L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























domenica 26 aprile 2015

SICILIA: PRONTO IL BILANCIO 2015. CON ENTRATE FITTIZIE. QUALCHE DOMANDA AL PRESIDENTE MATTARELLA

Sicilia: pronto il Bilancio 2015. Con entrate fittizie. Qualche domanda al Presidente Mattarella


Giulio Ambrosetti
26 aprile 2015

La commissione legislativa Finanze del Parlamento della Sicilia ha approvato il Bilancio 2015. Con 450 milioni di euro della Sicilia trattenuti dallo Stato. Che determinano un ‘buco’ imposto, di fatto, da Roma. Qualche domanda al Presidente Mattarella




La commissione Bilancio e Finanze del Parlamento siciliano ha approvato la manovra di Bilancio 2015. La parola passa, adesso, allo stesso Parlamento dell’Isola che, da domani, proverà ad approvare la legge di stabilità regionale entro il 30 aprile.
Noi abbiamo deciso di informare i nostri lettori solo a manovra economica e finanziaria 2015 completata. Cioè dopo l’approvazione finale da parte dell’Assemblea regionale siciliana (questo il nome del Parlamento regionale). Quella di oggi è un’approvazione a metà, se è vero che siamo davanti a una manovra approvata dalla commissione legislativa di merito del Parlamento siciliano. Tale approvazione, ancorché parziale (è certo che in Aula, da qui al 30 aprile, il testo verrà emendato, cioè cambiato), ci consente qualche considerazione e un paio di domande al Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, e ai giudici della Corte dei Conti.
La prima considerazione è che le parole “legge di stabilità” sono un po’ in contraddizione con quello che rischia di avvenire nei conti pubblici della Regione siciliana. Stando a quello che leggiamo nella manovra approvata dalla commissione Bilancio e Finanze del Parlamento siciliano, all’appello mancherebbero 450 milioni di euro che vengono inseriti nel Bilancio 2015, anche se tali soldi, allo stato attuale, non ci sono. Si tratta, fino a questo momento, di entrate fittizie. Soldi che lo Stato centrale non ha ancora erogato. E’ corretto inserire in una legge di Bilancio soldi che, allo stato attuale dei fatti, non ci sono?
Su tale punto bisogna essere chiari. Non si tratta di soldi che lo Stato dà alla Sicilia. Al contrario, si tratta di soldi siciliani (per lo più Iva e Irpef pagati dai siciliani) che il governo nazionale di Matteo Renzi ha indebitamente trattenuto. E che non è nemmeno detto che restituirà. Di fatto, quello che si sta facendo con l’approvazione del Bilancio regionale 2015 è un falso in bilancio, che non viene considerato reato solo perché si tratta di un bilancio pubblico.
Quello di inserire nel proprio Bilancio entrate false è una pratica molto ‘gettonata’ in Sicilia. Tecnicamente tali entrate fittizie si chiamano “residui attivi”. Da un paio di anni la Corte dei Conti - istituzione che in Italia verifica la correttezza dei conti pubblici - ha imposto alla Regione siciliana di azzerare i residui attivi. Cioè di eliminarli dal proprio Bilancio. Così, con il Bilancio 2015 della Regione autonoma Sicilia assistiamo a un paradosso tutto italiano: da un lato c’è la Corte dei Conti che intima alla Regione di eliminare le entrate fittizie, imponendo che, ogni anno, una quota delle entrate (reali!) venga utilizzata per azzerare le entrate fittizie; dall’altro lato c’è il governo Renzi che sta spingendo la stessa Regione Sicilia ad approvare un Bilancio 2015 con 450 milioni di nuove entrate fittizie (detto per inciso, a nostro avviso le entrate fittizie sono di più di 450: ma questo lo verificheremo, carte alla mano, dopo l’approvazione definitiva del Bilancio regionale 2015) . Soldi - lo ribadiamo ancora una volta - della Sicilia, ma che Roma ha trattenuto per far quadrare i propri conti.
A norma di legge - legge che la Corte dei Conti ha imposto alla Regione Sicilia di rispettare - un Bilancio con entrate fasulle andrebbe impugnato perché viziato di incostituzionalità. Ma lo scorso anno l’ufficio che dovrebbe impugnare le leggi incostituzionali approvate dal Parlamento siciliano - il Commissario dello Stato per la Regione siciliana - è stato, di fatto, bloccato da un pronunciamento della Corte Costituzionale. E sapete chi è stato il giudice costituzionale relatore del provvedimento che, di fatto, ha ridotto al minimo, bloccandolo, l’Ufficio del Commissario dello Stato? Sergio Mattarella. Sì proprio lui, l’attuale Presidente della Repubblica che, prima di essere eletto al Quirinale, svolgeva il ruolo di giudice costituzionale.
Tutto, in Italia, assume i contorni del paradosso. Sapete, cari lettori americani, chi, in assenza dell’Ufficio del commissario dello Stato, ha il potere di impugnare il Bilancio della Regione siciliana eventualmente viziato di incostituzionalità? Il governo nazionale. Sì, proprio il governo nazionale di Matteo Renzi che sta costringendo la Regione siciliana ad approvare un Bilancio 2015 con 450 milioni di euro di entrate che, allo stato attuale, non ci sono (leggere entrate fittizie). Ora, secondo voi un governo nazionale che sta imponendo al Parlamento siciliano l’approvazione di un Bilancio 2015 con 450 milioni di euro di entrate fittizie - in contraddizione con quanto stabilito dalla Corte dei Conti! - può mai impugnarlo? Insomma, il governo Renzi può mai impugnare un Bilancio regionale che è il prodotto di un proprio diktat? Dovrebbe pirandellianamente smentire se stesso. Lo farà?
Una premessa a una domanda ai giudici della Corte dei Conti. La premessa: qualche anno fa - se non ricordiamo male era il 2013 - la Corte dei Conti intervenne subito dopo l’approvazione del Bilancio regionale, intimando al governo e al Parlamento dell’Isola di iniziare ad eliminare i residui attivi. Governo e Parlamento dell’Isola hanno messo a punto una sorta di piano di rientro che dovrebbe abbattere le entrate fittizie nell’arco di pochi anni. La domanda: che senso ha, mentre è in corso l’abbattimento di queste entrate fittizie, iscrivere nel Bilancio 2015 circa 450 milioni di euro che potrebbero rivelarsi entrate fittizie?       
Per certi versi, la situazione siciliana è simile a quella greca. Con differenze e similitudini. La differenza sta nel fatto che il ‘buco’ nel Bilancio della Grecia è il frutto di soldi utilizzati in parte dagli stessi greci e, in parte, utilizzati per pagare la permanenza della stessa Grecia nell’Europa ‘unita’ dell’euro. Mentre il ‘buco’ della Regione siciliana è il frutto di scippi operati negli ultimi due anni dal governo nazionale (oltre 5 miliardi di euro i soldi che Roma ha tolto dal Bilancio della Regione Sicilia dal 2013 ad oggi). La similitudine tra Grecia e Sicilia sta nel fatto che a imporre questa follia del rigore economico è la solita Germania della signora Merkel (anche se, scippando i soldi alla Sicilia in particolare e al Sud Italia in generale, il governo Renzi sistema anche le proprie clientele: le tanto celebrate assunzioni con il Jobs Act sono fatte grazie agli sgravi fiscali concessi alle imprese con lo scippo di 5 miliardi di fondi Pac al Mezzogiorno d’Italia).
Qualche domanda al Presidente Sergio Mattarella. Che farà il capo dello Stato italiano? Farà passare un Bilancio 2015 della Regione siciliana con entrate fittizie, solo perché voluto da Roma? Insomma, Sergio Mattarella assisterà silente a una vicenda nella quale anche lui ha avuto una parte - di certo non secondaria - visto che è stato, da giudice costituzionale, il protagonista della quasi-abolizione dell’Ufficio del Commissario dello Stato per la Sicilia? Un’ultima domanda al Presidente della Repubblica che - lo ricordiamo - è un siciliano: non trova, Presidente Mattarella, molto singolare che il governo nazionale, calpestando lo Statuto autonomistico siciliano, trattenga imposte che spettano alla Regione, non le restituisca e, addirittura,  imponga alla stessa Regione la redazione di un Bilancio 2015 con entrate aleatorie?
Diciamo questo per un motivo semplice: perché se lo Stato non restituirà alla Sicilia i 450 milioni di euro di Iva e Irpef che ha indebitamente trattenuto, per i siciliani, quest’anno, ci saranno 450 milioni di euro di mancati pagamenti. E siccome il Bilancio della Regione siciliana, ormai, è fatto per il 99 per cento da stipendi e pagamenti vari, ci saranno 450 milioni di stipendi e pagamenti in meno…  



Il fallimento della Regione siciliana in stile Grecia: bloccare i Tfr a circa 10 mila futuri prepensionati?


Giulio Ambrosetti
[24 Apr 2015 

Il Parlamento siciliano si accinge ad approvare un Bilancio 2015 con un ‘buco’ di un miliardo di euro (e forse più) provocato da Roma. Di fatto, sarà il fallimento della Regione siciliana controllato dal governo nazionale. La manovra sui Tfr di 10 mila futuri prepensionati

Un mese fa, o giù di lì, abbiamo scritto che il governo nazionale di Matteo Renzi sta utilizzando la Sicilia come primo ‘esperimento’ di fallimento controllato di una Regione italiana. Prima di noi anche il professore Massimo Costa, collaboratore del nostro giornale, ha parlato di “fallimento della Sicilia”. Quello che sta succedendo in queste ore nel Parlamento dell’Isola conferma la nostra tesi (e la tesi del professore Costa). Come ripetiamo spesso - soprattutto a beneficio dei lettori americani - la Sicilia è una Regione autonoma a Statuto speciale. Con un proprio Parlamento. Ebbene, in queste ore, la commissione Bilancio e Finanze dell’Assemblea regionale siciliana (questo il nome del Parlamento dell’Isola) ha quasi definito la manovra di Bilancio 2015. Con molta probabilità, la prossima settimana lo stesso Parlamento siciliano discuterà e approverà il Bilancio di quest’anno. Un Bilancio 2015 - che ora proveremo a illustrare per grandi linee - che sancisce il fallimento controllato (da Roma) della Regione siciliana.
Cominciamo con un dato generale. Sui giornali siciliani, in questi giorni, abbiamo letto di tutto e di più. Noi, partendo dai dati emersi nel dicembre dello scorso anno, facciamo riferimento ad alcuni numeri: 5 miliardi di euro il ‘buco’ di ‘cassa’ scoperto poco più di quattro mesi addietro nei conti della Regione. Guarda caso, è pressappoco la stessa cifra che il governo nazionale ha strappato alla Regione siciliana negli ultimi due anni. E non può che essere così: dal 2008 ad oggi, infatti, la Regione non ha fatto altro che tagliare risorse finanziarie su ordine di Roma. Se oggi dal Bilancio regionale mancano 5 miliardi di euro, ebbene, questo avviene perché questi soldi sono finiti a Roma. Risorse che il governo nazionale utilizza, in buona parte, per pagare la permanenza dell’Italia nell’Unione europea dell’euro.
Del resto, carta canta: il Fiscal Compact - il trattato internazionale siglato nel 2012 dal governo Monti, approvato dal Parlamento italiano dell’epoca e dall’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - prevede che l’Italia paghi, per 20 anni, 50 miliardi di euro all’anno per dimezzare il proprio debito pubblico che ha ormai superato i 2 mila miliardi di euro. Da qualche parte questi soldi da ‘immolare’ ogni anno sull’altare di Bruxelles bisogna trovarli. E la Sicilia - lo hanno deciso il governo Renzi e il Pd - è la Regione italiana che deve pagare di più.
Tutto questo sta avvenendo - e questo è forse il dato politico paradossale - mentre la Sicilia esprime le due più alte cariche dello Stato, se è vero che il Presidente della repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente del Senato, Piero Grasso, sono siciliani. Mentre la terza carica dello Stato - la Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini - è stata eletta in Sicilia nella lista di Sel.
Sui giornali siciliani leggiamo che il Parlamento dell’Isola si accingerebbe a varare un Bilancio 2015 con un ‘buco’ di 500-600 milioni di euro, soldi che non ci sarebbero. Noi preferiamo aspettare di leggere il documento finanziario finale: non quello approvato dalla commissione Bilancio e Finanze, ma quello che la prossima settimana verrà approvato dal Parlamento siciliano.
Detto questo, vorremmo segnalare in anticipo una previsione e una certa disinformazione. La previsione è che il ‘buco’ di Bilancio 2015 della Regione non sarà di 500-600 milioni di euro, ma superiore al miliardo di euro (e, credeteci, siamo ottimisti). La disinformazione sta nel fatto che alcuni esponenti del Pd - nazionale e siciliano - si ostinano a dire e ribadire che lo Stato “aiuterà la Sicilia a patto che il Parlamento siciliano approvi le riforme”. Questa formula linguistica presuppone una bugia e la mancanza di coraggio per chiamare le cose per quelle che sono.
Cominciamo dalla bugia. Che è nei numeri e nei fatti. Abbiamo detto (l’abbiamo scritto più volte) che il ‘buco’ di ‘cassa’ di 5 miliardi di euro è stato provocato dai soldi che il governo nazionale ha scippato alla Regione siciliana negli ultimi due anni. Lo Stato non deve ‘aiutare’ la Sicilia: semmai dovrebbe restituire alla Regione almeno una parte delle risorse che ha strappato alla stessa Regione negli ultimi due anni. Il fatto che, adesso, per restituirci una parte dei soldi pretenda che il Parlamento dell’Isola vari alcune “riforme” si configura come una vera e proprie estorsione politica (e non soltanto politica). Ora proveremo a dimostrare perché si tratta di un’estorsione politica. E lo faremo affrontando il secondo punto: la mancanza di coraggio del governo Renzi e dei suoi esponenti che non chiamano le cose con il proprio nome.
Dire a una Regione che, sotto il profilo economico e finanziario è ormai al collasso che deve effettuare le “riforme”, significa non avere il coraggio di affermare che la Sicilia deve licenziare da 40 mila a 50 mila persone. Questo perché con i tagli che sono iniziati nel 2008 e non si sono più fermati, il Bilancio della Regione, oggi, è ‘rigido’. Che significa ‘rigido’? Significa che, al 99 per cento, è fatto di spese correnti. Queste spese correnti, semplificando, non sono altro che stipendi e pagamenti obbligatori. Se si va a togliere - come si sta provando a fare - un miliardo di euro di euro (e forse più) dalla ‘cassa’, a rigor di logica gli effetti non possono che essere due: o la Regione non effettua più i pagamenti obbligatori (e questo è impossibile, perché la legge non lo consente!), o la Regione licenzia un numero di soggetti i cui stipendi, sommati, arrivano al miliardo di euro (e forse più). Anche se il governo Renzi non lo dice, è proprio quello che sta succedendo.
Siccome il ‘buco’ è, con molta probabilità, maggiore di un miliardo di euro, il governo nazionale (con la complicità del governo regionale e, in particolare, dell’assessore al Bilancio, Alessandro Baccei, non a caso imposto dal governo Renzi al presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta) non può licenziare 100 mila persone. Così ha deciso di far pagare una parte di questo miliardo e più agli attuali dipendenti pubblici della Sicilia; una seconda parte ai lavoratori precari (che non verranno licenziati, ma lasciati senza retribuzioni nel tentativo di prenderli per stanchezza); una terza parte ai pensionati della Regione; mentre quarta parte, piaccia o no, dovrà essere portata a termine con i licenziamenti. Di fatto, in Sicilia succederà quello che è avvenuto in Grecia, anche se con qualche variazione sul tema.  
Anche se con notevole ritardo i dipendenti della Regione siciliana scenderanno in piazza il 29 aprile. Dovrebbero essere in piazza anche i pensionati della stessa Regione. Ai lettori americani va illustrata la follia di una Regione che ha costituito un Fondo pensioni per i propri dipendenti solo nel 2009. Il risultato è che quasi tutti i pensionati regionali vengono pagati con fondi di Bilancio. Se, come sta avvendo, vengono meno i fondi di Bilancio, vengono meno anche i soldi per pagare i pensionati.
Così, per risparmiare, il governo nazionale ha deciso di tagliare anche le pensioni agli ex dipendenti regionali. Va detto che alcuni pensionati regionali se la passano meglio rispetto a quelli dello Stato. Perché usufruiscono di una pensione calcolata con il metodo retributivo e non contributivo. Detto questo, non è ancora chiaro se ad essere colpite saranno le pensioni da 2 mila euro al mese in su o tutti i pensionati regionali (che sono circa 16 mila).
Pesantissima - a giudicare da quello che si legge nelle ‘carte’ della commissione Bilancio e Finanze del Parlamento siciliano - la manovra per i dipendenti della Regione. Su circa 18 mila dipendenti, sembra che il governo nazionale - che con l’assessore Baccei detta legge in Sicilia, alla faccia dell’Autonomia siciliana! - vorrebbe mandare a casa da 8 a 10 mila persone. Prepensionamenti, si chiamano così. Su questo punto sarebbe in corso una manovra per risparmiare il miliardo di euro ulteriore che la Regione dovrebbe erogare a chi va in pensione a titolo di Tfr (Trattamento di fine rapporto) o liquidazioni.
Abbiamo già sottolineato che la Regione non ha un proprio fondo pensioni. Ciò significa che, oltre a pagare le pensioni, deve pagare anche i Tfr. Fatta una media di 100 mila euro di Tfr per ogni dipendente (ed è una media al ribasso), per pagare il Trattamento di fine rapporto a circa 10 mila lavoratori da prepensionare ci vorrebbe un miliardo di euro. Che, ovviamente, la Regione siciliana non ha. Stando a quello che si capisce, i 10 mila dipendenti regionali verrebbero mandati a casa in prepensionamento, ma senza ricevere subito il Tfr. Che, a quanto si sussurra, verrebbe pagato il tre soluzioni dal 2020 in poi. A noi questa soluzione sembra una follia, anche perché nel 2020 la Regione siciliana potrebbe non esserci più, grazie alle 'rate' annuali del già citato del Fiscal Compact. Ma tra le tante ‘carte’ che abbiamo letto anche quest’ipotesi. Vera? Falsa? Non sappiamo.
Ribadiamo: saremo più chiari ed esaustivi quado avremo tra le mani il testo della legge approvata dal Parlamento siciliano. Però una verità non la possiamo nascondere: la Regione non ha i soldi per pagare i Tfr a 10 mila possibili prepensionati (li avrebbe se il governo Renzi restituisse i soldi che ha scippato alla Regione siciliana: cosa che non avverrà).
Ovviamente, i 10 mila prepensionati non basterebbero a far quadrare i conti. Secondo i nostri calcoli - che abbiamo effettuato leggendo le ‘carte’ della commissione Bilancio - altri 35 mila-40 mila soggetti dovrebbero perdere in parte o tutto lo stipendio. E’ una follia sociale: ma è quello che rischia di succedere.
Detto questo, precisiamo che è vero che in Sicilia c’è un eccesso di dipendenti pubblici e di precari. Ma va aggiunto che tutti i dipendenti pubblici e tutti i precari sono stati creati dalla Regione siciliana e dallo Stato. Su questo argomento torneremo domani, dimostrando - con i fatti e non con le chiacchiere - le responsabilità dello Stato nella folle gestione della pubblica amministrazione del Sud in generale e della Sicilia in particolare. Quello Stato italiano che, adesso, si vorrebbe chiamare fuori invitando il Parlamento siciliano a “fare le riforme”…

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