L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























mercoledì 5 agosto 2015

Quando il boss Vito Gondola decise con Riina l’eliminazione della famiglia mafiosa di Marsala

Quando il boss Vito Gondola decise con Riina l’eliminazione della famiglia mafiosa di Marsala…

Vito Gondola, il boss arrestato nell’operazione antimafia Hermes di lunedì, è un pastore molto noto nel mondo di Cosa nostra, e non è un caso che sia considerato dagli inquirenti uno degli uomini più fidati di Matteo Messina Denaro, tant’è che aveva il compito di smistare la sua corrispondenza tramite i famosi pizzini, che Gondola chiamava in codice (citando involontariamente Peppino Impastato e la mafia come montagna di merda….) gli “spargiconcime”. «Ci sono le cesoie da molare»; «bisogna tosare le pecore»; «il formaggio è pronto da ritirare»; «ho attaccato lo spargi concime»; «ti ho messo la ricotta da parte, passi più tardi?»; «Ho la sudda (l’erba che si dà alle pecore) pronta». Erano queste le frasi tipiche in codice quando ci si riferiva al fermo posta di Matteo Messina Denaro. Gondola Vito 16.04.38
Rude, primitivo, Vito Gondola, detto Coffa, 77 anni, non è un criminale qualsiasi. Era accanto a Totò Riina, il Capo dei capi, quando fu deciso, insieme al clan Messina Denaro l’eliminazione della famiglia mafiosa di Marsala, colpevole di trattare con gli “stiddari” e con le famiglie perdenti di Cosa nostra, che Riina aveva scalzato con una specie di pulizia etnica che aveva fatto 500 morti in tutta la Sicilia Occidentale. Vito Gondola era il reggente della famiglia mafiosa di Mazara, per certi periodi insieme a Salvatore Tamburello anche il reggente del mandamento, che, nella geografia politica di Cosa nostra comprende anche Marsala.
L’eliminazione dei marsalesi fu decisa in una famosa cena, alla vigilia di Natale del 1991 (e anche alla vigilia del terribile 1992 delle stragi di Capaci e Via D’Amelio) a Mazara del Vallo, in una villetta a Tonnarella. Cena a base di ostriche, aragoste e Dom Perignon (marca di champagne che predilige anche Matteo Messina Denaro). Durante la solenne “mangiata”, come da rituale, Riina – terminato il lauto pasto – diede ordine di sterminare i vertici della famiglia mafiosa di Marsala   alla presenza, oltre che di Gondola, di tutti i capi mafia autori delle stragi e degli omicidi più importanti avvenuti della provincia di Trapani: il giovane  Matteo Messina Denaro, Mariano Agate, Andrea Mangiaracina, Vincenzo Sinacori, “Mastro Cicco” Messina.  Tranne Matteo Messina Denaro, quei criminali della mafia che fu oggi sono o morti o sepolti dal carcere duro e da svariati ergastoli. L’unico che era riuscito a schivare la galera (nel senso che si era fatto la sua pena, senza parlare mai, e senza essere coinvolto in fatti di sangue eclatanti) fino ad adesso era  Vito Gondola Eppure, per capire la sua caratura criminale, basta ricordare che in quella famosa mangiata Gonfola ebbe l’onore di sedere a tavola proprio alla destra di Riina il che nei rituali mafiosi assumeva un significato emblematico del credito, del prestigio e dell’autorevolezza che il Gondola godeva presso il feroce capo corleonese.
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Altro mafioso di rango finito dentro l’operazione Hermes  è l’anziano uomo d’onore, Pietro Giambalvo. Non partecipava alle riunioni importanti, ma anche lui ha avuto un ruolo prestigioso: era l’autista di Riina quando si muoveva tra Mazara del Vallo e Castelvetrano.  «Assai comprensibile quindi– si legge nella richiesta di misura cautelare delle Procura – che Vito “Coffa” e Pietro Giambalvo abbiano costituito e costituiscano ancora un importante ed affidabilissimo punto di riferimento del latitante (di cui è notorio il legame con Totò Rinna e con la parte corleonese di Cosa nostra), cui consegnare il compito di cerniera comunicativa con il territorio e il compito di selezionare i sodali da incaricare per la essenziale trasmissione della corrispondenza».

Tra i “forconi” e Messina Denaro


loretta ermes-1E’ la storia di Giovanni Loretta, mazarese, autotrasportatore. Si occupava per la Dda di Palermo di gestire la trasmissione dei “pizzini” del boss latitante Matteo Messina Denaro, intanto capeggiava la rivolta dei “forconi” in provincia di Trapani
Sul Canal Grande a Venezia qualcuno, magari a Trapani si dirà che questo sconosciuto è un “professionista dell’antimafia”, ha esposto tra due balconi a ridosso del Ponte di Rialto uno striscione, “No mafia! Venezia è sacra”. L’autore di questa iniziativa non poteva certo immaginare che due notti addietro nemmeno a molta distanza da quel luogo, c’era un mafioso e favoreggiatore (presunto) di un super boss, Matteo Messina Denaro, che era venuto a chiudere una serie di affari. Giovanni Loretta, mazarese, 43 anni, è uno degli 11 destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Ermes. E’ stato arrestato dai poliziotti della Mobile di Trapani che sono andati a prenderlo a Venezia dove Loretta si trovava per acquistare una partita di cozze. Uomo fidato del boss Vito “Coffa” Gondola, tra le “gondole” veneziane pare avesse trovato buona accoglienza. Loretta non è certo una persona che non è capace a socializzare, sa bene impersonare la figura di leader e grazie a questa capacità nei mesi della dura lotta dei “forconi” lo si è visto tra
IMG_0505i capi della rivolta, in prima fila a Trapani e provincia nel blocco di autostrada, strade cittadine. Solo che a quanto risulta dalle indagini della Squadra Mobile di Trapani si dedicava anche ad altro, far parte, e questo dall’aprile 2011, del “cerchio magico” dei “pizzinari” del super latitante Matteo Messina Denaro, accusa che lo hanno condotto in carcere. Il suo soggiorno veneziano, lontano dalla Sicilia, è durato poco. Loretta si sarebbe interessato di organizzare gli incontri al vertice durante i quali Vito Coffa a voce riferiva il contenuto dei “pizzini” inviati al clan dal latitante Messina Denaro. I “capi” infatti direttamente non potevano sentirsi, Gondola, Pietro Giambalvo, Scimonelli e Gucciardi, per vedersi avevano degli intermediari e Loretta era tra questi, usando al solito un linguaggio cifrato: “…Senti qua a me Giovanni …ma … uh … tu il graniglio quando me lo porti? […] ah lunedì me lo porti ? e verso che ora me lo porti il graniglio? Lunedì verso mezzogiorno? Va bene!”) ed il 10.12.2012: “tu verso le sette … sette e mezza qua sei? perché mi serviva …” e subito Loretta: “si! sette … sette e mezza sono lì … va bene?[…] senti qua … cosa faccio … nel pomeriggio ti porto questi cantuna?”. In particolare Loretta era quello incaricato a fare incontrare Vito Gondola con Pietro Giambalvo, uno capo della mafia di Mazara, l’altro capo della mafia di Santa Ninfa. I “pizzini” talvolta nel parlare criptato venivano descritti come assegni: “…Leonardo Giovanni sono …oeh…Giovanni …senti qua…oh…oh…il conto quanto e rimasto lì…aspetta che te lo dico.. (voci in lontananza)…. resta millesetteecinquantuno…e gli vuoi dire lì.. a Nino… così nel pomeriggio salgo e mi fa trovare questo assegno…va bene ora glielo dico…ok”. In altri casi i “pizzini” erano spacciati al telefono per “graniglio”: …leonardo? (Leonardo Agueci altro arrestato ndr)…Giovanni… ciao!…buongiorno… dimmi!…come siamo combinati? …ma qui siamo… rovinati! …ma oggi quel materiale me lo consegni? Magari verso mezzogiorno? …il graniglio?…eh!…ora vediamo se ha macinato va… fammi chiamare vediamo se ha macinato e te lo vado a caricare! …andiamo… fammelo sapere cosi mi fai sapere a che ora vieni! Okkei?…va bene!…quindi ormai se ne parla sempre nel pomeriggio è vero? …si! …logico… va bene … va bene …” .
Un’altra ‘stretta’ attorno a Matteo Messina Denaro. Che però rimane un ‘fantasma’
Di scena l’operazione “Ermes” che ha consentito la cattura di altri dieci presunti favoreggiatori che comunicavano con il ‘capo’ attraverso un complicato giro di ‘pizzini’. Tutto è avvenuto, come sempre, nel Trapanese, che rimane la zona d’elezione di Matteo Messina Denaro, il boss che rimane, però, imprendibile
Per la terza o quarta volta gli inquirenti dicono di aver stretto il cerchio intorno a Matteo Messina Denaro, il boss di Cosa nostra che fino ad oggi, però, è riuscito a sfuggire a tutte le strette. E non c’è da stupirsi, se è vero che nel nostro Paese non mancano latitanze trentennali e persino quarantennali di grandi capi mafia. Il magistrato inquirente Teresa Principato dice che Messina Denaro gode di protezioni ad alto livello. Anche in questo caso non c’è da stupirsi, se è vero che, in Italia, quando si parla di lotta alla mafia, si è avuta spesso la sensazione di assistere a uno Stato che lotta contro se stesso…
Oggi le cronache ci raccontano di undici esponenti di vertice delle famiglie mafiose di Trapani e di presunti favoreggiatori del boss arrestati nell’operazione definita “Ermes”. In azione sono la Polizia Stato coordinata dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo. L’inchiesta è condotta dal Procuratore della Repubblica del capoluogo siciliano, Franco Lo Voi, dai sostituti Paolo Guido, Carlo Marzella e dal procuratore aggiunto, la già citataTeresa Principato.
Gli investigatori ritengono di aver colpito il sistema di comunicazioni di Messina Denaro, ovvero il già noto
Matteo Messina Denaro
Matteo Messina Denaro
sistema dei ‘pizzini’ (in siciliano piccoli pezzi di carta, o bigliettini, con scritti gli ordini del boss: ‘pizzini’ diventati noti perché molto utilizzati dal boss corleonese, Bernardo Provenzano). Attraverso i ‘pizzini’ Matteo Messina Denaro impartisce gli ordini ai suoi uomini per la gestione degli affari.  
Stando a quanto scoperto dagli inquirenti, il centro di smistamento si trovava in un casolare nelle campagne di Mazara del Vallo. Arresti e perquisizioni sono stati eseguiti nelle province di Palermo e Trapani. Alle operazioni partecipano il personale delle Squadre Mobili delle due città con il coordinamento del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e con la partecipazione del raggruppamento operativo speciale (Ros) dei Carabinieri. Non è la prima volta che gli inquirenti si avvicinano a Matteo Messina Denaro colpendo la sua rete di connivenze e di protezione. Ne 2010 sono state arrestate poco meno di 100 persone considerate vicine al boss. Tra questi anche la sorella.  “Siamo alle battute finali”, ha detto il procuratore aggiunto Principato in conferenza stampa. I ‘pizzini’, che risalgono a un arco temporale che va dal 2012 a oggi, sono stati usati da Messina Denaro per controllare il territorio. In questa azione di monitoraggio esercitata dal boss venivano impiegati soggetti di mandamenti diversi, mai lasciati soli nelle operazioni di raccolta dei ‘pizzini’.
Gli inquirenti hanno colpito i capi del mandamento di Mazara del Vallo e dei clan di Salemi, Santa Ninfa, Partanna, tutti centri del Trapanese ritenuti ‘feudi’ di Messina Denaro. L’operazione “Ermes”, che punta a disarticolare la rete di protezione e di connivenza del boss, è la prosecuzione delle operazioni “Golem” ed “Eden” condotte dalla Polizia e dai Carabinieri grazie alle quali sono stati arrestati favoreggiatori e familiari del boss. “Gli arrestati erano per la maggior parte dei pregiudicati, condannati per favoreggiamento - ha precisato Teresa Principato -. Quelli che vengono ritenuti dei pecorai, sono in realtà i capi mafiosi sul territorio. Territorio che continua a essere battuto: gli arrestati sono stati osservati da anni”.
Agli arrestati sono finiti Vito Gondola, mazarese, 77 anni; Leonardo Agueci, 28 anni; Ugo Di Leonardo, 73 anni; Pietro e Vincenzo Giambalvo, 77 e 38 anni, padre e figlio; Sergio Giglio, 46 anni; Michele Gucciardi, 62 anni; Giovanni Loretta, 43 anni; Giovanni Mattarella,49 anni (genero di Vito Gondola); Giovanni Domenico Scimonelli, 48 anni; Michele Terranova, 46 anni.
Secondo gli inquirenti, il ruolo centrale era esercitato da Vito Gondola, considerato il regista dello smistamento dei ‘pizzini’: uno smistamento che gli inquirenti hanno già in altre operazioni antimafia, con comunicazioni tra boss e favoreggiatori che andavano in scena, in media, ogni 15. Con una procedura collaudata: i ‘pizzini’, una volta letti, venivano sotterrati e talvolta eliminati. Una procedura che continua sino a fine febbraio 2014 con il pentimento di Lorenzo Cimarosa.
Gli inquirenti hanno tenuto sotto osservazione la zona. E hanno accertato che i ‘pizzini’ venivano nascosti sotto terra durante i summit. Solo al termine delle riunioni i ‘collettori’ li andavano a prendere per consegnarli ai destinatari. I ‘pizzini’ erano ripiegati e chiusi con dello scotch. A questo rituale si aggiungevano altre regole molto rigide: i messaggi, una volta letti, andavano distrutti e le risposte dovevano arrivare al boss entro termini prestabiliti, con un tempo massimo di 15 giorni.
Le indagini culminate negli arresti di ieri  sono iniziate nel 2011, dopo che un’operazione di Polizia ha disarticolato la rete dei favoreggiatori del boss. Da qui la necessità per gli uomini d’onore di riorganizzare tutta la comunicazione. Un ruolo importante, stando a quanto appurato dagli inquirenti, era svolto dagli allevatori che, come già accennato, erano in realtà personaggi di peso dell’organizzazione. Tra le parole utilizzate per convocare i summit spiccavano termini come “concime” e “favino”, cereali dati in genere ai maiali. Gli scambi di ‘pizzini’, a un certo punto, hanno subito un arresto, che gli inquirenti hanno collegato a un possibile allontanamento di Matteo Messina Denaro. Anche in questo caso non si tratta di una novità, perché il boss, sempre secondo gli inquirenti, potrebbe, in alcuni periodi, allontanarsi dalla Sicilia. E attualmente potrebbe anche non trovarsi nell’Isola.
A quanto si è capito, gli uomini arrestati ieri avevano intuito di essere braccati. In ogni caso, anche questa nuova ondata di arresti non dirada la nube di misteri che accompagna la latitanza di un boss trapanese che rimane misteriosa. Di fatto, al di là degli annunci e degli arresti, Matteo Messina Denaro rimane imprendibile. 

La rete di Matteo Messina Denaro Arrestati undici presunti fedelissimi

DI RICCARDO LO VERSO L'operazione è coordinata dalla Dda di Palermo. Perquisizioni nelle province di Palermo e Trapani. La stazione di posta localizzata in una masseria era gestita dall'anziano boss Vito Gondola (nella foto a sinistra in una video intercettazione durante uno scambio di corrispondenza), l'uomo che avrebbe mediato un tentativo di incontro fra il latitante e il genero di Totò Riina.

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A sinistra Vito Gondola durante uno scambio di pizzini in aperta campagna

MAZARA DEL VALLO - Gli anelli della catena di fiancheggiatori vengono spezzati. Uno dopo l'altro. Lui, però, Matteo Messina Denaro, resta imprendibile. Di certo, però, fino al 2013 ha mandato i suoi messaggi. Rintanato chissà dove o magari da una località all'estero l'ultimo dei padrini latitanti ha scritto arcaici pizzini smistati tramite un anziano boss, Vito Gondola, già condannato per mafia è che tutti conoscono con i soprannome Vitu coffa.

Stamani è tornato in carcere nel blitz del Servizio centrale operativo di Roma, delle Squadre mobili di Palermo e Trapani e dei carabinieri del Ros. Era Gondola, 77 anni, boss di Mazara del Vallo, a smistare la posta di Messina Denaro che arrivava in una masseria abbandonata nelle campagne mazaresi di proprietà di Michele Terranova. I pizzini vi giungevano seguendo la rete di undici postini, alcuni pure insospettabili. Tra cui, Domenico Scimonelli, titolare di un supermercato a Castelvetrano, e Ugo Di Leonardo, architetto ed ex funzionario in pensione del Comune di Santa Ninfa.

Gondola leggeva i biglietti arrotolati e protetti dal nastro adesivo, quindi li nascondeva sotto i massi in attesa che qualcuno li venisse a ritirare. E partivano le risposte destinate al latitante che le ha certamente ricevute. Non si sa come, però. Perché l'ultimo passaggio delle comunicazioni, quello che porta al boss stragista in fuga da 23 anni, resta un mistero. Difficile riuscire ad arrivarci quando sei costretto a muoverti nelle campagne sterminate, nonostante chilometri e chilometri di terra siano tenuti sotto osservazione da uomini, microspie e telecamere. Ad un certo punto la stazione di posta nella masseria fu disattivata. Messina Denaro o qualcun altro avevano fiutato l'arrivo dela poliza oppure il sistema prevedeva di cambiare di continuo il luogo x?

Gli investigatori hanno davvero creduto che Gondola potesse portarli a Messina Denaro. Poi, però a complicare le cose sono arrivate le dichiarazioni di Lorenzo Cimarosa, cugino di Messina Denaro che ha collaborato con gli investigatori, senza mai convincerli fino in fondo. Fu lui a raccontare un retroscena che oggi acquisisce una nuova luce. Perché sarebbe stato Gondola a fare sapere che per prudenza il capomafia di Cstelvetrano era costretto a rifiutare l'incontro con uno della famiglia Riina.

Cimarosa raccontò la storia del tentativo, andato a vuoto, di contatto fra il padrino corleonese e Messina Denaro che ai corleonesi ha sempre risposto signorsì. Come quando fu deciso di piazzare bombe in giro per l'Italia negli anni delle stragi in Continente. Quella volta, però, Messina Denaro, se sono vere le ricostruzioni del cugino, avrebbe fatto un passo indietro, in nome di quella prudenza che, come ha raccontato il dichiarante, lo costringerebbe a pensare "solo a stesso e a gestire la sua latitanza”.

"Mi sono recato alcuni mesi fa - aveva messo a verbale Cimarosa davanti ai pubblici ministeri Paolo Guido e Carlo Marzella che si occupano della caccia al latitante coordinati dall'aggiunto Teresa Principato - insieme a Nino Lo Sciuto e Peppe Giardina a Corleone per acquistare un Pajero dalla concessionaria di tale Peppe Tufanio (da me selezionata su Internet) - ha proseguito -. Alcuni giorni prima del mio arresto (avvenuto il 13 dicembre ndr), sono tornato a Corleone per alcune riparazioni e il Tufanio mi disse, forse al fine di capire se avevo modo di contattare Matteo Messina Denaro, che vi era stato il 'genero di Riina' che aveva cercato di contattare il latitante e che perciò si era rivolto a Vito ndola (che mi disse di conoscere bene) perché questi aveva acquistato in passato dalla sua concessionaria delle macchine ma che il Gondola gli aveva risposto che il latitante non poteva incontrarlo".


Il "non poteva incontrarlo" era riferito al fatto di aver intuito che la sua ultima rete di fiancheggiatori stava ormai per saltare? La pista Gondola oggi si chiude con il blitz coordinato dal procuratore di Palermo Franco Lo Voi. Perchè nel frattempo Matteo Messina Denaro è diventato un fantasma.
Matteo Messina Denaro, colpo al boss. Undici arresti in Sicilia nell’operazione “Ermes”


Matteo Messina Denaro, colpo al boss. Undici arresti in Sicilia nell’operazione “Ermes”. Gli investigatori hanno colpito il sistema di comunicazioni di Matteo Messina Denaro, che come altri capimafia usava i ‘pizzini’ per dare ordini e gestire gli affari. Il centro di smistamento dei bigliettini era in un casolare nelle campagne di Mazara del Vallo. 
operazione_ermesArresti e perquisizioni sono stati eseguiti nelle province di Palermo e Trapani da personale delle Squadre Mobili delle due città con il coordinamento del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e la partecipazione del Ros dei Carabinieri. I provvedimenti restrittivi riguardano i capi del mandamento di Mazara del Vallo e dei clan di Salemi, Santa Ninfa, Partanna, ritenuti feudi di Messina Denaro. L’indagine si collega alle “Golem I e II” e “Eden I e II”, che avevano già colpito la rete di fiancheggiatori e parenti del latitante. Gli arresti eseguiti sono in tutto undici. Gli investigatori hanno colpito il sistema di comunicazioni di Matteo Messina Denaro, che come altri capimafia usava i ‘pizzini’ per dare ordine e gestire gli affari. Il centro di smistamento dei bigliettini era in un casolare nelle campagne di Mazara del Vallo.
 Chi custodisce più segreti è di certo Vito Gongola, u zu Vitu coffa è soprannominato. Era lui il custode dei pizzini. Oggi ha 77 anni. Dal 2012, è stato intercettato mentre telefonava al proprietario della masseria di contrada Lippone, Michele Terranova, e parlava di pecore e ricotta. Un segnale convenuto, che si ripeteva periodicamente, nel momento Ogni volta per darsi appuntamento per scambiarsi i pizzini si sentiva Gondola al telefono parlare ovviamente di tutt’altro: «ho la sudda pronta» (la sudda non è altro che l’erba che si dà in pasto alle pecore), «ci sono le cesoie da molare», «bisogna tosare le pecore», «il formaggio è pronto da ritirare», «ho attaccato lo spargi concime», «ti ho messo la ricotta da parte, passi più tardi?».
Il nome di Gondola, detto Vito Coffa, fa parte di rapporti giudiziari sin dagli anni ’70. Allora faceva parte della banda Vannutelli che la mafia utilizzò, in alleanza con l’eversione di destra, per mettere a segno alcuni sequestri, come quello del salemitano Luigi Corleo e del professore universitario Nicola Campisi. Tutto scritto in un rapporto dell’allora capo della Mobile di Trapani, Giuseppe Peri, che però le Procure interessate preferirono farne carta da archivio.
Oltre a Vito Gondola, sono stati arrestati: Leonardo Agueci, Salemi, 28 anni, Ugo Di Leonardo, Santa Ninfa, 73 anni, Pietro e Vincenzo Giambalvo, 77 e 38 anni, padre e figlio, Sergio Giglio, Salemi, 46 anni, Michele Gucciardi, Salemi, 62 anni, Giovanni Loretta, mazarese, 43 anni, Giovanni Mattarella, Mazara, 49 anni (genero di Vito Gondola), Giovanni Domenico Scimonelli, Partanna, 48 anni, Michele Terranova, Salemi, 46 anni.
Messina Denaro aveva imposto un sistema rigido alla sua rete di comunicazione, questo dicono le intercettazioni. «I pizzini vanno subito distrutti dopo la lettura». E la risposta deve passare attraverso gli stessi «tramiti», entro quindici giorni. In manette è finito anche un rampante imprenditore, Mimmo Scimonelli, titolare di un supermercato Despar a Castelvetrano: viaggiava spesso fra Milano e Bologna, al Vinitaly aveva anche portato la sua ultima creatura, un consorzio di produttori di vino. Faceva vita più defilata l’architetto in pensione Ugo Di Leonardo, ex funzionario del Comune di Santa Ninfa. Ma anche lui era prontissimo a muoversi quando ce n’era bisogno.
L’indagine Ermes racconta della forte determinazione nella protezione del boss latitante da parte dei suoi complici: sanno che ci sono indagini in corso ma non temono nulla, «non è che uno si…. impressiona non deve camminare più … se dobbiamo camminare dobbiamo camminare». L’arrivo dei pizzini del boss Messina Denaro è stato registrato dagli investigatori in diversi momenti del 2102, giugno, ottobre e novembre, e a marzo e giugno 2013, e a febbraio 2014; la partenza dei pizzini per il latitante attorno alla metà di dicembre 2012 e a fine luglio 2013. L’ultimo invio dei pizzini a Matteo Messina Denaro doveva avvenire a fine febbraio 2014, ma la collaborazione di Lorenzo Cimarosa, imprenditore e cugino del latitante, mise fine a tutto. Gondola, per conto di Matteo Messina Denaro, è stato sentito giudicare Cimarosa senza mezzi termini, «la sua è una pisciata fora du rinale».
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