L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























sabato 7 novembre 2015

Rifiutiamo i Rifiuti: Termovalorizzatori, M5s all'attacco Contrafatto: ...

Termovalorizzatori, M5s all'attacco  Contrafatto: "Ecco perché servono" 





Venerdì 06 Novembre 2015





I grillini: "Puntare tutto sulla differenziata". L'assessore ai Servizi di pubblica utilità: "Gli inceneritori sono essenziali per lo smaltimento di rifiuti non riciclabili".


PALERMO - Il Movimento 5 stelle all'Ars punta il dito contro l'esecutivo Crocetta che "ha deliberatamente scelto di percorrere la strada degli inceneritori, addirittura rilanciando sulla proposta dello Stato, prevedendone sei anziché i due messi sul piatto da Roma". "Si scopre ora - afferma la deputata alla Camera Claudia Mannino - che quello statale non era nemmeno un imperativo categorico. Il ministro Galletti infatti, rispondendo al question time, ha detto chiaramente che le Regioni sono liberissime di percorrere strade alternative agli inceneritori, purché abbiano un sistema di gestione dei rifiuti in linea con le normative vigenti. E quello siciliano, in cui il 90% dei rifiuti viene portato in discarica senza neanche il pretrattamento non lo è".

Per i grillini "gli atti da mettere in pratica subito ci sono e rispondono al nome di raccolta differenziata. Va attuata - dice la Mannino - una politica di incentivazione della raccolta differenziata che nel giro di breve tempo consenta di arrivare ai livelli previsti dalla legge. Sarebbe la soluzione a tutti i problemi, metterebbe al riparo i cittadini da enormi pericoli per la salute e consentirebbe ai comuni anche notevoli guadagni". Un'ipotesi questa, confermata dal presidente della commissione Ambiente dell'Ars, il cinquestelle Giampiero Trizzino. "Abbiamo preso come esempio - dice Trizzino - la discarica di Bellolampo, alle porte di Palermo, che è la più grande della Sicilia. La mole di rifiuti che produce Palermo è di 346 mila tonnellate l'anno, con una differenziata che non arriva al 10 per cento. In discarica pertanto finiscono circa 310 mila tonnellate di rifiuti. Con una differenziata al 65 per cento in discarica finirebbero appena 120 mila tonnellate di rifiuti, cosa che porterebbe enormi vantaggi. In primis il Comune avrebbe introiti per la vendita dei materiali per circa 7 milioni di euro l'anno, quasi 10 volte le entrate attuali. In secondo luogo la vita della sesta vasca di Bellolampo non sarebbe stata di 5 anni ma di oltre 12 anni. E tutto questo senza alcun inceneritore, senza spendere milioni di euro e anni interi per costruire un impianto altamente inquinante e cancerogeno su tutta Palermo". Uno scenario, questo, ovviamente, che vale per Palermo ma anche per tutte le altre discariche dell'isola, con ricadute notevoli che finirebbero perfino nelle tasche dei cittadini. "Con guadagni del genere - afferma Trizzino - non è assolutamente peregrina l'idea di abbattere notevolmente la tassa sui rifiuti, che attualmente pesa maledettamente sui bilanci delle famiglie".

"La raccolta differenziata è una priorità per il governo siciliano. Purtroppo ad oggi, per l'inerzia dei comuni, siamo ben lontani dall'obiettivo del 65% chiesto dall'Unione europea e i nostri sforzi sono tutti finalizzati al raggiungimento di questa percentuale nel più breve tempo possibile, sia per tutelare l'ambiente che per evitare possibili procedure di infrazione. Proprio per questo stiamo potenziando gli impianti per il compostaggio e studiando il sistema di attivare i project financing per infrastrutturare la nostra Regione, viste le scarse risorse pubbliche". Lo afferma in una nota l'assessore regionale Vania Contrafatto, replicando al M5s che aveva attaccato il governo di Rosario Crocetta nella gestione dei rifiuti. "Ma anche se raggiungeremo il più alto livello di differenziata - osserva - avremo sempre una parte residuale, minima, di rifiuto che non potrà essere riciclato, ossia la frazione secca dell'indifferenziato. L'Unione europea dal 2016 impone di non conferire più rifiuti in discarica e indica come unica alternativa la valorizzazione di questo porzione minima, ottenendone energia: per questo il governo nazionale ha emesso un decreto che prevede 12 termovalorizzatori, di cui due in Sicilia. Non si tratta quindi di una nostra scelta, ma di qualcosa a cui siamo obbligati in virtù di direttive europee e statali. L'alternativa, del resto, sarebbe quella di continuare a portare rifiuti in discarica, al netto della differenziata".

"La Sicilia però - spiega l'assessore - ha avanzato una controproposta: non due termovalorizzatori ma sei, più piccoli e meno impattanti, che evitino di far viaggiare i rifiuti per centinaia di chilometri lungo le strade siciliane, puntando sulle piattaforme integrate. La Regione si confronterà con gli enti locali e i territori per la localizzazione di questi impianti che saranno una extrema ratio, visto che l'obiettivo prioritario è e resta la raccolta differenziata che i comuni devono però necessariamente aumentare". (ANSA).

AMBIENTE 2015 RELAZIONE AL SENATO DEL MINISTRO DELL’AMBIENTE
GALLETTI

CONTRAFATTO ASSESSORE ENERGIA RIFIUTI SICILIA DEPONE COMMISSIONE SUL RICICLO RIFIUTI CANNOVA SANSONE LUPO D’ANGELO LATTEO ARNONE GELARDI MARINO GULLO LO BELLO CONTRAFATTO ARMENIO ASSESSORATO IN DISFACIMENTO





RIFIUTI IN SICILIA ANGELINI UN COMITATO D’AFFARI SI È SPARTITO INCARICHI E CONSULENZE








INCOMPATIBILE CON I VELENI DI TOTO CUFFARO









Rifiuti/ Gli
inceneritori del governo Renzi: un imbroglio per fare affari


Giulio Ambrosetti

Per realizzare un inceneritore ci vogliono da quattro a cinque anni. Di fatto non servono per fronteggiare  l’emergenza rifiuti. I soliti affari legati ai commissariamenti. E le contraddizioni del governo Crocetta, che prima non impugna il Decreto Sblocca Italia e poi lo contesta… Le denunce dell’ingegnere Sciascia
Nella seconda metà degli anni ’80, in Sicilia, quando la politica doveva organizzare ruberie in grande stile, per fare sparire decine di miliardi di vecchie lire, si utilizzava la seguente formula ‘magica’: opere strategiche da realizzare con il ricorso alla somma urgenza. Allora mafia e politica si alimentavano con le opere idriche; oggi mafia e politica, alle ‘operazioni’ sull’acqua, hanno aggiunto la gestione dei rifiuti. E’ in questo scenario che si inseriscono le discariche che ancora oggi tormentato la nostra Isola (non è un caso che ci sono inchieste della magistratura sulle discariche, tutt’ora aperte). Ed è sempre in questo scenario che il governo nazionale annuncia la realizzazione di 12 inceneritori di rifiuti. E’ cambiato l’ordine degli addendi, ma il prodotto, truffaldino e mafioso, è rimasto immutato.
In queste ore si assiste a una polemica, vera o presunta, tra il governo nazionale di Matteo Renzi e il
Renzi e Crocetta

Matteo Renzi e Rosario Crocetta
governo regionale di Rosario Crocetta in materia di gestione dei rifiuti. Roma ha tirato fuori dal cilindro, ancora una volta, le opere ‘strategiche’ - che sarebbero 12 inceneritori, due dei quali da realizzare in Sicilia - e la solita ‘emergenza’ rifiuti, tesa a giustificare le opere di ‘somma urgenza’. Sintetizzando, si sta profilando un mangia mangia di denaro pubblico tra soldi rastrellati con le tasse pagate dai cittadini e, magari, con i fondi europei. Del resto, tutti i governi nazionali, dal 2006 ad oggi, hanno fatto sparire montagne di denaro pubblico: basti pensare ai 3 miliardi di Euro spariti con il Mose di Venezia (tangenti al centrodestra e al centrosinistra); il condono di 98 miliardi di Euro alle sale da gioco (chissà che tangenti, ragazzi!); i 7,5 miliardi erogati alle banche; altri 7 miliardi di Euro spariti tra i ‘flutti’ del Monte dei Paschi di Siena; quindi i 4 miliardi di Euro per Alitalia e, ultima in ordine di tempo, i 9 miliardi di euro spariti con l’Expo di Milano. Pensavamo veramente che il governo Renzi e il Parlamento delegittimato si sarebbero fermati?
Da qui le ‘operazioni’ annunciate con i rifiuti. Non senza contraddizioni. Cosa c’è, infatti, di ‘strategico’ negli inceneritori, una tecnologia che il resto d’Europa sta abbandonando? Nulla. E che c’entrano gli inceneritori con la presunta ‘emergenza’ nella gestione dei rifiuti? Ammesso che ci sia questa benedetta ‘emergenza’, non si capisce per quale motivo il governo nazionale dovrebbe affrontare l’emergenza con opere la cui realizzazione durerebbe, nel migliore dei casi, non meno di tre-quattro anni!
Attenzione: tre-quattro anni se tutto va bene. Prima, infatti, bisogna individuare le aree. Poi bisogna acquisirle. Nel frattempo scatteranno le proteste delle popolazioni locali. Poi dovrebbero essere celebrate le gare europee (per non aver celebrato gare europee la Sicilia, dopo quattro-cinque anni di lavori avviati, ha detto addio a quattro termovalorizzatori). E siccome già si sa chi dovrebbe vincere le gare per la realizzazione di questi 12 inceneritori di rifiuti, bisognerebbe ‘confezionare’ le gare su misura per gli ‘amici’. Da qui l’allungamento dei tempi, complice anche la probabile pioggia di ricorsi: delle imprese escluse e dei cittadini che non vogliono gli impianti.
Quindi, finiti ‘sti ‘casini’ - ammesso che finiscano - ci sono i lavori. In Sicilia, tra il 2002 e il 2006, sui quattro termovalorizzatori, si andava spediti: aree individuate in tempi celeri, ‘pedaggi’ pagati addirittura prima della realizzazione delle opere (da qui i ‘bordelli’ quando la magistratura europee bloccò tutta l’operazione…), lavori realizzati a rotta di collo con autorizzazioni (VIA, VAS) concesse dagli uffici regionali allontanando fisicamente i funzionari che chiedevano solo il rispetto della legge: ma con tutta l’accelerazione possibile e immaginabile, cinque anni dopo, i quattro impianti di termovalorizzazione dei rifiuti della Sicilia (si tratta di inceneritori che, bruciando i rifiuti, producono energia) non erano pronti: anzi.
Da qui la solita domanda: che c’entrano i due inceneritori con l’immondizia che ristagna nelle strade di Palermo e di mezza Sicilia? L’emergenza, ammesso che sia vera e non provocata ad arte, è qui ed ora: a che servirebbero impianti che sarebbero pronti, bene che vada, tra quattro o cinque anni? La risposta è solo una: per fottersi i soldi nel nome di un’opera definita ‘strategica’ e nel nome della somma urgenza.
Aurelio Angelini

Aurelio Angelini
“Tra l’altro - ci dice Aurelio Angelini, docente di sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’università di Palermo - gli inceneritori non sono opere strategiche. Su questo punto il governo regionale sarebbe dovuto intervenire subito per eliminare un equivoco di fondo”. La parola passa al già citato presidente della Regione, Rosario Crocetta. Che in queste ore sembrerebbe orientato a contrastare la linea del governo nazionale. Da qui una domanda: i due inceneritori fanno parte del Decreto Sblocca Italia: perché, Crocetta, invece di parlare, non lo impugna? E’ lo stesso Decreto del governo nazionale che, calpestando le prerogative delle Regioni, ha deciso di autorizzare la ricerca di idrocarburi in mare. Sei Regioni italiane hanno già presentato ricorso contro le trivelle che dovrebbero andare a caccia di petrolio e metano, distruggendo i fondali marini (e mettendo in pericolo lo stesso Mediterraneo: basti pensare a quello che è successo qualche anno fa nel golfo del Messico: ma i disastri ambientali provocati dallo sversamento di idrocarburi in mare, dal 1910 ad oggi, sono tantissimi: l’ultimo si è verificato tre mesi fa circa in California). Solo la Sicilia di Crocetta non ha presentato ricorso. E’ un caso?
La sensazione è quella di trovarsi davanti a un gioco delle parti. Di centrosinistra è il governo Renzi. E di centrosinistra è il governo Crocetta. L’opposizione di quest’ultimo potrebbe essere vera, ma potrebbe trattarsi di una recita per cercare salvaguardare i voti di un elettorato siciliano che, in larghissima maggioranza,  è contrario sia alle trivelle, sia agli inceneritori di rifiuti.
Del resto, cos’ha fatto, fino ad oggi, la minoranza del PD rispetto ai provvedimenti impopolari del governo Renzi? Grande clamore mediatico. Ma poi le riforme - bruttissime - sono passate lo stesso: basti pensare al peraltro fallimentare Jobs Act e alla “Buona scuola” che sta condannando almeno 20 mila docenti del Sud Italia a scegliere tra la distruzione del nucleo familiare emigrando nel Nord del Paese e la disoccupazione (che è poi il vero obiettivo del governo Renzi per ‘risparmiare’). Oggi assistiamo alla rivolta della solita minoranza del PD contraria alla riforma del Senato: sarà una vera opposizione o finirà come con il Jobs Act e la ‘Buona scuola’?
Sui rifiuti, in Sicilia, i mafiosi - soprattutto quelli con i ‘colletti bianchi’ - hanno fatto i porci comodi. Nonostante gli errori commessi dai governi di Totò Cuffaro, tutto ‘sparato’ sui quattro termovalorizzatori con una lottizzazione che coinvolgeva i gruppi economici legati al centrosinistra, in Sicilia la raccolta differenziata stava crescendo. Crescita interrotta dal governo di Raffaele Lombardo, che ha segnato l’ingresso nella Giunta di personaggi legati a doppio filo al mondo delle discariche private.
Gli stessi personaggi, senza soluzione di continuità, si sono riproposti nel governo Crocetta. Dove, a parte un’esigua minoranza del PD, i grandi affari, sotto il segno di una falsa se non farsesca  antimafia, hanno avuto il sopravvento su tutto. La sensazione è che, anche questa volta, sia in corso un tentativo di gestire la solita barca di soldi nel nome dell’emergenza. Magari facendo ricorso al commissariamento.
“Tra l’altro - ci dice sempre Angelini - il commissariamento della Sicilia, in materia di gestione dei rifiuti, non ha mai risolto i problemi. Semmai li ha complicati. Ed è servito, soprattutto, per gestire lucrosi appalti aggirando le leggi”.  Siamo arrivati al secondo punto di questa vicenda. Gli inceneritori, come abbiamo raccontato, non servono ad affrontare l’emergenza, ma a fare sparire soldi (e a fare arricchire qualcuno). Lo stesso discorso vale per i commissariamenti: quando una Regione è commissariata, nel nome dell’emergenza le leggi vengono aggirate: se c’è l’urgenza, infatti, non c’è bisogno di ‘perdere tempo’ con le evidenze pubbliche: bastano gli affidamenti diretti, magari a gruppi imprenditoriali ‘amici’. E il gioco è fatto.
“Vorrei ricordare - rimarca il professore Angelini - che con il commissariamento della Sicilia in materia di gestione dei rifiuti, dal 2000 fino a qualche anno fa, è stato speso oltre un miliardo di Euro. Ma i problemi, come si può notare, non sono stati risolti”. Di certo non sono stati risolti i problemi di 5 milioni di siciliani ma, a nostro modesto avviso, sono stati ‘risolti’ i problemi degli imprenditori che, in combutta con i politici, tra il 2008 e il 2013, hanno gestito gli appalti siciliani in materia di rifiuti. Se vi volete divertire e volete capire come sono stati spesi questi soldi e, soprattutto, nelle tasche di chi sono finiti, andatevi a leggere cosa scrive l’ingegnere Roberto Sciascia nel suo blog (lo potete trovare qui). Se quello che dice l’ingegnere Sciascia (che ha anche dato alle stampe un libro) non fosse vero, a quest’ora dovrebbe essere stato super-querelato. Invece non è successo nulla. Non è successo nulla ai protagonisti di queste incredibili operazioni 'appaltizie' descritti, con nomi e cognomi, dall’ingegnere Sciascia; e non è successo nulla allo stesso ingegnere Sciascia.
Come mai non è successo nulla se quello che scrive l’ingegnere Sciascia è vero? Semplice: perché in queste storie è coinvolto il centrosinistra (la stessa parte politica che gestisce, insieme con le cooperative ‘bianche’, i centri di accoglienza per gli immigrati, dal Cara di Mineo in poi). E in Sicilia, dai tempi dell’operazione Milazzo, anno di grazia 1958, quando c’è di mezzo una certa parte politica, tutto è consentito…          
Art. 35 SBLOCCA ITALIA 

Misure urgenti per la realizzazione su scala nazionale di un sistema adeguato e integrato di gestione dei rifiuti urbani e per conseguire gli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio. Misure urgenti per la gestione e per la tracciabilita' dei rifiuti nonche' per il recupero dei beni in polietilene

1. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, con proprio decreto, individua a livello nazionale la capacita' complessiva di trattamento di rifiuti urbani e assimilati degli impianti di incenerimento in esercizio o autorizzati a livello nazionale, con l'indicazione espressa della capacita' di ciascun impianto, e gli impianti di incenerimento con recupero energetico di rifiuti urbani e assimilati da realizzare per coprire il fabbisogno residuo, determinato con finalita' di progressivo riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale e nel rispetto degli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio, tenendo conto della pianificazione regionale. Gli impianti cosi' individuati costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale, attuano un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati, garantiscono la sicurezza nazionale nell'autosufficienza, consentono di superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore e limitano il conferimento di rifiuti in discarica.
2. Ai medesimi fini di cui al comma 1, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, effettua la ricognizione dell'offerta esistente e individua, con proprio decreto, il fabbisogno residuo di impianti di recupero della frazione organica dei rifiuti urbani raccolta in maniera differenziata, articolato per regioni; sino alla definitiva realizzazione degli impianti necessari per l'integrale copertura del fabbisogno residuo cosi' determinato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano possono autorizzare, ove tecnicamente possibile, un incremento fino al 10 per cento della capacita' degli impianti di trattamento dei rifiuti organici per favorire il recupero di tali rifiuti raccolti nel proprio territorio e la produzione di compost di qualita'.
3. Tutti gli impianti di recupero energetico da rifiuti sia esistenti sia da realizzare sono autorizzati a saturazione del carico termico, come previsto dall'articolo 237-sexies del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, qualora sia stata valutata positivamente la compatibilita' ambientale dell'impianto in tale assetto operativo, incluso il rispetto delle disposizioni sullo stato della qualita' dell'aria di cui al decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 155. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, le autorita' competenti provvedono ad adeguare le autorizzazioni integrate ambientali degli impianti esistenti, qualora la valutazione di impatto ambientale sia stata autorizzata a saturazione del carico termico, tenendo in considerazione lo stato della qualita' dell'aria come previsto dal citato decreto legislativo n. 155 del 2010.
4. Gli impianti di nuova realizzazione devono essere realizzati conformemente alla classificazione di impianti di recupero energetico di cui alla nota 4 del punto R1 dell'allegato C alla parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni.
5. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, per gli impianti esistenti, le autorita' competenti provvedono a verificare la sussistenza dei requisiti per la loro qualifica di impianti di recupero energetico R1 e, quando ne ricorrono le condizioni e nel medesimo termine, adeguano in tal senso le autorizzazioni integrate ambientali.
6. Ai sensi del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, non sussistendo vincoli di bacino al trattamento dei rifiuti urbani in impianti di recupero energetico, nei suddetti impianti deve comunque essere assicurata priorita' di accesso ai rifiuti urbani prodotti nel territorio regionale fino al soddisfacimento del relativo fabbisogno e, solo per la disponibilita' residua autorizzata, al trattamento di rifiuti urbani prodotti in altre regioni. Sono altresi' ammessi, in via complementare, rifiuti speciali pericolosi a solo rischio infettivo nel pieno rispetto del principio di prossimita' sancito dall'articolo 182-bis, comma 1, lettera b), del citato decreto legislativo n. 152 del 2006 e delle norme generali che disciplinano la materia, a condizione che l'impianto sia dotato di sistema di caricamento dedicato a bocca di forno che escluda anche ogni contatto tra il personale addetto e il rifiuto; a tale fine le autorizzazioni integrate ambientali sono adeguate ai sensi del presente comma.
7. Nel caso in cui in impianti di recupero energetico di rifiuti urbani localizzati in una regione siano smaltiti rifiuti urbani prodotti in altre regioni, i gestori degli impianti sono tenuti a versare alla regione un contributo, determinato dalla medesima, nella misura massima di 20 euro per ogni tonnellata di rifiuto urbano indifferenziato di provenienza extraregionale. Il contributo, incassato e versato a cura del gestore in un apposito fondo regionale, e' destinato alla prevenzione della produzione dei rifiuti, all'incentivazione della raccolta differenziata, a interventi di bonifica ambientale e al contenimento delle tariffe di gestione dei rifiuti urbani. Il contributo e' corrisposto annualmente dai gestori degli impianti localizzati nel territorio della regione che riceve i rifiuti a valere sulla quota incrementale dei ricavi derivanti dallo smaltimento dei rifiuti di provenienza extraregionale e i relativi oneri comunque non possono essere traslati sulle tariffe poste a carico dei cittadini.
8. I termini per le procedure di espropriazione per pubblica utilita' degli impianti di cui al comma 1 sono ridotti della meta'.
Nel caso tali procedimenti siano in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, sono ridotti di un quarto i termini residui. I termini previsti dalla legislazione vigente per le procedure di valutazione di impatto ambientale e di autorizzazione integrata ambientale degli impianti di cui al comma 1 si considerano perentori.

9. In caso di mancato rispetto dei termini di cui ai commi 3, 5 e 8 si applica il potere sostitutivo previsto dall'articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131.
10. Al comma 9-bis dell'articolo 11 del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, dopo le parole: «il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare» sono inserite le seguenti: «, anche avvalendosi della societa' Consip Spa, per lo svolgimento delle relative procedure, previa stipula di convenzione per la disciplina dei relativi rapporti,».
11. All'articolo 182 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, dopo il comma 3 e' inserito il seguente:
«3-bis. Il divieto di cui al comma 3 non si applica ai rifiuti urbani che il Presidente della regione ritiene necessario avviare a smaltimento, nel rispetto della normativa europea, fuori del territorio della regione dove sono prodotti per fronteggiare situazioni di emergenza causate da calamita' naturali per le quali e' dichiarato lo stato di emergenza di protezione civile ai sensi della legge 24 febbraio 1992, n. 225».
12. All'articolo 234 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) il comma 2 e' abrogato;
b) al comma 3 e' aggiunto, in fine, il seguente periodo: «In ogni caso, del consiglio di amministrazione del consorzio deve fare parte un rappresentante indicato da ciascuna associazione maggiormente rappresentativa a livello nazionale delle categorie produttive interessate, nominato con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentito il Ministro dello sviluppo economico»;
c) al comma 13 sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: «Il contributo percentuale di riciclaggio e' stabilito comunque in misura variabile, in relazione alla percentuale di polietilene contenuta nel bene e alla durata temporale del bene stesso. Con il medesimo decreto di cui al presente comma e' stabilita anche l'entita' dei contributi di cui al comma 10, lettera b)».

13. Fino all'emanazione del decreto di cui al comma 13 dell'articolo 234 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come modificato dal presente articolo, i contributi previsti dal medesimo articolo 234, commi 10 e 13, sono dovuti nella misura del 30 per cento dei relativi importi.

Monnezza di Stato: un dramma che unisce Sicilia, Calabria e Campania

[27 Jul 2015 

A Palermo una tavola rotonda per presentare il libroMonnezza di Stato di Antonio Giordano e Paolo Chiariello. Le denunce sulla Calabria da parte del procuratore aggiunto Gaetano Paci. La Terra dei Fuochi in Campania molto simile alle discariche siciliane mai scoperchiate dalla autorità. Le morti di cancro e la mancanza di soldi che impedisce di scovare queste vergogne di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Lo Stato colluso e sconfitto

Terra dei Fuochi non è solo un dramma campano, ma una questione ancora aperta che coinvolge molte regioni d’Italia. Anche la Sicilia non si salva: una regione priva di un piano per la gestione dei rifiuti che, nel 2015, si ritrova ancora a smaltire i rifiuti nelle discariche a discapito di una raccolta differenziata con percentuali basse, se non bassissime. Nell’Isola, infatti, trionfano ancora le discariche, in molti casi stracolme di rifiuti, con la gestione spesso appannaggio della mafia dei colletti bianchi, legatissima alla politica che conta. Mafia & discariche. Con la presenza di aree industriali fortemente inquinate, da Priolo a Melilli, da Augusta a Gela, da Milazzo alla Valle del Mela, con un’incidenza tumorale che in queste zone è altissima.
I rifiuti e le discariche. La Campania che chiama e la Sicilia che risponde. Su questo tema, l’Università di Palermo, nei giorni scorsi, ha tenuto, a Villa Niscemi, una tavola rotonda, patrocinata dal Comune di Palermo. Appuntamento organizzato dal comitato composto dal professore Antonio Russo, Direttore del Reparto di Oncologia Medica del Policlinico del capoluogo siciliano, “Paolo Giaccone” e Adjunct Full Professor alla Temple University di Filadelfiadiretta dal professore Antonio Giordano, dalla professoressa Renza Vento, Ordinario di Biologia Università degli Studi di Palermo e dal professor Francesco Cappello, associato di Anatomia Umana Università degli Studi di Palermo. Un incontro a cui hanno partecipato molti docenti universitari, ricercatori, direttori di Aziende ospedaliere ed altri esponenti della società civile palermitana, con numerosi interventi a contributo sul tema.
L’occasione per organizzare la tavola rotonda è stata offerta dalla presentazione del libro-denuncia
Gaetano Paci

Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Gaetano Pci
Monnezza di Stato, scritto dal professore Antonio Giordano e dal giornalista Paolo Chiariello. Il volume spiega che cos’è la Terra dei Fuochi, in una commistione di cronaca e ricerca scientifica. Il libro affronta temi scottanti che legano ad un destino comune Campania e Sicilia. Se in Campania alcune verità sono venute fuori, in Sicilia i ‘Signori delle discariche’ godono di grandi protezioni mafiose, politiche e di altro genere. Tema scottante, dicevamo. Che investe il ruolo della politica - la politica sana, non collusa con la mafia - che dovrebbe combattere la malavita e i suoi traffici illeciti e, conseguentemente, la regolamentazione della gestione dei rifiuti industriali, le difficoltà nel reperimento dei dati epidemiologici sull’incidenza dei tumori nelle diverse aree geografiche (in Sicilia c’è un Osservatorio Epidemiologico che fa capo all’assessorato regionale alla Salute: funziona o no?). Da questa giornata di riflessione e dibattito è venuta fuori una collaborazione scientifica e istituzionale tra Campania e Sicilia. Obiettivo:affrontare insieme le tematiche ambientali-sanitarie.
Monnezza di Stato è diventata, e lo è già da tempo, un’opportunità di dibattito, soprattutto se a partecipare sono gli esponenti più accreditati della scienza, del giornalismo indipendente e di una magistratura attenta. Gaetano Paci, Procuratore aggiunto presso il Tribunale di Reggio Calabria, ha parlato degli affari criminali sui rifiuti in Calabria, la nuova pattumiera di Italia come Terra dei Fuochi. Ha "smontato" la legge sugli ecoreati e si è soffermato sui rapporti tra la tutela dei diritti e le esigenze economiche. “Ho letto il libro -  ha detto Gaetano Paci - e mi sono subito reso conto che quello che è accaduto in Campania è un effetto combinato di una serie di fattori che, a mio giudizio, hanno una valenza universale nel nostro Paese. Uno di questi fattori è la criminalità organizzata. Bene hanno fatto gli autori, in particolar modo il giornalista Paolo Chiariello, a smascherare l’alibi di cui di solito ci si avvale per cercare di allontanare da sé le colpe: questo lo fanno molto abilmente soprattutto i politici e gli amministratori, ma anche gli imprenditori, quando dicono che devono necessariamente arrendersi alla criminalità organizzata sul territorio, ma spesso non è così”.
“Mi sono reso conto che quello che è successo in Campania - ha aggiunto Paci - è anche l’effetto di una politica legislativa e industriale che nel nostro Paese, ormai, subordina la tutela dei diritti fondamentali delle persone rispetto alla logica del mercato. Tema attualissimo di straordinaria rilevanza, se solo pensate che appena pochi giorni fa, sul Corriere della Sera, il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, Giovanni Legnini, ha espressamente detto, parlando di alcuni casi particolarmente eclatanti, che riguardano particolarmente l’Ilva di Taranto e alcune grosse industrie del petrolchimico di Venezia e dintorni, che anche la giurisdizione deve, in qualche modo, nell’adottare i provvedimenti, tenere conto dell’impatto che i provvedimenti stessi hanno sul mercato. E soprattutto, ha riferito Legnini, nell’articolo che qui sto riportando in maniera probabilmente meno cruda, ma spero comprensibile, che nell’adottare provvedimenti che riguardano le strutture economiche del Paese, i magistrati devono tenere conto degli orientamenti che emergono nella società. Quindi, non sono sereno perché intravedo una direzione dell’ordinamento che tiene conto di quello che il nostro legislatore produce. Allora se questo è l’insieme degli elementi di cui dobbiamo tenere conto - ha detto ancora Paci - quello che è accaduto in Campania è soltanto la punta di un iceberg molto più acuto e drammatico di ciò che nel nostro Paese varie realtà orami conoscono”.
Poi il procuratore Paci ha posto l’accento sulla sanità siciliana: “In questa regione, in questa città - ha detto il magistrato riferendosi a Palermo - sino a poco tempo fa, e lo ricordo a me stesso perché sono stato titolare di tutte le inchieste che hanno riguardato questi aspetti, le nomine nella sanità pubblica venivano concertate nel salotto dell’abitazione di un medico condannato, pluricondannato per mafia, che interloquiva con vari e stimatissimi personaggi della politica che, in alcuni casi, sono stati anche loro condannati e con sentenze che ora sono passate in giudicato. Questo personaggio interloquiva con un pezzo importante di soggetti della professione medica e della politica - e tra questi anche l’allora governatore della Sicilia - su quelle che dovevano essere le nomine in importanti centri ospedalieri pubblici e privati di Palermo e della Sicilia, secondo criteri che non erano ovviamente di professionalità, di dedizione, di adeguatezza rispetto all’importanza degli incarichi da assumere, ma criteri di mera appartenenza politica o politico-mafiosa”.
Rifiuti in Calabria
Dalla Sicilia alla Calabria. “In questi dieci mesi - ha raccontato Paci - mi sono reso conto che la Calabria sta diventando, o è già diventata, la nuova pattumiera di Italia. Da varie inchieste viene fuori che, nella Piana di Gioia Tauro, ci sono intere aree destinate allo sversamento del percolato, che è un liquido ad altissima tossicità che proviene da tutto il Sud Italia (il percolato è il liquido che si forma nelle discariche ndr)”. Un passaggio della relazione il procuratore Paci l’ha dedicato alla ‘ndrangheta: “La ‘ndrangheta - ha detto - è l’organizzazione criminale più importante al mondo per i traffici di cocaina, è una delle partner paritarie rispetto ai colombiani e asiatici. Ebbene, la ‘ndrangheta gestisce buona parte delle discariche private o dei trasporti privati per conto delle pubbliche amministrazione che si occupano di questo importante segmento del ciclo dei rifiuti. L’area della Piana di Gioia Tauro, così come la Locride è interessata a fenomeni di tipo tumorale svariatissimi che si manifestano con una violenza straordinaria. Mi ha fatto particolarmente piacere vedere che c’è una perfetta similitudine di comportamenti da parte delle popolazioni interessate. I cittadini si attivano, casa per casa, strada per strada, per rilevare la presenza di soggetti afflitti da patologie tumorali diversissime e si trovano profondamente impotenti di fronte a strutture amministrative che dovrebbero già fare, a priori, un rilevamento da un punto di visto epidemiologico”.
Di fatto è quello che succede in alcune aree della Sicilia dove la latitanza dell’assessorato regionale alla Salute, delle strutture sanitarie territoriali e, in generale, della Regione siciliana è totale e dove ad attivarsi sono gli abitanti di questi luoghi. Nella Valle del Mela, in provincia di Messina, l’inquinamento prodotto da un folle elettrodotto ha provocato malattie, in alcuni casi mortali, tra tanti abitanti. Idem nell’area industriale di Siracusa. In questi territori della Sicilia, abbandonati dalle autorità, sono spesso i sacerdoti che scendono in campo in difesa della popolazione.
Insomma, da quello che si è capito nella giornata dedicata all’inquinamento, sono tanti i punti di contatto tra Campania, Calabria e Sicilia. “E’ giusto che voi sappiate - ha raccontato ancora il giudice Paci - che in Calabria il Registro dei Tumori dopo un lavoro enorme, soprattutto di resistenza della parte della politica, di fatto è rimasto lettera morta. Le strutture che dovrebbero realizzarlo non esistono o non si vuole che esistano. Allora è stato il mio ufficio, negli ultimi anni, a stimolare questo tipo di indagini, pressato dalle numerose denunce della popolazione che evidenziava un’insorgenza enorme di queste patologie. Abbiamo coinvolto negli ultimi tempi l’istituto Superiore della Sanità, il programma Sentieri, l’Arpaca con voli aerei per sondare il territorio, palmo a palmo, alla ricerca di interramenti tossici o di natura magnetica o di altro genere”.
“Sapete che esistono leggende metropolitane che si sono alimentate nel corso del tempo - ha proseguito il magistrato - e che hanno alimentato anche una certa letteratura, come la nave dei veleni, gli interramenti voluti dalla famiglia mafiosa dei Piromalli in cambio della tutela del territorio. Non si è mai arrivati a delle certezze definitive, ovvero alla verifica e alla scoperta degli interramenti, così come è accaduto nella Terra dei Fuochi. Di fatto c’è un’incidenza tumorale straordinariamente presente, pervicace e diversificata, che non consente, com’è ben evidenziato nel libro, nella parte del professore Giordano, di trovare quel famoso nesso di eziologia tra i numerosi esempi di tumore e le condizioni geologiche, biologiche del territorio e la sua sanità. Sono stati fatti anche degli interventi sottomarini per cercare di verificare nelle coste della Calabria quali eventuali agenti patogeni potessero considerarsi la concausa di queste patologie. Allo stato, però, da un punto di vista giudiziario non si è arrivati ancora a una conclusione”.
“Pensate, per esempio - ha detto ancora Paci - che per avere una mappatura indicativa di questo tipo di fenomeni, in mancanza di rilevazioni delle Sdo, cioè delle Schede di dimissioni ospedaliere, abbiamo dovuto fare ricorso ad un medico in pensione che, per passione, aveva messo su una sorta di archivio artigianale, raccogliendo tutti i dati. Questo dà l’idea di come le strutture amministrative siano così estremamente inadeguate per fronteggiare questo fenomeno. Anche questo dico non è un fatto legato esclusivamente alla sciatteria o alla mancanza di cultura e preparazione, ma credo sia una volontà ben precisa di carattere politico. Non si vuole aprire un fronte di conoscenza su questo fenomeno grave e importante"
Paci ha concluso il suo intervento evidenziando i limiti della magistratura, per lo più dovuti ai farraginosi impianti legislativi. “L’idea che ci possa essere stato qualcuno che, a livello legislativo, abbia potuto concepire un inquinamento ambientale non abusivo o un disastro ambientale non abusivo, io, onestamente, la rifiuto - ha precisato il procuratore aggiunto di Reggio Calabria -. Non credo sia umanamente e razionalmente possibile. Penso, però, che nella creazione di queste fattispecie incriminatrici, con il ricorso all’avverbio abusivamente, si introduce nel ruolo del giudice un condizionamento di tipo esclusivamente politico. Chi stabilisce l’abusività della condotta se non il Governo, attraverso l’introduzione dei regolamenti che, di volta in volta, stabiliranno le entità, le misure, i margini di manovra che saranno determinati secondo le esigenze di politiche industriali del momento? Bisogna far comprendere che la tutela dei diritti fondamentali non è negoziabile con nessuna altra esigenza contingente".
Diritti non negoziabili, dunque, la cittadinanza oggi, prova a difendere, con un attivismo concreto e incessante, il proprio territorio devastato dall'inquinamento ambientale, che uccide senza sosta. E se un libro come Monnezza di Stato può essere utile e stimolare dibattiti e coesioni sociali, allora che sia il benvenuto. "Questi convegni - ha commentato il giornalista Paolo Chiariello - su argomenti seri come le neoplasie causate dagli insulti che un sistema produttivo rapace infligge all’ambiente, devono servire ad alimentare il dibattito e a consentire o obbligare la classe dirigente a misurarsi con drammi come la Terra dei Fuochi. Certo, la legge sugli ecoreati a me sembra un esercizio di scrittura creativa. Sentire un procuratore come Paci fare a pezzi questa legge che dovrebbe applicare, beh, fa tremare i polsi per la perizia, la dovizia di particolari e la serenità con cui o stesso magistrato illustra il suo punto di vista. Siamo di fronte a norme balorde che puniscono solo quegli imprenditori che abusivamente trafficano in rifiuti. Io l’ho sentito molto preoccupato anche su un altro delicato aspetto, che meriterebbe l’attenzione dell’Associazione Nazionale Magistrati, oltre che dei cittadini: le norme che il Parlamento, su impulso del Governo, vuole varare. Leggi che consentirebbero all’esecutivo di bloccare o fiaccare provvedimenti della magistratura quando questi vanno a toccare rilevanti interessi pubblici o di mercato. La denuncia di Paci è davvero forte e interessante, peccato che di ciò non si lamenti l’intero ordine giudiziario”.
Se il governo e il Parlamento hanno saputo partorire una legge poco efficace, ancora non riescono a partorire il ‘figlio’ più atteso per risolvere la parte fondamentale del disastro ambientale in Campania: la bonifica che sembra essere figlia di un Dio minore. Bonifiche che languono sui tavoli che contano, politici incuranti delle necessità di sopravvivenza delle popolazioni colpite dal disastro. Bonifiche che, se dovessero mai concretizzarsi, fanno gola anche agli stessi autori dei crimini ambientali. E cosa fa il governo regionale campano? Intanto la Campania, al momento, prende multe dall'Europa e, ai media, ultimamente, il neo governatore della Campania, Vincenzo De Luca, forse in vena sanremese, ha dichiarato che la Terra dei Fuochi diventerà la Terra dei Fiori.
Paolo Chiariello, che da cronista ha il polso della situazione campana, ci ha spiegato come stanno le cose: “Che io sappia, non è stato bonificato un centimetro quadrato di terra inquinata. Non è stata decontaminata una sola falda acquifera. Nulla è stato ancora fatto eccetto la produzione di chiacchiere, qualche decreto legge e mille promesse che però tali sono rimaste. Si continua a trafficare in rifiuti. Si continuano a tombare rifiuti. Si continuano a bruciare rifiuti e a provocare danni incalcolabili con la diossina che ricade sul terreno. Non c’è alcun controllo serio del territorio. E, fatto ancora più sconcertante, ci sono almeno 70 siti inquinati dove è stato sepolto di tutto secondo indicazioni di collaboratori di giustizia affidabili, che non riusciamo a scovare per verificarne il contenuto di rifiuti tombati, perché non ci sono le risorse per farlo. Come dire: se anche ci fosse una bomba ecologica sepolta, noi non riusciamo a saperlo perché non abbiamo risorse sufficienti per scoprirlo. Poi c’è il paradosso che non saprei definire. Ogni anno lo Stato, con la legge di stabilità, stanzia 80 o 90 milioni per pagare le multe dell’Unione europea per le condanne subite a seguito delle procedure di infrazione per l’assenza di un ciclo virtuoso dei rifiuti in molte regioni che espongono i cittadini italiani a rischi seri per la loro salute".
Niente bonifiche, dunque, solo affari sporchi. È fin troppo chiaro che l'affare Monnezza è oro colato per il triangolo mafie, politica e imprese. "Se leggi con un pizzico di attenzione in più - ha precisato Paolo Chiariello - le pagine buie della nostra Repubblica, dalle stragi di mafia in Sicilia nel 1992 alla penetrazione delle mafie nell’economia legale del Paese, vedrai che troverai sempre un filo rosso che amalgama e unisce tutto in una melassa indistinta, dove si fa fatica cogliere la differenza tra bianco e nero, buoni e cattivi, mafia e antimafia".
In uno scenario così apocalittico, al grido spesso inascoltato di un popolo che difende il diritto alla salute e ad un ambiente sano, brillano, le speranze di una cittadinanza attiva, di un giornalismo libero, di una buona scienza e di una ricerca per la lotta al cancro. Il professore Antonio Giordano ha dato e continua a dare il suo contributo di speranza alla Terra dei Fuochi, proseguendo il lavoro di suo padre, scienziato e ricercatore, professore Giovan Giacomo Giordano, con i soli mezzi che conosce: la ricerca, con l'attivismo sociale e con l'informazione. E alla fine della giornata palermitana ha così commentato: "Sono rimasto molto soddisfatto della giornata per la grande partecipazione al dibattito - ha detto il professor Antonio Giordano - e dalla collaborazione nata da questo incontro e l'utilità del libro. Il libro è stato una grande scommessa, perché bisognava riuscire a parlare di argomenti delicati come l’impatto dello smaltimento illegale dei rifiuti sulla salute pubblica, mantenendo da un lato, un rigore scientifico, dall’altro, quello spirito divulgativo che rende accessibile a tutti delle informazioni. Palermo è una città sensibile al tema della legalità, e lo ha dimostrato già anni fa l’attuale, sindaco, Leoluca Orlando. Ricordo che alcuni anni fa Orlando, da parlamentare, è stato l’unico politico a ricevermi, ad ascoltarmi, incoraggiandomi nel proseguire la mia ricerca, iniziata da mio padre, Giovan Giacomo Giordano, 40 anni prima, in Campania. Mi fa piacere che anche la Sicilia si sia adoperata, pubblicando online, i dati del Registro dei Tumori. Un ottimo lavoro. Dati che bisogna studiare attentamente per capirne le cause e che consulterò con attenzione".
I dati disponibili in Italia raccontano l'aumento delle patologie con le morti per tumore e le patologie derivanti dai disastri ambientali per i rifiuti tossici. Non sono solo in Campania, ma si estendono da Nord a Sud. Insomma, la Terra dei Fuochi è solo la punta dell’iceberg. "Federico Cafiero - ha infatti sottolineato il professore Antonio Giordano - il procuratore Capo di Reggio Calabria, mi ha detto, qualche mese fa, che Reggio Calabria è come Casal di Principe 20 anni fa. E non è un caso che il procuratore Franco Roberti, che ha scritto la prefazione di questo libro, ha detto che c’è quasi una legge di contrappasso, perché adesso i rifiuti, le mafie li sversano al Nord, in Veneto, in Lombardia, in Piemonte e in Toscana: in queste zone c’è un aumento di patologie gravi, anche se non sono ancora usciti i dati. Il problema dei rifiuti è un problema serio che va affrontato senza remore. Lo Stato, quando arrivano le denunce, scoperchia i terreni, ma pretende, poi, che i Comuni, senza risorse, vadano a bonificare. Ma la risposta è sempre nella soluzione politica, una politica purtroppo immobile. Da parte nostra, dobbiamo limitarne il danno con un programma di bio monitoraggio su una popolazione che è suscettibile a sviluppare patologie che non sono solo tumorali.Il nostro prossimo lavoro dimostrerà come siano in aumento i tumori dell’infanzia che vedono Milano al primo posto, Roma al secondo, Torino al terzo, Napoli al quarto. La salvaguardia dell’ambiente e della salute è una questione mondiale”.
Su questo sentire comune, alla tavola rotonda di Palermo della giornata, ha commentato alla Voce, il professore Antonio Russo: "Questo incontro è un risultato molto proficuo e partecipato perché ha permesso di esplorare le gravi problematiche campane dell’inquinamento territoriale, permettendo di evidenziare come soltanto, attraverso l’unione di diverse professionalità esperte del settore, sia possibile evitare in futuro che fenomeni come quello della Terra dei Fuochi, investa altri territori ricchi di fragilità come la Sicilia”.
La giornata a Villa Niscemi si è conclusa con la corale partecipazione di adesione, alla proposta del Sindaco di Palermo,  Leoluca Orlando, di scrivere un documento che illustri i lavori della tavola rotonda, con i migliori oncologi della Sicilia, con il professore Antonio Giordano e il giornalista Paolo Chiariello, documento che sarà inviato al Capo dello Stato, Sergio Mattarella e al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. La comune battaglia a Palermo ha così fatto società, contro le ecomafie, per una strategia che si che si terrà certamente, a colpi di scienza, ricerca e coesione sociale. Ma ci si aspetta, un altro colpo, quello decisivo, che fa più rumore: lo scioglimento della Monnezza di Stato Spa.

ANTONIO FRASCHILLA

«Bloccare adesso la macchina delle Società di gestione e dei Comuni, che finalmente stanno affidando il servizio di raccolta per ridisegnare tutto il sistema, provocherebbe il caos». Dal dipartimento Acque e rifiuti guidato da Domenico Armenio e a Palazzo d'Orleans sono molto preoccupati dopo aver ricevuto la diffida inviata dalla Presidenza del Consiglio per ridisegnare il sistema rifiuti nell'Isola entro 60 giorni, approvando solo cinque Ato e chiudendo le 18 Società di gestione.
Da Palazzo Chigi bocciano senza appello sia la riforma varata dal governo Lombardo, che ha modificato quella scritta dall'ex assessore Pier Carmelo Russo aumentando da 9 a 18 le Società di gestione, sia la modifica successiva fatta sempre alla legge Russo dal governo Crocetta che ha consentito ai singoli Comuni di affidare il servizio di raccolta.
Da Roma hanno dato un aut aut imponendo massimo cinque Ato e un nuovo piano rifiuti con una legge che deve essere approvata dall'Ars entro l'11 ottobre. Pena il commissariamento formale della Sicilia in materia.
Il governatore Rosario Crocetta ieri ha scritto una lettera al sottosegretario Claudio De Vincenti. «Devo spiegare subito la situazione siciliana in maniera chiara, fermare adesso la macchina delle nuove società di gestione che finalmente stavano partendo è una follia», dice il governatore. Al momento, con un ritardo di quasi cinque anni dal varo della prima riforma Russo, sono 9 le Società di regolamentazione rifiuti che hanno depositato e avuto approvato i piani d'ambito sulla impiantistica. Si tratta di piani che, in base ai bacini di competenza, programmano impianti per la chiusura del ciclo dei rifiuti, dai centri di compostaggio al trattamento per quello che deve andare in discarica. Allo stesso tempo ben 280 Comuni hanno avuto l'ok ai piani di intervento per affidare il servizio di raccolta rifiuti e pulizia strade. In sintesi, ci sono 280 Comuni che hanno bandito, o lo stanno per fare, le nuove gare.
«Non possiamo ricominciare questo percorso da capo, e poi sono contrario a fare cinque Ato con gare centralizzate che rendono possibile parteciparvi solo ai grandi gruppi», ripete Crocetta.
Di certo c'è che ieri al dipartimento Acque e rifiuti sono arrivate decine di telefonate di amministratori di Srr e sindaci che chiedono cosa devono fare dopo l'aut aut di Roma. Insomma, il caos è alle porte se non si chiarirà in fretta la situazione. In casa Pd, poi, dopo la sortita del sottosegretario Davide Faraone, che ha annunciato di fatto il commissariamento della Sicilia sui rifiuti e la diffida di Palazzo Chigi, sono pronti ad alzare la barri- cate: «Questa diffida non sta né in cielo né in terra, e può essere facilmente impugnata alla Corte costituzionale, anche perché non si capisce perché ci impongono cinque Ato», dicono diversi deputati dem all'Ars.
Gli ambientalisti criticano i provvedimenti di Roma ma anche «l'inconcludenza del governo regionale». «A pensar male, la minaccia di commissariamento del governo siciliano per la gestione dei rifiuti da parte di Renzi potrebbe avere ragioni molto discutibili — dice Mimmo Fontana di Legambiente — infatti, sovrapponendo a questa notizia la bozza di decreto spedita alle Regioni con il quale si prevede di sostenere la realizzazione di due inceneritori in Sicilia, appare quantomeno probabile la volontà di togliere la partita dalla mani di un governo regionale considerato inconcludente».
L'opposizione attacca: «L'intervento romano a gamba tesa sulla irrisolta questione dei rifiuti siciliani certifica, ove ve ne fosse ancora bisogno, l'ulteriore fallimento dell'esecutivo Crocetta », dice Marco Falcone di Forza Italia.
Intanto sul caos rifiuti in Sicilia accende un faro anche l'Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, che a settembre ascolterà il presidente dell'Anci Leoluca Orlando. «Dopo le indagini della magistratura, la necessità di mettere finalmente ordine in questo delicatissimo settore è irrinunciabile », sottolinea Orlando, che aveva a chiesto l'intervento di Cantone e inviato un corposo dossier sulla situazione «da calamità istituzionale».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/08/13/rischio-caos-nei-comuni-dopo-lultimatum-di-romasi-azzera-tuttoPalermo02.html?ref=search





Il paradosso siciliano: politici e burocrati senza soldi costretti a tagliare le clientele

Sicilia tra commissariamento e inceneritori: “La pochezza politica ci relega ai margine dell’Europa” 



 di Carmelo Catania (sito)  martedì 18 agosto 2015





«Il decreto “sblocca Italia” secondo il governo era necessario per evitare l’infrazione alle direttive europee in materia di rifiuti. In realtà la UE aprirà un’ennesima procedura per il mancato rispetto dell’obbligo previsto di pretrattamento dalla Direttiva 99/31 sulle discariche e per il mancato raggiungimento degli obiettivi europei per la raccolta differenziata.»
Così il professor Angelini, intervenendo nel dibattito scatenato dall'intenzione manifestata dal governo Renzi di commissariare la regione siciliana e dare il via alla realizzazione di nuovi inceneritori.
Incenerire è antieconomico e insostenibile
«Lo “sblocca Italia” - scrive Angelini - considera l’incenerimento come indispensabile per la gestione dei rifiuti, mentre è solo uno dei pretrattamenti possibili, il meno conveniente economicamente e ambientalmente; richiede tempi lunghi di realizzazione (almeno 5 anni) e non può essere considerato una risposta sollecita a una necessità indifferibile.
I costi di investimento sono di almeno 4 volte superiori rispetto ad impianti a freddo di trattamento. La vera priorità è quella delle attrezzature e dei mezzi per la raccolta differenziata e l’impiantistica per riciclo e compostaggio.
L’inceneritore bruciando i rifiuti distrugge la potenzialità occupazionale e imprenditoriale del ciclo e del riciclo delle materie prime e seconde contenute nei rifiuti e necessita di due tipologie di discarica: ceneri volanti e scorie; produce inoltre, inquinamento atmosferico e accumulo nell’ambiente di sostanze altamente tossiche, che si insinuano nella catena alimentare ed è in collisione con lo sviluppo dei programmi e degli obiettivi di raccolta differenziata e con l’“Economia Circolare” dell’Unione Europea».

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Le alternative a termodistruzione e discariche
Le soluzioni alternative all'incenerimento e allo smaltimento in discarica esistono e sono puntualmente indicate dal docente palermitano.
«L’alternativa agli inceneritori e alle discariche è quella di dotare – sopratutto le aree più arretrate del Paese - di sistemi in grado di adempiere agli obblighi di pretrattamento dei rifiuti in discarica, un diffusione territoriale adeguata di impianti di compostaggio (uno ogni centomila utenti), programmazione e realizzazione a completamento di impianti di trattamento “a freddo” con recupero di materia dal rifiuto (sistemi di selezione e di stabilizzazione biologica, convertibili in impianti di trattamento dell’organico pulito (compost) e dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata).
La precondizione per un risultato soddisfacente nella gestione sostenibile dei rifiuti è una buona raccolta dell’organico, in modo da rendere il rifiuto residuo meno “sporco” e più valorizzabile, e in questo l’Italia esportata modelli ed impianti nei vari paesi dell’Unione e non solo. Tutto ciò viene messo in crisi dalla necessità di reperire rifiuti per alimentare gli inceneritori.
La raccolta differenziata, le pratiche di riduzione, la minimizzare il rifiuto residuo, il ripensamento della produzione delle merci per favorirne il riuso/riciclo, rappresentano la struttura portante delle strategie ambientali ed economiche dell’Europa».
L'affossamento della differenziata in Sicilia
Perché in Sicilia la raccolta differenziata non ha mai preso piede? Di chi sono le responsabilità?
L’incenerimento richiede garanzie e ingenti risorse finanziarie, quantità prestabilite di materiali da bruciare, altrimenti rischia il collasso finanziario. Gli inceneritori rallentano o bloccano i programmi di espansione della raccolta differenziata e il recente caso della Sicilia è esemplare.
Per il professor Angelini: «Nel 2003 l’allora commissario-presidente della regione stabilì di realizzare quattro mega inceneritori per il totale dei rifiuti che si producevano in Sicilia. Le ricche e bastevoli risorse di cui disponeva il commissario di fondi statali, regionali ed europei, ammontavano a circa 700 milioni, da destinare principalmente agli investimenti per la realizzazione dell’impiantistica, di questi fondi, solo 10 milioni verranno impiegati per gli impianti per la raccolta differenziata: uccidendola nella culla; operazione ben riuscita come i numeri di oggi ci attestano, attraverso un’altra scellerata decisione, quella di frammentare il sistema di raccolta in 27 società d’Ambito. Oggi si è andato oltre la frammentazione e assistiamo "senza opposizione" all’autorizzazione da parte della regione di più di 200 ARO (Ambito di Raccolta Ottimale), ma questa vicenda per i suoi profili economici, tecnici e di illegittimità, merita un apposito approfondimento».
«Il bando per la realizzazione degli inceneritori in Sicilia - prosegue - garantiva un contratto “vuoto per pieno”, che costringeva per vent’anni a conferire all’incenerimento garantendo almeno il 65% dei rifiuti e in ogni caso, i comuni erano obbligati a corrispondere per vent’anni l’equivalente.
In Europa gli inceneritori e le discariche rappresentano il passato e non riceveranno finanziamenti comunitari, perché rappresentano la strategia inversa al VII Piano europeo per l’ambiente, sostenuto dall’Europarlamento, che ha chiesto l’abolizione di ogni finanziamento a discariche o inceneritori, impegnando la Commissione sulla “economia circolare”.
Senza finanziamenti in conto capitale e senza i sussidi alla produzione energetica da incenerimento (vedi il cosiddetto CIP/6 che ha distorto il mercato del settore in Italia), puntare sugli inceneritori comporterà un aumento delle tariffe dal 40 al 60%».
Il paese ha bisogno di strategie chiare
Per uscire da questo stato di perenne emergenza il sistema Paese per Angelini ha bisogno di «una strategia chiara e di investire in capacità di indirizzo, che è quella della raccolta differenziata e della riduzione, generalizzando le pratiche virtuose di tanti Comuni al Nord come al Sud, che devono diventare progetti per i comuni viciniori non virtuosi, anziché importare dall’estero tecnologie obsolete di un’economia del passato.
L’Italia ha avuto un ruolo importante nella innovazione dei sistemi di gestione dei rifiuti, per la produzione di macchinari, tecnologica e ricerca, che esporta nel mondo, per il trattamento, il riciclo e il riuso dei rifiuti».
L’Europa va “verso un’economia circolare” che si prefigge di aiutare gli stati membri a diventare una società del riciclaggio, per non gettare in discarica o bruciare (economia lineare), la preziosa materia prima contenuta nei rifiuti.
A partire dal famoso rapporto “The limits to growth” (1972), la crisi ambientale si è venuta inizialmente definendo come i limiti fisici di una crescita fondata sul consumo illimitato delle risorse naturali, ma già anni prima la critica ai fondamenti economici del mercato aveva trovato proposte interessanti e innovative nell’esigenza di passare dall’ “economia del cowboy” a quella della “navicella spaziale”, sostenuta da Kenneth Boulding, e aveva tentato con Georgescu-Roegen di estendere le leggi della termodinamica a regolare l’economia nel consumo delle risorse naturali. La proposta di perseguire uno “stato stazionario” del ciclo produzione–consumo avanzata da Herman Daly sembrava una risposta interessante al “predicament of mankind” denunciato dal rapporto commissionato dal Club di Roma7.
Il Settimo Programma d’azione europeo in materia di ambiente
«Il Settimo Programma d’azione europeo in materia di ambiente (periodo 2013-2020) - continua Angelini - intitolato “VIVERE BENE ENTRO I LIMITI DEL NOSTRO PIANETA”, coglie dopo più di quarant’anni il monito del rapporto “The limits to growth”, redatto da Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III. Rapporto, basato sulla simulazione al computer, che presenta gli scenari e le conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana.
L’Unione europea si prefigge oggi come obiettivo generale, cercare di migliorare la qualità della crescita economica e delle altre attività umane in modo da aumentare in misura significativa l'eco-efficienza».
Il Programma evidenzia come, nonostante alcuni importanti traguardi raggiunti, sia necessario affrontare ulteriori sfide e si fonda sul principio "chi inquina paga", sul principio di precauzione e di azione preventiva e su quello di riduzione dell´inquinamento alla fonte e definisce un quadro generale per la politica ambientale fino al 2020, individuando gli obiettivi prioritari da realizzare:
a) proteggere, conservare e migliorare il capitale naturale dell´Unione;
b) trasformare l´Unione in un´economia a basse emissioni di carbonio, efficiente nell’impiego delle risorse, verde e competitiva;
c) proteggere i cittadini da pressioni e rischi ambientali per la salute e il benessere;
d) sfruttare al massimo i vantaggi della legislazione dell’Unione in materia di ambiente migliorandone l’attuazione;
e) migliorare le basi di conoscenza e le basi scientifiche della politica ambientale dell’Unione;
f) garantire investimenti a sostegno delle politiche in materia di ambiente e clima e tener conto delle esternalità ambientali;
g) migliorare l´integrazione ambientale e la coerenza delle politiche;
h) migliorare la sostenibilità delle città dell´Unione;
i) aumentare l’efficacia dell’azione della UE nell’affrontare le sfide ambientali e climatiche a livello internazionale.
«Nel settore dei rifiuti questa strategia richiede – conclude Angelini per non essere esclusi da un segmento industriale così importante - la progettazione dei processi di produzione dei prodotti che devono “essere ripensati per essere utilizzati più a lungo riparati, ammodernati, rifabbricati o, alla fine riciclati, invece di essere gettati. Per far ciò è necessario attivare politiche idonee a favorire modelli aziendali innovativi che instaurino un nuovo tipo di relazione tra le imprese ed i consumatori”, programmi specifici sulla riduzione dei rifiuti e sull’incremento del recupero e del riciclo degli stessi nella prospettiva di abolire il ricorso alle discariche. Basta adottare come base progettuale l’adozione delle migliori pratiche e delle migliori politiche di gestione dei rifiuti, verso il mondo imprenditoriale basato sulla “ecocreatività” e capace di mettere in campo conoscenze, tecnologie ed innovazione per la realizzazione di prodotti ecosostenibili e l’elaborazione di sistemi del riciclo. Questi sistemi sono in grado di favorire la ripresa economica, sviluppare i livelli occupazionali, perseguire un benessere solidale e duraturo. Dovrebbe sorgere il sospetto che è sbagliato TENERE SEPARATI, o relegare nella politica dei “due tempi”, i diversi aspetti della crisi, quello finanziario ed economico-produttivo da quello delle risorse naturali, dell’ambiente, dei cambiamenti climatici».
Le azioni sulle quali concentrarsi sono:
1. Realizzazione di centri di preparazione e di ricerca per il riutilizzo dei rifiuti;
2. Realizzazione di distretti industriale del riuso;
3. Raccolta e riciclo dei PSA;
4. Produzione di imballaggi green;
5. Paperless;
6. Riutilizzo eccedenze alimentari. Fondamentale in questo processo il ruolo dell’intero sistema imprenditoriale chiamato a sostenere investimenti nel settore del riciclo, a svolgere attività di ricerca nel campo della progettazione e realizzazione dei prodotti ecosostenibili, a promuovere l’acquisto di tali prodotti.
7. Misure di sostegno regionale e incentivazione dei Comuni a sviluppare misure di fiscalità di vantaggio a favore delle Imprese che decideranno di investire risorse nel campo della prevenzione, del riuso o del riciclo dei rifiuti, ad incrementare il mercato del riciclo mediante il potenziamento degli acquisiti verdi, a promuovere la creazione di una rete di rapporti, culturali, scientifici, istituzionali, territoriali ed economici atti a sostenere e pubblicizzare il sistema imprenditoriale operante nel campo dell’economia circolare, a diffondere le migliori tecnologie disponibili, le buone pratiche ed i migliori risultati promuovendo misure premiali, a promuovere la creazione di un marchio unico per le società operanti nel campo dell’economia circolare dando evidenza alle imprese che partecipano al progetto.
8. Nella messa a punto di proposte imprenditoriali, la qualità e la quantità di raccolta deve essere compatibile con il business. E la “collaborazione” dei cittadini (da incentivare) o comunque dei “fornitori dei rifiuti” sia fondamentale per arrivare ad una separazione quanto più spinta possibile.
9. Favorire un ambiente economico in grado di attrarre nuovi investimenti, in virtù del fatto che esiste un know how specifico ed un territorio aperto all’innovazione (vedi start Up, incubatori d’impresa, dipartimenti universitari, CNR ed ecc.)
10. Efficienza produttiva e distributiva (vicinanza tra mercati di sbocco e materie di approvvigionamento), il costo di trasporto incida profondamente nei prezzi di acquisto o di vendita o, non da ultimo, in cui la disponibilità di particolari materie prime necessiti di una trasformazione in loco dell’industria alimentare).

I RIFIUTI IN SICILIA COSTI IL PERSONALE Tributi AFFARI TERMOVALORIZZATORI.












Genchi Pellerito
Dipartimento AMBIENTE SICILIA CUFFARO LOMBARDO ITALCEMENTI Termovalorizzatori
Bertolino Libro Bianco 19-10-05


































Incompatibile
con i veleni di Totò

Gioacchino Genchi, ex leader del
movimento studentesco palermitano del '68, tutto poteva immaginare nella vita,
tranne che avrebbe avuto di nuovo a che fare, quasi quarant'anni dopo il '68,
con quel “tipo strano” che frequentava le assemblee del collettivo della
facoltà di scienze e poi andava a denunciare gli studenti alla polizia. Quel
“tipo strano”, che gli stessi studenti allontanarono a calci nel sedere
dall'università appena scoprirono che era un infiltrato, un paio di mesi fa è
diventato nientemeno che direttore generale del dipartimento territorio e
ambiente nel medesimo assessorato della Regione Sicilia, dove Gioacchino Genchi
dirige da diversi anni l'importante “Servizio 3”, quello che si occupa della
tutela dall'inquinamento atmosferico.
L'ex infiltrato - peraltro reo
confesso – nel movimento studentesco, ex militante del Msi e poi di An, e ora
alto dirigente regionale in quota dell'Mpa di Raffaele Lombardo, è insomma il
suo nuovo capo gerarchico e in virtù di questo potere l'8 gennaio scorso ha
deciso che per “ordini superiori” Gioacchino Genchi non deve più dirigere quel
Servizio. Senza curarsi minimamente della legge (la numero 241 del '90 sui
procedimenti amministrativi), Pietro Tolomeo, il suddetto direttore generale,
ha quindi preso carta e penna e senza alcuna motivazione né preavviso gli ha
revocato l'incarico in seduta stante, destinandolo in un'altra sede.
“Conseguentemente a ciò e ribadendo la richiesta già avanzata per le vie brevi
– è stata la sua intimazione scritta – le si chiede di consegnare
immediatamente allo scrivente tutta la documentazione e il registro di
protocollo interno relativi al Servizio 3 ancora in suo possesso”. Dalle parole
è poi passato ai fatti. Di fronte alle resistenze di Genchi a lasciare il suo
posto di lavoro, Tolomeo – che come avrete già capito è uno che gli “ordini
superiori” li esegue davvero alla lettera – ha infatti cominciato lui stesso a
sgomberare scaffali e scrivanie dall'ufficio del funzionario, tentando, in sua
assenza, di prelevare anche documenti dal suo computer. Ma non è finita, perché
Tolomeo - che è un tipo abbastanza grosso di statura e a quanto pare anche
abbastanza manesco -, l'11 gennaio, e cioè tre giorni dopo aver dato il
benservito a Genchi, visto che quest'ultimo e uno dei suoi collaboratori
insistevano cercando di fargli capire che la revoca dell'incarico senza
giustificato motivo è nulla, e che proprio per questo motivo i documenti che
lui pretendeva non glieli avrebbero consegnati, Pietro Tolomeo è saltato su
tutte le furie e si è avventato fisicamente addosso ai due interlocutori.

Perché e per conto di chi?

Adesso tutta questa storia è
nelle mani della magistratura, alla quale Gioacchino Genchi – contro la cui
rimozione sono scesi in piazza ambientalisti, comitati di cittadini, sindacati
o di base e politici regionali – si è subito rivolto per difendere i suoi
diritti. Ma a questo punto la domanda è: perché Pietro Tolomeo ha fatto quello
che abbiamo appena raccontato?, o meglio: per conto di chi ha eseguito
quell'”ordine superiore” come ha lui stesso confidato a Genchi? Date le
caratteristiche del personaggio, tutte le ipotesi sono ovviamente plausibili,
ma tendiamo ad escludere che si sia trattato di una sua vendetta postuma per i
fatti universitari del secolo scorso. Il suo passato di fascista e di spia
della polizia, a parte i metodi, al 99,9% non ha alcun legame con l'epurazione
dell'ex leader sessantottino dal Servizio antinquinamento. Un Servizio – è bene
sottolinearlo – che è come il fumo negli occhi sia per le grandi lobby chimiche
che operano nell'isola che per lo stesso potere siciliano.

Le origini della rimozione di
Genchi, già vittima l'anno scorso di una simile ritorsione, vanno quindi
rintracciate tra i numerosi provvedimenti che il “Servizio 3” da lui diretto
stava per emettere o ha emesso nei mesi più recenti. Tra questi la clamorosa
chiusura della distilleria Bertolino di Partinico, la più grande e la più
inquinante fabbrica etilica d'Europa, di proprietà della cognata dell'ex
“ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, Angelo Siino (poi pentito) e
nella quale si sarebbero, fra l'altro, tenute varie riunioni della Cupola di
Bernardo Provenzano. Poi ci sono le drastiche misure nei confronti di alcune
industrie catanesi del mattone che impastavano ceramica con i fanghi tossici
dei petrolchimici del siracusano, e del cementificio di Isola delle Femmine
(Italcementi) per l'uso del Pet Coke come combustibile per alimentare gli
impianti che da anni avvelenano terra mare e cielo della località alle porte di
Palermo.

Insomma di interventi scomodi il
direttore del “Servizio 3” ne ha firmati parecchi e altri ne aveva in serbo,
come quelli rivolti ai petrolchimici di Gela, Augusta e Priolo. Ma gli indizi
maggiori della sua rimozione portano dritti dritti ai quattro mega inceneritori
di rifiuti che il presidente della regione Totò Cuffaro vuole realizzare a
tutti i costi in Sicilia: è un business colossale di circa 2 miliardi di euro
che non può, anzi non deve assolutamente sfumare per colpa di un funzionario
troppo ligio al proprio dovere, e che soprattutto non intende piegarsi alle
pressioni del governatore.

A Genchi il piano rifiuti di
Cuffaro non è mai piaciuto, c'è troppa puzza di bruciato. E infatti non lo ha
mai approvato. Ma non lo ha bocciato per un capriccio politico. Tant'è che
nessuno, neanche lo stesso Cuffaro, gli ha mai mosso un simile rimprovero. Il
no del “Servizio 3” alle autorizzazioni delle emissioni di gas in atmosfera –
preliminari per l'avvio dei cantieri – tende semplicemente ad applicare le
normative, italiane ed europee, sulla tutela dell'ambiente e della salute dei
cittadini. I quattro inceneritori – previsti a Palermo, Paternò, Augusta e
Casteltermini – oltre ad essere sovrastimati per lo smaltimento dei rifiuti
prodotti dalla Sicilia, emettono una quantità di diossina dieci volte superiore
ai limiti massimi tollerati ma non auspicati dall'Organizzazione mondiale della
sanità (Oms) per l'organismo umano. Un esempio pratico: con l'entrata a regime
dell'inceneritore palermitano di Bellolampo ai 750 mila residenti del capoluogo
siciliano verrebbe inflitta la stessa overdose di polveri tossiche e nocive
“tollerata ma non auspicata” per una megalopoli di 7 milioni e mezzo di
abitanti. Inoltre, contro gli inceneritori, c'è l'opposizione dei sindaci dei
luoghi in cui sono previsti, che in quanto responsabili della salute, per
legge, vanno ascoltati. “Per queste ragioni – dice Genchi – abbiamo ritenuto
che i quattro inceneritori sono incompatibili con il territorio e le
popolazioni”.

Verdetto già scritto

È il verdetto che il responsabile
del “Servizio 3” ha scritto già un anno e mezzo fa, quando gli inceneritori
cominciavano a muovere i primi passi. Un verdetto che però Gioacchino Genchi
non ha fatto in tempo a emettere formalmente, perché proprio nel momento in cui
stava per farlo, Totò Cuffaro, annusata l'aria al secondo piano di via Ugo La
Malfa 169, bloccò in extremis la sentenza. In che modo? Esattamente come è
stato per la seconda volta fatto l'8 gennaio scorso: rimuovendo Genchi dalla
direzione del Servizio.

Ma nel settembre 2005 il
governatore siciliano fece male i calcoli. Pensava che una volta eliminato
Genchi dal “Servizio 3”, il problema per gli”intoccabili 4” sarebbe stato
definitivamente risolto. Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco,
evidentemente. Tant'è che ancora oggi la questione inceneritori è tutt'altro che
chiusa. Sono così tante le irregolarità riscontrate nelle procedure che hanno
consentito l'avvio dei cantieri, che nessuno sa esattamente come andrà a
finire. C'è l'inchiesta della magistratura di Palermo sui bandi di gara (gran
parte degli appalti se li sono aggiudicati varie società capitanate dal gruppo
Falk) pubblicati soltanto in Italia e non in tutta Europa come invece
stabilisce la normativa; c'è poi la procedura d'infrazione della corte europea
di giustizia per violazione della direttiva Ue sulla raccolta differenziata dei
rifiuti, relegata dal piano Cuffaro ad optional anche rispetto al decreto
Ronchi del '97; e c'è, soprattutto, l'indagine amministrativa del ministro
dell'ambiente Pecoraro Scanio che ha riscontrato, otto mesi fa, “gravi illeciti”
sulle autorizzazioni delle emissioni in atmosfera concesse alle ditte
appaltatrici dal suo predecessore Altero Matteoli. Fu infatti l'ex ministro di
An ad acquisire i poteri sostitutivi sulle stesse concessioni una volta
azzerata l'autorità siciliana (Genchi) istituzionalmente preposta a farlo.

Era il mese di giugno del 2006,
quando Matteoli e gli altri due ministri Francesco Storace (salute) e Pietro
Lunardi (attività produttive), proprio nell'ultimo giorno del governo
Berlusconi a palazzo Chigi diedero il via libera agli inceneritori. Ma i nulla
osta, come peraltro fecero notare tre tecnici dello stesso ministero a
Matteoli, non potevano essere concessi perché erano abbondantemente scaduti i
termini di legge. Erano passati più di 900 giorni dal momento in cui le ditte
ne avevano fatto richiesta. La normativa prevede che tali risposte devono
essere invece date “entro 90 giorni”.

Le autorizzazioni alle emissioni
di gas serra sono dunque “illegittime” e in quanto tali andrebbero annullate.
Dopo l'indagine Pecoraro Scanio annuncia effettivamente di volerle revocare, ma
la revoca non è mai avvenuta, perché il ministro verde non è riuscito ad avere
il benestare degli altri due ministri Livia Turco (sanità) e Pierluigi Bersani
(sviluppo economico). È arrivata invece la “sospensione per 60 giorni” dei cantieri
intanto avviati. Il decreto interministeriale è di questi giorni ed è la
sostanziale ratifica delle conclusioni della conferenza dei servizi tenutasi a
Roma il 22 novembre scorso con la partecipazione dello stesso Cuffaro. Ed è
proprio in questa assise che emerge la possibilità concreta che la decisione
ultima sulle autorizzazioni per le emissioni torni di nuovo a Palermo, e
precisamente al servizio antinquinamento di via la Malfa, ossia nello stesso
luogo da cui era stata maldestramente sottratta nel settembre 2005 con la prima
rimozione di Genchi.

Totò Cuffaro torna così a
tremare. È preoccupatissimo. Toglie perfino il saluto all'allora direttore
generale del dipartimento ambiente e territorio Giovanni Lo Bue, colpevole, a
suo dire, di non aver fatto un “buon lavoro” sospendendo l'anno prima Genchi
per soli cinque mesi. Al funzionario scomodo è stata infatti restituita la
direzione del “Servizio 3”, dove da questo momento in poi – siamo alla fine del
2006 -si potrebbero appunto ridiscutere le sorti degli inceneritori. È a questo
punto che entra in campo Tolomeo il manesco. Dopo anni passati a capo di una
struttura regionale di ultimo ordine, è stato appena nominato al vertice di un
dipartimento importantissimo. È l'uomo giusto al posto giusto per scatenare la
seconda guerra preventiva al temuto responsabile del “Servizio 3”. È una guerra
lampo che Tolomeo mette in pratica, come si diceva, l'8 gennaio, quando
Gioacchino Genchi, con i metodi fascistoidi che abbiamo visto, viene nuovamente
rimosso dall'incarico.

Al suo posto ora c'è un geologo,
Salvatore Anzà, che a quanto si vocifera in assessorato non avrebbe alcuna
preparazione sui nuovi compito che lo aspettano. Ma è un aspetto del tutto
secondario. La cosa più importante è che sia “persona assolutamente affidabile”
per gli obiettivi di sua maestà Totò Cuffaro.

Massimo Giannetti, Palermo
Il manifesto, 18 febbraio 2007

Il grande business degli inceneritori

3mila miliardi in 20 anni per bruciare tutti i rifiuti
siciliani

La Sicilia non è soltanto la
regione tra le più inquinate d'Italia. È anche la regione che per quanto
riguarda lo smaltimento dei rifiuti è tra le ultime nella classifica della
raccolta differenziata: intorno al 3%. Percentuale che per legge dovrebbe essere
portata al 40% entro il 2008 e al 60% entro il 2011. Se così dovranno andare le
cose, perché allora costruire quattro mega inceneritori progettati per bruciare
più o meno la stessa quantità di rifiuti prodotti annualmente dalla regione,
pari a due milioni e 252 mila tonnellate? Se venisse rispettata la normativa
sulla raccolta differenziata la quantità di rifiuti destinata all'incenerimento
dimezzerebbe in cinque anni. Ecco perché gli inceneritori sono fortemente
contestati dagli ambientalisti e dalle comunità locali. Ma i rifiuti sono un
business troppo ghiotto: è infatti di 75 euro per ogni tonnellata di rifiuti
consegnata agli impianti il budget che le ditte riceveranno se i quattro
“mostri” dovessero diventare realtà. A conti fatti, esclusi gli introiti che ne
deriverebbero dalla vendita all'Enel dell'energia elettrica prodotta dagli
stessi inceneritori, è un affare di almeno tremila miliardi in venti anni,
tanti quanti ne prevede il bando di gara per la gestione degli impianti da
parte delle ditte vincitrici degli appalti.

Superburocrate
sfiduciato, guerra tra dirigenti al Territorio

È ormai guerra aperta tra il
direttore del dipartimento regionale Territorio, Pietro Tolomeo, e il dirigente
del servizio Tutela dall’inquinamento atmosferico, Gioacchino Genchi, di cui
Tolomeo ha disposto lo spostamento al servizio qualità delle acque. Ieri
l’assemblea nazionale dei Cobas ha espresso “solidarietà” a Genchi -
funzionario che “sin dagli anni Settanta si è impegnato nella difesa
dell’ambiente“, e che in mattinata ha partecipato a una manifestazione delle
Rdb davanti all’assessorato di via La Malfa - accusando la Regione di “averlo
sospeso dall’impiego”.
“Non c’è nessuna sospensione,
Genchi è stato semplicemente assegnato a un incarico che aveva ricoperto per
anni - si difende Tolomeo - e si confà maggiormente alle sue caratteristiche
professionali, nell’ambito di una riorganizzazione complessiva del
dipartimento”. Nei giorni scorsi a fianco di Genchi si sono schierati la CGIL e
rappresentanti dell’Unione e della Cdl all’Ars, che con una mozione traversale
ha anche “sfiduciato” il direttore del dipartimento. Tolomeo sulla vicenda ha
prodotto due relazioni, una alla Procura della Repubblica e una alla Corte dei
conti. Ma la guerra tra i due, iniziata ai primi di gennaio, genera le prime
conseguenze: il servizio del quale Genchi è responsabile, che si occupa di
emissioni in atmosfera, è fermo da quasi un mese. E Confindustria ha
indirizzato una lettera alla Regione lamentando il fatto che l’attività di numerose
imprese in attese di nulla-osta è ferma.



La Repubblica, 7 febbraio 2007 Cronaca di Palermo

Acquisito il carteggio sul via libera concesso dall’ex ministro Matteoli

Inchiesta sull’inceneritore, dubbi sulle autorizzazioni

I pm ispezionano il cantiere di Bellolampo

La Procura vuole vederci chiaro sugli interessi e sulle procedure per la realizzazione del mega inceneritore da 500 gigawatt nell’area dell’ex poligono di tiro di Bellolampo. I magistrati Geri Ferrari e Sara Micucci, del pool Ambiente, hanno aperto un’inchiesta e svolto un sopralluogo sulla sommità della montagna, insieme con i carabinieri del Noe e i vigili del Nopa. Una ricognizione nel cantiere delle aziende incaricate di fornire la struttura al raggruppamento di imprese capitanate da Actelios, del gruppo Falck, che si è aggiudicato un project financing con investimenti da 2,5 miliardi di euro.

A Bellolampo le ruspe hanno già spianato un terreno pari ad almeno sei campi di calcio per far sorgere in tre anni uno dei quattro termovalorizzatori fortemente voluti dal governo Cuffaro e sui quali il ministro dell’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ha sollevato più di una perplessità, minacciando di revocare le autorizzazioni.

Il contenzioso tra Roma e Palermo, apertosi all’insediamento del governo Prodi, non è stato ancora risolto. Sul cantiere pesa la scure di una illegittimità dei nulla osta rilasciati dal ministero quando alla guida c’era Altiero Matteoli. I magistrati hanno già convocato uno dei testimoni chiave della vicenda, il funzionario regionale Gioacchino Genchi, sospeso una prima volta e poi rimosso dalla responsabilità delle emissioni in atmosfera, in coincidenza dei passaggi cruciali nel controverso iter burocratico.

Sul piano amministrativo le tappe fondamentali si giocano tra l’autunno del 2005 e la primavera dell’anno scorso. Nell’ottobre del 2005 all’assessorato Territorio e ambiente il gruppo Falck sollecita l’autorizzazione. Genchi, nettamente contrario a dare il via libera, a quel tempo è sospeso. Neppure il funzionario che lo sostituisce, nonostante le insistenze del subcommissario all’emergenza rifiuti, Felice Crosta, dà il parere. A quel punto l’azienda si rivolge a Roma. Dal ministero arriva il sì firmato dal gabinetto di Matteoli contro il parere degli stessi uffici del dicastero. Genchi, frattanto rientrato in servizio, solleva la questione della illegittimità. Il ricorso al gabinetto sarebbe avvenuto fuori termine e il nulla osta non sarebbe stato supportato da tutti i pareri. Cambia il governo e interviene Pecoraro Scanio. Anche il ministro propende per l’illegittimità e convoca due conferenze di servizio. Il cantiere, partito a luglio scorso, va comunque avanti. L’azienda ha dalla sua l’assenza di una revoca formale e la copertura del presidente Cuffaro, deciso a chiudere la partita a ogni costo.

I RIFIUTI IN SICILIA COSTI IL PERSONALE TRIBUTI AFFARI TERMOVALORIZZATORI








INCENERITORE È UN GROSSO AFFARE PER CHI LO GESTISCE, FARAONE È DAVVERO QUESTA LA SICILIA CHE VUOLE








INCOMPATIBILE CON I VELENI DI TOTO CUFFARO











INQUINAMENTO ATMOSFERICO INDAGATI LOMBARDO CUFFARO SETTE ASSESSORI DIRIGENTI REGIONALI ALL'AMBIENTE TOLOMEO ANZA' SALVATORE





CANNOVA GIANFRANCO Rassegna stampa 06_02_15 











CONTRAFATTO ASSESSORE ENERGIA RIFIUTI SICILIA DEPONE COMMISSIONE SUL RICICLO RIFIUTI CANNOVA SANSONE LUPO D’ANGELO LATTEO ARNONE GELARDI MARINO GULLO LO BELLO CONTRAFATTO ARMENIO ASSESSORATO IN DISFACIMENTO


Termovalorizzatori, M5s all'attacco Contrafatto: "Ecco perché servono" Venerdì 06 Novembre 2015

AIA, Bellolampo, BURGIO, CANNOVA, Ciaccio, CONTRAFFATO, CROCETTA, CUFFARO, Diossina, GALLETTI, GENCHI, INCENERITORI, ITALCEMENTI, Lombardo, LUPO, Marino, MICCICHE’, TECNIS, termovalorizzatori, TMB,

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