L'informazione è il diffondere, il far conoscere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è solo propaganda. L'informazione è un diritto. L'informazione come possibilità di scelta.
Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























lunedì 25 febbraio 2019

Isola delle Femmine: la misteriosa morte di Francesco Privitera: 39 anni di silenzi…


Isola delle Femmine: la misteriosa morte di Francesco Privitera: 39 anni di silenzi…




Oggi un gruppo di cittadini si è recato al cimitero di Isola delle Femmine per ricordare la figura di Francesco Privitera, medico affermato, consigliere comunale del PCI, morto in un incidente ‘misterioso’ la mattina del 25 febbraio del 1980. Le anomalie. E il silenzio che ancora oggi accompagna questo ‘caso’

da Pino Campolillo

coordinatore del comitato cittadino di Isola delle Femmine ‘Isola pulita’
riceviamo e pubblichiamo

Oggi, 25 febbraio 2019, al cimitero di Isola delle Femmine, dopo un lungo e assordante silenzio durato TRENTANOVE anni, vogliamo rompere il silenzio creato attorno alla figura di Francesco Privitera, segretario della sezione del Partito Comunista Italiano di Isola delle Femmine.
Francesco Privitera, consigliere comunale di opposizione a Isola delle Femmine, eletto nelle elezioni amministrative del 1978 .
Francesco Privitera, affermato professionista medico con studio medico a Isola delle Femmine, ha collaborato per un certo periodo con lo studio del Professor Guido Filosto.
Il 25 febbraio del lontano 1980, rientrando a Isola, alle 3,30 del mattino, alla curva dell’ingresso in paese “viene sbattuto “ violentemente contro il muro di cinta. Un incidente che ne provoca la morte immediata.
Un incidente stradale? Un tamponamento? L’auto tamponante non si è trovata. Nell’impatto il compagno Franco Privitera, come già ricordato, perde la vita.
Con una telefonata viene allertato il custode del cimitero e la salma viene portata immediatamente nello stesso cimitero. Inspiegabile la tumulazione immediata, senza autorizzazione del giudice di turno della Procura della Repubblica di Palermo e, ancor peggio, senza che prima sia stata effettuata l’autopsia sul cadavere, nonostante l’evento traumatico
Sconvolgente il silenzio assordante che viene “organizzato” da parte di tutti, anche all’interno del Partito Comunista, visto la rilevanza, da tutti riconosciuta, della figura del compagno Franco Privitera.
E’ inspiegabile non trovare nemmeno un rigo sul giornale del partito, un messaggio proveniente dalle sede provinciale del PCI, di Villa Palagonia.
Il silenzio nel tempo “organizzato” diventa sospetto anche per l’incalzare degli eventi. Parecchi episodi avvengono a Isola delle Femmine, come la storia dei rifiuti radioattivi sequestrati dalle forze dell’ordine: sotto la galleria Isola-Palermo, le indagini che ne seguono portano a scoprire la provenienza dei fustini radioattivi a Isola delle Femmine, in via Passaggio del Coniglio 6.
SOSPETTI: per l’avvicendarsi di alcuni episodi politici-organizzativi del Partito Comunista in Sicilia. Vedi le cooperative ‘rosse’, vedi i cosiddetti Cavalieri del Lavoro di Catania; e, ancora, la vicenda Cassina.
Era il tempo degli Occhetti, dell’onorevole Russo Michelangelo, dell’imprenditore Onorevole Salatiello Giovanni…
Tornando a Isola delle Femmine – che è il luogo luogo della strage in cui hanno perso la vita Giovanni Falcone, Francesco Morvillo e gli uomini della scorta – chiamata zona della “Strage di Capaci”, area che, in realtà, rientra nei confini di Isola delle Femmine – dai documenti dell’Ufficio Tecnico comunale vengono fuori lottizzazioni e relative licenze edilizie…
LE NOSTRE DOMANDE:
perché in TRENTANOVE anni NESSUNO NESSUNO NESSUNO ha voluto mai parlare della modalità della sua morte?
chi aveva interesse a coprire questa tragica fine?
chi ha gestito e organizzato il silenzio?
di cosa bisognava non parlare?
Paolo Borsellino amava dire:
“Il silenzio è l’anticamera della solitudine e prodromo di nefasti eventi”.
http://www.inuovivespri.it/2019/02/25/isola-delle-femmine-la-misteriosa-morte-di-francesco-privitera-39-anni-di-silenzi/








"E' INUTILE CHE CERCATE ARCHIVI DOCUMENTI RIGUARDANTI GLI OSPITI  DEL CIMITERO NON TROVERETE NULLA" 


http://www.inuovivespri.it/2019/02/25/isola-delle-femmine-la-misteriosa-morte-di-francesco-privitera-39-anni-di-silenzi/


I FATTI DEL GIORNO. 2/A EDIZIONE (4): LACRONACA 14 LUGLIO 1996 
Catania. Uccisi due giovani, considerati appartenenti alla cosca mafiosa della Savasta. Il 27enne Giacomo Nicolosi, con precedenti per associazione a delinquere, e' stato inseguito da due sicari nel quartiere di San Cristoforo. Raggiunto, gli hanno sparato contro 15 colpi. Un proiettile ha ferito gravemente un passante, Rosario Munzone. Nella notte, a pochi chilometri da Catania, ritrovato il corpo di Sebastiano Marano, 28 anni. I due delitti, comunque, non sarebbero collegati. Marano e' giudicato dagli inquirenti una persona di 'piccolo cabotaggio'.

Palermo. Scoperti, dai Carabinieri di Carini, seicento fusti con materiale radioattivo, nascosti in un capannone a Isola delle Femmine. Appartenente alla societa' Ecorad, il capannone  di Isola delle femmine in Passaggio del Coniglio al n 6,  sarebbe stato usato come deposito a partire dal 1987. La struttura e' stata sequestrata e i titolari della societa', dall'87 ad oggi, sono stati denunciati per violazione della legge sui rifiuti speciali. (segue)
(Sin/As/Adnkronos) 




GIARDINO DELLA MEMORIA LOTTIZZAZIONE LA PALOMA LUCIDO DESTINAZIONE AREE ONERI SCIOGLIMENTO CONSIGLIO COMUNALE DI ISOLA DELLE FEMMINE PER INFILTRAZIONI MAFIOSE

CASI EMBLEMATICI

Il Giardino della memoria ‘Quarto Savona Quindici’ - Lottizzazione ‘LA PALOMA’ All’inizio dell’anno in corso, in vista delle cerimonie commemorative per il trentesimo anniversario della Strage di Capaci, nella quale rimasero uccisi i giudici Giovanni FALCONE e la moglie Francesca MORVILLO, insieme agli uomini della scorta, lo scrivente venne interessato dalla vedova di uno degli agenti coinvolti e dal Sindaco di Isola delle Femmine, “Omissis”, ai fini della sottoscrizione di una ‘Convenzione per la riqualificazione del Giardino della Memoria’ nella zona immediatamente sottostante il sedime autostradale dove si era verificato l’attentato. Lo scopo era quello di dar vita ad una sorta di monumento alla memoria delle vittime, anche attraverso l’esposizione permanente del relitto dell’autovettura coinvolta nella strage (denominata in codice, per L’appunto, ‘Quarto Savona Quindici). L’iniziativa, inoltre, appariva al Sindaco “Omissis” particolarmente significativa della posizione di condanna alla criminalità organizzata assunta dalla sua amministrazione che, a tale scopo, aveva messo a disposizione l’area di proprietà comunale già destinata a verde pubblico, sulla base di un piano di lottizzazione approvato dal Comune alla fine degli anni ‘70. Il finanziamento per la realizzazione dell’opera, quantificato in 600.000,00 euro, era stato richiesto alla Presidenza della Regione Siciliana ed all’ANAS S.p.A., che si sarebbe occupata anche della redazione del progetto oltreché’ della esecuzione dei lavori.

Essendo frattanto intervenuto il decreto Ministeriale di delega per  l’accesso ispettivo presso il Comune di Isola delle Femmine, Lo scrivente ha ritenuto opportuno di non dar più seguito alle
insistenti richieste per la sottoscrizione del citato protocollo; e’ stato tuttavia richiesto alla Commissione d’indagine di estendere l’attività di analisi anche al procedimento per la realizzazione e l’attuazione del plano di lottizzazione di quell’area, denominato ‘LA PALOMA’ (dal nome della contrada dove insiste il lotto di terreno interessato), allo scopo di verificare il rispetto degli obblighi imposti dalla convenzione sottostante il predetto piano, con particolare riguardo all’avvenuto assolvimento degli oneri di urbanizzazione da parte dei lottizzanti e della effettiva realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria da parte dello
stesso Comune.

La Commissione ha, pertanto, sottoposto ad analisi il carteggio rinvenuto all’interno del fascicolo denominato “LA LOTTIZZAZIONE LA PALOMA”, custodito presso l’ufficio urbanisticadel Comune di Isola delle Femmine. 

L’esame degli atti prodromici alla realizzazione del suddetto piano di lottizzazione, dei contenuti dell’atto di convenzione e degli atti con cui l’amministrazione comunale ha rilasciato agli istanti le singole concessioni edilizie, ha messo in luce, intanto, che si e’ trattato di una grossa operazione di speculazione edilizia, caratterizzata da successivi atti di compravendita con progressivo innalzamento dei prezzi.

Dal punto di vista più specificamente urbanistico, tramite il piano di lottizzazione “LA PALOMA”, l’amministrazione ha concesso agli istanti la facoltà di procedere ad un piano esteso di edificazione ottenendo in cambio, a favore della collettività: le opere di urbanizzazione primaria, alcuni appezzamenti di’ terreno insieme al versamento di contributi quali oneri per le opere di urbanizzazione secondaria che sarebbero state realizzate in un secondo momento da parte della stessa amministrazione. L’area destinata alla realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria era proprio quella corrispondente alla porzione di terreno immediatamente sottostante l’autostrada A29, che nel maggio 1992 sarebbe stata testimone della strage di Capaci, sulla quale il Comune avrebbe dovuto realizzare una scuola, un parcheggio a servizio delle villette del complesso edilizio, e curare la rimanente parte quale verde pubblico.

In esito ad apposita indagine effettuata sulla base dei dati  catastali desumibili dagli atti d’ufficio è emerso che per l’area interessata gli intestatari risultano essere ancora i lottizzanti
originari e non è stato evidenziato alcun atto posto in essere dall’amministrazione comunale volto a modificare la titolarita’ della stessa; aI riguardo, il fatto che il Comune negli anni non abbia posto in essere gli atti finalizzati alla voltura in suo favore delle stesse non sembra giustificabile se non con un atteggiamento di generale disinteresse.

Si è proceduto, altresì, ad un controllo “a campione” delle costruzioni edificate all’interno della lottizzazione PALOMA intorno 
agli armi ‘90, avendo quale riferimento i lotti prospicienti l’area individuata per la realizzazione del c.d. “GIARDINO DELLA MEMORIA” - verificando anche i profili soggettivi dei concessionari ed il regolare versamento degli oneri di urbanizzazione a loro carico. Da tale analisi è emerso un dato assai interessante che si riassume in una generale situazione di inadempienza agli obblighi di comunicazione, specie per quanto attiene l’indicazione dell’impresa esecutrice dei lavori e del direttore dei lavori; notizie che si riscontrano invece con riferimento ai lotti più distanti da quella zona.

Per quanto attiene, inoltre, alla verifica dell’ottemperanza al versamento degli oneri di urbanizzazione, la situazione riscontrata ha fatto registrare una condizione di generale ritardo nei pagamenti oltreché’ di mancato completamento dei versamenti stessi (circostanza che avrebbe dovuto impedire il rilascio del certificato di agibilita’), a fronte del quale non risulta che l’amministrazione si sia attivata per il recupero dei suoi crediti.

Del resto, non risulta nemmeno che il Comune abbia posto in essere alcun adempimento per la realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria previste sull’area in questione: non e’ stata infatti trovata alcuna traccia della volontà di realizzare la scuola e l’area appare in condizioni di sostanziale abbandono. Sotto tale profilo, non e’ difficile ipotizzare che, anzi, la sottoscrizione della ‘Convenzione’ sotto il patrocinio della Prefettura, probabilmente, avrebbe potuto consentire di realizzare quegli interventi che nel corso di tanti anni l’amministrazione non era stata in grado di realizzare, anche in “variante” dello strumento urbanistico vigente.

La vicenda è rimasta priva di definizione, ma rileva la condotta omissiva del Comune, a favore di privati (alcuni dei quali controindicati) e a scapito della cosa pubblica.
Tratto da Relazione allegata al decreto di Scioglimento del Consiglio Comunale di Isola delle Femmine
Gazzetta Ufficiale 279 29 novembre 2012 a pag 65 66 67
A CURA DEL COMITATO CITTADINO ISOLA PULITA

Isola delle Femmine: la misteriosa morte di Francesco Privitera: 39 anni di silenzi… CASSINA, COLAIANNI, CONSORZIO PROMETEO, COOPERATIVE ROSSE, COSTANZO, LIMA, MANNINO NINO, NICOLOSI, OCCHETTO, ORLANDO LEOLUCA, PCI, PIO LA TORRE, PRIVITERA FRANCESCO, RUSSO MICHELANGELO, VILLA PALAGONIA,

martedì 5 febbraio 2019

http://lesplosivoanatomiadiundisastro.blogspot.com/2018/01/isola-delle-femmine-autostrada-a29-23.html?m=1

lunedì 4 febbraio 2019

https://youtu.be/yTRzFeZ1hXU

LEOLUCA BAGARELLA ARRESTO

BAGARELLA VINCENZINA

https://youtu.be/abX7tPhvTDU






CHINNICI ROCCO,POOL ANTIMAFIA,TERRANOVA CESARE,MISILMERI,CAVATAIO MICHELE,BAGARELLA CALOGERO,SEQUESTRO 2 VALIGE 498 MILA DOLLARI PUNTA RAISI 19 GIUGNO 1979, TRAPANI,RIINA SALVATORE,BORIS GIULIANO,MANCUSO LENIN,BASILE EMANUELE,COSTA GAETANO,DI LELLO GIUSEPPE,FALCONE GIOVANNI,BORSELLINO PAOLO,DEPISTAGGIO,TRAPASSI MARIO,BOTOLOTTA SALVATORE,LI SACCHI STEFANO,VIA FEDERICO IMPERATORE,ORLANDO LEOLUCA,GALASSO ENRICO, SALVO IGNAZIO,SALVO NINO,ANDREOTTI GIULIO,CIACULLI,ESATTORI,SAETTA ANTONIO, MILITELLO BENEDETTO GABRIELE,SPATOLA GIUSEPPE,INZERILLO TOMMASO,INZERILLO ANTONINA,MANNINO VINCENT,MANNINO ROSARIO,THOMAS GAMBINO,CALI' FRANK,TAJ MAHAL, MIAMI BEACH CAPACI,,FRESCURA,LA ROSA SPORT,NEW CONNECTION,NICOLETTI GIOVANNI,DI FILIPPO FRANCESCO,

IL CACCIATORE BAGARELLA VINCENZINA

https://youtu.be/e2vAbYzv5ys

Isola delle Femmine Città della Donna: Nuova Isola delle Femmine: 2019 30 GENNAIO Carabin...

Isola delle Femmine Città della Donna: Nuova Isola delle Femmine: 2019 30 GENNAIO Carabin...: 2019 30 GENNAIO Carabinieri notificano 11 avvisi di garanzia per traffico illecito di rifiuti, frode in pubbliche forniture ed evasione fis...

domenica 3 febbraio 2019

https://youtu.be/5UQzgUc6nxk
https://youtu.be/2_Le5tVXsOk
https://youtu.be/mSYpXal_QcA
https://youtu.be/YFI8Z8BdbIU
https://youtu.be/sv-auJzMBMA
https://youtu.be/xDg8B3w2GJc
https://youtu.be/XGcX5wopq3M

1985 23 FEBBRAIO UCCISO ROBERTO PARISI TITOLARE 2014 13 MAGGIO La storia della famiglia Cassina a Palermo | Gioie e dolori del Conte Arturo 2014 14 MAGGIO L'ultimo crollo dei Cassina in bancarotta, arrestati i figli del conte Arturo 2018 23 FEBBRAIO Roberto Parisi e Giuseppe Mangano, 23 febbraio 1985















I CENTO PADRONI DI PALERMO


I cento padroni di Palermo

da “I Siciliani”, giugno 1983

Camminare a Palermo. Il viale bianco di sole. Le grandi nuvole che arrivano da Punta Raisi, la loro ombra corre sul viale più veloce delle auto. Il cielo sul mare è abbagliante, il cielo sulle montagne a sud, è nero di tempesta. Il gelato da Roney. Tre signore di mezza età stanno sulle poltroncine verdi, con le sopracciglia alte e le boccucce delle signore di Tolouse Lautrec, sedute al divano rosso. Fumano con boccate avide, l’una racconta e continuamente ride, scuote la cenere in aria, l’altra sorride melliflua, la terza annuisce. Sorbiscono granita di mandorla. Tre boccucce eguali come fossero state dipinte dalla stessa mano.  Camminare a Palermo. Il cuore del vecchio mercato a mezzogiorno. Almeno cinquemila persone in un groviglio di vicoli che affondano tutti verso la piazzetta. Cento bancarelle sormontate dai giganteschi ombrelloni rossi, pesce, verdura, carne, mele, noci, aragoste, i quarti insanguinati di vitello, i capretti sventrati che pendono dagli uncini, i banditori urlano tutti insieme, lottano così l’uno contro l’altro, in mezzo alla folla.

Camminare a Palermo. Il circolo della stampa, con i soffitti bassi, il sentore e l’odore della catacomba, il buio, la luce verde del bigliardo senza giocatori, tre bizzarri individui che ti vengono incontro da tre direzioni diverse, si rassomigliano incredibilmente tutti e tre, saluti gentilmente e nello stesso momento tutti e tre ti salutano con l’identico sorriso, sono gli specchi che dagli angoli bui riflettono la tua immagine. Silenzio. Un aroma di caffè, un cameriere vecchissimo, allampanato che appare vacillando, da un angolo d’ombra all’altro, e scompare. Su un divano tre vecchi signori impassibili dinnanzi a un televisore in bianconero che pispiglia qualcosa. Uno dei signori ha il bastone col manico d’argento, le ghette, il panama bianco. Si alza levando dolcemente il bastone a mo’ di saluto: “Ho fatto tardi!”. Se ne va adagio, si volge solo un attimo con un mormorio. Non si capisce se abbia detto: “Debbo morire!”.

Camminare a Palermo? Gli osceni edifici a dodici, quindici piani, che si affollano l’uno sull’altro, lungo la riva del canalone che scende dalla collina al mare, con un rivolo d’acqua putrida al centro, e giù in basso i tuguri dove si ammassano venti persone, a due metri da quel rigagnolo giallo. I bambini che giocano da una riva all’altra. Bambini così, anche cani così che corrono in mezzo ai bambini, li ho visti solo a Palma di Montechiaro. Anche il colore, anche il fetore di quel rigagnolo è lo stesso di quel liquame che scorre orribilmente fra le rupi di Palma. Tutto questo è retorica, lo so. A Palma di Montechiaro però tre bambini su dieci muoiono prima di arrivare all’età scolare. E da qualche parte, in questa immensa città, c’è qualcuno che sta discutendo quale sarà il destino di questi bambini di Palermo per i prossimi venti o trent’anni. E quale sarà il suo guadagno.

Palermo è una delle città più belle d’Europa e certamente una delle più infelici. Forse più della stessa Napoli. Palermo è sontuosa e oscena. Palermo è come Nuova Delhi, con le reggie favolose dei maharajà e i corpi agonizzanti dei paria ai margini dei viali. Palermo è come Il Cairo, con la selva dei grattacieli e giardini in mezzo ai quali si insinuano putridi geroglifici di baracche. Palermo è come tutte le capitali di quei popoli che non riuscirono mai ad essere nazioni. A Palermo la corruzione è fisica, tangibile ed estetica: una bellissima donna, sfatta, gonfia di umori guasti, le unghie nere, e però egualmente, arcanamente bella. Palermo è la storia della Sicilia, tutte le viltà e tutti gli eroismi, le disperazioni, i furori, le sconfitte, le ribellioni. Palermo è la Spagna, i Mori, gli Svevi, gli Arabi, i Normanni, gli Angioini, non c’è altro luogo che sia Sicilia come Palermo, eppure Palermo non è amata dai siciliani. Gli occidentali dell’isola si assoggettano perché non possono altrimenti, si riconoscono sudditi ma non vorrebbero mai esserne cittadini. Gli orientali invece dicono addirittura di essere di un’altra razza: quelli sicani e noi invece siculi, quelli cartaginesi, saraceni, andalusi, napoletani; noi greci, romani, svevi, milanesi. I catanesi hanno proposto due capitali dell’isola per due popoli diversi, si tratta di uno sberleffo, ma nella realtà in cosa potranno mai essere rassomigliati (concetto dell’uomo o pensiero sulla vita) Verga e Tomasi di Lampedusa, oppure Vitaliano Brancati e Leonardo Sciascia? Pirandello, che stava in contemplazione a metà strada fra questi due concetti dell’essere, probabilmente dovette pensare quanto l’essere siciliano in definitiva fosse fantastico e improbabile.

I siciliani non amano Palermo e Palermo lo sa perfettamente ma non se ne cura. I siciliani non amano Palermo poiché essa è la capitale che esige soltanto tributi e obbedienza, e in verità Palermo vuole questo soprattutto, come è giusto che sia il rapporto fra sudditi e sovrano. Il catanese, il siracusano, il messinese, il ragusano, si azzannano a vicenda, ma se qualcuno forestiero gli chiede la provenienza, dicono: Siciliano! E basta. Il palermitano dice: palermitano, che a parer suo è cosa inimitabile e sovrana.

I Siciliani non amano Palermo. C’è qualcosa che impaurisce e respinge. Io ho visto per le strade di Catania auto sbucare di colpo, e uomini balzare fuori con le armi in pugno e cominciare a sparare addosso ad altri uomini, e chinarsi urlando a sparare il colpo di grazia alla nuca. Ho visto corpi insanguinati di ragazzi uccisi, giacere in mezzo alla strada e la gente che continuava ad andare, le auto a correre. Ho visto cortili fracassati dalle raffiche di mitra e dalle schegge delle bombe a mano, e colava dai muri e le polpette ancora fumanti sulla mensa. Ho visto madri avanzare piangendo verso i corpi degli uccisi, sostenute pietosamente da parenti che però avevano la sigaretta fumante in bocca. La morte a Palermo è diversa, la morte violenta. Più profonda, più arcana e fatale. Esige contemplazione: una fila di sedie tutt’intorno al corpo insanguinato, in mezzo alla strada, e ai parenti seduti immobili, in silenzio, a guardare. I ragazzini immobili e attenti. La morte è spettacolo da non perdere. La morte ha sempre una ragione d’essere. A Palermo essa va meditata e capita. Chi sono i padroni di Palermo? Coloro che hanno nel pugno il destino di questa grande, splendida e infelice capitale del Sud?

E’ una domanda essenziale poiché essere padroni di Palermo non significa soltanto governare taluni giganteschi affari per migliaia di miliardi, ma per infinite, invisibili vie governare anche lo sviluppo politico dell’isola e quindi del Meridione: per esempio stabilire in quali banche debba essere depositato il pubblico denaro, e chi debba dirigere queste banche; per esempio indicare quali funzionari meritino carriera per propiziare e garantire giganteschi affari di vertice; e via via, sempre per esempio, spirali sempre più difficili e più alte e segrete, designare coloro i quali dovranno essere deputati, assessori, sottosegretari, ministri. Bisogna stare attenti. In Sicilia, e quindi naturalmente a Palermo, si verifica un fenomeno straordinario: e cioè che in Italia tutto quello che accade, nel bene e nel male, dipende dai partiti oramai despoti della vita nazionale, ma questo potere nel Sud si sgretola, degrada, corrompe, privatizza. Un uomo politico può diventare presidente o ministro, e la gente pensa che sia domineddio, ma nella realtà egli è diventato ministro o presidente per amministrare una situazione, una proposta, un compromesso che altri hanno discusso e deciso prima di lui e gli hanno semplicemente affidato. Altrove, a Torino, Milano, Bologna, persino a Napoli, un ministro può essere il padrone. Qui, non essere nessuno.
Chi sono dunque i padroni di Palermo? Badate bene: i padroni, non il padrone, poiché a Palermo accade anche questo fenomeno straordinario, e cioè che non è ammesso il tiranno, il condottiero, colui il quale per carisma, per virtù propria di talento o violenza, possa emergere su tutti gli altri ed al quale tutti gli altri debbano rispetto e obbedienza. Se spunta un Cesare ci sono subito le Idi di marzo. Palermo rassomiglia alla Roma del basso impero con le congiure, i pretoriani, i Caligola che fanno senatori i loro cavalli, le clientele che fluttuano dall’uno all’altro vincente. Ma più ancora Palermo rassomiglia all’Atene della decadenza, con gli oligarchi, oratori, guerrieri, reggitori che in mezzo a loro non permisero mai venisse fuori un capo. Le virtù che contano a Palermo non sono quelle di un Pericle, ma piuttosto di un cardinale Mazzarino, di chi sappia intrigare, unire, collegare, non conoscere mai la vera identità dell’assassino e tuttavia da quell’assassinio trarre sicuro vantaggio, né mai essere in prima persona nell’affare da cento o mille miliardi, ma amabilmente avere la certezza di un dieci per cento, metà del quale da distribuire ad amici, confidenti, alleati e delicatamente anche a taluni avversari. Né Pericle, né Alcibiade.

La storia moderna di Palermo, che è anche la storia politica del Sud e in gran parte anche della violenza che ciclicamente scuote la nazione, si potrebbe raccontare attraverso storie esemplari di alcuni uomini. Ecco: qui diventa perfetta la storia di Piersanti Mattarella, da raccontare tuttavia con umana sincerità affinché ognuno possa capire le cose come veramente accaddero e quindi trarre una ragione, un cifrario per le cose che continuano ad accadere.

Piersanti Mattarella, il cui personaggio oramai è entrato nella leggenda politica siciliana dell’ultimo decennio, era figlio di Bernardo Mattarella, padrone della Sicilia occidentale, quando Palermo ancora ammetteva un solo padrone. Saggio e collerico, amabile e violento, culturalmente modesto, ma irruento parlatore, Mattarella non disdegnava alcuna alleanza potesse servire al potere del suo partito ed a quello suo personale. Non aveva scrupoli. Se parte dei suoi voti provenivano dai ras delle province mafiose, che ben venissero, erano egualmente voti di cittadini italiani. E se quei grandi elettori chiedevano un favore in cambio, Bernardo Mattarella (come si suole dire) non si faceva negare. Contro di lui dissero e scrissero cose terribili, ma in realtà non riuscirono a provare praticamente niente, se non che la sua potenza, appunto per questa assenza di testimoni contrari, era perfetta.

Il vecchio Mattarella aveva eletto il figlio Piersanti, suo delfino ed erede, lo avvezzò al potere con la stessa puntigliosa prudenza, la medesima pignoleria, che la regina madre usa di solito per il principino di Windsor: prima buon studente, poi eccellente cavallerizzo, ufficiale della marina imperiale, un matrimonio di classe regale, un viaggio per tutto il Commonwealth ad affascinare sudditi. Al momento opportuno il trono. Piersanti era alto, bello, intelligente, amabile parlatore, ottimo laureato, viveva a Roma, parlava con buona dizione. Era anche un uomo molto gentile ed infine aveva una dote che poteva essere un difetto: era candido. O forse fingeva di esserlo.

Quando il padre ritenne il momento opportuno, lo fece venire a Palermo perché fosse candidato al consiglio comunale. Il Comune di Palermo è una palestra politica senza eguali, nella quale si apprendono tutte le arti della trattativa per cui l’affare politico è sempre diverso da quello che viene ufficialmente discusso, e si affinano le arti della eloquenza per cui si dice esattamente il contrario di quello che è, anche gli avversari lo sanno e però fanno finta di non saperlo, e quindi l’oratore riesce a farsi perfettamente capire senza destare lo scandalo dei testimoni. Piersanti imparò, quanto meno, a capire quello che gli altri dicevano. Poi venne eletto dall’assemblea regionale siciliana, dove in verità – provenendo i deputati da tutte e nove le province dell’isola – le arti sono più grossolane, ci sono anche la cocciutaggine dei nisseni, la imprevedibile fantasia dei catanesi, la finta bonomia dei siracusani, tutto è più facile e difficile, e tuttavia anche qui Piersanti Mattarella fu diligente e attento. Valutava, ascoltava, sorrideva, imparava, giudicava. Venne eletto assessore alle finanze. Fu in quel periodo che vennero confermati gli appalti delle esattorie alla famiglia Salvo.

Esigere le tasse può sembrare odioso, e tuttavia è necessario, consentito, anzi preteso dalla legge. L’esattore deve essere avido, preciso e implacabile. I Salvo erano perfetti. Il loro impero esattoriale si estendeva da Palermo a Catania, un giro di centinaia di miliardi, forse migliaia. C’era una bizzarra clausola nell’accordo stipulato fra gli esattori Salvo e l’assessore regionale: cioè gli esattori avevano facoltà di scaglionare nel tempo i versamenti. Premesso che la Giustizia impiega magari due anni per riconoscere un’indennità di liquidazione a un povero lavoratore, ma ha una capacità fulminea di intervento contro lo stesso poveraccio che non paga le tasse, gli esattori Salvo avevano il diritto di esigere subito le somme dovute dai contribuenti, epperò la facoltà (detratte le percentuali proprie) di versare a scaglioni le somme dovute alla Regione. Praticamente per qualche tempo avevano la possibilità di tenere in banca, per proprio interesse, somme gigantesche. Non c’era una sola grinza giuridica. Avevano fatto una proposta e la Regione aveva accettato.

Infine Piersanti Mattarella venne eletto presidente della Regione. E improvvisamente l’uomo cambiò di colpo. Aveva studiato tutte le arti per diventare Mazzarino e improvvisamente divenne Pericle. Indossò tutta la dignità che dovrebbe avere sempre un uomo; dignità significa intransigenza morale, nitidezza nel governo, onestà nella pubblica amministrazione. Piersanti Mattarella fu capace di pensare in grande e pensare. in proprio. Figurarsi la società palermitana degli oligarchi, i cento padroni di Palermo. Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente? Nessuno capirà mai se Mattarella venne ucciso perché aveva fermato una cosa che stava accadendo, oppure perché avrebbe potuto fermare cose che invece ancora dovevano accadere.

La storia di Mattarella è davvero una storia esemplare all’interno del racconto sul potere a Palermo. Palermo non può avere un solo padrone, nemmeno un primus inter pares : se qualcuno tenta di esserlo viene distrutto in qualche modo, oppure più semplicemente ucciso. Naturalmente non accade mai che la decisione dell’assassinio sia presa dalla piccola società degli oligarchi, questo appartiene alla fantascienza mafiosa, tutti hanno il medesimo interesse ma in definitiva sono soltanto due o tre di loro, i più offesi o spietati, che prendono la decisione. Individuarli non è possibile mai: bisognerebbe prima identificare e catturare gli esecutori dell’assassinio; che costoro confessassero da chi hanno avuto mandato di uccidere, e questi mandanti a loro volta indicassero l’anonimo barone che ha commissionato il delitto. Una serie di ipotesi assolutamente impossibile che, tutte insieme, configurano appunto il perfetto delitto di mafia.

Chi sono dunque i padroni di Palermo? I metodi di identificazione sono due: l’uno politico, l’altro finanziario, cioè anzitutto l’identificazione dei politici che attraverso leggi e azioni di governo determinano i grandi affari pubblici, compresi i sistemi di affidamento; e quindi la identificazione degli operatori che si aggiudicano tali grandi affari e ne diventano perciò i protagonisti.

Attualmente, nella città di Palermo ci sono una ventina di grandi affari pubblici. Messi insieme formano un pacchetto di duemila-tremila miliardi. Scegliamone quattro, i più semplici da capire: il porto scogliera, l’appalto per la pubblica illuminazione, il risanamento del centro storico, l’appalto per la manutenzione stradale.

Il porto-scogliera dovrebbe sorgere lungo quel tratto di litoranea fra la nazionale per Messina e il Foro Italico, cioè in quel tratto di spiaggia dove si scaricano le immondizie di mezza città e le acque luride delle fiumare, un tratto di mare che è divenuto una sola immensa fogna, oramai perduto per qualsiasi utilizzazione commerciale e turistica. Il problema è quello di bonificare la zona, evitando che essa diventi una sempre più micidiale concentrazione di immondizie putrefatte, di topi, mosche, cani randagi, zanzare, miasmi, epidemie. Il progetto è semplice: costruire in mare a qualche centinaio di metri dalla riva una scogliera artificiale, una specie di immensa barriera frangiflutti, in modo da creare all’interno, fra tale scogliera e la spiaggia, una specie di mare morto nel quale andranno a scaricarsi quotidianamente tutti i materiali da riporto dell’intera città, pietre, rottami, rifiuti, calcinacci. Nel giro di pochi anni il mare, o meglio quel putrido stagno, scomparirà per sempre e diventerà un immenso pianoro di terraferma. La proposta è che la ditta appaltatrice dei lavori, la Sailem, esegua i lavori gratuitamente, aggiudicandosi tuttavia la proprietà delle aree di risulta, cioè di quell’immenso pianoro che si sostituirà al mare. Naturalmente tutta area fabbricabile, nel cuore di Palermo, lungo il mare, in una zona che – eliminato l’inquinamento – potrà diventare prezioso luogo di insediamenti turistici, residenziali e alberghieri. Il tratto di litoranea interessato è lungo circa due chilometri, la scogliera sarà costruita a trecento metri dalla spiaggia, un’area dunque di circa sessantamila metri quadrati. Il prezzo delle aree fabbricabili nelle zone urbanistiche di eccellenza si aggira sulle cinquecentomila lire a metro quadrato. Fate i conti.

L’appalto per la pubblica illuminazione, per centodieci miliardi. Esso non è avvenuto per pubblico concorso ma a licitazione privata. Con delibera della giunta presieduta dell’ex sindaco Martellucci, che attende solo la ratifica del consiglio comunale, è stato approvato il rinnovo dell’appalto alla ditta ICEM, di cui è grande manager l’ingegnere Parisi. La grande storia di Palermo è fatta di alcune grandi storie umane ma anche di tante piccole storie esemplari che si debbono mettere tutte insieme, l’una accanto all’altra, nel posto giusto. L’ingegnere Parisi è il presidente del Palermo calcio: pare abbia fatto egli stesso candida ammissione di non avere per il calcio alcuna passione o competenza. E tuttavia, soavemente invitato dagli ambienti politici della Dc ad assumere la gestione del Palermo calcio per ricondurlo in serie A, altrettanto soavemente egli accettò di rendere questo servizio alla città e agli uomini che la governano. Gli è costato due miliardi! Non sono stati spesi bene, ma non sono neanche molti. Il piano di risanamento del centro storico di Palermo. L’ultima preda! L’alleanza criminale fra politici e imprenditori ha infatti letteralmente divorato, sfregiato, saccheggiato oramai tutta l’immensa periferia della capitale, rovinandola per sempre. Il prezzo pagato dalla città è stato tragico. Almeno duemila assassinii: uomini giustiziati in mezzo alla strada, murati nei piloni di cemento degli stessi palazzi, gettati in mare con una pietra alle caviglie. Una pirateria di circa cinquantamila miliardi la cui spartizione ha consentito l’insorgere di almeno cinque nuovi tremendi focolai di potenza mafiosa che (per evoluzione criminale e capacità finanziaria) hanno potuto impadronirsi anche del contrabbando della droga, determinando un terrificante salto di qualità e di potenza dell’intera struttura criminale.
L’unica area urbanistica residua, nella quale sono possibili operazioni urbanistiche, appunto l’ultima preda, è il centro storico di Palermo, cioè quella che fu la splendida, orgogliosa capitale della civiltà mediterranea e nella quale arabi e normanni profusero i tesori della loro architettura. Spettacolo di miseria e grandezza. Vicoli nei quali dilaga un’umanità urlante e feroce, palazzi di straordinaria bellezza che però cadono a pezzi, tuguri nei quali si intanano migliaia di sventurate e fameliche famiglie del sottoproletariato, cattedrali, reggie, teatri di ineguagliabile maestà, spazi fatiscenti dove si accumulano le immondizie di interi quartieri, migliaia di edifici pericolanti dai quali gli esseri umani sono stati stanati a forza come bestie. Il progetto di risanamento che sta per essere ultimato, deve salvare i grandi palazzi prima che crollino, cancellare migliaia di tuguri, programmare il restauro di centinaia di edifici ora abbandonati e la costruzione di migliaia di altri nelle aree di risulta. Un progetto gigantesco. Un affare che prevede un investimento pubblico di duemila miliardi, e perlomeno quindici/ventimila miliardi di investimenti e quindi profitti privati. Facile immaginare quale drammatica lotta si sia già scatenata in quella fantastica città mafiosa, invisibile all’occhio e tuttavia perfettamente compenetrata (una città sull’altra e dentro l’altra) a Palermo. Si tratta di capire chi si presenterà a chiedere gli appalti e come essi saranno dati, con quali facoltà e vantaggi. I grandi personaggi del potere si stanno squadrando e valutando, cercando di leggersi negli occhi per capire chi sarà alleato, concorrente o nemico. I catanesi che hanno un’ironia piuttosto ruvida, quasi sempre conclusa con una grande risata direbbero: “Si stanno curando in salute!”.

I palermitani che sono più tristi e perciò anche più sottili nell’ironia, dicono: “Si stanno guardando lo scarto”, che nel terziglio è il momento in cui il giocatore solo contro gli altri due, va a riguardarsi le quattro carte di scarto che solo lui conosce, per fare la giocata decisiva. Gettare subitaneamente la scartina e brutalmente uscire di napoletana. Con ironia più esplicita, qualcuno a Palermo più semplicemente dice: “Duemila miliardi a chi sparerà per primo!”.

Infine l’appalto per la manutenzione stradale. Anche tale appalto, per un importo di centotrenta miliardi, sarà rinnovato alla ditta LESCA di cui è protagonista e manager il conte Cassina. Ecco un’altra piccola storia per raccontare la grande storia di Palermo.

Cassina è conte! I palermitani, la cui ironia spesso è così tagliente da sembrare cinismo, dicono ai catanesi: “Voi avete i cavalieri del lavoro, noi abbiamo i conti! C’è un abisso. Cassina è conte, è milanese ed è Gran Bali, per tutto il Sud, dei cavalieri del Santo Sepolcro, associazione di personaggi eccellenti i quali hanno diritto di paludarsi in cappa nera, feluca e spadino, e in tal guisa scortare il Papa nelle grandi cerimonie ufficiali. Al Gran Bali spetta il governo della loggia (si chiama così, come nella massoneria) e la designazione dei nuovi cavalieri. Della loggia di Palermo, negli ultimi anni, sono entrati a far parte questori, magistrati, professori di università, artisti, luminari della medicina e delle lettere, operatori economici, cavalieri del lavoro. Il conte Cassina li convoca, li governa e li affabula. Ecco, il conte Cassina è uno dei padroni di Palermo. E’ amabile, colto, intelligente, non ha la prepotenza mentale e la temerarietà dei cavalieri di Catania, per i quali non c’è impresa che non possa essere tentata e che non si abbia il diritto di tentare, ma la prudente saggezza di colui il quale vive in una capitale in cui c’è un limite a tutto, anche alla potenza dell’uomo. E’ un uomo che può invitare a cena ministri, prefetti, giudici e conversare affabilmente sul destino della Sicilia. Da buon milanese ha uno straordinario rispetto per il denaro e quindi è anche tenuamente avaro. Si dice che un cavaliere di Catania, invitando a cena nella sua villa prefetti e ministri, facesse galantemente trovare, sotto il tovagliolo, graziosi monili d’oro per le consorti dei convitati. Il conte Cassina si limita agli spaghetti, e per le gentili signore, una piccola orchidea. Un padrone di Palermo il quale sa perfettamente che non si deve mai essere l’unico padrone di Palermo, ma che bisogna convivere con gli altri e tutto sta semmai nel garbo con cui si è capaci di riconoscerli.

E i politici. Anche nella politica la situazione è mutata. Il tiranno non esiste più. Mattarella tentò di imporre una regola morale a tutti, pensò di avere il carisma del capo. Morì. Prima di lui aveva tentato, con altro stile e altre convinzioni, Vito Ciancimino, certo il personaggio più famoso della democrazia cristiana e quindi della politica palermitana. In effetti ci fu un momento storico in cui parve il padrone di tutto, il solo e incontrastato governatore della volontà politica nella capitale dell’isola. Non ci fu affare, né opera pubblica, né appalto, né alleanza o compromesso che non fosse sua iniziativa o non si avvalesse del suo consenso. Lo distrussero. Comandava troppo. Però sopravvisse. Vito Ciancimino non era Piersanti Mattarella, egli era tanto astuto quanto quello era candido, egli era tanto attore quanto quello condottiero. Non avendo la vocazione di Alcibiade capì per tempo quanto meglio valesse essere Mazzarino, cioè paziente, silenzioso, ironico. Fra gli uomini politici italiani, rassomiglia più di ogni altro a Giulio Andreotti (nella speranza che nessuno dei due si offenda).

Parlando di potere politico a Palermo si deve subito pensare a Vito Ciancimino, il geometra Ciancimino, come egli spavaldamente ama presentarsi; ecco, questa è un’altra piccola storia da raccontare dentro la grande storia di Palermo, e nemmeno tutta la storia dell’uomo, ma solo un minuscolo episodio del personaggio, perché si possa ancora più perfettamente capire Palermo.

Vito Ciancimino crollò nell’ultima fase delle indagini dell’antimafia. Venne accusato, lui prima assessore all’urbanistica e poi sindaco, di aver lasciato sbranare Palermo dalla mafia. La democrazia cristiana ebbe paura. Non poteva certo partecipare al linciaggio perché sarebbe stato come mettere sotto accusa tutte le operazioni di potere che il partito aveva sollecitato e giustificato, una specie di suicidio; e però non poteva nemmeno difendere l’uomo perché le accuse erano troppo gravi, c’era il rischio di essere coinvolti e travolti. La democrazia cristiana non ha lo stoicismo tra le sue regole morali. Il suo principio è il silenzio estatico, la sua forza il tempo. Il silenzio avvolge, confonde, non consente approfondimenti, dibattiti. Il tempo ammorbidisce, logora, stanca, dilapida, suscita smarrimenti, la gente muore, la gente dimentica. Col tempo e nel silenzio svanì e si perse per sempre anche il come e il perché, vita e morte del bandito Giuliano. Figuratevi!

Dinnanzi a Vito Ciancimino la Dc si tirò addosso un velo sepolcrale: lo deferì ai probiviri del partito perché stabilissero se poteva giustamente stare dentro il partito a testa alta o dovesse esser cacciato con ignominia. Tempo e silenzio. Finché vennero le elezioni politiche del 1979. Vito Ciancimino non poteva candidarsi poiché era nel limbo, ma aveva però quaranta/cinquantamila voti di preferenza sulla piazza di Palermo, un formidabile pacchetto elettorale che poteva manovrare a suo piacimento. Erano voti suoi, conquistati, allevati, guadagnati, difesi anno dopo anno, con mille amicizie, protezioni, minuscole alleanze, favori, benevolenze. Li aveva proprio nel portafogli, cosa sua, manovrando quei cinqantamila voti di preferenza, cioè spostandoli dall’un candidato all’altro, poteva determinare disfatte e trionfi. Per i leaders politici palermitani oltretutto non è importante solo essere eletti al parlamento, ma anche il numero delle preferenze, poiché queste stabiliscono gerarchie, ingigantiscono prestigio, candidano alle cariche ministeriali. Ora si racconta come nella fase pre-elettorale, il ministro Ruffini mandasse segnali di fumo al geometra Ciancimino per esprimere il suo gradimento a quei cinquantamila voti di preferenza, e come il Ciancimino stanco di essere tenuto alla gogna, facesse sapere che sì, quei cinquantamila voti sarebbero stati suoi, purché il ministro Ruffini l’avesse aiutato ad avere finalmente una sentenza assolutoria dai probiviri della Dc. E ancora si narra come il ministro Ruffini gli promettesse il suo leale appoggio in tal senso, organizzando un incontro con il segretario nazionale Piccoli a Roma: appuntamento a Roma alle sette del mattino, nella villa del segretario Piccoli.

Vito Ciancimino arrivò in tassì, con una valigetta di cuoio piena di documenti che avrebbero dovuto comprovare la sua innocenza e comunque indurre ad una benigna valutazione il segretario nazionale della Dc. Erano i tempi della grande paura e del terrorismo trionfante. Gli uomini di vertice viaggiavano in autoblindo. La villa di Flaminio Piccoli era circondata dai carabinieri con i mitra puntati: si videro venire incontro questo sconosciuto, con gli occhietti neri da siciliano, i baffetti, e quella valigetta di cuoio. Sono il geometra Ciancimino, ho un appuntamento con l’onorevole Piccoli, in questa valigia ci sono carte personali… Documenti, perquisizione, verbale dei carabinieri: alle ore sette del mattino si è presentato un tale, pretendendo di avere appuntamento con l’onorevole Piccoli, ha esibito documenti intestati al ragioniere Vito Ciancimino, di Palermo…
In quell’istante scortato da motociclisti e auto della polizia, arrivò in auto blindata il ministro Ruffini. Così narrano. Carabinieri sull’attenti. Il ministro spiegò che poteva garantire lui per il signor Ciancimino, il quale effettivamente era atteso dall’onorevole Piccoli. Agli ordini eccellenza. I carabinieri sono sempre carabinieri: misero diligentemente a verbale. Quello che si dissero nello studio di Piccoli nessuno lo sa. Il candidato Ruffini ebbe centocinquantamila voti di preferenza.

E venne il caso Sindona: lo scandalo, l’arresto di Spatola il quale era amico di Ciancimino e disse agli inquirenti d’essere andato una volta a cena con il ministro Ruffini, il quale a sua volta disse che non sapeva nemmeno chi fosse questo Spatola, glielo avevano presentato un giorno per caso, piacere, molto lieto e basta, e che comunque non conosceva quel tale Ciancimino di cui gli parlavano. Allora Ciancimino scrisse una lettera a mano, con un foglio di carta carbone sotto, per averne copia, “Caro Ruffini, leggo che dici di non conoscermi nemmeno. Sei un…!”. L’epiteto fu crasso e stentoreo. Piegò il foglio, senza nemmeno metterlo in busta e lo spedì per raccomandata espresso. Conservò nel portafogli quella copia, ogni tanto la tira fuori e la tiene appesa a due dita in faccia all’interlocutore. Ride: “Non mi conosce? C’è quel verbale dei carabinieri: alle ore sette del mattino si è presentato il ragioniere Vito Ciancimino. Il sopraggiunto ministro Ruffini, ecc., ecc… “.

Chi sono i padroni politici di Palermo? Il ministro Ruffini, l’onorevole Lima, l’ex sindaco Valenzi? Certo! Forse ancora, da qualche parte, in qualche modo con qualche pacchetto di cinquantamila voti in tasca, Vito Ciancimino. Epperò anche infiniti altri. In realtà fino a non molto tempo fa, c’erano a Palermo i grandi, inviolabili boss politici. Giovanni Gioia era Luigi XIV. Tutto passava per il loro consenso. I grandi capi esistono ancora, ma sono stati esautorati, c’è stata la rivolta dei peones, sono almeno cento: ognuno di loro restando all’ombra del capo e rispettandone ufficialmente il potere si è costruito il suo piccolo feudo di potere, secondo competenza. Tutto quello che passa per il suo feudo paga, per taluni può essere soltanto la devota riconoscenza, per altri invece un tenue dieci per cento sul totale dell’affare. Anche il suo legittimo è pulito.

Pensate a un galantuomo che deve avere un contributo o un mutuo da un miliardo: se lo fanno aspettare un anno ci rimette gli interessi bancari attivi quindi il 18%, e subisce l’impoverimento per svalutazione di un altro 14-15%. Con quella garbata tangente del dieci per cento, li ottiene subito secondo diritto. Ci guadagna!
La figura giuridica sarebbe quella della cosiddetta servitù di passaggio, oppure in taluni casi, i più sofisticati (i giuristi mi perdonino l’audacia) dell’enfiteusi che è il diritto di godere di una cosa altrui, con l’obbligo di pagare periodicamente un canone. Solo che la cosa altrui, stavolta, è la cosa pubblica. Ma è un particolare ininfluente la cosa pubblica a Palermo, è la cosa dei cento padroni che possiedono Palermo.
Palermo! Camminare per Palermo.
Camminare sfiorando gli stupendi palazzi dove un giorno vissero svevi, normanni, emiri, angioini, ed ora anche le facciate stanno cadendo a pezzi, dietro queste facciate pavimenti e soffitti sono sfondati, le scale crollate. Camminare nei vicoli di Palermo assordati dal grido di centinaia di venditori, in mezzo ad una folla che sembra vagare con il moto pazzo delle formiche su un torsolo di mela. Camminare nelle stradine fetide e senza selciato, con le bancarelle fumanti attorno alle quali si aggruma la gente povera a mangiare gli scarti bolliti dei macelli. Camminare in mezzo ai tuguri di Palermo dove si intana la gente sradicata, cacciata via dalle case antiche che stavano per crollare. Tutto questo è folclore, lo so.

Però, in questa grande capitale del Sud, migliaia di bambini vivono veramente dentro le tane come le bestie umane; e decine di migliaia di uomini vivono miserabilmente di espedienti, commerci infinitesimali, elemosine, ruberie; e centocinquanta esseri umani sono stati assassinati in un anno in mezzo alle strade, ed altri centocinquanta sono scomparsi, eliminati dalla lupara bianca. Tutto questo è retorico. Quando la verità è insultante si dice che essa è retorica, è sempre retorico tutto quello che non rientra nei limiti del possibile, trecento assassinii sono dunque retorica.

Salire la scalinata del Palazzo delle Aquile e sapere che da qualche parte, in qualche stanza, venne perpetrata la spartizione di cinquantamila miliardi per la devastazione urbanistica di Palermo, e alcuni di quegli uomini furono o ancora saranno fra i governatori di questa città. In qualche stanza di questo palazzo c’è il nuovo sindaco, Elda Pucci, medico, cinquantenne, nubile, adamantina la quale dice: “L’ex sindaco Valenzi fu il mio maestro. Il modello al quale mi ispiro!”. Vincente oratoria.

A loro è lasciato il compito difficile di governare nel modo più garbato possibile, elaborare i grandi sistemi quali che siano, garantire che la macchina funzioni. Abbiamo revisionato, cambiato i pezzi logori, guardate come corre.


1991 31 MARZO 

SPATOLA DAGLI USA A PALERMO

PALERMO Pasqua all' Ucciardone per il boss Rosario Spatola che ieri è stato estradato dagli Stati Uniti a Palermo. Cinquantatré anni, semicalvo, privo del consueto parrucchino, Spatola è giunto ieri mattina a Fiumicino a Roma, e dopo una breve sosta è stato trasferito in manette nel carcere a Palermo. Rosario Spatola, il primo tra i boss della nuova mafia che riciclava narcodollari per conto delle potenti famiglie Gambino-Inzerillo, dovrà restare in carcere per almeno cinque anni, per scontare una pena residua che gli era stata inflitta alla fine degli anni 60. A spedirlo in galera erano state le indagini coordinate dall' allora giudice istruttore Giovanni Falcone. Fu il primo processo alle organizzazioni mafiose che avevano cominciato a gestire il grande business della droga tra la Sicilia e gli Stati Uniti. E Spatola era il terminale finanziario delle potenti famiglie siculo americane che gli avevano affidato il riciclaggio degli ingenti guadagni del traffico di eroina. Quei soldi venivano investiti nell' edilizia e Spatola da povero lattaio diventò in pochi anni un palazzinaro d' assalto. Decine di edifici della Palermo residenziale furono costruiti dalla sua impresa. In pochi anni divenne ricco, potente e rispettato. Nel ' 79 figurava, con 820 milioni di lire di reddito, tra i primi contribuenti della Sicilia. Spatola era al centro di fitte trame tra Cosa nostra, alta finanza e logge massoniche. Frequentava politici, tra i più noti l' ex ministro della Difesa Attilio Ruffini e Vito Ciancimino. Con quest' ultimo comparirà in giudizio il 6 maggio prossimo. Ciancimino, accusato da Tommaso Buscetta, dovrà rispondere di associazione mafiosa. Spatola è accusato di avere corrotto l' ex sindaco, di avergli versato una tangente di 50 milioni di lire (50 milioni del 1977) come contropartita per avere ottenuto un appalto comunale per la costruzione di edifici popolari alla periferia di Palermo. Le indagini del giudice Falcone sul clan Spatola-Gambino-Inzerillo, portarono alla clamorosa scoperta del falso sequestro del finanziere Michele Sindona





2014 13 MAGGIO La storia della famiglia Cassina a Palermo | Gioie e dolori del Conte Arturo




Duilio e Luciano Cassina sono stati arrestati oggi a Roma dalla Guardia di FinanzaI figli del Conte Arturo sono accusati di bancarotta fraudolenta ma la storia della loro famiglia affonda le radici nella storia di Palermo.
Il nome dei Cassina è strettamente legato alla storia della città di Palermo. Nonostante le origini siano comasche, il conte Arturo Cassina ha segnato le sorti della città fin dal primo dopoguerra. Giunto in Sicilia fra le due grandi guerre, fondò le sue imprese edili in tempo di crisi e di boom. Il suo primo appalto dal Comune di Palermo lo ottenne nel 1938. Da allora le imprese dei Cassina gestirono fognature e strade della città (per un periodo in associazione con altre imprese anche la pubblica illuminazione) ininterrottamente fino al 1985.


Le polemiche sugli appalti vinti sempre dalle medesime imprese sono scritte nella storia della città tanto che negli anni ’70 per cercare di togliere argomenti ai suoi detrattori Cassina riuscì a fondare una “società anonima” la Lesca.


Proprio nel settembre del 1974 la Lesca vinse l’appalto per le manutenzione di Palermo e in quegli anni si disse che Cassina avesse passato la mano. Non era così. Si scoprì in seguito che la Lesca era soltanto un’altra società sempre del conte Arturo Cassina che per 47 anni, ininterrottamente, riuscì ad essere l’uomo della manutenzioni.

Negli anni ’80, prima che le manutenzioni gli sfuggissero di mano, Cassina incassava 23 miliardi di lire l’anno dal Comune per le sue manutenzioni. Avevano provato in tanti a cambiare impresa e la volgata popolare assegna proprio alle capacità relazioni dei Cassina il siluramento di ben 4 sindaci di quegli anni.
Una storia complessa ed intrisa di misteri quella della famiglia Cassina. Lui, Arturo, il Conte, andava fiero del suo titolo di cavaliere del Santo Sepolcro di Gerusalemme. un titolo di cui era stato insignito nel Duomo di Monreale durante una cerimonia alla quale, raccontano le cronache dell’epoca, parteciparono comandanti dei carabinieri, questori, prefetti e tutta la gente che contava all’epoca.
Due i figli del conte che balzarono più volte agli onori delle cronache per motivi diversi. Duilio, il manager, l’erede anche lui nominato cavaliere del santo sepolcro di Gerusalemme anni dopo, e Luciano la cui storia è legata al suo lungo rapimento.
Luciano venne rapito dall’anonima sequestri siciliana su ordine di Luciano Liggio e rimase “prigioniero” della mafia per circa un anno e mezzo. venne liberato dietro al pagamento di un riscatto da 1 miliardo e 350 milioni di lire. La procura di Palermo indagò sul sequestro avvenuto proprio mentre la mafia siciliana era senza cupola. Stefano Bontade era in carcere e comandavano i corleonesi di Liggio.
Giovanni Falcone studiò a lungo quel sequestro e fra le ipotesi investigative c’era il fatto che l’estorsione ai Cassina fosse uno “sgarbo” diretto proprio a Bontade. Anni dopo la famiglia Bontade venne sterminata nella villa di Ciaculli durante l’ultima fase dell’ascesa di Totò Riina.
La storia dei Cassina è dunque legata a Palermo, legata agli anni che furono definiti “il sacco” della città anche se quelle imprese non furono mai legate alle costruzioni autorizzate alla moglie del papa Michele Greco, Rosa Castellana, dall’ex sindaco Vito Ciancimino.
Dall’alto della sua villa con tanto di piscine e zoo privato a Villagrazia di Palermo, il Conte assisteva a tutto quanto, combattendo la sua battaglia di potere e di affari. Erano gli stessi anni in cui a Catania comandavano i cavalieri del lavoro, gli anni in cui le esattorie a Palermo erano gestite dai cugini Salvo, gli anni in cui un sindaco come Giuseppe Insalaco veniva assassinato in strada per essersi schierato contro i grandi potenti. Erano gli anni in cui la Sicilcassa concedeva prestiti ai grandi imprenditori senza chiedere garanzie e poi non chiedeva il rientro dei capitali. Scelte di potere che portarono al fallimento della grande banca siciliana poi “regalata” al banco di Sicilia sistematicamente messo in condizione di essere acquisito, anni dopo, da Unicredit.
Nel 1985, quando gli appalti non vengono più affidati ai Cassina, iniziano le difficoltà. Palermo stava cambiando ed il Conte ed i suoi figli non erano più fra i grandi potenti. Oggi l’arresto per aver distratto 33 miliardi dal fallimento delle imprese segna l’ultima tappa della caduta. Almeno fino ad ora.

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2014 14 MAGGIO L'ultimo crollo dei Cassina in bancarotta, arrestati i figli del conte Arturo


DOMICILIARI PER LUCIANO E DUILIO. AVREBBERO FATTO SPARIRE 33 MILIONI DI EURO IN SEGUITO AL FALLIMENTO DI DUE SOCIETÀ
SALVO PALAZZOLO
NEGLI anni Ottanta erano i padroni di Palermo, grazie soprattutto ad amicizie di mafia. Il conte Arturo Cassina e i suoi figli Luciano e Duilio avevano costruito un impero con l'appalto per la manutenzione di strade e fognature. Poi, quando il Comune presentò il conto, per anni di frodi, i Cassina cominciarono a far scomparire il loro tesoro. L'ha scoperto la procura di Roma, che adesso accusa i figli del defunto conte di bancarotta fraudolenta, «aggravata da plurime distrazioni di provviste finanziarie dai conti correnti di due società poi fallite». Per questa ragione, Luciano, 76 anni, e Duilio, 69, sono finiti agli arresti domiciliari, con tanto di braccialetto elettronico. Un loro prestanome, Franco Carlos Salerno, è invece in carcere.
Le indagini della guardia di finanza coordinate dal procuratore Giuseppe Pignatone e dall'aggiunto Michele Prestipino dicono che i Cassina hanno fatto sparire 33 milioni di euro. Mentre i debiti ammontano a 188 milioni, e 127 spettano al Comune di Palermo, così come stabilito qualche mese fa dalla corte d'appello, che ha deciso su una lunghissima querelle giudiziaria.
La storia dei Cassina è tutta attorno a quell'appalto simbolo dei grandi affari di Palermo. La manutenzione dei «punti luce» delle strade, che erano 29 mila, costava 10 miliardi e mezzo delle vecchie lire. A Torino, invece, meno di 4 miliardi si spendevano per illuminare 72 mila punti luce. E così era anche per le buche da riparare, per il basolato, per le fogne. Mezzo secolo di contratti a peso d'oro avvenivano a trattativa privata nel Comune regno di Lima e Ciancimino. Fino a quando l'ennesima proroga fu bloccata dal sindaco di allora, Leoluca Orlando. Era la metà degli anni Ottanta.
Le indagini della procura di Roma sono partite da lì, dal contenzioso che fra il 2010 e il 2013 ha portato al fallimento di due imprese snodo degli affari dei Cassina, la "Ferratella srl" e la "Farsura costruzioni spa", entrambe con sede a Roma. In questi ultimi anni, gli eredi del conte hanno cercato di svuotare le loro società, per non concedere nulla ai creditori. Secondo la ricostruzione della procura di Ro perché ma, i Cassina avrebbero addirittura falsificato della documentazione bancaria, che ha consentito di fare sparire 2,6 milioni di euro ricevuti dalla Farsura a titolo di indennizzo assicurativo di un rapporto che risaliva agli anni Sessanta.

Così si conclude la parabola dei Cassina. Negli anni Ottanta il conte Arturo indossava il mantello di cavaliere del Santo Sepolcro e frequentava i salotti più esclusivi (e più collusi) di Palermo: all'epoca, guidava 60 società, operanti sia in Italia che all'estero, nel settore dei pubblici appalti, dei trasporti, del turismo. Aveva oltre 1.500 dipendenti e fatturava 250 miliardi delle vecchie lire. Oggi, gli eredi del conte sono indagati dalla procura di Roma di avere agito con il «metodo mafioso». Ecco perché il procuratore aggiunto Prestipino aveva contestato l'aggravante di mafia. Ma il gip del tribunale di Roma non l'ha ammessa. Così ha scritto nel suo provvedimento: «Pur condividendo l'attendibilità e la rilevanza degli elementi indiziari acquisiti in ordine al contesto mafioso entro cui, fin dalle origini, si muove la famiglia Cassina, e che caratterizza anche la successiva fase dell'attività imprenditoriale, non sono stati acquisiti i gravi indizi in ordine alla rilevanza delle condizioni previste dall'articolo 416 bis». La procura di Roma ha riportato nel provvedimento le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, che ricordano anche il sequestro subito da Luciano Cassina, poi rilasciato dopo un riscatto da un miliardo di lire e una mediazione mafiosa. Secondo il gip, le indicazioni dei pentiti delineano comunque «la sussistenza di legami con ambienti di elevatissimo livello criminale».


Luciano Cassina
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/05/14/lultimo-crollo-dei-cassina-in-bancarotta-arrestati-i-figli-del-conte-arturoPalermo06.html

2018 23 FEBBRAIO  Roberto Parisi e Giuseppe Mangano, 23 febbraio 1985
di Roberto Greco





















Roberto Parisi ed il suo autista, Giuseppe Mangano, furono uccisi in un agguato mafioso il 23 febbraio 1985. Colpire Parisi rappresentò un segnale forte diretto a chiunque avesse osato sfidare il racket, per eliminare in maniera preventiva qualsiasi forma di ribellione al “pizzo” e assoggettare l’economia territoriale

È la mattina del 23 febbraio 1985. Sono circa le 8:30. Roberto Parisi, noto imprenditore palermitano, è a bordo di una Fiat 131 guidata da Giuseppe Mangano, il suo autista di fiducia. L’auto sta percorrendo la strada che corre parallela alla via per l’Aeroporto palermitano, nella zona tra i quartieri Partanna-Mondello e Tommaso Natale. Sono oramai giunti a poche centinaia di metri dalla Icem, la società di cui Parisi è titolare. La Fiat 131 è affiancata da una Fiat Panda e da una Fiat Ritmo mentre, poco più avanti, ferma, in attesa, c’è una Renault 4. All’improvviso, dai finestrini delle auto, spuntano diverse pistole e una mitraglietta. Giuseppe Mangano è colpito immediatamente, l’auto sbanda, sbatte contro alcuni cassonetti dell’immondizia. I killers, a piedi, raggiungono Parisi e Mangano, agonizzante. Sparano senza pietà su entrambi. Inutile il trasporto in ospedale. Mangano muore sull’asfalto, mentre Parisi dopo due ore di agonia.
Torinese di nascita, Roberto Parisi, classe 1931, sposa in prime nozze Elvira De Lisi dalla quale ha una figlia, Alessandra. Imprenditore attivo a Palermo sin dai primi anni ’70, Parisi è il titolare della Icem – che gestisce l’appalto per la manutenzione dell’illuminazione pubblica di Palermo – e della Icem Quadri Elettrici, della Compagnia Tecnica Siciliana, e di due aziende specializzate nell’allevamento di pesci, la Isola Longa e la Società Itticoltura Meridionale. In totale, le aziende di Parisi, occupano quasi cinquecento dipendenti. Roberto Parisi, nel 1981, risultò essere in testa alla classifica dei contribuenti palermitani con oltre 800 milioni di reddito dichiarati. La sua Icem, è l’unica concorrente agguerrita in un mercato che è predominio del gruppo Cassina, famiglia d’imprenditori palermitani, i cui legami con la criminalità organizzata verranno poi alla luce negli anni. Parisi è un imprenditore moderno e spregiudicato. Riesce a far crescere la propria azienda sino a metterla in condizione di ottenere appalti per la rete elettrica, anche in Tunisia. È nominato Cavaliere del Lavoro, diventa vicepresidente dell’Associazione Industriali. Nel 1980 una grave disgrazia colpisce la sua famiglia. La moglie Elvira e la figlia Alessandra, sono su quel maledetto DC-9 che da Bologna era diretto a Palermo, il volo Itavia che terminò nel Tirreno meridionale. Nel 1982 diventa presidente del Palermo Calcio. La squadra, in serie B dal campionato 1970-71, agonizza ormai da diversi anni e, proprio al termine del campionato 1983-84, è retrocessa nella serie C1. Suo malgrado, Parisi sarà ricordato come uno dei presidenti del Palermo Calcio più contestati. Si risposa con Gilda Ziino, dalla quale avrà una figlia, Enrica. In quegli anni, la mafia era in evidente difficoltà e aveva deciso di reagire. Le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, il boss mafioso collaboratore di giustizia, le indagini del pool antimafia che portarono all’istruzione del maxi-processo, rischiavano di minare la sua solidità, basata, innanzitutto, sul controllo del territorio.
Colpire Parisi rappresentò un segnale forte, diretto a chiunque avesse osato sfidare il racket, per eliminare in maniera preventiva qualsiasi forma di ribellione al “pizzo” e assoggettare l’economia territoriale. Dopo la sua morte, fu reso noto che la Icem era stata oggetto di indagini da parte del pool antimafia. Per il suo omicidio si autoaccusò, dieci anni dopo, Emanuele Di Filippo – uomo d’onore della famiglia di Ciaculli e portaordini di Totò Riina – che è stato poi condannato a quindici anni di carcere. La Corte d’Assise di Palermo ha confermato gli ergastoli per Giuseppe Lucchese, Francesco Tagliavia e Lorenzo Tinnirello. Dopo Gennaro Musella, ucciso dalla mano armata della ‘ndrangheta il 3 maggio 1982, Roberto Parisi fu uno tra i primi imprenditori uccisi dalla mafia per aver rifiutato le sue richieste di estorsione. Qualche giorno dopo, il 27 febbraio, per lo stesso motivo, la mafia ucciderà Piero Patti, imprenditore palermitano. Da quel 1985 a oggi, molti imprenditori, non solo siciliani, sono morti sotto il fuoco mafioso per aver deciso di non abbassare la testa, e, molti altri, sono stati fatti soccombere dalle collusioni che hanno impedito l’apertura di un vero mercato libero e non controllato dagli interessi mafiosi.
Roberto Parisi era nato a Torino nel 1931. Fu ucciso dalla mafia il 23 febbraio 1985. Lasciò la moglie Gilda, e una figlia, Enrica. Con lui fu ucciso il suo autista, Giuseppe Mangano, di 38 anni, che morì sul colpo lasciando la moglie e i tre figli.

Tratto da: 
mediterraneocronaca.it


http://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/239-parla/69178-roberto-parisi-e-giuseppe-mangano-23-febbraio-1985.html



Solo per ricordare.

Leoluca Orlando Cascio :

1) Nell'85 diventa sindaco tuonando contro Andreotti e Lima e a favore del rinnovamento. Dopo l'elezione va a ringraziare Lima, il socio di Ciancimino, a casa sua. Fu eletto infatti con il suo sostegno, e i voti delle "coppole storte".


2) Da sindaco rinnovatore toglie l'appalto all'imprenditore Cassina, uomo di Ciancimino. Viene dunque cambiata l'intestazione della società. Da Arca diventa Lesca, e perfino il logo sugli stessi camion della vecchia impresa. La gara la vince infatti La Lesca. Il gioco è fatto. Ciancimino e Cassina, titolare anche della nuova impresa, trionfano ancora.

E Orlando diventa per tutti il sindaco rinnovatore e antimafia.


3) L'informativa dell’alto commissario antimafia Domenico Sica, diretta all’allora sindaco Orlando. L’informativa riguardava due ditte che si occupavano della manutenzione delle strade e della rete fognaria: la Sico e la Cosi. Le due aziende avevano sede legale a Roma, e sulla fideiussione richiesta dal Comune di Palermo, a garanzia, figurava la firma del conte Vaselli, noto mafioso e prestanome di Ciancimino. Leoluca dirà di non averla mai letta. Era fuori sede. Gli appalti sono assegnati comunque.

4) Nel 1996 viene indagato per corruzione aggravata durante l’esercizio delle sue funzioni di Sindaco di Palermo. Il pentito Tullio Cannella fornisce uno scenario inquietante affermando che nel 1986 il Comune di Palermo, dopo una tangente di 200 milioni di lire, acquistò degli appartamenti di un certo Giuseppe Bonanno, un prestanome di Gaspare Finocchio (imprenditore) che era invece in odore di mafia. Destinatari della tangente, secondo il pentito, erano il Sindaco Leoluca Orlando e l’assessore Vincenzo Inzerillo (INZERILLO!, ti ricorda niente?), che all’epoca dei fatti era in carcere da 16 mesi per mafia. Orlando nega ogni responsabilità. (Oggi a suo carico rimane solo una condanna in via definitiva per diffamazione aggravata. In un comizio ha tacciato ventuno consiglieri comunali di essere collusi con la mafia. Così non era. Ma poi, Orlando Cascio non ha sempre sostenuto che chi riceve un avviso di garanzia deve dimettersi subito!?). 5)
L'articolo di Sciascia sui "professionisti dell'antimafia" era diretto a lui. Dirà che ogni incomprensione durante una visita allo scrittore ormai agonizzante, era stata appianata e chiarita, la moglie e la figlia, presenti all'incontro, negheranno con forza.

6) Il veleno sputato su Falcone. (Lo accusa dall’inizio di tenere chiuse nel cassetto le inchieste sui delitti politici accaduti a Palermo: Reina, Mattarella, La Torre).
Anche dopo la morte del magistrato:
al Tg3 la stessa sera della sua uccisione sostiene che Falcone era stato ammazzato perchè a Roma era entrato in un giro "incontrollabile". 

7) Indica come esponente della "Palermo degli onesti" Liborio Polizzi, assessore allo sport nella giunta progressista. Polizzi è accusato dai giudici di "assidua contiguità mafiosa", il suo guardiaspalle è un killer mafioso. Liborio ha chiesto l'aiuto di Bagarella (!) per impossessarsi del quotidiano comunista "L'ora". 

8) La storia del maresciallo Lombardo, un investigatore onesto.
Suicida per la vergogna dopo l'accusa di essere colluso con le cosche, lanciata contro di lui dal "moralizzatore", in tv da Santoro. 

9) Promette di abbattere, nei suoi sette anni da sindaco, le duecentodieci ville abusive che seppelliscono con il cemento Capo Sella, costruite da una società riconducibile a Michele Greco, “il papa”. L’angolo di verde è stato devastato da centonovantatremila metri cubi di cemento. Orlando Cascio fa demolire si, ma un rudere, e concede ai proprietari abusivi della Palermo bene tutto il tempo per avanzare richiesta di regolarizzazione al TAR.
E per concludere, chè rischio d’annoiare….ancora: «Orlando – disse Falcone davanti al Csm - sarà costretto a spararle ogni giorno più grosse. Lui e i suoi sono disposti anche a passare sui cadaveri dei loro genitori. Questo è cinismo politico. Mi fa paura». Falcone dimostrò anche l’ipocrisia di facciata dei professionisti dell’antimafia, affermando, sempre davanti al CSM: «perché nonostante un sindaco come Orlando la situazione degli appalti a Palermo continuava a essere la stessa e Ciancimino continuava a imperare sottobanco...».
ps) Nel 2007 non riesce a scalzare il sindaco Cammarata, scarica sulla mafia la colpa della sconfitta (non si chiese da dove venivano i suoi settantamila voti quando fu eletto), e meno male che Di Pietro gli offra un seggio alla Camera da cui impartire le sue lezioni di “moralità”.
Fonte: Alfio Caruso "I siciliani",

pag. 525-530
Alfio Caruso "Da Cosa nasce Cosa",
pag.184,418-419, 443, 453, 478, 488, 490, 505, 509, 534, 568, 583, 598, 649.


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1985 23 FEBBRAIO UCCISO ROBERTO PARISI TITOLARE 2014 13 MAGGIO La storia della famiglia Cassina a Palermo | Gioie e dolori del Conte Arturo 2014 14 MAGGIO L'ultimo crollo dei Cassina in bancarotta, arrestati i figli del conte Arturo 2018 23 FEBBRAIO Roberto Parisi e Giuseppe Mangano, 23 febbraio 1985 BOLOGNA STEFANO, CASSINA ARTURO, D’AGOSTINO GIOVANBATTISTA, FAVA GIUSEPPE, FOGNATURE, ICEM, Isola delle Femmine, TAG, PADRONI DI PALERMO, PARISI ROBERTO, PORTO, SAILEM, SALATIELLO GIOVANNI, SCIASCIA LEONARDO,