale resta solo la competenza di andare da Giletti e parlare di antimafia…” (questo è ovviamente un passaggio ironico che riguarda Crocetta, che va spesso a chiacchierare nella trasmissione televisiva dove chi grida più forte ha ragione…).
A questo punto il professore Costa parla di Riscossione Sicilia, la società regionale per la riscossione dei tributi che è stata fatta quasi fallire dalla stessa Regione. “Dopo averlo sapientemente pilotato da sempre - dice l’economista - giunge finalmente il dissesto di Riscossione Sicilia: il consiglio di amministrazione di questa società regionale si è dimesso in blocco. Riscossione Sicilia è oggi già virtualmente chiusa ed assorbita da Equitalia, togliendo alla Regione l'ultimo polmone di finanza autonoma, l'ultimo residuo del secondo comma dell'art. 37 dello Statuto in qualche modo applicato”.  
“Il decreto-Irpef  - prosegue Costa - dà il colpo di grazia alle finanze siciliane, dirottando sui versamenti telematici, e quindi allo Stato, il 90 % delle entrate naturali della Regione, dopo un lungo e lento stritolamento, iniziato nel 2012, che qui non mette conto neanche richiamare.
Prima conseguenza, ovvia: il Bilancio regionale 2015 non si può nemmeno abbozzare. Lo strangolamento finanziario è ormai totale. Ma l'obiettivo vero dello Stato- nemico, quello non dichiarato, non è questo. C'è dell'altro”.
Siamo arrivati ai giorni nostri. Fatti di qualche giorno fa. Dice ancora il professore Costa: “Viene nominato a Presidente della bicamerale per le Regioni un noto siciliano collaborazionista (come fecero con Enrico La Loggia ai tempi del federalismo fiscale presunto), Giampiero D'Alia, la cui primissima dichiarazione è quella secondo cui le autonomie speciali, specialmente ‘alcune’, vanno superate.
L'assessore-Presidente ombra, infine - il riferimento è a Baccei - vara una legge monstruum di esercizio provvisorio, approfittando della provvida eliminazione per tempo del Commissario dello Stato e quindi potendola fare andare comunque in Gazzetta ufficiale ed essere efficace”. 
“Cosa c'è di mostruoso in questa legge? - si chiede Massimo Costa a proposito del Bilancio provvisorio? “Due cose - prosegue il docente universitario: primo, si dilaziona, caso unico in Italia, l'attuazione della Legge n. 196 del 2009 sulla nuova contabilità degli enti pubblici che dal 2015 quindi varrà per tutte le aziende pubbliche italiane, per tutte tranne che per due: lo Stato italiano e la Regione siciliana, entrambe tecnicamente fallite, ma intenzionate a nascondere per altri 12 mesi la polvere sotto il tappeto (in attesa di che? questo mi sfugge). Secondo, inventando una parola mai sentita in vita mia: il pre-contenzioso”. 
Insomma, l’economista Massimo Costa dà per fallite sia l’Italia di Renzi (e, in effetti, con tutte le tasse imposte agl’italiani vedere il debito pubblico schizzare ancora all’insù è strano: 2 mila miliardi e 200 milioni di euro, 100 e passa milioni di debito pubblico in più nel giro di pochi mesi!), sia la regione siciliana. 
A proposito del pre-contenzioso tra Stato e Regione - cioè i 2 miliardi e 800 milioni che lo Stato dovrebbe restituire alla Regione siciliana - il professore Costa precisa: “Non so bene cosa sia il pre-contenzioso. Tecnicamente o c'è il contenzioso o non c'è. L'ex assessore Gaetano Armao impugnava le Finanziarie dello Stato davanti alla Corte Costituzionale (quello era contenzioso), l'assessore Baccei rinuncia al contenzioso in essere, e iscrive in entrata entrate presunte, che potrebbero realizzarsi se qualcuno intanto le chiedesse, e se la Commissione Paritetica emanasse i relativi decreti attuativi. La Regione non ha la facoltà di stravolgere le leggi di bilancio al punto di mettere in attivo entrate presunte, che peraltro lo Stato non ha a propria volta. Ma non è questo il punto! Dire che la Regione non lo può fare, o che lo Stato, ormai fallito, non può permettersi di restituire dei furti alla Sicilia nemmeno un centesimo, perché in cassa non c'è nulla, ebbene tutto ciò è fuorviante. Il vero punto è un altro, cari lettori. Il punto è che Baccei ha certamente concertato con Roma questa mossa. E Delrio, quindi, la conosce perfettamente. Non c'è, non può esserci a logica, alcuna sfida tra Baccei e Delrio, non siamo stupidi!”.
Che succederà, allora? “Ma sarà lo stesso Delrio, con il quale questa mossa è stata concordata - sottolinea ancora l’economista - che se ne servirà per dare alla Sicilia il colpo di grazia finale. Il Ministero per gli Affari regionali impugnerà la legge approvata da Sala d’Ercole che autorizza l'esercizio provvisorio, manifestamente incostituzionale, e la impugnerà ex tunc, diffidando la Regione dal dare seguito alla stessa, a pena di risponderne personalmente. A quel punto Baccei, sconcertato (per finta), si dimetterà. La Regione siciliana cadrà nella paralisi più totale”.
“Nel frattempo - prosegue il professore Costa - i pogrom quotidiani contro la Sicilia riprenderanno. L'Autonomia siciliana sarà linciata come non mai, posta sul banco degli imputati. Giornali, giornalisti, sindacalisti, politici, persino qualche regista, specialmente siciliani, saranno precettati per la sollevazione colorata contro l'Autonomia, che sarà considerata la madre di questa catastrofe e di tutti mali della Sicilia (e forse anche del mondo). Si spiegherà a oltre centomila siciliani che resteranno senza stipendio che la colpa è della Sicilia, dello Statuto e della Sua Autonomia. Tutti ne chiederanno a gran voce la soppressione, forse anche scendendo per strada.
Il Governo nazionale raccoglierà pietosamente questo invito. Commissarierà la Regione, ma non indirà le nuove elezioni. Farà votare a tamburo battente una legge costituzionale, ‘specialissima’, con cui si revocherà l'Autonomia speciale e si dilazioneranno di un anno le elezioni della nuova Regione, questa volta completamente castrata, svuotata di ogni risorsa e a Statuto ordinario, dove la normalizzazione della Rivolta scoppiata nel 1943 dovrebbe trovare il suo definitivo compimento”.
“Conservate questa profezia - dice ancora Costa -. Secondo me non arriviamo a giugno con lo Statuto speciale. La soluzione finale è stata decisa già nell'estate del 2012, quando la Sicilia ebbe l'ardire di chiedere semplicemente quello che le spettava. Per due anni si è semplicemente galleggiato, sia perché altre emergenze scuotevano l'Italia, sia perché bisognava ancora esaurire, poco a poco, tutte le residue energie finanziarie della Regione, bisognava affamarla con mille attenzioni, soprattutto con il contributo della Regione alla sostenibilità delle finanze nazionali (più di un miliardo l'anno dato come colpi di maglio dal 2013 in poi). E' stato Matteo Renzi, uno dei Presidenti del Consiglio dei Ministri in assoluto più anti-siciliani della storia, a voler chiudere definitivamente i conti. Lo scippo dei fondi nazionali, l'esclusione da ogni investimento nel decreto sblocca-Italia, persino le provocazioni sulle Olimpiadi, dalle quali sarebbe espressamente esclusa la Sicilia, danno un'idea del clima che si sta creando”.
“Tra il 2015 e il 2016 - conclude l’economista Massimo Costa - si dovrebbe consumare sotto i nostri occhi un vero e proprio genocidio da lungo pianificato e con effetti devastanti e definitivi. Della Sicilia resterà un cumulo di macerie. A meno che... non ci si metta di mezzo la Vergine Odigitria, la ‘Bedda Matri’ protettrice della Sicilia, e qualcuno non li ‘sgami’ prima o qualcosa in questo piano non funzioni o qualcuno in Sicilia non cominci a scuotere il giogo e cominci a identificare nemici e, soprattutto, traditori. Se questo non dovesse accadere prepariamoci alla catastrofe: collasso dei servizi pubblici, centinaia di migliaia di persone senza reddito, disordini e insicurezza, mancanza di qualsiasi prospettiva per 3 o 4 decenni a venire. Grazie Renzi! Grazie al presidente della Regione, Rosario Crocetta!  E soprattutto grazie, grazie, grazie di cuore, a tutti i Siciliani, ‘sperti’, imprenditori, intellettuali, politici rampanti o professori universitari, che in un modo o nell'altro avranno contribuito a raggiungere questo prezioso risultato”.
Sarà così? Chissà cosa ne penseranno gli americani. Chissà cosa penseranno Obama e compagni di una Sicilia fatta a spezzatino dal Governo Renzi-Merkel…

LA PROFEZIA: LA SICILIA FALLIRÀ TRA POCHI MESI, CI SARÀ LA CATASTROFE SOCIALE,COSTA,RENZI,LUMIA,FARAONE,BACCEI,CROCETTA,MONTANTE,CATANZARO

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