L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























giovedì 10 maggio 2018

2018 9 MAGGIO SENTENZA CORTE DI CASSAZIONEN 511660 RIGETTO DEL RICORSO ADDIO PIZZO 5 PIETRO BRUNO CINA' PIETRO A LTRI30 06 14 24 10 16

2018 9 MAGGIO SENTENZA CORTE DI CASSAZIONEN 511660 RIGETTO DEL RICORSO ADDIO PIZZO 5 PIETRO BRUNO CINA' PIETRO A LTRI30 06 14 24 10 16


Penale Sent. Sez. 1 Num. 51160 Anno 2018 Presidente: MAZZEI ANTONELLA PATRIZIA Relatore: BONI MONICA Data Udienza: 09/05/2018

SENTENZA sui ricorsi proposti da: SERIO NUNZIO nato a PALERMO il 05/08/1977 CINA PIETRO nato a GIARDINI NAXOS il 16/04/1964 BIONDO MARIO nato a PALERMO il 01/05/1966 CORRAO GIOVANNI nato a PALERMO il 06/04/1965 BRUNO PIETRO nato a ISOLA DELLE FEMMINE il 18/11/1946 LO CASCIO GIUSEPPE nato a PALERMO il 28/11/1970 CUSIMANO NICOLO' nato a PALERMO il 17/01/1980 DARICCA FABIO nato a PALERMO 11 16/12/1977 BRIGUGLIO FRANCESCO GIUSEPPE nato a CINISI il 10/03/1956 D'ANNA SALVATORE nato a TERRASINI il 17/07/1960 BAUCINA SALVATORE nato a PALERMO il 03/05/1964 CIARAMITARO DOMENICO nato a PALERMO il 15/06/1974 DI BELLA GIUSEPPE nato a MONTELEPRE il 24/06/1958 ACQUISTO MICHELE nato a PALERMO il 18/04/1953 MESSINA GIUSEPPE nato a PALERMO il 24/06/1978 CUSIMANO ANELLO nato a PALERMO il 25/04/1976 RANDAZZO SALVATORE nato a PALERMO il 30/10/1967 LO PICCOLO FILIPPO nato a PALERMO il 10/12/1974 ENEA GIUSEPPE nato a PALERMO il 22/07/1973 avverso la sentenza del 24/10/2016 della CORTE APPELLO di PALERMO visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere MONICA BONI; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore PAOLO CANEVELLI che ha concluso chiedendo Su accordo delle parti, si omette la relazione del consigliere Boni. Il Proc. Gen. conclude per l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata nei confronti di Ciaramitaro Domenico limitatamente al trattamento sanzionatorio; nei confronti di Lo Cascio Giuseppe, Acquisto Michele, Messina Giuseppe, Lo Piccolo Filippo e Di Bella Giuseppe, limitatamente all'accertamento della data di cessazione della come da conclusioni scritte che deposita insieme alla nota spese per tutte le parti civili oggi rappresentate. E' presente l'avvocato CARADONNA SALVATORE del foro di PALERMO in difesa della parte civile F.A.I. FEDERAZIONE DELLE ASS.NE ANTIRACKET ED ANTIUSURA ITALIANE nonché in difesa delle parti civili ASS.NE 0.N.L.U.S. "COMITATO ADDIO PIZZO", CRACOLICI ANTONINO e SPALLINA LUIGI, come da nomine e procure speciali depositate in udienza, ed inoltre, in qualità di sostituto processuale, come da nomina depositata in udienza, dell'avvocato BARCELLONA ETTORE del foro di PALERMO difensore delle parti civili CENTRO STUDI PIO LA TORRE ED INIZIATIVE CULTURALI PIO LA TORRE 0.N.L.U.S. PALERMO, COMUNE DI CINISI, ASS.NE DEGLI INDUSTRIALI DELLA PROV. DI PALERMO CONFINDUSTRIA PALERMO, ed ancora, in qualità di sostituto processuale, come da nomina depositata in udienza, dell'avvocato LO RE VINCENZO del foro di PALERMO in difesa di CONFINDUSTRIA SICILIA, ed infine, in qualità di sostituto processuale, come da nomina depositata in udienza, dell'avvocato BAMBINA DAVIDE del foro di TRAPANI difensore della parte civile ASS.NE ANTIRACKET ED ANTIUSURA ALCAMESE, che conclude chiedendo la conferma della sentenza impugnata. Deposita le note spese per tutte le parti oggi rappresentate. E' presente l'avvocato FORELLO SALVATORE del foro di PALERMO in difesa delle parti civili ASS.NEANTIRACKET "LIBERO FUTURO"-ASS.NE ANTIRACKET LIBERO GRASSI, BARBARO MARCELLO, CHIAPPARA CARMELO e CHIAPPARA MASSIMILIANO, che conclude chiedendo la conferma della sentenza impugnata. Deposita le note spese per tutte le parti oggi rappresentate. E' presente l'avvocato RIZZUTI GIOVANNI del foro di PALERMO in difesa di CUSIMANO NICOLO' che conclude chiedendo l'accoglimento dei motivi di ricorso. E' presente l'avvocato DI BENEDETTO GIOVANNI del foro di PALERMO in difesa di MESSINA GIUSEPPE che conclude insistendo per l'accoglimento dei motivi di ricorso. E' presente l'avvocato BONSIGNORE RAFFAELE del foro di PALERMO in difesa di SERIO NUNZIO, DARICCA FABIO e CIARAMITARO DOMENICO, nonché in qualità di sostituto processuale, come da nomina depositata in udienza, dell'avvocato BRANCATO ANGELO del foro di PALERMO difensore di RANDAZZO SALVATORE che conclude chiedendo l'accoglimento di tutti i motivi di ricorso. E' presente l'avvocato GIOVINCO MICHELE del foro di PALERMO, anche in sostituzione, come dichiarato in udienza, dell'avvocato VELLA ROSANNA del foro di PALERMO, entrambi difensori di LO CASCIO GIUSEPPE che conclude chiedendo l'accoglimento dei motivi di ricorso.. Corte di Cassazione - copia non ufficiale E' presente l'avvocato GENOVESE MONICA del foro di PALERMO in difesa di BRIGUGLIO FRANCESCO che insiste per l'accoglimento dei motivi di ricorso. E' presente l'avvocato BARONE ANGELO del foro di PALERMO in difesa di DI BELLA GIUSEPPE, nonché in qualità di sostituto processuale, come da nomina depositata in udienza, dell'avvocato CALDERONE FABIO del foro di PADOVA difensore di CINA' PIETRO che conclude insistendo per l'accoglimento dei motivi di ricorso. E' presente l'avvocato LA BLASCA DOMENICO del foro di PALERMO in difesa di ACQUISTO MICHELE e LO PICCOLO FILIPPO che conclude insistendo nell'accoglimento dei motivi di ricorso. E' presente l'avvocato MICCICHE' VENERA del foro di PALERMO in difesa di ENEA GIUSEPPE che conclude insistendo nei motivi di ricorso. E' presente l'avvocato CIANFERONI LUCA del foro di ROMA anche in sostituzione, come dichiarato in udienza, dell'avvocato GALLINA FILIPPO MARIA del foro di PALERMO, entrambi difensori di BIONDO MARIO che conclude chiedendo , in accoglimento dei motivi di ricorso ed in applicazione dell'art. 587 c.p.p., relativamente ai ricorsi di Acquisto ed altri„ l'annullamento della sentenza impugnata. E' presente l'avvocato INZERILLO FRANCESCO del foro di PALERMO in difesa di D'ANNA SALVATORE che conclude insistendo per l'accoglimento dei motivi di ricorso o, in subordine, ex art. 2 c.p., la rideterminazione della pena. E presente l'avvocato VIOLA GIANFRANCO del foro di PALERMO in difesa di BRUNO PIETRO che conclude insistendo per l'accoglimento dei motivi di ricorso o, in subordine, ex art. 2 c.p., la rideterminazione della pena. Alle ore 13.55, l'udienza è sospesa per riprendere alle ore 15.20 E' presente l'avvocato ARICO' GIOVANNI del foro di ROMA in difesa di BRUNO PIETRO che conclude per l'annullamento della sentenza impugnata. Si dà atto che è presente, per la pratica forense, la dott.ssa Antonetti Giusy - tess. ord. avv. Roma n. P71569 - praticante presso lo studio dell'avvocato Cianferoni Luca. Corte di Cassazione - copia non ufficiale Ritenuto in fatto

1.Con sentenza emessa in data 24 ottobre 2016 la Corte di assise di appello di Palermo riformava parzialmente la sentenza del Tribunale di Palermo del 30 giugno 2014 e, per l'effetto, nei confronti degli imputati:
-Salvatore Baucina unificava per continuazione il reato contestatogli al capo 1), come riqualificato dal Tribunale, con quelli giudicati con sentenza della Corte di appello di Palermo del 15 marzo 2002, irrevocabile il 17 ottobre 2003, e rideterminava in anni diciassette di reclusione la pena complessiva; -Pietro Bruno unificava per continuazione il reato contestatogli al capo 1) di partecipazione ad associazione a delinquere di stampo mafioso ex art. 416-bis, comma 1, cod. pen., e quello analogo giudicato con la sentenza del 15 marzo 2002, irrevocabile il 7 ottobre 2003, e rideterminava la pena complessiva in anni sedici di reclusione;
- Domenico Ciaramitaro riduceva ad anni due di reclusione ed euro 700 di multa la pena inflittagli a titolo di aumento per la continuazione riconosciuta tra il delitto di tentata estorsione aggravata di cui al capo 15) ed i reati giudicati con la sentenza resa dalla Corte di appello di Palermo dell'8 aprile 2011, irrevocabile il 27 settembre 2012;
-di Anello Cusimano, in riferimento ai fatti commessi nel periodo tra 1'8 marzo 2015 ed il 21 dicembre 2016 di cui al capo 38), riduceva ad anni sei, mesi sei di reclusione ed euro 28.000 di multa la pena inflittagli, e lo assolveva perché il fatto non sussiste dai restanti fatti non compresi in detto periodo;
- Nicolò Cusimano riduceva ad anni dieci e mesi sei di reclusione ed euro 45.000,00 di multa la pena per i fatti di cui al capo 37), contestati fino all'8 marzo 2005, e per quelli commessi nel periodo dal 21 dicembre 2006 ed il 2 agosto 2007, e lo assolveva per non aver commesso il fatto da quelli contestati in riferimento al periodo dall'8 marzo 2005 al 20 dicembre 2006 ed al periodo successivo al 2 agosto 2007;
-Fabio Daricca riduceva la pena ad anni dieci, mesi sei di reclusione ed euro 45.000 per i fatti di cui al capo 39),commessi sino al 2 agosto 2007, e lo assolveva perché il fatto non sussiste da quelli contestati come commessi nel periodo successivo;
-Giuseppe Di Bella ne disponeva l'assoluzione per non aver commesso il fatto dal delitto di cui al capo 24) e rideterminava in anni tredici di reclusione la pena per il restante delitto di cui al capo 2);
-Giuseppe Lo Cascio ne disponeva il proscioglimento dal reato di cui al capo 3) perché estinto per prescrizione e rideterminava in anni dodici di reclusione la pena per il reato di cui al capo 2 );
-Filippo Lo Piccolo unificava per continuazione il reato di cui al capo 2) con quelli giudicati con la sentenza della Corte di appello di Palermo del 13 aprile 2006, irrevocabile il 21 ottobre 2010, e rideterminava la pena complessiva in anni sedici di reclusione;
-Salvatore Randazzo riduceva ad anni due di reclusione l'aumento di pena determinato per la continuazione riconosciuta tra il reato di cui al capo 25) ed i reati giudicati con la sentenza della Corte di appello di Palermo del 16 luglio 2011, irrevocabile il 22 gennaio 2013;
-Nunzio Serio rideterminava in anni diciannove e mesi sei di reclusione la pena per i reati di cui ai capi 29 e 30), commessi sino al 2 agosto 2007, e per il reato di cui al capo 28), riguardante la partecipazione ad associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti ed i singoli reati fine,e lo assolveva perché il fatto non sussiste da quelli contestati ai predetti capi 29) e 30) come commessi per il periodo successivo.
Confermava nel resto l'impugnata sentenza anche nei confronti degli altri coimputati Michele Acquisto, Mario Biondo, Francesco Giuseppe Briguglio, Pietro Cinà, Giovanni Corrao, Salvatore D'Anna, Giuseppe Enea e Giuseppe Messina, che erano stati già condannati dal Tribunale:
- Michele Acquisto, Mario Biondo e Giuseppe Messina alla pena di anni dodici di reclusione cw ciascuno in quanto ritenuti responsabili del delitto di cui a1l2);
-Francesco Giuseppe Briguglio alla pena di mesi quattro di reclusione ed euro 200,00 di multa, determinata previo riconoscimento della circostanza attenuante di cui all'art. 8 della legge n. 203/91 in riferimento al reato di estorsione di cui al capo 14), riqualificato ai sensi dell'art. 648 cod. pen.,ed applicata in aumento per continuazione con i reati giudicati con la sentenza della Corte di appello di Palermo del 5 febbraio 2011, irrevocabile il 29 gennaio 2013;
-Pietro Cinà alla pena di anni diciotto di reclusione ed euro 5.000 di multa, previa unificazione dei reati di estorsione aggravata di cui ai capi 12), 22) e 23) e di quelli giudicati con sentenza della Corte di appello di Palermo dell'8 aprile 2011, irrevocabile il 27 settembre 2012;
-Giovanni Corrao alla pena di anni cinque e mesi due di reclusione in quanto ritenuto responsabile del reato di cui al capo 2), riqualificato ai sensi dell'art. 378, comma 2, cod. pen.;
-Salvatore D'Anna alla pena di anni dodici di reclusione in quanto ritenuto responsabile del delitto di cui al capo 1), qualificato ai sensi dell'art. 416-bis, comma 1, cod. pen.;
-Giuseppe Enea alla pena di anni quattro e mesi due di reclusione in quanto ritenuto responsabile dei reati di cui ai capi 5) e 5-bis), rispettivamente di favoreggiamento personale e di falso ed alterazione di documenti. Confermava, infine, le pene accessorie e le condanne al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite.
2.Entrambe le sentenze di merito, mediante i dati informativi ricavati da plurime sentenze già irrevocabili, dalle propalazioni dei collaboratori di giustizia, dall'attività intercettativa, dalla documentazione rinvenuta presso il luogo, posto in Giardinello, ove i latitanti capimafia Salvatore e Sandro Lo Piccolo avevano trascorso l'ultimo periodo prima dell'arresto, dalle dichiarazioni rese da alcune persone offese, hanno ricostruito le vicende criminose che hanno interessato i rioni del territorio metropolitano della città di Palermo, denominati San Lorenzo-Tommaso Natale e quelli ad essi prossimi, luogo di insediamento di un mandamento dell'organizzazione criminosa di stampo mafioso, denominata "cosa nostra",  all'epoca dei fatti diretto dai predetti Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Accertavano che costoro avevano potuto mantenere il controllo del potere mafioso e delle attività economiche lecite rientranti nella zona d'influenza e sottoposte a vessazione estorsiva mediante l'operato degli altri associati ed un sistema di comunicazioni epistolari con indicazione di codici alfanumerici per individuare in via convenzionale i mittenti, le cui missive erano state rinvenute nell'ultima abitazione, occupata prima della cattura, e nel rifugio di Francesco Franzese, poi divenuto collaboratore di giustizia. Tale documentazione aveva consentito di apprendere le nuove regole ed il codice di comportamento osservati nell'ambito dell'organizzazione e la geografia più attuale dei mandamenti in cui la stessa era articolata, oltre che di riferire la responsabilità di singole iniziative criminose agli imputati quali appartenenti al sodalizio.

3.Avverso la sentenza di appello hanno proposto ricorso gli imputati.

3.1Michele Acquisto, per il tramite del difensore avv.toDomenico La Blasca, ha dedotto: a)Inosservanza ed erronea applicazione in relazione all'art. 192 cod. proc. pen. ed all'art. 416- bis cod. pen. e mancanza di motivazione. La sentenza impugnata ha affermato la penale responsabilità del ricorrente in assenza di un valido supporto probatorio. La condotta di imprenditore colluso con la mafia, in assenza di una formale affiliazione, non è idonea ad essere ricondotta alla fattispecie di cui all'art. 416-bis cod. pen. per non avere egli mai svolto l'attività d'impresa nell'interesse del sodalizio mafioso. Le dichiarazioni rese al riguardo dal Franzese e dal Nuccio non sono state attentamente vagliate e non è emerso che l'Acquisto avesse ottenuto dei vantaggi dalle relazioni con esponenti mafiosi in termini di accaparramento di commesse e lavori;

fra i due collaboranti sussiste una divergenza sul lavoro svolto dal ricorrente, frutto di una presunta estorsione perpetrata dal sodalizio criminale e sulla reale natura dei rapporti economici intercorrenti tra questi ed il Franzese, che ha negato di essere suo socio occulto, a differenza di quanto affermato dal Nuccio. Inoltre, il Franzese ha ben chiarito di avere affidato dei lavori all'Acquisto per le sue capacità ed i prezzi convenienti;

tuttavia la sentenza ha affermato che egli era legato a diversi esponenti mafiosi, ragione per la quale i due collaboratori avevano mostrato di interessarsi in suo favore, mentre la difesa aveva obiettato che tali rapporti erano dovuti ad interessi economici leciti nel settore edilizio. Del resto anche la giurisprudenza ha negato che le frequentazioni per ragioni di amicizia, comune estrazione ambientale o sociale, siano sufficienti per dimostrare l'intraneità ad organizzazioni mafiose. Le dichiarazioni rese dal Nuccio sul lavoro assegnato al ricorrente per effetto di un'estorsione imposta all'imprenditore Morillo, già deceduto e quindi non esaminato, sono state smentite dal teste Piazza, secondo il quale i lavori edilizi da realizzare sul proprio terreno erano stati affidati all'imprenditore Ciravolo, e dallo stesso Franzese, che nulla ha ricordato al riguardo. Altri elementi favorevoli alla difesa sono stati forniti dal collaboratore Manuel Pasta, il quale nulla ha potuto riferire in ordine alla conversazione intercorsa tra il ricorrente ed il Bonanno, che aveva soltanto visto assieme, e nemmeno circa i rapporti tra l'Acquisto e Diego Di Trapani, pur operando nello stesso contesto di questi. Del pari i rapporti intrattenuti col Collesano sono spiegabili con l'attività svolta da entrambi nel settore edilizio.  b)Inosservanza ed erronea applicazione in relazione all'art. 416-bis, comma 4, cod. pen. e mancanza di motivazione. Anche il riconoscimento dell'aggravante in questione è avvenuto in modo automatico, solo sulla base del carattere notoriamente armato dell'associazione criminale "cosa nostra". Tanto equivale ad applicare una mera presunzione assoluta; inoltre, le armi rinvenute nel covo di Giardinello il 4 novembre 2007 non possono ritenersi a disposizione dell'organizzazione, perché sequestrate tre anni prima degli arresti degli imputati del presente processo. c) Inosservanza ed erronea applicazione della legge penale in relazione all'art. 416-bis,comma 6, cod. pen. e mancanza di motivazione circa la sussistenza della circostanza aggravante ivi prevista, riconosciuta in via automatica; al contrario, la giurisprudenza più recente pretende la dimostrazione di una particolare dimensione dell'attività economica, da identificarsi nell'intervento in strutture produttive dirette a prevalere, nel territorio di insediamento, sulle altre strutture che offrano gli stessi beni o servizi, dell'apporto di capitale derivante da azioni criminose e della riferibilità di quanto investito all'attività dell'associazione e non alla condotta del singolo partecipe. Nessuna analisi su tali temi è stata condotta in sentenza, né su eventuali investimenti di denaro di pertinenza mafiosa nell'impresa del ricorrente, sicchè i giudici di appello si sono avvalsi del notorio e di una presunzione assoluta, non superabile con prova contraria, senza tenere conto del fatto che egli non ha mai riportato condanne nemmeno per reati scopo, avendo operato da trent'anni nel settore edilizio nel quale ha maturato notevole esperienza e specializzazione, come riferiscono gli stessi collaboratori (cfr. verbali del 12.6.12: Franzese pag. 253, Nuccio, pag. 244). d) Inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 2, 416-bis cod. pen. e mancanza di motivazione in ordine al tempus commissi delicti. La sentenza impugnata non ha offerto risposta alle obiezioni difensive in ordine alla durata della permanenza del ricorrente all'interno dell'organizzazione criminale oltre all'anno 2007;

tanto ha comportato l'applicazione del regime sanzionatorio meno favorevole introdotto con la legge n. 125/08. La Corte di appello, pur avendo riconosciuto che l'apporto conoscitivo dei collaboratori si arresta all'anno 2007, ha ritenuto che nessun elemento consentisse di ritenere venuta meno l'appartenenza del ricorrente al sodalizio per il periodo successivo, così imponendo un'illegittima inversione dell'onere della prova a carico della difesa circa la cessazione dello stato di permanenza al sodalizio.

3.2 Salvatore Baucina per il tramite del difensore, avv.to Rosanna Vella, ha proposto il seguente motivo: inosservanza ed erronea applicazione della legge penale e mancanza ed insufficienza della motivazione in relazione al disposto degli artt. 21, comma 3, Cost.; 132 e 133 cod. pen.. La Corte di appello ha quantificato la pena base per il più grave reato di cui al capo 20) della rubrica in misura pari ad anni undici e mesi sei di reclusione, quasi al doppio della pena minima e di poco inferiore al massimo possibile, ma senza avere esposto le ragioni del suo convincimento, essendo la motivazione espressa con vane formule apodittiche e di stile e col riferimento alla gravità della condotta, contraddetta dallo stesso importo ottenuto   dal ricorrente, pari a 250,00 euro per un lavoro quantificato in 300.000 euro; con ciò il giudice si è sottratto all'onere di motivare l'esercizio del potere discrezionale riconosciuto dall'art. 132 cod. pen. e non ha rispettato la prescrizione dell'art. 27 Cost., comma 3, per la quale la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, finalità che deve connotare la pena nella fase di cognizione, come in quella di esecuzione. 3.3 Mario Biondo){ tramite degli avv.ti Filippo Gallina e Luca Cianferoni,ha lamentato: a) violazione della legge penale in relazione all'art. 416-bis cod. proc. pen., mancanza, contraddittorietà ed illogicità della motivazione in relazione all'art 192 cod. proc. pen.,per avere la Corte di appello erroneamente ricostruito la fattispecie di partecipazione ad associazione mafiosa ed avere rapportato le condotte attribuite al ricorrente a detta fattispecie, che non sono tali da dimostrare la stabile compenetrazione ed il costante contributo agli scopi associativi, elementi necessari ed imprescindibili per configurare la partecipazione ad associazione mafiosa. In particolare, entrambe le sentenze di merito hanno omesso di argomentare in modo adeguato e logico la riconducibilità alla sua persona dei biglietti contrassegnati come D60 e D59, elementi ritenuti essenziali per l'individuazione della sua responsabilità; hanno ritenuto di poter fare riferimento all'attività di camionista, svolta dal Biondo, che è molto diffusa e non consente di superare il ragionevole dubbio, né le obiezioni difensive sviluppate con l'atto di appello. Non è stato logicamente risolto il tema dell'individuazione dell'autore materiale dei messaggi, ritenuti non necessariamente redatti dal ricorrente, che avrebbe potuto fare ricorso alla grafia di altro soggetto, motivo della ritenuta superfluità della perizia grafologica: non si è però esaminato il rischio che comporta ricorrere a siffatto contributo, che avrebbe esposto ad un pericolo anche il destinatario latitante e che è contrario alle massime di comune esperienza ed alla regola, propria del sodalizio mafioso, che pretende segretezza, omertà ed accortezza nelle comunicazioni per evitare il rischio di intercettazioni e garantire al tempo stesso il raccordo necessario tra singoli affiliati ed i capi. La Corte di appello, pur avendo ben presente la massima di esperienza richiamata dalla difesa, l'ha smentita sulla base di una mera congettura e non di una spiegazione effettiva e coerente, basata sull'utilizzo da parte dell'autore dei messaggi del soprannome "camion". Con l'atto di appello si era contestato che questo espediente consentisse di attribuire con certezza i messaggi ad un soggetto preciso, essendo rimasti gli stessi sostanzialmente anonimi. La sentenza di primo grado aveva attribuito la paternità dei due messaggi al Biondo in base ad una pluralità di dati indiziari, che la Corte di appello ha fatto propri, ma senza esaminare logicamente le obiezioni mosse con l'atto di appello a ciascuno di tali elementi, ossia che: a) la titolarità della società LO.BI . non è sufficiente per individuare il soggetto firmatosi "camion", poiché il piazzale ove venivano lasciati in sosta i mezzi della predetta società non poteva identificarsi in quello citato nei messaggi, che era stato ceduto ai fratelli Arena, mai resisi acquirenti dello stabilimento e dello spazio utilizzato dal ricorrente, acquistato piuttosto dai fratelli Abate in epoca non corrispondente a quella dei messaggi; b) la gestione dell'attività di autotrasporti è stata condotta dal ricorrente con i fratelli Francesco e Salvatore. La soluzione t• -   V offerta dalla Corte di appello, secondo la quale il mittente avrebbe confuso i fratelli Abate con i fratelli Arena, effettivamente interessati a rilevare lo stabilimento nel corso del 2007, per cui le due missive avrebbero riferito di questa vicenda anche se poi non perfezionatasi, incorre in altro profilo di illogicità, perché non considera che l'interessamento degli Arena era collocabile nel periodo aprile-maggio 2007, non corrispondente a quello di agosto e settembre 2007 in cui erano stati inviati i messaggi e ritiene in modo congetturale che gli Arena non avessero condotto altre trattative immobiliari su Palermo per l'acquisto di uno stabilimento dalle caratteristiche similari a quello utilizzato quale deposito dei prodotti Coca cola. Anche l'interessamento del mittente firmatosi "camion", nel settore delle scommesse e del gioco clandestino, manifestato nel documento D59, per sollecitare un intervento del destinatario in favore di un sala giochi di tale Giovanni, identificato in Giovanni Botta, che subiva la concorrenza di un esercizio di viale Strasburgo, è frutto di un ragionamento minato da numerosi salti logici, poichè non considera: la genericità dei riferimenti;

la non coincidenza temporale fra la missiva e gli episodi di danneggiamento subiti da Quattrocchi, avvenuti nel febbraio-marzo 2007; il riferimento ad una vicenda ancora da sistemare; la congetturalità dell'opinione del Quattrocchi di essere il soggetto di cui aveva trattato la missiva; l'incoerenza con l'ipotesi accusatoria di quanto riferito dal collaboratore Nuccio, indicativo di un rapporto di concorrenza tra il Botta ed il ricorrente, intenzionato a prenderne il posto ed a sviluppare il settore del gioco d'azzardo per incrementarne i guadagni, non di cointeressenza. Quanto argomentato in sentenza circa la possibilità di un ulteriore aggiustamento della vicenda è arbitrario e travisante poiché tutto fa pensare che oggetto del messaggio fosse una situazione nuova e non già in atto. Anche le osservazioni della Corte di appello che si basano sul messaggio D60 non sono coerenti col suo testo, che rivela piuttosto come il mittente avesse parlato col Botta e ne stesse rappresentando le ragioni. La questione degli auguri inviati per l'esercizio di parrucchiere, non identificabile nell'esercizio della moglie del ricorrente, perché non risultata titolare di una licenza per tale attività, sita in via Nuova a Palermo, è stata superata dalla Corte di appello a ragione delle fatture prodotte dalla difesa e risalenti al gennaio 2008, che però, oltre a riguardare l'acquisto di attrezzature e materiali, sono successive al messaggio e nessun accertamento è stato condotto per verificare se l'attività fosse iniziata in un momento precedente, mentre il rilievo sulla conduzione dell'attività in modo illegale e non assentito si basa soltanto su una congettura. Le lacune e le illogicità motivazionali non possono essere superate a ragione della conformità delle decisioni adottate nei due gradi di merito, che non opera quando con l'appello siano devoluti temi puntuali e dirimenti. La difesa aveva altresì argomentato circa l'acquisizione di elementi di segno opposto ad un'appartenenza del ricorrente al sodalizio mafioso, costituiti dalle dichiarazioni del Nuccio, a detta del quale non gli risultava l'affiliazione del Biondo, né lo scambio di messaggi con Sandro Lo Piccolo, e gli incontri presso la sala giochi col Mancuso erano stati più d'uno, ma descritti in modo confuso e poi ricondotti ad un solo episodio, cui il dichiarante non aveva assistito, a 6 "(47 Corte di Cassazione - copia non ufficiale dimostrazione della sostanziale inattendibilità del suo racconto. Inoltre, le richieste asseritamente avanzate dal ricorrente erano rimaste inevase. Al riguardo la Corte di appello ha illogicamente replicato perché la genericità dei fatti riferiti sull'incontro tra il Biondo ed il Mancuso compromette l'affidabilità della fonte dichiarativa Nuccio e la prevalenza di quanto riferito in dibattimento è affermata in modo non razionale. Anche in ordine alle dichiarazioni del collaboratore Manuel Pasta, valorizzate laddove aveva descritto degli incontri tra soggetti gravitanti nell'organizzazione, avvenuti presso la palestra Antares, non si è considerato che gli incontri erano risalenti alla metà degli anni novanta quando il Pasta non era ancora affiliato e che ad essi il dichiarante non aveva preso parte, mentre i riferimenti effettuati alla società LO.BI s.r.l. sono errati perché l'acronimo LO non è riferibile ai Lo Piccolo, quanto al socio Lo Monaco, come ritenuto anche in sentenza. Altrettanto contraddittoria è la considerazione delle dichiarazioni rese da Maurizio Spataro, che pur avendo riferito di non ricordare nulla, è stato valorizzato laddove ha riferito dell'attività di autotrasportatore, svolta dal ricorrente. Le informazioni fornite da Marcello Trapani non possono dirsi aderenti alle indicazioni già acquisite perché caratterizzate da numerose incongruenze e nessun apporto conoscitivo hanno potuto offrire sul conto del Biondo gli altri collaboratori Pulizzi e Briguglio, erroneamente ritenuti costituire un dato neutro per la diversità dei contesti criminosi in cui questi avrebbero operato rispetto ai Lo Piccolo, posto che il Pulizzi era stato tratto in arresto unitamente ai due Lo Piccolo. b) Mancata assunzione di prova decisiva quanto alla perizia grafologica si biglietti ritenuti essere stati redatti dal ricorrente. Alcuni recenti pronunce mostrano un diverso atteggiamento rispetto alla decisività della perizia quando costituisca lo strumento per acquisire il sapere scientifico di cui il giudice non può disporre e per allargare il quadro conoscitivo. c) Inosservanza e/o erronea applicazione di legge penale in relazione all'art 416-bis, commi 4 e 6) ed all'art. 59 cod. pen.; motivazione mancante, insufficiente, illogica e contraddittoria. La sussistenza delle due circostanze aggravanti è stata riferita al ricorrente in via presuntiva ed in contrasto con l'interpretazione offertane dalla giurisprudenza; inoltre, non è stata data risposta alle censure mosse con l'atto di appello. d) Mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della 'motivazione in relazione al diniego delle circostanze attenuanti generiche ed alla determinazione della pena e violazione degli artt. 62-bis e 133 cod. pen., giustificate con argomentazioni illogiche e contraddittorie.

3.4 Francesco Giuseppe Briguglio con atto a firma dell'avv.to Monica Genovese ha lamentato con unico motivo violazione di legge, erronea applicazione delle norme penali di cui agli artt. 15 cod. pen., 648 e 416-bis cod. pen. e 649 cod. proc. pen., vizio di motivazione per manifesta contraddittorietà ed illogicità della motivazione sotto il profilo della affermazione della penale responsabilità del Briguglio per il reato di cui all'art. 648 cod. pen., aggravato dall'art. 7 della L. 203/91. La condotta ascritta al ricorrente avrebbe dovuto essere ricondotta e ritenuta assorbita in quella di partecipazione all'associazione di stampo mafioso, per la quale egli ha riportato condanna con sentenza resa dalla Corte di appello di Palermo del 5 febbraio   2011, già irrevocabile; nell'ambito di quel procedimento era emerso il suo ruolo di copertura e di aiuto prestato in favore dei latitanti, Sandro e Salvatore Lo Piccolo, alla conservazione delle armi del sodalizio criminoso, allo smistamento dei c.d. "pizzini" inviati e ricevuti dai Lo Piccolo ed alla tenuta della "cassa" della "famiglia" mafiosa di Cinisi, nella quale sarebbero confluiti anche i proventi estorsivi riscossi in relazione ai c.d. "pontili Viviano" nel 2002 e nel 2003. La sentenza impugnata risulta illogica e contraddittoria, in quanto la Corte ha ritenuto che il ricorrente non avesse partecipato all'attività estorsiva in questione, ma si fosse limitato a ricevere le somme ricavatene e ha concluso che tale condotta "sebbene ricadente entro il perimetro delle funzioni svolte da tale soggetto, all'epoca inserito nel sodalizio mafioso, non perde il suo autonomo disvalore penale, appunto ai sensi dell'art. 648 c.p., dovendo rammentare che la partecipazione ad una organizzazione mafiosa non vale ad emendare, di per sé, dalla loro intrinseca valenza illecita le singole azioni che vengono commesse all'interno dell'organizzazione e nell'interesse della stessa" (cfr. pagg. 203-204). Al contrario, una volta accertato il ruolo assunto dal Briguglio di "detentore" della "cassa" della "famiglia" mafiosa di Cinisi dal 1999 all'anno 2005, tale mansione avrebbe dovuto essere considerata uno dei "compiti istituzionali" di natura illecita dell'associato mafioso, connotante dunque la sua partecipazione. La Corte di appello avrebbe dovuto accertare se si fosse in presenza di un concorso apparente di norme e comunque escludere la possibilità del concorso tra le due fattispecie a fronte dell'identità del fatto delittuoso, per il quale il ricorrente ha subito duplice punizione in contrasto col divieto di "bis in idem". Sotto altro profilo, nel caso concreto non è possibile individuare la condotta di ricettazione come autonoma e successiva rispetto a quella di partecipazione all'associazione mafiosa, per la quale ha già riportato condanna irrevocabile. La motivazione della sentenza impugnata richiama un principio interpretativo, affermato dalla giurisprudenza di legittimità, applicabile al caso inverso in cui, a seguito della condanna definitivamente inflitta per i reati di detenzione e porto di arma da sparo con matricola abrasa, ricettazione dell'arma e resistenza a pubblico ufficiale, lo stesso fatto storico era stato valutato ai fini della prova del reato associativo. Non prende però in considerazione gli argomenti difensivi, che avevano richiamato quanto stabilito dalle Sezioni Unite sul tema del concorso dei delitti di cui agli artt. 648-bis e 648-ter cod.pen. e quello di associazione mafiosa quando la contestazione del riciclaggio o reimpiego riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti proprio dal delitto di associazione mafiosa, concorso ritenuto non configurabile se l'accusa riguardi denaro, beni o altre utilità, provenienti proprio dal delitto di associazione maliosa (Cass. S.U. 27/2/2014, n. 25191, Iavarazzo). Tale principio si adatta anche al caso del ricorrente, che si è limitato a ricevere, quale detentore della "cassa" della "famiglia" mafiosa di Cinisi, negli anni 2002 e 2003, in due "sole" occasioni da parte del capo della famiglia o del "mandamento" mafioso, denaro derivante dal reato di estorsione aggravata commesso da altri sodali, appartenenti alla medesima associazione mafiosa, sicchè la condotta partecipativa assorbe in pieno l'intero disvalore penale del fatto. Altrettanto viziata è la motivazione quanto 8 Corte di Cassazione - copia non ufficiale all'accertamento dell'elemento psicologico del dolo della ricettazione, che non è autonomo rispetto alla coscienza e volontà di far parte del sodalizio.

3.5 Pietro Bruno a mezzo del difensore avv.to Giovanni Aricò ha dedotto: a) falsa applicazione della legge processuale con riferimento alla valutazione del dichiarato dei collaboratori di giustizia, uniche fonti di prova poste a fondamento dell'affermazione di responsabilità del Bruno in ordine al delitto di cui al capo 1) della rubrica. Prese le mosse dalla già intervenuta sentenza di condanna per il delitto associativo, la sentenza impugnata ha sintetizzato quanto riferito dai collaboratori di giustizia, sostenuto l'assenza di elementi che ne compromettano l'attendibilità e ravvisato conferma al narrato di ciascuno nelle propalazioni degli altri, nonostante tutti riferiscano episodi diversi, ritenuti però dimostrativi di un complesso di relazioni mafiose facenti capo all'imputato. In tal modo la sentenza non considera che il riscontro estrinseco deve riferirsi al fatto storico oggetto di narrazione ed alla condotta concreta descritta ed attribuita al "chiamato". Lo dimostra la pretesa da parte dell'art. 192 cod. proc. pen. di un elemento esterno alla dichiarazione di chiamata in correità che ne offra conferma individualizzante per la posizione del soggetto accusato, per cui, se la prova della condotta associativa è mutuata dall'attribuzione di un fatto determinato da parte del collaboratore di giustizia, è rispetto a detto accadimento che devono essere acquisiti elementi di riscontro che ne corroborino l'effettiva verificazione, pena la considerazione della fonte dichiarativa quale prova autonoma, cosa che il legislatore ha escluso, come riconosciuto anche dalle Sezioni Unite nella pronuncia n. 20804 del 29/11/2012. In tali situazioni, quando l'addebito riguardi la partecipazione ad associazione di stampo mafioso, la "convergenza del molteplice" va intesa quale corrispondente descrizione delle condotte concrete attribuite con le singole dichiarazioni, mentre se ciascuna di esse riguardi circostanze diverse, essa deve trovare conferma in elementi differenti. Sussiste altresì un'ulteriore violazione di legge nell'errata valutazione della prova dichiarativa, raccolta a carico del ricorrente, che presenta natura de relato, in quanto:

-il Franzese nel corso di un incontro con i Lo Piccolo cui era presente anche tale Catania avrebbe appreso del ruolo di uomo d'onore del Bruno per il riferimento alla sua persona come a colui che avrebbe potuto risolvere il problema del mancato pagamento di una fornitura di materiale edile in quanto responsabile per quel territorio, ma non è emerso alcun elemento che consenta di accertare che la richiesta di intervento era stata rivolta ed accolta;

-Antonino Nuccio ha riferito di avere appreso da Andrea Gioè che lo stesso avrebbe dovuto recarsi dal ricorrente per avere notizie in ordine alla "messa a posto" imposta ai proprietari dell'Hotel Bellevue e riscontrare se tale attività ricadesse o meno nella zona di competenza della famiglia mafiosa di riferimento, vicenda non riscontrata da alcun elemento;

-il Pulizzi, già reggente della famiglia mafiosa di Carini, avrebbe appreso dai Lo Piccolo della veste di uomo d'onore del ricorrente, sulla base di un indimostrato appuntamento del 2006,

-Maurizio Spataro ha riferito di aver appreso da Tanino Fidanzati che il Bruno si sarebbe attivato in ordine alla richiesta estorsiva in danno dei titolari di una pedana balneare ad Isola delle femmine, episodio parimenti non riscontrato da nessun altro elemento acquisito. Per avere utilizzato tali apporti dichiarativi, la sentenza non ha potuto individuare una specifica condotta ascrivibile al Bruno e non ha rispettato i rigorosi criteri dettati per l'impiego probatorio delle chiamate in correità de relato, che pretende una particolare attenzione nel verificare "le circostanze concrete di tempo e di luogo in cui avvenne il colloquio tra il loquens ed il soggetto di riferimento, nonché sulla natura dei rapporti (di frequentazione e di familiarità) tra i due, sì da giustificare le confidenze, di tenore certamente compromettente, ricevute dal primo" e poi, all'esito di questo primo accertamento, il contenuto afferente il fatto oggetto di prova. b) Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'art. 416-bis, comma 6, cod. pen.. La motivazione in ordine alla sussistenza della circostanza aggravante si è basata sulla sua natura oggettiva, ma non ha offerto risposta alla deduzione difensiva, contenuta nell'atto di appello, relativa alla mancanza di indicazione degli elementi concreti da cui inferire la volontà degli associati di assumere e mantenere il controllo di attività economiche con le modalità indicate dalla norma citata, così replicando l'errore già commesso dal Tribunale.
3.6 Domenico Ciaramitaro per il tramite dell'avv.to Raffaele Bonsignore ha dedotto quale unico motivo di ricorso violazione di legge e manifesta illogicità della motivazione in relazione al disposto degli artt. 81, comma 2, e 133 cod. pen.. Secondo la difesa, la sentenza impugnata, pur avendo ridotto la pena inflitta quale aumento per continuazione ad anni due di reclusione ed euro 700,00 di multa, contiene due errori, in quanto: a) ha immotivatamente determinato la pena "base" per il reato satellite in anno uno, mesi sei di reclusione ed euro 400,00 di multa, nonostante fosse stato segnalato che la Corte di appello di Palermo, con sentenza resa in data 8 aprile 2011, aveva stabilito una pena di anni uno, mese uno e giorni quindici di reclusione per ogni reato fine, mentre nel presente procedimento il reato contestato costituisce una ipotesi di estorsione tentata; b) ha erroneamente calcolato la pena per il delitto satellite in funzione della recidiva e delle aggravanti contestate. Sotto il primo profilo, la Corte di appello non ha tenuto conto della formazione del giudicato quanto all'entità dell'aumento per i reati satellite e comunque ha stabilito gli aumenti sulla "pena base" per mesi sei di reclusione ed euro 300,00 di multa, mentre nella sentenza irrevocabile erano stati già applicati aumenti sulla pena base di anni dieci di reclusione ed euro 4.500,00 di multa in misura pari ad anni cinque di reclusione ed euro 1.000,00 di multa, sicchè l'ulteriore incremento della pena operato in sentenza è ingiustificato anche in riferimento alla recidiva, posto che sussiste incompatibilità tra tale istituto e la continuazione poiché i reati ritenuti in continuazione costituiscono momenti di un'unica condotta illecita, caratterizzata dalla reiterazione di diversi episodi delittuosi, commessi in attuazione di un medesimo disegno criminoso (così Cass., Sez. V, 11 novembre 2010, n. 5761).
3.7 Pietro Cinà col ricorso sottoscritto dall'avv.to Fabio Calderone ha dedotto:   a) erronea applicazione della legge penale in relazione all'art. 546, lett. e), cod. proc. pen. in relazione all'art. 81 cpv. cod. pen. quanto alla richiesta di riconoscimento della disciplina della continuazione ed alla disattesa indicazione di cui all'art. 6,par. 1, Convenzione EDU. Nel caso di specie la determinazione della pena finale di anni diciotto di reclusione ed C 5.000,00 di multa è frutto di un'arbitraria interpretazione dell'art. 81 cpv cod. pen., poiché, unificati i reati con quelli giudicati con la sentenza emessa dalla Corte di appello di Palermo 1'8/4/2011, irrevocabile il 27/9/2012, e ritenuto più grave il delitto di cui all'art. 629 cod. pen. di cui al capo 12), la pena base è stata individuata in misura di undici anni, più elevata di quella inflitta con la sentenza già definitiva, così frustrando le finalità della disciplina di favore della continuazione. Inoltre, in base ai principi affermati dalle Sezioni Unite (Cass. S.U., n. 7367/2017) non avrebbe potuto superarsi l'entità della pena stabilita per ciascun reato satellite nel precedente giudizio di cognizione. Anche la Corte EDU con la sentenza nel caso Scoppola contro Italia del 17 settembre 2009, al punto 39), ha ritenuto non conforme alla Convenzione che uno Stato riduca i vantaggi derivanti dalla rinuncia ad alcuni diritti inerenti alla nozione di processo equo. b) Erronea applicazione della legge in relazione agli artt. 546,Iett. e), 125, 192 cod. proc. pen. ed all'art. 629 cod. pen. ed illogicità della motivazione quanto alla valutazione della prova documentale rispetto alla prova dichiarativa, utilizzata per pervenire al giudizio di colpevolezza in ordine al delitto di estorsione consumata di cui al capo 12). Si era dedotto con l'appello che il testo del documento contrassegnato come E21 era incompatibile con la condotta contestata per importi e percettori rispetto a quanto affermato dalla persona offesa e dall'imputato di reato connesso Briguglio. A fronte delle argomentazioni della sentenza, che ha riscontrato come non tutti i retroscena della vicenda fossero comprensibili, la similitudine con i fatti già giudicati separatamente e con l'imposizione delle ditte di Francesco Puglisi e Lorenzo Di Maggio, ed assegnato rilievo al dato documentale, emerge che il dichiarato del Briguglio non offre spunti per affermare la responsabilità del ricorrente e che quanto riferito dallo Spallina indica che l'impresa del Cinà era stata soltanto suggerita e non aveva esautorato lo stesso Spallina dal lavoro commissionato, sicché non sussisteva la fattispecie contestata di estorsione contrattuale. La difforme decisione della Corte di appello ha comportato la violazione del disposto dell'art. 6, paragrafo 2, della Convenzione EDU in tema di omessa considerazione della prova a discarico. c) Inosservanza di norme processuali stabilite a pena di inutilizzabilità ed in particolare delle dichiarazioni rese da soggetto che sin dall'inizio doveva essere ascoltato in qualità di imputato o persona sottoposta ad indagini, ai sensi dell'art. 63, comma 2, cod. proc. pen., nonché illogicità della motivazione rispetto alla prova documentale e dichiarativa. Si contesta l'utilizzo delle dichiarazioni indizianti rese da Vincenzo Rizzacasa e Francesco Sbeglia con riferimento alle condotte di estorsione e tentata estorsione aggravata, cui ai capi 22) e 23), perché costoro avrebbero dovuto assumere sin dall'inizio la qualità di persona sottoposta ad indagini. La Corte di appello ha respinto l'eccezione a ragione della natura spontanea delle dichiarazioni,  integranti denuncia di vessazioni subite da parte degli stessi dichiaranti, già sottoposti ad indagini: il Rizzacasa in ordine al delitto di cui agli artt. 12-quinquies L. 356/92 ed art. 7 L. 203/91;

lo Sbeglia, ritenuto con sentenza non definitiva, responsabile de! delitto di cui agli artt. 110 e 416-bis cod. pen.. In tal modo si è affermato che costoro non erano indagati in modo contraddittorio rispetto alle acquisite risultanze investigative ed in contrasto con quanto stabilito in recenti pronunce della Suprema Corte (Cass. sez. 3 del 21/9/2012, n. 36595). E' infondata la pretesa inversione dell'onere a carico della parte interessata di avanzare "opposizione all'assunzione della testimonianza da allegare, prima dell'assunzione delle dichiarazioni" indicando "le circostanze fattuali da cui risultano situazioni di incompatibilità a testimoniare" perché non tiene conto del disposto di cui all'art. 63, comma 2, cod. pen.. Inoltre, le dichiarazioni dei due soggetti del 18 marzo 2008 risultano in contrasto tra loro, senza che la discrasia sia stata mai valutata dai giudici di entrambi i gradi: il Rizzacasa aveva riferito di aver consegnato al Cinà la somma di C 30.000 a titolo di provvigione sull'acquisto dell'appezzamento di terreno ove avvenivano i lavori, e che poi Cinà si sarebbe presentato nuovamente in cantiere presso il capocantiere e direttore tecnico Francesco Sbeglia nei primi mesi del 2006, chiedendo di avere l'appalto per l'impiantistica sia elettrica che idraulica: "Nel periodo estate-autunno 2006 il Cinà mi richiese attraverso lo Sbeglia la somma di 20.000 euro mensili per le famiglie. Io dapprima ho resistito, ma successivamente ho ceduto a seguito delle continue intimidazioni. In un primo momento le somme venivano depositate nei box assegnati all'impresa TECNOIMPIANTI di Visconti Giuseppe, per la quale lavorava il Cinà, e poi ho deciso di consegnarle personalmente al Cinà al fine di valutarne il comportamento... ". Lo Sbeglia ha affermato, invece, "in relazione a tali lavori (costruzione di un edificio di civile abitazione sito in via Tommaso Natale n. 120/A) iniziati nel periodo 2005/2006, una persona avvicinò mio padre, se mal non ricordo, per chiedergli il pagamento di somme di denaro;

successivamente tali richieste vennero avanzate direttamente nei miei confronti ed io ne parlai all'architetto. Su richiesta dell'architetto si convenne che i pagamenti sarebbero stati effettuati ratealmente mediante versamento di ventimila euro al mese. Credo che la suddetta somma non sia stata però interamente versata. La prima rata però fu di maggiore importo, in quanto comprensiva di diverse mensilità, non ricordo quante, e fui io a pagare personalmente nelle mani di una persona che mi aspettava in via Ingegneros a seguito di un appuntamento. Faccio presente che la richiesta iniziale era stata avanzata da una persona che io conobbi in quel momento e che si presentò come signor Cinà ". Inoltre, tali dichiarazioni sono in conflitto con la prova documentale nei termini evidenziati nell'ordinanza applicativa della custodia cautelare del 9 dicembre 2010. Anche la valutazione del documento Z6 è favorevole alla tesi difensiva, se con tale atto Francesco Sbeglia si era lamentato in relazione ai lavori elettrici svolti dal Cinà che costui "vuole esser sempre pagato ma non porta mai a termine i lavori", di fatto riscontrando la tesi difensiva dell'attinenza dei rapporti intercorsi tra il Cinà, lo Sbeglia e l'arch. Rizzacasa a lecite ragioni lavorative, assunto confermato anche dal biglietto catalogato G9, indicativo dei motivi di astio tra Salvatore Sbeglia ed il Cinà, legati a lamentale per le modalità 12 Corte di Cassazione - copia non ufficiale di esecuzione dei lavori ed i mancati pagamenti, tanto che era stato il primo soggetto a chiedere ad Andrea Gioè di individuare nell'ambito dell'organizzazione mafiosa gli autori della rapina subita dall'arch. Rizzacasa, attribuita quale atto intimidatorio al Cinà. Inoltre, il biglietto contrassegnato come F5 smentisce anche il Rizzacasa, laddove ha sostenuto di avere personalmente consegnato al Cinà la somma di denaro a titolo estorsivo, poiché nel documento si accenna al recapito a mezzo tale "orologio", mentre il documento ZB32 non dimostra la responsabilità in ordine al delitto di cui al capo 22) perché vi si tratta di lavori di coloritura in assenza di ulteriore precisazione e di indicazioni sulla natura estorsiva della vicenda. Il ragionamento seguito dalla Corte di appello, non avvedutasi che di tali vicende nessun collaboratore risulta essere stato informato, viola l'art. 6, par. 2, della Convenzione EDU ed il principio di presunzione di innocenza. 3.8 Giovanni Corrao a mezzo del difensore avv.to Michele Rubino ha rappresentato i seguenti motivi: a) nullità della sentenza per violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'art. 530 cod. proc. pen., agli artt. 477, 482 cod. pen. e 7 del D.L. n.152/91. Con l'atto di appello si era lamentato che il giudizio di responsabilità era stato basato dal Tribunale su una mera ipotesi investigativa, avvalorata da alcuni passaggi delle dichiarazioni rese dai collaboratori Antonino Nuccio, Francesco Franzese, Andrea Bonaccorso e Angelo Chinello, ma che le stesse indicavano piuttosto l'inconsistenza dell'addebito di cui al capo 2) della rubrica, salvo poi essere state utilizzate per l'accertamento del reato contestato al capo 7),a ragione del fatto che il ricorrente si sarebbe "comunque" adoperato nella individuazione del soggetto che doveva fornire i documenti e l'avrebbe presentato al Nuccio. Ma tale circostanza non è decisiva per configurare il delitto di falso e la circostanza aggravante di cui all'art.7 nell'assenza di prova della sussistenza dell'elemento psicologico, poiché è dimostrato che il Corrao non aveva partecipato materialmente alla contraffazione del documento, attività questa posta in essere unicamente dal Franzese, come riferito dal Nuccio, né era stato informato del motivo della richiesta rivoltagli di reperire persona con determinati caratteri somatici. Tanto prova la sua estraneità all'addebito. b) Nullità della sentenza per violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 530 cod. proc. pen., 378 cod. pen. e 7 d.l. n. 152/91. La Corte di appello ha ripreso le stesse argomentazioni svolte nella prima sentenza, dando rilievo soltanto ad alcune delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia ed ignorando la vera ragione del coinvolgimento del Corrao nei fatti oggetto del processo. In particolare, è carente l'individuazione dell'elemento soggettivo della condotta favoreggiatrice, insussistente alla luce del rapporto di amicizia consolidato nel tempo, per il quale il Nuccio aveva chiesto informazioni al ricorrente sulle attività estorsive nella zona soltanto a livello di chiacchiere tra amici, ben potendo il Nuccio fare ricorso ad informazioni più pregnanti e precise grazie al rapporto col Franzese. Anche l'altra condotta favoreggiatrice contestata, consistita nell'avere il Corrao prelevato la moglie del Franzese per accompagnarla dal Nuccio, va letta alla luce del rapporto amicale, che   aveva indotto il Corrao ad accordare il favore chiestogli senza essere messo al corrente delle ragioni e delle finalità, per cui, anche in relazione a questa condotta, manca la prova in ordine al reato contestato. In ordine alla ulteriore condotta favoreggiatrice, costituita dalla presentazione del Nicoletti, vale quanto già esposto nel precedente motivo. Gli elementi acquisiti sono inconsistenti, privi di qualsiasi riscontro ed in ogni caso non sono assistiti dalla sussistenza dell'elemento psicologico del reato e dalla circostanza ex art.7 d.l. n. 152/91, che non può operare in maniera automatica. c) Nullità della sentenza per violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 62- bis ,.132, 133 e 81 cod. pen.. Il diniego delle circostanze attenuanti generiche non tiene conto della loro funzione di mitigazione dell'eccessivo rigore della pena finale rispetto allo scarso contributo offerto dal ricorrente, strumento ignaro e vittima del rapporto di stretta amicizia con il Nuccio, sicchè quella irrogata appare sanzione più adeguata all'originaria accusa di partecipazione ad associazione mafiosa, che all'addebito riconosciuto di favoreggiamento.

3.9 Anello Cusimano col ricorso dell'avv.to Rosalia Zarcone ha lamentato il vizio di motivazione. Per la difesa, la sentenza impugnata ha basato l'affermazione di responsabilità sulle sole dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Nuccio e Franzese, apprese de relato e non per diretta conoscenza, richiedenti l'esame delle fonti dirette d'informazione. Tali propalazioni sono rimaste prive di riscontri individualizzanti in contrasto con le prescrizioni dettate dall'art. 192 cod.proc.pen.. Dalla sentenza non emerge una costruzione logica, armonica e coerente che consenta di comprendere le ragioni del giudizio di responsabilità, avendo la Corte di appello soltanto richiamato quanto stabilito nella sentenza del Tribunale.
3.10 Nicolò Cusimano col ricorso a firma dell'avv.to Giovanni Rizzuti ha dedotto: a) Violazione di legge e mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione agli artt. 81 cpv. cod.pen., 73 d.P.R. n. 309/90, 192 cod. proc. pen.,per avere la Corte di appello confermato l'affermazione della penale responsabilità del ricorrente in ordine al reato di cui al capo 37) nell'inosservanza dei principi dettati dalla giurisprudenza di legittimità in tema di chiamata in correità, di riscontri alle chiamate in correità e di valutazione della prova. In particolare, la Corte di appello ha ritenuto di poter addebitare al ricorrente ed al fratello la condotta periodica di acquisto all'ingrosso dai Lo Piccolo di varie tipologie di sostanze stupefacenti, in specie cocaina ed hashish, da rivendere nella zona del quartiere Zen di Palermo, condotta che, nonostante l'indeterminatezza del capo di imputazione, ha ritenuto di poter individuare in termini specifici e delimitati grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Con l'atto di appello si era evidenziato che le propalazioni accusatorie rese dai collaboratori di giustizia erano caratterizzate da eccessiva genericità per l'assenza di precisi riferimenti a dati temporali o spaziali delle condotte riferite al ricorrente, il che già di per sé ne inficia l'attendibilità e la possibilità di un valido utilizzo probatorio. In tal senso le propalazioni del Franzese, per il quale il Cusinnano aveva svolto il ruolo di "grossista" di sostanza stupefacente, maggiormente del tipo hashish per come riferitogli dal Barone e dal Nuccio, in misura minore di cocaina, sono state ritenute sufficientemente specifiche per avere il   collaboratore indicato l'avvenuto acquisto da Giovanni Botta e Carlo Puccio dopo l'arresto di Tonino Lupo e perché la continuità dei rapporti di fornitura non aveva consentito una maggiore specificazione: in tal modo la motivazione risulta illogica ed apodittica. Anche laddove il Franzese ha riferito di due acquisti di hashish da 500 kg. l'uno, effettuati dai Cusimano da potere dei Lo Piccolo, ha riferito circostanze oggetto di ,due deduzioni personali e prive di riferimenti utili a contestualizzarle dal punto di vista spazio-temporale. Inoltre, non si è assegnato rilievo al fatto che le accuse mosse dal predetto collaboratore riguardano fatti appresi de relato dal Botta e dal Nuccio, obiezioni superate in sentenza con l'argomento dell'acquisizione delle relative notizie nell'ambito dei rapporti criminali tra appartenenti all'associazione mafiosa. In realtà, il patrimonio conoscitivo del dichiarante è stato acquisito soltanto perché riferitogli dal Botta e dal Nuccio, per cui si tratta di vere e proprie notizie apprese de relato, per le quali non è applicabile il criterio valutativo esposto in sentenza in luogo di quello legale prescritto dall'art. 195 cod. proc. pen.. Né assume valenza sufficiente la rievocazione di un episodio nel quale il Franzese avrebbe preso le difese del Nuccio in una vicenda riguardante stupefacenti, poiché la stessa non ha coinvolto sotto nessun profilo il ricorrente e comunque un riscontro dell'inattendibilità del Franzese si rinviene nel mancato riconoscimento del ricorrente in fotografia, questione risolta illogicamente con la considerazione dell'assenza di contatti diretti con l'accusato, mentre il Franzese aveva riferito di conoscere il Cusimano, pur non essendone frequentatore abituale. Altrettanto illogica è la considerazione della Corte di appello, per la quale la sovrapposizione di quanto riferito dal Franzese e dagli altri collaboratori consentirebbe di ottenere l'individuazione di condotte specifiche: non soltanto tale passaggio contraddice quanto osservato sulla genericità del narrato del Franzese, ma è privo dell'esame della medesima questione in riferimento alle dichiarazioni del Nuccio, limitatosi a descrivere il ricorrente in modo generico quale grossista soltanto di hashish, attivo allo Zen, acquirente dal Barone per quantitativi sino a 50 kg. senza riferire di specifiche transazioni. Non è stata considerata la mancata corrispondenza delle dichiarazioni quanto al traffico di cocaina ed è illogico ritenere che detta tipologia di sostanza possa essere stata acquisita da fornitori diversi dal Nuccio quando costoro non sono stati individuati. Anche il collaboratore Bonaccorso ha riferito di non sapere in che termini il Cusimano avesse acquistato cocaina dal Nuccio, che ha negato cessioni di quella sostanza e ha descritto alcune ingenti consegne in modo insufficiente ad integrare un riscontro individualizzante alle altrettanto generiche affermazioni degli altri collaboratori; egli, infatti, ha riferito di non ricordare i quantitativi di hashish cedutigli, né di cocaina e nemmeno in quante occasioni sarebbero avvenute le forniture. Non vi è corrispondenza nel narrato del Nuccio ed in quello del Bonaccorso. Le dichiarazioni rese da Arnone Sebastiano, secondo il quale egli avrebbe spacciato, dal 2006 al 2009, per conto di Daricca Fabio, il quale si sarebbe approvvigionato di stupefacente dal Cusimano, si sono poste in contrasto con quanto affermato dallo stesso soggetto innanzi al G.i.p. all'udienza dell'11/05/2012, allorchè aveva riferito di aver spacciato per conto del Daricca solo fino all'anno 2005, mentre nel 2006 aveva   interrotto i rapporti con questi, il che indica l'impossibilità per lo stesso di riferire fatti verificatisi dopo il 2005 per l'ininterrotta detenzione dal 5/03/2005 al 20/12/2006, obiezione superata dalla Corte di appello in modo congetturale ed in assenza di dati probatori con la ritenuta possibilità per l'Arnone di essere informato delle attività criminali del Cusimano nel quartiere Zen per conto dei Lo Piccolo anche in costanza di detenzione . Sotto altro aspetto l'essere stata affermata la responsabilità del ricorrente a fronte di una c.d. "contestazione aperta" per fatti commessi sino al 7 marzo 2005 e dal 21 dicembre 2006 sino ad agosto 2007 lo espone alla possibilità di essere sottoposto ad ulteriori procedimenti per fatti specifici, commessi nel periodo di riferimento, senza che possa essere garantito nei suoi confronti il rispetto del principio del ne bis in idem. b) Inosservanza o erronea applicazione della legge penale, mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione nella parte in cui la Corte di appello non ha ritenuto sussumibile la condotta del Cusimano sotto la fattispecie di cui al quinto comma dell'art. 73 del d.P.R. n. 309/90 e non ha, di conseguenza, dichiarato estinto il reato per intervenuto decorso del relativo termine di prescrizione. L'esclusione della estinzione del reato per prescrizione è stata giustificata con le accuse mosse dal Franzese per il quale il ricorrente avrebbe trafficato anche in cocaina ed in termini di quantitativi assai rilevanti, ma di tale commercio non vi è prova, non è stata contestata la circostanza aggravante di cui all'art. 80 d.P.R. n. 309/90, e le indicazioni dei collaboratori sono generiche sui quantitativi trattati e sull'epoca di gestione dei traffici descritti, rispetto alla quale l'unico elemento certo è costituito dall'arresto del ricorrente avvenuto il 7 marzo 2005. Con l'atto di appello si era eccepito che il racconto del Franzese riguardava fatti avvenuti quando erano ancora in libertà il Cusimano, Giovanni Botta, Carlo Puccio, ossia prima dell'emissione dell'ordinanza applicativa della custodia in carcere del 5 marzo 2005; che il Nuccio nulla aveva riferito quanto al periodo successivo alla scarcerazione del ricorrente, avvenuta il 21 dicembre 2006; che l'Arnone aveva limitato le sue propalazioni a fatti accaduti sino al 2006 quanti() il Cusimano era ancora detenuto ed il Bonaccorso non aveva offerto dettagli che contestualizzino le condotte. In base a tali circostanze ed alla sottoposizione del Cusimano agli arresti domiciliari e poi a misura di prevenzione personale non è dato comprendere come possa avere protratto i propri traffici dopo il 21 dicembre 2006. c) Inosservanza o erronea applicazione della legge penale, mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione quanto al diniego delle circostanze attenuanti generiche, motivato col generico riferimento alla gravità dei fatti, elemento che di per sé non ostacola il riconoscimento delle predette attenuanti. Al contrario, il ridimensionamento dei fatti, la mancata contestazione dell'aggravante di cui all'art. 80 d.P.R. n. 309/90 e dell'art. 7 L. n. 203/91 avrebbero dovuto indurre ad applicare le circostanze invocate. d) Inosservanza o erronea applicazione della legge penale, mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione quanto alla considerazione della recidiva, giustificata con una mera clausola di stile. 16 Afi Corte di Cassazione - copia non ufficiale e) Inosservanza o erronea applicazione della legge penale, mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione quanto alla ingiustificata determinazione degli aumenti di pena per continuazione e della pena base, stabilita in misura eccessiva.
3.11 Fabio Daricca col ricorso a firma degli avv.ti Raffaele Bonsignore e Salvino Mondello ha articolato i seguenti motivi: a) violazione di norme processuali stabilite a pena di nullità in relazione agli artt. 178, lett. c), 185, 415-bis e 416, comma 1, 419, comma 2, cod. proc. pen.,per avere la Corte di appello respinto la eccezione di nullità della richiesta di rinvio a giudizio e di tutti gli atti consecutivi per omessa notifica dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari al difensore di fiducia, avv. Salvino Mondello. Va premesso che il Daricca con dichiarazione effettuata all'Ufficio matricola della Casa Circondariale Ucciardone in data 23 febbraio 2011 aveva nominato difensori l'avv. Raffaele Bonsignore e l'avv. Salvino Mondello, i quali avevano proposto ricorso per cassazione avverso l'ordinanza di conferma del provvedimento applicativo della misura della custodia in carcere. Concluse le indagini preliminari, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo aveva notificato il relativo avviso al solo avv. Raffaele Bonsignore, destinatario della notificazione anche dell'avviso di fissazione dell'udienza preliminare, nel corso della quale la questione era stata sollevata e poi riproposta al dibattimento, in sede di questioni preliminari, ma era stata respinta. Altrettanto ha fatto la Corte di appello, che ha rilevato come con la dichiarazione resa il 18 maggio 2011, su espressa sollecitazione della Procura della Repubblica, il Daricca avesse inteso revocare la nomina dell'avv.to Mondello e modificare l'indicazione iniziale del 23 febbraio 2011 effettuata nel procedimento cautelare; in realtà la designazione dell'avv.to Mondello non è mai stata revocata poiché la relativa manifestazione di volontà deve essere espressa e mai implicita, come prescritto dall'art. 24 disp. att. cod. proc. pen., tant'è che la nomina di un terzo difensore non può essere interpretata come revoca di uno degli altri due già incaricati. Del resto l'interpello rivolto al Daricca va considerato irrituale, poiché egli aveva già manifestato la propria volontà in modo chiaro. b) Violazione di legge, di norme processuali e vizio di motivazione in relazione agli artt. 73 d.P.R. n. 309/90, 125, 191, 192, 195, 533 e 546, comma 1 lett. e), cod. proc. pen..La conferma del giudizio di responsabilità in ordine al delitto di cui al capo 39) è fondata sulle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Antonino Nuccio, Andrea Bonaccorso e Sebastiano Arnone, ritenute convergenti nel descrivere i fatti di "acquisto, importazione, detenzione e cessione di hashish e cocaina, commessi sino al marzo 2010". L'addebito è stato delimitato temporalmente dalla fine dell'anno 2006 sino al 2 agosto 2007, data di arresto del Nuccio, diretto fornitore del ricorrente con cadenza quindicinale, dal momento che dopo questa data gli apporti probatori diventano più sfumati e non trovano adeguati riscontri. E' erronea la valutazione delle dichiarazioni rese dagli imputati di reato connesso Nuccio Antonino, Bonaccorso Andrea e Arnone Sebastiano, non condotta nel rispetto dei principi dettati dalle Sezioni Unite, per i quali i riscontri alla chiamata in correità devono essere "individualizzanti",   quelli riguardanti il ricorrente per il periodo dal 24 gennaio 2001 in poi. La Corte di appello 18 "in relazione al fatto che forma oggetto dell'accusa e alla specifica condotta criminosa dell'incolpato" (Sezioni Unite, 30/10/2003, n. 45276, Andreotti),ed anche le sezioni semplici hanno escluso possa farsi valido utilizzo probatorio di propalazioni indicative della sola attività di spaccio in assenza di altre più specifiche l'indicazioni di concrete circostanze fattuali in cui la condotta sarebbe stata compiuta (Cass., 4 febbraio 2009, n. 10639). Inoltre, in riferimento a fonti dichiarative che abbiano militato in associazione mafiosa e riferiscano fatti appresi nell'ambito dei rapporti di affiliazione si è affermato che n rinquadramento in tale categoria va condotto con estrema cautela, tenendo conto dell'oggetto della notizia diffusa, delle modalità della sua circolazione, della caratura criminale di origine del collaboratore" (sez. I, 10.05.2006, n. 19612). A tali principi non si adatta il narrato del Bonaccorso, acquisito dal Nuccio e la cautela valutativa, pretesa dalla giurisprudenza di legittimità, si giustifica ancor più quando la prova non abbia valenza oggettiva e consista negli esiti dell'attività investigativa di polizia giudiziaria. Nel caso di specie: a)l'associazione cui avrebbero fatto parte il Nuccio ed il Bonaccorso è una delle tante piccole formazioni dedite allo spaccio in un quartiere di Palermo; a) il Bonaccorso non ha rivestito cariche direttive in quel sodalizio e ha ammesso di non conoscere neppure il ricorrente ed il luogo di abitazione, errando nel riferirne il cognome; c) la notizia riguarda la presunta fornitura di stupefacente ad uno dei tanti spacciatori del quartiere. Pertanto, le sue propalazioni avrebbero dovuto essere considerate quali notizie apprese de relato, inidonee a riscontrare quella della sua asserita fonte per la circolarità della prova. Anche l'impiego delle dichiarazioni rese dall'Arnone quale riscontro esterno a quelle del Nuccio è errato perchè non convergenti: il Nuccio ha riferito di aver personalmente rifornito di sostanza stupefacente il Daricca, l'Arnone ha riferito che Daricca si riforniva di sostanza stupefacente da Nicola Cusimano. c) Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 62-bis, 81 cpv., 99, 133, 202 cod. pen.. Pur avendo la Corte di appello ridotto la pena ad anni dieci, mesi sei di reclusione ed euro 45.000 di multa, ha ritenuto operante la recidiva, nonostante la sua natura facoltativa, con motivazione apodittica che non tiene conto della risalenza nel tempo dei precedenti e della modestia dell'unico specifico, sicchè gli stessi non sono espressione di maggior colpevolezza o pericolosità sociale, con la conseguenza che la Corte avrebbe dovuto escludere tale aggravante. Difetta la motivazione per la quale è stata imposta la misura di sicurezza per la durata di tre anni.

3.12 Salvatore D'Anna per il tramite del proprio difensore avv.to Francesco Inzerillo ha proposto i seguenti motivi: a) violazione di legge, di norme processuali e vizio di motivazione in relazione agli artt. 125, 192, 546, 649 cod. proc. pen. ed all'art. 416-bis cod.pen..La sentenza impugnata ha disatteso i principi giuridici che regolano la valutazione della prova in riferimento alle dichiarazioni rilasciate da Michele Seidita, che, tratto in arresto nel maggio 2000 e divenuto collaboratore di giustizia, non ha potuto acquisire nessuna conoscenza dei fatti successivi a quella data, né  però egualmente utilizzato le dichiarazioni del collaborante con esiti illogici e contraddittori, anche se nei suoi intenti soltanto per ricostruire il contesto in cui il D'Anna aveva operato, non per fondare il giudizio di responsabilità, salvo poi avere tenuto conto dei fatti da questi riferiti anche solamente per la loro valenza "storica". Il denunziato vizio di illogicità manifesta e di travisamento della prova è ancor più evidente in quella parte della sentenza impugnata nella quale vengono esaminati due brani degli interrogatori resi da Seidita, nei quali egli si era attribuito il ruolo di reggente della famiglia di Partinico e si afferma che la sua collaborazione è stata piena e priva di elementi di autoreferenzialità, giudizio che elude l'obbligo di acquisizione di elementi di riscontro secondo il precetto dell'art. 192 cod. proc. pen., tanto più che a conferma della narrazione del Seidita e per escludere la natura dubbia delle informazioni riguardanti il D'Anna si è posto il compiuto riconoscimento fotografico, proveniente sempre dalla stessa fonte, che comunque non gli aveva attribuito il compimento di una specifica condotta ed era in contrasto con quanto riferito dal Pulizzi e dal Briguglio, per i quali il referente del D'Anna era Gaspare Di Maggio, reggente di Cinisi e Terrasini, secondo quanto appreso dai Lo Piccolo e, quanto al secondo, anche dal Pulizzi e dal Di Maggio stesso. Tanto prova che l'unica fonte di tali notizie è sempre e soltanto Salvatore Lo Piccolo sicchè gli altri dichiaranti non possono fungere da riscontro. Quanto alle emergenze probatorie sulle quali si è basato il giudizio di responsabilità va osservato che: -Gaspare Pulizzi ha reso dichiarazioni inutilizzabili e prive di qualsiasi riferimento a fatti specifici, perché de relato, non confermate dalla fonte originaria, né da altri elementi processuali e, comunque, derivanti da voci correnti nel pubblico; ciò nonostante, la sentenza ha ritenuto che egli avesse appreso quanto riferito nell'ambito dei rapporti intrattenuti con gli altri sodali e, in specie, col capo-cosca Lo Piccolo Salvatore, argomentazione illogica, che attribuisce attendibilità alla fonte senza valutare quella del suo diretto informatore, senza smentire la natura di diceria delle informazioni acquisite sul ruolo dei D'Anna di Terrasini e travisante perché riconosce natura specifica alle propalazioni del Pulizzi senza indicare un fatto preciso diverso dall'insignificante vicenda dello scontrino a Casa rossa, indicativa piuttosto della mancata raccomandazione fatta dal D'Anna; altrettanto congetturale ed incerta è l'informazione del Pulizzi sul fatto che il ricorrente, nei biglietti destinati ai Lo Piccolo, fosse indicato come "Terrasini"; -Francesco Briguglio, collaboratore che dovrebbe confermare il Pulizzi, è stato ritenuto attendibile perché risultato tale in altri imprecisati procedimenti penali anche se autore di narrazione in contrasto con quanto emerso in altro specifico processo indicato dalla difesa, circostanza stimata di poco rilievo per l'autonomia delle relative vicende. Lo svolgimento delle funzioni di cassiere dei Lo Piccolo, ragione della ritenuta ammissione alla conoscenza degli affari mafiosi, si basa soltanto sulle sue dichiarazioni, mentre il Pulizzi ha indicato se stesso ed Andrea Adamo quali uomini di fiducia di Salvatore Lo Piccolo, che comunque risulterebbe l'unica fonte diretta ad avere informato, sia il Pulizzi, che il Briguglio, posto che questi non aveva mai parlato col ricorrente, non aveva potuto interloquire col Di Maggio per il divieto   opposto dal Lo Piccolo e non ha trovato riscontri l'espletamento di mansioni di cassiere. Inoltre, quanto alle segnalate numerose contraddizioni emerse nei verbali d'interrogatorio del Briguglio tra il periodo 20 gennaio 2009 e 4 febbraio 2009 la sentenza ne ha condotto una disamina superficiale in ordine: alla vicenda estorsiva in danno dell'imprenditore Sgroi, gestita dal Pulizzi, ma di cui questi non ha mai parlato; al biglietto contrassegnato come ZE3 che per il Briguglio dovrebbe offrire riscontro di tale vicenda, ma che in realtà ha tutt'altro contenuto, riguardando un "pizzino" ed un pacchetto mandati al Lo Piccolo per conto di Terrasini, divergenza non risolvibile con le improprietà lessicali del collaboratore, che, al contrario, ha dato prova di una buona conoscenza della lingua italiana; al biglietto contrassegnato come D9 del 9 gennaio 2007, che si pretende contenga il riferimento, fatto dal mittente Di Maggio a Salvatore D'Anna, non incontrato a Terrasini sino a quel momento e da incontrarsi il successivo giorno 10, biglietto sul quale la motivazione è meramente apparente perché basata sul nome proprio e sulla provenienza da Terrasini come se non esistessero in detta località altri soggetti rispondenti a quel nome. L'interrogatorio reso dal Briguglio il 5 febbraio 2009, in cui aveva minuziosamente descritto le iniziative estorsive, è stato erroneamente ritenuto coerente con quanto dichiarato nei precedenti verbali, nei quali egli aveva negato di essere ammesso alla conoscenza delle attività illecite del D'Anna; le spiegazioni fornite dalla Corte di appello al riguardo sono logicamente inconsistenti per la inconciliabilità logica delle dichiarazioni rese, per il richiamo delle dichiarazioni del Briguglio a conferma di se stesso e per l'irrazionalità di riferire al ricorrente la condotta di intermediazione in favore dei Chiappara, vittime di estorsione, in relazione a fatti verificatisi quando egli era detenuto già da mesi, e di ritenere che egli dal carcere ove era ristretto avesse potuto veicolare istruzioni, oppure, in alternativa, che gli episodi si fossero svolti sino al mese di novembre 2007, ossia anni dopo l'uscita dal carcere e la violenta aggressione patita da Massimiliano Chiappara. Anche la vicenda narrata dal Briguglio come verificatasi nel 2005 con la sua interlocuzione diretta nei riguardi del D'Anna si pone in contrasto con quanto precedentemente riferito il 20 e 29 gennaio 2009; con l'atto di appello si era segnalata l'inverosimiglianza del fatto estorsivo in danno di un imprenditore di San Giuseppe Jato, poiché nessuna delle scuole di Terrasini aveva subito lavori di ristrutturazione in quel periodo ed anche la sentenza del 18 luglio 2011 della Corte di assise di Palermo aveva già liquidato l'episodio come non dimostrato. Prova non fornita nemmeno dal messaggio contrassegnato come U4 riguardante società cooperativa ed un ing, Terranova che non erano coinvolti nell'impresa di San Giuseppe Jato. Le giustificazioni fornite in sentenza per tali discordanze, che hanno capovolto le iniziali rivelazioni, non tengono conto del fatto che il Briguglio non ha mai detto di avere ricordato le circostanze riferite nel predetto verbale in un secondo tempo e che la progressione delle dichiarazioni accusatorie è indice di slealtà. Ulteriore obiezione deve muoversi alla ritenuta irrilevanza della mancata consultazione del ricorrente prima di deliberare ed eseguire l'omicidio del Tocco, avvenuto nel novembre 2009 in pieno centro a Terrasini, circostanza giustificata con l'essere il D'Anna un mero partecipe e non il reggente della famiglia di quel centro, mentre secondo il Seidita egli   all'epoca era proprio a capo di quella formazione: la sentenza così finisce per negare credibilità a quel collaboratore che altrove ha ritenuto affidabile. Inoltre, contraddice se stessa allorchè, per dimostrare i rapporti mediati tra il ricorrente ed i Lo Piccolo, sostiene che egli era un punto di riferimento per tutte le questioni riguardanti il territorio di Terrasini e quindi era associato mafioso e richiama gli esiti del precedente giudizio, che però si è risolto con l'assoluzione del ricorrente per le incerte indicazioni dei collaboratori. Infine la sentenza non offre risposte alle questioni sollevate con l'atto di appello sul paradosso di ritenere capo-famiglia chi non ne svolge le funzioni. b) Violazione di legge e vizio di motivazione quanto agli artt. 62-bis cod. pen. e 125 cod. proc. pen.;

il diniego delle circostanze attenuanti generiche è stato motivato con la considerazione della gravità della condotta e della sua personalità sulla base del solo dato della sottoposizione a misura di prevenzione, non accompagnata dalla valutazione della motivazione del relativo provvedimento.

3.13 Giuseppe Di Bella col ricorso a firma dell'avv.to Angelo Barone ha dedotto: a) violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla prova della colpevolezza in relazione agli artt. 125, 192, 533, 546 comma 1 lett. e) cod. proc. pen. e 416-bis cod. pen.. La sentenza impugnata non ha fornito la ricostruzione di comportamenti rivelatori della partecipazione del ricorrente ad associazione di stampo mafioso, posto che è venuta meno l'accusa di tentata estorsione di cui al capo 24), unico dato utilizzabile per delineare il ruolo del ricorrente ed è illogica laddove valuta come dato di riscontro alla propalazione dell'unico chiamante in correità, il Pulizzi, la sentenza con la quale nel 1997 è stata patteggiata la pena per una precedente accusa di associazione mafiosa. Tale pronuncia, priva delle caratteristiche proprie di una sentenza di condanna, perché non contenente un accertamento di responsabilità, ma soltanto di applicazione della pena cui si perviene in base ad un calcolo di reciproca convenienza tra Stato ed imputato, non può confermare la presenza del ricorrente alla cerimonia di affiliazione del Pulizzi, che avrebbe richiesto l'acquisizione di plurimi indizi gravi, precisi e concordanti. b) Inosservanza della legge penale e vizio di motivazione apparente quanto alla ritenuta sussistenza delle aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis cod.pen., frutto della considerazione della loro natura oggettiva; in realtà, per poterle configurare non è sufficiente la mera dimostrazione dell'affiliazione a "cosa nostra", occorrendo che le armi siano a disposizione dei compartecipi del gruppo e non essendo sufficiente basarsi su mere presunzioni circa il reimpiego di proventi illeciti conseguiti dal partecipe, dovendo acquisirsi la prova dell'intervento in strutture produttive dirette a prevalere, nel territorio di insediamento, sulle altre strutture che offrano gli stessi beni o servizi, dell'apporto di capitale proveniente da azioni criminose e della destinazione dei proventi all'associazione. La Corte di appello ha, invece, fatto ricorso al notorio, non già a fatti specifici, sulla base di un non consentito automatismo applicativo, non ammesso nemmeno dalla giurisprudenza di legittimità, anche a Sezioni Unite, che non tiene conto del fatto che i proventi delle iniziative criminose er no 21 Corte di Cassazione - copia non ufficiale destinati al sostentamento degli affiliati detenuti ed ai loro familiari, come affermato dai primi giudici. c) Inosservanza della legge penale e vizio di motivazione in ordine all'applicazione automatica della recidiva in contrasto con la declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 99 cod. pen., operata dalla Corte costituzionale con sentenza n. 185 del 23.7.2015, che ne ha rimosso il carattere obbligatorio per l'irragionevolezza di un inasprimento della pena a fronte di precedenti condanne remote o di poca gravità. d) Inosservanza di legge e vizio di motivazione in ordine alla negata determinazione della pena secondo la legge vigente nel 2007: il ricorrente è stato giudicato responsabile per vicende risalenti a molti anni prima e la sua appartenenza al sodalizio è stata derivata dal presunto coinvolgimento nell'estorsione di cui al capo 24), considerata come contributo alla realizzazione del programma illecito comune e come riscontro all'accusa di Pulizzi. La sopravvenuta assoluzione da tale addebito ha come effetto quello di fissare il tempus commmissi delicti nell'unico atto partecipativo residuo, ossia alla data della presenza alla cerimonia di affiliazione che lo stesso Pulizzi ha collocato a metà 2006, epoca in cui la norma incriminatrice prevedeva limiti edittali più favorevoli rispetto alla legge n. 125 del 2008. Anche in presenza di una contestazione "aperta" del delitto associativo la permanenza cessa giuridicamente con la sentenza di primo grado, ma non introduce alcuna presunzione di colpevolezza fino a tale data e non fa venire meno il principio secondo cui il "fatto" va sanzionato secondo la norma vigente all'epoca della consumazione.
3.14 Giuseppe Enea col ricorso a firma dell'avv.to Venera Miccichè ha dedotto: a)erronea applicazione degli artt. 378, comma 2,cod. pen. e art. 7 L.n. 203/1991 e contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione. Il giudizio di responsabilità in ordine ai delitti di cui ai capi 5) e 5-bis) della rubrica per avere, quanto al primo capo d'imputazione, aiutato il latitante Sandro Lo Piccolo a sottrarsi alle investigazioni mediante la consegna del passaporto, della carta d'identità, della patente di guida, corredati dalla fotografia dello stesso Lo Piccolo, è stato espresso anche in riferimento alla circostanza aggravante di cui all'art. 7 L. n. 203/91, che ha natura soggettiva e richiede la prova della finalizzazione dell'azione all'agevolazione della consorteria mafiosa. La sentenza impugnata, aderendo all'indirizzo minoritario, che ritiene sussistente l'aggravante per il solo fatto che il latitante svolga un ruolo apicale nell'associazione mafiosa, snatura l'istituto e trascura che per la sua configurazione è preteso quid pluris rispetto ai requisiti della circostanza di cui al secondo comma dell'art. 378 cod. pen. ovvero la coscienza e volontà del soggetto agente di agevolare, con la propria condotta, non solo il singolo, ma l'intera organizzazione criminale. La motivazione è però contraddittoria e manifestamente illogica perchè deduce tale quid pluris dalle propalazioni dei collaboratori di giustizia Trapani, Nuccio e Bonaccorso, tutte acquisite de relato, basandovi il convincimento circa il coinvolgimento del ricorrente nel sodalizio mafioso, salvo poi ammettere che le medesime propalazioni non sono riscontrate. In realtà l'Enea, soggetto incensurato, mai indagato per associazione mafiosa, né per altri reati in materia di armi e stupefacenti, ha 22 Corte di Cassazione - copia non ufficiale l'unica "colpa" di essere imparentato strettamente con Sandro Lo Piccolo e con i fratelli Serio. Anche l'episodio del tentativo di suicidio, riferito dal Nuccio, avvalora la tesi dell'estraneità dell'Enea alla consorteria mafiosa, confermando la sola intenzione di favorire il cugino e non l'intera associazione.
Anche il Tribunale del riesame di Palermo con ordinanza del 27/12/2010, sulla scorta degli stessi dati probatori, pur avendo riconosciuto i gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato di favoreggiamento ex art. 378, 1 e 2 comma, ha escluso la configurabilità della circostanza aggravante dell'art. 7 L. n. 203/91. Del pari le dichiarazioni del Nuccio e del Bonaccorso, apprese de relato, sono rimaste prive di riscontri. b) Carenza di motivazione in relazione agli artt. 62 bis, 133 c.p. e 125 cod. proc. pen. con riguardo alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche ed alla conseguente diminuzione di pena. Pur avendo dedotto la difesa con i motivi di appello specifici elementi in grado di giustificare il beneficio, la Corte di Appello ha ignorato la doglianza.
3.15 Giuseppe Lo Cascio col ricorso a firma degli avv.ti Rosanna Vella e Michele Giovinco ha dedotto: a) violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 192, 197-bis, 603 cod. proc. pen. e 416-bis cod. pen.. L'assunto accusatorio, ritenuto dimostrato anche dai giudici di appello, postula che il ricorrente abbia svolto attività d'impresa nell'interesse e sotto la protezione di "cosa nostra" ed in specie di Salvatore e Sandro Lo Piccolo ai quali aveva destinato parte degli utili della ditta Lucia Costruzioni in cambio della protezione ottenuta nell'aggiudicazione dei subappalti e dei lavori edili. La sentenza ha basato il giudizio di responsabilità sul dichiarato dei collaboratori di giustizia Francesco Franzese, Antonino Nuccio, Maurizio Spataro, Andrea Bonaccorso, Gaspare Pulizzi, Vito Galatolo e Silvio Guerrera, sui documenti rinvenuti nel covo di Giardinello all'atto dell'arresto dei Lo Piccolo e sugli altri reperti documentali rinvenuti il 2 agosto 2007 in via Salerno,ove Francesco Franzese aveva trascorso l'ultimo periodo di latitanza. La Corte di appello ha ritenuto di respingere la richiesta di esame di Mario e Antonino Lucia o di acquisizione del loro interrogatorio di garanzia a ragione del contenuto del messaggio redatto dai Lucia e del fatto che il Franzese aveva acquisito le conoscenze riversate nel processo nell'ambito delle relazioni tra associati mafiosi e non per diretta derivazione dai Lucia stessi. Sulla base delle medesime considerazioni sono state respinte anche le richieste di audizione di Ferdico Giuseppe, Zito Calogero, Pietro Lorenzo Di Vita, Ammirata Antonino e di acquisizione delle dichiarazioni rese al PM da Grasso Valeria, tutte finalizzate all'escussione dei reali committenti dei lavori posti in essere dai Lucia nel periodo di interesse per verificare se gli stessi fossero stati ottenuti in violazione alle regole sulla libera concorrenza. La decisione, basata su motivazione apparente, si pone in contrasto con le disposizioni dell'art. 195 cod. proc.pen. e la richiesta di riapertura dell'istruttoria dibattimentale avrebbe consentito di colmare le lacune e le imprecisioni emerse nel corso dell'audizione del collaboratore su punti fondamentali, tanto più che dalla testimonianza del vice commissario Lo Bue si era appreso dell'effettiva esecuzione dei lavori menzionati dai Lucia 23 /1, Corte di Cassazione - copia non ufficiale nella missiva catalogata E18, senza indicare se effettivamente tali lavori fossero stati svolti dai Lucia e se i committenti avessero ricevuto pressioni in tal senso. E' frutto di travisamento la considerazione di quanto riferito dal collaboratore Vito Galatolo, escusso nel giudizio d'appello alle udienze del 20/1/2016 e 17/2/2016, ritenuto in linea con le altre risultanze processuali, mentre egli aveva collocato la partecipazione del ricorrente all'associazione, per quanto riferitogli da Domenico Ciaramitaro e da Giulio Caporrimo, nel periodo già coperto da giudicato assolutorio; quanto riferito in ordine all'aiuto dato dal ricorrente al Ciaramitaro durante il comune periodo di detenzione a Benevento per consentire ai di lui familiari di recarsi a colloquio con i congiunti dello stesso Lo Cascio è stato smentito dagli accertamenti di p.g., che non hanno fatto emergere coincidenza nelle date dei colloqui. Inoltre, le informazioni fornite dal Caporrimo al Galatolo riguardano fatti molto risalenti nel tempo e collocabili nel periodo in cui egli era stato tratto in arresto, quindi nel 1999 e comunque prima del 2005. Anche le dichiarazioni rese dal collaboratore Silvio Guerrera sono state travisate: la Corte di appello ha illogicamente ritenuto che, sebbene questi avesse riferito che il Lo Cascio si sarebbe allontanato da "cosa nostra", rifiutando di percepire la mesata spettante agli affiliati, tale apporto non avrebbe valenza favorevole per la limitata portata delle conoscenze della fonte sulla compagine mafiosa, informata di quanto riferito da Francesco Caporrimo, mentre lo stesso avrebbe dovuto essere letto unitamente a quanto dichiarato dal Galatolo, in antitesi con la tesi accusatoria. b) Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis cod. pen.. La sentenza ha confermato la sussistenza delle due circostanze aggravanti in carenza di prova con motivazione censurabile perché illogica ed apparente, oltre che giuridicamente erronea laddove ha ritenuto sovrapponibili le due circostanze, che tali non sono, in quanto: quella di cui al quarto comma può essere desunta in via deduttiva dai fatti storici che costituiscono la contestazione dei singoli episodi riferibili all'associazione, essendo notorio che "cosa nostra" dispone di una stabile dotazione di armi. Altrettanto notorio non è che la stessa organizzazione proceda al reinvestimento in attività economiche dei proventi delle proprie attività criminose, trattandosi di iniziative eventuali e non automatiche e non riferibili di per sé all'associazione, sicchè, anche se di natura oggettiva, dovrebbe provarsi l'esistenza di attività commerciali gestite da uno o più associati e nelle quali sia stato reinvestito denaro provento di reato, prova non emersa nel processo. Al riguardo la sentenza presenta motivazione illogica perché opera la commistione tra gli elementi costitutivi del reato di cui all'art. 416-bis cod. pen., individuati nella gestione di attività commerciali,e l'elemento accidentale del reato, per la cui sussistenza non è sufficiente fare riferimento a soggetti non imputati nel processo ed estranei al consesso criminoso di riferimento del ricorrente. Diversamente opinando, la specifica condotta di riciclaggio in cui consiste l'aggravante rientrerebbe nella finalità dell'associazione prevista dal comma 3 dell'art. 416-bis cod. pen. ed anche la giurisprudenza in materia pretende la verifica in concreto della "gestione da parte degli imputati o dei loro 24 Corte di Cassazione - copia non ufficiale referenti, di specifiche attività economiche lecite nelle quali utilizzare il denaro proveniente dall'illecita attività associativa ed estorsiva" (sent. n. 140/07 emessa dal GUP di Palermo, in data 12/02/2007; Corte di Appello dell' 11/07/2011, n. 2686, resa nel procedimento avente n. 12944/09; Cass., sez. VI, 14/12/1999, n. 856; sez. V del 25/01/12, n. 215; sez. VI, del 01/12/11, n. 1816). Il richiamo alle vicende dell'intestazione fittizia ad Antonino Lucia della ditta individuale omonima non può far ritenere assolto l'onere motivazionale, poiché non risulta dimostrato l'impiego di risorse illecite e che i proventi dell'attività d'impresa fossero destinati all'associazione; se ne trae conferma dalle lamentele rivolte dai Lucia a Salvatore Lo Piccolo nel messaggio E18 per il fatto che il Lo Cascio stava conducendo tale attività nel suo esclusivo interesse. c) Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 2, 416-bis cod.pen. in ordine alla normativa sanzionatoria applicabile. La sentenza impugnata ha disposto l'applicazione del trattamento sanzionatorio contemplato dall'art. 416-bis cod.pen. in base alla natura permanente del reato da esso previsto ed alla contestazione della sua consumazione sino al 13 ottobre 2010; tuttavia dalle prove acquisite emerge che la condotta partecipativa del ricorrente si era arrestata in un momento antecedente l'entrata in vigore della legge n. 251 del 2005, ovvero al più sino a quello della successiva legge n. 125 del 25 luglio 2008, non oltrepassando l'anno 2007, data di arresto del collaboratore Franzese, tanto più che i collaboratori Galatolo e Guerrera hanno indicato la cessazione della partecipazione del Lo Cascio con la sua scarcerazione del 2 luglio 2004. 3.16 Filippo Lo Piccolo per il tramite dell'avv.to Domenico La Blasca ha dedotto: a) violazione di legge e mancanza, contraddittorietà ed illogicità della motivazione in relazione agli artt. 416-bis cod. pen., 192 e 533 cod. proc. pen.. Il giudizio di responsabilità è stato confermato, nonostante la mancata acquisizione di una prova decisiva richiesta coi motivi d'appello. La Corte d'appello ha ritenuto che la precedente condanna per il delitto di cui all'art. 416-bis cod. pen., di natura permanente, agevolasse l'accertamento della responsabilità anche nel presente processo, nonostante l'eccezione difensiva sulla mancata formale affiliazione del ricorrente, il che avrebbe richiesto prova più pregnante del contributo oggettivamente apprezzabile alla vita dell'associazione. Al contrario, in sentenza si ritiene il Lo Piccolo affiliato e che egli sia stato condannato anche per estorsione, cosa non rispondente al vero. Il secondo tema in punto di fatto trattato è quello riguardante i messaggi in codice rinvenuti nel covo di Salvatore e Sandro Lo Piccolo; tra questi alcuni sono datati dal 2003 sino a Pasqua 2007, periodo nel quale il ricorrente era quasi sempre stato ristretto in carcere, essendo stato rimesso in libertà soltanto dal 14/11/2006. In sentenza si ritiene che alcune di tali missive riguardino il ricorrente sulla scorta di quanto riferito dai collaboratori Franzese e Nuccio, che però hanno offerto una loro "interpretazione deduttiva", opinabile e non certa, tanto che il Nuccio aveva riferito la sigla "013" alla persona di Salvatore Liga, mentre dagli atti emerge che si trattava di Giuseppe Liga. La difesa con i motivi di appello aveva sostenuto che l'indicazione "Filippo" per i messaggi di Natale 2006 e Pasqua 2007 non è riferibile al 25 Corte di Cassazione - copia non ufficiale ricorrente, in quanto agli affiliati in libertà non era stata attribuita, né contabilizzata alcuna sovvenzione ed egli all'epoca era libero, e che vi è prova della mancata assegnazione ai soggetti ivi riportati delle somme contabilizzate dal soggetto indicato come "013"; tali rilievi non hanno ricevuto risposta in nessuna delle due sentenze di merito. Non è stata presa in esame nemmeno la valenza favorevole delle dichiarazioni rese dal Franzese, il quale aveva riferito di non aver mai incontrato Filippo Lo Piccolo dopo la sua scarcerazione avvenuta il 14/11/2006, di non essere a conoscenza di alcun fatto illecito da lui commesso, di non poter che riferire in via deduttiva in ordine ai "pizzini" in cui figura il nome Filippo o Filippo L. o Filippo Lo Piccolo, perché non opera propria, di non poter affermare se questi avesse percepito uno stipendio in quanto associato, tanto più che per quanti in libertà non veniva contabilizzata la corresponsione di denaro. Anche il commissario Lo Bue, chiesto di riferire le indagini condotte in merito ai messaggi contrassegnati con le sigle V5, ZD13, ZD14, ZD22, F5 ed E2, ha confermato di avere identificato "Filippo L" in base ad un ragionamento deduttivo. La risposta offerta in sentenza è basata soltanto su alcune parti delle dichiarazioni dei collaboratori e consiste nel rilievo per cui era comprensibile che l'associazione avesse continuato a sovvenzionare gli associati appena rimessi in libertà che non potevano riprendere immediatamente l'attività estorsiva, né altra nel gruppo di riferimento; in tal modo non si tiene conto del fatto che il ricorrente, appena scarcerato, aveva ripreso l'attività di giardiniere ed aveva aperto una ditta individuale grazie al notevole volume di affari, percependo congrui guadagni leciti. Ulteriore tema sollevato riguarda l'inclusione di alcune condotte ascritte al Lo Piccolo sulla base delle propalazioni del Franzese nell'imputazione per la quale ha già riportato condanna irrevocabile: si tratta di alcuni danneggiamenti commessi in danno di una ditta che stava eseguendo lavori all'interno del condominio di Via Tommaso Natale n. 93/B, rispetto alla quale vicenda la difesa ha potuto dimostrare mediante testimoni escussi in sede di indagini difensive, che mai nessun danneggiamento era avvenuto nell'ambito di quella struttura, ma la Corte di appello ha negato l'acquisizione dei verbali di informazioni, sostenendo che non occorre dimostrare i reati fini, indicati dal Franzese, ma poi dando per provate circostanze che dovevano essere dimostrate. Ed ancora in ordine alla vicenda "telecamera", segnalata dal ricorrente nel suo sfogo col Gennaro senza essere a conoscenza che presso l'abitazione di questi i era rifugiato Andrea Adamo da latitante, e quindi rimossa dal Bonaccorso unitamente al Greco, secondo quanto riferito dallo stesso Bonaccorso, la sentenza ha valorizzato l'episodio a riprova dell'aiuto dato dal ricorrente all'Adamo che aveva potuto trasferirsi in altro luogo e mantenersi in condizioni di latitanza. La motivazione è assolutamente illogica, atteso che l'unica condotta posta in essere dal ricorrente volontariamente non consente di inferire quanto ritenuto in sentenza. Il tema del c.d. pizzino T19 è stato erroneamente affrontato, poiché non vi è prova di rapporti tra i due Lo Piccolo ed il ricorrente, cognonimo, ma non parente o tra questi e Giuseppe Liga.   Non si è tenuto nel debito conto quanto riferito dai collaboratori di giustizia Franzese, Nuccio, Guerrera e Galatolo, i quali non hanno riferito notizie sul conto del Lo Piccolo ed il Nuccio ne ha piuttosto descritto l'atteggiamento defilato dopo la scarcerazione. b) Inosservanza ed erronea applicazione dell'art. 416-bis, comma 4, cod. pen. e mancanza di motivazione. Il riconoscimento dell'aggravante è avvenuto in modo automatico, solo sulla base del carattere notoriamente armato dell'associazione criminale cosa nostra, quindi in base ad una non consentita presunzione, tanto più che le armi rinvenute nel covo di Giardinello non erano a disposizione dell'intero sodalizio, ma dei soli detentori. c) Inosservanza ed erronea applicazione dell'art. 416-bis,co. 6, cod. pen. e mancanza di motivazione. Anche la circostanza aggravante in questione è stata ritenuta sussistente solo sulla base del fatto notorio, mentre avrebbe preteso la dimostrazione dei presupposti indicati dalla giurisprudenza di legittimità. Al contrario, è stato dimostrato che, una volta scarcerato, il ricorrente aveva proseguito nella sua lecita attività lavorativa. d) Inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 2, 416-bis cod. pen. e mancanza di motivazione in ordine al tempus commissi delicti. La sentenza impugnata ha omesso di rispondere alle obiezioni difensive in ordine alla durata della permanenza del ricorrente all'interno del sodalizio mafioso ed in particolare in relazione al contributo successivo all'ultimo dato indicato in sentenza, ovvero il c.d. pizzino di Pasqua 2007)ed alla richiesta di applicare il regime sanzionatorio più favorevole rispetto alla Legge n. 125/2008. Le risultanze istruttorie si arrestano all'anno 2007, non essendo emersa successivamente alcuna condotta illecita posta in essere dal Lo Piccolo. 3.17 Giuseppe Messina per il tramite dell'avv.to Giovanni Di Benedetto ha lamentato: a) violazione ed erronea applicazione della legge penale e difetto di motivazione in ordine alla responsabilità dell'imputato per il reato di partecipazione ad associazione mafiosa; il giudizio di colpevolezza è stato basato su due comportamenti stimati concludenti: l'avere il Messina accompagnato in auto Calogero Lo Piccolo, già condannato in via definitiva per il delitto associativo, nel periodo successivo alla sua scarcerazione, e l'aver svolto funzioni di intermediario nell'estorsione tentata in danno dell'imprenditore Taormina. Le vicende che riguardano il predetto Lo Piccolo non possono incidere sulla posizione del Messina, che non risulta avere partecipato ad incontri con esponenti mafiosi,ed in suo favore dall'istruttoria sono emersi plurimi elementi, quali le dichiarazioni dei collaboratori, compresi il Galatolo ed il Guerrera, che, pur radicati nel medesimo territorio, hanno riferito di non conoscere nemmeno il Messina. La Corte di appello ha obiettato che tale carenza d'informazioni trova giustificazione nel rapporto privilegiato intercorso tra il ricorrente e Calogero Lo Piccolo ed i soggetti della sua cerchia ristretta, ma tale osservazione è illogica e contraddittoria e si affida a congetture sulla possibile partecipazione del Messina a summit mafiosi, smentita proprio dalle dichiarazioni dei collaboratori Pulizzi, Bonaccorso, Trapani e Franzese. Il Trapani ne aveva descritto le mansioni di autista del Lo Piccolo senza attribuirgli altro ruolo in vicende mafiose, il commissario Lo Bue aveva escluso il coinvolgimento del Messina in attività criminose nel periodo in cui il Lo Piccolo   era libero, il Nuccio aveva confermato che il Messina aveva fatto da autista nel primo periodo in cui il Lo Piccolo era stato scarcerato ed era privo di parente di guida: in tal modo non sono state individuate specifiche condotte dalle quali desumere l'effettiva partecipazione del ricorrente al sodalizio mafioso Anche l'altra circostanza ritenuta significativa è priva di consistenza: il Nuccio ha riferito che il Messina avrebbe preso parte unitamente allo stesso, al Ciaramitaro ed a Domenico Serio, alla perpetrazione di una tentata estorsione ai danni di tale Taormina, vicenda che è stata oggetto di accertamento processuale nella sentenza a carico di Calogero Lo Piccolo e degli altri coimputati del GUP del Tribunale di Palermo in data 16 luglio 2009. In favore del ricorrente sono state raccolte le dichiarazioni rese dalla persona offesa Salvatore Taormina, che aveva escluso tra gli autori della tentata estorsione il Messina ed anche un suo ruolo di intermediazione nella vicenda, smentendo dunque il Nuccio. La sentenza ha però valorizzato, quale riscontro individualizzante, quanto emerso dalla conversazione intercettata tra i genitori del Messina il 23 novembre 2007, per ritenere che egli avesse preso parte alla fase deliberativa dell'azione estorsiva, sebbene nulla di tutto ciò tosse emerso nel precedente procedimento e tale vicenda offrisse prova della sua partecipazione anche in assenza di formale affiliazione, pur non essendo contestata quale reato fine del delitto associativo. Il ragionamento della Corte di appello ha eluso i rilievi difensivi e ha utilizzato a carico del ricorrente le dichiarazioni del Nuccio in contrasto col disposto dell'art. 192 n. 3 cod. proc. pen. e del costante orientamento della Suprema Corte in materia, nonché il dialogo intercettato, che in realtà ha valenza neutra, perché inidoneo a collegare il fatto di reato estorsivo alla persona del ricorrente, essendo soltanto indicativo di una frequentazione tra il Messina ed i Serio, ma non del suo coinvolgimento nel danneggiamento patito dal Taormina, episodio in ordine al quale il di lui padre aveva mostrato un atteggiamento critico, aveva riferito di essere stato contattato dal Taormina per via della frequentazione del figlio con soggetti ritenuti coinvolti nella vicenda, aveva espresso soddisfazione per il fatto che il Lo Piccolo non si accompagnasse più al figlio e commentato che questi aveva mostrato disinteresse per l'episodio senza avere attribuito nessun tipo di responsabilità 9l figlio, ma soltanto espresso preoccupazioni per le sue amicizie. Anche la deposizione resa dal Taormina, ritenuta sfuggente quanto al ruolo del ricorrente, è stata travisata nel suo contenuto, mentre corrisponde al dialogo intercettato ed all'atteggiamento tenuto dal Messina nell'intimare al padre di non immischiarsi in faccende che non li riguardavano. b) Violazione di legge e difetto di motivazione per non avere la Corte di appello qualificato il fatto ai sensi dell'art. 378 cod.pen. Nei motivi di appello si era sostenuto che l'ausilio fornito all'amico Calogero Lo Piccolo potesse essere inquadrato nell'ipotesi criminosa del favoreggiamento personale per l'aiuto prestatogli ad eludere le investigazioni, ma la Corte ha replicato che il Messina non si sarebbe limitato a supportare il Lo Piccolo nei suoi movimenti, ma avrebbe anche "interagito organicamente e sistematicamente con gli associati, come elemento della struttura organizzativa del sodalizio criminoso, in specie assolvendo a compiti   ben specifici nelle questioni estorsive". Tale passaggio soffre degli stessi vizi già evidenziati, poiché nessun delitto estorsivo o di altra natura è stato mai contestato al ricorrente. c) Violazione di legge e difetto di motivazione in merito al diniego dell'applicazione della disciplina normativa relativa al reato di cui all'art 416-bis cod. pen. nella formulazione antecedente alla legge 125/2008. La Corte di appello ha negato l'applicazione della più mite pena edittale, prevista dalla normativa vigente prima del 2008, affermando che "in riferimento al tempus commissi delicti non rileva il patrimonio di conoscenza probatoria (in specie quella del Nuccio che è stato arrestato nell'agosto del 2007) posto che non è emerso nulla di significativo atto a comprovare il recesso volontario dell'imputato dal sodalizio mafioso di cui fa parte".
Non si è considerato che le dichiarazioni del Nuccio si arrestavano all'agosto del 2007 e che la condotta attribuita al ricorrente era circoscritta al periodo in cui Calogero Lo Piccolo era stato in libertà, quindi da fine 2006 a gennaio 2008 quando questi era stato nuovamente tratto in arresto senza si fossero acquisite prove della perdurante partecipazione nel periodo successivo. Soluzione favorevole all'accoglimento della tesi difensiva è stata adottata in separato procedimento a carico di tale Fazzone in posizione analoga a quella del Messina. d) Violazione di legge e vizio di motivazione per la ritenuta sussistenza delle circostanze aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis cod. pen.. E' generico ed insufficiente il richiamo operato in sentenza alla natura oggettiva delle circostanze ed alla disponibilità di armi da parte di cosa nostra, senza alcuno specifico riferimento ad un ruolo svolto dal Messina nella loro conservazione o nel loro impiego ed alla destinazione al perseguimento degli scopi dell'associazione. In merito all'aggravante di cui al 6 comma dell'art. 416-bis cod. pen., senza recepire la motivazione addotta dal Tribunale circa l'ausilio dato dal Messina ai Lo Piccolo per curare "il reinvestimento dei proventi illeciti come riferito dal collaborante Trapani", la Corte di appello ha ribadito la sussistenza dell'aggravante sulla base dell'asserita notorietà del reimpiego dei proventi illeciti da parte di cosa nostra in attività economiche, anche lecite, facendo ricorso ad una presunzione assoluta ed automatica, dipendente dall'appartenenza al sodalizio, e richiamando le imputazioni per l'intestazione fittizia di beni, che non riguarda necessariamente il reinvestimento di risorse illecite. e) Violazione di legge e vizio di motivazione per non avere la Corte di appello applicato le circostanze attenuanti generiche ed avere determinato la pena in entità elevata nonostante l'assoluta incensuratezza, la giovane età, l'assenza di contestazioni di reati-fine, la peculiarità della condotta legata alla personale di amicizia con Calogero Lo Piccolo, elementi positivi ignorati in sentenza. f) Violazione di legge e vizio di motivazione quanto all'applicazione della misura di sicurezza per la durata di tre anni, giustificata in base a considerazioni generiche e priva della considerazione della effettiva pericolosità sociale del Messina. Il giudizio espresso dai giudici di appello si è basato sul disposto dell'art. 417 cod. pen. senza considerare che lo stesso è stato superato dall'art. 31 della L. n. 663/1986, in forza del quale "tutte le misure di sicurezza 29 Corte di Cassazione - copia non ufficiale personali sono ordinate previo accertamento che chi ha commesso il fatto è persona socialmente pericolosa". Anche in ordine alla durata ed alla sua proporzionalità nessuna spiegazione reale è contenuta in sentenza limitatasi ad un generico rilievo sull'adeguatezza della misura rispetto alla pericolosità sociale dimostrata dagli elementi di prova acquisiti. 3.18 Salvatore Randazzo col ricorso proposto dall'avv.to Angelo Brancato ha dedotto: a) vizio di motivazione e violazione in legge in relazione al disposto degli artt. 192 cod. proc. pen., 56 e 629 cod. pen.. Con i motivi di appello si erano mosse specifiche censure al giudizio di responsabilità e si era sostenuto che l'unico elemento di prova, rappresentato dalle dichiarazioni della parte lesa Marcello Barbaro, in parte contrastanti con quanto riferito nel corso delle indagini preliminari, indicava diversamente il ruolo del Randazzo, che da intermediario e paciere rispetto all'intervento di un giovane sconosciuto, era stato accusato di essere latore sin dal primo momento della richiesta di pagamento in supporto del predetto giovane con una marcata enfatizzazione del ruolo assegnatogli. Tale ruolo non è stato confermato dalla registrazione effettuata a mezzo del cellulare del Barbaro, nella quale non è stata captata la voce dell'imputato, né di un terzo soggetto. La Corte di appello ha fornito risposte insoddisfacenti perché non ha individuato elementi di conferma del narrato della persona offesa, della cui attendibilità bisognava dubitare anche perché già condannata per calunnia e per l'atteggiamento reticente e di intralcio alle indagini, tenuto in occasione dell'episodio in cui aveva perso la vita il giovane Aldo Naro, e non ha considerato le contraddizioni emerse nelle sue versioni dell'accaduto; inoltre, ha giustificato la mancata registrazione della voce del ricorrente, accertata mediante perizia, con i limiti tecnici dello strumento impiegato, un normale telefono cellulare. Non si è assegnato rilievo nemmeno alla dichiarazione scritta dell'imputato, con la quale si era affermato di avere rivolto espressioni improprie al Barbaro a causa dello stato di alterazione alcolica, tali da indurlo a ritenere che egli fosse concorrente nell'estorsione, mentre era stato un mero spettatore occasionale della richiesta formulata da altri, circostanza che l'esame del personale dipendente dell'esercizio avrebbe potuto dimostrare, ma che la Corte di appello non ha erroneamente consentito fosse dimostrata avendo negato la riapertura dell'istruttoria. Anche le dichiarazioni rese dal collaboratore Giordano erano favorevoli alla tesi difensiva, perché costui aveva indicato quale responsabile dell'estorsione tentata al Barbaro tale Michele Moceo e riferito del coinvolgimento del ricorrente in altra iniziativa in danno del titolare di un supermercato. Con riferimento al delitto di cui al capo 35) la Corte di appello ha erroneamente escluso fosse ravvisabile la desistenza volontaria e ritenuto che "il mancato pagamento della tangente mafiosa è dipeso unicamente dalla ferma opposizione che il Barbaro ha opposto ai suoi interlocutori mafiosi rispetto a delle richieste più volte formulate" (pag. 218 sent.), senza considerare che, successivamente agli episodi denunciati dal Barbaro, questi non aveva subito altre pressioni, come confermato anche dal collaboratore Giordano, il che avvalora la tesi difensiva di una volontaria rinuncia al compimento dell'azione criminosa e non del rifiuto della vittima di aderire alla richiesta estorsiva.   b) Vizio di motivazione e violazione di legge in relazione all'art. 7 legge n. 203/91. Nonostante le censure mosse con l'atto di appello, la sentenza ha argomentato in senso contrario, ma in termini assertori ed apodittici mediante il richiamo al fatto che l'azione criminosa si sarebbe compiuta con modalità tipicamente mafiose da parte di un soggetto organicamente inserito nel sodalizio. Non si è considerato che nel precedente procedimento lo spessore criminale del ricorrente era stato ridimensionato quale figura marginale e modesta, non coinvolta nel settore delle estorsioni, ma deputata soltanto a portare notizie, come riferito dal collaboratore Giordano. La Corte di appello non ha debitamente valutato che gli elementi posti alla base della decisione oggetto del proposto gravame non valevano da soli a sorreggere la sussistenza della contestata aggravante. c) Vizio di motivazione e violazione di legge in relazione agli artt. 62-bis, 81 e 133 cod. pen.. Il diniego delle circostanze attenuanti generiche è motivato con argomentazioni stereotipate. Pur nella considerazione del peso dei precedenti penali dell'imputato, la vicenda andava valutata nella sua interezza ed anche la determinazione dell'aumento di pena per continuazione, eccessivamente oneroso e non proporzionato, avrebbe dovuto essere motivato in modo specifico.

3.19 Nunzio Serio col ricorso a firma dell'avv.to Raffaele Bonsignore ha dedotto: a) violazione di legge, di norme processuali e vizio di motivazione in relazione agli artt. 74 d.P.R. n. 309/1990, 125, 191, 192, 195, 533 e 546, comma 1 lett. e), cod. proc. pen. quanto al giudizio di responsabilità in ordine al delitto di cui al capo 28) dell'imputazione. Le uniche fonti di prova sono costituite da propalazioni rese da tre collaboratori di giustizia, di cui la Corte di appello ha omesso di verificare l'attendibilità prima ancora di riscontrare la c.d. "convergenza del molteplice", così come non ha individuato in Antonino Nuccio l'unica fonte di conoscenza sia del Franzese, che del Bonaccorso, con la conseguente circolarità della prova. Con l'atto di appello si era segnalato che il Franzese non era stato partecipe dell'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, aveva reso dichiarazioni accusatorie a carico del ricorrente oltre i centottanta giorni successivi alla sua dichiarazione di collaborazione,e quindi inutilizzabili e comunque apprese dal Nuccio nel corso del processo c.d. Briguglio all'udienza del 22 luglio 2009, sicchè egli non può riscontrare il Nuccio tia cui ha appreso quanto riferito. Al riguardo la sentenza impugnata ha respinto le eccezioni sollevate dalla difesa, sulla base di argomentazioni prive di fondamento giuridico per avere ritenuto che il Franzese avesse acquisito conoscenze dei fatti descritti in forza dello scambio di notizie all'interno della consorteria mafiosa nella quale i soggetti militavano. Tale valutazione non rispetta le condizioni pretese dalla giurisprudenza di legittimità per fare applicazione del principio di diritto richiamato dalla Corte di appello, in quanto le notizie apprese dal Franzese non riguardano fatti costituenti patrimonio comune del sodalizio mafioso, poiché il gruppo organizzato dedito al traffico di stupefacenti non lo aveva annoverato tra i partecipanti e tali commerci non erano rilevanti per la vita dell'associazione mafiosa; pertanto, avrebbero dovuto 31 Corte di Cassazione - copia non ufficiale osservarsi le prescrizioni dettate dall'art. 195 cod. proc. pen. ed avrebbe dovuto prendersi atto del mutamento di versione operato dal Franzese, che dopo avere indicato il fratello del ricorrente, all'udienza dell'Il giugno 2012 ha parlato di questi dopo avere ascoltato il Nuccio. Anche la valorizzazione del dichiarato del Bonaccorso, chiamante in reità, è parimenti viziata: egli ha appreso quanto riferito dall'ordinanza di custodia cautelare del dicembre 2007, come ammesso all'udienza del 13 giugno 2012, difettando l'autonomia della fonte, il che la rende inutilizzabile; inoltre, la sua versione dei fatti non corrisponde a quella del Nuccio, atteso che quest'ultimo ha fatto riferimento a due società ben distinte contestate l'una al capo 28) e l'altra al capo 29) della rubrica, mentre il Bonaccorso non ha operato tale distinzione e ha parlato di una sola società, ragione per cui, con riferimento al Bonaccorso valgono le medesime considerazioni svolte sul conto del Franzese. b)Violazione di legge, di norme processuali e vizio di motivazione in relazione agli artt. 73 e 74 d.P.R. n. 309/1990, 125, 191, 192, 195, 533 e 546, comma 1 lett. e), cod. proc. pen. quanto al giudizio di responsabilità in ordine ai delitti di cui ai capi 29) e 30) dell'imputazione. Anche in riferimento a tali addebiti la sentenza impugnata ha ritenuto erroneamente riscontrate dal Franzese e dal Bonaccorso le accuse mosse dal Nuccio, affette da "circolarità della prova" e quindi inutilizzabili, e quelle del Bonaccorso in ordine alla società costituita con il Nuccio, Di Maio Rosolino, Davi Gabriele, Di Piazza Francesco Paolo e Mimmo Serio, non corrispondenti a quanto riferito dal Nuccio, che aveva incluso nella compagine il solo fratello Nunzio, odierno ricorrente, e aveva affermato la presenza nella società del Davì soltanto sino al novembre 2005, sicchè difetta la convergenza. Quanto al reato contestato al capo 30), si contesta l'acquisizione di prove sufficienti di responsabilità poiché, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità «Se, per ritenere il reato di cui aii'art. 73 d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309, non rileva il mancato rinvenimento, al momento del fatto, di alcuna dose di sostanza stupefacente, è tuttavia indispensabile, per l'affermazione della responsabilità penale dell'imputato, singolarmente o in concorso con altri, l'individuazione di concreti eventi fattuali collegati alle condotte illecite elencate dall'art. 73 citato» (così Cass., sez. VI, 4 giugno 2009, n. 31791). Già l'imputazione non contesta in forma chiara e precisa specifici fatti di reato, né il ruolo svolto dal ricorrente, ma indica soltanto le possibili condotte punite dalla norma penale incriminatrice e le quantità trattate, non desumibili nemmeno da eventuali sequestri. c) Violazione di legge, di norme processuali e vizio di motivazione in relazione agli artt. 62-bis, 99, 132, 133 e 417 cod. pen., 125 e 546,comma 1 lett. e),cod. proc. pen.. La Corte di appello ha determinato la pena senza riconoscere le circostanze attenuanti generiche pur in assenza di qualsiasi motivazione, nonostante con l'appello se ne fosse sollecitata l'applicazione per adeguare in senso più favorevole la sanzione e tenendo conto della recidiva, pur facoltativa, a ragione dei soli precedenti penali dell'imputato, che però riguardano fatti risalenti nel tempo. Inoltre, la recidiva è stata considerata nonostante il riconoscimento della continuazione con i reati giudicati con le sentenze rese dalla Corte di Appello di Palermo il 15 marzo 2002, il 2 luglio 2004 e 1'8 aprile 2011, condannando l'odierno appellante alla pena finale complessiva di   anni 19 e mesi 5 di reclusione senza considerare che i due istituti sono incompatibili tra loro. Inoltre, non è stata giustificata la scelta di considerare più grave il delitto di cui al capo 29) in luogo di quello di cui al capo 28) dell'imputazione, quest'ultimo commesso in data antecedente, con maggior numero di sodali, più duratura nel tempo. Infine, la determinazione della pena e della misura di sicurezza non è avvenuta in entità prossima al minimo edittale, senza che, sul punto, sia stata data una specifica motivazione. 4.Con memoria depositata il 12 aprile 2018 la difesa di Mario Biondo ha proposto dei motivi nuovi con i quali ha rappresentato: a) l'illegittimità costituzionale dell'art. 606 cod. proc. pen., comma 1 lett. d), per contrasto con gli artt. 3, 24, 111, 117 Cost. e 6 Convenzione EDU, nella parte in cui non prevede che possa essere dedotto come motivo di ricorso il mancato espletamento di perizia. La ritenuta esclusione della perizia dal novero delle prove decisive è frutto di orientamento che merita revisione, in quanto la perizia è inserita nel libro III che riguarda le prove, il che esclude possa ritenersi mezzo di valutazione delle prove a disposizione del solo giudice, con la conseguente forte limitazione del diritto di difesa dell'imputato riconosciuto dalla Costituzione e dalla Convenzione EDU, che non è superabile con la finzione che pretende il giudice essere peritus peritorum e rimette alla sua valutazione discrezionale l'introduzione della perizia per acquisire al processo quel sapere scientifico di cui l'autorità giudiziaria non dispone. b) Mancata assunzione di prova decisiva quanto alla perizia grafologica sugli scritti attribuiti al ricorrente, costituenti prova essenziale della sua partecipazione al sodalizio mafioso ed attribuiti alla sua persona in base a mere congetture, che rendono illogica la motivazione e violano il diritto al contraddittorio. c) Illogicità della motivazione di rigetto della richiesta difensiva di procedere a perizia; la ritenuta superfluità di tale accertamento si basa sulla possibilità che altri abbiano redatto i due messaggi per conto del ricorrente e su suo incarico, ma tale evenienza contrasta con la massima di esperienza, che impone agli associati la segretezza a tutela della reciproca sicurezza e che risulta osservata anche mediante il ricorso all'espediente dei messaggi in codice. Gli elementi valorizzati per riferire al Biondo il messaggio contenente i ringraziamenti per gli auguri che il destinatario aveva fatto pervenire per l'esercizio di parrucchiera sono congetturali poiché nessuna risultanza processuale prova che tale esercizio fosse quello della moglie del ricorrente, che avrebbe intrapreso l'attività soltanto a gennaio 2008. d) Inosservanza e/o erronea applicazione della legge penale in relazione all'art. 416-bis cod. pen. e motivazione mancante, insufficiente, illogica e contraddittoria quanto alla ritenuta sussistenza delle circostanze aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis cod. pen., in quanto la loro natura oggettiva non costituisce argomento sufficiente per riferirle a soggetti che non abbiano materialmente la disponibilità delle armi dell'associazione o non abbiano reinvestito in attività illecite i suoi proventi poiché la contraria affermazione, contenuta nelle due sentenze di merito, contraddice il principio della responsabilità personale e la disposizione di cui all'art. 59 cod. pen. che pretende un coefficiente di colpevolezza a carico del concorrente 33 Corte di Cassazione - copia non ufficiale nel reato, al quale si applicano le aggravanti solo se conosciute in via effettiva o potenziale. Di tale avviso si sono mostrate anche le Sezioni Unite nella sentenza n. 25191 del 2014, mentre la sentenza ha esposto un ragionamento presuntivo che alla mera partecipazione al sodalizio "cosa nostra" collega le due aggravanti in questione e presenta nella sua motivazione alcune rilevanti incongruenze,poiché: -il contatto epistolare con Sandro Lo Piccolo ed il rinvenimento di armi presso l'alloggio da questi occupato, ma non visitato dal ricorrente, non rendeva conoscibile la circostanza; -la sollecitazione a sistemare una vicenda estorsiva, cui egli non aveva partecipato, non può rivelare la condivisione delle metodologie dell'associazione quanto al reinvestimento di profitti illeciti.
5. Con memoria depositata il 13 aprile 2018 la difesa del Di Bella ha proposto motivi nuovi, con i quali ha dedotto ulteriormente in ordine all'insussistenza delle circostanze aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis cod. pen. ed alla recidiva, erroneamente applicata, nonostante la precedente condanna fosse contenuta in sentenza di patteggiamento, che, a norma dell'art. 445 cod. proc. pen. nella formulazione risalente al 1998, comporta l'estinzione del reato e degli effetti penali della pronuncia entro i cinque anni dalla sua irrevocabilità, estinzione che si produce ipso iure in via automatica. 6. Con memoria depositata in data 23 aprile 2018 la difesa di Pietro Bruno ha dedotto la violazione degli artt. 192, comma 3, e 416-bis cod. pen. in relazione allo scrutinio delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia; richiamati i principi espressi dalla Corte europea di diritti dell'uomo sulla necessaria rinnovazione della prova dichiarativa nel grado di appello quale esigenza attuativa del giusto processo e del diritto di difesa quando la decisione sia mutata da proscioglimento a condanna, mentre le Sezioni Unite della Corte di cassazione con la sentenza Troise del 2017 ha escluso analogo obbligo nel caso inverso, fissando però ulteriori principi valevoli anche per il presente caso, ossia che il principio del ragionevole dubbio opera soltanto a favore dell'imputato. Nel caso di specie il giudizio di primo grado si era basato su prova dichiarativa che dava adito al ragionevole dubbio dell'innocenza dell'imputato, sicchè avrebbe dovuto essere nuovamente assunta dal giudice di appello che avesse inteso avvalersene. 7. Con memoria depositata il 23 aprile 2018 la difesa di Pietro Cinà ha ulteriormente illustrato i motivi relativi all'erronea applicazione dell'istituto della continuazione richiamando i principi affermati da Sez. Unite Nocerino del 2017 ed il vincolo in essa affermato per il giudice dell'esecuzione di non determinare gli aumenti di pena per i reati satellite in misura superiore a quanto stabilito nel giudizio di cognizione.

Considerato in diritto

1.Le impugnazioni all'odierno esame prospettano alcune tematiche in punto di fatto e di diritto, oggetto di comune contestazione, che il Collegio ritiene opportuno esaminare in via 34 Corte di Cassazione - copia non ufficiale prioritaria con una trattazione unitaria, riferibile, anche per la valenza generale delle osservazioni di metodo, alle posizioni processuali di numerosi ricorrenti, cui seguirà quella dei singoli atti di ricorso.
2. Le difese, pur con alcune varianti, denunciano la violazione dei criteri legali che presiedono all'utilizzo ed alla valutazione della prova dichiarativa, integrante la chiamata in correità o in reità ed in particolare contestano la corrispondenza fra quanto rappresentato da ciascuno dei collaboratori di giustizia in ordine alle specifiche vicende rievocate, in realtà afferenti ad episodi o a periodi distinti.
2.1 E' noto che la regola di giudizio per la valutazione della chiamata in correità, strumento conoscitivo che rappresenta una prova e non un mero indizio, seppur non autosufficiente a sostenere il verdetto di colpevolezza, è dettata dalla norma di cui all'art. 192 cod. proc. pen., comma 3, che differenzia tale fonte dichiarativa dalla testimonianza in ragione della posizione assunta e del coinvolgimento personale del dichiarante nel processo, dell'assunzione della responsabilità per il fatto di reato riferito, oppure della rivelazione di detto fatto perché appreso da terzi o dall'imputato, comunque estraneo alla propria responsabilità. A fronte di tali contributi informativi il sistema processuale ne pretende la disamina unitaria con gli altri elementi di prova che ne confermino l'attendibilità. Secondo il legislatore, la chiamata proveniente da siffatti soggetti costituisce in sé un dato incerto, da verificare con un complesso procedimento che costituisce un preciso limite metodologico, e non di risultato, alla libertà di convincimento del giudice e che la giurisprudenza di legittimità ha previsto dover consistere in un triplice vaglio, incentrato su: a) credibilità soggettiva del dichiarante in relazione alla sua personalità, alle sue condizioni socio-economiche e familiari, al suo passato, ai rapporti con i chiamati in correità ed al percorso di formazione della sua risoluzione alla confessione ed alla accusa dei coautori e complici; b) affidabilità intrinseca e consistenza della narrazione in relazione ai caratteri della precisione, della coerenza, della costanza e della spontaneità; c) riscontri esterni individualizzanti. Al riguardo è imprescindibile richiamare quanto autorevolmente evidenziato dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza n. 20804 del 29/11/2012, Aquilina e altri, rv. 255145, secondo la quale "la detta sequenza non deve essere - per così dire - rigorosamente rigida, nel senso cioè che il percorso valutativo dei vari passaggi non deve muoversi lungo linee separate. In particolare, la credibilità soggettiva del dichiarante e l'attendibilità oggettiva del suo racconto, influenzandosi reciprocamente, al pari di quanto accade per ogni altra prova dichiarativa, devono essere valutate unitariamente, "discendendo ciò dai generali criteri epistemologici e non indicando l'art. 192 c.p.p., comma 3, sotto tale profilo, alcuna specifica regola derogatoria" (sez. 1, n. 19759 del 17/05/2011, Misseri, non massimata sul punto; sez. 6, n. 11599 del 13/03/2007, Pelaggi, rv. 236151). In sostanza, devono essere superate eventuali riserve circa l'attendibilità del narrato, vagliandone la valenza probatoria anche alla luce di tutti gli altri elementi di informazione legittimamente acquisiti".   
2.2 Quanto ai riscontri esterni, la relativa obbligatoria acquisizione è imposta dalla formulazione del terzo comma dell'art. 192 cod. proc. pen. laddove menziona in modo generico gli "altri elementi di prova", che confermino l'attendibilità delle dichiarazioni del propalante, da apprezzarsi nel loro complessivo contenuto e non per ciascuno dei punti riferiti. Per riscontri, secondo pacifico orientamento, devono intendersi elementi di qualsiasi tipo e natura, -prove storiche dirette, ma anche ogni altro elemento probatorio indiretto-, purché dotati di autonomo significato rappresentativo, basati su dati oggettivi apprezzabili e non su mere congetture soggettive e correlati con i fatti di reato contestati, sicché il riscontro non può esaurire la propria funzione nella conferma dell'attendibilità soggettiva del dichiarante, ma deve riferirsi all'addebito mosso all'imputato, in modo che da esso si possa risalire, con logica deduzione, all'oggetto dell'accusa. Non è però richiesta una capacità dimostrativa autonoma dell'elemento di riscontro, che deve operare soltanto quale conferma delle dichiarazioni accusatorie, in quanto, diversamente, non sarebbe più applicabile la regola di giudizio di cui al terzo comma dell'art. 192 cod. proc. pen., ma andrebbero osservati i principi sulla pluralità delle prove e sul libero potere di selezione di quelle più affidabili e convincenti da parte del giudice (Cass. sez. 6 n. 4108 del 17/2/1996, Cariboni, rv 204439). L'assenza di precise limitazioni normative ha indotto a ritenere che i riscontri non debbano necessariamente essere di natura diversa rispetto alla fonte da corroborare, potendo rinvenirsi anche nelle dichiarazioni rese da altro chiamante in correità o in reità ed in questo caso 5e=112resct il loro utilizzo richiede un maggiore rigore valutativo, che si deve tradurre nel correlativo sforzo motivazionale, volto a riscontrarne: la convergenza in ordine al fatto materiale oggetto della narrazione, da apprezzarsi comunque non come assoluta coincidenza delle versioni riferite, ma quale corrispondenza del nucleo essenziale e significativo della vicenda fattuale descritta; l'indipendenza, in quanto non originate da intese fraudolente o da altri condizionamenti; la specificità per essere corrispondenti nella descrizione del fatto nella sua oggettività e nella sua riferibilità al chiamato; l'autonomia genetica, ossia la provenienza da fonti diverse al fine di scongiurare la circolarità della notizia, che, se proveniente da unico dichiarante, vanificherebbe la funzione di riscontro oggettivo e la pretesa convergenza.
2.3 S'impone ulteriore precisazione: quando la contestazione riguardi la partecipazione ad un'associazione per delinquere, la conferma dell'attendibilità dell'accusa proveniente da un collaboratore di giustizia può provenire anche da altro collaboratore, seppure riferisca un fatto diverso, ma comunque indicativo e significativo della partecipazione all'associazione, a nulla rilevando che sia collocabile in altro contesto temporale o che riguardi una differente condotta, purchè ricadente nel periodo indicato nell'imputazione. In tema di reati associativi, oggetto di accertamento è la condotta di partecipazione o direzione, intesa quale stabile e volontaria compenetrazione del soggetto nel tessuto organizzativo del sodalizio; ne consegue che l'elemento di riscontro individualizzante non deve rappresentare le medesime circostanze o attività attribuite all'accusato dal chiamante in correità, che potrebbero persino non assumere un rilievo autonomo sul piano dell'illecito penale, posto che il "fatto" da dimostrare non è il   singolo comportamento dell'associato, quanto la sua appartenenza all'organizzazione criminosa (sez. 5, n. 21562 del 03/02/2015, Fiorisi, rv. 264704; sez. 2, n. 24995 del 14/05/2015, Pg, Rechichi ed altri, rv. 264380; sez. 1, n. 10734 del 23/01/2013, Marrone, rv. 254885; sez. 2, n. 23687 del 3/05/2012, D'Ambrogio ed altri rv. 253221). Va dunque disattesa la contraria deduzione, prospettata dalla difesa del Bruno, secondo la quale il riscontro estrinseco deve riguardare il fatto storico oggetto di narrazione da parte del chiamante in correità e la condotta concreta da questi descritta ed attribuita all'accusato. Si trascura in tal modo che l'illecito addebitato a colui che sia indicato in tesi accusatoria quale associato mafioso non consiste nell'aver tenuto uno specifico comportamento, nell'aver mantenuto determinate relazioni personali o nell'aver compiuto un'azione riprovevole, ma '11l'aver preso parte ad una formazione di stampo mafioso, intesa non quale "status di appartenenza, ma quale assunzione di "un ruolo dinamico e funzionale, in esplicazione del quale l'interessato "prende parte" al fenomeno associativo, rimanendo a disposizione dell'ente per il perseguimento dei comuni fini criminosi" (Cass. S.U., n. 33748 del 12/7/2005, Mannino, rv. 231670). L'autorevole Collegio ha specificato come, in difetto di prove direttamente rappresentative dell'ingresso del singolo nella compagine criminosa, la dimostrazione della partecipazione possa essere legittimamente desunta da indicatori fattuali dai quali, sulla base di attendibili regole di esperienza, tratte dalla realtà già riscontrata e dalle modalità di funzionamento dello specifico fenomeno criminoso, possa logicamente inferirsi l'appartenenza quale stabile inserimento dell'associato nella configurazione organizzativa del sodalizio. Lo stesso orientamento confermato dalle più recenti pronunce (Cass. sez. 1, n. 1470 del 11/12/2007, P.G. in proc. Addante e altri, rv. 238839; sez. 6, n. 24469 del 05/05/2009, Bono e altro, rv. 244382; sez. 6, n. 40520 del 25/10/2011, Falcone, rv. 251063; sez. 6, n. 2309 del 15/10/2013, Iamonte, rv. 258784; sez. 5, n. 6882 del 06/11/2015, Caccamo e altri, rv. 266064) ha però avvertito l'esigenza di precisare che è necessaria l'acquisizione di indizi gravi, precisi e plurimi, fra i quali, a titolo esemplificativo, nella prassi applicativa giudiziaria vanno annoverati "i comportamenti tenuti nelle pregresse fasi di "osservazione" e "prova", l'affiliazione rituale, l'investitura della qualifica di "uomo d'onore", la commissione di delittiscopo, oltre a molteplici, ma significativi "facta concludentia", in grado di dimostrare, fuori da alcun automatismo probatorio, il fatto del vincolo associativo che lega il partecipe alla compagine, l'adesione al "pactum scleleris", la volontà individuale di appartenenza e quella del gruppo di annoverare e riconoscere il singolo tra i suoi esponenti. La dimostrazione di tali indicatori può essere ricavata anche da singole propalazioni di collaboratori di giustizia, seppure dal tenore non coincidente, purchè dal fatto rappresentato sia possibile, mediante ragionamento inferenziale rispettoso della logica, debitamente illustrato nei suoi snodi giustificativi, risalire univocamente alla condotta partecipativa. Per quanto in seguito illustrato, secondo quanto si esporrà per le singole posizioni, la sentenza impugnata si è attenuta a tali principi e non merita censure.   
3. Altra questione sollevata da più ricorrenti, condannati per la fattispecie di partecipazione ad associazione mafiosa, investe la ritenuta sussistenza delle circostanze aggravanti di cui all'art. 416-bis, commi 4 e 6, cod. pen..
3.1 Quanto alle contestazioni sulla riferibilità alle persone dei ricorrenti Acquisto, Biondo, Bruno, D'Anna, Lo Cascio, Lo Piccolo, Messina e Di Bella di armi di pertinenza dell'associazione, le censure paiono generiche, ancorate a principi teorici, non in grado di confutare le puntuali considerazioni espresse concordemente dai giudici di merito nelle due rispettive sentenze. Premesso che la natura armata di "cosa nostra" come sodalizio criminoso e l'impiego della violenza e di armi per la soppressione dei suoi nemici esterni o interni e la realizzazione dei suoi scopi antigiuridici costituiscono dati conoscitivi di sicura acquisizione in separati procedimenti già definiti, nel presente giudizio, le cui risultanze sono state lette nell'ambito di un'analisi congiunta con quanto emerso nei procedimenti che hanno riguardato il medesimo mandamento mafioso sotto la direzione di Salvatore e Sandro Lo Piccolo ed il compimento di gesti violenti a mano armata da parte di suoi esponenti, è stato positivamente riscontrato il possesso illegale di armi e munizioni da parte di costoro, nonché dell'Adamo e del Pulizzi, anch'essi ospitati nel medesimo alloggio ed esponenti mafiosi a capo di diverse famiglie, rispettivamente di quelle di Brancaccio e di Carini, perché rinvenute nell'ultimo nascondiglio all'atto del loro arresto in numero e consistenza tali da essere definite un "arsenale" a disposizione della cosca, eccedendo le esigenze di difesa personale dei latitanti. Risulta dunque corretta ed adeguatamente motivata la statuizione di conferma della sussistenza della circostanza in esame, frutto della considerazione dei dati probatori acquisiti e della puntuale applicazione al caso dei principi interpretativi, già dettati da questa Corte, secondo i quali per poter ravvisare i presupposti della circostanza aggravante di cui all'art. 416-bis cod. pen., commi 4 e 5, non è richiesta nemmeno l'esatta individuazione delle armi, né che le stesse siano conservate in uno stesso luogo in grado di fungere da deposito cui l'organizzazione possa attingere al bisogno: è sufficiente che i sodali possano averne la disponibilità, anche se materialmente detenute da uno di essi. Inoltre, la sua natura oggettiva ne comporta la riferibilità a tutti i partecipi che abbiano consapevolezza della disponibilità di tali dispositivi da parte degli associati o che la ignorino per colpa secondo il criterio di imputazione soggettiva, prescritto dall'art. 59 cod. pen. (Cass. sez. 5, n. 1703 del 24/10/2013, Sapienza e altri, rv. 258956; sez. 6 n. 42385 del 15/10/2009, Ganci, rv. 244904; sez. 1 n. 5466 del 18/4/1995, Farinella, rv. 201650), ignoranza a maggior ragione esclusa nel caso di specie, in cui il carattere armato della mafia rientra nel fatto notorio, perché già accertato incontrovertibilmente in precedenti pronunce giudiziarie ed oggetto di notizia ampiamente diffusa nella popolazione, non solo locale (Cass. sez. 6, n. 38796 del 17/6/2014, lana, non massimata; sez. 1 n. 13008 del 28/9/1998, Bruno e altri, rv. 211901). La validità di tali assunti è stata ribadita anche nei casi in cui sia provato solamente il possesso di una pistola da parte di un unico appartenente al sodalizio a ragione del fatto che le armi costituiscono lo strumento più immediato e di sperimentata efficacia per realizzare altrui 38 Corte di Cassazione - copia non ufficiale sopraffazione mediante l'intimidazione e la reticenza nel tradizionale modulo comportamentale mafioso (Cass. sez. 1, n. 44704 del 05/05/2015, lana e altri, rv. 265254; sez. 5 n. 18837 del 5/11/2013, Corso ed altri, rv. 260919; sez. 6 n. 11194 dell'8/3/2012, Lupo, rv. 252177; sez. 2, n. 23687 del 03/05/2012, D'Ambrogio ed altri rv. 253221; sez. 2, n. 24995 del 14/05/2015, Rechichi ed altri, rv. 264380). 3.2 In ordine alla circostanza aggravante di cui al comma 6 dell'art. 416-bis cod. pen., sussistente quando le attività economiche di cui gli associati intendano assumere o mantenere il controllo siano finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto o il profitto di delitti, la linea interpretativa costante proposta da questa Corte ha affermato la sua natura oggettiva e la necessaria pertinenza all'attività dell'associazione e non alla condotta del singolo partecipe, il quale ne risponde per il solo fatto di essere associato, dato che, appartenendo da anni al patrimonio conoscitivo comune che "cosa nostra" opera nel campo economico, utilizzando ed investendo i profitti di delitti che pone in essere in esecuzione del suo programma criminoso, non è configurabile l'ignoranza di tali circostanze in capo ad un soggetto che ne faccia parte da affiliato (da ultimo: sez. 6, n. 44667 del 12/05/2016, Pg in proc. Camarda ed altri, rv. 268677 in motivazione; sez. 5, n. 52094 del 30/09/2014, Spadaro Tracuzzi, rv. 261334; Sez. U, n. 25191 del 27/02/2014, Iavarazzo, rv. 259589). Appare illuminante richiamare quanto statuito dalle Sezioni Unite nella citata pronuncia Iavarazzo: "11.1. L'aggravante di cui all'art. 416 bis c.p., comma 6, ricorre quando gli associati cercano di penetrare in un determinato settore della vita economica e si pongono nelle condizioni di influire sul mercato finanziario e sulle regole della concorrenza, finanziando, in tutto o in parte, le attività con il prezzo, il prodotto o il profitto di delitti. L'aggravante in esame stabilisce una precisa correlazione logico-causale tra le diverse finalità indicate nel terzo comma dell'art. 416 bis c.p., colte nella loro proiezione dinamico-strutturale, essendo delineato un chiaro nesso funzionale tra la consumazione di delitti, la gestione di attività imprenditoriali, la realizzazione di vantaggi ingiusti, intesi o quale derivazione da attività economiche sanzionate come contravvenzione o quali aspetti complementari al controllo delle attività economiche. L'apporto di capitale deve corrispondere ad un reinvestimento delle utilità procurate dalle azioni delittuose. Il riferimento all'attività economiche è da intendere come intervento in strutture produttive dirette a prevalere, nel territorio di insediamento, sulle altre strutture che offrano beni e servizi....Come si desume dal chiaro tenore letterale dell'art. 416 bis c.p., comma 6, ai fini della configurabilità dell'aggravante non è necessario che l'attività imprenditoriale mafiosa venga finanziata interamente con fondi provenienti da delitto: la norma stabilisce espressamente, infatti, che deve ritenersi configurata l'aggravante anche se il finanziamento è di tipo misto, ossia è alimentato, in parte, dagli utili della gestione formalmente lecita e, in parte, dai proventi delittuosi.....11.2. L'aggravante, che appartiene al novero di quelle speciali, ha natura oggettiva (art. 70 c.p.), poichè il perseguimento della finalità descritta nell'art. 416 bis c.p., comma 6, mediante i proventi dei delitti, costituisce una connotazione obiettiva dell'associazione e ne qualifica la pericolosità al pari del suo carattere   armato. In coerenza con tale natura dell'aggravante è da ritenere che essa vada riferita all'attività dell'associazione in quanto tale e non necessariamente alla condotta del singolo partecipe (Sez. 5, n. 12251 del 25/01/2012, Monti, Rv. 252172;
Sez. 6, n. 6547 del 10/10/2011, Panzeca, Rv. 252114; Sez. 6, n. 42385 del 15/10/2009, Ganci, Rv. 244904; Sez. 6, n. 17249 del 26/01/2004, Rv. 228111;
Sez. 2, n. 5343 del 28/01/2000, Oliveri, Rv. 215908). Ne consegue che, ai fini della sussistenza dell'aggravante di cui all'art. 416 bis c.p., comma 6, non è necessario che il singolo associato s'interessi personalmente di finanziare, con i proventi dei delitti, le attività economiche, di cui i partecipi dell'associazione mafiosa intendano assumere o mantenere il controllo (Sez. 1, n. 4375 del 25/06/1996, Trupiano, Rv. 205497). La natura oggettiva della circostanza aggravante comporta, in applicazione di quanto stabilito dall'art. 59 c.p., comma 2, (introdotto dalla L. del 7 febbraio 1990, n. 19), che essa sia valutabile a carico di tutti i componenti del sodalizio, sempre che essi siano stati a conoscenza dell'avvenuto reimpiego di profitti delittuosi, ovvero l'abbiano ignorato per colpa o per errore determinato da colpa. Peraltro, qualora sia in concreto accertata la normalità e frequenza del reimpiego di profitti delittuosi da parte di un determinato sodalizio di tipo mafioso, ciascuno dei membri del sodalizio mafioso deve considerarsi al corrente della relativa circostanza e deve, di regola, ritenersi ascrivibile a colpa l'eventuale ignoranza sul punto da parte di taluno dei componenti". Nel caso in esame, contrariamente a quanto sostenuto dalle difese, l'aggravante in questione non è stata riconosciuta in via automatica o soltanto in base al criterio del fatto notorio, che, per quanto esposto, costituirebbe già corretto parametro d'imputazione; in aggiunta sono state valorizzate le conoscenze probatorie acquisite sulle modalità operative di "cosa nostra", sull'attività estorsiva perpetrata e sui flussi di ricchezza conseguiti, nonché sulle molteplici iniziative economiche dei Lo Piccolo nel settore del riciclaggio dei proventi delle intraprese criminose condotte, conoscenze arricchite da ulteriori dati specifici, evidenziati nella sentenza in verifica, in riferimento alle vicende dell'intestazione fittizia dell'impresa Lucia, oggetto di specifica contestazione al capo 3), nonché alla gestione di imprese attive nel settore edile da parte dei coimputati Acquisto e Cinà nell'interesse anche di esponenti mafiosi, evenienza già accertata nei confronti del Cinà con sentenza di condanna irrevocabile. Per confutare l'analitico percorso motivazionale esposto nella sentenza impugnata ed il criterio di giudizio adottato non giova richiamare quanto statuito da questa Corte, sez. 5, n. 12251 del 2012, Monti, già citata, che, rifacendosi all'orientamento consolidato, aveva censurato la struttura della motivazione della sentenza annullata,sul punto, per avere in modo apodittico ritenuto che i proventi dell'attività estorsiva condotta da "cosa nostra" fossero stati reinvestiti nelle imprese gestite dagli imputati "nonostante l'assenza, tra l'altro, di verifiche sulla titolarità, dimensioni, tipologia dell'attività, data di costituzione dell'impresa, e forme di finanziamento di essa", quindi per una carenza di dati conoscitivi attinenti alle vicende fattuali, oggetto di contestazione. Medesima carenza non è dato rinvenire nella sentenza impugnata  per le ragioni già esposte, il che comporta il rigetto di tutti i motivi, proposti nelle singole impugnazioni, relativamente all'aggravante.
4. Altra tematica che merita una considerazione unitaria riguarda la delimitazione temporale della protrazione della condotta partecipativa, che le difese degli imputati Acquisto, Di Bella, Lo Piccolo, Messina e Lo Cascio assumono essere stata individuata sino al 13/12/2010 in conformità all'imputazione, ma in assenza di un corredo probatorio che vi fornisse adeguato supporto dimostrativo con ricadute sfavorevoli per le loro posizioni in termini di applicazione di trattamento sanzionatorio più severo rispetto a quello vigente prima dell'introduzione dei nuovi limiti edittali di pena operati dalla legge n. 125/2008. 4.1 La sentenza impugnata, pur avendo dato atto che i contributi conoscitivi offerti dalle prove dichiarative riguardavano accadimenti non successivi all'anno 2007 e senza avere evidenziato la successiva commissione da parte degli imputati di fatti specifici, dimostrativi del mantenimento del vincolo associativo anche nel periodo successivo, ha ritenuto di respingere le richieste difensive a ragione della natura permanente della condotta associativa, frutto di una determinazione duratura nel tempo e destinata a protrarsi "sino a prova contraria", ovvero fino a che non fosse offerta prova del recesso volontario da parte dell'associato o della sua esclusione dal sodalizio per volontà altrui. 4.2 La Corte ritiene di dover dissentire da siffatta impostazione: in presenza di una contestazione "chiusa" dell'illecito, che nel caso presente configura l'azione partecipativa come consumata sino al 13/12/2010 a partire dalla fine degli anni novanta, includendo un ampio arco temporale, nel quale risultano essersi succedute leggi diverse a disciplinare gli aspetti sanzionatori della fattispecie penale con effetti peggiorativi per l'imputato, è onere dell'accusa dimostrare che la partecipazione alla formazione criminosa si è protratta per tutto il periodo indicato nell'imputazione (sez. 2, n. 23343 dell'1/03/2016, Ariano ed altri, rv. 267080; sez. 5, n. 25578 del 15/5/2007, Sinagra, rv. 237707; sez. 1, n. 39221 del 26/2/2014, Pg in proc. Panzeca ed altri, rv. 260511). La pretesa di dedurre dalla natura permanente dell'illecito una presunzione relativa di protrazione con onere a carico dell'imputato di fornire la prova contraria della sua cessazione in un momento anticipato a quello indicato nell'accusa,quando da tale accertamento dipenda la sottoposizione ad una disciplina della pena più severa, è sconfessata dall'orientamento più recente emerso nella giurisprudenza di legittimità, tanto in sede esecutiva, quanto in quella di cognizione, il che è ancor più valido nel caso in esame in cui tra il 2007 ed il 13/12/2010 sono trascorsi quasi tre anni senza che la sentenza abbia individuato il compimento di ulteriori atti significativi della ritenuta prosecuzione del vincolo associativo. La rilevata carenza di motivazione su un punto rilevante ai fini dell'individuazione della pena legalmente irrogabile agli imputati ritenuti responsabili del delitto associativo di cui ai capi 1) e 2) impone l'annullamento con rinvio della sentenza nei confronti degli imputati Acquisto, Di Bella, Lo Piccolo, Messina e Lo Cascio, con estensione della medesima statuizione anche nei confronti dei ricorrenti Biondo, Bruno e D'Anna che non hanno sollevato la   questione, potendosi riferire la stessa anche alle loro posizioni, non riguardando un aspetto del trattamento punitivo inerente le sole persone dei coimputati che ne hanno fatto oggetto di specifica censura: nel giudizio di rinvio il giudice di merito dovrà verificare se vi siano agli atti dati indicativi della protrazione delle condotte associative sino al 2010. Vanno ora esaminate le singole posizioni.
5. Il ricorso proposto nell'interesse di Michele Acquisto è infondato in tutti i motivi diversi da quello riguardante la pena. p
5.1 Condannato per il delitto di cui al capo 2) di partecipazione ad associazione mafiosa quale imprenditore colluso con la mafia per avere svolto attività di impresa, quale socio accomandatario della s.a.s. Edil Restauri di Acquisto Michele in collaborazione e con l'apporto di esponenti del mandamento mafioso di S.Lorenzo, contesta l'acquisizione di prova del compimento di condotte significative del suo inserimento nel sodalizio a ragione del contrasto nelle versioni fornite dai due collaboratori,Nuccio e Franzese,in ordine ai rapporti economici intercorsi tra esso ricorrente ed il Franzese. La sentenza ha esaminato analiticamente le doglianze contenute nel gravame e rilevato che dalle propalazioni dei collaboratori Franzese e Nuccio, ritenuti attendibili e convergenti, fosse emerso ben più che la mera conoscenza D\Lt C,r personale tra ti Franzese, nel senso che il ricorrente, già legato a rapporto societario con tale Felice Orlando, successivamente ucciso e vicino agli esponenti mafiosi Giovanni Cusimano e Gianni D'Angelo, aveva costituito una società di fatto fra lo stesso ed il Franzese, allora latitante e capo della cosca di Partanna Mondello, per la conduzione dell'attività di costruttore, di cui erano stati informati i Lo Piccolo, con suddivisione degli utili, sebbene il socio occulto non avesse svolto in concreto nessun tipo di attività, se non favorire l'assegnazione di lavori e subappalti. Era quanto si era verificato per la realizzazione di edifici nella zona di Palazzo Gamma, iniziativa condotta da un imprenditore, tale ing. Morillo, al quale, tramite l'intervento personale del Nuccio, era stato imposto dall'organizzazione mafiosa l'affidamento in subappalto di alcuni lavori all'impresa dell'Acquisto, perché appunto condotta con l'apporto del Franzese. Ad ulteriore riprova del ruolo di protratta collaborazione del ricorrente anche con diversi esponenti mafiosi,la sentenza ha utilizzato quanto riferito dal collaboratore Maurizio Spataro, il quale, a conferma del legame, precedente a quello col Franzese, tra l'Acquisto e Diego Di Trapani come descritto dal Nuccio, ha riferito che egli, uomo di fiducia di Diego Di Trapani, nel periodo 2005-2006 aveva fatto da tramite tra Giovanni Bonanno e lo stesso Di Trapani, poiché, essendo quest'ultimo agli arresti domiciliari in Cinisi, era impedito nei movimenti e non poteva recarsi a Palermo; l'Acquisto aveva quindi portato messaggi dall'uno all'altro anche per fissare appuntamenti legati alla conduzione della comune attività estorsiva. La sentenza ha evidenziato ulteriori dati informativi forniti sul conto dell'Acquisto dal collaboratore Manuel Pasta, secondo il quale, per quanto appreso dal di lui genero Alessandro Di Fiore, indicato quale esponente mafioso dedito alle estorsioni nella zona di Resuttana e da Michele Di Trapani, fratello di Diego, egli sino al 2007 e sino a che i Di Trapani erano rimasti   criminalmente attivi aveva condotto l'attività di costruttore edile, favorito dal legame con la famiglia Di Trapani, dalla quale aveva ricevuto agevolazioni per l'acquisizione di lavori. Del pari, secondo i giudici di merito, anche le notizie fornite dal collaboratore Arnone sono coerenti con la tesi accusatoria per avere costui riferito che il ricorrente aveva gestito l'attività d'impresa, dividendo gli utili con la famiglia mafiosa dei Lo Piccolo, avendo realizzato delle villette di fronte alla zona denominata Zen 2 presso le quali aveva impegnato quale guardiano il genero Di Fiore. Infine, oltre agli apporti dichiarativi dei predetti collaboratori, la sentenza ha utilizzato anche quanto emerso dall'attività intercettativa condotta in altro procedimento nei confronti di soggetto condannato quale esponente mafioso, tale Salvatore Gottuso; da due conversazioni del 20 e 28 gennaio 2004, intrattenute da costui, ha ricavato prova del contrasto insorto tra due fazioni mafiose, capeggiate rispettivamente da Vincenzo Collesano e da Salvatore Davì da poco scarcerato, su chi dovesse acquisire dei lavori edilizi nella zona d'influenza, e del coinvolgimento nella vicenda anche di Michele Acquisto, della cui visita e della cui comunanza d'interessi col Collesano il Gottuso, parlando col Davì, aveva discusso. La sentenza ha quindi segnalato come a conferma delle cointeressenze e della vicinanza personale tra il ricorrente ed il Collesano, uomo d'onore di Partanna Mondello, che lo aveva tle abilitato a rapportarsi con altro esponente dell'organizzazione, quale il Gottuso, militasse anche quanto emerso da una conversazione telefonica tra i due del 12 maggio 2004 dai toni confidenziali e complici.
5.2 Tanto premesso, deve concludersi per la correttezza giuridica e l'ampia giustificazione che sorregge il giudizio di responsabilità, confermato a carico dell'Acquisto, per avere egli stretto un rapporto sinallagmatico di reciproco vantaggio con esponenti mafiosi via via diversi nel tempo, mediante accordi per l'acquisizione e la gestione di iniziative economiche, alle quali gli uomini d'onore avevano apportato protezione ed il favore, indebitamente ottenuto con i metodi del condizionamento mafioso, nell'assegnazione di lavori di costruzione, nell'ambito del quale rapporto egli si era reso disponibile anche a veicolare messaggi e notizie tra mafiosi, resisi necessari per il mantenimento dei contatti a distanza e per la concreta operatività dell'organizzazione. L'inquadramento giuridico del suo ruolo e del suo operato nella figura dell'imprenditore colluso con l'organizzazione mafiosa, partecipe ad essa, che, seppur non affiliato formalmente, apporta un contributo stabile in termini di occasioni di profitto e di investimento in intraprese all'apparenza lecite, senza imporre agli uomini d'onore di palesare le loro persone ed i loro interessi, e mette a disposizione se stesso e la propria impresa per realizzare gli scopi antigiuridici dell'associazione, non merita censure, perchè rispetta i principi interpretativi dettati dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo i quali il colluso, a differenza dell'imprenditore che è soggetto all'imposizione mafiosa, "ha consapevolmente rivolto a proprio profitto l'essere venuto in relazione col sodalizio mafioso" (sez. 5, n. 47574 del 07/10/2016, Falco, rv. 268403; sez. 5, n. 50130 del 17/07/2015, Annunziata, rv. 265584;   sez. 2, n. 49093 del 01/12/2015, Cangiano, rv. 265286; sez. 5, n. 39042 del 01/10/2008, Samà, rv. 242318; sez. 1, n. 46552 del 11/10/2005, D'Orio, rv. 232963).
5.3 Non hanno pregio le obiezioni difensive: la sentenza impugnata con motivazione diffusa e priva di qualsiasi profilo di illogicità, quindi incensurabile in questa sede di legittimità, ha già respinto le contestazioni sull'asserita divergenza delle dichiarazioni del Nuccio e del P Franzese in ordine alla società occulta costituitasi tra quest'ultimo epr l'Acquisto e sui lavori realizzati nel nel comune interesse, nonché sulla non riconducibilità della condotta di imprenditore colluso alla fattispecie tipica della partecipazione al sodalizio mafioso, che ha respinto, individuando un nucleo narrativo comune tra i predetti propalanti, ritenuto attendibile e significativo, non smentito dalle informazioni fornite dal teste Piazza perché riguardanti lavori di costruzione diversi da quelli intrapresi dal defunto ing. Morillo. Con l'impugnazione la difesa pare pretendere un'esatta e totale corrispondenza nel narrato dei collaboratori, che si pone al di fuori dei requisiti per la valida utilizzazione della chiamata in correità; inoltre, riporta soltanto alcuni minimi stralci dei verbali di udienza, parcellizzati ed avulsi dal contesto dichiarativo, quindi non rispondenti al canone dell'autosufficienza e non tiene conto dell'analitica e razionale risposta già offerta in sentenza a tutte le sue contestazioni anche sulla non riconducibilità a meri rapporti professionali dei contatti personali dimostrati. Inoltre, tali contestazioni omettono comunque di confutare l'intero ragionamento probatorio condotto dai giudici di appello, non esprimendo censure alle informazioni fornite dal collaboratore Arnone ed alla considerazione dei dati intercettativi in chiave confermativa degli ulteriori elementi acquisiti.
5.4 Quanto agli ulteriori motivi sulle circostanze aggravanti di cui all'art. 416-bis cod. pen. e sulla determinazione della pena in funzione della delimitazione del tempus commissi delicti valgono i rilievi già esposti nella parte iniziale.
6. Salvatore Baucina, condannato con entrambe le sentenze di merito per estorsione aggravata continuata di cui al capo 20) in danno di Calogero Mauro, reato unificato per continuazione con quelli di cui agli artt. 416-bis e 629 cod. pen., giudicati con sentenza del 16/7/2011, irrevocabile il 22/1/2013, si duole del solo trattamento sanzionatorio, di cui assume l'eccessivo ed ingiustificato rigore. La sentenza impugnata ha in realtà giustificato le scelte sanzionatorie compiute con il pertinente riferimento alla gravità della condotta a ragione delle sue modalità esecutive e delle finalità perseguite, per le quali ha ravvisato l'operatività della circostanza aggravante di cui all'art. 7 L. n. 203/91, con inevitabili effetti di incremento della pena; ha comunque accolto l'istanza difensiva di unificazione dell'episodio con i reati giudicati separatamente e rapportato tutte le violazione alla fattispecie del reato continuato, che ha mitigato la severità del cumulo materiale delle pene. Non si ravvisano dunque i vizi denunciati, poiché la sentenza ha esposto con motivazione congrua ed immune da vizi logici le ragioni della decisione, rispetto alla quale la sola considerazione dell'importo contenuto del prezzo dell'estorsione, oltre ad integrare una   doglianza in punto di fatto, isola un solo aspetto oggettivo della vicenda, senza considerare quelli soggettivi ed il contesto di riferimento. Il ricorso va dunque respinto con la conseguente condanna del proponente al pagamento delle spese processuali.
7. Mario Biondo contesta sotto plurimi profili il giudizio di responsabilità, confermato a suo carico dalla sentenza impugnata in ordine al delitto di partecipazione ad associazione di stampo mafioso di cui al capo 2).
7.1 II primo motivo si duole del mancato espletamento di perizia grafica, sollecitata per accertare se la grafia presente sui due messaggi contrassegnati come D59 e D60, rinvenuti presso l'ultimo covo dei Lo Piccolo ed indirizzati a Sandro Lo Piccolo, fosse opera del ricorrente, cui sono attribuiti in tesi accusatoria. La sentenza in esame ha respinto la richiesta, basandosi su una pluralità di considerazioni non scalfite nella loro tenuta logica e nella correttezza giuridica dalle censure difensive. Ha osservato che l'attribuzione alla persona del Biondo delle due missive era stata compiuta, non già per essere costui l'autore materiale degli scritti, che avrebbero potuto essere opera di altra mano su sua dettatura, ma per esserne il mittente, individuato in funzione di una pluralità di elementi probatori di natura indiziaria. A tal fine ha valorizzato: a) l'attinenza del nome convenzionale "camion", col quale i biglietti erano stati firmati, alla attività di autotrasportatore, svolta dal ricorrente con la ditta LO.BI ., di cui era socio con i fratelli, occupatasi del trasporto di generi alimentari per la grande distribuzione e, secondo quanto riferito concordemente dai collaboratori Nuccio e Spataro, dei prodotti Coca Cola fino al dicembre 2004, ossia fino a quando il deposito palermitano, situato in via Rosario Nicoletti nn. 17-19, era ancora attivo; b) l'uso dell'appellativo "cugino" per rivolgersi a Sandro Lo Piccolo, destinatario delle missive, in conformità all'accorgimento, riferito dal collaboratore di giustizia Antonino Nuccio, adottato anche dagli altri appartenenti alla stessa cosca per evitare di farne il nome apertamente e di essere intercettati; c) il riferimento ad un'attività svolta presso uno stabilimento acquistato dai fratelli Arena di Enna Valguarnera nell'ambito della richiesta di interessamento presso la nuova proprietà affinchè l'autore delle missive potesse continuare a parcheggiare il mezzo nello spiazzo attiguo al deposito ed ottenesse l'assegnazione dei servizi di trasporto; d) l'individuazione di tale stabilimento nel deposito di Coca Cola di via Rosario Nicoletti 17-19, di proprietà della SIBEG di Luca Busi, al cui acquisto si erano interessati nell'estate del 2007 i fratelli Arena, titolari del marchio di grande distribuzione SIDIS; e) la conferma offerta da Gioacchino Arena di un interessamento per l'acquisto dello stabilimento e di un contatto col Busi, che gli aveva riferito dell'esistenza di più soggetti potenziali acquirenti, ed il mancato perfezionamento delle trattative per l'acquisto a causa dell'eccessiva entità dell'impegno finanziario richiesto; f) la conferma, fornita dal Nuccio, della disponibilità in capo al ricorrente dell'area utilizzata a parcheggio nei pressi del predetto deposito della Coca Cola e della verificazione in quel luogo di incontri tra lo stesso ed esponenti mafiosi, previo accesso   all'area tramite l'apertura di un cancello elettrico; g) l'effettivo acquisto dell'immobile da parte di, società di proprietà dei fratelli Abate di Catania, avvenuto successivamente nell'aprile 2008.
7.2 Alla lettura coordinata di tali elementi di sicura acquisizione e convergenti, nel giudizio della Corte di appello, nell'indicare univocamente il Biondo quale soggetto mittente, che aveva investito il "cugino" Sandro Lo Piccolo della richiesta di un interessamento in suo favore per poter continuare ad utilizzare l'area destinata a parcheggio ed ottenere il servizio di distribuzione dei prodotti, la difesa oppone argomentazioni inconsistenti e già superate dalla puntuale ed attenta motivazione della sentenza di appello, priva di qualsiasi profilo di illogicità o arbitrarietà. Invero, che il piazzale di cui era fatta menzione nel messaggio D59 fosse quello annesso allo stabilimento della s.r.l. SIBEG, frequentato dal Biondo nell'ambito della sua ,t attività di ai totrasportatore, risulta affermato con corretto procedimento inferenziale in base ai dati oggettivi di ubicazione, appartenenza, disponibilità materiale in capo al ricorrente, attestata dal Nuccio, nonché all'effettivo interessamento per l'acquisto da parte degli Arena di Valguarnera. L'unica informazione dissonante riguarda l'avvenuto acquisto da parte degli stessi imprenditori ennesi, che nel settembre del 2007 non si era perfezionato, mentre l'immobile soltanto nell'aprile 2008 sarebbe stato ceduto alla Iniziativa Partanna Immobiliare della s.p.a. Roberto Abate dei fratelli Abate di Catania: al riguardo la sentenza con osservazioni per nulla illogiche o travisanti ha ritenuto che l'autore della missiva fosse caduto in errore nel ritenere che gli Arena, effettivamente impegnati a loro volta nel settore della grande distribuzione come riferito nel biglietto D59 ed interessati ad acquisire l'immobile, l'avessero già acquistato, anzichè essersi limitati ad un contatto preliminare col Busi. Del resto, ad avvalorare la tesi del riferimento ad un bene diverso da quello frequentato dal Biondo, non risulta nemmeno allegato che prima del settembre 2007 gli Arena avessero acquisito o visionato altro immobile similare in Palermo, né che nello stesso periodo gli Abate fossero già stati in possesso dello stabilimento della SIBEG, acquistato a distanza di diversi mesi.
7.3 Del pari anche la possibilità che il mittente non fosse il ricorrente, ma uno dei di lui fratelli Salvatore o Francesco, che avevano svolto la medesima attività, è stata esclusa con motivazione coerente: non soltanto si è riportato che il Nuccio aveva indicato in Mario Biondo, e noni uno dei suoi fratelli, il soggetto che aveva messo a disposizione il piazzale per gli incontri con alcuni esponenti mafiosi, ma sono stati valorizzati ulteriori dati individualizzanti, desunti dalle stesse missive.
7.3.1 In particolare, il testo del biglietto D59 trattava anche la richiesta di intervento per risolvere le difficoltà, causate dal titolare di una sala giochi di viale Strasburgo, alle attività concorrenti di Giovanni e di un amico del mittente, rimasti "fermi" a causa del fatto che, grazie alla promozione pubblicitaria ed alle quote elevate riconosciute, tale esercizio che aveva etoi attirato molti clienti/ causa di molte lamentele, per cui il soggetto firmatosi "camion" si era proposto per trovare una soluzione anche tramite un amico di Partinico. I soggetti menzionati nella missiva sono stati così identificati: Giovanni in Giovanni Botta, già condannato irrevocabilmente per i delitti di cui all'art. 416-bis e 648-bis e per gioco d'azzardo, gestito   delega dei Lo Piccolo; il titolare dell'esercizio di viale Strasburgo in Antonino Quattrocchi, risultato intestatario dal 9 settembre 2006 di licenza per sala giochi e, per sua dichiarazione, rimasto vittima di plurimi atti intimidatori, di una rapina nel febbraio 2007 e destinatario della richiesta avanzata da Giovanni Botta di gestire in società un punto Snai, cosa che lui aveva rifiutato; in Mario Biondo il mittente in quanto, secondo il Nuccio, era gestore di fatto di una sala giochi in via Giovanni Di Giovanni, luogo descritto anche come sede di incontri mafiosi con Andrea Gioè, Mimmo Serio e Nino Mancuso, mentre secondo il collaboratore Manuel Pasta egli era interessato ad espandere il proprio impegno nel settore delle estorsioni e del gioco d'azzardo, come riferitogli da Giuseppe Biondino. La difesa ha mosso obiezioni alla valutazione esposta in sentenza per segnalare dei presunti "salti logici" che in realtà non sono tali. In primo luogo, non si confuta la rilevata convergenza nelle informazioni fornite dal Nuccio e dal Pasta, acquisite in via del tutto autonoma, sugli interessi del ricorrente nel settore del gioco d'azzardo e nell'espansione del suo impegno su tale fronte. Si pretende poi l'inconciliabilità tra l'epoca di commissione degli atti intimidatori subiti dal Quattrocchi e quella di redazione delle due missive, nelle quali la sistemazione della vicenda non era ancora avvenuta: non si comprende la denunciata incompatibilità, perché, al contrario di quanto sostenuto in ricorso, la sentenza ha già rilevato che gli atti di pressione erano stati compiuti per costringere il Quattrocchi a venire a patti col Botta, ovvero a cessare l'attività, -come suggerito in altri due "pizzini" contrassegnati come T6 e Z3, riferiti a detta agenzia per l'indicazione della sua ubicazione di fronte a Barone, esaminati a pag. 160 della sentenza di primo grado- e che, nonostante tali iniziative criminose, il Quattrocchi non si era piegato ai voleri dell'organizzazione. Ha già ricevuto congrua risposta anche l'obiezione sul contrasto tra quanto riferito dal Nuccio sul conflitto tra il Biondo ed il Botta nel settore del gioco d'azzardo e quanto emergente dalla missiva, ritenuto indicativo di una cointeressenza tra i due. In realtà, la sentenza ha affermato esattamente il contrario, ossia che dalla lettera era soltanto deducibile l'interessamento dell'autore per dare una mano ai "ragazzi" in difficoltà, tra i quali il Botta, la cui attività era tenuta distinta da quella dell'amico dello scrivente con esercizio in via Di Giovanni, come emergente anche dalla missiva D60; nessuna cointeressenza ne emerge, ma soltanto una sollecitazione ai Lo Piccolo per risolvere le difficoltà dei soggetti loro vicini impegnati in quel settore.
7.3.2 Ulteriore dato ritenuto significativo per identificare nel Biondo il soggetto firmatosi "camion" è costituito dal passaggio della missiva D60 nel quale il mittente ringraziava il Lo Piccolo per gli auguri fattigli pervenire per la "parruccheria", accenno che si è ritenuto riguardare la nuova attività commerciale intrapresa dalla moglie del ricorrente, poiché costei all'anagrafe tributaria era risultata titolare di una posizione per un esercizio di parrucchiere e barbiere, aperta il 9 luglio 2007, quindi un mese prima circa della lettera del 7/8/2007. In sentenza si è respinta la censura difensiva, secondo la quale l'accenno non poteva riguardare l'attività della moglie del Biondo, poiché nulla a quella data era risultato all'ufficio per le  attività produttive del comune di Palermo e le fatture prodotte dalla difesa riguardavano acquisto di arredi e materiali, avvenuto nel gennaio 2008:
si è osservato che gli auguri potevano riguardare attività non ancora intrapresa ufficialmente e, comunque, che con sicurezza avrebbe avuto inizio in un momento successivo, ma della cui progettata apertura fosse giunta notizia al Lo Piccolo in via confidenziale nell'ambito delle relazioni da questi mantenute. Ebbene, la conclusione raggiunta dalla Corte territoriale, secondo la quale l'insieme di dati evincibili dai due messaggi è univocamente indicativo che il loro autore, quanto meno morale, s'identifica in Mario Biondo e non in uno dei suoi fratelli, dei quali non sono noti né l'interesse nella gestione del gioco d'azzardo, né l'attività di parrucchiere gestita dalla moglie, né relazioni dirette con i Lo Piccolo, è frutto di attenta e coerente disamina dei dati probatori e supera tutte le obiezioni già formulate con l'atto di gravame e disattese con motivazione più che congrua.
7.4 Ciò rileva, non soltanto ai fini del giudizio di responsabilità, ma anche per riscontrare la correttezza giuridica del diniego di procedere a perizia grafica, che è stata fondatamente ritenuta superflua e non dirimente, essendo stata l'individuazione del soggetto che aveva utilizzato lo pseudonimo convenzionale di "camion", in sé allusivo all'attività di autotrasportatore, compiuta in base ad un ragionamento logico molto articolato, non smentibile in base al solo dato della grafia, perché possibilmente riferibile a mano altrui di soggetto cui egli aveva affidato il compito della scrittura. L'impugnazione oppone un argomento legato ad una massima di esperienza, che pretende non essere plausibile affidare siffatto incarico per redigere un testo da inoltrare a capomafia latitante, perché contrario alla regola tradizionale dell'omertà e della riservatezza. Osserva la Corte che se, come emergente da indagini sociologiche e dai dati conoscitivi offerti da decenni di procedimenti a carico di esponenti di "cosa nostra", il codice di comportamento cui sono tenuti gli uomini d'onore aderenti a "cosa nostra" contempla segretezza e riserbo per non far trapelare ai non affiliati notizie e progetti comuni, ciò nonostante nel caso specifico la sentenza ha ben evidenziato come il sistema di comunicazione a distanza tra sodali e capimafia fosse improntato alla massima cautela, tanto da evitare nei testi riferimenti specifici a nomi e luoghi, da impiegare un codice convenzionale per indicare il mittente o altri soggetti menzionati ed una catena di trasmissione affidata a "postini" di provata affidabilità. Non può quindi ritenersi illogico ed inverosimile il ricorso all'opera di un amanuense che, nonostante la redazione del testo, non sarebbe stato reso edotto dell'identità del destinatario e non avrebbe potuto rappresentare un pericolo per i soggetti coinvolti, non immediatamente identificabili, nemmeno il mittente, in caso di intercettazione da parte delle forze dell'ordine o di eventuali nemici.
7.5 Va poi ribadita la manifesta infondatezza del secondo motivo e di quello aggiunto, che lamentano la mancata ammissione di prova decisiva in relazione alla perizia grafologica, non espletata dalla Corte di appello per il difetto del carattere dirimente di eventu   accertamento della non riferibilità dei due scritti alla mano del Biondo, tale da non escludere che egli ne fosse l'autore, non materiale, ma morale. Sul punto non può che ribadirsi l'insegnamento tradizionale di questa Corte, secondo il quale la perizia non costituisce una prova in senso tecnico rimessa alla disponibilità delle parti, ma soltanto un ausilio integrativo delle conoscenze del giudice, la cui introduzione è rimessa alla sua valutazione discrezionale con l'unico limite di dare conto in modo logico ed esauriente delle ragioni della decisione, assunta pur in mancanza della perizia sollecitata dalle parti. Per il suo carattere "neutro" e per il fatto di non consentire di preconizzare i suoi risultati come favorevoli ad una piuttosto che ad altra parte, essa non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva: ne consegue che il relativo provvedimento di diniego non è sanzionabile ai sensi dell'art. 606, comma primo, lett. d), cod. proc. pen., in quanto giudizio di fatto che se sorretto da adeguata motivazione è insindacabile in cassazione (sez. 6, n. 43526 del 03/10/2012, Ritorto e altri, rv. 253707; sez. 6, n. 456 del 21/9/2012, Cena ed altri, rv. 254226; sez. 4, n. 14130 del 22/01/2007, Pastorelli e altro, rv. 236191; sez. 4, n. 4981 del 05/12/2003, P.G. in proc. Ligresti ed altri, rv. 229665). Il condivisibile principio è stato ribadito anche dalle Sezioni Unite in recente pronuncia, secondo la quale: "La mancata effettuazione di un accertamento peritale (nella specie sulla capacità a testimoniare di un minore vittima di violenza sessuale) non può costituire motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell'art.606, comma 1, lett. d), cod. proc. pen., in quanto la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova "neutro", sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l'articolo citato, attraverso il richiamo all'art. 495, comma 2, cod.proc.pen., si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività" (Sez. U, n. 39746 del 23/03/2017, A. e altro, rv. 270936). Non giova dunque invocare i principi interpretativi, espressi da questa Corte in mat confidenziale ed affettuoso e sul riferimento a precedenti missive e riguardanti, non soltanto argomenti ed interessi personali del mittente, ma anche .!iquestioni più ampie e legate alla più proficua conduzione conduzione delle iniziative dell'organizzazione nel settore delle sale giochi, ha basato la conferma del giudizio di responsabilità sulle notizie provenienti dai collaboratori di giustizia Nuccio, Sparato e Pasta, stimate rispettivamente rappresentative:
-dell'effettuazione di incontri fra il Biondo ed esponenti mafiosi del mandamento capeggiato dai Lo Piccolo, sia presso il piazzale adibito a parcheggio degli automezzi della sua ditta di autotrasporti, sia presso la casa giochi di via Di Giovanni, in questo caso per trattare le problematiche legate alla raccolta delle scommesse ed all'intenzione del Biondo di estendere l'attività con l'appoggio di Sandro Lo Piccolo ed aprire altre sale giochi per conseguire un guadagno maggiore ed in qualche modo soppiantare Giovanni Botta; -della sua pregressa vicinanza a Salvatore Lo Piccolo, detto "il presidente", già condannato per associazione mafiosa, il quale, avendo subito il sequestro dei suoi mezzi, non aveva potuto gestire l'attività di autotrasporti ed era stato aiutato da Mario Biondo, la cui impresa si era occupata di effettuare il trasporto dei prodotti Coca cola da Catania a Palermo e viceversa; -della disponibilità del Biondo a coadiuvare Giuseppe Biondino, che ne aveva riferito al Pasta, nelle estorsioni e nel gioco d'azzardo, degli incontri effettuati dal Biondo con Calogero e Sandro Lo Piccolo ed il cugino Salvatore Biondo presso la polisportiva Antares, luogo di abituale incontro di esponenti mafiosi ed intestata al padre del Pasta, ma in realtà appartenente a Salvatore Biondo, detto il lungo, negli anni novanta reggente della famiglia di S. Lorenzo, circostanza confermata anche da altro collaboratore, Isidoro Cracolici, nonché del pagamento da parte del padre dello stesso Pasta col denaro di quell'attività, consegnato personalmente al ricorrente ed al cugino Carmelo, dei costi della consulenza medico-legale, svolta per accertare le cause della morte di un fratello del ricorrente, deceduto in costanza di detenzione presso l'istituto penitenziario di Pianosa, circostanza riscontrata quanto al rapporto di parentela, al decesso ed alla detenzione dalle indagini testimoniate dal commissario Lo Bue, La sentenza si è fatta carico di replicare alle obiezioni difensive con un corredo di argomentazioni puntuali, esaustive e non inficiate da manifesta illogicità.
7.6.1. Ha rilevato che dalle dichiarazioni rese in dibattimento dal Nuccio, fonte di provata ed apprezzabile attendibilità per il vastissimo bagaglio di conoscenze su "cosa nostra" riversato anche in questo processo, non era dubitabile che i riferiti incontri del Biondo con personaggi mafiosi fossero stati plurimi anche perché descritti come avvenuti in luoghi differenti, mentre non assume valenza favorevole la sua mancata conoscenza della corrispondenza intrattenuta con Sandro Lo Piccolo, che all'evidenza non lo aveva riguardato in prima persona, o la mancata affiliazione formale, che, per quanto già detto in linea generale, non costituisce un dato imprescindibile per configurare la condotta partecipativa.
7.6.2 La difesa prospetta poi una lettura minimizzante delle propalazioni del Pasta perché riguardanti fatti risalenti agli anni novanta, riferiti da soggetto che all'epoca non era associato: la Corte territoriale ha già replicato che la collocazione temporale degli episodi narrati è  significativa di un consolidato rapporto tra il ricorrente e le gerarchie mafiose ai più alti livelli e che l'ammissione ad incontri e discussioni riservate indica univocamente l'inserimento in quel contesto criminale, così come la ricezione del denaro dell'organizzazione per il pagamento della consulenza medico-legale trova giustificazione soltanto nei vincoli di reciproca solidarietà. Che poi il Pasta non fosse ancora affiliato non toglie nulla al suo racconto quanto a plausibilità e verosimiglianza, tanto più che egli per il rapporto parentale col gestore e formale titolare del centro sportivo era ammesso alla conoscenza di fatti e relazioni, diversamente preclusi ai non sodali. Altrettanto non significativo per la Corte di appello è l'errore in cui egli era incorso nel riferire l'acronimo LO.BI . ai Lo Piccolo, perché tale particolare non destituisce di veridicità l'intera sua narrazione, ampiamente riscontrata negli altri dati esposti.
7.6.3 Non vi è dubbio che le dichiarazioni rese dallo Spataro hanno assunto, nella valutazione dei giudici di merito, un rilievo secondario, ma non trascurabile o nullo, dal momento che egli ha descritto un rapporto di particolare vicinanza e collaborazione tra il Biondo ed esponente mafioso che versava in un momento di difficoltà, circostanza che è stata apprezzata come coerente con il suo ruolo partecipativo e con la disponibilità a cooperare con altri associati.
7.6.4 Non è censurabile il giudizio di irrilevanza espresso in riferimento all'assenza di informazioni indizianti sul conto del ricorrente provenienti dai collaboratori Pulizzi, Briguglio e Guerrera: con ineccepibile rigore logico ed in aderenza alla realtà anche sociologica del fenomeno criminoso accertato si è rilevato che tali propalanti, per quanto in stretti rapporti con i Lo Piccolo, erano stati attivi in contesti mafiosi geograficamente differenti ed in altri settori economici e criminosi rispetto al Biondo, che non implicavano la necessaria conoscenza e collaborazione con lo stesso, fermo restando che, per le ampie dimensioni del mandamento, la sua frammentazione in plurime unità e le esigenze di protezione, non è esigibile l'esistenza di rapporti personali tra tutti i suoi aderenti. In definitiva risultano rispettati tutti i criteri legali dettati per la valutazione della prova indiziaria e la motivazione dà ampio conto delle ragioni della decisione, infruttuosamente censurata con l'impugnazione.
7.7 I restanti motivi che investono la ritenuta sussistenza delle circostanze aggravanti di cui all'art. 416-bis cod. pen. sono stati già esaminati e vanno respinti dovendosi soltanto rimarcare la correttezza del rilievo per cui i rapporti diretti e confidenziali intrattenuti dal ricorrente con i due Lo Piccolo attestano anche la conoscenza della loro disponibilità di armi e dell'attività di riciclaggio operata in via sistematica, quanto meno nel settore delle sale giochi, al quale egli era interessato in prima persona e nel quale si era impegnato per espandere l'attività a beneficio di tutta l'organizzazione.
7.8 In ordine al diniego delle circostanze attenuanti generiche non è censurabile la statuizione che ha valorizzato gli stretti e risalenti legami del Biondo con i Lo Piccolo e la comunanza di plurimi interessi con gli stessi quali dati oggettivi connotanti la condotta partecipativa e significativi della sua gravità oggettiva; si tratta di argomentazioni Nalmente   esplicative e non aprioristiche, né illogiche, che vengono censurate con lo sterile e generico richiamo alla necessità di adeguare la pena alla situazione concreta, senza però l'indicazione, già rivolta ai giudici di merito, di specifici profili positivi di valutazione, indebitamente trascurati. Per quanto già esposto, la sentenza impugnata va annullata parzialmente nei riguardi di Mario Biondo in ordine all'individuazione del trattamento sanzionatorio in funzione della determinazione della protrazione temporale della condotta associativa. 8. Francesco Giuseppe Briguglio ha articolato un unico motivo col quale deduce la necessità di disporre l'assorbimento del ravvisato delitto di ricettazione aggravata in quello di partecipazione ad associazione di stampo mafioso, già separatamente giudicato con sentenza irrevocabile, ascrittogli per avere svolto, tra l'altro, le mansioni di cassiere della famiglia mafiosa di Cinisi nell'ambito del quale incarico avrebbe ricevuto dagli autori materiali il denaro provento dell'estorsione in danno dei gestori dei c.d. "pontili viviano", cui non aveva materialmente preso parte. La ravvisata responsabilità per entrambe le fattispecie di reato in tesi difensiva violerebbe la disciplina sul concorso apparente di norme ed il divieto di bis in idem. 8.1 La sentenza in esame ha respinto l'eccezione sulla scorta del rilievo per cui le somme di denaro, -ottenute da altri sodali mediante condotta estorsiva, non erano state soltanto contabilizzate dall'imputato, ma gli erano state materialmente consegnate dai Lo Piccolo perché fossero fatte confluire nella cassa comune dell'organizzazione-, costituivano oggetto di un reato-fine, attuativo del programma delittuoso dell'associazione e quindi concorrente con la partecipazione a tale sodalizio. 8.2 Ritiene il Collegio di dover confermare la correttezza di tale statuizione. Invero, proprio il richiamo ai principi interpretativi dettati dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 25191 del 27/02/2014, Iavarazzo, rv. 259587, invocati dalla difesa, consente di approdare alla soluzione offerta nelle due sintoniche sentenze di merito: secondo tale autorevole pronuncia, resta esclusa la configurabilità del concorso tra i delitti di cui agli artt. 648-bis o 648-ter cod. pen. e quello di partecipazione ad associazione mafiosa quando la condotta di riciclaggio o reimpiego sia ascritta a soggetto associato ed abbia ad oggetto denaro, beni o utilità, provenienti proprio dal delitto di associazione mafiosa, che è in sé idoneo a produrre flussi di ricchezza, oggetto di successiva disposizione, rientrando negli scopi propri di tali formazioni l'arricchimento e la penetrazione nel tessuto economico ed operando in tal caso la clausola di riserva contenuta nelle predette disposizioni. In termini contrari, è stato affermato, e qui si ribadisce, che il predetto concorso è ravvisabile in tutte le situazioni in cui il bene riciclato o la ricchezza reimpiegata costituisca il provento di uno specifico delitto-scopo, alla cui realizzazione l'autore del riciclaggio e del reimpiego non abbia offerto nessun contributo causale; tanto consente di escludere l'operatività della clausola di sussidiarietà, contenuta nell'art. 648 cod. pen. e nelle norme seguenti, che impedisce di ravvisare le relative fat ispecie quando l'autore abbia concorso nella commissione degli illeciti penali presupposti.  
8.3 E' frutto di costante insegnamento di questa Corte il principio che nega la perfetta e completa sovrapponibilità dei fatti, quello associativo e quello di ricettazione o di riciclaggio, non sussistendo tra di essi in linea generale un rapporto di "presupposizione" necessaria (sez. 3, n. 55474 del 23/022017, Barravecchia ed altri, rv. 272360; sez. 2, n. 52645 del 20/11/2014, Montalbano ed altri, rv. 261623; sez. 6, n. 25633 del 24/05/2012, Schiavone, rv. 253010; sez. 1, n. 40354 del 27/05/2011, Calabrese ed altro, rv. 251166; sez. 2, n. 10582 del 14/02/2003, dep. 06/03/2003, Bertolotti S., Rv. 223689; Sez. 2, n. 40793 del 23/09/2005, dep. 09/11/2005, Cardati e altri, Rv. 232524), poiché lo stesso reato associativo è di per sè idoneo a far conseguire alla collettività degli associati proventi illeciti, ottenuti dalle attività economiche ed imprenditoriali acquisite o gestite col metodo criminoso della forza, dell'intimidazione e dell'omertà, ontologicamente e materialmente distinti dalle utilità derivanti dai singoli reati-fine consumati da un associato, perché derivati appunto dall'esistenza ed operatività dell'associazione mafiosa. 8.4 La Corte di appello, offrendo specifica replica alla doglianza proposta con l'atto di gravame ha condotto la corretta comparazione dei reati contestati e quindi delle relative condotte ascritte, pervenendo al giudizio di sostanziale diversità fra i fatti contestati nell'ambito dei due procedimenti, che merita condivisione per la differente struttura e manifestazione naturalistica delle condotte e per la diversità dei beni giuridici violati, l'ordine pubblico in un caso, il patrimonio nell'altro. E' decisiva la constatazione che l'azione del prendere parte ad associazione mafiosa consiste nell'inserimento stabile e destinato a protrarsi nel tempo nel sodalizio e nel perseguimento dei condivisi obiettivi antigiuridici, che, per quanto riportato nella stessa impugnazione, nel caso del Briguglio si è manifestata mediante la protezione e la copertura dei capi latitanti, lo smistamento di missive provenienti e loro dirette, la conservazione delle armi della consorteria, la conservazione della cassa comune e la tenuta della relativa contabilità. L'acquisizione del prezzo dell'estorsione consumata in riferimento ai "pontili Viviano", compiuta nella consapevolezza di tale provenienza e senza che il ricorrente avesse contributo alla perpetrazione del reato presupposto, si differenzia dalla più ampia attività di custodia della cassa dell'organizzazione, ove confluivano tutti i redditi ed i proventi delle sue molteplici iniziative, alcune illecite soltanto per il contesto violento o intimidatorio nel quale erano state intraprese, ma aventi oggetto lecito; pertanto, tale attività giustifica sul piano motivazionale l'intervento di ricettazione nel senso che, poiché cassiere, il Briguglio aveva ricevuto quel denaro e lo aveva poi trattenuto nell'interesse del sodalizio, che aveva contribuito a sostenere, ma tale ruolo non assorbe e non esaurisce il disvalore della condotta ricettiva. 8.5 Né a diverse conclusioni può pervenirsi in funzione del divieto di bis in idem sostanziale, che presuppone identità di imputato e di regiudicanda. Sotto questo secondo aspetto, è costante nella giurisprudenza di legittimità l'affermazione, per.cui la medesimezza del fatto, pretesa testualmente dall'art. 649 cod. proc. pen., si può ravvisare nei soli casi in cui ricorra la corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, considerato in   tutti i suoi elementi costitutivi, quali condotta, evento e nesso causale e quanto alle circostanze di tempo, di luogo e di persona (Sez. U, n. 34655 del 28/06/2005, P.G. in proc. Donati ed altro, rv. 231799). Anche la giurisprudenza costituzionale, aderendo alla linea interpretativa elaborata dalle Sezioni Unite di questa Corte, ha di recente ribadito i medesimi principi. In particolare, la Consulta con la sentenza n. 200 del 31/5/2016, che ha dichiarato illegittimità costituzionale dell'art. 649 cod. proc. pen., limitatamente alla parte in cui esclude la medesimezza del fatto di reato per la sola circostanza che ricorra un concorso formale di reati tra res iudicata e res iudicanda, per contrasto con l'art. 4 del Protocollo n. 7 alla CEDU, che vieta invece di procedere nuovamente quando il fatto storico è il medesimo, ha riscontrato l'erroneità dell'opinione prevalente nella giurisprudenza che concentra l'attenzione sulla dimensione giuridica del fatto e consente la celebrazione di un nuovo giudizio nei confronti dello stesso imputato quando siano differenti le norme giuridiche che lo incriminano, dando luogo ad un'ipotesi di concorso formale. Sulla base delle sollecitazioni provenienti dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (Grande Camera, 10/2/2009, Zolotoukhine contro Russia) la Corte costituzionale ha quindi posto l'accento sulla necessità di prendere in considerazione il fatto naturalistico nella sua materialità e concretezza, da individuarsi in base alle coordinate spazio-temporali di commissione. Ha osservato che: "Il fatto storico-naturalistico rileva, ai fini del divieto di bis in idem, secondo l'accezione che gli conferisce l'ordinamento, perché l'approccio epistemologico fallisce nel descriverne un contorno identitario dal contenuto necessario. Fatto, in questa prospettiva, è l'accadimento materiale, certamente affrancato dal giogo dell'inquadramento giuridico, ma pur sempre frutto di un'addizione di elementi la cui selezione è condotta secondo criteri normativi. Non vi è, in altri termini, alcuna ragione logica per concludere che il fatto, pur assunto nella sola dimensione empirica, si restringa all'azione o all'omissione, e non comprenda, invece, anche l'oggetto fisico su cui cade il gesto, se non anche, al limite estremo della nozione, l'evento naturalistico che ne è conseguito, ovvero la modificazione della realtà indotta dal comportamento dell'agente. È chiaro che la scelta tra le possibili soluzioni qui riassunte è di carattere normativo, perché ognuna di esse è compatibile con la concezione dell'idem factum. Questo non significa che le implicazioni giuridiche delle fattispecie poste a raffronto comportino il riemergere dell'idem legale. Esse, infatti, non possono avere alcun rilievo ai fini della decisione sulla medesimezza del fatto storico. Ad avere carattere giuridico è la sola indicazione dei segmenti dell'accadimento naturalistico che l'interprete è tenuto a prendere in considerazione per valutare la medesimezza del fatto". Ebbene, nel caso specifico, i giudici di merito, per quanto già esposto, hanno escluso l'identità delle due fattispecie ascritte al ricorrente secondo i criteri esegetici dettati dalla giurisprudenza e ne hanno tratto le corrette conseguenze, sicchè il ricorso va respinto con la conseguente condanna del proponente al pagamento delle spese processuali. 9. Pietro Bruno, condannato per partecipazione ad associazione mafiosa di cui al capo 1), contesta il giudizio di responsabilità.
9.1 Il primo motivo, ripreso anche nei motivi nuovi ed incentrato sulla falsa applicazione delle norme processuali che regolano l'utilizzo probatorio delle chiamate in correità è stato già esaminato e respinto nella trattazione generale della presente sentenza. Va soltanto aggiunto che la pur pregevole riflessione esegetica, esposta con i motivi nuovi, che richiama l'elaborazione giurisprudenziale condotta sul ragionevole dubbio e le sue applicazioni in caso di difformi decisioni espresse nei due gradi di merito, non si adatta al caso di specie in cui il verdetto di colpevolezza è stato conforme e basato sui medesimi criteri inferenziali, ragione per la quale non si pone l'esigenza di una rinnovazione dell'esame delle fonti dichiarative nel secondo grado di giudizio per l'insussistenza di qualsiasi profilo di incertezza o di dubbio sulla responsabilità del ricorrente, rinvenibile soltanto nella prospettazione difensiva, ma non nella conformità di decisioni. Del resto la pretesa di una doverosa rinnovazione dell'istruttoria per ripetere l'escussione delle fonti di prova orali anche in assenza di verdetti contrastanti, emessi da giudici di gradi diversi, non riceve copertura normativa e finisce per vanificare la funzione del giudizio di appello. 9.2 Le restanti contestazioni denunciano violazione di legge quanto alla valutazione delle prove dichiarative per denunciarne la scarsa attendibilità e negare la convergenza nelle accuse mosse al Bruno.
9.2.1 La sentenza impugnata ha ripercorso i dati probatori già analizzati nella sentenza di primo grado, sviluppando il proprio ragionamento probatorio a partire dalla intervenuta condanna irrevocabile del ricorrente per il delitto associativo, ascrittogli quale componente della famiglia mafiosa di Isola delle Femmine, compresa nel mandamento diretto dai Lo Piccolo, sino al 20 dicembre 2000 e segnalando come, anche nel periodo successivo all'espiazione della pena, nessuna evidenza di dissociazione o di estromissione forzosa dal sodalizio fosse emersa.
9.2.2 Sono stati quindi esaminati gli apporti informativi forniti dai collaboratori di giustizia. Il Franzese aveva descritto un colloquio avuto nel 2007 con Salvatore e Sandro Lo Piccolo, nel quale Filippo Catania aveva chiesto loro un intervento presso un imprenditore di Isola delle Femmine, che doveva denaro all'impresa della moglie e del cognato per l'acquisto di materiali edilizi, ed i due Lo Piccolo avevano deciso di investire della cosa il Bruno perché era il loro referente per Capaci ed Isola delle Femmine;
il Nuccio aveva riferito di avere appreso da Andrea Gioè che questi aveva assunto informazioni dal Bruno per sapere se l'Hotel Bellevue di Sferracavallo avesse corrisposto il pizzo, posto che l'esercizio era situato in zona di confine tra Tommaso Natale ed Isola delle Femmine;
il Pulizzi lo aveva descritto come uomo d'onore, presente ad un appuntamento nel 2006 con Antonino Pipitone, secondo quanto appreso dai Lo Piccolo;
Maurizio Spataro aveva descritto l'intervento, avvenuto nel 2008, del Bruno, riconosciuto in fotografia, nella qualità di referente mafioso di Isola delle Femmine, per concludere una vicenda estorsiva in danno del lido balneare Moma Beach di Isola delle Femmine, gestito da tali Mosca e Robertino, intervento richiesto da Tanino Fidanzati, che si era recato dal Bruno ed aveva da questi ottenuto una riduzione della pretesa pecuniaria e,   confermata la conclusione della vicenda, aveva riferito allo Spataro che a fine stagione si sarebbe fatto avere un pensierino al Bruno per la sua positiva mediazione. Rispetto alle vicende rievocate dai propalanti, la Corte di appello, oltre ad avere positivamente riscontrato l'affidabilità di ciascuna fonte ed il suo inserimento in una rete di relazioni che dava conto delle conoscenze acquisite sui fatti rivelati, ha segnalato che le stesse erano specifiche, circostanziate e corredate da riferimenti concreti; quindi ha indicato in sentenza gli elementi di riscontro acquisiti all'esito delle condotte investigazioni. La conclusione rassegnata in sentenza circa il rilievo probatorio da assegnare alle plurime indicazioni, provenienti da fonti diverse, del Bruno quale uomo d'onore e della sua intraneità alla consorteria anche dopo l'anno 2000 e nonostante i controlli cui era stato sottoposto, conosciuto dai Lo Piccolo, ma anche da altri esponenti mafiosi e da costoro reputato in grado, per la sua caratura criminale e la sua posizione formale all'interno della famiglia di Isola delle Femmine, di risolvere questioni d'interesse per l'organizzazione, quali imporre il pagamento di una fornitura in favore di un imprenditore amico, fornire informazioni su attività estorsiva, mediare sulle contrapposte pretese circa l'ammontare del prezzo di altra estorsione, incontrare altro esponente mafioso quale il Pipitone per questioni di comune interesse criminale, è perfettamente logica e non contravviene alla regola di giudizio di cui all'art. 192, comma 3, cod. proc. pen., sebbene ciascun apporto informativo riguardi episodi fattuali distinti. La considerazione della convergenza delle informazioni nel designarlo quale esponente mafioso non presenta profili di manifesta irrazionalità. Del pari incensurabile, perché logicamente affermata, è la ritenuta superfluità della mancata dimostrazione della sua partecipazione a specifiche vicende estorsive o ad altri reatifine, che, seppur verificatisi nel territorio controllato dalla cosca di appartenenza, non avevano postulato la sua necessaria ed imprescindibile correità, proprio perché le misure di prevenzione ed i controlli cui era stato sottoposto dopo la precedente condanna ne avevano limitato la libertà di movimento, e per la presenza di altri sodali impegnati su quei fronti.
9.3 Il secondo motivo, volto a contestare la ricorrenza delle circostanze aggravanti di cui all'art. 416-bis, commi 4 e 6, cod. pen. è stato già affrontato in precedenza. In definitiva, anche nei riguardi del Bruno la sentenza impugnata va annullata parzialmente con rinvio soltanto quanto alla determinazione della pena in funzione della precisa individuazione della cessazione della condotta associativa, nel resto il ricorso va respinto.
10. Domenico Ciaramitaro, condannato per tentata estorsione aggravata di cui al capo 15), ha censurato la sentenza impugnata in riferimento al solo profilo sanzionatorio. 10.1 Ritiene il Collegio che la censura vada parzialmente accolta, in quanto la sentenza in verifica, unificato il reato con quelli giudicati con la sentenza della Corte di appello di Palermo dell'8/4/2011, irrevocabile il 27/9/2012 2 e ritenuto lo stesso quale episodio satellite rispetto al reato di maggiore gravità, ha quantificato il relativo aumento di pena in anni due di reclusione ed euro 700,00 di multa in conseguenza della considerazione della recidiva e delle   altre circostanze aggravanti e dell'applicazione dei criteri dettati dall'art. 63, comma 4, cod. pen. per il caso del concorso di più circostanze ad effetto speciale. In tal modo, sul piano della commisurazione della pena la decisione ha finito per considerare il reato satellite quale un autonomo illecito in contrasto con quanto stabilito da questa Corte, per cui "In tema di reato continuato, il giudizio di comparazione fra circostanze trova applicazione con riguardo al fatto considerato come violazione più grave e con riferimento alle sole aggravanti ed attenuanti che allo stesso specificamente si riferiscono, sicchè delle circostanze riguardanti ciascuno dei reati satellite si deve tener conto esclusivamente ai fini dell'aumento di pena ex art. 81 cod. pen." (sez. 1, n. 13369 del 13/02/2018, D'Agostino, rv. 272567; sez. 3, n. 26340 del 25/03/2014, Di Maggio e altro, rv. 260057; sez. 1, n. 49344 del 13/11/2013, Gelao, rv. 258348). Sul punto la sentenza deve dunque essere annullata con rinvio per la rideterminazione della pena, che dovrà uniformarsi al principio di diritto come sopra enunciato, nel resto il ricorso va respinto. 10.2 Va respinta la deduzione difensiva che propugna l'incompatibilità tra recidiva e continuazione a ragione del fatto che i reati ritenuti in continuazione costituiscono momenti di un'unica condotta illecita, caratterizzata dalla reiterazione di un medesimo progetto criminoso. Esiste effettivamente nella giurisprudenza di legittimità una pluralità di orientamenti interpretativi. Un primo indirizzo sostiene la piena compatibilità fra i due istituti e, nella ricorrenza dei rispettivi presupposti, la loro contestuale applicazione mediante un aumento di pena per la recidiva sul reato base ed altro per la continuazione, in base al rilievo per cui può unificarsi per continuazione anche un reato già oggetto di condanna irrevocabile ed un altro commesso successivamente alla formazione di detto giudicato (sez. 4, n. 21043 del 22/03/2018, B, rv. 272745; sez. 5, n. 51607 del 19/09/2017, Amoruso ed altri, rv. 271624; sez. 2, n. 19477 del 20/04/2016, Calise e altro, rv. 266522; sez. 4, n. 49658 del 2014, Paternesi ed altro rv. 261169; sez. 5, n. 41881 del 02/07/2013, Marrella e altro, rv. 256712; sez. 4, n. 37759 del 21/06/2013, Lopreste e altro, rv. 256212; Sez. U, n. 9148 del 17/04/1996, P.M. in proc. Zucca, rv. 205543). Opposta linea interpretativa, in verità minoritaria, propugna l'inconciliabilità giuridica e logica di recidiva e continuazione poiché i reati ricondotti ad unica fattispecie continuata perdono la loro autonomia per divenire frammenti esecutivi di un solo progetto criminoso e di una condotta attuata nel tempo con vari episodi singoli, sicchè i primi compiuti non assumono rilievo e non operano quale presupposto per poter configurare la recidiva, non assumendo rilievo quali manifestazione di accresciuta capacità criminale del soggetto agente (Cass. sez. 5, n. 5761 del 11/11/2010, Melfitano e altri, rv. 249255). L'adesione ad una piuttosto che ad altra delle due opzioni interpretative non può prescindere dal rilievo della loro affermazione in procedimenti di cognizione, in cui la pluralità delle condotte è stata apprezzata in situazioni in cui soltanto uno o alcuni dei reati che vengono in rilievo era stato già giudicato con sentenza divenuta irrevocabile e quindi si doveva apprezzare il significato della condotta precedente, incontrovertibilmente accertata, rispetto a   quella successiva, onde verificare se espressione di incrementata capacità a delinquere, rilevante ai fini dell'applicazione della recidiva, oppure attuazione concreta di un unico programma criminoso già deliberato anticipatamente. Ritiene la Corte di dover aderire all'indirizzo maggioritario. I due istituti sono autonomi e perseguono finalità distinte, risultando dunque conciliabili. La recidiva, invero, costituisce una circostanza aggravante di carattere soggettivo in quanto inerisce esclusivamente alla persona del colpevole ed inasprisce la punizione nei confronti di chi, commettendo un nuovo reato, dimostri un rafforzamento della volontà criminosa e una maggiore pericolosità sociale. La continuazione, invece, consente di unificare le pene per violazioni della legge penale separatamente commesse, ma in attuazione della medesima ideazione e progettazione criminosa, mitigando il rigore del regime di cumulo materiale delle pene e consentendo l'applicazione di una pena unica in entità inferiore alla sommatoria di quelle inflitte per ciascun episodio. Ne discende che, per la diversità di "ratio", è consentito riconoscere ed applicare l'aggravamento della pena conseguente la reiterazione della volontà criminosa anche quando la pluralità dei reati sia ricondotta ad unità per effetto della continuazione. 10.3 Non ha fondamento, infine, nemmeno la pretesa difensiva di ottenere anche in riferimento al delitto giudicato nel presente procedimento il medesimo aumento di pena già applicato per gli altri reati unificati a quello più grave nel separato e precedente processo, essendo rimesso al giudice in fase di cognizione di esprimere le proprie determinazioni discrezionali, purchè congruamente giustificate, anche discostandosi dalle valutazioni già espresse in altra sede senza che l'esercizio di tale potere violi il giudicato o il principio del favor rei, cui, come già detto, è ispirato l'istituto della continuazione.
11. Pietro Cinà, condannato per i delitti di estorsione aggravata, tentata e consumata di cui ai capi 12), 22 e 23), articola censure prive di fondamento.
11.1 Seguendo l'ordine espositivo dell'impugnazione, sebbene non il più logico perché tale da sovvertire l'ordine di pregiudizialità tra le questioni sollevate, il primo motivo lamenta L’erronea applicazione della legge penale quanto alla determinazione della pena, conseguente all'unificazione per continuazione dei reati ascritti al Cinà nel presente giudizio con quelli giudicati con la sentenza emessa dalla Corte di appello di Palermo 1'8/4/2011, irrevocabile il 27/9/2012. Assume la difesa che, ritenuto più grave il delitto di cui all'art. 629 cod. pen. di cui al capo 12), la pena base è stata individuata in misura di undici anni, più elevata di quella inflitta con la sentenza già definitiva e comunque superiore alla pena stabilita per ciascun reato satellite nel precedente giudizio di cognizione. La doglianza soffre di generica formulazione e comunque è infondata: la Corte di appello ha ritenuto di individuare quale reato di maggiore gravità quello di cui al capo 12) del presente processo, per il quale ha determinato la pena base in anni undici di reclusione ed euro 3.000,00 di multa, che ha aumentato di anni due di reclusione ed euro 1.000 di multa per la recidiva, di anni cinque di reclusione ed euro 1.000,00 di multa per il reato di cui al capo 22) e di mesi otto di reclusione ed euro 100,00 di multa per il reato di cui al capo 23), quindi di   ulteriori anni tre, mesi quattro di reclusione ed euro 600,00 di multa per tutti i reati oggetto della sentenza già passata in giudicato. La difesa non deduce in modo specifico l'entità delle singole pene inflitte nel precedente processo e non consente di apprezzare il dedotto vizio, mentre non risultano conferenti alla fattispecie i principi espressi dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 6296 del 24/11/2016, dep. 2017, Nocerino, rv. 268735, che si sono espresse in riferimento alla fase dell'esecuzione per stabilire la regola del divieto di quantificare gli aumenti di pena per i reati-satellite in misura superiore a quelli fissati dal giudice della cognizione con la sentenza irrevocabile di condanna. Nel caso specifico la Corte di appello non ha violato tale principio poiché ha provveduto in fase di cognizione a determinare in via autonoma e nella sede appropriata il trattamento sanzionatorio; in altri termini, nessun limite derivante da un precedente giudicato sussisteva quanto alle pene da infliggere per i reati di cui ai capi 12), 22) e 23) della rubrica, per i quali operare il raffronto con le pene stabilite per altri imprecisati reati in altro processo non assume un preciso significato di critica. Pertanto, la decisione assunta non può nemmeno in via "di fatto", e non solo formalmente, essere equiparata a quella del giudice dell'esecuzione, tenuto a rispettare una pluralità di giudicati già formatisi ed a ricostruire a posteriori la valenza di ciascun episodio ricondotto ad unità per effetto di continuazione, non in precedenza riconosciuta. Altrettanto non pertinente è il richiamo, che è dato leggere nei motivi nuovi, al criterio di computo della pena ed al rispetto del limite di cui all'art. 78 cod. pen., dal momento che quella complessiva inflitta al Cinà non eccede il traguardo dei trenta anni di reclusione, che rende operativa la regola citata.
11.2 Col secondo motivo si denuncia l'apparenza della motivazione in merito alla ritenuta decisività della prova documentale, attribuita nella sua paternità al ricorrente, ai fini della formulazione del giudizio di responsabilità per avere il ricorrente percepito il prezzo dell'estorsione dall'imprenditore, che aveva subito l'imposizione ed il ricatto mafioso, secondo quanto contestato al capo 12). La difesa assume che il testo della missiva contrassegnata come E21 è incompatibile con la condotta contestata, sia per gli importi ricavati dall'attività estorsiva, che per i soggetti percettori, così come rappresentata dalla persona offesa, Luigi Spallina, e dall'imputato di reato connesso Francesco Briguglio: il primo avrebbe escluso che il ricorrente lo avesse esautorato dall'esecuzione dei lavori commissionatigli, il secondo nulla avrebbe apportato per l'affermazione di colpevolezza, sicchè la condotta non potrebbe rientrare nella fattispecie dell'estorsione contrattuale.
11.2.1 Osserva il Collegio che la doglianza è formulata in termini inammissibili, perché non si confronta realmente ed in modo completo col percorso motivazionale della sentenza contestata. La Corte di appello alla disamina delle condotte ascritte al ricorrente ha premesso che egli ha già riportato condanna irrevocabile per i delitti di partecipazione ad associazione mafiosa, intestazione fittizia e tentata estorsione aggravata, il che dà conto dell'inquadramento del suo ruolo operativo nel contesto del mandamento diretto dai Lo Piccolo e della finalità perseguita   mediante la propria attività d'impresa di conseguire vantaggi patrimoniali nell'interesse dei predetti capi mafia e dell'intera organizzazione. Tale emergenza fattuale viene ignorata nell'impugnazione, ma assume fondatamente un rilievo non trascurabile nella valutazione condotta dai giudici di merito. La sentenza ha quindi analizzato il contenuto delle prove dichiarative e con motivazione ineccepibile sul piano logico ha osservato che l'imprenditore Spallina non aveva soltanto ricevuto dal Di Maggio il consiglio di avvalersi dell'impresa del Cinà, scelta per l'esecuzione dei lavori elettrici, non liberamente perché non conosciuta e di non sperimentata affidabilità, ma impostagli allorchè gli era stato bloccato il cantiere, iniziativa che aveva concretizzato la prospettiva alternativa, in caso di rifiuto, dell'impossibilità di procedere nelle lavorazioni.
11.2.2 Tanto smentisce in radice che la Corte di appello abbia privilegiato quanto dimostrato nella missiva E21, nella quale era contenuto il riferimento ai lavori di Cinisi ed alla necessità di dividere per tre l'importo estorsivo ricavatone, rispetto alle informazioni fornite dallo Spallina, avendo assegnato piena credibilità a quest'ultima fonte (pag. 102 della motivazione) e segnalato le forti similitudini con altra vicenda estorsiva, già giudicata irrevocabilmente a carico del Cinà, in danno dell'imprenditore Durante, a sua volta come lo Spallina espropriato dei lavori di realizzazione di impianti elettrici per essere stato egli costretto a cederli all'impresa del Cinà per effetto di pressioni mafiose. Nella valutazione dei giudici di appello la dimensione illecita dell'episodio non riposa sulla sperequazione delle prestazioni, né sulla mancata convenienza economica dei prezzi praticati dall'imputato, quanto sulla costrizione che aveva subito l'appaltatore, che non aveva scelto di propria iniziativa di affidargli alcune lavorazioni in subappalto, ma vi era stato costretto con l'intimidazione, con la prospettiva di inconvenienti e future ritorsioni e con il fermo autoritativamente imposto del cantiere allestito, il che realizza perfettamente gli elementi integrativi della fattispecie contestata.
11.3 II terzo motivo è del pari inammissibile perché manifestamente infondato. La sentenza impugnata ha già respinto con compiuta e logica motivazione l'eccezione di inutilizzabilità delle dichiarazioni rese da Vincenzo Rizzacasa e Francesco Sbeglia, costretti dall'organizzazione facente capo ai Lo Piccolo a versare 280.000 euro in più soluzioni in relazione a lavori di costruzione che la s.r.l. Aedilitia Venusta stava realizzando in via Tommaso Natale a Palermo. Ha osservato in modo pertinente ed appropriato che termini contraddittori e processualmente non valutabili;
le dichiarazioni spontanee sono sottratte al rispetto degli adempimenti prescritti dall'art. 63, comma 2, cod. proc. pen.;
i fatti riferiti a carico del Cinà non presentano vincoli di connessione con quelli per i quali i due dichiaranti erano indagati, il Rizzacasa per il delitto di intestazione fittizia e lo Sbeglia per concorso esterno in associazione mafiosa. Inoltre, il Rizzacasa al momento della celebrazione del giudizio di primo grado, in cui avrebbe dovuto essere esaminato quale teste se le parti non si fossero accordate per acquisire i verbali formati nel corso delle indagini preliminari, era stato già mandato assolto da tale addebito con sentenza irrevocabile per insussistenza del fatto, mentre le dichiarazioni dello Sbeglia sono state utilizzate a riscontro di quelle del suo datore di lavoro A Rizzacasa.
11.3.1 In primo luogo non risponde al vero che non sussista differenza tra informazioni rese spontaneamente dal dichiarante e quelle acquisite in risposta alle domande dei pubblici ufficiali che le raccolgano: soltanto nel secondo caso ricorre la situazione di conduzione dell'"esame" della fonte, non nel primo, in cui le autorità di polizia ricevono notizie rappresentate a discrezione e per libera iniziativa della persona. In tal senso è sufficiente richiamare il consolidato orientamento di questa Corte, secondo il quale la disposizione contenuta nell'art. 63, comma 2, cod. proc. pen., invocata dal ricorrente, presuppone l'acquisizione nei confronti del dichiarante di precisi indizi di rèità, non essendo sufficienti meri sospetti o intuizioni soggettive del ricevente (Sez. U, n. 23868 del 23/04/2009, Fruci, rv. 243417) e dovendo gli indizi riguardare il medesimo reato, ovvero reato connesso o collegato a quello dell'accusato. A ciò si aggiunge che, per come preteso dall'art. 63, comma 1, cod. proc. pen., le dichiarazioni devono essere rese nel corso di un "esame", atto processuale redatto su convocazione dell'autorità procedente, da cui sorge per il convocato l'obbligo di comparire, di rispondere e di dire la verità nell'ambito delle sommarie informazioni testimoniali che gli siano richieste. Le argomentazioni che precedono consentono di comprendere le ragioni rassegnate nelle pronunce giudiziali di legittimità, che escludono l'applicabilità della disciplina dettata dall'art. 63 cod. proc. pen. alle dichiarazioni spontanee, rese al di fuori di un interrogatorio (Cass., sez. 3, n. 29641 del 14/03/2018 Ermo, rv. 273209; sez. 3, n. 46040 del 13/11/2008, Bamba, rv. 241776; sez. 6, n. 34151 del 27/06/2008, Vanese, rv. 241466; sez 5 n. 12445 del 2005 Di Stadio ed altri, rv. 238702).
11.3.2 Per la genericità dell'assunto, non è dato comprendere poi le ragioni della denunciata natura solo "formale" delle dichiarazioni spontanee, censura che l'impugnazione sostiene in modo assertivo ed indimostrato, che non supera in ogni caso tutti gli altri rilievi circa il difetto di connessione tra i reati per i quali i due dichiaranti erano indagati e quelli ascritti al Cinà, il consenso prestato dalla difesa all'acquisizione dei verbali al fine esclusivo di consentirne l'utilizzo probatorio in luogo dell'escussione delle stesse fonti, la già intervenuta assoluzione definitiva del Rizzacasa da ogni addebito rispetto al momento di conduzione dell'istruttoria dibattimentale, la funzione di contorno e confermativa delle informazioni fornite dallo Sbeglia.
11.3.3 La difesa sposta poi l'attenzione al contenuto delle rivelazioni che assume altrettanto inutilmente essere in contrasto tra loro circa l'individuazione del soggetto che avrebbe consegnato il prezzo dell'estorsione al ricorrente, se il Rizzacasa direttamente o lo Sbeglia, soggetto comunque in rapporti epistolari con i Lo Piccolo ed animato da astio nei riguardi del Cinà. La sentenza ha rilevato che l'elemento probatorio di principale rilievo dimostrativo è rappresentato dalle dichiarazioni del Rizzacasa, dalle quali era emersa l'avvenuta imposizione, mediante minacce verbali e scritte, plurimi danneggiamenti di crescente gravità e portata intimidatoria, una rapina: dell'affidamento dei lavori per gli impianti elettrici ed idrici al Cinà ed all'impresa del suo figliastro Giuseppe Visconti;
del pagamento del prezzo dell'estorsione in una prima tranches di 80.000 euro effettuata dal Rizzacasa,in compagnia dello Sbeglia,nelle mani del Cinà nel settembre 2006, delle successive sino all'ammontare complessivo di 280.000 euro 15sPri consegnate sempre al Cinà; della cessione di un appartamento tra quelli in costruzione per un prezzo vile, nettamente inferiore al suo valore di mercato, pretesa non assecondata, ma reiterata nel corso di dialogo intercettato, avvenuto tra lo Sbeglia, appositamente inviato dal Rizzacasa, ed il Cinà. La descrizione delle vicende fornita dalla vittima è stata apprezzata come in sé attendibile e puntualmente riscontrata dallo Sbeglia, se non per qualche trascurabile dettaglio di contorno;
dalla registrazione della predetta conversazione, nella quale si sono rintracciati espliciti riferimenti al conteggio di denaro ricevuto dal Cinà, ai pagamenti nell'importo contestato ed alla richiesta di cessione di un appartamento, rispetto ai quali il Cinà aveva fornito chiare ed inequivoche ammissioni inconsapevoli di reità; da alcuni biglietti inviati ai Lo Piccolo, contenenti riferimenti allo Sbeglia, alle lamentele di questi per il fatto che Piero aveva preteso denaro senza mai completare i lavori, al pizzo riscosso per 20.000 euro; dagli informali rendiconti contabili rinvenuti presso il Rizzacasa e presso il covo dei Lo Piccolo con annotazione di quelle che specularmente erano delle uscite e delle entrate. A ragione di tali acquisizioni probatorie di valenza oggettiva la Corte territoriale ha motivatamente ritenuto di non poter assegnare rilievo ad eventuali ragioni di astio dello Sbeglia nei riguardi del Cinà per l'esecuzione non puntuale dei lavori che aveva preteso di realizzare, motivi insufficienti a screditare la fonte ed a smentire quanto autonomamente riferito dal Rizzacasa ed emergente dall'attività intercettativa e dai documenti acquisiti. Del pari non è censurabile nella sua razionalità e nella limitata portata censoria, l'obiezione per la quale delle vicende di cui ai capi 22) e 23) non sarebbero stati informati gli altri collaboratori di giustizia escussi, circostanza neutra ed irrilevante dal momento che il Cinà poteva interloquire direttamente con i Lo Piccolo, compreso Calogero, fratello e figlio rispettivamente di Sandro e Salvatore, senza intermediari e che i collaboratori ne hanno comunque descritto il ruolo di imprenditore a servizio di "cosa nostra" in termini che gli sono valsa la condanna per il delitto associativo ed egli, nella conversazione ambientale registrata > ha ammesso di avere ricevuto il denaro nell'ammontare indicato nell'imputazione e di pretendere la cessione dell'appartamento. Del pari che un soggetto denominato in gergo "orologio" avesse   consegnato ai Lo Piccolo qualche "tranches" del prezzo dell'estorsione, riscossa dal Rizzacasa o su suo incarico, costituisce emergenza già valutata e ritenuta non decisiva a fronte di un compendio probatorio di chiara ed univoca valenza, esaminato in dettaglio e valutato secondo criteri ed esiti non manifestamente illogici. Per le considerazioni svolte il ricorso del Cinà va respinto con la sua condanna al pagamento delle spese processuali.
12. Pietro Corrao, condannato per i delitti di favoreggiamento personale continuato ed aggravato (capo 2, così riqualificato) e per concorso in falso per avere procurato il soggetto fornitore dei documenti sui quali era stata apposta la fotografia di Francesco Franzese-(capo 7) e per avere condotto la moglie di questi ad un appuntamento col marito latitante, col primo motivo contesta il giudizio di responsabilità in ordine a quest'ultimo addebito. Assume che la condanna era stata confermata in base ad una mera ipotesi d'indagine, non suffragata dagli elementi probatori acquisiti.
12.1 L'assunto difensivo non ha pregio e comunque reitera pedissequamente la formulazione dei motivi di appello, che la sentenza impugnata ha disatteso con argomentazioni puntuali, fedeli ai dati probatori ed immuni da qualsiasi vizio. In particolare, ha osservato che i collaboratori di giustizia escussi nel corso del processo hanno concordemente descritto la relazione tra il Corrao e gli esponenti mafiosi Nuccio e Franzese in termini di incondizionata disponibilità a far fronte alle loro richieste ed esigenze, anche se nel secondo caso provenienti da latitante. Premesso che oggettivamente è stato provato il possesso in capo al Franzese di documenti con la sua effige rilasciati a Giuseppe Nicoletti e di un ciclomotore a questi intestato, in sentenza si è valorizzato quanto riferito dal Nuccio, secondo il quale egli aveva chiesto al ricorrente, noto in gergo col nomignolo di "testone", di reperire una persona incensurata compiacente, che rispondesse alle caratteristiche fisiche, proprie del Franzese, dalla quale farsi consegnare i documenti personali per consentirne l'utilizzo al Franzese stesso, che in tal modo avrebbe potuto evitare di essere individuato e tratto in arresto, nonché le conferme a detta narrazione, provenienti dal Franzese e dal Bonaccoso. Il primo, diretto interessato, ha confermato l'interessamento a tale scopo del Nuccio presso "testone", da lui conosciuto in gioventù per avere trascorso un periodo comune di detenzione presso l'istituto minorile di Palermo, il quale unitamente al cognato Sebastiano si era interessato per reperire una casa ove egli avrebbe potuto trascorrere la latitanza, così come informazioni conformi risulta aver reso il Bonaccorso ed una missiva indirizzata dal Franzese a Vincenzo Greco di Passo di Rigano, al quale aveva suggerito di non credere a tutto quanto veniva detto sul conto di "testone" e comunque di affidarsi al cognato Sebastiano, persona totalmente affidabile ed a lui vicina.
12.2 La conclusione che ha ravvisato il concorso del Corrao nella contraffazione, nonostante egli non vi avesse materialmente partecipato, non è manifestamente illogica e riposa su solida base dimostrativa e sulla provata natura di rapporti e complicità che lo aveva legato all'epoca sia al Nuccio, che al Franzese, cosa che gli aveva consentito di comprendere 63 Corte di Cassazione - copia non ufficiale che l'incensurato compiacente, ricercato per il possesso di determinati caratteri fisici, avrebbe dovuto prestarsi ad uno scambio di persona a fini delinquenziali.
12.3 Anche in riferimento alla circostanza aggravante di cui all'art. 7 L. n. 203/91 la statuizione che ne ha confermato la sussistenza si basa sulla natura dei rapporti personali tra il ricorrente e gli esponenti mafiosi e delle istanze rivoltegli ed esaudite, compresa l'invito a riferire come altri affiliati stessero occupandosi delle estorsioni nella zona di competenza e la richiesta di accompagnare la moglie del Franzese ad un appuntamento col marito latitante; questi comportamenti, che secondo il Nuccio ed il Franzese erano prodromici a testare l'affidabilità del Corrao in vista di un suo reclutamento nei ranghi mafiosi, si spiegano con l'intento del ricorrente di favorire gli associati con i quali era in contatto e la persona del capomafia, ma anche, loro tramite, l'intera consorteria, ossia si collocano in un ambito di relazioni che trascendono il rapporto di amicizia o di cortesia.
12.4 Infine, va disatteso anche il motivo che investe il trattamento sanzionatorio: la Corte distrettuale ha giustificato le scelte operate a ragione della gravità oggettiva delle condotte, dei precedenti penali, plurimi e per altrettanto gravi reati, come evidenziato nella sentenza di primo grado, tali da consentire la considerazione della contestata recidiva e da dare conto del diniego delle circostanze attenuanti generiche stante il giudizio marcatamente negativo espresso sulla personalità del Corrao. Il suo ricorso va dunque respinto con la conseguente condanna al pagamento delle spese processuali.
13. Anello Cusimano, condannato per il delitto di cui all'art. 73 d.P.R. n. 309/90 (capo 38), contesta il giudizio di responsabilità perché confermato in "totale assenza di motivazione" sulla scorta di quanto riferito dal Nuccio e dal Franzese, le cui dichiarazioni, entrambe de relato, sono inutilizzabili se non avvalorate da riscontri esterni / e di quanto già esposto nella sentenza di primo grado. Pertanto, il ragionamento probatorio della Corte di appello sarebbe contrario ai principi della logica ed alla disciplina di cui all'art. 192 cod. proc. pen.. In realtà siffatte censure non si confrontano con la motivazione esposta dalla Corte territoriale, che con attenzione ha esaminato le fonti di prova, dalle quali ha desunto l'attiva partecipazione del Cusimano alle condotte criminose ascrittegli; in particolare, gli apporti dichiarativi resi dai collaboratori di giustizia Franzese e Nuccio sono stati valorizzati per inferire il coinvolgimento del ricorrente nell'attività continuata di traffico di sostanze stupefacenti del tipo hashish e cocaina sino al 21 dicembre 2006, che egli, unitamente al fratello Nicolò e successivamente da solo nel periodo in cui questi era stato ristretto in carcere, aveva acquistato all'ingrosso da Mimmo Serio e Sandro Lo Piccolo, aveva detenuto e ceduto al dettaglio tramite una rete di spacciatori. La sentenza ha quindi esaminato in modo puntuale i motivi di appello, osservando sul piano della convergenza del molteplice che le propalazioni, attendibili e fra loro coerenti, dei due predetti collaboratori erano sufficienti a soddisfare i requisiti per il valido utilizzo delle chiamate in correità ed in reità, delle quali soltanto quella del Franzese riguardava notizie   apprese da altri, ma non era assimilabile ad un'accusa "de relato", perché acquisite nell'ambito delle relazioni criminose intrattenute dal Franzese con il Nuccio, il Botta, i Lo Piccolo, tutti coinvolti nelle medesime intraprese quali fornitori all'ingrosso e uomini d'onore. Ha quindi escluso che le propalazioni fossero generiche ed imprecise, che avessero riguardato esclusivamente traffici di hashish e che il reato fosse estinto per prescrizione del reato; quindi ha esposto il calcolo della pena in tutte le sue componenti. In definitiva, a fronte di una sentenza che ha valutato prove concrete in modo non manifestamente illogico, dando conto in motivazione del ragionamento seguito, le censure contenute nel ricorso sono del tutto aspecifiche, non esaminano criticamente gli snodi di tale percorso e non espongono i profili di erroneità denunciati, esprimendo soltanto uno sterile dissenso. Nella giurisprudenza di legittimità si è avuto modo di chiarire che il requisito della specificità dei motivi implica non soltanto l'onere di dedurre le censure che la parte intenda muovere in relazione ad uno o più punti determinati della decisione, ma anche quello di indicare, in modo chiaro e preciso, gli elementi che sono alla base delle censure medesime, al fine di consentire al giudice dell'impugnazione di individuare i rilievi mossi ed esercitare il proprio sindacato (sez. 2, n. 19712 del 06/02/2015, Alota e altri, rv. 263542; sez. 3, n. 5020 del 17/12/2009, Valentini, rv. 245907; sez. 4, n. 24054 del 01/04/2004, Distante, rv. 228586). Per non aver assolto agli oneri di corretta deduzione delle censure, il ricorso è inammissibile; ne segue la condanna al pagamento delle spese processuali e, a ragione dei profili di colpa insiti nella proposizione di siffatta impugnazione, anche al versamento di sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende, che si stima equo determinare in euro 2.000,00.
14. Nicolò Cusimano, condannato per il delitto di cui all'art. 73 d.P.R. n. 309/90 (capo 37) limitatamente al periodo sino al 7/03/2005 e dal 21/12/2006 al 2/08/2007, contesta a sua volta la correttezza giuridica e la compiutezza della motivazione con la quale è stato confermato il giudizio di responsabilità a suo carico.
14.1 Ripropone in primo luogo la doglianza, incentrata sull'eccessiva genericità delle accuse mosse dai collaboratori di giustizia per l'assenza di precisi riferimenti a dati temporali o spaziali delle condotte riferite al ricorrente, carenza che ne avrebbe compromesso l'attendibilità e la possibilità di un valido utilizzo probatorio. La Corte di appello ha già offerto congrua replica, laddove ha osservato che la carente enunciazione del contesto spaziale e temporale di consumazione dei fatti di reato può costituire vizio di "insufficiente motivazione" ma solo quando difetti qualsiasi riferimento concreto per comprendere la realtà degli episodi contestati e sempre che non sia possibile desumere i dati mancanti da altri elementi enunciati e dai richiami contenuti nel decreto di citazione o in altri provvedimenti (sez. 3, n. 53132 del 04/04/2017, Moldovan, rv. 271992; sez. 3, n. 42537 del 21/05/2014, Caputo e altri, rv. 261147; sez. 1, n. 20628 del 12/02/2008, Pietroleonardo, rv. 239986; sez. 1, n. 12149 del  02/03/2005, Confl., comp. in proc. Cifarelli, rv. 231615; sez. 3, n. 5778 del 10/04/1985, Gonnelli, rv. 169740). Nel caso di specie il capo d'accusa 37) descrive la condotta collocata nel tempo sino al 2010, che poi la Corte di appello ha circoscritto nei termini sopra indicati anche in funzione del periodo di detenzione sofferto dal Cusimano, ed il luogo di commissione in Palermo, mentre le chiamate in correità ed in reità provenienti dai collaboratori di giustizia hanno offerto altri dati informativi circa una pluralità di acquisti di stupefacenti a cadenza periodica e ravvicinata, con conseguente detenzione e rivendita delle sostanze nell'ambito territoriale del quartiere Zen di Palermo. Tanto ha consentito l'esercizio del diritto di difesa e non rende talmente generiche le propalazioni da non costituire un valido elemento di accusa. Non giova, infatti, richiamare quelle pronunce emesse da questa Corte, che hanno censurato sentenze le cui motivazioni avevano valorizzato indicazioni provenienti da collaboranti sul fatto che l'accusato fosse stato dedito all'attività di spaccio, perché nel caso in esame le fonti escusse hanno descritto con maggiore ricchezza di riferimenti concreti l'impegno criminale del ricorrente sul fronte del traffico di stupefacenti, avendone specificato l'oggetto materiale, la frequenza, le fonti di rifornimento, l'area di spaccio, le relazioni di complicità sottese, tutti particolari che assegnano sufficiente concretezza alle relative chiamate, come fondatamente ritenuto dalla Corte di appello.
14.1.1 Non può quindi criticarsi il ragionamento valutativo condotto in sentenza laddove si è dedotto dalle propalazioni del Franzese, -non coinvolto in prima persona nei traffici descritti, di cui aveva avuto conoscenza per lo stretto legame criminale intrattenuto col Nuccio, con Carlo Puccio e con Giovanni Botta che, invece, li gestivano e con i loro referenti, ossia i capimafia Lo Piccolo, i quali avevano imposto a tutti gli spacciatori attivi nella zona dagli stessi controllata l'acquisto della droga da loro stessi ed a prezzi e condizioni parimenti dagli stessi determinati-, che il ricorrente si fosse reso acquirente a cadenze costanti di ingenti quantitativi di hashish, in via esemplificata indicati in due partite da 500 kg. ciascuna in un breve arco di rcittk. tempo e di più modeste forniture di cocaina da Agggi dei trafficanti facenti capo ai Lo Piccolo, che egli, grazie alle grosse disponibilità di denaro acquisite per essere attivo da tempo nel settore, era solito pagare in contanti, così ottenendo un prezzo favorevole. Non soltanto emergono dati concreti sulle condotte, non collocate in modo preciso in una data o in un arco temporale limitato per la frequenza degli acquisti, come rilevato in sentenza in termini per nulla illogici, ma risulta positivamente riscontrata la provenienza delle informazioni in possesso del Franzese e la loro acquisizione nell'ambito dei rapporti di comune militanza e solidarietà mafiosa con i fornitori del Cusimano, oltre che per il ruolo dirigenziale dallo stesso assunto in epoca coincidente con i fatti a questi ascritti. E' poi privo di fondamento lamentare la mancata applicazione della regola dettata dall'art. 195 cod. proc. pen. ed il mancato riconoscimento fotografico del ricorrente da parte del Franzese. Premesso che correttamente i giudici di appello hanno escluso che le notizie riferite dal Franzese potessero essere considerate "de relato" in senso proprio perché attinte dal patrimonio di comuni conoscenze condiviso con gli altri esponenti mafiosi, dediti a tali 66   traffici, in ogni caso la sentenza ha ben evidenziato come egli fosse intervenuto personalmente a dirimere una diatriba tra il Nuccio e gli altri mafiosi dediti al commercio di droga per un dissidio emerso nell'ambito di tale attività ed a perorare la causa del Nuccio con Sandro Lo Piccolo, così venendo informato dei particolari della lite, ma anche delle vicende sottostanti. Ha quindi spiegato la ragione del mancato riconoscimento nell'assenza di contatti diretti e t9-te, personali tra il collaboraZtarrer ed il Cusimano, di cui però gli era stato noto il ruolo di acquirente e di trafficante di droga, ritenendo molto significativo sul piano probatorio che il Nuccio avesse offerto piena conferma di quanto dichiarato dal Franzese. In effetti, per quanto riportato nelle due sentenze di merito, costui aveva descritto i due fratelli Cusimano, -indicati con i nomi propri, la zona di operatività e nel rapporto di collaborazione con sostituzione di Anello a Nicolò quando questi, nel marzo 2005, era stato tratto in arresto nell'ambito dell'operazione denominata "San Lorenzo 5"-, quali acquirenti di cocaina per quantitativi di 100-200 grammi ogni 15 o 30 giorni dalla propria organizzazione ed in precedenza quali grossisti di hashish, ottenuto in forniture ciascuna da 30 ai 50 kg. da Andrea Barone, il quale aveva smerciato lo stupefacente di proprietà di Giovanni Botta e Sandro Lo Piccolo. La sentenza ha esaminato anche le informazioni fornite dal collaboratore Andrea Bonaccorso, secondo il quale Nicola Cusinnano, il cui padre gestiva un'impresa di rivendita di bombole di gas, denominata Cusimangas, si era rifornito di cocaina in quantità indicate approssimativamente in 200-300 grammi per volta, ma anche di hashish(per questa sostanza per una decina di volte) dal Nuccio e da lui stesso, che erano in "società" sino a che il Nuccio era rimasto in libertà, mentre aveva acquistato eroina da Mimmo Serio;e quelle riferite dal collaboratore Sebastiano Arnone sullo smercio di cocaina nella zona denominata Zen 2 nel periodo 2006-2009, fornita da Nicola Cusimano, ossia dai Lo Piccolo, che avevano imposto di acquistare la droga da loro, pena il divieto di svolgere quell'attività nel rione.
14.1.2 Il giudizio espresso in sentenza sull'esistenza di un nucleo comune di informazioni, fornite dalle predetti fonti ed univocamente significative del coinvolgimento del ricorrente nelle attività criminose ascrittegli non è censurabile perché rispettoso dei criteri dettati dall'art. 192 cod. proc. pen. ed illustrato con ampia e logica motivazione. Non hanno pregio le obiezioni mosse in ricorso: non risponde al vero che il Nuccio abbia negato di avere ceduto cocaina al ricorrente poiché in sentenza ., a pag. 255, è riportato un passaggio testuale delle sue dichiarazioni che depone per il contrario e comunque la circostanza è stata riferita anche dal Franzese e dal Bonaccorso, di cui si è evidenziato il possesso di informazioni provenienti da soggetti anche diversi dal Nuccio; oltre a ciò, la sentenza ha posto in rilievo che questi aveva riferito dell'insorgenza di problemi col ricorrente per essersi egli rifornito di droga anche da venditori diversi dagli esponenti della famiglia mafiosa imperante allo Zen, sicchè la cocaina avrebbe potuto ottenerla in base a canali alternativi, rilievo pertinente e per nulla illogico. L'obiezione sul difetto di corrispondenza tra il narrato del Nuccio e quello del Bonaccorso non trova rispondenza nella motivazione della sentenza ed al riguardo non può ritenersi autosufficiente il ricorso che ha citato soltanto poche frasi o singole parole estrapolate dai verbali d'interrogatorio dei collaboratori per sostenere la tesi difensiva circa la lettura travisante del loro dichiarato, tesi che in tal modo è rimasta priva del corretto e necessario riscontro dimostrativo, tanto più che sull'acquisto di cocaina da parte del ricorrente hanno riferito il Franzese ed il Bonaccorso. Ed anche in riferimento al contrasto tra le dichiarazioni rese da Sebastiano Arnone al dibattimento e quanto riferito nel corso delle indagini preliminari sulle forniture di droga effettuate dal Cusimano a Fabio Daricca,dal 2006 al 2009, la Corte di appello ha spiegato che la cessazione nel 2005 dell'impegno personale dell'Arnone su quel fronte non esclude che egli potesse essere stato egualmente informato dei traffici gestiti dal Cusimano nel periodo successivo, tanto più che in sentenza sono stati esaminati anche ulteriori elementi di prova indicativi della protrazione dell'attività criminosa in questo specifico settore nel periodo successivo al 2 agosto 2007, che ha ritenuto prudentemente di non poter valorizzare per l'assenza di dati certi della prosecuzione della condotta sino al luglio 2008.
14.1.3 Infine, anche la paventata violazione dei diritti di difesa dell'imputato a ragione dell'affermazione di responsabilità del ricorrente a fronte di una c.d. "contestazione aperta" per fatti commessi sino al 7 marzo 2005 e dal 21 dicembre 2006 sino ad agosto 2007 per la possibilità di essere sottoposto ad ulteriori procedimenti per fatti specifici, commessi in quel periodo di riferimento, prospetta un'evenienza solo ipotetica a fronte di un'accusa di una condotta continuata e non permanente, mentre la operatività del divieto di bis in idem potrà essere fatta valere nell'eventuale nuovo procedimento.
14.2 Il secondo motivo è privo di qualsiasi fondamento. Il mancato riconoscimento della fattispecie di cui al quinto comma dell'art. 73 del d.P.R. n. 309/90 risposa sulle considerazione, ritenuta puntualmente dimostrata, delle dimensioni del traffico di stupefacenti, gestito in via continuativa con l'interruzione determinata dal periodo di detenzione, per sostanze diverse e per quantità non modeste dal Cusimano unitamente al fratello. Non è dunque sufficiente sostenere che il commercio illecito avrebbe riguardato solo hashish e nel periodo antecedente al 2006, poiché la sentenza ha già risposto in modo pertinente e ben argomentato a tale pretesa sulla scorta dei contributi informativi di plurime fonti attendibili, non illogicamente considerate. Che poi egli, una volta scarcerato sia stato sottoposto agli arresti domiciliari ed a misura di prevenzione non può costituire argomento tale da dimostrare l'assoluta impossibilità di protrarre i traffici criminosi, magari con l'ausilio del fratello Anello, parimenti coinvolto nella loro gestione o di altri soggetti.
14.3 La doglianza che si duole del mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche è priva di fondamento: la sentenza ha ben evidenziato la gravità oggettiva dei fatti, che non è smentita dall'omessa contestazione delle circostanze aggravanti di cui all'art. 80 d.P.R. n. 309/90 e dell'art. 7 L. n. 203/91, tanto più che il materiale probatorio indica il rapporto di stretta collaborazione con i referenti mafiosi di zona quali fornitori. Inoltre, la Corte di appello ha considerato i plurimi e gravi precedenti penali del Cusimano a giustificazione del giudizio negativo sulla sua personalità e dell'operatività della recidiva, sebbene facoltativa, rispetto alla quale la motivazione non è affatto di stile, ma pone in relazione i fatti g dicati   con i precedenti per ravvisarvi la prova di un incremento di pericolosità dell'imputato, il che soddisfa adeguatamente l'onere motivazionale.
14.4 Per le medesime ragioni anche le scelte sanzionatorie operate in sentenza trovano congrua e logica giustificazione e non meritano alcuna censura. Il ricorso di Nicolò Cusimano va dunque respinto con la conseguente sua condanna al pagamento delle spese processuali.
15. Fabio Daricca, condannato per il delitto di cui all'art. 73 d.P.R. n. 309/90 di cui al capo 13), reitera l'eccezione di nullità della richiesta di rinvio a giudizio e di tutti gli atti consecutivi per omessa notifica dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari al difensore di fiducia, avv. Salvino Mondello.
15.1 La soluzione esposta in sentenza, che conferma quella già data dal G.u.p. e dal Tribunale, cui la medesima questione era stata proposta, non merita censure: si è rilevato che, successivamente alla designazione, effettuata dall'imputato con dichiarazione del 23 febbraio 2011, quali propri difensori degli avv.ti Raffaele Bonsignore e Salvino Mondello, i quali avevano proposto ricorso per cassazione avverso l'ordinanza di conferma del provvedimento applicativo della misura della custodia in carcere, TI/sostituto Procuratore della Repubblica che stava conducendo le indagini, concluse le stesse, al solo avv.to Bonsignore era stato notificato l'avviso ex art. 415-bis cod. proc. pen. e l'avviso di fissazione dell'udienza preliminare, in quanto l'imputato, nel rispondere ad apposita sollecitazione dell'ufficio di Procura perché specificasse il proprio difensore, con dichiarazione resa il 18 maggio 2011 aveva risposto indicando il solo nominativo del predetto legale.
15.1.1 Non ha fondamento l'obiezione per la quale tale manifestazione di volontà non equivarrebbe a revoca della nomina dell'avv.to Mondello, perché siffatta determinazione deve essere espressa ed esplicita, come prescritto dall'art. 24 disp. att. cod. proc. pen., e l'interpello rivolto al Daricca sarebbe irrituale, poiché successivo ad una chiara espressione del suo intento. In primo luogo, non si verte in tema di revoca tacita, desunta da un qualsiasi comportamento concludente di colui che aveva conferito il mandato difensivo, quanto di una precisa manifestazione di volontà volta a far conoscere l'identità dei propri difensori nel processo che si sarebbe celebrato dopo la conclusione delle indagini preliminari, espressione che, poiché sollecitata da una richiesta specifica anche di precisare eventuali revoche e successiva alla precedente nomina, ha il significato univoco di indicare quale proprio unico difensore il solo avv.toBonsignore. Non rileva che con la designazione iniziale non fosse stato superato il numero massimo di difensori quanto piuttosto il tenore letterale della risposta fornita direttamente dall'interessato, il cui interpello non può ritenersi vietato, né illegale, essendo la richiesta rivoltagli finalizzata a fare chiarezza in vista della notificazione degli atti d'impulso del rapporto processuale.
15.1.2 Va poi ricordato che nella giurisprudenza di questa Corte è stato affermato il principio, per il quale in tema di nomina di difensore, la revoca delle precedenti nomine può realizzarsi anche mediante un "comportamento concludente". Poiché non è "prevista come   obbligatoria la adozione di determinate forme, in base ai principi generali di manifestazione della volontà, qualora la parte, pur senza revocare espressamente il mandato conferito a precedente difensore, ne abbia nominato un altro e di questo solo, in concreto, si sia avvalsa (affidando a lui ogni atto ed adempimento in modo che l'incarico risulti espletato direttamente ed autonomamente da tale professionista), deve riconoscersi la sussistenza di un'inequivocabile volontà dell'assistito, diretta a revocare il precedente mandato" (sez. 5, n. 3549 del 09/02/1999, PM in proc Pucciarelli, rv. 212763; vedi altresì sez. 5, n. 9478 del 09/07/1998, Petronelli, rv. 211451; in motivazione sez. 1, n. 12876 del 06/03/2009, P.G. in proc. Lanzino e altri, rv. 243490; sez. 4, n. 31455 del 02/07/2002, Gadner, rv. 222205; sez. 5, n. 36341 del 03/10/2002, Zulianello, rv. 222678).
15.1.3 Del resto se l'incarico all'avv.to Mondello era intervento per la fase cautelare del procedimento, come si deduce dall'illustrazione del motivo contenuta in ricorso, lo stesso non poteva esplicare effetti ai fini di assicurare l'assistenza legale e la rappresentanza nel processo principale, che avrebbe richiesto una rinnovata nomina, non potendo valere per un procedimento autonomo e separato, che non comporta la necessaria conoscenza da parte del giudice procedente degli atti di quello incidentale (sez. 3, n. 32323 del 05/02/2015, Zanoli, rv. 264181; sez. 4, n. 22042 del 06/05/2009, Curraj, rv. 243968; sez. 1, n. 38648 del 18/09/2008, Narcisio, rv. 241303; sez. 3, n. 4653 del 03/03/1999, Ventrigli, rv. 213091). Va soltanto aggiunto che, avendo specificato la sentenza in verifica a pag. 272 della motivazione che la nomina dell'avv.to Mondello era stata compiuta per la sola fase cautelare, sarebbe stato onere della difesa produrre l'atto contenente il mandato per offrire prova documentale del conferimento di un incarico più ampio, privo di limitazioni ,e riferito anche al processo principale, prova non fornita senza quindi che possa essere superato il rilievo in punto di diritto sopra esposto in base a principio del tutto condiviso.
15.2 Col secondo motivo si censura la sentenza in punto di valutazione degli apporti informativi forniti dai collaboratori Nuccio, Bonaccorso ed Arnone, perché non condotta nel rispetto dei principi dettati dalla giurisprudenza di legittimità.
15.2.1 La sentenza al riguardo ha rilevato che il Nuccio aveva riferito di avere ceduto personalmente cocaina al Daricca, da lui conosciuto come Fabio Puleo perché Puleo è il cognome della madre, nel periodo da fine 2006 sino al proprio arresto avvenuto il 2 agosto 2007 con cadenza periodica quindicinale o settimanale per quantitativi rispettivamente di 500 o 200 grammi, spacciati tramite altri soggetti, tra cui il di lui fratello; di avere instaurato il rapporto di fornitura'nel periodo in cui il Daricca si era trovato agli arresti domiciliari per delle rapine contestategli nel processo denominato "San Lorenzo 5" in quanto, appreso che egli acquistava droga da altri fornitori per spacciarla nella zona prossima all'abitazione di Antonino Lo Brano, uomo d'onore detenuto, lamentatosi per la prossimità di quel traffico alla casa ove alloggiavano i propri figli in tenera età, il Nuccio aveva chiamato il Daricca per fargli presente che se aveva intenzione di spacciare nella zona del mandamento di Tommaso Natale, avrebbe dovuto acquistare la sostanza dall'organizzazione di cui faceva parte, che non ammetteva  concorrenti nella propria area d'influenza. Ha quindi ravvisato precisi elementi di riscontro nelle propalazioni: del Bonaccorso, il quale aveva indicato il ricorrente quale cliente abituale ed affidabile dell'organizzazione dedita al traffico di cocaina, gestita in società col Nuccio, non conosciuto personalmente, ma sentito nominare perché acquirente di circa 200 grammi di sostanza a settimana, pagati puntualmente;e dell'Arnone, secondo il quale egli stesso aveva spacciato allo Zen per conto del Daricca dal 2006 al 2009 la cocaina che era stata acquistata da Nicola Cusimano e dai Lo Piccolo come era d'obbligo per tutti coloro che erano intenzionati a trafficare nel quartiere, cui era imposto di rifornirsi dai predetti.
15.2.2 Per contrastare il giudizio di colpevolezza l'impugnazione rassegna argomenti privi di fondamento e comunque già disattesi dalla Corte di appello con motivazione analitica, attenta e non manifestamente illogica. In primo luogo, si è escluso che le conoscenze del Bonaccorso fossero ricavate soltanto dal Nuccio, poiché, avendo il dichiarante militato nella medesima organizzazione, che non esauriva i propri partecipanti nei due predetti collaboratori, ed avendovi svolto un ruolo attivo, anche se non necessariamente direttivo, aveva altresì potuto apprendere le vicende dei clienti e degli acquisti dagli stessi perfezionati, sicchè resta escluso che il narrato delle due fonti sia riconducibile ad una sola. Che poi l'associazione non abbia assunto rilevanti dimensioni ed abbia operato in uno dei quartieri palermitani sul piano logico non smentisce la possibilità che egli sia stato a conoscenza di quanto riferito, appreso nell'ambito delle relative attività e dei rapporti criminosi intrattenuti. Risponde al vero che le notizie fornite dal Nuccio e dal Bonaccorso e quelle dell'Arnone indicano la disponibilità in capo al Daricca di differenti canali di rifornimento di droga, ma la Corte di appello ha osservato anche che, non soltanto le fonti in esame attestavano la medesima attività di acquisto, detenzione e cessione dello stesso tipo di stupefacente, ma che i fornitori erano in tutti i casi soggetti gravitanti nell'ambito dell'organizzazione mafiosa, che controllava il traffico di droga nel quartiere Zen ed imponeva prezzi e condizioni.
15.3 Non sono meritevoli di accoglimento nemmeno le censure che investono il trattamento punitivo. Le circostanze attenuanti generiche sono state motivatamente negate a ragione del giudizio negativo sulla personalità del Daricca, risultato un grosso spacciatore di cocaina, attivo nel settore criminoso anche quando era stato sottoposto a misura cautelare per altre vicende delittuose; dei precedenti penali riportati e della condotta susseguente al reato, consistita nella violazione del divieto di dimora nel comune di Palermo e nella commissione di altri fatti di reato concernenti stupefacenti, motivo dell'aggravamento della predetta misura con applicazione della custodia cautelare in carcere. Inoltre, è in ricorso che si fa riferimento ad un episodio di violazione delle prescrizioni relative a misura di prevenzione di recente consumazione, il che costituisce emergenza coerente col giudizio di pericolosità sociale espresso da entrambe le sentenze e, unitamente agli altri elementi negativi, dà efficacemente conto della considerazione della recidiva, ancorchè di facoltativa applicazione, e della commisurazione della pena.  
15.4 In ordine all'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per anni tre, che il Tribunale ha motivato in funzione della spiccata pericolosità sociale dell'imputato, desunta dalla ricostruzione delle condotte contestate e dai comportamenti persistentemente devianti tenuti anche dopo la sottoposizione a misura cautelare, il ricorso lamenta l'omessa motivazione, ma, oltre a richiamare il motivo di appello, non ne illustra il contenuto di critica, sicchè la doglianza risulta generica e quindi inammissibile, a fronte di una pertinente considerazione della pericolosità dell'imputato, espressa dal Tribunale, cui la Corte di appello ha ritenuto di aderire. Il ricorso del Daricca va dunque respinto con la sua condanna al pagamento delle spese processuali.
16. Il ricorso proposto da Salvatore D'Anna è fondato e merita accoglimento.
16.1 Il ricorrente è stato condannato quale partecipe dell'associazione di stampo mafioso di cui al capo 1), ed in specie della sua articolazione insediata in Terrasini, per fatti commessi in permanenza dal 24 gennaio 2001 in poi, ossia dal giorno successivo alla cessazione della condotta contestatagli in altro procedimento penale, all'esito del quale era stato mandato assolto con sentenza irrevocabile. Con l'impugnazione si contesta la correttezza del percorso valutativo dei dati probatori acquisiti e si segnalano specifici profili di illogicità della motivazione.
16.2 Per la posizione del D'Anna la sentenza in verifica, premesso che la pronuncia assolutoria emessa in suo favore si era basata sull'impossibilità di attribuire alla sua persona le condotte compiute da tale Salvatore D'Anna, posta l'esistenza di un cugino omonimo ed attivo nello stesso ambito, ha considerato quanto riferito dal collaboratore Michele Seidita,
- che lo aveva indicato quale reggente della famiglia di Terrasini per iniziativa di Salvatore Lo Piccolo e da lui incontrato per sollecitargli informazioni sulle imprese che avevano cantieri nell'area sottoposta al suo controllo- un elemento utile per contestualizzare le rivelazioni degli altri dichiaranti, ma non per rappresentare direttamente le condotte associative tenute dall'imputato per essere il Seidita tratto in arresto nel maggio 2000, periodo già coperto dal giudicato favorevole. Altro dato di contesto probatoriamente utile è stato considerato il decreto di applicazione della sorveglianza speciale di p.s. per il periodo di tre anni e sei mesi.
16.2.1 Su tali presupposti si è innestata la considerazione delle informazioni acquisite nel processo dalle fonti dichiarative: Gaspare Pulizzi ne ha ricordato il ruolo di responsabile della famiglia di Terrasini, già facente capo a quella di Partinico quando questa era diretta dal Seidita e, per volontà di Salvatore Lo Piccolo, successivamente collocata sotto il controllo della famiglia di Cinisi di cui era reggente Gaspare Di Maggio;
il Pulizzi ha aggiunto che il D'Anna, non affiliato formalmente e da lui non conosciuto personalmente per non essersi questi mai recato dai Lo Piccolo con i quali egli stava trascorrendo la latitanza, era a disposizione dell'organizzazione, tanto da essere stato destinatario di missive nelle quali era convenzionalmente indicato col luogo di residenza, Terrasini, inviategli dai Lo Piccolo per il tramite del Di Maggio. Ha quindi rievocato uno specifico episodio, nel quale Freddy G "na era   stato richiesto da Sandro Lo Piccolo di interessare il D'Anna perché chiedesse ai gestori del'hotel Cala Rossa di fare uno sconto ad amici suoi che vi avrebbero celebrato la festa di nozze, favore che il D'Anna si era dimenticato di chiedere.
16.2.2 Quanto al narrato di Francesco Briguglio, che ha riconosciuto in fotografia l'imputato ed affermato di conoscerlo sin da bambino, pur senza avere mai trattato con lui argomenti d'interesse mafioso perché non autorizzato a farlo, la Corte di appello ha sintetizzato il contenuto dei plurimi verbali in cui si è articolata la collaborazione dello stesso nell'ambito del presente processo e ha osservato che egli lo ha definito responsabile per la zona di Terrasini, pur essendo stato Gaspare Di Maggio a curare i rapporti diretti con Salvatore Lo Piccolo, dal quale aveva ricevuto il denaro provento delle estorsioni per i lavori che si facevano a Terrasini. In particolare, il Briguglio ha citato il caso dell'imprenditore Sgroi, titolare di due supermercati in questa località, che versava 30.000 euro l'anno a "cosa nostra", circostanza a conoscenza anche del Pulizzi, il quale gli aveva fatto pervenire un biglietto con richiesta di pagamenti, che aveva consegnato a Sgroi, il quale solo verbalmente aveva replicato di essere già a "posto" senza aver voluto mettere per iscritto tale risposta per il timore di possibili controlli, nonché l'episodio in cui, mentre stava contando del denaro da inviare al D'Anna, Salvatore Lo Piccolo si era accorto che mancavano 500 euro e si era interrogato su come fosse stato possibile e se a quel punto dovesse aggiungere quanto mancante di tasca propria. Inoltre, ha rievocato l'interessamento del D'Anna per la messa a posto di imprenditore di San Giuseppe iato, che stava svolgendo lavori alle scuole di Terrasini e dei titolari dei pontili Chiappara, i quali, pur avendo un deposito a Terrasini, non avevano corrisposto denaro nemmeno dopo che il D'Anna li aveva sollecitati, sicchè Sandro Lo Piccolo per punizione aveva inviato da Palermo tre ragazzi, che di notte avevano malmenato Massimiliano Chiappara, cagionandogli serie lesioni.
16.2.3 Ebbene, la Corte di appello ha ravvisato non soltanto piena convergenza nelle propalazioni del Pulizzi e del Briguglio, ma ha ritenuto che uno specifico ulteriore riscontro al racconto del Briguglio fosse rinvenibile nella missiva ZE3, nella quale l'autore, Gaspare Di Maggio, aveva scritto al Lo Piccolo di avere ricevuto la sua lettera e di avere inviato due biglietti ed un pacchetto per conto di Terrasini per significare l'inoltro di denaro alla famiglia mafiosa rappresentata dal D'Anna; così come ha valutato coerente con gli altri elementi d'accusa il "pizzino" D9, redatto sempre da Gaspare Di Maggio, col quale questi aveva affermato di non avere visto Salvatore, ma che, scendendo a Terrasini il successivo giorno 10, contava di incontrarlo.
16.3 Osserva la Corte che le notizie fornite dal Pulizzi sono state acquisite da altri soggetti ed in specie da altri esponenti mafiosi, ossia dai Lo Piccolo e dal Di Maggio, tanto da non avere egli mai incontrato, né conosciuto il soggetto accusato, senza che i diretti informatori avessero offerto conferma della fondatezza di tali rivelazioni, che comunque paiono riguardare più una posizione di generica disponibilità, che il compimento di specifiche condotte, apprezzabili come dati sintomatici di stabile partecipazione all'organismo mafioso.   Fondatamente la difesa critica la valorizzazione dell'episodio dello sconto da richiedere ai gestori dell'Hotel Cala Rossa, che non presenta in sé connotato illecito, ma che soprattutto, anche se ritenuto veritiero pur in assenza di qualsiasi riscontro su fatti, persone, date, non dimostra una condizione di soggezione e di indiscriminata messa a disposizione a favore dei Lo Piccolo, tanto da avere il D'Anna potuto non ottemperare alla richiesta e da essersi giustificato con una dimenticanza, il che in sé sul piano logico contraddice l'essenza stessa del vincolo mafioso, perché indice di trascuratezza e di scarsa considerazione per il mittente della richiesta, laddove la militanza implica obbedienza e pronta esecuzione delle indicazioni dei capi.
16.3.1 Oltre a tale rilievo, non pare che la sentenza abbia attentamente considerato le modalità di acquisizione delle notizie riversate nel processo da parte del Briguglio, poiché egli, per quanto riportato dalla Corte di appello, ha escluso inizialmente di avere trattato argomenti d'interesse mafioso direttamente col D'Anna o col Di Maggio, pur conosciuti. Per quanto dallo stesso narrato con un effettivo arricchimento dei contenuti delle propalazioni riscontrabile nella successione cronologica dei verbali d'interrogatorio, tanto più evidente perché esaminati nella loro sequenza, profilo che avrebbe dovuto indurre la Corte di merito ad interrogarsi sulle ragioni senza interpretare difficoltà mnemoniche, di cui non vi è traccia agli atti, appare fondata l'obiezione difensiva che individua nei Lo Piccolo, nel Pulizzi e nel Di Maggio gli informatori del Briguglio, il che effettivamente pone non poche difficoltà sul piano dell'autonomia delle fonti e del rispetto dei requisiti, come individuati nell'interpretazione di questa Corte (Sez. U., n. 20804 del 29/11/2012, Aquilina e altri, rv. 255145, citata al paragrafo 2.1), per il valido impiego delle accuse de relato.
16.3.2 In realtà, ad avviso del Collegio, la motivazione della sentenza non risulta esaustiva e perfettamente logica laddove ha esaminato, per respingerle, le censure prospettate dalla difesa nei motivi di gravame in merito alle contraddizioni in cui era incorso il Briguglio nei verbali d'interrogatorio, compresi tra il 20 gennaio 2009 ed il 4 febbraio 2009,ed alla mancata acquisizione di riscontri, non forniti nemmeno dai soggetti a suo dire coinvolti nelle medesime vicende. S'intende fare riferimento: all'iniziativa estorsiva cui sarebbe stato sottoposto l'imprenditore Sgroi da parte del Pulizzi, il quale nulla ha riferito al riguardo, a prescindere dal fatto che le domande gli siano state poste o meno, carenza non addebitabile alla difesa; all'interpretazione della missiva, contrassegnata come ZE3, che per il Briguglio dovrebbe offrire riscontro di tale vicenda estorsiva, ma che in realtà indica testualmente la consegna di un "pacchetto" per conto di Terrasini e non in favore di Terrasini, il che muta completamente il senso della circostanza; all'apprezzamento del biglietto contrassegnato come D9, che si pretende contenga il riferimento al ricorrente per l'uso del nome proprio Salvatore e l'accenno a Terrasini, senza che sia esaminata la possibilità che esso riguardi altro soggetto rispondente a quel nome, sebbene nessun altro dato individualizzante sia dato ricavare dal testo.   Non si ritiene sia stato adeguatamente valutato anche il contenuto del verbale d'interrogatorio reso dal Briguglio il 5 febbraio 2009 allo scopo di esprimere un motivato e coerente giudizio di piena affidabilità. La rievocazione di alcune vicende estorsive, non presente nei verbali precedenti dello stesso collaboratore, avrebbe richiesto uno sforzo analitico di maggiore impegno e la verifica della possibilità materiale per il D'Anna di rendersi autore, in un momento imprecisato, delle pressioni esercitate sugli imprenditori Chiappara rispetto alla spedizione punitiva sicuramente posta in essere nell'agosto del 2002, ossia in un momento in cui si era dedotto dalla difesa, ed avrebbe dovuto essere verificato, che egli era in stato di detenzione. Né risulta che il suo apporto all'estorsione sia stato mediato da altri personaggi di caratura mafiosa, che abbiano agito su suo impulso e mandato, conferito da detenuto, sicchè  le relative considerazioni sono minate nella loro tenuta logica da congetturalità e dall'assenza di puntuali riferimenti probatori. Del parrrestorsione in danno di un imprenditore originario di San Giuseppe Jato, impegnato nei lavori alle scuole di Terrasini, premesso che non è dato conoscere quali edifici fossero stati interessati dagli interventi di ristrutturazione e l'identità dell'imprenditore, nessun dato concreto avvalora quanto riferito dal Briguglio, tanto più che la difesa aveva segnalato come l'episodio fosse stato considerato indimostrato nella sentenza del 18 luglio 2011 della Corte di assise di Palermo, prodotta agli atti,e che il biglietto U4 non è dato comprendere come possa fornire notizie sovrapponibili a quelle fornite dal Briguglio.
16.3.4 In definitiva la pronuncia di conferma del giudizio di responsabilità a carico del D'Anna non è basato sulla corretta applicazione dei criteri di valutazione delle chiamate in correità e su motivazione logica, esaustiva, idonea a superare le contestazioni difensive; la sentenza va dunque annullata per nuovo giudizio nel quale, in piena libertà cognitiva, dovranno essere attentamente riesaminati i profili dell'attendibilità delle fonti dichiarative, la loro reciproca autonomia e la loro convergenza anche col materiale documentale. I restanti motivi formulati dalla difesa restano assorbiti dal disposto annullamento con rinvio.
17. Giuseppe Di Bella, condannato per il delitto di partecipazione ad associazione mafiosa di cui al capo 2), col primo motivo censura il giudizio di responsabilità, sostenendo che la chiamata in correità proveniente dal collaboratore Pulizzi non sarebbe stata riscontrata. A tal fine contesta che la sentenza di patteggiamento per il medesimo delitto, contestato sino al 1998, possa svolgere tale funzione, non contenendo un accertamento di responsabilità e rappresenta che la disposta assoluzione dal delitto i capo 24) priva il processo della dimostrazione del compimento di una reale ed effettiva condotta partecipativa.
17.1 La sentenza in esame ha sviluppato un ragionamento valutativo del materiale probatorio, che ha preso le mosse da un messaggio, quello contrassegnato come ZE8, accertato come scritto di pugno da Sandro Lo Piccolo dal perito grafico, in cui in uno dei cinque argomenti trattati era stato menzionato un soggetto come "Di Bella G.", il quale avrebbe dovuto portare il denaro di tale D'Arrigo per i lavori di Capaci ed avrebbe dovuto chiedere al   D'Arrigo se avesse anche realizzato i lavori della strada di Mezzojuso Campofelice di Fitalia dell'importo di 650.000 euro. La pregnante valenza dimostrativa della missiva, contenente precise istruzioni operative, rivolte dal capomafia ad un associato per il disbrigo di attività d'interesse dell'associazione di natura estorsiva, è stata illustrata dalla Corte di appello in funzione del contenuto e della certa identificazione del soggetto, che avrebbe dovuto eseguire le istruzioni impartite, nella persona del ricorrente, in quanto portatore di nome e cognome corrispondenti e già destinatario di sentenza di patteggiamento siccome appartenente alla famiglia mafiosa di Montelepre, ricompresa nel mandamento facente capo ai Lo Piccolo. Al tempo stesso la Corte di appello si è impegnata nel dimostrare che il Di Bella in questione non avrebbe potuto essere individuato in altro soggetto a nome Vincenzo Giovanni Di Bella, perché dal Pulizzi conosciuto, ma tenuto distinto dal Giuseppe Di Bella uomo d'onore di Montelepre, presente alla propria cerimonia di rituale affiliazione. Si tratta di un dato probatorio in sé di elevata capacità dimostrativa, perché significativo del legame criminale in atto tra questi ed il Lo Piccolo e dell'affidamento di incarico di rilevanza mafiosa; da esso il ricorso prescinde completamente, preferendo ignorarlo, ma incorrendo in tal modo nel vizio di aspecificità dei motivi. Inoltre, a dimostrazione del vincolo perdurante tra ricorrente e "cosa nostra" sono state valutate le dichiarazioni del Pulizzi in relazione alle altre emergenze documentali.
17.1.1 Non ha pregio giuridico la linea difensiva che assume non potersi attribuire alla pronuncia di patteggiamento valore di ulteriore riscontro alla chiamata in correità del Pulizzi, laddove ha definito il Di Bella uomo d'onore di Montelepre, nonché, come già detto, partecipe della cerimonia del 23 giugno 2006, nella quale egli era stato formalmente affiliato a "cosa nostra" alla presenza anche dei capimafia Lo Piccolo ed Andrea Adamo, circostanza univocamente indicativa del suo ruolo attuale nell'organizzazione, sia per la valenza ufficiale della cerimonia, sia per la presenza dei capi mandamento latitanti, con uno dei quali egli era certamente in contatto indiretto per via epistolare. Non ignora questa Corte gli esiti cui è approdata la propria riflessione teorica sull'istituto del patteggiamento. Si è già affermato che, ai sensi dell'art. 445 cod. proc. pen., la sentenza di applicazione! pena a richiesta delle parti è equiparata alla pronuncia di condanna dibattimentale agli effetti penali, per i quali non sia stata prevista esplicita esclusione, quindi anche quanto alla sua suscettibilità a divenire titolo esecutivo (sez. 2, n. 40813 del 18/10/2005, Olivero, rv. 232695). E' quindi il legislatore a stabilire in via generalizzata una parificazione dei due tipi di sentenza, salvo che non intervenga una disposizione specifica a stabilire diversamente. Nella lezione interpretativa offerta da questa Corte all'indomani dell'introduzione del rito speciale col codice del 1988, l'evocata equiparazione incontrava il limite coessenziale alla natura giuridica dell'istituto del patteggiamento, nel senso che non poteva operare in tutti i casi in cui si fosse fatto riferimento all'accertamento, condotto in base ai dati probatori, circa la sussistenza del fatto di reato e la sua attribuzione alla persona dell'imputato. Nell'ipotesi regolata dall'art. 444 cod. proc. pen. l'imputato rinuncia a difendersi, provando circostanze contrarie all'assunto accusatorio, nella prospettiva di conseguire altri benefici e l'accordo   intervenuto in proposito tra le parti si esprime in una pattuizione che, ove recepita dal giudice sulla base del riscontro della corretta qualificazione giuridica del fatto contestato, dell'insussistenza di cause di immediato proscioglimento, della congruità della sanzione individuata concordemente, diviene titolo per la sottoposizione dell'imputato all'esecuzione della pena senza sia stato compiuto l'accertamento di merito, proprio dell'ordinario rito dibattimentale e degli altri procedimenti speciali (Sez. U, n. 10372 del 27/09/1995, Serafino, rv. 202270; Sez. U, n. 5777 del 27/03/1992, Di Benedetto, rv. 191135). La considerazione delle modifiche normative, successivamente introdotte e dell'evoluzione giurisprudenziale non consente di poter più differenziare i due tipi di sentenze. Una volta previsto l'istituto del "patteggiannento allargato", anche il valore della disposizione dell'art. 445 cod.proc.pen., comma 1-bis, è stato rivisitato, tenendo conto di quanto rilevato dalla Corte costituzionale (sentenza n. 155 del 13/5/1996), la quale, nel riconoscere la conformità del rito del patteggiannento ai principi della Costituzione, ha rilevato come anche la sentenza pronunciata ai sensi dell'art. 444 cod. proc. pen. presupponga "pur sempre la responsabilità" dell'imputato e che,alla rinuncia a contestare "il fatto" come descritto nell'imputazione e la propria "responsabilità", consegua che su di esso e sull'attribuzione all'imputato si formi il giudicato. E tale affermazione è stata ulteriormente rafforzata anche dalla modifica dell'art. 653 cod. proc. pen., operata dalla legge n. 97 del 2001, che, con l'eliminazione del riferimento alla sentenza pronuncia all'esito del dibattimento, ha consentito l'efficacia vincolante nel giudizio disciplinare, tanto della sentenza penale irrevocabile di condanna, che della sentenza di applicazione della pena su richiesta, con sostanziale parificazione di tutti i giudicati penali, derivanti da qualsiasi tipo di sentenza, come poi riconosciuto anche dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 336 del 3/11/2009). Da tali premesse le Sezioni Unite di questa Corte (Sez. Unite, n. 17781 del 29.11.2005, Diop, rv. 233518;
vedi altresì sez. 6, n. 10094 del 25/2/2011, Pisicchio, rv. 249642), sono giunte ad affermare il principio di diritto, secondo il quale "la sentenza emessa all'esito della procedura di cui agli artt. 444 e segg. c.p.p. poichè è, ai sensi dell'art. 445, comma 1-bis, equiparata "salvo diverse disposizioni di legge a una pronuncia di condanna" costituisce titolo idoneo per la revoca, a norma dell'art. 168, 1° comma, n. 1, c.p., della sospensione condizionale della pena precedentemente concessa", mentre si segnala come in merito all'istituto della revisione è intervenuta la modifica normativa dell'art. 629 cod. proc. pen. per effetto della legge n. 134/2003 art. 12, con la previsione della possibilità di avanzare istanza di revisione, consentita "in ogni tempo a favore dei condannati", anche per chi sia stato destinatario di sentenze "emesse ai sensi dell'art. 444, comma 2". In questo caso il legislatore cje-stesso ha operato l'equiparazione tra4ti "condannati" con pronuncia di patteggiamento ai destinatari di condanna resa in procedimento ordinario, per tutti i casi di revisione, senza eccezione alcuna, quindi anche per l'ipotesi prevista dall'art. 630 cod. proc. pen., comma 1, lett. c), in cui "dopo la condanna sono sopravvenute o si scoprono nuove prove che sole o   unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto a norma dell'articolo 631". Non è dunque censurabile per erroneità giuridica la considerazione della pronuncia di patteggiamento, resa nei riguardi del Di Bella, quale dato di conferma delle accuse mossegli dal Pulizzi, volte ad accreditare la continuità del ruolo criminale, assegnato al ricorrente nell'ambito della stessa organizzazione anche in tempi più recenti e successivi al predetto giudicato.
17.1.2 La sentenza ha apprezzato un ulteriore contributo conoscitivo sul conto del Di Bella, che è stato offerto dal collaboratore Briguglio, il quale ha rievocato uno specifico episodio, appreso da Gaspare Di Maggio, a sua volta informatone da Sandro Lo Piccolo: quando nel 2006 si era trattato di occultare il cadavere di Lino Spatola, ponendolo all'interno di alcuni sacchi, il Di Bella presente, conosciuto personalmente dal dichiarante per la sua attività di rappresentante di latticini della ditta Provenzano di Gíardinello, era rimasto imbambolato ed impressionato, reazione che aveva destato stupore perchè non coerente con la cinica freddezza, tipica dell'uomo d'onore che deve affrontare un regolamento di conti. La circostanza che altri associati avessero commentato il fatto come indicativo della debolezza di quel sodale è stata ritenuta coerente con la tesi accusatoria, non smentita dal fatto che il Pulizzi nulla avesse riferito al riguardo, probabilmente perché non occupatosi della soppressione del cadavere dello Spatola.
17.2 Il secondo motivo originario ed il primo motivo nuovo che contestano la sussistenza delle circostanze aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis cod.pen., frutto della considerazione della loro natura oggettiva, riguarda tematiche che sono state già esaminate nella parte iniziale della sentenza e a tali osservazioni si rimanda. Va soltanto aggiunto come non sia probante e non possa testimoniare dell'affermazione di un indirizzo interpretativo difforme da quelli richiamati in premessa la sentenza sez. 1, n. 7392 del 12/09/2017, dep. 2018, Di Majo ed altro, rv. 272403, la quale ha annullato sentenza di appello che aveva riferito ad un imputato l'aggravante del carattere armato dell'associazione, ma per il difetto di motivazione sui dati probatori indicativi della effettiva disponibilità di armamento da parte dell'organismo criminale, del quale l'imputato condannato era stato giudicato partecipe, e di relazione col "direttorio criminale", sicuramente in possesso di armi. In altri termini, la concreta situazione probatoria interna a quel processo e le modalità di apprezzamento da parte dei giudici di merito sono state alla base della decisione, senza che nel presente procedimento le medesime deficienze siano riscontrabili.
17.3 In ordine alla considerazione della recidiva, la Corte di appello non ne ha fatto oggetto di automatica applicazione, ma ha considerato la personalità dell'imputato ed il precedente specifico riportato, dai quali ha tratto elementi per ritenere i nuovi fatti espressione di incrementata pericolosità sociale. Merita aggiungere che, contrariamente a quanto sostenuto col secondo motivo nuovo, la commissione di un delitto nel termine di cinque anni comporta il rigetto della richiesta di estinzione del reato per il quale è intervenuta  sentenza di patteggiamento e dei suoi effetti penali, compresa la possibilità di valutarlo ai fini della recidiva, solo se detta commissione sia stata accertata con una successiva decisione, ancorchè pronunciata oltre il quinquennio (sez. 1, n. 43792 del 24/09/2015, Zampini, rv. 264753). Inoltre, nel caso in esame non vi è stata nessuna declaratoria di estinzione del reato associativo commesso sino al 1998. 17.4 Va, invece, accolto, per quanto già esposto al paragrafo 4 di questa sentenza, il motivo che investe la determinazione della pena in funzione della delimitazione temporale della condotta associativa; la sentenza impugnata merita quindi annullamento nei riguardi del Di Bella limitatamente al trattamento sanzionatorio, mentre nel resto il ricorso va respinto.
18.Giuseppe Enea, condannato per il delitto di favoreggiamento personale e concorso nella contraffazione dei documenti personali utilizzati da Sandro Lo Piccolo e rinvenuti in suo possesso (capi 5 e 5-bis), col primo motivo censura la motivazione della sentenza e l'erronea applicazione delle norme sostanziali di riferimento quanto alla circostanza aggravante di cui all'art. 7 L. n. 203/91.
18.1 Contrariamente a quanto sostenuto in ricorso, la sentenza sul punto ha ester uniahtocin modo completo i criteri inferenziali impiegati e con corretto procedimento induttivo ha es oh ) che l'Enea, nel consegnare i documenti personali a Sandro Lo Piccolo perché vi apponesse la propria fotografia e potesse assumere la sua identità, tanto da avere surrettiziamente chiesto con dei pretesi il rilascio dei duplicati di taluni di essi, era stato consapevole ed aveva voluto, non già agevolare il favorito per rapporti di mera affinità, quanto l'intera organizzazione, al cui interno vantava altre parentele con i fratelli Serio ed era accreditato come soggetto disponibile. In tal senso militano le convergenti indicazioni dei collaboratori Nuccio, Trapani, Bonaccorso in ordine all'effettuazione di ronde a bordo di motocicletta per pattugliare la zona d'insediamento degli amici mafiosi, ai rapporti con Nunzio e Mimmo Serio, alla custodia per loro conto di droga ed armi. La Corte di appello ha fondatamente ritenuto irrilevante che in sede cautelare l'aggravante fosse stata esclusa, stante la natura non vincolante di tale statuizione, resa nella fase iniziale delle indagini quando ancora non erano state acquisite le dichiarazioni dei predetti collaboratori. Inoltre, il giudizio così espresso è conforme all'orientamento interpretativo di questa Corte, secondo il quale la condotta di favoreggiamento della latitanza del capo clan, operante in un ambito territoriale nel quale la sua notorietà si presume diffusa, configura gli estremi dell'aggravante speciale di cui al D.L. n. 152 del 1991, art. 7, conv. in L. n. 203 del 1991, perché concretizza un aiuto all'associazione la cui operatività sarebbe compromessa dall'arresto dell'apice dirigenziale, mentre, sotto il profilo soggettivo, non può revocarsi in dubbio l'intenzione del favoreggiatore di favorire anche l'associazione allorché risulti che abbia prestato consapevolmente aiuto al capomafia" (così sez. 2, n. 15082 del 12/02/2014, Cuttone, rv. 259558; vedi altresì sez. 2, n. 37762 del 12/05/2016, Viglianisi e altri, rv. 268237; sez. 2, n. 26589 del 26/05/2011, Laudicina, rv. 251000; sez. 5, n. 6199 79 Corte di Cassazione - copia non ufficiale del 30/11/2010, Mazzola ed altri, rv. 249297; sez. 6, n. 45065 del 2/07/2014, Pg in proc. Di Caterino, rv. 260837). Ritiene, pertanto, questa Corte di dover ribadire il suddetto principio di diritto, non potendo dubitarsi che il garantire il mantenimento in stato di latitanza di un soggetto che riveste un ruolo apicale nell'organizzazione lascia desumere che l'agente abbia operato al fine di agevolare l'associazione stessa, contribuendo in modo significativo a preservarne i vertici. Invero, l'aggravante dell'agevolazione mafiosa ricorre quando l'attività dell'agente si svolge in favore delle risorse personali o materiali della organizzazione, agevolandone, quindi, in tutto o anche solo in parte, l'attività o il suo mantenimento funzionale, come consentito nel caso di cok. specie e come ricostruito nella sentenza impugnataAld114 possibilità di muoversi indisturbati, assumendo l'identità di soggetto incensurato, attestata da documenti veri con apposizione della fotografia del latitante, riconosciuta al Lo Piccolo.
18.2Non è censurabile la decisione impugnata in punto di trattamento sanzionatorio. Il diniego delle circostanze attenuanti generiche è stato puntualmente giustificato in funzione della gravità oggettiva e soggettiva delle condotte, innegabilmente dimostrative di una pericolosa continuità con i poteri mafiosi. Né può comprendersi dal ricorso, del tutto generico sul punto, quali "specifici elementi in grado di giustificare il beneficio" sarebbero stati ignorati dalla Corte di Appello. Il ricorso va dunque respinto con la condanna dell'Enea al pagamento delle spese processuali.
19. Giuseppe Lo Cascio, condannato per il delitto di partecipazione ad associazione mafiosa di cui al capo 2) per fatti compresi nel periodo dal 16/4/2003 al 13/12/2010, nell'arco temporale successivo a quello per il quale egli era stato mandato assolto da analoga accusa per fatti compresi tra il 2000 e la sentenza di primo grado del 2003, col primo motivo si duole del rigetto delle richieste di rinnovazione dell'istruttoria, formulata per esaminare 201i coimputati Lucia, nonché i committenti dei lavori edilizi che in tesi accusatoria sarebbero stati conseguiti violando le regole di libera concorrenza. Assume la difesa che la relativa decisione è sorretta da motivazione solo apparente e si pone in contrasto con le disposizioni dell'art. 195 cod. proc.pen..
19.1 La sentenza sul punto ha evidenziato che plurime ed eterogenee fonti probatorie descrivono il Lo Cascio, cugino di Giulio Caporrimo, -uomo d'onore di rilievo e molto vicino a Sandro Lo Piccolo-, quale soggetto intraneo all'organizzazione mafiosa e prestanome dei Lo Piccolo nella società di fatto, costituita con gli stessi e Filippo Zito che aveva operato con la copertura offerta dalla ditta individuale intestata ad Antonino Lucia, denominata "Lucia Costruzioni. Attività lavori generali di costruzione", vicenda oggetto di specifica contestazione al capo 3) e per la quale il delitto di intestazione fittizia contestato in questo processo è stato dichiarato estinto per prescrizione, mentre il coimputato Filippo Zito, separatamente giudicato, è stato già condannato con sentenza irrevocabile.
19.1.1 La Corte di appello ha dapprima rinvenuto attendibili elementi dimostrativi dell'esistenza della predetta società di fatto nelle dettagliate informazioni fornite dai collaboratori Franzese e Spataro, riguardanti il primo circostanze apprese direttamente dai Lucia sulla conduzione della società e sulle difficoltà insorte dopo l'arresto dello Zito e del ricorrente, allorchè dell'impresa si era interessato il padre di questi, Isidoro Lo Cascio, il quale non aveva più reso conto degli incassi ai Lo Piccolo e nemmeno diviso gli utili con i Lucia, che se ne erano lamentati ed avevano manifestato l'intenzione di scrivere direttamente ai Lo Piccolo per chiedere il loro intervento; il secondo l'acquisto dalla sua impresa di alcuni mezzi impiegati nell'attività di costruzioni del Lo Cascio e dei Lucia. Ha quindi disatteso le richieste istruttorie perché tardive, non essendo state coltivate nella sede più appropriata del giudizio di primo grado e comunque superflue quanto all'escussione o all'acquisizione dei verbali d'interrogatorio dei Lucia, sia perché non esclusivi informatori del Franzese, sia in quanto la data di apertura della ditta era stata già dimostrata in via documentale. Inoltre, la reale natura dei rapporti sottesi alla loro ditta si è ritenuto fosse emersa con chiara forza rappresentativa nel biglietto indicato come E18. In tale missiva i due Lucia, indicatisi esplicitamente quali scriventi, avevano lamentato a Sandro Lo Piccolo di essere stati trattati da dipendenti dai due Lo Cascio, nonostante la dimostrata disponibilità ad aprire la ditta, che aveva comportato la responsabilità per gli oneri fiscali e contributivi, tanto da essere stati pagati ad ore e senza partecipare agli utili conseguiti dalla realizzazione di una serie di lavori specificamente descritti anche negli incassi ricavati, ragione per la quale avevano dichiarato di non voler più intrattenere rapporti con i Lo Cascio e chiesto di poter sciogliere la società. Infine, la Corte distrettuale ha giudicato meramente esplorative le richieste di esaminare i committenti dei lavori svolti dall'impresa Lucia, posto che le relative circostanze erano prive di decisività per escludere la società di fatto e l'intestazione fittizia anche in favore dei Lo Piccolo.
19.1.2 Le doglianze espresse nell'impugnazione non superano i rilievi esposti in sentenza, non provano la tempestività in relazione alla non deducibilità in primo grado delle istanze, ma illustrano l'utilità dell'approfondimento istruttorio per colmare presunte imprecisioni del narrato del Franzese, non indicate nella loro consistenza, senza dimostrarne l'indispensabilità per poter pervenire ad un giudizio più favorevole per il ricorrente, il che non consente di ravvisare il dedotto vizio di violazione dell'art. 603 cod. proc. pen.. Inoltre, la decisione assunta è corretta anche in riferimento alla regola dettata dall'art. 195 cod.proc.pen.; secondo l'interpretazione della norma fornita da questa Corte, "Sono utilizzabili, senza alcuna violazione dell'art.195, comma primo, cod. proc. pen., le dichiarazioni "de relato" qualora nel giudizio di primo grado la difesa non si sia avvalsa del diritto di esaminare la fonte della testimonianza indiretta; d'altra parte, la facoltà riconosciuta alla parte di richiedere nel giudizio di appello l'integrazione dell'istruttoria dibattimentale non può valere a consentire l'esercizio tardivo del diritto di accesso alla fonte del testimone indiretto e, pertanto, detta richiesta deve essere valutata secondo i criteri posti dall'art. 603 cod. proc. pen."(sez. 5, n. 50346 del 22/10/2014, Palau Giovannetti, rv. 261316). Ed ancora si è affermato che "In tema di  testimonianza indiretta, la richiesta di parte finalizzata all'esame delle persone alle quali il teste si sia riferito per la conoscenza dei fatti, deve essere presentata al giudice nel momento stesso in cui il testimone riferisce le circostanze apprese da terzi e non può utilmente intervenire dopo che il teste sia stato licenziato o l'udienza istruttoria conclusa, in quanto la disposizione di cui all'art. 195, comma primo, cod. proc. pen., è ispirata alla finalità di evitare richieste tardive o pretestuose, tali da provocare un eccessivo allungamento dei tempi processuali" (sez. 2, n. 41003 del 20/09/2013, Bianco e altri, rv. 257238).
19.1.3 Né il tema della mancata riapertura dell'istruttoria può ricevere diversa considerazione, considerato lo sviluppo logico della motivazione della sentenza in verifica: nel giudizio espresso dalla Corte di appello sulla vicenda dell'intestazione fittizia della ditta Lucia, significativo per dimostrare anche il rapporto di collaborazione criminale nell'ambito hon $uii2 dell'associazione mafiosa, quanto riferito dal Franzese e dallo Spadaroisi riscontra a vicenda, j ma ha trovato un elemento oggettivo di conferma nel biglietto a firma degli stessi Lucia che dava conto della società occulta, dei partecipanti, delle modalità di conduzione, del ruolo preponderante svolto dai Lo Cascio, intesi padre Isidoro e figlio Giuseppe, il tutto in termini puntualmente corrispondenti a quanto riferito dal Franzese.
19.2 La difesa denuncia come travisante l'utilizzo probatorio delle dichiarazioni rese dal collaboratore Vito Galatolo per avere costui riferito della cessazione della partecipazione del Lo Cascio all'associazione mafiosa in periodo già coperto da giudicato,in base a notizie apprese da Domenico Ciaramitaro e da Giulio Caporrimo e per avere descritto l'aiuto economico offerto dal Lo Cascio al Ciaramitaro ai cui familiari aveva consentito di raggiungere il carcere di Benevento ove lo stesso era ristretto, circostanza smentita dall'accertamento condotto dalla p.g. che hainTroescluso l'effettuazione di colloqui con i congiunti da parte dei due detenuti negli stessi giorni.
19.2.1 Osserva la Corte che la prima censura è genericamente formulata: ancorchè siano stati prodotti i verbali dell'esame del Galatolo in allegato al ricorso, non viene specificato in quale testuale passaggio egli avrebbe affermato che le confidenze ricevute dal Caporrimo sul conto del cugino Giuseppe Lo Cascio, secondo la sentenza definito molto attivo e valido nell'ambito di "cosa nostra", fossero riferibili ad un periodo non successivo all'anno 2003. L'aver affermato che il Lo Cascio aveva preso il posto del Caporrimo all'intei !lo dell'associazione nel 1999 non equivale a riferire una posizione statica e cristallizzata in quel momento, tanto più che la sentenza ha osservato che il ricorrente era stato scarcerato nel luglio 2004 e quindi era libero da un anno quando il Caporrimo aveva fatto queste confidenze al Galatolo, mentre il Caporrimo per la sua posizione ed autorevolezza in "cosa nostra" si è ritenuto in possesso di conoscenze aggiornate, specie sul conto di un congiunto. Non si prova dunque il fraintendimento delle parole del collaboratore in cui sarebbe incorsa la Corte di appello, laddove ha ritenuto che quelle notizie riferite al Galatolo nel 2005 riguardassero l'attualità e non un periodo passato e concluso. Inoltre, in modo non illogico la Corte ha assegnato rilievo al fatto che il Ciaramitaro, anch'esso associato mafioso, avesse riferito della   mostratagli dal Lo Cascio durante un periodo di comune detenzione, questo sì dimostrato, in cui lo stesso Ciaramitaro aveva incontrato difficoltà economiche che avevano ostacolato l'effettuazione dei viaggi dei familiari per effettuare i colloqui in carcere. 19.2.3 Anche in riferimento al contributo conoscitivo del collaboratore Guerrera, che ha riferito dell'allontanamento del Lo Cascio doWorganizzazione mafiosa dopo la scarcerazione, in sentenza si è rilevato, non soltanto che tale straniamento era stato soggettivamente dedotto dal dichiarante dal fatto di non avere il Lo Cascio reclamato nessuna forma di sostentamento da parte della consorteria, senza però che la cosa fosse stata approfondita col diretto interessato, col quale il vincolo familiare si era costituito attorno al 2006, ma anche che tale circostanza era smentita da numerosi biglietti, nei quali era stata annotata la corresponsione di somme di denaro in favore di un associato indicato convenzionalmente come "forno", termine riferibile al Lo Cascio per la titolarità di un esercizio di panificio, secondo quanto affermato dal Franzese, il quale si era occupato di contabilizzare le uscite e di darne conto ai Lo Piccolo in documenti che sono stati sequestrati presso la sua ultima abitazione all'atto dell'arresto e che contengono un riepilogo delle somme elargite agli appartenenti alla cosca. Tali emergenze, sia perché collocabili al 2006-2007, sia perché univocamente significative della partecipazione del ricorrente alla spartizione dei proventi dell'associazione sono state ritenute in grado di smentire il Guerrera, fonte dalle conoscenze limitate e poco attendibili, e di confermare la perdurante intraneità del Lo Cascio secondo un giudizio congruamente ricavato dal materiale probatorio e privo di qualsiasi profilo di illogicità manifesta.
19.2.4 Resta da aggiungere che la sentenza non confuta e non oppone alcuna obiezione alla valutazione, condotta in sentenza, di ulteriori dati probatori: si tratta delle dichiarazioni dei collaboratori Antonino Nuccio ed Andrea Bonaccorso, che ne hanno descritto l'appartenenza al sodalizio, nonché delle conversazioni intercettate tra luglio ed ottobre 2005 nei confronti del boss Antonino Rotolo, il quale, parlando con altro esponente mafioso, aveva commentato l'attività edilizia in atto del Lo Cascio, la messa a posto che questi, -indicato come il fornaio Lo Cascio-, aveva curato di un imprenditore, dalla quale aveva ricavato 40.000 euro e l'utilizzo dei propri muratori, tra i quali il Lucia, tutte notizie che, per la provenienza da qualificata fonte mafiosa e per la rispondenza agli altri elementi acquisiti, sono state ritenute di elevato significato indiziante. L'impugnazione sotto tale profilo risulta affetta da aspecificità perché preferisce ignorarle e concentrare le obiezioni su aspetti limitati del ragionamento probatorio, che quindi non può incriminare nella sua tenuta logica.


19.3 II secondo motivo, che contesta la sussistenza delle circostanze aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis cod.pen., frutto della considerazione della loro natura oggettiva, riguarda tematiche che sono state già esaminate nella parte iniziale della sentenza e a tali osservazioni si rimanda. Va soltanto aggiunto come nel caso del Lo Cascio le vicende dell'intestazione fittizia dell'impresa Lucia offrano adeguato riscontro probatorio per ravvisare la circostanza aggravante di cui al 6 comma dell'art. 416-bis cod. pen., dal momento che grazie al suo operato egli aveva consentito ai Lo Piccolo ed all'organizzazione di reinves 're in   iniziativa lecita denaro provento di reato. Né in senso contrario possono considerarsi le lamentele dei Lucia sul fatto che i Lo Cascio non avessero rimesso denaro o ripartito gli utili, perché nulla possono dimostrare sulla reale natura della relazione economica tra il ricorrente ed i capimafia.
19.4 Va, invece, accolto, per quanto già esposto al paragrafo 4 di questa sentenza, il motivo che investe la determinazione della pena in funzione della delimitazione temporale della condotta associativa; la sentenza impugnata merita quindi annullamento nei riguardi del Lo Cascio limitatamente al trattamento sanzionatorio, mentre nel resto il ricorso va respinto.
20. Filippo Lo Piccolo, condannato per il delitto di partecipazione ad associazione mafiosa di cui al capo 2), contesta a sua volta la legalità e la compiutezza motivazionale della statuizione di conferma del giudizio di responsabilità, cui la Corte è pervenuta, nonostante la mancanza di prova decisiva e concludente.
20.1 La sentenza impugnata ha premesso che il Lo Piccolo aveva già riportato condanna irrevocabile per il delitto associativo a ragione della sua appartenenza a "cosa nostra" ed alla sua articolazione di Tommaso Natale e che le prove acquisite nel corso delle indagini erano univocamente indicative della permanente intraneità al medesimo sodalizio, dal quale egli non aveva mai preso le distanze, né era stato forzatamente estromesso. A tal fine ha valorizzato quanto emerso da alcuni biglietti rinvenuti nel covo dei Lo Piccolo a Giardinello, redatti dalla mano di Sandro Lo Piccolo. Si è evidenziato che quello contrassegnato come E2 conteneva l'annotazione di somme di denaro accanto al nome di soggetti, ritenuti intranei alla cosca, per significare l'elargizione in loro favore di quegli importi in occasione delle festività di Pasqua 2007, e che dai nomi propri e dal soprannome di uno di essi, "Tatuneddu", il collaboratore Franzese aveva potuto decriptare l'elenco e riferire che si trattava del gruppo di associati mafiosi, riferibili ad altro esponente indicato come "013", attivi nell'attività estorsiva nella zona di Parco dei Principi e della Marinella, composto da Federico Liga, dal padre Salvatore e dal fratello Francesco, nonché dal cugino Filippo Lo Piccolo. A questo primo elenco si è ritenuto corrispondere quello presente nel documento inteso come F5, contenente il riepilogo delle somme erogate ai sodali per Natale 2005, Pasqua e Natale 2006, e Pasqua 2007, nel quale erano annotati il nome abbreviato F. o le iniziali Lo.P., mentre nel biglietto indicato come V5 lo stesso autore aveva scritto come ancora dovuti 5.000 euro in favore di Filippo, nome accostato a quelli di "Tatuneddu" e Francesco, ossia ai suoi congiunti Salvatore e Francesco Liga. Ed ancora si è osservato che nei documenti catalogati come ZD13, ZD14, ZD22, riportanti un'elencazione di uscite effettuate per Natale e Pasqua negli anni 2003-2004, era annotato il nome e cognome per intero del beneficiario Filippo Lo Piccolo. La Corte di appello, come già fatto dal Tribunale, ha concluso che così come da detenuto aveva beneficiato di contribuzioni periodiche, erogate dall'associazione ai suoi aderenti, egli aveva continuato a percepire senza soluzioni di continuità delle somme di denaro anche dopo la scarcerazione unitamente agli altri sodali del suo gruppo familiare e criminale.
20.1.1 Alle già citate propalazioni del Franzese, che ne ha descritto i comportamenti tenuti propri dell'uomo d'onore a prescindere dalla formale affiliazione e l'impegno sul fronte delle estorsioni in riferimento ad episodi verificatisi tra il 2001 ed il 2002, quindi dopo il periodo coperto dal giudicato, è stato rinvenuto ulteriore dato di conferma, anche se di tenore meno pregnante, nelle dichiarazioni del Nuccio, il quale, pur non avendolo conosciuto, aveva affermato che il Lo Piccolo, parente di Totunieddu, soprannome di Salvatore Liga, e dei suoi figli, tutti uomini d'onore di Tommaso Natale, dopo la scarcerazione avvenuta nel periodo 2006-2007, si era tenuto un pò in disparte. Questa informazione è stata apprezzata come fortemente individualizzante, secondo i giudici di merito, per avere trovato corrispondenza nella sottoposizione del ricorrente a misura di prevenzione ed ai conseguenti controlli ed in quanto comunicato col biglietto T19, nel quale un sodale, firmatosi "Honda", aveva informato i capimafia Lo Piccolo che a Filippo, da poco scarcerato e nipote del "Tat", ossia del "Tatuneddu", e definito una testa calda, era stato ingiunto di non muoversi perché sorvegliato a vista ed aveva espresso la speranza che costui, di cui aveva riferito i saluti, avesse raccolto il suggerimento. Anche il Franzese, si legge in sentenza, aveva fornito analoga descrizione dei soggetti del gruppo dei Liga, di cui faceva parte il Lo Piccolo, come di personaggi "fumantini", ossia impulsivi ed indisciplinati, mentre la forzata astensione dall'attività estorsiva per il rischio di un nuovo arresto dava anche conto dei contributi che l'associazione gli aveva erogato secondo i vincoli di mutua solidarietà tra associati.
20.1.2 Inoltre, in sentenza si è valorizzato l'apporto informativo fornito dai collaboratori Nuccio e Bonaccorso, per i quali il Lo Piccolo, accortosi della presenza di una telecamera di sorveglianza collocata su un palo della luce di fronte all'abitazione di Giuseppe Gennaro, all'epoca impegnato nel proteggere la latitanza di Andrea Adamo, reggente della famiglia di Brancaccio, aveva prontamente avvertito il Gennaro, consentendo quindi all'Adamo di fuggire dal luogo e di evitare la cattura. Infatti, l'Adamo si era rivolto ad Andrea Bonaccorso, che parimenti ne curava la latitanza, affinchè prendesse contatti tramite il Nuccio con Filippo Lo Piccolo in modo da verificare la fondatezza della notizia, anche se poi il Bonaccorso su indicazione dell'Adamo e di Sandro Lo Piccolo aveva contattato direttamente l'imputato, al quale si era presentato come inviato dall'Adamo, da lui conosciuto in carcere e come amico di Mimmo Serio, e dal quale aveva appreso della presenza di una vettura dell'Enel sospetta, a suo giudizio collegata con la collocazione della telecamera. Ulteriori accertamenti condotti dall'organizzazione mafiosa avevano rivelato che l'apparecchio era orientato per riprendere l'abitazione dei Liga e non quella ove era rifugiato l'Adamo, che aveva comunque preferito trasferirsi altrove. Questo episodio, confermato dallo stesso ricorrente, che ha però negato di essere a conoscenza della presenza in loco dell'Adamo, è stato ritenuto fortemente indiziante, perché significativo della considerazione in cui era tenuto lo stesso da parte dei vertici di "cosa nostra" palermitana, che avevano dato seguito alla sua segnalazione,e della sua disponibilità a condividere quell'informazione anche con chi a lui non noto, ma inviato dall'Adamo,   personaggio conosciuto per la sua caratura criminale, spiegabile soltanto per la comunanza d'interessi nell'ostacolare l'attività investigativa.
20.1.3 La difesa ha opposto l'incertezza e l'arbitrarietà del giudizio di corrispondenza tra il nome del beneficiario delle elargizioni annotate nei documenti sequestrati e la persona del Lo Piccolo, anche perché ai sodali in stato di libertà non erano attribuite somme di denaro; la sentenza ha già offerto congrua replica laddove ha osservato che proprio la recentissima scarcerazione e l'impedimento a muoversi sul fronte criminale in dipendenza dei controlli ai quali il Lo Piccolo era sottoposto davano conto di quelle rimesse a vantaggio di chi era costretto a rimanere in disparte. E' generica l'obiezione che assume esservi prova che lo scrivente, definitosi "013", non avesse corrisposto le somme annotate, poiché non si comprende a quale prova ci si riferisca e quale rilevanza essa possa assumere: le affermazioni del Franzese sulla prassi di non contabilizzare quanto erogato agli uomini d'onore in libertà non assume valore dirimente, poiché egli non era stato l'autore di quei manoscritti, a suo dire riguardanti i movimenti della cassa del Parco dei Principi, e non aveva potuto escludere che nel caso specifico le elargizioni ci fossero state realmente, mentre, come risulta dalla sentenza di primo grado (pag. 400), i Liga non erano stati nella sua lista dei pagamenti da effettuare. Se poi la prova della mancata corresponsione ai carcerati del denaro dell'associazione si dovesse desumere dalle dichiarazioni del collaboratore Giordano, deve riscontrarsi la non autosufficienza della citazione contenuta in ricorso, che non ha riportato l'intero interrogatorio e nemmeno lo ha allegato per consentire a questa Corte la sua conoscenza, non limitata a qualche frase estrapolata dal contesto. Né si illustra in ricorso la decisività della prova non considerata e nemmeno l'accertata fondatezza della notizia, fornita asseritamente dal Giordano, sulla sottrazione del denaro della cassa da parte di "013", di tal che non è rituale la deduzione del vizio di travisamento della prova per omissione, che pretende per la sua valutazione in sede di legittimità l'illustrazione delle ragioni per cui il dato travisato inficia e compromette, in modo decisivo, la tenuta logica e l'interna coerenza della motivazione, e la puntuale individuazione e rappresentazione degli atti processuali che s'intende far valere a tale fine. A tal riguardo, questa Corte di legittimità ha più volte affermato che il ricorrente che intenda dedurre in sede di legittimità il travisamento di una prova ha l'onere di suffragare la validità del suo assunto mediante la completa trascrizione dell'integrale contenuto degli atti che intende far valere, non essendo sufficiente per l'effettivo apprezzamento del vizio dedotto la citazione di alcuni brani dei medesimi (sez. F, n. 37368 del 13/09/2007, Torino, rv. 237302; sez. 4, n. 37982 del 26/06/2008, Buzi, rv. 241023; sez. 2, n. 38800 del 01/10/2008, Gagliardo, rv. 241449; sez. 1, n. 06112 del 22/01/2009, Bouyahia, rv. 243225; sez. F, n. 32362 del 19/08/2010, Scuto, rv. 248141). Del pari, la sentenza ha chiarito il motivo dell'assenza di incontri personali tra il Lo Piccolo ed il Franzese, per come da questi dichiarato per il periodo successivo alla scarcerazione del ricorrente, avvenuta il 14/11/2006, o di specifiche attività criminose dallo stesso poste in essere: non soltanto il collaboratore all'epoca era latitante quindi limitato nei   suoi movimenti, ma tale apparente inattività è stata ricondotta all'atteggiamento prudente imposto al Lo Piccolo dalle stesse gerarchie mafiose una volta ritornato in libertà senza che fosse possibile interpretarla come significativa di un effettivo allontanamento dal gruppo mafioso, volontario o forzato a fronte della costante erogazione di contributi economici sino a Pasqua 2007. La circostanza che poi, sia il Franzese, che il commissario Lo Bue siano pervenuti ad individuare il ricorrente nel soggetto menzionato nelle missive esaminate in sentenza in base a loro deduzione, non priva di fondamento probatorio il giudizio di corrispondenza su tali considerazioni basato: in perfetta logicità la Corte di appello ha evidenziato che la ricostruzione trae fondamento sia dalla costante indicazione del nome di Filippo, in precedenza unito al cognome a fugare ogni dubbio possibile, sia dall'accostamento a quello dei suoi parenti Liga, con i quali secondo i collaboratori egli ha operato sul piano criminoso. Né risulta che nella cerchia non solo familiare dei Liga esistesse altro soggetto a nome Filippo in stretti rapporti di complicità e di condivisa appartenenza a "cosa nostra", in modo da alimentare il sospetto di un possibile scambio di persona. Infine, anche gli argomenti basati sullo svolgimento da parte del ricorrente di lecita attività lavorativa dopo la scarcerazione e sulla valenza favorevole delle dichiarazioni degli altri collaboratori Guerrerai Galatolo che nulla di rilevanza criminale hanno potuto riferire sul conto del Lo Piccolo, hanno già trovato adeguata spiegazione nel fatto che la contribuzione era stata erogata a distanza di pochi mesi dalla scarcerazione e nella prudenza impostagli dai capi dell'organizzazione. In definitiva il giudizio di responsabilità anche per questa posizione è frutto di un'attenta disamina del materiale probatorio, la cui valenza dimostrativa è stata saggiata anche in riferimento alle obiezioni mosse dalla difesa, superate con ricchezza e logicità di argomenti pertinenti.
20.2 II secondo e terzo motivo, che contestano la sussistenza delle circostanze aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis cod.pen., frutto della considerazione della loro natura oggettiva, riguarda tematiche che sono state già esaminate nella parte iniziale della sentenza e a tali osservazioni si rimanda. 20.3 Va, invece, accolto, per quanto già esposto al paragrafo 4 di questa sentenza, il motivo che investe la determinazione della pena in funzione della delimitazione temporale della condotta associativa; la sentenza impugnata merita quindi annullamento nei riguardi del Lo Piccolo limitatamente al trattamento sanzionatorio, mentre nel resto il ricorso va respinto. 21. Giuseppe Messina, condannato per il delitto di partecipazione ad associazione mafiosa di cui al capo 2), ha censurato il giudizio di responsabilità perché affidato a considerazioni illogiche.
21.1 La Corte di appello a carico del ricorrente ha posto l'attività svolta in favore di Calogero Lo Piccolo, a sua volta uomo d'onore e figlio e fratello rispettivamente di Salvatore e   Sandro Lo Piccolo nel periodo successivo alla sua scarcerazione avvenuta il 5 dicembre 2006, ed il coinvolgimento in attività estorsiva.
21.1.1 Sotto il primo profilo, la sentenza ha utilizzato alcuni dati oggettivi, costituiti dalla provata scarcerazione del predetto Lo Piccolo dopo un lungo periodo di detenzione a seguito della condanna per partecipazione ad associazione mafiosa e dall'impedimento subito nel condurre da sé mezzi di trasporto per la subita revoca della patente di guida, ostacolo che, grazie all'ausilio prestatogli dal ricorrente, resosi suo costante accompagnatore per almeno sei mesi sino al luglio 2007, era stato superato con la conseguente possibilità di riprendere l'attività criminosa, di effettuare spostamenti e partecipare ad incontri riservati con altri esponenti mafiosi, secondo le concordi propalazioni di più collaboratori che, in separato procedimento già definito, gli sarebbero valse altra condanna irrevocabile e l'attribuzione del ruolo direttivo nell'ambito di "cosa nostra". Se n'è dedotto che la costante attività di "autista" svolta dal Messina in favore del Lo Piccolo, testimoniata dal vice commissario Lo Bue e confermata dai collaboratori Nuccio e Trapani, è stata compiuta nella consapevolezza della caratura criminale del personaggio accompagnato e dei soggetti da questi incontrati, delle sue relazioni parentali con i capimafia latitanti, delle accortezze adottate per eludere i controlli delle forze dell'ordine, quali l'uso di biglietti per comunicazioni non intercettabili, e che l'impegno così profuso dal ricorrente si era inserito in una più ampia disponibilità a soddisfare le, esigenze dell'esponente mafioso, tanto da avere intrattenuto contatti telefonici con lo stesso, da avere appositamente conseguito la patente nautica in concomitanza con l'acquisto da parte del Lo Piccolo di un gommone, che non avrebbe potuto pilotare da sé perché sprovvisto di licenza, e da avere il fratello del ricorrente, Francesco Messina, acquisito in locazione un immobile con contratto a suo nome, ma lasciato in uso al Lo Piccolo, proprio il giorno successivo alla scarcerazione di questi.
21.1.2 La sentenza ha quindi valorizzato l'apporto conoscitivo fornito dal Nuccio, secondo il quale il Messina era legato da stretta amicizia anche ai fratelli Serio, collaboratori del predetto Lo Piccolo, ed egli aveva preso parte a due atti intimidatori, uno ad una villa situata nell'area di montagna soprastante Sferracavallo, nel corso del quale aveva impartito consigli su come entrare nella proprietà ed evitare eventuali telecamere di sicurezza, nel timore potesse essere registrata la presenza del Lo Piccolo,e suggerito di collocare un copertone bello grosso da dare alle fiamme all'interno per lasciare un segnale ben chiaro al proprietario, interessato ad una vendita, che lo convincesse della necessità di soddisfare la richiesta di pagamento della tangente all'organizzazione mafiosa, come del resto fatto presente anche nel corso di telefonata rivolta ad un suo amico, il titolare della macelleria Miliccia. Inoltre, sempre secondo il Nuccio, egli, anche dopo avere cessato di fungere da autista del Lo Piccolo, per eludere i possibili controlli delle forze dell'ordine aveva trasmesso ai sodali messaggi contenenti le sue direttive, orientate a contrastare la fazione avversaria di Antonino Rotolo e di Calogero e Giovanni Cancemi, uomini d'onore di Pagliarelli, ai quali aveva mandato segnali   ostili, per avere costoro tramato con Antonino Cinà per sopprimere il di lui padre Salvatore Lo Piccolo. In tale contesto di relazioni si è inserita, secondo i giudici di merito, la vicenda dell'estorsione compiuta in danno dell'imprenditore Salvatore Taormina, il quale, in tesi accusatoria, aveva inizialmente rifiutato di corrispondere denaro all'organizzazione, mentre poi, una volta subito il danneggiamento di un proprio mezzo, aveva ceduto ed aveva fatto sapere a Domenico Serio tramite Giuseppe Messina di essere disposto a pagare, ragione per la quale il Messina stesso aveva chiesto che non subisse altri atti intimidatori.
21.1.3 A conforto della genuinità delle accuse mosse dal Nuccio la sentenza ha indicato plurimi elementi di riscontro, rappresentati dalle ammissioni di Rosolino Di Mario e Salvatore Miliccia, quest'ultimo titolare dell'esercizio omonimo di macelleria, sui danneggiamenti e sulle intimidazioni subiti e mai denunciati; dal documento contrassegnato come G9, redatto da Andrea Gioè, in cui si era illustrata la posizione del Taormina, titolare di un deposito, dichiaratosi già messo a posto da esponenti di Carini e non intenzionato a pagare, nei confronti del quale si dovevano realizzare altre pressioni per vincerne le resistenze e costringerlo ad adeguarsi, vicenda per la quale il Nuccio, il Serio e Domenico Ciaramitaro sono stati condannati anche in grado di appello; nonché la deposizione di Salvatore Taormina, titolare di un esercizio di rivendita di materiale edile. Costui, per come riportato nelle sentenze di merito, aveva ammesso di avere ricevuto richieste estorsive in due occasioni e quindi il subito incendio di un automezzo presso il deposito di via Socrate in Palermo, ma aveva negato di avere corrisposto denaro e la mediazione presso gli autori di tali intimidazioni di Giuseppe Messina, soggetto conosciuto perché, come il padre, suo compaesano. La Corte di appello, pur avendo dato atto che il Taormina aveva collaborato con gli inquirenti al punto da avere determinato l'arresto di coloro che si erano presentati a richiedere la tangente mafiosa, ha ritenuto la sua deposizione non totalmente credibile laddove aveva negato il coinvolgimento nella vicenda del Messina, perché sul punto smentito da quanto emerso dalla conversazione, intercettata in ambientale, il 23 novembre 2007, tra i genitori del ricorrente, nel corso della quale il padre aveva lamentato l'attività estorsiva posta in essere dai Serio nei confronti di tali Santoro e di Taormina,e l'incendio di un camion presso il deposito di materiali in danno di quest'ultimo, ed aveva riferito di avere parlato con Totò, dal quale aveva ricevuto la richiesta di convincere il figlio, visto frequentare i predetti Serio, indicati quali latori delle richieste di "messa a posto", ad intercedere in suo favore presso gli autori di tali iniziative, ma quando egli si era rivolto al figlio, questi aveva troncato la discussione con l'invito perentorio a non intromettersi. Ancor più significativo della conclusione della vicenda con l'effettivo pagamento del prezzo dell'estorsione è stata ritenuto il dialogo, intercettato in ambientale il 3 novembre 2008 tra i due fratelli Domenico e Nunzio Serio, nel quale avevano con disappunto commentato quanto affermato dalla madre di Giuseppe Messina, che li aveva danneggiati, fornendo elementi a loro carico con i commenti sul fatto che i Serio avevano perso la testa, mentre avrebbe dovuto esserle fatto presente che "hanno pagato 1.000 euro al   mese", così dimostrando apprensione e risentimento per quanto era stato affermato dai genitori di Giuseppe nella conversazione intercettata nella condivisa consapevolezza della sua natura indiziante. Da tali elementi, congiuntamente apprezzati, si è dedotta ed ampiamente illustrata nella sentenza in esame la dimostrazione dell'effettiva esistenza di stretti rapporti di frequentazione e complicità criminale tra il Messina ed i Serio, secondo quanto riferito dal Nuccio ed affermato dai suoi genitori, cosa che aveva destato in costoro viva preoccupazione per qualche possibile "infamità" sul suo conto;
della notorietà di tali relazioni anche presso la vittima delle iniziative estorsive, il Taormina, che per tale ragione si era rivolto al padre del ricorrente nel tentativo di ottenere un intervento in proprio favore da parte di chi sapeva essere grado di interloquire con i responsabili. Con corretto procedimento inferenziale, rispettoso dei canoni di logicità e non contraddizione, la Corte di appello ha concluso che il Messina aveva potuto svolgere l'attività in favore del Lo Piccolo unitamente ai fratelli Serio perché ammesso quale intraneo all'organizzazione mafiosa, ritenuto affidabile al punto da poter condividere col capomafia e con i suoi collaboratori gli spostamenti, gli incontri, gli argomenti riservati trattati persino col suo legale avv.toTrapani.
21.1.4 Le obiezioni difensive, pur sapientemente articolate e diffuse, non convincono dell'esistenza dei vizi denunciati perché prospettano questioni già disattese dalla Corte di appello con motivazione analitica, compiuta, priva di qualsiasi profilo di illogicità. Non giova sostenere che le vicende riguardanti la posizione del Lo Piccolo dopo la sua scarcerazione non sarebbero riferibili al ricorrente, in quanto a questi non si addebita di avere svolto la medesima attività criminosa, ma di avere collaborato in via continuativa col predetto capomafia nella consapevolezza dei suoi obiettivi antigiuridici secondo un rapporto che trascende la relazione di amicizia personale o la prestazione di mansioni lavorative retribuite, in entrambi i casi mai dedotte. Anche il profilo di contestazione, riguardante il mancato accertamento del compimento di specifiche attività illecite non assume rilievo dirimente: la Corte di appello ha spiegato in modo non illogico, né congetturale, che egli non era stato noto quale esponente mafioso ai collaboratori diversi dal Nuccio e dal Trapani perché conosciuto soltanto dalla cerchia più ristretta dei sodali con i quali il Lo Piccolo aveva interloquito ed agito: del resto sul piano logico un soggetto come Calogero Lo Piccolo, dopo un lungo periodo di detenzione sempre vigile ed attento ad eludere i controlli delle forze dell'ordine, impegnato a tramare contro gli avversari del padre all'interno di "cosa nostra" ed a reinvestire i proventi illeciti percepiti dall'organizzazione, aduso ad impiegare insolite cautele al punto da avere comunicato con biglietti scritti anche col proprio legale durante degli incontri personali, è impensabile che avesse potuto affidare per molti mesi la propria sicurezza e libertà personale, nonché messaggi riservati inviati ad altri associati suo tramite, a soggetto estraneo e di non provata affidabilità e riservatezza. Per contro, l'impegno profuso dal Messina non è stato irrilevante per come ricostruito nella sentenza in verifica: egli aveva consentito al Lo Piccolo di   muoversi, effettuare incontri, progettare e realizzare iniziative criminose, comunicare con sodali e consulenti, insomma gli aveva consentito quell'operatività necessaria per la propria affermazione criminale in ascesa, per il contrasto degli avversari, istituzionali e non, per la realizzazione degli obiettivi antigiuridici del sodalizio mafioso, il che integra perfettamente la condotta del partecipe. Del pari, le obiezioni sulla ricostruzione della vicenda estorsiva in danno di Salvatore Taormina non hanno pregio; la sentenza sul punto ha esposto un corredo esplicativo logico e coerente con i dati probatori anche nella lettura delle emergenze dell'attività captativa, che ha interpretato in modo ineccepibile come dimostrative dell'effettivo legame notorio tra il Messina ed i Serio e della ritenuta sua capacità di influire sulle condotte di costoro, tanto che persino il di lui padre gli si era rivolto a tal fine, ottenendo risposta che, lungi dal negare la possibilità di intercedere, dall'opporre un rifiuto o dal mostrare disinteresse, aveva intimato con fare sprezzante e perentorio di non intromettersi nella vicenda. Resta escluso che le dichiarazioni del teste Taormina, che ha negato ogni coinvolgimento del ricorrente nella vicenda dell'estorsione subita, siano state travisate; per quanto riportato in sentenza, la Corte di appello ha espresso il motivato convincimento della non totale veridicità delle sue negazioni, quindi un apprezzamento della loro valenza rappresentativa, senza essere incorsa in nessun fraintendimento del contenuto dichiarativo della prova, mentre la conversazione del 23 novembre 2007 è stata logicamente intesa come tale da smentire il Taormina laddove ha negato di essersi rivolto ai Messina perché intercedessero in suo favore e di avere corrisposto somme di denaro all'organizzazione. Tali affermazioni rendono prive di spiegazione la mancata assunzione di altre iniziative ritorsive in suo danno, nonostante le preannunciate pressioni che il Gioè si era dichiarato intenzionato a compiere nei suoi confronti nel biglietto G9, e la frase, pronunciata dai fratelli Serio nei novembre 2008, sul fatto che erano riusciti a riscuotere 1.000 euro al mese.
21.2 Non merita censura nemmeno la statuizione espressa in ordine alla definizione giuridica del fatto. La Corte di appello ha negato la riconducibilità della condotta come sopra ricostruita alla fattispecie del favoreggiamento personale a ragione del fatto che il Messina, non limitatosi a fungere da autista, era stato ammesso ad un patrimonio di conoscenze su incontri ed iniziative criminose tale per cui egli aveva "interagito organicamente e sistematicamente con gli associati, come elemento della struttura organizzativa del sodalizio criminoso, in specie assolvendo a compiti ben specifici nelle questioni estorsive", secondo quanto emerso in riferimento ai danneggiamenti subiti dal proprietario della villa sopra Sferracavallo e dal Taormina. In altri termini, la dimensione dell'interazione tra il Messina da un lato ed Lo Piccolo e gli altri sodali quali il Nuccio, i Serio, il Ciaramitaro dall'altro, è stata ritenuta tale da eccedere i limiti del favoreggiamento e da rientrare a pieno titolo nella fattispecie tipica della partecipazione senzaisiano ravvisabili profili di illegittimità o di illogicità motivazionale.
21.3 Per quanto già esposto al paragrafo 4 di questa sentenza è, invece, fondato il terzo motivo di ricorso, che censura la determinazione della pena in funzione della delimitazione temporale della condotta associativa; la sentenza impugnata merita quindi annullamento nei riguardi del Messina limitatamente al trattamento sanzionatorio, ma non per quanto attiene al diniego delle circostanze attenuanti generiche, giustificato in considerazione della gravità oggettiva della condotta, del contributo offerto all'organizzazione per avere consentito al capomafia Lo Piccolo l'ascesa nell'organizzazione sino ad assumere un ruolo dirigenziale e la conduzione di attività estorsiva, rispetto al cui negativo significato per pericolosità sociale e capacità criminale si è motivatamente stimato subvalente lo stato d'incensuratezza.
21.4 Il quarto motivo, che contesta la sussistenza delle circostanze aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis cod.pen., frutto della considerazione della loro natura oggettiva, riguarda tematiche che sono state già esaminate nella parte iniziale della sentenza e a tali osservazioni si rimanda.
21.5 Infine, non merita accoglimento nemmeno il motivo che critica la sottoposizione del ricorrente alla misura di sicurezza della libertà vigilata per tre anni. Si assume da parte della difesa che, intervenuta l'abrogazione dell'art. 204 cod. pen. da parte della L. 10 ottobre 1986, n. 663, art. 31, il cui comma 2 prevede che le misura di sicurezza personali siano disposte previo accertamento che chi ha commesso il fatto è persona socialmente pericolosa, siffatta valutazione avrebbe dovuto essere condotta anche ai fini dell'applicazione della misura di sicurezza di cui all'art. 417 cod. pen.. A favore della tesi sostenuta dalla difesa si è espressa parte della giurisprudenza di legittimità, che attribuisce valenza generale al principio desumibile dall'art. 203 cod. pen. (sez. 1, n. 3801 del 15/11/2013, dep. 2014, Perri, rv. 258602; sez. 6, n. 39112 del 20/5/2015, Catalano ed altri, non massimata); l'orientamento maggioritario, cui si ritiene di dover aderire, ritiene che l'applicazione della misura di sicurezza ex art. 417 cod. pen. a soggetto condannato per partecipazione ad associazione di tipo mafioso non richieda uno specifico accertamento, operando una presunzione semplice di pericolosità, dipendente dalle caratteristiche e dalla persistenza nel tempo del sodalizio malavitoso, che può essere superata solo quando siano acquisiti elementi idonei ad escludere la sussistenza della pericolosità (sez. 5, n. 38108 del 8/7/2015, Perri, rv. 265006; sez. 6, n. 2025 del 21/11/2017, dep. 2018, Ambesi e altri, rv. 272023; sez. 6, n. 44667 del 12/05/2016, P.G. in proc. Camarda e altri, rv. 268678; sez. 1, n. 7196 del 12/01/2011, Inzerillo, rv. 249224);e comunque la considerazione della situazione concreta del soggetto dovrà essere condotta all'esito dell'espiazione della pena dal magistrato di sorveglianza in base al comportamento tenuto ed ai dati emersi nel corso dell'esecuzione, allorchè sarà oggetto di apprezzamento la situazione effettiva del condannato a distanza di tempo dal compimento del fatto di reato (sez. 2, n. 28582 del 11/3/2015, Romeo, rv. 264563). Sulla scorta di tali principi va respinta la deduzione incentrata sulla mancanza di una valutazione in concreto della pericolosità al momento della condanna, posto che la Corte di •   appello si è legittimamente attenuta al criterio presuntivo, per contrastare il quale sono stati rappresentati giovane età e stato d'incensuratezza, ritenuti insufficienti a scongiurare il rischio di reiterazione di futuri reati, mentre lo specifico contesto di commissione delle condotte viene evocato in una lettura minimizzante, differente da quanto motivatamente ricostruito in sentenza. Anche lo specifico profilo della durata e dell'adeguatezza della misura potrà essere rivalutato all'atto dell'applicazione della misura ad espiazione conclusa. In definitiva, il ricorso proposto dal Messina va accolto solo parzialmente nei termini già esposti, mentre va respinto nel resto.
22. Salvatore Randazzo, condannato per il delitto di tentata estorsione aggravata di cui al capo 25), la cui pena è stata applicata in aumento per continuazione a quella di cui alla sentenza 16/7/2011, irrevocabile il 22/11/2013, che lo aveva già condannato per partecipazione ad associazione mafiosa quanto a condotte commesse sino al 2009, col primo motivo ha censurato la conferma del giudizio di responsabilità per la mancata acquisizione di prove sufficienti.
22.1 La sentenza impugnata al riguardo ha rilevato che il compendio probatorio acquisito, costituito dalla deposizione della persona offesa Marcello Barbaro, da una registrazione e da un memoriale scritto dal Randazzo, che aveva ammesso i fatti pur ascritti al proprio stato di ubriachezza, offrivano dati conosciutivi univocamente indicativi del ruolo svolto dal ricorrente nella specifica vicenda. Ha dunque esposto che, secondo il Barbaro, titolare della discoteca GOA, nel corso della serata del 7 novembre 2009 era stato avvicinato da un giovane ignoto, il quale gli aveva chiesto di pagare 5.000,00 euro a Natale ed a Pasqua, ovvero 3.000,00 euro una tantum, ricevendo l'appoggio del Randazzo, già da lui conosciuto, che nell'occasione gli aveva fatto presente il nuovo corso mafioso affernatosi dopo gli arresti dei Lo Piccolo; a questo primo contatto era seguito altro episodio nel successivo dicembre, nel corso del quale sempre il Randazzo aveva reiterato la richiesta con fare arrogante e minacciando danni al locale.
22.1.1 Secondo la Corte di appello la testimonianza del Barbaro, pur consentendo di ravvisare un incremento di informazioni dopo l'iniziale denuncia, non è inficiata quanto ad attendibilità, dal momento che nel primo atto egli aveva incentrato il suo racconto sul comportamento tenuto da un soggetto a lui sconosciuto, mentre, verificatosi successivamente il secondo episodio avente come protagonista direttamente il Randazzo, a lui già noto, egli aveva potuto comprendere il coinvolgimento dello stesso anche nella prima richiesta, sebbene in quell'occasione avesse tenuto un atteggiamento più moderato per essersi intromesso all'apparenza da paciere in una discussione che si stava animando, mentre in questa ultima occasione il Randazzo aveva assunto un tono più duro ed arrogante e gli aveva chiesto di ripensare a quanto aveva risposto al precedente latore della richiesta estorsiva, facendogli intendere di reiterare la stessa pretesa. La spiegazione fornita dalla persona offesa e recepita dalla Corte di appello non presenta profili di illogicità laddove ha ritenuto che nel primo incontro il Barbaro, che già conosceva il Randazzo come persona mite e suo fornitore di  ghiaccio, avesse sottovalutato il suo ruolo nella vicenda, che si era palesato in tutta la sua forza intimidatoria nella seconda circostanza. E che quanto denunciato si sia realmente verificato e che il Barbaro non sia stato animato da intenti calunniatori, peraltro per finalità che nemmeno il ricorrente ha saputo indicare, la Corte lo ha dedotto dal manoscritto del ricorrente, in cui aveva ammesso di essere stato presente nella discoteca e di avere parlato a sproposito perché ubriaco, ipotesi che ha respinto perché incompatibile con il tenore delle frasi pronunciate, volte a rappresentare l'esistenza di nuovi capi ed il nuovo corso più rigoroso, intrapreso dall'organizzazione mafiosa.
21.1.2 Per le medesime ragioni non è censurabile la decisione di respingere la richiesta di rinnovazione dell'istruttoria, tardivamente formulata rispetto al primo grado di giudizio, in cui avrebbe dovuto essere espressa, per assumere l'esame del personale della discoteca che avrebbe dovuto confermare il consumo eccessivo di alcolici da parte del Randazzo, responsabile del suo comportamento, che in realtà più che sconveniente è emerso essere stato coerente con la prima richiesta espressa dall'altro soggetto, rimasto ignoto. Non è irrazionale nemmeno l'osservazione della Corte di merito sull'irrilevanza della mancata registrazione della voce dell'imputato da parte del telefono del Barbaro nel corso del primo episodio, evenienza spiegata con i limiti tecnici dello strumento impiegato.
21.1.3 La Corte ha respinto con argomentazioni prive di vizi logici anche l'obiezione difensiva, per la quale la credibilità della persona offesa avrebbe dovuto essere negata a ragione del precedente penale riportato a seguito della sentenza di patteggiamento per il delitto di calunnia: ha osservato che tale addebito riguarda fatti verificatisi sei anni dopo quelli ascritti al ricorrente e privi di qualsiasi profilo di connessione con gli stessi, quindi inidoneo a dar conto delle ragioni, mai precisate nemmeno dal Randazzo, per le quali il Barbaro avrebbe dovuto mentire, tanto più che il Randazzo risulta essere stato intraneo alla cosca mafiosa facente capo ai Lo Piccolo e, come tale, già irrevocabilmente condannato, il che costituisce circostanza valorizzata perché coerente con la pretesa estorsiva di cui si era reso latore ed esclude al tempo stesso la plausibilità di una denuncia di comodo, che avrebbe esposto il Barbaro al rischio di pesanti ritorsioni.
21.1.4 L'impugnazione ripropone anche l'obiezione affidata alle dichiarazioni rese dal collaboratore Giordano, per il quale era stato tale Michele Moceo ad occuparsi dell'estorsione tentata al Barbaro: la Corte di appello ha già replicato che siffatte indicazioni non possono ritenersi decisive per pervenire all'assoluzione del ricorrente se si considera che, a detta del Barbaro, si era presentato inizialmente un soggetto diverso dal Randazzo e questi era intervenuto in seconda battuta, sicchè non può escludersi che il Giordano non fosse stato compiutamente informato sulla vicenda, che non si era comunque consumata.
21.2 La tesi difensiva che ripropone la richiesta di riconoscimento della desistenza volontaria è stata già disattesa con motivazione pertinente e congrua a ragione del fatto che la mancata consumazione del delitto non era dipeso da una libera ed autonoma determinazione dell'agente, quanto dalla "ferma opposizione che il Barbaro ha opposto ai suoi interlocutori  mafiosi rispetto a delle richieste più volte formulate", sporgendo denuncia e facendo installare potenti sistemi di videosorveglianza a tutela del suo esercizio e delle altre sue proprietà, cosa che ha esposto gli autori del progetto criminoso al rischio dell'arresto qualora avessero assunto altre iniziative intimidatorie ai suoi danni. Il ricorso non confuta in modo completo il ragionamento valutativo operato dalla Corte di appello e risulta dunque aspecifico sul punto.
21.3 In merito alla ritenuta sussistenza della circostanza aggravante di cui all'art. 7 L. n. 203/91 non sussistono i vizi denunciati. L'azione criminosa, per come ricostruita nel racconto fattone dalla vittima, riportato in sentenza, si è compiuta secondo le modalità tipiche dell'agire mafioso con l'evocazione del nuovo corso di chi dirigeva la cosca che controllava la zona e con l'arrogante pretesa di ottenere del denaro a cadenze periodiche, richiesta ribadita da parte di un soggetto che, a dispetto della versione minimizzante proposta dalla difesa, è stato giudicato pienamente inserito nel sodalizio "cosa nostra". Tanto è più che sufficiente a dar conto dell'elemento accidentale in esame.
21.4 Infine, anche il diniego delle circostanze attenuanti generiche è stato giustificato con osservazioni pertinenti ed efficaci, che non presentano nulla di stereotipato; al contrario, la Corte di appello ha dedicato specifica attenzione ai plurimi e gravi precedenti penali dell'imputato, ritenuti indicativi di elevata pericolosità sociale e motivo dell'applicazione della contestata recidiva. Per contro, la stessa Corte ha ridotto l'entità dell'aumento di pena per continuazione, rispetto a come stabilito dal Tribunale, sulla scorta di considerazioni discrezionali, ma giustificate dalla negativa personalità dell'imputato e dalla rilevanza della condotta posta in essere. La sentenza non merita dunque alcun rilievo e va integralmente confermata nei riguardi del Randazzo, dal che discende la sua condanna al pagamento delle spese processuali.
22. Nunzio Serio, condannato per i delitti di partecipazione a due distinte associazioni per delinquere finalizzate al traffico di stupefacenti, di cui ai capi 28) e 29), contesta col primo motivo il giudizio di responsabilità in ordine al delitto di cui al capo 28), assumendo che le propalazioni dei collaboratori Nuccio, Bonaccorso e Franzese non erano state vagliate nella loro attendibilità e nell'autonomia reciproca. 22.1 La doglianza non ha fondamento. La sentenza in verifica ha richiamato gli accertamenti già condotti nei confronti di altri partecipi alla medesima associazione, contenuti nelle due sentenze di condanna, emesse dal G.U.P. e dal Tribunale di Palermo nei confronti rispettivamente di Rosolino Di Maio e Gabriele Davì la prima, del Nuccio la seconda, e ha valorizzato quanto confessato dal Nuccio stesso, -partecipe dell'organizzazione, costituita per iniziativa di Nunzio Serio previa autorizzazione di Sandro Lo Piccolo, a sua volta partecipe della stessa pur senza compiti operativi, ma soltanto al fine della ripartizione dei guadagni conseguiti-, in ordine alle attività svolte di grossisti di hashish e cocaina, alla ripartizione dei ruoli, all'identità del promotore ed alla suddivisione dei profitti. Ha rinvenuto attendibili dati di conferma nella narrazione del Franzese, informatone per la sua posizione di rilievo in seno a "cosa nostra" ed i rapporti di complicità e confidenza intrattenuti con i suoi esponenti di vertice e col Nuccio, ma anche per conoscenza diretta, sebbene non partecipe di quei traffici, allorchè egli era intervenuto a difesa del Nuccio ad appianare la rivalità e la contesa anche fisica insorta tra Domenico Barone e Nunzio Serio, dalla quale erano scaturite accuse nei confronti del Nuccio e la decisione assunta da Sandro Lo Piccolo del suo allontanamento persino dal quartiere, poi evitata per l'intercessione del Franzese, vicenda rievocata in termini corrispondenti anche dallo stesso Nuccio, cui si è aggiunta anche la conferma proveniente dal Bonaccorso.
22.1.1 La motivazione della sentenza ha illustrato le ragioni della ravvisata convergenza nelle dichiarazioni dei collaboratori escussi e ha respinto l'eccezione d'inutilizzabilità del contributo conoscitivo offerto dal Franzese per la tardiva acquisizione, avvenuta oltre i centottanta giorni dalla redazione del verbale illustrativo, osservando che si trattava di vicende che non lo avevano direttamente coinvolto, ma di cui aveva appreso nell'ambito delle relazioni intrattenute all'interno della cosca mafiosa. Deve rilevarsi che effettivamente l'eccezione potrebbe essere fondata in punto di diritto, dal momento che nel rito ordinario la rappresentazione da parte del collaboratore di giustizia di nuove circostanze, che integrano ipotesi nuove ed autonome di reato, quando avvenuta dopo il periodo prescritto di centottanta giorni dal verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione, è colpita dalla sanzione d'inutilizzabilità. In realtà la sentenza ha risolto il tema, riscontrando l'errore in cui era caduto il Franzese, allorchè, nel verbale d'interrogatorio del 14/04/2008, aveva definito partecipe della "società" dedita al narcotraffico Mimmo Serio in luogo del fratello Nunzio, salvo poi chiarire il punto nel corso del suo esame dibattimentale grazie al ricordo del suo intervento spiegato per superare il contrasto insorto tra il Barone e Nunzio Serio e per proteggere l'amico Nuccio e del ruolo intercambiabile tra i due fratelli che aveva apprezzato quando Nunzio era stato arrestato, venendo sostituito da Mimmo. C, In ogni caso/rilievo dell'inutilizzabilità della chiamata in reità del Franzese, -che la Corte f‘(\(1 ha escluso avesse mutuato le sue conoscenze dalle dichiarazioni rese dagli altri collaboratori escussi nel procedimento celebrato col rito abbreviato per gli spunti originali del suo racconto-, non priva però il processo dei necessari .dati di conferma delle accuse del Nuccio, poiché altra autonoma fonte è stata valorizzata in tale funzione: si tratta delle dichiarazioni del Bonaccorso, il quale, da sodale in stretti rapporti col Nuccio ed attivo a sua volta nel traffico di stupefacenti, aveva potuto apprendere le circostanze riferite e descrivere il ruolo di partecipe del Serio, al quale si è dichiarato legato da vincoli anche di amicizia e di frequentazione tra famiglie, nonché il periodo di detenzione sofferto durante il quale egli aveva continuato a percepire una quota dei proventi illeciti conseguiti dal traffico gestito dall'associazione di cui era stato parte.
22.1.2 Tutte le obiezioni che sono state sollevate con i motivi di ricorso quali vizi motivazionali hanno già ricevuto congrua risposta nella sentenza impugnata, che nulla ha tralasciato, avendo escluso la lamentata circolarità della prova tra i tre collaboratori escussi, che il Bonaccorso avesse tratto le notizie riferire dal solo Nuccio, per averle apprese t iler   r scienza propria anche grazie ai legami con gli stessi Serio e che egli avesse fatto confusione ed errato nel riferire i fatti concernenti un'unica associazione a delinquere, mentre in realtà aveva descritto due gruppi associati, uno composto da lui stesso e dal di Piazza, l'altro dal Nuccio, da Nunzio Serio e da Rosolino Di Maio, gruppi che avevano interagito tra loro, ma avevano una loro autonoma struttura. Sul punto l'impugnazione risulta quindi infondata e meramente ripropositiva di censure inidonee a dar conto dei vizi denunciati.
22.2 Le medesime fonti di prova sono state valorizzate per pervenire alla conferma del giudizio di responsabilità in ordine al delitto associativo di cui al capo 29) ed il delitto fine di cui al capo 30).
22.2.1 La motivazione della sentenza impugnata si snoda nella disamina accurata delle dichiarazioni accusatorie dei tre collaboratori Franzese, Nuccio e Bonaccorso, rispetto ai quali ha rimarcato i profili di convergenza ed escluso la riconducibilità delle loro informazioni ad un'unica fonte, ossia il Nuccio, con la conseguente circolarità della prova. Ha evidenziato che sia il Franzese, che il Bonaccorso per motivi diversi avevano appreso direttamente quanto riferito, mentre il Nuccio aveva rievocato le vicende per le quali si era costituita la società col Bonaccorso ed il Di Piazza a seguito dell'uscita dalla precedente compagine del Davì e del Di Maio e della necessità di continuare i traffici, mantenendo un nucleo comune di partecipanti, costituito da lui stesso e dai due fratelli Serio, pure Nunzio nonostante fosse detenuto. Il che, nel giudizio espresso dalla Corte di appello, rappresenta la situazione operativa di due formazioni criminose autonome, seppur in parte composte dagli stessi soggetti, trovatesi a cooperare nello smercio di droga per un periodo. Per contrastare siffatta ricostruzione il ricorso oppone l'esistenza di un'unica associazione, ma lo fa in modo assertivo e privo di puntuali riferimenti probatori e segnala delle discrasie nella versione dell'accaduto fornita dal Bonaccorso rispetto a quanto narrato dal Nuccio sul ruolo di partecipe di Minnmo Serio e di Gabriele Davì che sono oggetto di citazioni generiche con rinvio a pagine dei verbali d'interrogatorio non riprodotti integralmente, né allegati al ricorso, che sul punto è privo di autosufficienza e quindi risulta inammissibile. 22.2.2 Va respinta anche la doglianza che si duole della mancata specificazione nell'imputazione di cui al capo 30) delle condotte addebitate e delle sostanze loro oggetto materiale: in sentenza è dato leggere che, per quanto riferito dal Nuccio, l'associazione si era approvvigionata in due occasioni diverse di 5 kg. di cocaina per volta, poi di quantitativi da tre, due ed un kg., oltre che di hashish, con costante continuità in dipendenza dalla disponibilità dei loro fornitori, il che conferisce concretezza all'accusa anche a prescindere dalla mancata esecuzione di sequestri di sostanza stupefacente. Infine, l'eccepita condizione di restrizione carceraria del ricorrente' nel periodo di operatività dell'associazione e del compimento delle sue attività criminose è stato escluso abbia potuto rappresentare un ostacolo alla configurazione del suo ruolo partecipativo, dal momento che il Nuccio, in ciò confermato dal Bonaccorso, aveva specificato che i guadagni   ottenuti dall'organizzazione erano stati sempre divisi in parti, una delle quali era stata attribuita a Nunzio Serio al quale egli aveva inviato denaro contante e cibi tramite i familiari sino a due giorni prima di essere tratto in arresto, circostanza che la Corte distrettuale ha valutato in modo logico e coerente con le emergenze probatorie quale elemento dimostrativo dell'assenso prestato dal ricorrente alla prosecuzione dell'impegno criminoso anche nel periodo della propria forzata assenza, condotta correttamente considerata rientrare nello schema tipico del concorso nelle azioni delittuose compiute materialmente dai complici in libertà. Vanno dunque respinte tutte le censure mosse anche col secondo motivo di ricorso.
22.3 Analoga sorte incontra il terzo motivo: il diniego delle circostanze attenuanti generiche è stato giustificato a ragione della gravità dei fatti e dei precedenti penali del ricorrente, elementi negativi che danno conto delle valutazioni discrezionali operate dai giudici di appello in coerenza con quelle del Tribunale.
22.3.1 Del pari non è censurabile la ritenuta operatività della recidiva, poiché la Corte ha motivatamente ravvisato un incremento di pericolosità nei reati dalla stessa giudicati rispetto ai precedenti, che ha esaminato singolarmente per trarne il convincimento del profondo radicamento dell'imputato nel contesto mafioso, valsogli due distinte pronunce di condanna, dello stretto rapporto di collaborazione con i Lo Piccolo, nel cui ambito erano stati commessi anche i fatti concernenti gli stupefacenti. Del resto la difesa non indica nemmeno un elemento positivo di valutazione, già rappresentato alla Corte di appello e non considerato, mentre prospetta soltanto una lettura minimizzante dei predetti precedenti siccome risalenti nel tempo a fronte di una carriera criminale che da quanto esposto in sentenza emerge come continuativa e non interrotta nemmeno dalla carcerazione.
22.3.2 Vanno poi richiamate le osservazioni già svolte per la posizione del coimputato Domenico Ciaramitaro sulla compatibilità, correttamente ravvisata in sentenza, tra recidiva e continuazione.
22.3.3 Non meritano accoglimento nemmeno le doglianze che denunciano l'omessa motivazione circa la scelta di considerare nell'ambito della riconosciuta continuazione come più grave il delitto di cui al capo 29), in luogo di quello di cui al capo 28), quest'ultimo commesso in data antecedente, con maggior numero di sodali e per un arco temporale più duraturo. Osserva il Collegio che la questione è dedotta in termini specifici, ma senza precisare quale interesse la sostenga, ossia quale vantaggio in termini di diversa determinazione della pena il Serio potrebbe conseguire dall'accoglimento del motivo, posto che il ricorso pare porre la tematica in termini più teorici, che concreti e senza illustrare a quale differente e meno gravoso esito punitivo si sarebbe dovuti pervenire. Tanto impedisce di apprezzare il merito della questione, perché formulata in termini inammissibili
22.3.4 Infine, la commisurazione della pena e della misura di sicurezza non è avvenuta in entità prossima al minimo edittale, senza che, sul punto, sia stata data una specifica motivazione. Le osservazioni che in modo pertinente e giuridicamente corretto sono state esposte sulla personalità marcatamente negativa del Serio e sulla sua concreta e  elevata pericolosità sociale, desunta dai plurimi e gravi precedenti penali e dai fatti in contestazione nel presente processo, danno conto per implicito delle scelte sanzionatorie operate e della determinazione della durata della misura di sicurezza nell'assenza di qualsiasi dato positivo in grado di dimostrare un'arbitraria ed apodittica decisione su tali punti. In definitiva il ricorso proposto dal Serio va integralmente respinto con la sua condanna al pagamento delle spese processuali. Per le considerazioni esposte la sentenza impugnata nei termini sopra esposti va annullata con rinvio quanto alle posizioni del D'Anna, del Biondo, del Bruno, del Lo Cascio, del Di Bella, dell'Acquisto, del Messina e del Lo Piccolo, nonché del Ciaramitaro. Vanno respinti i ricorsi del Serio, del Cinà, del Corrao, di Cusimano Nicolò, del Daricca, del Briguglio, del Baucina, del Randazzo e dell'Enea, che, pertanto, vanno condannati al pagamento delle spese processuali, mentre va dichiarato inammissibile il ricorso di Cusimano Anello, che va condannato al pagamento delle spese processuali e, in relazione ai profili di colpa insiti nella proposizione di siffatta impugnazione, anche al versamento della sanzione pecuniaria che si stima equo determinare in euro 2.000,00 alla Cassa delle ammende. Gli imputati i cui ricorsi sono stati dichiarati inammissibili o respinti vanno condannati alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili, liquidate, in considerazione della complessità del processo per numero di imputati e pluralità delle questioni trattate, nella misura ed a favore dei destinatari meglio indicati nel dispositivo che segue.
P. Q. M. Annulla la sentenza impugnata nei confronti di D'Anna Salvatore e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Palermo. Annulla la sentenza impugnata nei confronti di Biondo Mario, Bruno Pietro, Lo Cascio Giuseppe, Di Bella Giuseppe, Acquisto Michele, Messina Giuseppe e Lo Piccolo Filippo limitatamente alla data di cessazione della permanenza del reato associativo ed al conseguente trattamento sanzionatorio e rinvia per nuovo giudizio su detti punti ad altra sezione della Corte di appello di Palermo. Annulla la sentenza impugnata nei riguardi di Ciarannitaro Domenico limitatamente al calcolo della pena e rinvia per nuovo giudizio sul punto ad altra sezione della Corte di appello di Palermo. Rigetta nel resto i ricorsi di Biondo Mario, Bruno Pietro, Lo Cascio Giuseppe, Di Bella Giuseppe, Acquisto Michele, Messina Giuseppe, Lo Piccolo Filippo e Ciaramitaro Domenico. Rigetta i ricorsi di Serio Nunzio, Cinà Pietro, Corrao Giovanni, Cusimano Nicolò, Daricca Fabio, Briguglio Francesco Giuseppe, Baucina Salvatore, Randazzo Salvatore ed Enea Giuseppe e condanna i predetti imputati al pagamento delle spese processuali. Dichiara inammissibile il ricorso di Cusimano Anello che condanna al pagamento delle spese processuali ed al versamento di euro 2.000,00 alla Cassa delle ammende.   Condanna Cinà Pietro alla rifusione delle spese del presente grado del giudizio in favore della parte civile Rizzacasa Vincenzo, in proprio e nella qualità di legale rappresentante della s.r.l. "Aedilitia venusta", che liquida nella complessiva somma di euro 6.000,00 oltre rimborso forfettario delle spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge. Condanna Corrao Giovanni, Randazzo Salvatore, Enea Giuseppe alla rifusione delle spese del presente grado del giudizio in favore della parte civile Associazione Libero Futuro-Associazione Antiracket Libero Grassi, che liquida nella complessiva somma di euro 4.000,00, oltre rimborso forfettario delle spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge, di cui dispone la distrazione in favore dell'avv.to Salvatore Forello. Condanna Randazzo Salvatore alla rifusione delle spese del presente grado del giudizio in favore della parte civile Barbaro Marcello, che liquida nella complessiva somma di euro 4.000,00, oltre rimborso forfettario delle spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge, di cui dispone la distrazione in favore dell'avv.to Salvatore Forello. Condanna Baucina Salvatore, Briguglio Francesco Giuseppe, Cinà Pietro, Enea Giuseppe e Randazzo Salvatore alla rifusione delle spese del presente grado del giudizio in favore della parte civile Centro Studi ed iniziative culturali Pio La Torre onlus di Palermo, che liquida nella complessiva somma di euro 4.000,00, oltre rimborso forfettario delle spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge, di cui dispone la distrazione in favore dell'avv.to Ettore Barcellona. Condanna Baucina Salvatore, Cinà Pietro, Corrao Giovanni, Enea Giuseppe e Randazzo Salvatore alla rifusione delle spese del presente grado del giudizio in favore della parte civile Associazione onlus Comitato Addiopizzo e Federazione delle Associazioni Antiracket ed Antiusura Italiane-F.A.I., che liquida nella complessiva somma di euro 4.500,00, oltre rimborso forfettario delle spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge, di cui dispone la distrazione in favore dell'avv.to Salvatore Caradonna. Condanna Baucina Salvatore, Briguglio Francesco Giuseppe, Corrao Giovanni e Randazzo Salvatore alla rifusione delle spese del presente grado del giudizio in favore della parte civile Confcommercio Palermo, che liquida nella complessiva somma di euro 4.000,00, oltre rimborso forfettario delle spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge, di cui dispone la distrazione in favore dell'avv.to Gaetano Fabio Lanfranca. Condanna Cinà Pietro e Corrao Giovanni alla rifusione delle spese del presente grado del giudizio in favore della parte civile Comune di Cinisi, che liquida nella complessiva somma di euro 4.000,00, oltre rimborso forfettario delle spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge, di cui dispone la distrazione in favore dell'avv.to Ettore Barcellona. Condanna Baucina Salvatore, Briguglio Francesco Giuseppe, Cinà Pietro, Corrao Giovanni, Enea Giuseppe e Randazzo Salvatore alla rifusione delle spese del presente grado del giudizio in favore della parte civile Confindustria Palermo, che liquida nella complessiva somma di euro 4.000,00, oltre rimborso forfettario delle spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge, di cui dispone la distrazione in favore dell'avv.to Ettore Barcellona. 100 Corte di Cassazione - copia non ufficiale Condanna Baucina Salvatore, Cinà Pietro, Corrao Giovanni, Enea Giuseppe e Randazzo Salvatore alla rifusione delle spese del presente grado del giudizio in favore della parte civile Confindustria Sicilia, che liquida nella complessiva somma di euro 4.000,00, oltre rimborso forfettario delle spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge, di cui dispone la distrazione in favore dell'avv.to Vincenzo Lo Re. Condanna Cinà Pietro alla rifusione delle spese del presente grado del giudizio in favore della parte civile Spallina Luigi, che liquida nella complessiva somma di euro 4.000,00, oltre rimborso forfettario delle spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge, di cui dispone la distrazione in favore dell'avv.to Salvatore Caradonna. Condanna Baucina Salvatore, Briguglio Francesco Giuseppe, Cinà Pietro, Corrao Giovanni, Enea Giuseppe e Randazzo Salvatore alla rifusione delle spese del presente grado del giudizio in favore delle parti civili Associazione S.o.s. impresa Palermo, Associazione Antiracket e Antiusura Coordinamento delle vittime dell'estorsione, dell'usura e della mafia, e Società cooperativa sociale Solidaria onlus, che liquida nella complessiva somma di euro 5.500,00, oltre rimborso forfettario delle spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge, di cui dispone la distrazione in favore dell'avv.to Fausto Maria Amato. Condanna Baucina Salvatore, Briguglio Francesco Giuseppe, Cinà Pietro, Corrao Giovanni, Enea Giuseppe e Randazzo Salvatore alla rifusione delle spese del presente grado del giudizio in favore delle parti civili Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'economia e delle finanze, Presidenza della Regione Siciliana, che liquida nella complessiva somma di euro 5.500,00, oltre rimborso forfettario delle spese generali, i.v.a. e c.p.a. come per legge. Così deciso in Roma, il 9 maggio 2018.




















2018 9 MAGGIO SENTENZA CORTE DI CASSAZIONEN 511660 RIGETTO DEL RICORSO ADDIO PIZZO 5 PIETRO BRUNO CINA' PIETRO A LTRI30 06 14 24 10 16

Billeci, Borgetto, Briguglio, Bruno Pietro, Calliope, CINA' PIETRO, CINISI, COGNATO, COSTA CORSARA, Franzese, ISOLA DELLE FEMMINE, LO PICCOLO, PATTI, pulizzi, san Lorenzo, Sequestro Beni, SPALLINA VALTUR, VASSALLO,

Nessun commento: